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lunedì 17 giugno 2019

Preparando le "Tabbbare"

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Cari cantieristi,
pensavate che ci fossimo dimenticate di voi ? MAI !!

In questi giorni le vostre coordinatrici stanno lavorando come delle  albine (api operaie) solo per voi!
Oltre alle attività e incontri che stiamo mettendo a punto in capitale abbiamo visitato i villaggi dove
andremo a fare i Cantieri… non senza un minimo di imprevisti ! Grazie alla (secondo mestudiata)
disattenzione del nostro collega-navigatore abbiamo avuto l’opportunità di vedere il villaggio di
Calfa Noua.
 Abitanti:197
Strade: ...

Dopo questa esperienza un po' into the wild siamo giunte al villaggio desiderato.
Che dirvi ragazzi, l’accoglienza è stata veramente positiva e non possiamo lamentarci!

Classico esempio di accoglienza moldava:
grano saraceno, kompott, anguria sott'aceto, pesce con verdure, vino. 

Dopo una ardua contrattazione siamo riuscite a farvi avere addirittura un bagno vero!
E ho personalmente richiesto al prete locale di mettere da parte abbastanza anguria sott’olio
per saziare tutti quanti.
Mancano 42 giorni alla “Tabara” (Campo estivo, in romeno) e io non vedo l’ora di rivedervi
e iniziare questa avventura insieme. So che avete tutti voglia di partire, mi immedesimo come
ex-cantierista. Ricaricate le batterie al massimo prima di partire perchè ne avrete bisogno.
Ma soprattutto, quando arriverete, cercate di fare tesoro di tutto quello che vedrete e imparerete
di nuovo e ricordate “be quick to observe but slow to judge”, perchè anche se siamo a due passi
da casa, le differenze culturali ci sono.
Spero che questo cantiere vi possa emozionare e, almeno un po’, farvi innamorare della Moldova
come ha fatto con me !

A presto !

ps: vi allego un po' di dolcezza dei cantieri passati per farvi vedere cosa vi aspetta !


Cantiere Ratus 2017
Cantiere Hincesti 2017

giovedì 21 giugno 2018

Prossima Fermata: Nairobi

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Milano, 17 giugno 2018

Giorno 0: Pronti, partenza, via!

Oggi è il giorno che stavamo aspettando e la nostra grande nave Pamoja è finalmente in (aero)porto. Tutto è pronto per il viaggio. Forse c'è il sole, o forse no...è difficile scorgerlo dall'oblò.
Il mare sembra in burrasca, ma siamo certi che arriveremo alla meta. 
Con il nostro equipaggio, metterci in mare non fa più paura. I nostri capitani, Alice e Giacomo, ci hanno aiutato a preparare il necessario e sono pronti a fare ed essere tutto ciò di cui ci sarà bisogno: timonieri, guide, psicologi, medici...saranno perfino pronti a cedere la doccia e il bagno!
Ognuno di noi altri 8 porta qualcosa di suo, e anche se sembriamo messi insieme senza un criterio, siamo fiduciosi di riuscire a funzionare bene come squadra:

  • Camilla - La marinaia curiosa
  • Elisa - Il bardo di bordo
  • Enrico - Il semplice mozzo
  • Francesca - La cambusiera sorridente
  • GiuliaM - La giocoliera e fotografa di bordo
  • GiuliaV - La carpentiera 
  • Sara - La giullare di bordo
  • Silvia - La cuoca tuttofare

Abbiamo caricato sul ponte anche i topi da slitta, perché non possono mancare in caso di necessità. 
Nella stiva abbiamo stipato tutti gli oggetti che non possono rimanere in Italia: la chitarra, l'ukulele, (Enrico ricordati il passaporto!), sapone di Marsiglia in gran quantità, Pussa Via Zanzara! e viveri, acqua e altri "rimedi" per sopravvivere alla traversata.

E dato che questo viaggio non è come tutte le altre partenze, non possono mancare in stiva anche il bagaglio delle proprie esperienze passate, accompagnate da ascolto reciproco e collaborazione tra i membri del gruppo, dalla comprensione, dalla voglia di mettersi in gioco e dalla pazienza di sapersi imperfetti accettando l'imperfezione altrui; e, ancora, troviamo un angolino della nave in cui far spazio alla sincerità e alla solidarietà che servono per essere punti di riferimento e di appoggio per tutti gli altri membri dell'equipaggio. 

In questo giorno che speriamo essere di sole (ma potrebbero esserci le nuvole, vi giuriamo che non si capisce dal tavolo attorno cui siamo seduti intenti a mettere giù questi pensieri), abbiamo iniziato a spiegare le vele, al grido di PAMOJA SI PUÒ! 
Il viaggio vero sarà lungo (quasi 11 ore), ma siamo pronti. E abbiamo davvero, davvero voglia di partire.

Non ha senso aggiungere altro, per ora. Questo diario, come questo viaggio, è appena all'inizio.

Cantiere Nairobi


Hebu twende pamoja


mercoledì 20 giugno 2018

Pronte per direzionare le vele!

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Mica scemi...anzi, sceme!, a pensare che scrivere a sedici mani, o decidere con otto teste, sia facile.
Il gruppo è al completo, ma non siamo ancora una vera ciurma: solo il viaggio ci renderà tali. Sicuramente siamo molto diverse tra noi, anche se abbiamo qualcosa che ci accomuna: la voglia di partire per questa esperienza! E poi...starà a noi riuscire a fare di queste differenze un punto di forza.
Cosa ci aspettiamo? Tante cose, ma sappiamo che non tutto andrà secondo i nostri desideri...e questo non ci scoraggerà! 

Di certo non potremo cambiare i venti, ma insieme riusciremo a direzionare le vele.

Siamo entusiaste, curiose, speranzose e cariche di aspettative: insomma, pronte a metterci in viaggio!

#sentitiLibanadi


Gruppo Libano:
Veronica, Michela, Sos, Giorgia, Chiara, Mary L., Giulia, Claudia
e coordinatori.



domenica 10 settembre 2017

Piccoli scorci di un ancoraggio boliviano

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E così, dopo tanta attesa, questa estate la nave del mio viaggio è attraccata ad un porto preciso, cercato e desiderato: ha delle coordinate geografiche ben definite, nonostante a me risultasse praticamente sconosciuto. Questo porto ha nome Bolivia.

La mia nave, che durante quest’anno e prima di questo attracco ha percorso tante miglia, ha intuito cosa le è davvero essenziale per andare avanti, ha cominciato a navigare nel mare aperto, riconoscendo l’importanza di alcuni porti quotidiani che ti danno rifornimenti per continuare verso un orizzonte saldo. Ma sulla cartina c’era una grande ‘X’ sulla Bolivia, un segno che avevo posto mesi prima: avevo il desiderio di mettermi a servizio degli ultimi, in una realtà che non fosse la mia e che mi permettesse di andare incontro a situazioni per me impensabili. 


Già, perché per incontrare qualcuno c’è bisogno di ‘andare’: incontrare implica muoversi, darsi da fare e rendere questo incontro possibile e fecondo. Non accade per miracolo. 

Ci vuole anche attenzione per incontrare una persona, vuol dire accoglierla e lasciare che si mostri per come è, senza volerla vestire con gli abiti che un giudizio prematuro ci porterebbe a metterle addosso. La Bolivia in questo mi ha messo alla prova: incontrare gli occhi di una ragazza della mia età malata di SLA, che rimarrà nella sua casa nel mezzo del nulla finché sarà la nonna a prendersi cura di lei, mi ha costretto ad accettare una situazione per me paradossale, dove la presenza dei miei compagni di viaggio e mia era sostanzialmente inutile. Mi ha fatto bene, questo sentirmi inutile, questa impotenza.. Mi ha ricordato che alcune volte non bisogna fare, bisogna esserci. E ci devi essere con tutto te stesso quando un altro ti si fa vicino, non basta un pezzettino: così come quel pomeriggio, nel nostro ultimo giorno a Cochabamba, dovevo esserci all’hogar Wasinchej (dal quechua, 'casa nostra’) per incontrare una ragazzina di nome Esperanza, il cui silenzio mi ha parlato e mi ha attratto come una calamita. Per circa mezzora, i suoi occhi, la sua voce e i suoi racconti sono stati il mio tutto. Mi sarei potuto fermare un altro mese ad ascoltare col cuore aperto e donare il mio tempo a lei e alle altre bimbe e ragazze dell’hogar, perché la qualità di quei momenti non si può tradurre con parole. Ho avuto la conferma ancora una volta e in modo nuovo come il tempo, la vita ha senso ed è piena solo nel momento in cui al centro c’è l’Altro. ‘La misura dell’amore è amare senza misura’ ha detto qualcuno tanto tempo fa, e lo trovo incredibilmente vero: se decidi tu a priori quanto vuoi donarti, parti limitato, rimani nel tuo guscio sicuro e non ti metti in gioco per davvero. Brutto no?
Siamo fatti per rischiare, per rischiare anche di non essere capiti e respinti: quante volte mi sono sentito osservato perché ero io il ‘gringo’, e se dai bimbi era uno sguardo di curiosità, in altri ho letto quasi un fastidio. Ma soprattutto, siamo fatti per entrare in relazione: in Bolivia, quando si incontra una persona conosciuta o meno ci si saluta in un modo per noi inusuale. Ma quando è stato il momento di salutarci prima di tornare in Italia, si è usato il linguaggio universale dell’abbraccio. E lì, in Bolivia, ho scambiato alcuni degli abbracci più belli di sempre, con i bimbi del doposcuola, con i ragazzi disabili di Danilo, con i miei compagni di viaggio. Talmente belli e importanti che, ripensandoci, ne sento ancora il calore e l’emozione.

La mia navigazione è ripresa già da un paio di settimane ormai; guardando indietro riconosco di aver portato a bordo un bagaglio enorme che verrà sempre con me, un bagaglio fatto di alcuni tesori preziosi che già custodisco con cura maniacale, e fatto anche di oggetti per il viaggio di cui posso scoprire l’utilità solamente continuando a solcare il mare. Ho trovato un paese molto complesso, molto variegato sia nell’aspetto naturale, del paesaggio ma soprattutto a livello umano. E come in ogni grande avventura, i paesaggi segnano gli occhi e la mente, mentre ciò che ci segna il cuore sono le persone che ci sono poste lungo il cammino.
Così è per me la Bolivia: nei miei ricordi e nel mio cuore scorrono tutte quelle situazioni, quelle storie, quegli occhi che hanno contribuito a rendere questa terra una tappa unica nel mio viaggio. 

Hasta pronto Bolivia querida, con la speranza che i mari e i venti permettano alla mia nave di gettare un’altra volta l’ancora nel tuo porto.

Alessio



Georgia: un incontro per crescere.

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Quando mi sono messa a pensare cosa scrivere sull’incontro con l’altro, subito mi sono affiorati alla mente tanti volti di bambini … e ora con chi lo scrivo?! Potrei scrivere dell’incontro con Salome, una splendida ragazzina bionda dal carattere forte ed il cuore grande. Oppure con Melano, una dolce bimba dai capelli lunghissimi e con un sorriso incantevole. Oh, poi potrei scrivere anche di quello con Lolita! Quella pacioccona ma unica bambina, sempre pronta a prenderti in giro! 
Potrei scriverlo con mille altri ma, pensandoci a fondo, l’unico volto che mi torna di continuo alla mente è quello di una Donna. Una Donna che ho avuto l’occasione di vedere solo per poco tempo, solo per qualche giorno di campo. Una Donna umile, a nostra disposizione per l’intera giornata, che semplicemente puliva i posti che noi sporcavamo, lavava le pentole con cui a noi hanno cucinato da mangiare, disinfettava i bagni in cui noi andavamo.
Ricordo di aver chiesto qualcosa di lei a Giuseppe, ma quello che mi ha risposto probabilmente non avrei mai voluto sentirlo.

“La sua storia è semplice. Un giorno per strada l’hanno fermata con i fucili un gruppo di uomini e l’hanno portata via. Be, il resto puoi immaginarlo, l’hanno costretta e... quella lì è sua figlia.”


A queste parole mi si è gelato il sangue. Volevo correre in bagno a vomitare. Andare ad abbracciarla forte.  Sentivo la rabbia crescere.
Ma sono rimasta lì, immobile, come pietrificata. Era solo il terzo giorno di campo.
Avevo mille domande, mille riflessioni da fare. Quella fatidica e a volte stupida domanda che ti rimbomba nel cervello..” perché?”. Perché è successo, perché nessuno per la strada si è mosso, perché le persone sono in grado di compiere un gesto tale, un gesto così folle?
Tanti perché ma nessuna risposta. Solo il silenzio per riflettere sulla Forza, sulla Grandezza e sul Coraggio, che ha avuto e che ancora Lei possiede, di crescere una figlia e vivere a servizio degli altri.
Questa Donna non è più uscita dalla mia testa. Pochi giorni dopo è partita per andare al paese, ma per me è diventata un pensiero fisso, la mia testa non se ne voleva dimenticare. Tutt’ora non se ne è dimenticata e, sono certa, non se ne dimenticherà.

Marta