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lunedì 2 settembre 2019

Moldova. Campo estivo a Ștefan Vodă

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(Versione tradotta in italiano)

Le impressioni di Victoria Preguza, volontaria di Young Diaconia Chisinau, dopo il Cantiere della solidarieta' a Stefan Voda.

2 settimane Molti sentimenti ed emozioni che non possono essere riprodotti con l'aiuto delle parole. Ho creato nuove amicizie che dureranno sicuramente. Ho incontrato persone straordinarie e, naturalmente, ho portato centinaia di sorrisi sui volti di dozzine di bambini. Ho imparato a lavorare in gruppo, a svegliarmi la mattina dopo solo 4-5 ore di sonno e a fare ogni sforzo in modo che la stanchezza non fosse visibile sul mio viso, in modo da non condividere quella spossatezza con i bambini, cercando di essere pieno di energia e con un sorriso sulle labbra. Ho anche imparato che le regole di un gioco non sono così importanti quando i bambini sono felici e godono appieno di quel gioco.

Abbiamo permesso ai bambini di sorridere e divertirsi con noi. Abbiamo lavorato ore di fila per preparare un programma che i bambini avrebber adorato il giorno successivo. Ho ridotto il sonno e le ore personali solo per far sorridere e apprezzare davvero il nostro lavoro. Durante le attività sociali ho visto comevivono alcune persone e ho capito quanti problemi esistono effettivamente. Ho aiutato le persone che ne avevano davvero bisogno e ho dato loro un sorriso dopo tanto tempo.

E poi l'esperienza nel retroscena della tabara per bambini e' stata vermante bella. Con i volontari italiani siamo diventati una vera famiglia, che si sostiene a vicenda e sempre pronta ad aiutarti, indipendentemente dalla situazione. Ho imparato che le condizioni non sono importanti finché hai intorno a te persone straordinarie con cui ti senti a casa. Abbiamo cucinato insieme, abbiamo riso insieme, pianto insieme, tutto ciò che abbiamo fatto lo abbiamo vissuto insieme. È stata un'esperienza unica e straordinaria che non può essere riprodotta con le parole, devi solo sentire e vivere questi momenti per capirle. Ringrazio tutti per questa opportunità e per le 2 settimane più belle di questa estate !!!


(Versione originale, in rumeno)

2 săptămâni. O sumedenie de trăiri și emoții ce nu pot fi redate cu ajutorul cuvintelor. Am creat noi prietenii ce cu siguranță vor dura. Am cunoscut persoane extraordinare și ,desigur, am adus sute de zâmbete pe chipul a zeci de copii. Am învățat cum e să lucrezi în echipă, cum e să te trezești de dimineață dupa doar 4-5 ore de somn și să faci tot posibilul ca oboseala să nu fie vizibilă pe chipul tău, pentru a nu împărtăși acea stare copiilor, încercând să fim plini de energie și cu zâmbetul pe buze. De asemenea, am învățat că regulile unui joc nu sunt atât de importante atâta timp cât copiii sunt fericiți și savurează din plin acel joc. 

Am făcut tot posibilul ca copiii să zâmbească și să se distreze alături de noi. Am muncit ore în șir pentru a pregăti un program pe care copiii să-l adore următoarea zi. Am redus orele de somn și cele pentru interesele personale doar pentru a face pe cineva cu adevarat să zâmbească și să aprecieze munca noastră. În timpul activităților sociale am vazut cât de greu trăiesc unii oameni și am realizat cât de multe avem de fapt. Am ajutat persoanele ce cu adevărat aveau nevoie și le-am oferit un zâmbet după foarte mult timp. Iar, povestea din spatele taberei a fost una cu adevărat frumoasă. 


Cu voluntarii italieni am devenit o adevărată familie, ce se susține reciproc și care este gata mereu să te ajute indiferent de situație. Am învățat că condițiile nu sunt importante atâta timp cât ai persoane extraordinare în jurul tău alături de care te simți ca acasă. Am gătit împreună, am râs împreună, am plâns împreună, totul am facut împreună. A fost o experiență unică și extraordinară ce nu poate fi redata cu ajutorul cuvintelor, trebuie doar să simți și să trăiești aceste momente pentru a le înțelege. Le mulțumesc tuturor pentru această oportunitate și pentru cele mai frumoase 2 săptămâni din această vară!!!

lunedì 26 agosto 2019

Indonesia. Tante note, una sola melodia.

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Emozioni e Sensazioni di un Cantiere della Solidarietà in Indonesia

Attesa, entusiasmo, gioia, stupore… incoscienza o coraggio? Cinque persone praticamente sconosciute, una casa da lasciare, la propria, seppure per poche settimane. Ci siamo! Ci vediamo, ci parliamo, ci scambiamo le prime impressioni e ansie “Quali vaccini hai fatto?” e ancora “La mia valigia pesa troppo: sono 23 kg, lasciamo qualcosa”. Lasciare per partire o ripartire, lasciare indietro qualcosa e fare posto ad altro. Ci fidiamo, ci affidiamo uno all'altro.
Si parte! Ricordi indelebili… Sguardi tra passeggeri, domande: “Dove andate?” “Bali. Svago, relax, vita mondana, turismo. E voi?” “Nias!” “Dove??!” Posto dimenticato, sperduto (o quasi), per il primo Cantiere della solidarietà in Indonesia. Il tempo in aereo porta con sé il nostro carico di pensieri: una sconosciuta terra tutta da scoprire.

Al nostro arrivo ecco Andrea, la “boss”, la nostra coordinatrice: pantaloni corti e felpa (farà mica freddo? Dove staremo? Dai, forse e’ solo un suo modo di vestire…). Carichiamo i bagagli nel nostro pulmino e via.
Nias ci accoglie con l’odore di salsedine e di smog, con le folate acri dei rifiuti bruciati e l’olezzo nauseante del durian che si vende a bordo strada (e che qui, per qualche strana ragione, trovano gustoso). Il paesaggio verde della foresta, il sole sul mare agitato, Gunung Sitoli con il suo caotico ritmo. Distese di palme, banani, alberi di cacao, papaya e molte altre varietà, cemento, asfalto e sterrato che si districa nella giungla, qua e la’ squarci nel terreno, sali e scendi, buchi, crateri, qualche rattoppo provvisorio con pietre e tronchi, poche decine di km comportano diverse ore di strada.



Eccoci a Wisma Alma, la casa delle suore Alma. Titubanze, incertezze, e timidezza frenano: entriamo in punta di piedi! Ma siamo pronti a cambiare, adattarci, gustare cio’ che e’ nuovo, diverso, vivere questa esperienza con tutti noi stessi. Affrontare ogni esperienza, attività’, incontro, con totale intensità, sperimentare attraverso il nostro corpo, i sensi, il cuore e la mente.Sguardi, saluti, sorrisi… Mani che ti sfiorano e portano la tua alla fronte e poi al cuore, in un gesto di rispetto, mani che, nei giorni successivi, sciolti i timori, diventano strumenti per giocare e comunicare, mani per prendersi per mano, per ballare insieme o unirsi in preghiera.
“What is home?”
In queste settimane spesso risuonava in noi questa domanda. Ce lo siamo chiesti qui, in una realtà totalmente diversa dalla nostra, in Indonesia, su un`isoletta di cui, fino a pochi mesi fa, ignoravamo l'esistenza e che ora, in qualche modo, ha cambiato per sempre la nostra.Casa e’ quando hai qualcuno che ti aspetta. Per noi, casa sono i bambini che ci aspettano e ci dimostrano, nonostante le loro problematiche, quanto sono contenti di vederci.


Casa e’ quando hai qualcuno con cui crescere. E noi siamo cresciuti come amici e come fratelli, in queste settimane.

Casa sono i suoni, le voci e i rumori: le risate di Lestari che ci saltella intorno in maniera sconclusionata, il clacson dei motorini della becak, la sveglia della mattina con un`improbabile canzone indonesiana, il suono delle onde del mare (e l’incessante miagolio di Big Red Boy).
Casa e’  qualcuno che ti vuole bene, ti protegge, ti aiuta. E’ dove puoi essere te stesso, migliorando ogni giorno di più. Difficile sperimentarla qui, nella comunità in cui ci siamo inseriti per poche settimane (qualcuno potrebbe pensare…) eppure una sensazione così naturale, percepita sin dai primi giorni.
Casa sono i profumi e gli odori che accompagnano chi ci vive. Il profumo di caffè (il nasi goreng alle 8 del mattino e lo abbiamo azzardato solo un giorno), l'odore dei vestiti da lavare, il profumo di borotalco dei bambini dopo il mandi, gli insetticidi spruzzati generosamente per proteggersi dalla malaria. Il nostro quotidiano profuma di pioggia e terra bagnata, di aglio e di fritto (e quando assaggi qualsiasi cosa, come dimenticare il peperoncino che ti esplode in bocca a poco a poco?).
In ogni casa si incrociano sguardi e a volte bastano solo questi per intendersi. Come quelli di Endy che guarda con meraviglia le nostre mani colorate di tempera e quelli di Mawar che parlano da soli. Casa, qui, e’ una porta aperta, pronta ad accogliere ma anche a lasciar andare via, perché prendersi cura significa anche questo.



Le case che abbiamo visto sono semplicissime, non rispecchiano proprio la nostra idea di stabilità e comfort: spesso sono strutture di legno e lamiera (o foglie di palma), dove a volte mancano luce e acqua corrente, che si affacciano sulle pochissime strade che collegano l'Isola, la bandiera bianca e rossa che sventola vicina, le tombe dei propri cari e un sorriso gentile e curioso sulla soglia sempre pronto a salutarti. Eppure per queste persone e’ casa. E’ tutto ciò che hanno, e’ il loro mondo.

E allora che cosa si può chiamare casa? Sicuramente casa e’ un tetto sopra la testa, un letto in cui riposare, un tavolo attorno a cui riunirsi per condividere il cibo, una porta da lasciare aperta per accogliere chi sta fuori, una finestra da cui affacciarsi per cominciare a guardare il mondo. Ma casa e` soprattutto il luogo degli affetti e dei ricordi, dove si impara a conoscere e crescere.Casa e’ famiglia: se ci siamo sentiti subito a casa o se siamo stati capaci di fare questo posto casa nostra in così` breve tempo, e’ stato grazie alle dolci premure delle suore, ai bambini che ci cercavano per giocare in ogni momento incuranti della nostra stanchezza chiamandoci con Abang e Kakak, fratello e sorella. E' stato grazie a Tule che passeggiava, quasi ballando, sempre davanti alla veranda, a Iggo e a tutti gli altri che, curiosi, ci chiedevano “Ke mana?”, a Erman che e’ un tuttofare sempre pronto a risolvere ogni problema, a Riski che per una settimana intera ogni giorno ha tentato di mangiare a tavola con noi a colazione, pranzo e cena. Gli occhi scuri dei bimbi, che sembrano scrutarti nell’anima e non potremo mai dimenticare. Sguardi profondi, intensi, di chi sembra aver già vissuto una vita intera anche se ha solo pochi anni. I più forti che si prendono cura dei più deboli, sempre, senza che questi debbano chiedere aiuto. Si aiutano anche tra sconosciuti, senza chiedere nulla in cambio. Dove abbiamo sbagliato noi occidentali per diventare indifferenti come siamo?
I bambini non fanno altro che chiedere qual è  il giorno del rientro e l'espressione che utilizzano più spesso e’ “tidak usah pulag”, non e` necessario tornare in Italia, e’  inutile, “Di sini saja”, state qui. Sara’  durissima salutare tutti, al termine della nostra esperienza.
Abbiamo imparato a parlare attraverso gli ultrasuoni, con le mani, con la mente. Gli odori e le abitudini insolite sono diventate la norma e ci si chiede come potremo farne a meno. Abbiamo fatto tante cose e diverse (il tempo e’ volato inesorabilmente) senza dimenticarci di farle con calma e cura, ascoltando, osservando, mettendoci in gioco. Il nostro metterci a servizio lo abbiamo tradotto soprattutto con la presenza con cui siamo stati insieme, prima di tutto.
Abbiamo dormito poco, il sole ha bruciato la nostra pelle, la pioggia ci ha colti spesso di sorpresa e abbiamo ricevuto tanti abbracci inaspettati. In poco tempo noi, i bambini, le educatrici, le Suster, siamo stati in grado di raggiungere un`affiatamento e una vicinanza che mai ci saremmo neppure immaginati. Questo amore è stato un dono per ciascuno di noi. Abbiamo provato a donare qualcosa in più e abbiamo ricevuto molto di più di quello che abbiamo dato. Siamo stati nutriti, aiutati nel momento del bisogno, coccolati, accolti e tra noi abbiamo fatto altrettanto.
Ci siamo scoperti diversi e insieme così simili. Come tante note colorate di un pentagramma che crea una musica bellissima: Banyak not-not, satu lagu. Tutti con lo stesso inesauribile bisogno di amore. E se ti senti a casa, sei capace di esprimerlo, nella cura, nei sorrisi, nei piccoli gesti. Riesci così a sentire tutto l’amore, pienamente, nella gratitudine profonda per tutto quanto hai ricevuto in dono, e a regalare agli altri tutto quello che sei.


Sei teste, sei cuori, questi sono i nostri pensieri, una sola melodia.





lunedì 19 agosto 2019

Kenya. L'Araba fenice

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to become a good person and to change; I want to go to school, to search a job and I want to help my parents to get-out of the poverty”.

Queste poche parole sono la risposta di Camcuria o meglio Ismael, il suo vero nome, alla mia domanda “cosa fai qui?”.
Possono essere parole che estrapolate da un discorso possono sembrare banali, ripetitive. Quante volte sentiamo dire di voler diventare una persona migliore o meglio ancora, di voler cambiare dall’oggi al domani il proprio modo di essere.
Ecco invece questa volta hanno fatto breccia nella mia mente e soprattutto nel mio cuore. Mi rimbombano quotidianamente nel cervello come un assolo di tamburi, bum bum bum, sì perché questa volta lo posso dire forte, è diverso.
In queste prime due settimane a Nairobi ho visto tanta speranza negli occhi di questi ragazzi che mi ha fatto capire veramente che si può ritornare ad essere se stessi e non continuare a vivere (o meglio sopravvivere) con l’etichetta di bad-person che le condizioni di vita ci impongono di essere.
Ismael è uno dei tanti ragazzi che vivono a Kibiko, una scuola di vita incantevole immersa nelle colline della capitale. Perché, come dice padre Maurizio, ognuno di noi ha diritto al bello, soprattutto coloro che di bello nella loro esile vita hanno avuto poco o niente.
Ismael, è bello dirlo, è uno dei tanti. É uno dei tanti che ha voluto e scelto questo percorso, perché al posto suo potrei scrivere Crispine, Njuguna, Nathan, Waylong, Wesley, Francis e tanti altri ancora. Un insieme di nomi, di storie, di vite che fanno credere in questa rinascita. Fanno credere in questa nuova generazione di giovani che vogliono un futuro pieno, ricco di vita e di sogni.
Un ingegnere, un architetto, un musicista, un maestro ballerino, un meccanico, un dottore e persino il papa: questi sono i nostri ragazzi ed è quello che sognano e che io auguro loro davvero con tutto il cuore di raggiungere.
Mi rivedo molto in loro, quella voglia di riscatto, di lasciarsi alle spalle la parte peggiore di se stessi e di cercare il bello, di voler raggiungere il bello.
Perché non importa se W. è dovuto diventare spacciatore per potersi comperare i libri per andare a scuola, l’importante è che guardando quei libri si ricordi della fatica del proprio passato e della forza che sta mettendo in gioco per la sua felicità e per poter finalmente dire ai propri genitori, che ormai non credono più in lui, “ce l’ho fatta anche io!”.


Roberto



Kenya Nairobi. Due di tre

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Secondo Njuguna, uno dei ragazzi di Cafasso, la cena della domenica deve essere leggera, così da poter attaccare con maggiore energia il lunedì imminente. 
Per noi è stata cena di pasta al pesto, un intervallo all'amato cibo africano, e ci fa mettere sulla tastiera dopo avere trascorso due settimane a Kahawa West, quartiere periferico di Nairobi, Kenya.

Cafasso è il nostro campo base, dove trascorriamo la maggior parte del tempo con i ragazzi che, usciti dalla YCTC, centro di detenzione minorile, hanno deciso di aderire a questo progetto. 

Qui la mattina si lavora nei campi e nel pomeriggio si gioca, a calcio e a pallavolo principalmente. 
Dopo solo tre giorni ha tutto già il sapore della famigliarità, soprattutto perché dopo il primo mercoledì lasciamo Cafasso per tornarci solo domenica sera. 
Visitiamo diversi progetti: Kibiko, Napenda Kuishi, Boma Rescue e altri due centri a Korogocho. 
Queste righe non sono lo spazio adeguato per scendere nel dettaglio, qualcuno di noi magari lo farà: ci vorrà del tempo per poter scrivere riguardo la baraccopoli
Il weekend inizia in capitale, la ricchezza di alcuni quartieri stride con la povertà vista nei giorni precedenti. Domenica è prima esperienza di messa africana per molti, in swahili, non particolarmente breve. Finalmente domenica nel tardo pomeriggio si torna a Cafasso, ci accolgono con i chapati, cena memorabile, sicuramente non in linea con quanto predicato da Njuguna.

La seconda settimana si apre con la visita alla YCTC: qui ragazzi in attesa di condanna e ragazzi condannati si uniscono per giocare con noi a calcio e a pallavolo, e per le chiacchiere. Per i secondi la pena è di 4 mesi, per i primi incombe l’incertezza e la preoccupazione di giudizi che si fanno attendere anche per anni. 
Con i nostri di Cafasso si continua come se fossimo qui da sempre, mentre alcune delle nostre mani accusano la durezza del manico della zappa, arnese poco impugnato a casa. 
Si torna anche in baraccopoli, altri progetti, altre sensazioni, forse ci sarà spazio anche per queste. Per ora basta dire che la seconda volta non è come la prima: ci si può davvero abituare anche a questo?
Si incontrano italiani di altre organizzazioni che condividono con noi il Kenya per un periodo più o meno lungo della loro vita.

Questo weekend abbiamo fatto un po’ i turisti tra zebre, facoceri e ippopotami. Oggi, domenica, durante la messa si celebra un matrimonio e alcuni battesimi; non particolarmente breve neanche questa celebrazione. 

Poi, nel pomeriggio siamo stati a Karura Forest con in ragazzi di Cafasso.

Domani inizia il nostro ultimo lunedì, siamo pronti ad attaccarlo come fa Njuguna, al di là del fatto che la pasta al pesto di stasera sia stata pasto abbondante.

lunedì 20 maggio 2019

Tumaini Group

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"Buongiorno mi chiamo Getray, ho 28 anni e lei è la mia bambina Ann di un anno. Sono keniana, arrivo dal nord Nairobi e ho quattro sorelle.
I miei genitori, le mie sorelle ed io vivevamo sopra Nairobi, fino a quando nel 2012 è morto mio papà e le nostre vite si sono dovute separare. Sono stata per qualche periodo a casa delle mie sorelle, ma presto ho dovuto trovare una soluzione, una svolta per me stessa.

Mi è stato proposto da una donna di trasferirmi con lei a Mombasa, mi avrebbe ospitata e mi avrebbe offerto un ottimo lavoro. Così ho preparato i miei bagagli e mi sono trasferita in questa città nuova, sul mare.
La donna usciva tutte le notti per lavorare, mi diceva che lavorava in un hotel e che presto mi avrebbe introdotta lì. Una sera, dopo cena, mi ha detto di prepararmi perché sarei andata con lei al lavoro. Mi ha portata a Bamburi dove ci sono tutti gli hotel, ma non siamo entrate in nessuno di quelli. L'ho seguita fino a che siamo arrivate in spiaggia. Era notte fonda. Era tutto buio.
Mi ha detto: <Getray guarda come si fa, così poi lo fai anche tu e guadagni tanti soldi.> La osservavo mentre si approcciava a degli uomini e poi è scomparsa.
Ho iniziato a prostituirmi a vent'anni per guadagnare dei soldi per pagare l'affitto e procurarmi del cibo. Ho lavorato intere notti senza prendere un soldo, ho venduto il mio corpo in cambio di percosse e qualunque tipo di violenza fisica, mi hanno drogata per ricevere del buon sesso e non ho guadagnato uno scellino. Nemmeno uno.

Poi mi sono innamorata di un uomo, siamo andati a vivere insieme e ho finalmente smesso di fare quell'orrendo lavoro. Pensavo di esserne uscita, invece no! Beveva, si drogava, mi picchiava e continuavo a vivere in un incubo.
Sono tornata a prostituirmi per dare da mangiare alla piccola Ann, la nostra bambina. Mi vergognavo di fare quello che facevo. Non ce la facevo più a vivere quella vita, così sono venuta qui in parrocchia a Mtopanga a chiedere aiuto, ho parlato a lungo con Sister Agnes, che mi ha ascoltata per ore.

Fort Jesus, Old Town, Ann, Getray ed io




Ora, Ann ed io, viviamo in una casetta qui a Mtopanga. Io insegno in una Primary School e pago una babysitter che si prende cura della mia bambina dal lunedì al venerdì.
Ringrazio Sister Agnes per l'immenso aiuto che mi ha offerto e ringrazio voi per essere qui ad ascoltarmi."









Questa è la storia di una delle 60 donne che oggi, qui a Mtopanga, una slum di Mombasa, fa parte di un progetto iniziato a gennaio 2019 grazie al supporto di Sister Agnes.
La suora le tiene impegnate in parrocchia, facendogli pulire la chiesa, il cortile, in cambio di cibo per i loro bambini.
Da qualche settimana Giorgia ed io, insieme a Sister Agnes, organizziamo degli incontri con il Tumaini Group -gruppo della speranza- per concedere a giovani donne momenti di svago, di confronto, di dialogo e di gioco.
Inoltre, insegniamo la lingua inglese in quanto la maggior parte di loro parla solo swahili e abbiamo iniziato a creare braccialetti, collane e orecchini così da poterli vendere e ricavare qualche scellino per fare la spesa.


Tumaini group alle prese con braccialetti, collane e orecchini 




domenica 19 maggio 2019

Il tempo vola, io non sono capace.

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Allora pagina bianca eccomi, è tanto che mi prometto di aprirti e riempirti di colore ma poi rimando sempre.
Se devo essere sincera ho fatto più fatica a connettere tutti i miei pensieri che trovare il tempo fisico per scrivere…ma comunque eccomi qui. Io tu e la mia playlist preferita di spotify, speriamo di fare grandi cose insieme.

La temperatura si è abbassata, le piogge sono arrivate, qualche frase di swahili la parlo, ogni giorno si aggiungono sorrisi e saluti lungo la strada che facciamo per andare a lavoro.
Tutto è dove deve essere, mi sento sempre più a casa.
Una casa che è stata accogliente fin da subito ma che con il tempo sta diventando sempre più mia.

Il tempo è magico, e non è una scoperta importante come l’acqua calda eh, però è una consapevolezza grandiosa.
E non mi riferisco alla quantità di esperienze che si possono fare in 24 ore ma a quanto i sorrisi, gli abbracci, i “ciao, come stai?”, le strette di mano diventino sempre più pieni di vita. Di come una relazione abbia sempre una piccola mattonella colorata in più, ogni 24 ore. Per me è magia.

E pagina bianca, meno male che non puoi rispondermi se no, giustamente, mi diresti “grande Giorgia, non sei proprio svelta se ti ci sono voluti 26 anni per capirlo” e io ti risponderei semplicemente che hai ragione. Che fino ad ora, per fortuna o forse no, la mia fiducia è sempre stata data per scontata ma è anche sempre stata corrisposta quindi non ho mai fatto grandi ragionamentoni in merito.
È da qualche mese che, senza che lo avessi immaginato, sono nella condizione di dovermi guadagnare la fiducia di altre persone e che fatica!! Giuro che è faticosissimo pagina, a tratti demoralizzante.
Cioè dico..prendo la decisione di partire, mi candido, faccio le selezioni, passo le selezioni, faccio la formazione, prendo l’aereo, atterro, schivo l’attacco di dissenteria che avevo quotato, imparo a vivere in una nuova città che di quelle viste fino ad ora ha poco in comune, imparo una nuova lingua, imparo a non urlare ogni scarafaggio che vedo, imparo i nomi dei cibi tipici e va beh..li mangio anche. Cioè nel senso direi che di motivazione un pò ne ho e che quindi un pò di fiducia, così a occhio, potrebbero darmela..invece no.
Fin da subito ci hanno dato disponibilità e rispetto e mi rendo, ora, conto che é già tanto. Poi noi, piano piano con le nostre gambine e manine abbiamo iniziato a conoscere e a proporre e i risultati sono arrivati eh, ma non erano pienamente come me li aspettavo. Come quando alla sera vai a letto soddisfatto ma non del tutto e non sai il perché, non capisci proprio dove puoi migliorare.
Poi, pole pole capisci che l’errore non sei tu e non è nessuno..è semplicemente la mancanza di fiducia.
Che una direttrice di un centro di sicurezza per minori non ti può dare fiducia solo perché sei la Giorgia che viene dall’Italia con tante belle ideucce, non funziona così.
Che la fiducia è tempo, è giornata, è condivisione, è comprensione, è saper contestualizzare, è conoscere, è apprezzare..e non esiste uno starter pack con queste caratteristiche, serve solo tempo. E non può essere comprato..da nessuna MasterCard. E per te non è magico quello che il tempo e la fiducia riescono a costruire? Per me va quasi oltre la magia, nel senso che non vedo l’ora di iniziare la giornata per vedere dove ci porterà.

 Poi va beh come per tutte le cose belle, cara pag., c’e un però..il tempo, con il suo profumo, vola e io invece vorrei stringermelo forte al petto sempre di più. Lui e i momenti che mi sta facendo vivere ma sono fiduciosa che troverò una soluzione.
Nel frattempo ti saluto che anche il tempo per dormire è importante e io ho proprio sonno e poi, andare a letto piena di felicità per la giornata appena passata è, come già detto, ben oltre ogni magia.


A presto,
Giorgia.

martedì 5 marzo 2019

Un mese a Mombasa

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Oggi è un mese che LeDis sono a Mombasa, in Kenya, per trascorrere l'anno di Servizio Civile all'estero.
Giorgia, la mia compagna di viaggio ed io ci siamo ritrovate dal freddo pungente di Milano al caldo africano, con una media di 33/35 gradi al giorno. Un vero trauma!!!







Inoltre, siamo state accolte dalla cucina kenyana che sta quasi diventando una droga: samoza, riso al cocco, chapati, pilau...una vera bontà!



Ritornare qui dopo sei mesi dal cantiere estivo ha suscitato in me strane sensazioni ed emozioni: rivedere i luoghi e incontrare nuovamente le persone conosciute in agosto mi ha fatto pensare "Cavolo Greta conosci una piccolissima parte di mondo che sta all'equatore, conosci persone e sai muoverti qui, è fantastico!"
E mi sono anche detta che nulla accade per caso, un motivo per cui io sia riuscita a tornare in questa città a distanza di pochi mesi ci sarà e non vedo l'ora di scoprirlo, di vivere a pieno l'anno che mi aspetta qui.


Ma come è questa Mombasa?

Mombasa è la seconda città più grande del Kenya e già in un mese ho notato le mille sfaccettature con cui si presenta. Si passa da quartieri ricchi con ville e strade pulite a baraccopoli e discarica aperta all'angolo della strada. E' una città caotica, sembra non si fermi, nemmeno durante la notte: la musica, insieme ai clacson, è uno dei sottofondi principali. 
L'intreccio e la convivenza di tantissime religioni  nello stesso posto mi ha un po' stupita: musulmani, cattolici, buddisti, indù convivono a Mombasa.
Lungo la strada le persone lavorano vendendo frutta, verdura, cassava fritta, cibo di ogni genere, vestiti, poltrone,
divani, bare, letti e tanto altro.



I conductor dei matatu (pullmino-taxi con 14 posti) urlano dal finestrino per cercare passeggeri da trasportare, con un costo molto basso. I driver dei tuk tuk (una specie di Apecar-taxi con 3 posti) girovagano per la città alla ricerca di passeggeri più benestanti.








Quelli meno fortunati trainano pesantissimi carretti di legno sotto al sole, a piedi nudi, sull'asfalto cuocente; altri conducono una bicicletta carica di sacchi e cassette contenenti cipolle, banane o verze. Quelli meno fortunati ancora un lavoro non ce l'hanno.





Durante questo mese di osservazione della città, delle persone che la vivono e del modo in cui la vivono mi sono dovuta mordere la lingua già un'infinità di volte, ho dovuto trattenere le lacrime e le parole contando fino a 10. Di certo il contesto non è semplice, ma è comunque una gioia vedere nelle persone e nei bambini quel sorriso smagliante e dico "Wow".

WOW