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lunedì 19 agosto 2019

Kenya Nairobi. Due di tre

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Secondo Njuguna, uno dei ragazzi di Cafasso, la cena della domenica deve essere leggera, così da poter attaccare con maggiore energia il lunedì imminente. 
Per noi è stata cena di pasta al pesto, un intervallo all'amato cibo africano, e ci fa mettere sulla tastiera dopo avere trascorso due settimane a Kahawa West, quartiere periferico di Nairobi, Kenya.

Cafasso è il nostro campo base, dove trascorriamo la maggior parte del tempo con i ragazzi che, usciti dalla YCTC, centro di detenzione minorile, hanno deciso di aderire a questo progetto. 

Qui la mattina si lavora nei campi e nel pomeriggio si gioca, a calcio e a pallavolo principalmente. 
Dopo solo tre giorni ha tutto già il sapore della famigliarità, soprattutto perché dopo il primo mercoledì lasciamo Cafasso per tornarci solo domenica sera. 
Visitiamo diversi progetti: Kibiko, Napenda Kuishi, Boma Rescue e altri due centri a Korogocho. 
Queste righe non sono lo spazio adeguato per scendere nel dettaglio, qualcuno di noi magari lo farà: ci vorrà del tempo per poter scrivere riguardo la baraccopoli
Il weekend inizia in capitale, la ricchezza di alcuni quartieri stride con la povertà vista nei giorni precedenti. Domenica è prima esperienza di messa africana per molti, in swahili, non particolarmente breve. Finalmente domenica nel tardo pomeriggio si torna a Cafasso, ci accolgono con i chapati, cena memorabile, sicuramente non in linea con quanto predicato da Njuguna.

La seconda settimana si apre con la visita alla YCTC: qui ragazzi in attesa di condanna e ragazzi condannati si uniscono per giocare con noi a calcio e a pallavolo, e per le chiacchiere. Per i secondi la pena è di 4 mesi, per i primi incombe l’incertezza e la preoccupazione di giudizi che si fanno attendere anche per anni. 
Con i nostri di Cafasso si continua come se fossimo qui da sempre, mentre alcune delle nostre mani accusano la durezza del manico della zappa, arnese poco impugnato a casa. 
Si torna anche in baraccopoli, altri progetti, altre sensazioni, forse ci sarà spazio anche per queste. Per ora basta dire che la seconda volta non è come la prima: ci si può davvero abituare anche a questo?
Si incontrano italiani di altre organizzazioni che condividono con noi il Kenya per un periodo più o meno lungo della loro vita.

Questo weekend abbiamo fatto un po’ i turisti tra zebre, facoceri e ippopotami. Oggi, domenica, durante la messa si celebra un matrimonio e alcuni battesimi; non particolarmente breve neanche questa celebrazione. 

Poi, nel pomeriggio siamo stati a Karura Forest con in ragazzi di Cafasso.

Domani inizia il nostro ultimo lunedì, siamo pronti ad attaccarlo come fa Njuguna, al di là del fatto che la pasta al pesto di stasera sia stata pasto abbondante.

martedì 21 agosto 2018

Serbia. Cronache da Krnjača

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"Homo quisque faber ipsae fortunae suae".
Dopo 2 settimane di attività nel campo profughi di Krnjača, questa espressione latina continua a rimbombarmi in testa.
Ogni uomo è artefice del proprio destino. Fino a dove arriva la veridicità di questa affermazione?
Sicuramente raggiunge me, giovane lavoratrice italiana con una vita piena di tutte le libertà a cui la maggior parte del mondo occidentale è abituato, e i miei compagni di viaggio, che hanno la possibilità di inseguire i propri sogni in altre città italiane ed europee.
Purtroppo però si ferma alle porte d'Europa, dove profughi provenienti da diverse parti del mondo aspettano con pazienza infinita che qualcosa si sblocchi. A loro non è concesso di costruirsi un destino, pare che non siano meritevoli di un simile privilegio. Loro non possono costruire perchè impossibilitati da forze maggiori, perchè se vivi per mesi o addirittura anni in un campo profughi aspettando (non qualcosa, ma che qualcosa succeda) puoi avere solo sogni, i mezzi per realizzarli non esistono. O meglio, esistono eccome, ma tu non puoi usufruirne perchè qualcun altro te lo impedisce, perchè qualcuno si permette senza alcun diritto di rubarti il posto improvvisandosi artefice del tuo destino. Fino a dove quindi arriva la libertà di un uomo? Fino a dove posso immischiarmi nel destino altrui decidendo quando e come fermarlo? Chi stabilisce che io, cittadine italiana, senza essermi meritata una tale libertà possa costruirmi il mio futuro e che i miei coetanei afghani, iraniani, pakistani, palestinesi e siriani non possano farlo?
Tra poche ore ritorneremo in Italia, alla nostra solita vita, la nostra sì che è una pacchia! Ma Reza e la sua famiglia rimarranno qui, così come tantissimi altri. Come è possibile chiudere gli occhi e dormire sonni tranquilli?

Com'è difficile talvolta accettare di essere testimoni impotenti delle ingiustizie del mondo!
Quanto è difficile dover accettare di non poter fare di più di ciò che si sta già facendo!
Eppure il cambiamento parte dalle piccole cose.
In queste due settimane non abbiamo fatto nulla di speciale, o almeno così ci sembra, ma qualcosa è cambiato a Krnjača: in un luogo di dignitosa desolazione dove bivacca un'umanità sofferente e in perenne attesa, la vita ha ripreso nuovo vigore specialmente per le donne.
Donne per cui il matrimonio e l'essere madre non sempre sono una libera scelta; donne velate e svelate; donne per cui i figli sono eternamente il loro orgoglio e la loro angoscia.
Donne che solitamente rimanevano chiuse nella loro baracca per paura o semplicemente per apatia, a poco a poco hanno cominciato a prendere parte alla vita del campo, ognuna a modo suo.
Come la mamma di A. che ogni giorno partecipava alla gioia dei suoi figli guardandoli giocare dalla finestra della sua stanza e talvolta consigliandoci dei giochi. Come N. una signora afghana che dopo un po' di titubanza ha preso coraggio e si è buttata nella mischia a giocare con i bambini, senza curarsi troppo del suo velo colorato che cadeva o della sua età. Come la madre di J. che l'ultimo giorno ha portato per la prima volta il figlio a giocare assieme agli altri bambini, lasciandosi alle spalle la paura che potesse essere deriso o discriminato e guardandolo, forse per la prima volta, come un bambino normale.
Donne a cui è stata ridata dignità e libertà semplicemente attraverso un trattamento di bellezza casereccio.
Molto probabilmente queste persone si dimenticheranno presto di noi, dei nostri volti, ma spero che in loro rimanga vivo il ricordo di quei momenti di gioia; di quella sensazione di libertà, leggerezza e spensieratezza provata durante questi giorni.


Una storia ordinaria che ha come protagonisti 4 giovani ragazzi pakistani Z, J, A e M, che hanno abbandonato il loro paese, dove la loro esistenza era in pericolo.
Quattro amici da una vita, accomunati dalle stesse passioni: musica e sport, ma anche dalla stessa vita agiata nella loro città.
Accomunati dallo stesso viaggio e difficoltà: un anno attraverso diversi luoghi come l'Iran, le prigioni turche, i confini greci e il breve passaggio in Macedonia, fino ad arrivare qui in Serbia, bloccati.
Non hanno una meta ben precisa. Forse l'Italia, forse la Francia. Raccontano che l'unica cosa per loro importante è stare insieme, come all'inizio del loro viaggio. Non importa dove finiranno, se i loro sogni si realizzeranno; "they are my family". 

Il Sig. R. ....in Iran era un docente universitario, ma qui al campo di Krnjača chi è?
Durante il giorno lo si vede vagare fra le baracche del campo con lo sguardo perso in chissà quale ricordo o pensiero. Al campo vive da solo, non sappiamo se in Iran aveva o ha una famiglia o perchè sia fuggito. Ma al campo gli è stata data un'occasione per tornare ad essere il Professor R.
In una stanzetta della baracca 16, dove agli adulti è concesso uno spazio tutto loro in cui possono fare lavoretti manuali, corsi di lingue o semplicemente giocare a backgammon, il professor R. tiene un corso di calligrafia, la sua passione.
In quei momenti si illumina di nuovo. Scherza con i suoi studenti, li ammonisce se non hanno fatto i compiti a casa e si rivolge a loro chiamandoli "mister" o "miss" come se fosse tornato dietro la sua cattedra.
Il pennarello scorre sulla lavagna guidato da mani ferme e sicure e lo sguardo sia anima di una gioia che sembrava persa.
Si dice che il lavoro nobilita l'uomo, di sicuro permette ad un uomo la possibilità di fare quello che lo appassiona; è uno strumento per ridargli la dignità di essere umano.





Serbia4: Michela, Marianna, Benedetta e Stefano

martedì 14 agosto 2018

Serbia. I Viaggi

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I viaggi non sono stati mai facili come oggi. Paesi prima lontani ed irragiungibili sono ora vicinissimi; culture sconosciute e tenebrose diventano limpide e celebri. In poche ore possiamo attraversare oceani e continenti interi rimanendo seduti sul sedile di un aereo, di un treno o di una automobile. La fatica e gli investimenti di denaro e di tempo che i nostri antenati impiegavano per compiere brevi tratti, vengono oggi drasticamente diminuiti. Possiamo andare dovunque: Australia, Sud Africa, Cile, Stati Uniti, Cuba, Iran, Afghanistan, India; basta semplicemente puntare il dito su un mappamondo roteante ed in breve tempo, con una spesa variabile, possiamo essere nel paese indicato. Non abbiamo ancora la capacità di teletrasportarci ma poco ci manca.


C’è chi viaggia per lavoro, chi per divertimento e chi per turismo; c’è chi sceglie l’aereo, chi la nave, chi il treno e chi, più tradizionalmente, sceglie un’automobile, magari quella degli altri, come due ragazzi conosciuti nella nostra breve visita a Belgrado, partiti da Verona con il sogno di raggiungere il Nepal in autostop. Un viaggio lunghissimo, pieno di insidie ma anche di incontri irresistibili e di posti magnifici da visitare e vivere. Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Bulgaria, Turchia, Georgia, Armenia, Azerbajgian, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e, infine, il tanto agognato Nepal. Un itinerario affascinante da compiere in circa 4 o 5 mesi. Un sogno, il loro, decisamente a portata di mano: basta avere voglia, costanza e tenacia. Un sogno che potrebbe incontrare un intralcio nella burocrazia pakistana che, per rilasciare un visto d’ingresso nel paese, richiederebbe un invito da parte di una persona residente all’interno del paese. Una problematica non da poco, incomprensibile per chi come noi è abituato a viaggiare senza alcun tipo di ostacoli. Non temete, sembrerebbe che questa insidia possa essere aggirata per mezzo dell’intervento della nostra ambasciata, abbastanza influente nella zona.
Anche scegliendo l’autostop, quindi, possiamo visitare centinaia di culture e paesi diversi, potendo così viaggiare per conoscere il mondo nelle sue mille sfaccettature.

Eppure, la realtà del campo profughi di Bogovada ci ha insegnato che non è sempre così semplice. Meglio, è facile per noi, occidentali, viaggiare verso le terre del medio oriente mentre non è certamente semplice per le popolazioni medio – orientali viaggiare verso l’Europa. Nel campo ci sono circa 160 persone: la maggior parte di loro sono iraniani ed afghani; ci sono famiglie, single – men ed anche minori non accompagnati. Ognuno di loro ha deciso di viaggiare verso occidente. Gli iraniani, mediamente più ricchi, grazie ai favori del governo serbo nei loro confronti (non viene richiesto alcun visto d’ingresso), hanno optato per un biglietto aereo diretto verso Belgrado; gli afghani, più poveri, hanno invece attraversato gli stessi territori dei nostri amici autostoppisti, più o meno con le stesse modalità, con la differenza di essere fermati, trattenuti, in ogni singolo territorio da loro attraversato. Tempo del percorso fino in Serbia? Dai 7 ai 12 mesi.
Sono due viaggi difficili ed impervi che richiedono molta pazienza e un ingente investimento economico da parte delle famiglie che partono o che foraggiano il viaggio. Oggi, chi in aereo, chi a piedi, si sono ritrovati insieme nella tappa Serba, forse l’ultima fermata prima del sogno Europa. Il loro sogno, il sogno di garantire a sé stessi o ai loro figli un futuro più dignitoso e sereno, ora è stato bloccato, reso quasi impossibile da quelle frontiere, cioè da quelle linee immaginarie che dividono diversi territori ma che così come sono concepite, creano disparità e sofferenza.

Questo breve testo è il risultato di una riflessione, più lunga e dibattuta, sorta all’interno del nostro gruppo di volontari, l’ultimo giorno, appena prima di prendere il nostro aereo che facilmente ci avrebbe riportato in Italia. Riflessione che vi lasciamo in eredità: perché noi si e loro no?


Serbia 2
Filippo, Giovanna, Stefania, Margherita, Federico


lunedì 16 ottobre 2017

Kenya: un viaggio con me stessa

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È passato più di un mese dal nostro rientro in Italia. È trascorso lento, afoso, quasi irreale. Dopo che hai camminato in strade di spazzatura, visto bambini strafatti e cieli senza stelle, forse è normale che tutto ti sembri strano.

Il primo giorno che siamo arrivati a Nairobi, pensavo che quel luogo fosse marcio, che le persone fossero in fondo un po' marce. Di certo scapperesti da un posto del genere, cercheresti di crearti una nuova vita, lontana da tutta quella puzza, ma loro no. Sicuramente perché non possono, ma mi piace pensare che è anche perché non vogliono. Mi piace credere che forse qualche speranza ancora ce l'hanno; mi piace credere che un senso di rivalsa da tutta quella mxxxa gli darà la forza di uscirne a testa alta; mi piace credere che loro ancora credono.

È passato più di un mese dal mio rientro in Italia e alla domanda "come è stato" ancora non so rispondere se non con un segno di assenso. Vagli a spiegare poi che quel mezzo sorriso vuol dire tutto e niente. Non ci sono molte parole per spiegare una terra così, come spesso si dice, piena di contraddizioni. E si perché questo termine viene molto spesso utilizzato per descrivere diversi paesi dell'Africa: da una parte distese sconfinate e dall'altra le discariche a cielo aperto; da una parte le metropoli e dall'altra i villaggi; da una parte il tutto e dall'altra il niente. Sì, forse il primo che utilizzò questo termine, ci aveva visto bene.

È passato più di un mese dal mio rientro in Italia e tutti questi problemi che ci riempiono così spesso la bocca non mi vanno proprio più giù. Inizio a pensare che sia la nostra quotidianità quella irreale, non la loro. Sì, perché è irreale restare imbambolati su un divano guardando tragedie umane senza muovere un dito, se non quello sul telecomando. È irreale fingere che vada tutto bene solo perché sulla nostra casa il sole continua a splendere. È irreale la disparità che ci divide. Forse tutti dovremmo sentirci chiamare "muzungu" almeno una volta nella vita.

Un incontro mi ha segnato particolarmente in questo viaggio, ed è stato quello con me stessa
Ho capito meglio cosa voglio, ho rinsaldato i miei ideali, i miei credo. Ho dato spazio alle mie paure e sono riuscita a metterle da parte. 

E per tutti i "bob" al mondo, non sostituirei mai questa esperienza con nessun'altra. 


Francesca Di Mauro



Breve legenda:

- Muzungu: Nella lingua locale significa "uomo bianco", ma da quel poco che abbiamo potuto apprendere, intrinseco nel significato vi è l'aggettivo sporco, ricco, schifoso uomo bianco.

- Bob: Utilizzato dai Kenyoti per chiamare lo scellino. Deriva dal termine inglese che indicava la vecchia moneta britannica.

- Asante sana: Termine non utilizzato in questo testo, ma sospirato durante tutta la sua stesura. Grazie mille.

venerdì 6 ottobre 2017

Ad Haiti abbiamo perso qualche capitolo

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Mancare di qualche pagina, qualche capitolo o addirittura di un libro intero: sono questi i modi di dire haitiani che potrebbero essere paragonati al nostro “avere qualche rotella fuori posto”. Ecco noi ad Haiti abbiamo perso qualche capitolo, in particolare per quanto riguarda la stesura del nostro romanzo, ed eccomi qui a recuperarne uno.

In cosa consiste la nostra esperienza? Ho pensato di riassumere tutto così. 
Partiamo con la semplicità e la spontaneità: Haiti è vita senza eccessi, è divertirsi ballando ed essere entusiasti nel dedicarsi alle attività semplici e facili, è musica che spacca i timpani.
Haiti è assenza di fretta: spesso ci siamo scontrate con orari non rispettati e “tempi morti”, compensati da tanta improvvisazione e spirito di adattamento. 


Haiti è contrasto estremo tra ricchi e poveri, tra natura spettacolare e discariche a cielo aperto, tra cannella e piccante. E poi acqua nei sacchetti, riso ad oltranza, mamba, bevande zuccheratissime, birra Prestige... e ragni velenosi che ti aspettano nelle scarpe!

Ed è anche forza fisica e mentale, è non farsi abbattere dalle sventure del passato e trovare il modo di superare le difficoltà.

Haiti è rischiare la vita tutti i giorni viaggiando in macchina, sulle moto, sul canter e con i mezzi pubblici su strade dissestate e sterrate che, dopo la piogga, diventano piscine di fango e ogni volta che ci passi con il fuoristrada incroci le dita e speri che la macchina non si ribalti. Una specie di “calcio saponato”, come lo ha definito Chiara, un'operatrice di Caritas che risiede a Port-de-Paix. E se la strada si interrompe e finisce nel fiume? Nessun problema, i pick-up non hanno paura dei fiumi, lo si attraversa senza esitare. 


Il canter, invece, equivale a lividi, dita schiacciate e schegge nel sedere: il tutto compensato dalla possibilità a 360° di osservare bellezze uniche del paesaggio Haitiano.

E poi quella barca che ci ha portato su Tortuga, isola da spiagge bianche e deserte e un mare che all'orizzonte si fonde con il cielo, isola dove hanno girato un pezzo dei “Pirati dei Caraibi”. Ecco quella maledetta barca ci ha fatto sudare 7 camicie al ritorno dall'isola, anche se questa sudata è stata lavata via dalle onde altissime che superavano il bordo della barca e che ci hanno bagnato per due ore: due ore di preoccupazione, risate e crisi da “adesso ci ribaltiamo”, ma un bellissimo ricordo poi.

Poi c'è il pullman, come quel scuolabus dei Simpson, l'unica volta che abbiamo preso un mezzo pubblico... ho perso il conto di quante volte ci siamo dovuti fermare per il guasto, ma quando si è rotto il radiatore ci siamo fermati per 4 ore di notte, senza copertura telefonica per chiamare un aiutino, senza saperlo aggiustare da soli, sotto le luminosissime stelle da incanto. Forse, però, sono state le 4 ore più belle del viaggio: il resto del tragitto posso descriverlo con polvere, caldo, scricchiolii che davano l'idea che le parti del pullman si stessero tutte svitando, il tetto traballante sopra il quale, così a occhio, erano legate un centinaio di borse/scatole/valigie, oltre a una capra, un gatto e dei viaggiatori abusivi; da lassù a volte arrivava la pioggia di pipì e una sostanza che faceva pensare a un animale che non ha digerito qualcosa, e qualcuno ci è finito sotto questa pioggia 😄 Ma quanto è stato bello questo viaggio!

Insomma Haiti è tanta ma tanta adrenalina.

Haiti è scuola di vita, è aprire la mente di fronte all' “inconcepibile”. Ma è anche imparare ad autocontrollarsi e non lasciarsi sopraffare dai sbalzi d'umore, cosa che può succedere ma che con la pazienza e l'aiuto degli amici diventa solo un altro ricordo.


Infine Haiti è amore, amore verso l'altro, verso il mondo, verso la scoperta di culture nuove; è amore a distanza ma anche amore fresco fresco, appena sbocciato.

E dopo tutte le avventure (e le sventure) che ci sono capitate posso dire che sì, siamo decisamente tornate a casa con qualche capitolo in meno!

Dana

Georgia: un piccolo passo

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Entriamo in casa in punta di piedi.
Ad accoglierci c'è un anziano signore dagli occhi blu intenso che ci fissano in attesa. I capelli grigi e spettinati e la camicia troppo larga.
In molte case, quando entriamo per il servizio pasti, ci attende già un piatto. Qui no, e allora lo chiediamo. L'anziano inizia a a cercarlo con difficoltà. Va in cucina, apre un mobiletto e poi il frigo, ma non trova nulla. Si sposta in bagno e armeggia per un po'. Oltre una tenda, una stanza senza finestre, buia e polverosa; sul pavimento materassi e un cumulo di coperte, poco più in là pezzi di un computer in attesa di chissà cosa e altri innumerevoli oggetti posati a terra come rifiuti; in fondo alla stanza un mobile di legno che lascia intravedere la bellezza che lo deve aver contraddistinto un tempo e nel mezzo uno specchio ricoperto da uno strato di povere, in cui nessuno sicuramente si specchia più. Sulla mensola, in ordine tra crocifissi ed immaginette religiose ortodosse, le foto di una donna: unico segno del passato che deve aver abitato lì.
Delle voci arrivano da una stanza: forse qualcuno parla al telefono.
L'anziano trova il piatto: versato il pasto al suo interno, usciamo.


Torniamo in quella stessa casa una settimana dopo.
Il pavimento è pulito. C'è un po' meno polvere, le coperte sono al loro posto sul materasso, nello specchio ci si può nuovamente specchiare e le tende sono ordinatamente legate da un nastro.
Sembra quasi ci sia più luce. Si respira un po' di più.
Al nostro arrivo l'anziano signore si alza dal letto, ci viene incontro e scambiamo qualche parola. Poco dopo appare un giovane dalla stanza accanto: è la voce che avevamo sentito parlare al telefono. Ci spiega che un parente è arrivato dal paese nel fine settimana e li ha aiutati a sistemare casa.
Anche il piatto oggi ci attende sul tavolo e noi, come sempre, versiamo il pasto e usciamo.





Usciamo. Ma questa volta sappiamo di lasciare l'anziano signore in una casa curata, con un pasto caldo e qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere. Almeno per ora, almeno per un po'.
Non è sufficiente, non è abbastanza. Ma è un passo più in là, via dall'isolamento e lontano dalla solitudine. È segno di un futuro possibile fatto di presenza e vicinanza.

Irene



Heartbeat Haiti: la nostra storia in battere e levare

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Tutto ciò che è vitale ha un suo Ritmo: 

il battito del cuore che ha una sua frequenza. 
La respirazione con il suo ritmo.
Il ritmo circadiano che regola il sonno-veglia.
I tamburi in chiesa che accompagnano le canzoni di Fan Fan.
Le urla dei bambini che coordinate sembrano creare una ballata in grado di buttare giù la chiesa. 

Quando al mattino appena sveglie entriamo nella chiesetta di Pendu veniamo inondate da un ritmo irresistibile. 

Tutti i nostri cuori si sincronizzano con quelli dei bambini sul ritmo quasi tribale dei bans di Christopher.
La nostra respirazione prende lo stesso ritmo perché tutti abbiamo bisogno della stessa energia per gridare forte come Dorsil cucini le sue Banan Pesè. 
Le mani quasi automaticamente iniziano a battere tutte insieme, senza che nessuno si metta d’accordo, il battito delle mani si coordina con quelle del vicino. 

Questa è quasi magia, e ad Haiti se ne intendono di magia.


Certi medici hanno appurato che il ritmo del cuore e della respirazione si possono sincronizzare con le note di certe musiche. 

Ma quando ad Haiti siamo in tanti a sincronizzare cuori, respiro e mani sulle stesse note che succede? 



Succede che Kay Chal!  

martedì 19 settembre 2017

Muri con radici profonde

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La Red Jesuita con migrantes è una rete di organizzazioni gesuite disseminate in tutto il centro america che ha come obbiettivo quello di appoggiare e accompagnare le persone migranti in questa area attraverso tre tipi di azione: l’assistenza diretta alla persona migrante, un lavoro di ricerca ed investigazione sul fenomeno migratorio e l’appoggio a reti e organizzazioni di migranti che rivendichino i propri diritti.
Nell'ambito dei cantieri della solidarietà 2017 abbiamo avuto occasione di incontrare Lea Montes, la direttrice di tale organizzazione a Managua.

Qui un breve resoconto della sua esposizione sulla situazione delle migrazioni in Centro America e alcune considerazioni.

Si possono individuare tre fasi della migrazione in Centro America: negli anni ‘70 la migrazione è soprattutto dalla campagna alla città, negli anni ‘80 si verifica una ondata di migrazioni forzate dovute ai diversi conflitti nella regione, infine negli anni ’90 in concomitanza con l’inizio della globalizzazione si assiste ad una trasformazione e ad un aumento del fenomeno migratorio, cambiano le cause dello spostamento e cambia la composizione dei soggetti in particolare per quanto riguarda quella che viene definita una crescente feminizzazione delle migrazioni.

Risultati immagini per frontiera messico stati uniti
Con l’aumento delle migrazioni a partire dagli anni novanta, cresce in concomitanza l’effetto delle rimesse sul PIL nazionale dei diversi Paesi centroamericani. Ad esempio in Nicaragua le rimesse passano da rappresentare il 2% del PIL a rappresentarne il 9,6%.
Molte sono le famiglie che sopravvivono in Nicaragua grazie alle rimesse mandate dai parenti migrati in Costa Rica o negli Stati Uniti. E la possibilità di supportare un intero nucleo famigliare, spesso è la ragione che spinge donne e uomini a intraprendere lo spaventoso viaggio verso Nord o verso Sud, le infinite difficoltà e i rischi che la migrazione comporta.

Secondo alcuni dati riportati dalla dottoressa Montes sarebbero fra le 200 e 400 mila persone, quelle che ogni anno passano il confine messicano.
Il viaggio attraverso il Centro America è estremamente pericoloso e il 45,7% di coloro che attraversano il Messico diventano vittime del crimine organizzato. Considerando l’esponenziale aumento di minori non accompagnati e donne su questa rotta, alti sono i tassi di violenze e abusi ai danni di questi ultimi (64% delle donne migranti afferma di aver ricevuto abusi).
Si calcola che siano approssimativamente 2464 i migranti scomparsi nella rotta fra Messico e Stati Uniti. Negli anni si sono formati gruppi di madri che, come le madri di plaza de Mayo argentine, lottano per ottenere giustizia e ritrovare le proprie figlie e i propri desaparecidos. 

Nel film “Desierto” uscito nel 2015, viene rappresentato tutto l’orrore del passaggio della frontiera in una forma poco realistica, eppure in parte efficace nel permette allo spettatore di vivere in un ora e poco più di film un'ansia che può ricordare quella che vivono le migranti e i migranti durante tutto il percorso di attraversamento dell'america centrale. Nella pellicola un razzista nordamericano e il suo cane passano il tempo a dare la caccia ai migranti nel deserto on lo scopo di ucciderli; viene messa in scena una caccia all'uomo che ricorda la caccia agli schiavi fuggiaschi dalle piantagioni, battute che spesso e volentieri finivano con i fuggitivi raggiunti e poi sbranati dai cani addestrati, fine che faranno anche diversi dei protagonisti del film.

Risultati immagini per frontiera messico stati unitiStando all'analogia si potrebbe aggiungere che per lo meno gli schiavi, quando riuscivano a fuggire e raggiungere le montagne, erano liberi, i migranti di oggi quando anche riescano a passare il confine si ritrovano schiavizzati dal ricatto costante dei documenti, che nella maggior parte dei casi non otterranno mai e che li costringerà all'invisibilità e allo sfruttamento, spesso quasi schiavistico.

Significativo è anche il dato sul numero di espulsioni, che fra il 2014 e il 2016 ha visto un incremento soprattutto nei casi effettuati via terra, cioè direttamente alla frontiera, su quelle via aereo, evidenziando l’inasprimento dei controlli frontalieri.

La frontiera degli Stati Uniti è ormai in Messico” constata la relatrice, “grazie ad un processo di militarizzazione e securitarizzazione della frontiera che è ben precedente all'era Trump, che ha le sue radici nel rafforzamento militare delle frontiere nel 1994, anno in cui viene firmata la NAFTA (North American Free Trade Agreement) e in cui di contro si assiste al levantamiento zapatista".
Dal '94 in avanti diverse sono state le riforme e i provvedimenti di rafforzamento dei confini, in particolare a seguito dell'attentato del 2001, che ha portato nel 2002 una nuova politica per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti eccezionalmente restrittiva rispetto alla mobilità. E poi ancora riforme nel 2005 con un incremento della polizia di frontiera, nel 2008 con il trattato internazionale di sicurezza siglato da U.S.A. e Messico e ancora nel 2014 con un'ulteriore inasprimento dei controlli alla frontiera. Conclude Lea Montes: “il muro di Trump esiste già”.

Esattamente come in Europa il processo di apertura delle frontiere alle merci, viene immediatamente contrappesata da una chiusura e un controllo sul passaggio delle persone considerate un “rischio” per la sicurezza dei paesi coinvolti nei trattati di libero commercio e la conseguente militarizzazione dei territori.

Quello che la nostra interlocutrice ci fa capire è che il muro di Trump, non è la volontà di un folle che verrà costruito da un giorno con l’altro fuori da qualsiasi legge, ma un processo ben radicato nel tempo che pietra dopo pietra miete costantemente vittime in nome della libertà di pochi e dello sfruttamento di molti. Di tale processo  Trump non è altro che l’ultimo e più convinto portavoce.


giovedì 14 settembre 2017

L’incontro con l’altro, ovvero, Un tramonto inaspettato.

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Che cosa può cercare un ragazzo di trentanni da un' esperienza come il Cantiere? Una prova di fede? Una vacanza alternativa? 
E cosa è un incontro? E cosa c’entra con l’altro?

Per rispondermi e per rispondervi devo fare un passo indietro.
Io non so che cosa vi affascini quando incontrate questi bipedi dai capelli lunghi o corti che popolano la nostra terra..che cosa vi attiri, se uno sguardo, un volto o un modo di fare... io rimango affascinato dalle storie, soprattutto quando raccontate con trasporto, e da quello che raccontano gli occhi, piccoli segreti che lasciano un segno tale da sentire di doverli custodire. Talvolta mi capita di prendere qualcuno e la sua vita come esempio per una riflessione sulla mia, e se necessario, seguirne il modello.

La mia storia con il cantiere inizia anch’essa con un incontro e con una storia, quella di Stefie, ex-cantierista. L' incontrai circa due anni fa e, dopo aver attirato le mie attenzioni con le sue strabilianti doti canore, mi racconto' di sè e della sua esperienza finita da poco ad Haiti. Ascoltai il suo racconto con attenzione e dopo esser tornato a casa colpito iniziai a pensare di voler essere partecipe anche io di una simile avventura. 

Con questa premessa e avendo deciso il Libano come paese di destinazione, mi aspettavo di ritrovarmi immischiato in racconti di persone che avevano visto scene di guerra e sofferenza, di violenza, rabbia. Ascoltare, e farmi poi testimone una volta tornato.
Devo ammettere a voi e a me stesso, che al contrario delle mie aspettative l’incontro con l’altro si è vestito spesso di abiti umili e ordinari prendendo la forma di persone e vite semplici.
Certo, talvolta è stato insperato e stupefacente (riuscite ad immaginare sentir cantare Luigi Tenco da un chitarrista armeno?) ma il più delle volte le tanto attese parole hanno fatto spazio a timidi sorrisi, e sguardi abbassati. L' incontro è stato anche faticoso e incomprensibile, perchè oltre alla barriera, o, per riprendere il tema del cantiere, oltre al muro della lingua si è aggiunto spesso anche quella della incomprensione dei reciproci comportamenti. “Perchè queste donne negli shelter mi evitano se sono qui per  stare con loro?”, mi interrogavo. “E perchè lui si ostina orgoglioso ad avvicinarsi a noi”, si saranno domandate loro. Allora mi sono chiesto: quando incontri una persona con cui non è possibile o non è immediato stabilire un rapporto, ha ancora valore l’incontro? E badate bene che può valere sia per una donna chiusa nelle quattro mura di un centro che non ti guarda negli occhi e, a fatica, poggia il piede di fianco al tuo, che per una coordinatrice o un compagno cantierista.
A questo punto ho iniziato a capire che il cantiere mi dava la possibilità di  rinnovare un metodo partendo da uomo maturo, esattamente come il protagonista del film Benjamin Button. Come se dovessi reimparare a parlare con un nuovo alfabeto, vincere le timidezze e abbandonare la sicurezza delle convenzioni imparate fino ad allora. Ridiscutere le modalità di rapporto con le persone (sopratutto donne e bambini) che incontravo.

In conclusione, dunque, se state cercando un motivo per spendere le vostre vacanze lavorative in una esperienza simile, immischiatevi! Inizierete a chiedervi il perchè dei comportamenti delle persone incontrate, ed intuirete che il non capire era dovuta anche ad una vostra mancanza di sensibilità. Scoprirete il valore del rapporto e della sequela, piccoli passi quotidiani da fare giorno per giorno per avvicinarsi all' altro e farsi accettare. Imparerete la base di uno sviluppo umano fondato semplicemente sulla presenza. Sembra ovvio, come il fatto che il sole debba tramontare ogni giorno, ma non lo è. Se  darete per scontato l'incontro, il rapporto con l'altro non verrà nè coltivato nè approfondito. Se invece tornerete a stupirvi ogni giorno di un sole che cade, perchè ci è dato, riconoscerete la novità che è l' Altro.
Cari coetanei "vecchietti", in bocca al lupo.
Gianluca

martedì 12 settembre 2017

Incontrare l'altro

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Che vuol dire incontrare l’altro? 
Tutti noi ogni giorno incontriamo moltissime persone, o almeno questo é il modo in cui ci esprimiamo. In quest’anno ho capito che la maggior parte delle volte noi non incontriamo le persone, l’altro, noi semplicemente ci presentiamo all’altro (e l’altro si presenta a noi) di sfuggita, mostrando solo la nostra facciata; solo quella parte esteriore , ciò che vogliamo far vedere. Come quando si vede una chiesa, ci fermiamo a vedere la facciada senza entrare. Ci accontentiamo dell'esteriore.

Incontrare l’altro é entrare, condividere, é partecipare alla vita dell'altro ma molto spesso non riusciamo o non vogliamo farlo.

Quest’anno per me é stato un anno molto particolare, in un primo tempo, ho avuto abbastanza difficoltá nell’incontro con l’altro, nel voler comprendere l’altro, nel partecipare alla vita dell’altro. Questa, passatemi il termine, sofferenza ha fatto sí che io mi chiudessi, non volessi piú aprirmi all’altro, incontrarlo, per paura, per la delusione subita. Avevo il desiderio, e la necessità di rimanere con me stessa, per non soffrire piú; volevo evitare di esser parte di altre storie che alla fine mi avrebbero lasciato solo tanti vuoti e insicurezze.

Cosí quando mi é stato comunicato che avrei dovuto fare da referente a 8 ragazzi italiani che venivano in Bolivia per tre settimane io non avevo alcuna intenzione di accettare questo incarico. Il timore di poter soffrire ancora mi frenava ma una forza di responsabilità e di fiducia datami dai miei superiori mi ha permesso di accettare.
Al primo incontro con questi 8 ragazzi sono andata senza nemmeno sapere quali fossero le loro facce, conoscevo appena i nomi ma i nomi non ti dicono come sono le persone. Non avevo neppure un umore predisposto all'incontro; si potrebbe dire che ero nel mio mondo, senza il desiderio di conoscerli, di entrare nella loro vita. Questo mio atteggiamnto interiore ovviamente si rifletteva anche nel mio modo di comportarmi infatti durante l'incontro ero distaccata, fredda, avevo messo un muro di protezione tra me e loro, una "barriera protettiva". Il mio obiettivo non era conoscere queste persone, ma semplicemente compiere gli obiettivi del progetto Cantieri e fare in modo che potessero trascorrere tre settimane in Bolivia felicemente proprio come mi era stato chiedo da i miei superiori.

Non volevo conoscerli, non volevo aprirmi con loro ma non ci sono riuscita. Dopo alcuni giorni non potevo continuare a rimanere una statua inerme che non provava nulla per questi ragazzi. Non è il mio carattere, potevo continuare a forzarlo ma per quanto?! Altri due tre giorni e poi questa situazione non mi era naturale, sarebbe stata una forzatura per me è sarei risultata tutt'altro che una piacevole compagnia.
Mi sono rivista in loro, quando son venuta in Bolivia per la prima volta, tutti i miei dubbi, l'incapacita di adattarsi e le mille curiositá cosí con il tempo si è instaurato un bel dialogo tra noi, loro si sono aperti e io di conseguenza. Mi sono "entrati dentro", li ho sentiti come una mia responsabilita, come delle creature da proteggere ed é lí che é iniziato l’incontro. In tre settimane ho riscoperto la bellezza dell’incontro con l’altro. Un incontro di sguardi, un incontro di parole, di silenzi, o semplicemente di gesti che si impara a riconoscere, a capire, per il quale non serve nient’altro. Ho conosciuto delle persone vere, che si sono aperte e che mi hanno permesso di trascorrere delle settimane belle ed intense, tra le migliori del mio anno in Bolivia. 

Incontro con l'altro

Infine, quello che ho capito dell’incontro con l’altro é che non basta la buona volontá di mettersi nei panni dell'altro, non basta l'ascoltarlo, la comprensione, l'aiuto se necessario, ma serve anche la volontá del cuore, serve la predisposizione dell’altro a lasciarti far entrare nella dua vita, nei suoi problemi, nella sua intimità. Serve la reciproca predisposizione alla vera conoscenza senza giudizi o pregiudizi. Serve esser disposti a condividere una parte di voi stessi, gli sguardi, i gesti, le storia, i pomeriggi o intere settimane. Serve togliere tutte le maschere per esser autentici, per esser se stessi. Se da entrambe le parti c'è tale volontá all'incontro, beh che dire.. é una delle piú belle esperienze che si possano vivere!! E che auguro a tutti di poter vivere!

lunedì 11 settembre 2017

Vedere attraverso altri occhi

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In ogni viaggio una parte di noi si mette in gioco svelando un lato  del nostro carattere che non sapevamo di avere, riscoprendo noi stessi attraverso occhi sempre diversi; e quale migliore specchio se non quello dei bambini. Tutti diversi, alcuni cresciuti forse un po' troppo in fretta ma con la stessa voglia di giocare e di essere semplicemente felici, almeno per un po'.
In mezzo a loro ho notato una forza più grande sia per età sia per potenza della voce nelle esclamazioni di gioia. Un ragazzo a cui piaceva  vincere ma capace di perdere, che voleva semplicemente correre o meglio, avere le ali per riuscire a volare. Era il più grande dell'orfanotrofio, si prendeva la responsabilità su tutti i bambini ma nel suo sorriso si celava il desiderio di un abbraccio.
Quando negli articoli di giornale si legge che la Moldova scomparirà perché tutti se ne saranno andati ti viene spontaneo guardare i suoi grandi occhi marroni e pensare a quale sarà il suo destino, il suo futuro sperando almeno di potergli dare una risposta; ma lui lo sa che sei solo una comparsa nella sua vita.
Il suo nome è Edoardo.


Moldova: Corso serale di rumeno con Valeriu

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                                                                                                05/08 h.21:30, scuola russa di Hincesti

“Bună seara, sunt Valeriu: profesorul tău de limba română”

La lavagna nera a fiori (giuro!) recita queste parole e Valeriu ci guarda divertito.
Ci siamo appena sistemati nella scuola russa di Hincesti e abbiamo deciso di sfruttare l’occasione per farci dare lezioni di rumeno, che sì detto così fa un po’ ridere, ma anche riflettere sulla complessità culturale di questa terra, sulle sue contraddizioni e sulla sua storia.
Ma non distraiamoci: il nostro profesorul spiega veloce e dopo una settimana a Ratus dove abbiamo usato soltanto gesti, è meglio se non ci perdiamo nulla.
E’ strano trovarsi di nuovo dalla parte di chi impara, ma in fondo qua in Moldova abbiamo capito che le posizioni sono invertite: sono i bambini tutti i giorni a dare tanto a noi e non il contrario come avremmo creduto, sono loro con la loro gioia e spontaneità a salvarci un pochettino dai nostri mille e inutili problemi.

“CIAPA – cipolla
CARTOFI – patate
MORCOVI – carote
…”

Non è l’inizio di una ricetta moldava, ma quello che ha voluto insegnarci il nostro prof: chissà sarà che avrà ancora fame?
Non lo so, ma so che domani non riuscirò ancora a esprimere in rumeno tutto quanto mi frulla per la testa (a meno che non desideri una particolare bors!).
Questo mi fa sentire un po’ vulnerabile, io che ho sempre la frase pronta per tutto devo farne a meno e scoprire che c’è tutto un mondo di sguardi, di sorrisi e gesti da esplorare e che fa sì che quando ci sia l’intenzione si riesca sempre a comunicare (in caso contrario c’è sempre google translate!).
La lingua diviene così importante, ma non fondamentale: è importante perché dire qualche parola nella lingua dell’altro che incontro esprime attenzione e cura e poi le nostre pronunce bizzarre mettono di buon umore; non fondamentale perché sorrisi e gesti arrivano dove le parole non riescono.

Sì perché noi ci abbiamo provato e riprovato mille volte ma la i piccola che c’è in vulpi proprio non riusciamo a dirla, insomma si sente questa i o no?
Dopo mille risate ci siamo arresi, in fondo l’importante è saper dire mulțumesc!

E quindi un enorme MULTUMESC a tutti per questa esperienza unica


Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli

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Non è facile provare a riassumere in un singolo post quella che è stata la mia esperienza in Moldova. Al ritorno in Italia tante persone mi hanno chiesto di raccontare, di parlare, di provare a spiegare qualcosa di una terra che a noi italiani è pressoché sconosciuta. Anche il nome, spesso, ci viene difficile da ricordare. Si chiamerà Moldova o Moldavia? È uno stato indipendente o è semplicemente una regione della Romania? Queste e altre mille domande frullano nella testa di ciascuno che parla con me, come frullavano nella mia prima di partire per tre settimane verso quella terra, allora, sconosciuta. La verità è che per noi italiani la Moldova, se e quando significa qualcosa, ci ricorda solo le tantissime ragazze, e donne, che vengono nel nostro paese in cerca di un po’ di fortuna e sostentamento economico, scappando da una terra natia che non le può vedere protagoniste. Ma in realtà questa è solo una piccola parte del tutto. Ho provato quindi a raccontare un po’ di quello che è stata la Moldova per me partendo da una singola parola, una parola ambigua e ricca di contraddizioni come lo è la terra che mi ha accolto per tre settimane.

Moldova è povertà’. Ebbene sì, la Moldova è un paese poverissimo. Con un PIL di circa 7 miliardi di dollari, la Moldova è addirittura il paese più povero d’Europa. Il settore industriale è decisamente debole e tutta l’economia si sostenta, o almeno tenta di farlo, sul settore agricolo. Nella pratica, questo significa che il paese dipende per molti dei suoi fabbisogni- sia nutrizionali che energetici- dalle importazioni, e questo fa sì che la Moldova si trovi gioco forza legata all’influenza russa. Cosa significa però, e cosa ha significato per noi, questa povertà? Significa che il PIL pro capite a parità di potere d’acquisto (ossia considerando il valore dei beni che, con la somma in questione, possono essere acquistati in Moldova) è di circa 5000 dollari all’anno. Che, per noi italiani, vorrebbe dire poco meno di 350 euro al mese. Oltre ai freddi numeri, questa povertà era evidente in tanti momenti del nostro quotidiano. Vedevamo la povertà nei volti delle persone, spesso scoraggiati o diffidenti. Vedevamo la povertà nei piccoli supermercati, dove poche merci, e sempre le stesse, erano disponibili, e l’abbondanza di scelta che abbiamo noi nelle nostre città era solo un ricordo lontano. Vedevamo la povertà anche nei bambini che accoglievamo ogni mattina per la nostra “tabara”, una sorta di oratorio nostrano; bambini in grado di emozionarsi e rimanere stupiti da ogni singola cosa, anche la più semplice, perché sono stati cresciuti nell’assoluta mancanza di risorse.

Eppure i loro occhi, le loro mani, le loro menti non si fermavano lì. C’era qualcosa di più grande che dava un senso a quella povertà, qualcosa che è difficile comprendere realmente finché non lo tocchi con mano. Qualcosa che, però, è scritto a chiare lettere nel Vangelo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Questi ragazzi, come tante altre persone che abbiamo incontrato nella nostra esperienza di volontariato, ci hanno saputo realmente mostrare cosa sia la povertà di spirito. Una povertà che si manifesta nello stare bene con sé stessi, e con gli altri, a prescindere dalla propria ricchezza, a prescindere dalle proprie distrazioni e dalle proprie voglie. Una povertà che è anche capacità di riconoscere che si è parte di un disegno più grande, che il nostro io non è necessariamente al centro dell’universo, ma c’è un “Noi” molto più grande e molto più importante di cui noi siamo una semplice componente, per quanto essenziale agli occhi di Dio. Come ha ricordato Papa Francesco nel suo Discorso ai giovani per la XXIX Giornata Mondiale della Gioventù, è necessaria una conversione riguardo ai poveri, una conversione che riporti il valore della solidarietà al centro della cultura umana. Solo così è possibile vincere la cultura dell’indifferenza che fa sempre più parte del nostro quotidiano. Al tempo stesso, però, c’è da fare un ultimo, fondamentale passaggio, nel quale l’esperienza di questa estate si è rivelata cruciale. Le persone che abbiamo incontrato ci hanno fatto capire come i poveri non siano solo persone a cui è necessario dare qualcosa. Certo, molte volte è così e sicuramente questo aspetto è quello più appariscente ai nostri occhi. Ma c’è qualcos’altro, in sottofondo, che spesso ci sfugge. Infatti le persone più semplici, con meno mezzi, i poveri in spirito ma spesso anche materialmente, hanno in realtà tantissimo da offrirci. Il rispetto per la propria dignità, l’importanza dell’umiltà, il valore, anche simbolico, della generosità. Come la vedova che getta le sue uniche due monete nel tesoro (Lc 21,1-4), anche i bambini delle nostre tabare, come anche le ragazze disabili che abbiamo aiutato nella seconda settimana, erano capaci di donare con gioia tutto quello che avevano. Poteva essere poco, poteva essere sporco, poteva essere semplice, ma rappresentava in quel momento per loro- e per noi che ricevevamo- il bene più prezioso.

Questo è l’insegnamento più importante che ho portato a casa. L’insegnamento della povertà e della sua accettazione, non remissiva ma impregnata di voglia di fare e cambiare, quella che animava ad ogni ora del giorno i volontari moldavi con i quali abbiamo lavorato. La Moldova è un paese povero, è vero. E purtroppo è anche un paese con poche prospettive di rilancio economico e politico, almeno nel breve termine. Ma la povertà può e deve essere la base per una nuova crescita, che sia il più possibile sostenibile e a beneficio di tutti, perché le speranze racchiuse negli occhi dei nostri bambini non rimangano imprigionate ma possano, finalmente, prendere il volo. Perché anche i Moldavi hanno diritto a un pezzettino del regno dei cieli già su questa terra.



Francesco Gatti