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sabato 28 ottobre 2017
martedì 29 novembre 2016
#Ni Una Menos# Le donne del Nicaragua scendono in piazza contro il femminicidio!
"Un gobierno que no castiga la violencia contra las Mujeres...Es cómplice de los delitos", "No son arrebatos, son asesinados" questi alcuni dei cori gridati dalle donne, dalle/dai trans, dalle lesbiche. dai gay e dagli uomini scesi in piazza il 25 di Novembre a Managua, in occasione della giornata internazionale del No alla violenza contro le donne. In Nicaragua nel 2016 sono state registrate dagli osservatori delle donne 50 casi di femminicidio che per la statische della polizia nazionale sono invece solo 8, dato che è indice di un altissimo livello di impunità.
La data del 25 Novembre fu stabilita nel 1881, quando a Bogotà si tenne il primo incontro femminista LatinoAmericano e fu scelta in memoria delle tre sorelle Mirabal, assassinate quello stesso giorno del 1960 a causa della loro strenua lotta contro la dittatura di Trujillo nella Repubblica Domenicana.
La violenza di genere e la sua espressione più tragica, il femminicidio, non sono e non devono essere intese come una mera questione domestica, privata.
Per questa ragione le femministe nicaraguensi in vista del 25 Novembre hanno scritto un comunicato dal titolo " per un posizionamento femminista difronte alla situazione nazionale", che va ben oltre la denuncia della violenza privata e allarga lo sguardo, da tematiche prettamente di genere, a problematiche economiche, politiche e sociali più ampie che non sono e non devono essere sconnesse dalle prime.
Le questioni chiave sono la penalizzazione dell'aborto terapeutico e lo smantellamento della "Ley 779", legge integrale contro la violenza di genere, misure che colpiscono maggiormante le donne povere, le indigene, le afrodiscendenti, le contadine, le donne con handicap, le sex workers, le migranti, le lesbiche e le trans. Poi, a partire da qui, il ragionamento si amplia arrivando a comprendere nell'analisi molte altre tematiche come l'alto tasso di disoccupazione, di lavoro precario e informale; la tendenza del governo a privilegiare l'investimento di grandi capitali, a scapito dello sfruttamento della mano d'opera; la corruzione e il rafforzamento di una logica autoritaria; la farsa elettorale; la tendenza ad un riarmo e ad una militarizzazione, in un Paese dove ancora sono aperte le ferite della guerra degli anni 70/80 e il ricordo di una lunga dittatura.
Il movimento femminista nicaraguense così, oggi come per i trent'anni passati, prende parola, schierandosi contro ogni forma di dominio e autoritarismo, a partire da quello dell'uomo sulla donna, in un Paese, come il Nicaragua, dove un machismo esasperato è dominante in tutte le sfere della societá.
Il 25 e il 26 Novembre sono scese in piazza le donne di molte città dell'America Latina al grido di "Ni una menos", richiamandosi al movimento iniziato in Argentina tempo fa contro il femminicidio.
Ispirate dalle donne latinoamericane anche in Italia una piattaforma ampia ed eterogenea ha costruito una grande manifestazione per questa data.
Da Roma a Managua un'unica lotta, per la libertà e l'autodeterminazione della donna contro ogni forma di patriarcato...e soprattutto perchè: "ni una màs, ni una màs, ni una asesinadas màs."
https://lamericalatina.net/2016/11/25/niunamenos-dal-nicaragua-lallarme-contro-il-governo-reazionario-della-dinastia-ortega/
La data del 25 Novembre fu stabilita nel 1881, quando a Bogotà si tenne il primo incontro femminista LatinoAmericano e fu scelta in memoria delle tre sorelle Mirabal, assassinate quello stesso giorno del 1960 a causa della loro strenua lotta contro la dittatura di Trujillo nella Repubblica Domenicana.
La violenza di genere e la sua espressione più tragica, il femminicidio, non sono e non devono essere intese come una mera questione domestica, privata.
Per questa ragione le femministe nicaraguensi in vista del 25 Novembre hanno scritto un comunicato dal titolo " per un posizionamento femminista difronte alla situazione nazionale", che va ben oltre la denuncia della violenza privata e allarga lo sguardo, da tematiche prettamente di genere, a problematiche economiche, politiche e sociali più ampie che non sono e non devono essere sconnesse dalle prime.
Le questioni chiave sono la penalizzazione dell'aborto terapeutico e lo smantellamento della "Ley 779", legge integrale contro la violenza di genere, misure che colpiscono maggiormante le donne povere, le indigene, le afrodiscendenti, le contadine, le donne con handicap, le sex workers, le migranti, le lesbiche e le trans. Poi, a partire da qui, il ragionamento si amplia arrivando a comprendere nell'analisi molte altre tematiche come l'alto tasso di disoccupazione, di lavoro precario e informale; la tendenza del governo a privilegiare l'investimento di grandi capitali, a scapito dello sfruttamento della mano d'opera; la corruzione e il rafforzamento di una logica autoritaria; la farsa elettorale; la tendenza ad un riarmo e ad una militarizzazione, in un Paese dove ancora sono aperte le ferite della guerra degli anni 70/80 e il ricordo di una lunga dittatura.
Il movimento femminista nicaraguense così, oggi come per i trent'anni passati, prende parola, schierandosi contro ogni forma di dominio e autoritarismo, a partire da quello dell'uomo sulla donna, in un Paese, come il Nicaragua, dove un machismo esasperato è dominante in tutte le sfere della societá.
Il 25 e il 26 Novembre sono scese in piazza le donne di molte città dell'America Latina al grido di "Ni una menos", richiamandosi al movimento iniziato in Argentina tempo fa contro il femminicidio.
Ispirate dalle donne latinoamericane anche in Italia una piattaforma ampia ed eterogenea ha costruito una grande manifestazione per questa data.
Da Roma a Managua un'unica lotta, per la libertà e l'autodeterminazione della donna contro ogni forma di patriarcato...e soprattutto perchè: "ni una màs, ni una màs, ni una asesinadas màs."
https://lamericalatina.net/2016/11/25/niunamenos-dal-nicaragua-lallarme-contro-il-governo-reazionario-della-dinastia-ortega/
alle
21:26
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lunedì 3 ottobre 2016
Sea gypsy: un altro mondo, un'altra cooperazione
Lungo
il cammino della propria vita, soprattutto quando si è in viaggio, s’incontrano
un’infinità di persone. La maggior parte di esse sparirà senza lasciare alcuna
traccia, ma raramente capita di incontrare qualcuno in grado di lasciarti un
segno indelebile, un segno che appare senza nemmeno rendersene conto. Sono
persone che ci offrono un’altra visione del mondo, che semplicemente con le
loro azioni ci portano a mettere in discussione le nostre certezze presenti e a
porci domande sul nostro futuro.
Sono persone con una storia che merita di essere raccontata.
Sono persone con una storia che merita di essere raccontata.
Lungo
le strade dall'assolata Thailandia, io ho incontrato Maew.
Maew è
una giovane donna thailandese. Originaria della remota provincia di Ranong, dal
carattere forte e indipendente, racconta che era agli inizi di una sfavillante
carriera tra i grattacieli di Bangkok, quando la notte di Natale del 2004, un
devastante tsunami cambiò per sempre il suo Paese e la sua vita. Un maremoto
che solo in Thailandia ha causato oltre 8.000 tra morti e dispersi, un grido di
dolore che non poteva essere ignorato.
Così Maew ha
lasciato la scintillante metropoli senza più farvi ritorno, per dirigersi nel sud
del Paese ed iniziare un’esperienza di volontariato nel villaggio dei sea gypsy (letteralmente “zingari di
mare”) di Thaptawan, lungo la costa delle Andamane, là dove la catastrofe aveva
colpito più duramente.
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| Villaggio di Thaptawan |
Il villaggio di Thaptawan
è abitato da un gruppo sedentarizzato di Moken, tra i principali rappresentanti
di un fenomeno, il nomadismo marino, ormai in via di estinzione. Difficili da
quantificare per il carattere nomade della popolazione (si stima ne vivano
circa 12.000 solo in Thailandia), questi gruppi minoritari di zingari di mare ancora
non godono pienamente dei diritti fondamentali e ciò li rende più vulnerabili allo
sfruttamento. E’ qui che dopo qualche mese dal suo arrivo Maew ha fondato il Tonkla Andaman Child Development Center
(CDC) al quale ha dedicato 6 anni della sua vita, prima di sposarsi e
trasferirsi in Olanda.
![]() |
| Reti da pesca tradizionali sulla spiaggia di Bangsak, limitrofa al villaggio di Thaptawan |
In Europa, i suoi
pensieri non facevano che tornare ai bambini sea gypsy del villaggio di Thaptawan. Molti dei bambini che aveva
aiutato, una volta adolescenti hanno lasciato la scuola senza raggiungere il
diploma. Divise scolastiche, libri, trasporto e attività extra curriculari
rendono gli studi per molti di essi troppo costosi. E anche con il diploma è
difficile che la loro vita possa cambiare: non possono permettersi gli studi
universitari e raramente riescono a trovare un buon lavoro. I sea gypsy hanno fama di essere pigri e
sporchi tra i datori di lavoro thailandesi della zona e hanno difficoltà a
relazionarsi con i turisti, non essendo abituati ad avere contatti con persone
al di fuori del proprio villaggio. E’ così che il circolo vizioso
dell’esclusione sociale si autoalimenta di generazione in generazione.
Più il tempo passava, più Maew sentiva che la
sua missione non era finita. Ha lavorato duramente per poter tornare a Thaptawan,
dove ormai da due anni vive in pianta stabile con la sua famiglia e dove ha
creato un programma di dopo scuola per i bambini sea gypsy, appoggiandosi alla struttura del Tubtawan Cultural Home,
un centro culturale costruito nel cuore del villaggio grazie ai finanziamenti
post-tsunami. “Anche se il programma dopo scuola si focalizza su attività ricreative
e di tutorato, il nostro principale obiettivo è quello di costruire solide
relazioni con i bambini, in modo tale che essi ci riconoscano come una fonte d’aiuto, quando hanno problemi scolastici o familiari, e delle figure cui chiedere
consiglio, nel momento in cui devono prendere decisioni importanti per la
propria vita” spiega Maew.
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| Tubtawan Cultural Home, il centro culturale di Thaptawan |
Maew rappresenta per
questi ragazzi un rifugio sicuro quando scappano di casa perché hanno litigato
con i propri genitori, i quali spesso hanno problemi legati alla disoccupazione, all'alcolismo
e all’uso di sostanze stupefacenti, diventando uno sprone alla riconciliazione.
Rappresenta un sostegno, anche economico, per coloro i quali decidono di
riscriversi a scuola e ottenere il diploma. Un
confronto per creare insieme un’immagine del proprio futuro, uno sforzo così
distante dal mondo dei sea gypsy in cui si tende a vivere la vita giorno
per giorno, senza pensare al domani.
Rappresenta uno stimolo per chi decide di
coltivare il valore del risparmio, totalmente estraneo alla loro cultura, attraverso
l’apertura di un conto in banca. Per stimolarne l’uso, ogni volta che depositano
del denaro sul proprio conto, Maew aggiunge qualche bath come incentivo.
Rappresenta
un orientamento alla crescita personale, un aiuto ad assumersi man mano quelle responsabilità
che a casa non sono abituati ad avere, per crescere e maturare con maggiore coscienza
della propria vita.
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| Sui soffitti del centro culturale è dipinta la storia dei Moken di Thaptawan |
Il suo è un approccio
molto lungo e ben diverso sia dall’assistenzialismo, rappresentato dai famosi
“sacchi di riso” nell’immaginario collettivo, sia dai grandi progetti scritti a
tavolino e curati nel dettaglio dei big
donor della cooperazione. Gli effetti di questo agire si sedimentano
inevitabilmente in un tempo molto dilatato: “solo ora riesco a vedere i frutti
dei semi piantati oltre dieci anni fa ed questo che mi fa andare avanti nonostante
tutte le difficoltà” mi dice, con un luccichio negli occhi.
Piantiamo semi che un giorno cresceranno. Nutriamo semi già piantati da altri, sapendo che custodiscono in essi promesse future. Assicuriamo solide fondamenta a un futuro sviluppo, di cui forse non vedremo mai i risultati. Noi non possiamo fare tutto e c’è un senso di liberazione nel raggiungere questa consapevolezza. E’ nelle parole e nelle azioni di Maew che ritrovo l’importanza del distinguere tra lo stare e il fare, forse uno dei più grandi doni che si riportano a casa dopo un anno di esperienza sul campo.
Piantiamo semi che un giorno cresceranno. Nutriamo semi già piantati da altri, sapendo che custodiscono in essi promesse future. Assicuriamo solide fondamenta a un futuro sviluppo, di cui forse non vedremo mai i risultati. Noi non possiamo fare tutto e c’è un senso di liberazione nel raggiungere questa consapevolezza. E’ nelle parole e nelle azioni di Maew che ritrovo l’importanza del distinguere tra lo stare e il fare, forse uno dei più grandi doni che si riportano a casa dopo un anno di esperienza sul campo.
Per poter finanziare
il programma post scuola Maew lavora come insegnante di inglese, anche se il
suo obiettivo è dedicarsi al suo progetto a tempo pieno. “L’avere più tempo
libero non solo mi permetterebbe di aiutare meglio i bambini, ma mi darebbe
anche la possibilità di aiutare le loro famiglie”, sottolinea Maew quando si accenna
di futuro. Secondo lei, l’unico modo per spezzare il circolo vizioso
dell’esclusione sociale è lavorare al fianco dei genitori, trasmettere loro l’importanza
dell’insegnare ai propri figli il senso di responsabilità, mostrar loro che una
vita diversa è possibile e “aprire le porte” del villaggio, favorendo sempre
più contatti col mondo esterno.
![]() |
| Il programma post scuola prevede anche l'insegnamento della lingua inglese |
Al
momento nel programma dopo scuola i ragazzi sono formati attraverso una serie
di attività manuali per realizzare souvenir tramite l’uso di materiali di
scarto (plastica, vetro, carta, foglie, conchiglie), da poter vendere ai
turisti dei resort limitrofi durante il periodo di alta stagione. Oltre alla
sensibilizzazione sul valore del riciclo e allo sviluppo di una coscienza etica,
l’obiettivo primario è quello di mostrare il ritorno nell'investire le proprie
energie in un progetto più a lungo termine, ben diverso dal vivere alla
giornata, che possa in futuro rendere sostenibili le attività del
programma dopo scuola.
![]() |
| Le foglie dell'albero della gomma una volta essiccate e dipinte vengono utilizzate come elemento decorativo |
Se
un giorno anche a voi capiterà di incamminarvi per l’assolata Thailandia, ricordate
che lì, tra i lussuosi resort di Khaolak e la ridente cittadina di Takuapa, c’è
un villaggio ancora fermo nel tempo, in cui potreste avere la fortuna di essere
contagiati dalla prorompente energia positiva di Maew, una persona con il potere
di far ricredere anche i più disillusi che un mondo migliore sia ancora
possibile.
Martina Dominici,
casco bianco Caritas Italiana in servizio in Thailandia
alle
15:57
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giovedì 12 novembre 2015
Mekatilili, una storia di resistenza kenyota
Pochi giorni fa Angela e io siamo
state a Malindi, alla scoperta dei progetti dell'ONG Coast Inter-faith Council of Clerics Trust con cui collaboreremo in quest'anno. Questa si occupa
tra l'altro portare avanti una serie di progetti sociali che abbiano
come approccio quello della collaborazione tra appartenenti a fedi
diverse per la costruzione di una società più pacifica e inclusiva. www.cicckenya.org
Per prima cosa, siamo
andati a visitare un centro culturale della tribù Mijikenda
intitolato a “Mekatilili” di cui vi dirò qualcosa tra poco.
I Mijikenda sono un
gruppo etnico di origine Bantu presente soprattutto sulla costa del
Kenya e praticano una religione animista tradizionale. La tribù dei Giriama è quella più numerosa tra i Mijikenda. Questa popolazione viveva (e in alcune zone rurali vive ancora) in
capanne di legno e paglia nelle quali tengono al sicuro anche tutti i loro averi e i loro
animali durante la notte.
Nella loro religione i sacerdoti hanno un ruolo molto importante. Quando uno di loro muore viene sepolto sotto un albero che incorporerà il
suo spirito e diventando quindi un luogo di culto, un luogo di contatto
con Dio. Le loro icone sacre sono delle asticelle di legno che
rappresentano ognuna un diverso spirito divino.
Una questione di
particolare interesse che è venuta fuori è il ruolo degli anziani
all'interno della tribù. Se da una parte questi sono molto
rispettati perché dotati di particolari sensibilità, dall'altra
negli ultimi anni sono in costante pericolo. Gli anziani, infatti,
possono facilmente essere accusati di stregoneria, anche solo per uno
sguardo storto alla persona sbagliata, e per questo uccisi. Questo
centro ha tentato dal 2010 (anno in cui le uccisioni son state più
di 300!!) di “salvare” degli anziani in pericolo: quelli che
vengono allontanati dalle famiglie o che sono ritenuti in pericolo
vengono presi in carico e qui vivono serenamente i loro ultimi anni.
Mekatilili, personaggio
storico che ha dato nome al centro, è stata la prima donna a essersi
ribellata alla colonizzazione britannica nel 1913. La sua storia dice
che un comandante britannico fosse andato nel suo viaggio a reclutare
uomini da mandare in guerra a ovest del Kenya.
Questa donna, vista
l'inerzia degli uomini del suo villaggio decise, di affrontare i
britannici personalmente, ma non conoscendo la lingua usò gli
animali per farsi capire. In una cesta portò una gallina con i suoi
pulcini davanti al comandante e lo invitò a prendere un pulcino. La
mamma chioccia inferocita attaccò la mano del comandante. Con
quest'espediente Mekatilili fece capire al comandante britannico che
se avessero preso i loro figli, le donne del villaggio sarebbero
scese 'in guerra' per difenderli. La storia continua con Mekatilili
che viene incarcerata per ben due volte in luoghi lontani dalla sua
tribù e per due volte riesce da sola a evadere e tornare a casa a
piedi.
Non so quanto di vero e
quanto di leggendario ci sia, resta il fatto che una donna è
ricordata come uno dei primi eroi della resistenza kenyota e del
risveglio del popolo Mijikenda contro i dominatori britannici. Un
donna, ripeto. Mi sembra un fatto importante da ribadire più e più volte perchè la società kenyota vista la sua forte struttura patriarcale, come moltissime altre - ancora troppe, ha bisogno di una differente narrativa sulla donna è
quasi sempre l'ultimo anello su cui si
ripercuote tutta la violenza e la frustrazione sociale e individuale.
E poi è sempre bella una
storia di resistenza, figuriamoci se ha una donna come protagonista.
Momento imbarazzo:
| Giriama Girls ;) |
Mari
alle
19:09
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lunedì 19 agosto 2013
Libano - Fili invisibili
Tornare a casa dopo un viaggio è
difficile. Tornare a casa dopo un'esperienza che ti segna come quella che
abbiamo vissuto noi diventa veramente complicato.
Un giorno, tornando dal campo
profughi palestinese di Dbayeh, ho trovato la "parola del giorno" e
la trovo perfetta anche adesso. La parola è FILO. Questo perché percorrendo le
quattro strade all'interno del campo non si potevano non vedere. Fili della
corrente, fili per il bucato, fili ovunque. Anche a Rayfoun avevamo i nostri
fili: per stendere, quello spinato che limita lo shelter, i fili per le collane
e i braccialetti... Alla fine anche noi abbiamo tracciato i nostri fili. Le
relazioni che abbiamo instaurato con le donne, con i bambini, con le persone
che abbiamo incontrato e con le quali abbiamo condiviso anche solo un sorriso,
come per esempio le donne siriane con i loro figli a Beirut, con cui l'incapacità
di comunicare era evidente, ma, con un semplice gesto, siamo riuscite a
scattare una foto insieme, sono i nostri fili, invisibili agli occhi, ma
visibili con i gesti, i sorrisi, con il cuore.
È stato un cantiere particolare.
Intenso, profondo, purtroppo breve. Un cantiere dove i fili tra le persone sono
così stretti che la felicità e la tristezza degli altri diventano anche le
proprie, dove anche un piccolo gesto ti fa sentire accolto, a casa.
Allo shelter ho avuto la
possibilità di sperimentare un miscuglio di sensazioni così diverse tra di loro,
ma di così profonda intensità che il filo che partiva da me sembrava così corto
e poco forte rispetto a tutto. Solo riconoscendo il fatto di essere uguale agli
altri, senza pregiudizi e barriere mi sono resa conto che il mio filo è forte
solo se ci sono gli altri. Le donne che vivono allo shelter hanno una forza
incredibile che traspare da tutto quello che fanno. Una forza che non è facile
da descrivere, che accoglie senza paura, che dona senza timore, che combatte
per la dignità e per la propria vita e quella dei figli. Ripensando ai giorni
passati, rivivo quei momenti insieme di condivisione delle loro vite, ma anche
di gioco, risate, balli, della giornata del salone di bellezza e della
presentazione dei propri Paesi, la preparazione della pizza… Tra tutti gli esempi
di quanto questi fili siano forti ce n'è uno che mi emoziona in modo
particolare: l'accoglienza, la gioia, gli abbracci dopo una giornata passata
fuori. È stato un momento unico, come se noi fossimo ritornati a casa e loro
non aspettassero altro che rivederci.
Posso dire di aver ricevuto
tanto, molto di più di quello che avrei mai potuto immaginare. I fili che ho
lasciato lì, li porto nel cuore con la speranza che un giorno la vita ci faccia
ritrovare. Altri, come quelli con le mie compagne di viaggio, so che li potrò
rendere ancora più forti perché abbiamo veramente vissuto un'esperienza
incredibile, unica, che ha lasciato qualcosa dentro a ciascuna di noi.
Ringrazio tutti per aver avuto la possibilità di vivere questo cantiere… le mie
compagne di viaggio, le donne i bambini… tutti. Grazie!
Giulia
Giulia
alle
14:36
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