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giovedì 5 settembre 2019

Nairobi. “Africa è”

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Cos'è Africa? 
Trascorse tre settimane di cantiere a Nairobi possiamo dire che Africa è mille colori, sguardi e sorrisi.
È balli, canti e risate fragorose e spontanee.
È confusione in città, traffico sulle strade e soprattutto caos nella testa.
È stare ore e ore in coda senza lasciarsi mai prendere dallo sconforto.
È cucinare un risotto per 13, tagliare e pelare ogni sera chili di patate o di carote.
È bambini che ti corrono incontro per salutarti o semplicemente darti la mano.
È puzza di plastica che brucia ma anche profumo di un chaparro che cucina chapati.
È lezione di acrobatica che ti fa sudare ma di cui poi rimani soddisfatto.
È calma di Cafasso House e fatica nei campi la mattina.
È infinite partite di calcio e pallavolo sotto il sole cocente del pomeriggio con i nostri ragazzi.
È rimanere svegli a parlare per ore fino a tardi la sera.
È soffrire per farsi fare le tanto desiderate treccine e sciogliersele il giorno dopo.
È Sister Gertrude e Benedict.
È pulire e tagliare il cabbage dell’intero orto di Cafasso parlando di gossip tra ragazze.
È YCTC e chiacchiere con i ragazzi.
È scoperta di un mondo diverso, assurdo ma forse per quello così affascinante. 
È campanella che suona per scandire la giornata.
È ritrovarsi tutti per bere il chai bollente delle 10.30.
È ugali, sukuma wiki e ghitheri ogni giorno aspettando con ansia i chapati del venerdi sera.
È strade con matatu e piki-piki ad ogni angolo.
È compagni di viaggio da scoprire.
È forzata condivisione di ogni goccia d’acqua.
È nutella e mandazi prima di andare a dormire.
È svegliarsi il mercoledì mattina e saltare giù dal letto per controllare se è arrivata finalmente l'acqua.
È farsi prossimo.
È Korogocho, Mathare e Soweto ma anche Kibiko, Napenda kuishi e G9.
È pianto in silenzio ma anche sorriso nel capire che non solo tu provi quel senso di tristezza infinita.
È incomprensione e turbamento.
È condivisione e confronto.
È post-it colorati e parola del giorno. 
È "Dove e quando" come sottofondo fisso a casa e sul matatu privato.
È tazze rosa di Cafasso portate a casa e personalizzate con nastro adesivo.
È "fare serata" all'Africano.
È imprevisti come finire il gas e rimediare prendendo pollo, patatine, samoza, chapati, birra e coca d’asporto.
È "ragazzi dividiamoci tra mercato e tumaini" per fare la spesa.
È risparmiare ogni singolo scellino.
È “Pandana" e "African beauty" a tutte le ore.
È tempo che si dilata e di cui si perde ogni concezione.
È ballare tre ore a Kibiko senza rendersene conto.
È il primo emozionante viaggio in piki-piki e un fantastico matatu da 21.
È storie che ti entrano nel cuore e che lì rimangono.
È silenzio, imbarazzo, difficoltà.
È incontri e ascolto.
È imparare da persone che non hanno nulla, se non un'infinità di cose da insegnarti.
È passare davanti al banchetto di Juliet tornando a casa e fermarsi a chiacchierare.
È stoffe colorate cucite tutte dalla povera Bila.
È diventare abili professionisti nel contrattare al masai market.
È lavatrici eterne che poi, in fondo, non lavano.
È riuscire a lavare a otto mani un esercito di calzini bianchi, ormai diventati arancioni, senza arrendersi.
È terra rossa, terra rossa ovunque.
È safari in bici e fatica nel pedalare sotto il sole cocente dell’una.
È urlare “prendila!” quando vedi una giraffa che corre.
È avere paura che gli ippopotami ti attacchino da una barchetta traballante in mezzo al lago.
È essere un "muzungo" in mezzo alla folla e dimenticare di esserlo.
È scarpe sporche e magliette bianche che non torneranno più come prima.
È braccialetti colorati ed estenuanti lezioni per imparare a farli.
È aiutarsi a lavare i capelli con catino e bottiglia.
È vedere i tuoi compagni addormentarsi in ogni dove e svegliarli di soprassalto.
È tornare e sentire un senso di vuoto.
È semplicemente "home".
Forse (sicuramente) Africa è molto più di questo, ma questa è la nostra Africa.



Asante sana Africa!
 Vittoria e Laura

sabato 31 agosto 2019

Kenya. Tra un CONDIVIDERE e un altro...

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Come ci viene ripetuto dal primo giorno di formazione i Cantieri della Solidarietà sono anche e soprattutto CONDIVISIONE, ma cosa si intende con questa parola?
Forse dividersi l’ultimo pezzo di pane e Nutella o l’ultimo mandazi custodito gelosamente con il proprio compagno di viaggio?
Scrivere la parola del giorno e il proprio pensiero su un post-it per poi parlarne con il resto del gruppo?
Aiutare i ragazzi di Cafasso nei loro doveri giornalieri e non solo nel momento del gioco?
Beh sì, forse è tutto questo e molto altro… per me la parola CONDIVISIONE ha preso forma anche e soprattutto durante le varie testimonianze e voci che questo cantiere, in quel di Nairobi, ci ha permesso di ascoltare; testimonianze profonde, sincere, belle, parole di vite dedicate alla missione ma soprattutto a quell’Altro in difficoltà.
Siamo passati da tanti volti e voci diverse: dal mitico e unico Padre Maurizio in quel di Korogocho e Kibiko, che insieme ai suoi ragazzi ci ha fatto passare giornate indimenticabili e piene di vita, lì dove la vita era forse presa un po’ sottogamba, al grande Dominik, che all’interno dello Slum di Mathare, riesce ad occuparsi di un enorme e bellissimo campo da basket, che tiene ogni giorno almeno un centinaia tra bambini e ragazzini che hanno iniziato a credere nello sport come punto d’incontro e di svago, che riesce a tenerli lontani dalla strada almeno per qualche pomeriggio a settimana, fino ad arrivare a Simone, Angelo, Antonio che hanno deciso di dedicare gran parte della loro vita a ragazzi e persone abbandonate a se stesse, cercando di ridare loro un senso di “famiglia”.
Ma in mezzo a tutte queste voci c’è quella inconfondibile della nostra Sister Gertrudes, Suora Missionaria della Consolata, presenza insostituibile a Cafasso ormai da quasi 3 anni, e punto di riferimento per tutti i ragazzi e lo Staff.
Nata e cresciuta in Mozambico, ma la sua chiamata, i suoi studi e la sua Missione l’hanno portata in giro per il mondo, passando dall’Italia, da Londra, facendo una tappa nella “freddissima Mongolia”, come la definisce lei, fino al ritorno nella sua Africa; conosce molto bene almeno 6 lingue tra cui il francese, l’inglese, l’italiano, lo swahili e il mongolo.
Ha lavorato nelle scuole con i bambini, facendo loro catechesi; ha lavorato con le donne, insegnando loro a cucinare in modo tale da sfruttare al meglio le risorse a loro disposizione e ha portato il cibo ai villaggi più lontani; è riuscita a superare le rigide condizioni meteorologiche e di vita della Mongolia, che hanno come conseguenza un numero altissimo di uomini alcolizzati, che utilizza l’alcol come scudo contro il freddo; per questo motivo ha collaborato all’interno di case che ospitano queste persone almeno per la notte, in modo da evitargli la strada.
Alla domanda: e adesso? Cosa fai? Beh adesso si destreggia tra YCTC, il carcere minorile di Kamiti, e Cafasso; lei ripete sempre che si trova in mezzo a ragazzi che le fanno venire il mal di testa tutti i giorni e che prima o poi la faranno impazzire, ma ai quali vuole un bene infinito e per i quali si batte ogni giorno perché possano riacquistare fiducia e speranza, e decidano di prendere in mano la loro vita.
La sister è colei che porta rigore ma allo stesso tempo divertimento e solarità, ogni giorno ha qualcosa da dire e da insegnare ma allo stesso tempo è pronta ad ascoltare chiunque le si presenti davanti; ed è proprio vero che da una grande donna derivano grandi responsabilità.
Ci parla dei Cantieri della Solidarietà come di un appoggio, un appiglio a cui aggrapparsi, e come un qualche cosa di davvero importante per i ragazzi, che possono sperimentare così nuovi giochi, nuove attività, conoscere nuove persone e prendere tutto ciò che di positivo c’è in loro, e imparare a condividere la giornata.
Ed ecco che la parola Condivisione torna nuovamente: Condividere la giornata.
Non ho dunque altro da aggiungere se non un GRAZIE a tutti coloro che hanno CONDIVISO la loro giornata con me e un grazie speciale a Sister Gertrudes, che malgrado tutto non smette di credere nelle persone!

Sara P.


lunedì 19 agosto 2019

Kenya. L'Araba fenice

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to become a good person and to change; I want to go to school, to search a job and I want to help my parents to get-out of the poverty”.

Queste poche parole sono la risposta di Camcuria o meglio Ismael, il suo vero nome, alla mia domanda “cosa fai qui?”.
Possono essere parole che estrapolate da un discorso possono sembrare banali, ripetitive. Quante volte sentiamo dire di voler diventare una persona migliore o meglio ancora, di voler cambiare dall’oggi al domani il proprio modo di essere.
Ecco invece questa volta hanno fatto breccia nella mia mente e soprattutto nel mio cuore. Mi rimbombano quotidianamente nel cervello come un assolo di tamburi, bum bum bum, sì perché questa volta lo posso dire forte, è diverso.
In queste prime due settimane a Nairobi ho visto tanta speranza negli occhi di questi ragazzi che mi ha fatto capire veramente che si può ritornare ad essere se stessi e non continuare a vivere (o meglio sopravvivere) con l’etichetta di bad-person che le condizioni di vita ci impongono di essere.
Ismael è uno dei tanti ragazzi che vivono a Kibiko, una scuola di vita incantevole immersa nelle colline della capitale. Perché, come dice padre Maurizio, ognuno di noi ha diritto al bello, soprattutto coloro che di bello nella loro esile vita hanno avuto poco o niente.
Ismael, è bello dirlo, è uno dei tanti. É uno dei tanti che ha voluto e scelto questo percorso, perché al posto suo potrei scrivere Crispine, Njuguna, Nathan, Waylong, Wesley, Francis e tanti altri ancora. Un insieme di nomi, di storie, di vite che fanno credere in questa rinascita. Fanno credere in questa nuova generazione di giovani che vogliono un futuro pieno, ricco di vita e di sogni.
Un ingegnere, un architetto, un musicista, un maestro ballerino, un meccanico, un dottore e persino il papa: questi sono i nostri ragazzi ed è quello che sognano e che io auguro loro davvero con tutto il cuore di raggiungere.
Mi rivedo molto in loro, quella voglia di riscatto, di lasciarsi alle spalle la parte peggiore di se stessi e di cercare il bello, di voler raggiungere il bello.
Perché non importa se W. è dovuto diventare spacciatore per potersi comperare i libri per andare a scuola, l’importante è che guardando quei libri si ricordi della fatica del proprio passato e della forza che sta mettendo in gioco per la sua felicità e per poter finalmente dire ai propri genitori, che ormai non credono più in lui, “ce l’ho fatta anche io!”.


Roberto



Kenya Nairobi. Due di tre

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Secondo Njuguna, uno dei ragazzi di Cafasso, la cena della domenica deve essere leggera, così da poter attaccare con maggiore energia il lunedì imminente. 
Per noi è stata cena di pasta al pesto, un intervallo all'amato cibo africano, e ci fa mettere sulla tastiera dopo avere trascorso due settimane a Kahawa West, quartiere periferico di Nairobi, Kenya.

Cafasso è il nostro campo base, dove trascorriamo la maggior parte del tempo con i ragazzi che, usciti dalla YCTC, centro di detenzione minorile, hanno deciso di aderire a questo progetto. 

Qui la mattina si lavora nei campi e nel pomeriggio si gioca, a calcio e a pallavolo principalmente. 
Dopo solo tre giorni ha tutto già il sapore della famigliarità, soprattutto perché dopo il primo mercoledì lasciamo Cafasso per tornarci solo domenica sera. 
Visitiamo diversi progetti: Kibiko, Napenda Kuishi, Boma Rescue e altri due centri a Korogocho. 
Queste righe non sono lo spazio adeguato per scendere nel dettaglio, qualcuno di noi magari lo farà: ci vorrà del tempo per poter scrivere riguardo la baraccopoli
Il weekend inizia in capitale, la ricchezza di alcuni quartieri stride con la povertà vista nei giorni precedenti. Domenica è prima esperienza di messa africana per molti, in swahili, non particolarmente breve. Finalmente domenica nel tardo pomeriggio si torna a Cafasso, ci accolgono con i chapati, cena memorabile, sicuramente non in linea con quanto predicato da Njuguna.

La seconda settimana si apre con la visita alla YCTC: qui ragazzi in attesa di condanna e ragazzi condannati si uniscono per giocare con noi a calcio e a pallavolo, e per le chiacchiere. Per i secondi la pena è di 4 mesi, per i primi incombe l’incertezza e la preoccupazione di giudizi che si fanno attendere anche per anni. 
Con i nostri di Cafasso si continua come se fossimo qui da sempre, mentre alcune delle nostre mani accusano la durezza del manico della zappa, arnese poco impugnato a casa. 
Si torna anche in baraccopoli, altri progetti, altre sensazioni, forse ci sarà spazio anche per queste. Per ora basta dire che la seconda volta non è come la prima: ci si può davvero abituare anche a questo?
Si incontrano italiani di altre organizzazioni che condividono con noi il Kenya per un periodo più o meno lungo della loro vita.

Questo weekend abbiamo fatto un po’ i turisti tra zebre, facoceri e ippopotami. Oggi, domenica, durante la messa si celebra un matrimonio e alcuni battesimi; non particolarmente breve neanche questa celebrazione. 

Poi, nel pomeriggio siamo stati a Karura Forest con in ragazzi di Cafasso.

Domani inizia il nostro ultimo lunedì, siamo pronti ad attaccarlo come fa Njuguna, al di là del fatto che la pasta al pesto di stasera sia stata pasto abbondante.

giovedì 21 giugno 2018

Prossima Fermata: Nairobi

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Milano, 17 giugno 2018

Giorno 0: Pronti, partenza, via!

Oggi è il giorno che stavamo aspettando e la nostra grande nave Pamoja è finalmente in (aero)porto. Tutto è pronto per il viaggio. Forse c'è il sole, o forse no...è difficile scorgerlo dall'oblò.
Il mare sembra in burrasca, ma siamo certi che arriveremo alla meta. 
Con il nostro equipaggio, metterci in mare non fa più paura. I nostri capitani, Alice e Giacomo, ci hanno aiutato a preparare il necessario e sono pronti a fare ed essere tutto ciò di cui ci sarà bisogno: timonieri, guide, psicologi, medici...saranno perfino pronti a cedere la doccia e il bagno!
Ognuno di noi altri 8 porta qualcosa di suo, e anche se sembriamo messi insieme senza un criterio, siamo fiduciosi di riuscire a funzionare bene come squadra:

  • Camilla - La marinaia curiosa
  • Elisa - Il bardo di bordo
  • Enrico - Il semplice mozzo
  • Francesca - La cambusiera sorridente
  • GiuliaM - La giocoliera e fotografa di bordo
  • GiuliaV - La carpentiera 
  • Sara - La giullare di bordo
  • Silvia - La cuoca tuttofare

Abbiamo caricato sul ponte anche i topi da slitta, perché non possono mancare in caso di necessità. 
Nella stiva abbiamo stipato tutti gli oggetti che non possono rimanere in Italia: la chitarra, l'ukulele, (Enrico ricordati il passaporto!), sapone di Marsiglia in gran quantità, Pussa Via Zanzara! e viveri, acqua e altri "rimedi" per sopravvivere alla traversata.

E dato che questo viaggio non è come tutte le altre partenze, non possono mancare in stiva anche il bagaglio delle proprie esperienze passate, accompagnate da ascolto reciproco e collaborazione tra i membri del gruppo, dalla comprensione, dalla voglia di mettersi in gioco e dalla pazienza di sapersi imperfetti accettando l'imperfezione altrui; e, ancora, troviamo un angolino della nave in cui far spazio alla sincerità e alla solidarietà che servono per essere punti di riferimento e di appoggio per tutti gli altri membri dell'equipaggio. 

In questo giorno che speriamo essere di sole (ma potrebbero esserci le nuvole, vi giuriamo che non si capisce dal tavolo attorno cui siamo seduti intenti a mettere giù questi pensieri), abbiamo iniziato a spiegare le vele, al grido di PAMOJA SI PUÒ! 
Il viaggio vero sarà lungo (quasi 11 ore), ma siamo pronti. E abbiamo davvero, davvero voglia di partire.

Non ha senso aggiungere altro, per ora. Questo diario, come questo viaggio, è appena all'inizio.

Cantiere Nairobi


Hebu twende pamoja


martedì 13 febbraio 2018

La ragazza senza un'identità - SCE Mombasa

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Il Lunedì pomeriggio dopo il nostro rientro abbiamo ricominciato con le attività al Mahali Pa Usalama, un Rescue Centre dove vengono accolti bambini e ragazzi allontani dalle famiglie,o perché vittime di abusi o perché provenienti dalla strada. 
Dopo un po’ d'incertezza sull' attività da svolgere, se proporla proprio quel giorno oppure aspettare ancora un po’, alla fine una storia (debitamente tradotta in inglese) ha dato il via alle nostre attività.

Recita così:

C’era una volta una bambina che aveva un nome, come tutti i bambini del mondo: era allegra, vivace e spensierata e andava spesso a giocare in un bel giardino verde. Un giorno lanciò la palla al di là di una siepe e quando andò a cercarla, non la trovò. Cerca qua, cerca là, la palla non c’era: la bambina era stupita e anche un po’ spaventata. Ad un tratto sentì una vocina, in alto: “E’ tua questa bella palla, piccolina?”.
La bambina guardò su e vide un ometto magro seduto a cavallo di un ramo: aveva la palla fra le mani.

– “Certo che è mia. Dammela!” disse la bambina
– “E tu, cosa mi dai in cambio?” 
– “Niente! La palla è mia!”
– “Ma adesso ce l’ho io!”
– “Non ho niente da darti!” disse la bambina
– “Si che ce l’hai: dammi il tuo nome!”.
Pensando che l’ometto scherzasse, la bambina gli disse: “Va bene, te lo do: butta la palla!”. Quello sorrise, lasciò cadere la palla, lei la prese e tornò a casa.
Ma, dopo poco, inizio’ a sentirsi strana. E più strana si senti’ quando si accorse che la salutavano senza più dire il suo nome: poi, pensandoci, si accorse che nemmeno lei lo ricordava. 

– “Mamma, come mi chiamo io?” disse allora la bambina a sua madre. 
– “Tu? Non hai nessun nome!”– disse la mamma. 
La bambina andò a guardare i suoi libri, i suoi quaderni, i suoi giochi e vide che non c’era nessun nome. 
– “Tu, scendi a fare merenda!” gridò la mamma di sotto. 
«La mamma mi ha sempre detto di non chiamare nessuno con un Tu…l’avrà fatto proprio perché io un nome non ce l’ho più…» pensò con tristezza. Allora, piangendo, la bambina prese la palla, andò al giardino e si fermò proprio sotto l’albero. L’ometto era ancora lassù, con la mano chiusa e sorrideva. 

– “Ridammi il mio nome! Ti darò la palla, se vuoi!” gridò la bambina. 
– “Tieniti la palla, piccolina, e anche il tuo nome: e un’altra volta, non darlo a nessuno, capito?”.
L’omino aprí la mano; all’improvviso la bambina ricordò di chiamarsi Antonella e si mise a saltare per la gioia! Corse a casa e la mamma le chiese: 
– “Dove sei andata, Antonella?”
– “Avevo perso una cosa importante, mamma” disse la bambina e lo disse così seria che la mamma le diede un bacio di quelli che fanno rumore.


Roberto Piumini – estratto dal libro “C’era una volta, ascolta”


Una volta terminata la lettura della storia, abbiamo chiesto ai bambini cosa avevano ascoltato … timidamente prima a voce molto bassa, poi con più coraggio abbiamo ripercorso insieme tutti i passaggi della storia. E allora era arrivato il momento di chiedersi: "ma un nome è davvero così importante?", "sì, certo!"; "a te piace il tuo nome?", "si mi piace molto" è la risposta di tutti. "Allora siamo tutti d’accordo che il nostro nome è bello e importante …. ma perché?"; un po’ di silenzio, poi qualcuno dice: "il nostro nome serve per essere chiamati, per non essere solo un TU". "Vero, verissimo … quindi cosa potremmo dire, che il nostro nome è bello e importante ed è prezioso per ognuno di noi perché..."; e una delle ragazze più grandi aiuta tutti dicendo "perché ci fa essere delle PERSONE, ci dà un' IDENTITA'!". 

WOW, che bello sentire questi pensieri uscire dalla mente dei bambini e vederli capire e realizzare che sì, avere un nome e’ più che importante: è un DIRITTO di ogni bambino. Così, come attività finale, ognuno di loro ha colorato e decorato il proprio nome, stampato in lettere doppie,con cura e creatività, cercando di renderlo il più bello possibile!




Torniamo a casa contente e soddisfatte dell'attività e lasciamo trascorrere i giorni della settimana che ci vedono impegnate in ufficio. Giovedì torniamo al Mahali e durante la mattinata aiutiamo nelle lezioni scolastiche della mattina che ci inglobano completamente, perché i più piccoli stanno davvero lottando contro addizioni e sottrazioni! Le ragazze più grandi compaiono ogni tanto, non sono in classe perché stanno aiutando in cucina. Così per tutta la mattina non mi accorgo che manca Jo., la ragazza più grande del centro, colonna portante e guida per i più piccoli, aiuto per le mamas e responsabile della custodia delle chiavi: una ragazza sveglia, brava, curiosa e sempre disponibile a giocare con noi e ad aiutarci con le traduzioni in kiswahili."Jo. dov'è?" chiedo ingenuamente alla mama all'ora del pranzo; "Jo. non c'è. E' andata via!". 



"COME??????" pensa la mia testa "non è possibile, non abbiamo nemmeno potuto salutarla, non si parlava che avesse dovuto andarsene a breve…come mai? E poi non abbiamo nemmeno potuto consegnarle il lavoro del suo nome…si era impegnata così tanto!!". Tutti questi pensieri si manifestano in un: "AH, davvero? Come mai?". La mama mi risponde che nessuno lo sapeva, neanche Jo., la Sister le ha detto la sera per il giorno dopo che sarebbe dovuta tornare a casa e lei ha fatto le valigie e se ne è andata. Le domande nella mia testa arrivano ad una velocità estrema…perché se ne è dovuta andare proprio adesso? Ma è stata reinserita in famiglia? E' da sola? E' in un altro centro? Sta bene? Non resisto e cerco di capirne di più andando a chiedere alla consulente del centro. E così ecco la risposta: Jo. è dovuta tornare a Nairobi per cercare di avere i suoi documenti d'identità

Quando Jo. è arrivata al centro nessuno sapeva da dove provenisse e come si chiamasse. Così all'inizio lei ha detto di chiamarsi con un altro nome e di provenire dal Sud Africa, ma poi la suora ha chiesto di lei al governo del Sud Africa e della sua identità non c'era traccia … era ovvio che non provenisse da lì e che quello non fosse il suo vero nome.

"Ma come, penso io, lei, Jo., la ragazza così brava e affidabile che abbiamo conosciuto che mente sulla sua identità e sulla sua origine?!". Forse un motivo per mentire lo aveva … 

Scopriamo che investigando e facendole molte domande mirate la suora ha capito che Jo. arrivava da Nairobi, da una famiglia molto povera che viveva in strada in una delle baraccopoli di Nairobi. Ora Jo. è dovuta tornare là, a Nairobi, per cercare di ottenere un documento d'identità che le permetta di affrontare gli esami scolastici (senza documento d' identità ti viene negato l'accesso) e trovare qualcuno che le sponsorizzi gli studi e le permetta dunque di tornare a scuola.
E qui un'ultima domanda mi sorge spontanea: "ma Jo. è da sola o c'è qualcuno che la aiuta in tutto questo?". "No, è da sola".

OK, ora io mi immagino Jo., una ragazza di 13/14 anni, che porta sul corpo i segni delle violenze subite e probabilmente nel cuore il macigno di tutto quello che ha passato, da sola, nella baraccopoli, per strada, con una famiglia che non ha niente, nel tentativo di procurarsi dei documenti e un benefattore.
Vorrei correre a Nairobi per aiutarla, cercarla ovunque, chiamarla al telefono, dire alla suora di andarla a riprendere e aiutarla in tutto questo perché da sola non so se ce la farà … ma ovviamente tutto questo è impossibile.
Proprio in quel momento mi torna in mente la storia che abbiamo letto tre giorni prima insieme, sull'importanza di avere un nome, di avere un'identità e mi viene un groppo alla gola … certo che la vita a volte è proprio strana! Chissà cosa avrà pensato Jo. mentre ascoltava quella storia e chissà se potrà esserle d'aiuto nella ricerca della sua identità … io ora posso solo sperare che sia così, pregare per lei e augurarle da lontano buona fortuna!

Chiara Galla  

lunedì 25 dicembre 2017

Kenya: Buon Natale a tutti, davvero

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Buon Natale a tutti, davvero.

Buon Natale a Simon, che passerà il suo 15esimo compleanno a giocare a pallone tra le mura di un carcere minorile. Buon Natale al commerciante del negozio di telefoni che ha scoperto Simon con le mani nel sacco, che lo ha chiuso in uno stanzino fino all’arrivo della polizia. Buon Natale alla folla inferocita che si è divertita a pestarlo per rendergli meno noiosa l’attesa delle manette; a pestarlo con le stesse mani che oggi usano per scambiarsi la pace in chiese fatiscenti ma vive, in comunità povere ma gioiose. Buon Natale al giudice che tra una settimana dovrà emettere la sentenza sul caso di Simon.

Buon Natale al padre di Simon, ovunque egli sia. Chissà com’è non aver mai potuto conoscere il proprio padre e non averne mai sentito la voce ed i rimproveri. Chissà come dev’essere continuarsi a chiedere, come fa continuamente Simon, quali siano le ragioni che possano aver spinto suo padre a svanire nel nulla. Buon Natale alla madre di Simon, rimasta sola a prendersi cura di 9 bambini, un compito che da qualche parte può risultare difficile, mentre in una baraccopoli a volte si rivela davvero impossibile. Buon Natale a tutti gli 8 fratelli di Simon, 4 sorelle e 4 fratelli, tutti quanti più grandi di lui, nessuno che vive con la madre. Bambini e ragazzi randagi.

Buon Natale ai compagni di camerata di Simon, perché ne abbiano se non pietà almeno rispetto, che non approfittino delle sue debolezze, del suo essere piccolo, del suo essere fragile. Buon Natale alle guardie della prigione, perché se ne prendano cura, perché siano per lui la famiglia che non ha mai potuto avere.

Buon natale perché in fondo è un augurio che si meritano un po’ tutti, davvero, persino Babbo Natale. Rivolgo un enorme augurio di Buon Natale anche lui, convinto come sono che quest’anno, in questa santa notte, abbia trovato il tempo di bussare in case senza porta, di far battere cuori senza speranza, di portare finalmente il Natale dove la calda voce di Bublè non riesce ad arrivare.

Buon Natale a Simon in particolare, e alle decine di centinaia di migliaia di Simon sparsi per il mondo. Buon Natale a Simon anche se oggi sul campo saremo avversari, prigionieri della YCTC contro ex-prigionieri di Cafasso. Sperando prima che il giudice, a cui auguro di nuovo Buon Natale e buon appetito, abbia pietà di lui. E poi sperando di poterci giocare di nuovo, con Simon, ma nella stessa squadra. Perché a Cafasso si può essere famiglia, e una famiglia è quello di cui un ragazzo di 15 anni ha bisogno. Nel caso, ti aspettiamo.

Buon Natale alla mia di famiglia, ai miei amici, ai miei nemici, tutti così lontani ma alcuni davvero molto vicini. Buon Natale perché probabilmente non ve l’ho mai detto. Buon Natale proprio perché a me non è mai piaciuto. Questa volta ho deciso di scriverla a tutti voi la letterina, e non a Babbo Natale. Perché se mi riesce difficile credere a lui, trovo molto più facile credere in voi.

a presto,
Giacomo Centonze

martedì 12 dicembre 2017

Kenya: Un servizio a puntate (#1)

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Infilo la mano sotto al letto, afferro la zanzariera e la sfilo con un rapido movimento del braccio. Ho dormito più di 8 ore senza mai svegliarmi, il materasso è davvero troppo comodo. Mi insapono le mani, le sfrego energicamente, mi lavo la faccia e la situazione inizia a migliorare. Prima di andare mi guardo negli occhi di sfuggita, con fare distratto, ma fotografo in testa il riflesso vivo di me che lo specchio mi regala. Indeciso tra l’ingerire o l’espellere, opto per la seconda per ragioni più d’urgenza che di spazio. Metto la musica, alta, spinta, un po’ per svegliarmi e un po’ per concedermi della privacy. Poi però è il turno delle uova strapazzate, del pane scaldato al forno e del tè con il latte. Latte che potrebbe rivelarsi nella sua subdola veste di arma a doppio taglio, ma che riesco elegantemente e virilmente a controllare uscendo di casa con lo zaino alle spalle. Nell’uscire io e Alice ci affacciamo su una viuzza cieca, utile soltanto a noi e agli abitanti dei due stabili che affiancano la nostra casa, palazzine tendenti ad essere quello che noi intendiamo per condominio. Svoltando a destra imbocchiamo la strada che poi si collegherà all’arteria principale, l’unica asfaltata, che attraversa Kahawa West.

Ma all’arteria principale bisogna arrivarci: incrociamo prima lo spiazzo, ancora vuoto, che conduce alla parrocchia di St. Joseph Mukasa; ai bordi delle strade mucchi di spazzatura vengono dati alle fiamme, l’odore è quasi meno fastidioso del fumo nero che investe chiunque debba passare per la via; a dividersi lo spazio tra una cancellata e l’altra si alternano obbligati più negozi, diciamo baracchini, angusti spazi incavi ricavati tra le mura che costeggiano la via; prima della curva una manciata di persone è china su decine di sacchi della spazzatura, divelti per recuperarne il recuperabile; il via vai di persone è abbastanza frenetico, ma per ora si cammina abbastanza comodi, il passo è svelto perché ormai abbiamo calcolato e preparato il percorso con fantozziana precisione. Coi passanti il rapporto è di odio e amore, gli sguardi si incrociano fugaci, ci sentiamo osservati, qualcuno saluta e noi ricambiamo contenti. Sbuchiamo agili fuori dalla via, quando arrivati a questo punto potremmo continuare sulla via principale, la Kahawa Station Road. Invece l’esperienza ci ha insegnato che è meglio, poco prima, infilarsi a capofitto tra le corsie che sfilano in mezzo ai banconi arroccati del mercato che costeggia la strada: arrabattate ma solide strutture in legno piene di frutta e verdura, di scarpe, magliette e pantaloni, di pile di carbone e di qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Persino televisori. La mattina, poi, all’ora in cui passiamo noi, questi vicoli sono incredibilmente abbastanza liberi, incrociamo soltanto gli ambulanti che con un fascio di saggina spazzano davanti alla propria bancarella. Tutto attorno a noi il rumore è quello rombante dei matatu che sfrecciano nella strada affianco, quello più caldo e umano delle grida dei buttadentro, quello dei gemiti sofferti delle galline stipate in minuscole graticole di fil di ferro. 

L’odore è quello della terra che ti entra in bocca, negli occhi e nel naso, quello del porridge e del chai che gli ambulanti stanno cucinando in fornelletti a carbone, quello delle pannocchie grigliate sino a diventare nere, così come quello rancido di pattumiera bruciata in ogni dove. Usciti dal mercato occorre costeggiare la strada dribblando matatu parcheggiati e non, schivando e rifiutando inviti più o meno cortesi a salirvici. L’asfalto della Kahawa Station Road è rovinato a dir poco, assente in più punti, e costringe macchine, motociclette e bus a gincane azzardate. Occorre attraversare, cosa che alle volte richiede anche un minuto intero quando il traffico è intenso, nonostante la strada sia soltanto a due corsie. Concetto di corsia che sto cominciando a rielaborare. Ora ci troviamo sul lato destro della strada, camminiamo attorno ad enormi buche piene d’acqua e pantani di fango interminabili. Eppure Kahawa di questo sembra vivere, da questo sembra trarre l’energia magnetica che, sprigionandosi, mi costringe a tenere alto lo sguardo. Entrambi i lati della strada sono un crogiuolo di insegne e scritte colorate o luminose. Un numero impressionante di macchine aspetta in autolavaggi decisamente rustici, mentre gli internet point sono già pieni a quest’ora. 

Arriviamo davanti ad uno degli ingressi secondari di Kamiti, il quartiere carcerario dove svolgiamo il nostro servizio, ma qui per ora mi fermo, perché qui inizia un’altra storia. Mi accorgo che un valore inestimabile non l’hanno soltanto le persone, ma anche i luoghi, persino quelli tanto diversi da sembrare troppo brutti o troppo belli. Penso a Legnano, alla mia via Torino, a quanto ci tengo e a quanto mi potrà mancare durante quest’anno. Poi mi giro e riguardo Kahawa West. Poi un flash mi fa sorridere, rivedo il riflesso dei miei occhi nello specchio: la mattina mi sveglio con gli occhi stanchi, ma con lo sguardo veramente felice.

a presto,

Giacomo Centonze

giovedì 26 ottobre 2017

Verso il Kenya: la polvere rossa

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La polvere rossa mi restava attaccata ai vestiti, ai capelli e al viso, quasi temesse il distacco. Ed io, che solo tre anni dopo realizzo quello che mi stava realmente accadendo, versavo in uno stato di abbandono parziale, connesso agli eventi che mi circondavano soltanto dalla paura che avevo di non godermi appieno il momento. Eppure dentro di me già viaggiavo, già ripartivo, già supplicavo il tempo di rallentare. La strada che ogni mattino percorrevo era insieme corta e lenta, veloce e lunghissima, sicura ed imprevedibile, perigliosa e noiosa.

Il grigio del cielo cozzava col caldo disegno che ormai mi ero imposto di trovare, al passaggio, col chiaro bagliore del sole che avrebbe inondato di luce le case arroccate della via: e invece quasi smunte, infreddolite, le strade parevano così gravemente normali, piatte, rigide; le mura coperte d’intonaco si ergevano e gonfie d’aria esibivano il petto, lasciando spoglie le crepe più lunghe, profondi i buchi più larghi, sporche le macchie più nere.

Tutto assumeva una dimensione nuova, quasi surreale, troppo grande e pesante da poter sopportare, distratto com’ero dal continuo valzer d’occhiate che lanciavo a destra e a manca: è così che ho dovuto socchiudere lentamente gli occhi, lasciar lavorare i sensi, prima d’accorgermi che il bello doveva ancora venire. Il tutto era così grande ed intenso da sopportare, distratto com’ero dal forte vociare che avevo, confuso, iniziato a esibire: è così che ho dovuto placarmi e sommessamente tacere, prima di realizzare che “dire” presuppone “ascoltare”. Ed era così, da cieco e muto che ascolta, tocca e annusa, che impostavo e calibravo la mia presenza in mezzo a tutta quella polvere rossa.

La stessa tra la quale a tratti annaspavo cercando aria, ma che spesso colorava stralci d’esperienza forse troppo duri da essere osservati in scala di grigi. La stessa che sì, è vero, mi soffocava, ma che allo stesso tempo mi costringeva a correre, ad uscire dagli spazi che ero solito ritagliarmi, a sporgere il naso oltre la coltre di paure e pregiudizi che mi annebbiavano la vista e mi rendevano ansimante il respiro.

La polvere rossa ti si attacca addosso e non ti lascia più, allo stesso modo di un’esperienza. La polvere rossa assume varie forme: può essere un volto, un paesaggio, un pianto o un’idea, un sorriso o una paura. A volte ti accorgi di lei quando ce l’hai già addosso, altre volte sei tu ad andartela a cercare.

a presto,

Giacomo Centonze

lunedì 16 ottobre 2017

Una danza lunga un anno

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“Lloyd, apri il dimenticatoio che devo buttarci questa brutta esperienza”
“Sir, prima che la elimini le consiglierei di guardare bene al suo interno”
“Dentro ci sono solo delusione e rabbia, Lloyd”
“Ma anche una preziosa scaglia di esperienza, sir”
“Da sola è troppo piccola per ripagare le fatiche del passato, Lloyd”
“Ma, insieme alle altre, può farne tesoro per il futuro, sir”
“Ottimo suggerimento, Lloyd”
“Buona giornata, sir”

(Tempia S., Vita con Lloyd, Rizzoli Lizard, 2016, Milano, pag. 78)

Non posso certo ridurre il mio ultimo anno, trascorso in Kenya con Caritas Ambrosiana attraverso il Servizio Civile all'Estero, ad una “brutta esperienza”, ma come spesso mi accade leggendo il libro dal quale questo pezzo è tratto, c'è una svolta positiva sul finale che mi spiazza ma mi piace un sacco.
E forse è così che sento di aver trascorso questo anno fra persone locali non troppo accoglienti e colleghi troppo arrivisti per capire davvero l'importanza del lavoro con i ragazzi accolti in Cafasso.
È sul finale, anzi forse è appena dopo la fine, che ho compreso o meglio che inizio a comprendere la svolta positiva.
“Allora, com'è andata in Kenya?” mi chiedono spesso. E come si fa a racchiudere un anno di vita, di lacrime, di lotte, di sofferenza, di piccoli ma fondamentali passi fatti, a volte di paura, in una risposta?
Come si fa a racchiudere le vite di una ventina di ragazzi che mi hanno messa in crisi, fatta impazzire, ma ai quali ho voluto un bene smisurato, in poche frasette?
E come si fa a trovare un senso a tutta la fatica fatta, alle energie investite, che non so se e quando daranno frutto?

Però poi, nella pagina facebook nella quale il suddetto libro è nato, ecco un'altra ispirazione.

“Lloyd, cosa si fa quando una difficoltà pare insuperabile?”
“Ci si prova a danzare insieme, sir”
“Perché dovrei ballare con la difficoltà, Lloyd?”
“Per trovare dentro ai suoi occhi la forza necessaria per affrontarla, sir”
“Io però ci vedo solo il mio volto riflesso, Lloyd”
“Appunto, sir. Appunto…”

(Tempia S., Vita con Lloyd https://www.facebook.com/vitaconlloyd/)

Ecco l'illuminazione, la parola mancante. Cos'hai fatto quest'anno in Kenya?
Ho ballato!
Ho ballato con la vita, con le mie paure, con i miei limiti, con la nostalgia, con la distanza.
Ho ballato con la difficoltà, e dentro essa ho trovato la forza per provare a superarla.
Ho ballato con me stessa, con una nuova me che si è scoperta e riscoperta negli occhi scuri e profondi di gente che non mi ha capita, forse perché non ancora pronta a capirmi.
Ho ballato con gli occhi dei kenyani, che specchiati nei miei mi sono sembrati così lontani e a volte invece così vicini.
Ho ballato con la stanchezza di K. e con la sua euforia nel tornare a casa, un ballo felice e pieno di affetto. Ho ballato con gli occhi lucidi di sua nonna quando ha visto comparire suo nipote con una donna bianca nella sua baracca.
Ho ballato con W. e ballo tuttora col suo ricordo e con le domande che mi frullano in testa pensando a se e cosa avrei potuto fare di più.
Ho ballato con G., con M. e con N. nel breve tempo che trascorrevano in Cafasso nelle pause da scuola, un ballo un po' impacciato ma felice nel vedere i grandi risultati da loro raggiunti.
Ho ballato con Giulia, fedele e preziosa compagna di viaggio, sulle note della Mannoia e dei Backstreet boys, scoprendo un ballo di coppia che mi ha arricchita, protetta e sorretta.
Ho ballato con Maurizio, punto di riferimento lontano ma indispensabile.
Ho ballato con Giacomino, Nicoletta, Anna, Vale, Silvia, Daniela, Matilde, Domenico, Angelo, importantissimi amici, capitati nella danza un po' per caso, ma che mi hanno insegnato passi e ritmi nuovi.
Ho ballato con i cantieristi Andrea, Daniele, Francesca, Giovanni, Sara, Sara e Valentina, una danza piena di stupore e di vita.
Ho ballato con la mia casa in Italia, attraverso la mia famiglia e gli amici di sempre che non mi hanno mai lasciata.

Ballo tuttora con i ricordi di una terra che mi ha fatta impazzire, soffrire, ridere, piangere, conoscermi e crescere.
Ballo tuttora con le lacrime che parlano di una storia incredibile, che ogni giorno che passa mi fa sentire grata del tempo passato fra un sorriso sdentato e l'immondizia di Kahawa West.

Nonostante tutto, grazie.
Asante sana Kenya.

Kenya: un viaggio con me stessa

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È passato più di un mese dal nostro rientro in Italia. È trascorso lento, afoso, quasi irreale. Dopo che hai camminato in strade di spazzatura, visto bambini strafatti e cieli senza stelle, forse è normale che tutto ti sembri strano.

Il primo giorno che siamo arrivati a Nairobi, pensavo che quel luogo fosse marcio, che le persone fossero in fondo un po' marce. Di certo scapperesti da un posto del genere, cercheresti di crearti una nuova vita, lontana da tutta quella puzza, ma loro no. Sicuramente perché non possono, ma mi piace pensare che è anche perché non vogliono. Mi piace credere che forse qualche speranza ancora ce l'hanno; mi piace credere che un senso di rivalsa da tutta quella mxxxa gli darà la forza di uscirne a testa alta; mi piace credere che loro ancora credono.

È passato più di un mese dal mio rientro in Italia e alla domanda "come è stato" ancora non so rispondere se non con un segno di assenso. Vagli a spiegare poi che quel mezzo sorriso vuol dire tutto e niente. Non ci sono molte parole per spiegare una terra così, come spesso si dice, piena di contraddizioni. E si perché questo termine viene molto spesso utilizzato per descrivere diversi paesi dell'Africa: da una parte distese sconfinate e dall'altra le discariche a cielo aperto; da una parte le metropoli e dall'altra i villaggi; da una parte il tutto e dall'altra il niente. Sì, forse il primo che utilizzò questo termine, ci aveva visto bene.

È passato più di un mese dal mio rientro in Italia e tutti questi problemi che ci riempiono così spesso la bocca non mi vanno proprio più giù. Inizio a pensare che sia la nostra quotidianità quella irreale, non la loro. Sì, perché è irreale restare imbambolati su un divano guardando tragedie umane senza muovere un dito, se non quello sul telecomando. È irreale fingere che vada tutto bene solo perché sulla nostra casa il sole continua a splendere. È irreale la disparità che ci divide. Forse tutti dovremmo sentirci chiamare "muzungu" almeno una volta nella vita.

Un incontro mi ha segnato particolarmente in questo viaggio, ed è stato quello con me stessa
Ho capito meglio cosa voglio, ho rinsaldato i miei ideali, i miei credo. Ho dato spazio alle mie paure e sono riuscita a metterle da parte. 

E per tutti i "bob" al mondo, non sostituirei mai questa esperienza con nessun'altra. 


Francesca Di Mauro



Breve legenda:

- Muzungu: Nella lingua locale significa "uomo bianco", ma da quel poco che abbiamo potuto apprendere, intrinseco nel significato vi è l'aggettivo sporco, ricco, schifoso uomo bianco.

- Bob: Utilizzato dai Kenyoti per chiamare lo scellino. Deriva dal termine inglese che indicava la vecchia moneta britannica.

- Asante sana: Termine non utilizzato in questo testo, ma sospirato durante tutta la sua stesura. Grazie mille.

giovedì 27 luglio 2017

Kenya. Non scorderò mai...

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Solo adesso che mi sono abituato al tuo stile chiassoso.. solo adesso che mi sono abituato ai tuoi ritmi blandi, talvolta assonnati.. solo adesso che mi sono abituato al tuo voler negoziare sempre ogni cosa.. ahimè , caro Kenya, tra poco ti dovrò lasciare. 
Sembra ieri il primo giorno qua in Cafasso, le prime volte nei campi a zappare.. i tentativi goffi nel tagliare l'erba con un machete..  provare a mungere una mucca, e perfino spalare letame da usare come concime. Tutto questo sempre  sotto l'occhio attento e l'aiuto costante dei "Cafasso Boys", ragazzi kenyani poco meno che diciottenni, con un passato difficile e, per la legge locale, meritevoli di una pena di quattro mesi già  scontata nel carcere minorile. Ragazzi a cui pensavo di dover solo "insegnare" ed invece ho appreso molto. Ragazzi a volte sopra le righe ma sempre pronti a darsi da fare per gli altri, indistintamente dal colore della pelle. Ragazzi come tanti, con i propri pregi e difetti, ma con la sfortuna di essere nati in un contesto a volte ostile.. da una famiglia che per necessità, negligenza o convenienza li ha abbandonati per strada fin da piccoli. 
Strada.. quella strada che ti sbatte in faccia tutta la cruda realtà..! Che inghiottisce giovani anime e ne priva del loro futuro..
Non scorderò lo sguardo assente ed assuefatto dalla colla dei bambini e adolescenti incontrati a Githurai 44, quartiere periferico di Nairobi. Come non scorderò il fondamentale lavoro dei volontari e civilisti italiani, conosciuti in queste tre settimane, capaci di strapparli dalla strada e di dare loro nuove prospettive. 
Non scorderò mai questa esperienza.. una parentesi di vita preziosa che, causa molteplici motivi ho più volte rimandato, ma finalmente ho trovato il coraggio di fare!  


Andrea

mercoledì 26 luglio 2017

Kenya. Semplici, coraggiosi e felici

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Incontro
Incontro: cos'è?
Un volto, una parola, un gesto.
Qualcosa che non  sai perché ma rimane dentro di te.
Se penso all'Africa, a quella che io ho vissuto, sono indefiniti gli scambi con persone, luoghi e contesti che ho avuto.
Ma una delle più grandi scuole di vita che ho ricevuto è durata non più di un pomeriggio.
Usciti da una messa colorata, ecco Padre Maurizio, appena terminato di celebrare in swahili.
Un uomo determinato dalla prima impressione, con la risposta sempre pronta, capace di mettere in discussione ogni tua convinzione.
Un pranzo insieme, una chiacchierata sul quotidiano.
Un uomo semplice, chiaro e diretto.
E in qualche ora ci ritroviamo a parlare insieme di cosa fa in Kenya, a Nairobi, da due anni ad oggi.
Ecco subito che è chiaro quanta passione ci sia nel seguire il centinaio di ragazzi presi dalla strada che sono accolti nei centri di cui è responsabile.
Presenza, vocazione, radicalità: i cardini della discussione, forse i pilastri  di una vita.
"La cosa più importante è esserci", una frase che racchiude l'essenza del vero amore verso il prossimo, che non guarda all'egoismo di avere risultati fisici da poter guardare e con cui sostenere la propria autostima; ma all'ascolto rispettoso del bisogno umano.
Ecco la presenza, ecco il "sedersi accanto e aspettare che Dio accada", come Maurizio ha ricordato.
Quanto siamo tormentanti dal trovare segni per capire quale sia quella che il mondo chiama: " la strada giusta per noi?"
La strada giusta non è altro che seguire ciò che ci rende felici.
Siamo fatti per la felicità, nonostante il mondo sembra quotidianamente che ce la metta tutta per farci credere il contrario.
Si tratta di prospettive da cui guardare questo mondo tanto grande quanto piccolo.
E questo luogo me lo ha insegnato e confermato ancora una volta.
Come si fa a sorridere in mezzo a cumuli di immondizia e l'odore di urina che solca le strade delle baraccopoli?
Eppure a Soweto, una baraccopoli del Kenya, ho visto accadere proprio questo.
Una vecchia dalla pelle arida di sole e consumata dal tempo, ci accoglie stringendoci la mano e con un sorriso sincero.
Sotto un ponte, a Ghidurai, bambini vestiti di stracci e che la notte dormono soli tra altre milioni di persone che sniffano colla, si svegliano e alcuni alla nostra vista hanno il coraggio di sorridere e seguirci.
E potrei parlare così per ogni luogo che ho visitato in queste tre settimane.
Allora quella domenica, quando Padre Maurizio ci parlava di felicità, come criterio per scegliere la propria via, la nostra vocazione, passo a passo, giorno dopo giorno, aveva ragione.
A volte la vocazione ci impone di cambiare, di imboccare sentieri che sempre avevamo percepito dentro di noi, ma che mai avremmo immaginato di avere il coraggio di camminare.
La radicalità della scelta è qualcosa che personalmente mi ha sempre affascinato, perché chiede il coraggio di chi vuole conoscere profondamente a cosa la vita lo chiama.
Ma non basta.
Perché ogni scelta va sostenuta da un'immensa forza, tenacia, unicità.
E quel pomeriggio, ascoltando quest'uomo, che ha espresso la propria radicalità , scegliendo di vivere una vita di obbedienza, a fianco degli uomini, abbandonando una vita stabile, normale agli occhi del mondo, ho capito che è possibile essere così forti.
È possibile se scegliamo con il cuore.
È possibile se ascoltiamo la felicità.
È reale se è impegno quotidiano, se è accettazione delle possibili sconfitte.
È infinitamente bella se ci credi e continuerai a crederci.
Padre Maurizio quella domenica pomeriggio, è arrivato al cuore, al centro del senso che può avere trovarsi qui, in Kenya, a Nairobi, dove ricchi viaggiano accanto a bambini che crescono da soli ai margini dei marciapiedi.
Qui in Africa, dopo anni che qualcosa chiedeva questo dentro me, ho scelto di spendere poco tempo, solo tre settimane, per cominciare a conoscere, a dare la mano e a guardare negli occhi, che colore, che nome, che odore ha il mio desiderio.
L'Africa è magica, mi aveva detto un missionario incontrato per caso prima di partire.
La mia Africa è stata naturale, povera e ricca, faticosa e gioiosa, tanto semplice quanto sfidante.
Si, la mia Africa è stata magica.
Grazie a chi mi ha fatto arrivare qui, a chi è stato con me in questo tempo, e a quelli che rimarranno in ogni caso i compagni della mia prima Africa.

Sara S.