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mercoledì 30 gennaio 2019

Migrare non è reato

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Hai un contratto a tempo indeterminato, una casa, una macchina e vai in Nicaragua? Ma dov'è? In Africa? In America??? Non è lontano?? Ma non hai paura? Hanno rapito una ragazza! Ma sei sicura? Mille domande per me inconcepibili fatte da persone così imbrigliate nella quotidianità che non hanno voglia di allargare i loro orizzonti, non riescono a vedere oltre il proprio orto, dove il diverso fa tremare le gambe perché è un qualcosa che non si conosce.

 Da sempre ho sognato mondi lontani; il mio vicino di casa iraniano in Italia perché rifugiato politico, un ragazzo polacco accolto in casa, l’amico di famiglia indiano che mi portava in giro con la vespa, tutte persone che raccontando la loro piccola storia hanno insidiato in me il seme della curiosità, della scoperta. Mi sentivo stretta nel mondo che mi ero creata, era ora di partire, di toccare con mano quel mondo sempre sognato e dare concretezza a tutti quei paroloni letti sui libri: sviluppo, cooperazione, aiuti umanitari, sostenibilità, progetti. 

Grazie al Servizio Civile ho l’opportunità di immergermi in un’altra cultura, respirarne gli odori ed essere pervasa dalle sensazioni e nel frattempo, dare un piccolo contributo a persone che hanno avuto la sfortuna di nascere nella parte sbagliata del mondo. L’idea di collaborare in una scuola di un quartiere popolare come Nueva Vida, mi incuriosisce ma mi spaventa allo stesso tempo. Cosa posso fare io? Di cosa avranno bisogno questi ragazzi? Ma poi metto da parte tutte le ansie e penso che a volte anche un abbraccio, un sorriso, delle attenzioni per i bambini di strada con cui entrerò in contatto possono rendere il mondo meno triste.

 “Happiness is only real when shared” 

Un piccolo Supertrump nelle terre selvagge?! Non credo, ma comunque è ora di partire…. 

 Si vola dall’altra parte del mondo!!!

domenica 28 gennaio 2018

BEIT BEIRUT O LE FERITE DI UNA GUERRA

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Nel cuore di Beirut, precisamente nel quartiere di Dowtown, sorge una decadente costruzione oggi nota come Beit Beirut, “la casa di Beirut”. Nessuno chiama più quell'edificio col suo vero nome, Palazzo Barakat, anche perché è ormai passato quasi un secolo da quando Nicholas Barakat, nel 1924, commissionò il progetto di questa dimora gentilizia. 

Palazzo Barakat era costituito da otto appartamenti abitati da alcune famiglie della classe media. L’edificio si affacciava sull'angolo formato da due delle arterie principali del traffico di Beirut: Independence Street e la Beirut-Damasco. Probabilmente negli anni Trenta la capitale libanese non era ancora coperta dal pesante velo di smog che si respira oggi e Palazzo Barakat non era esposto alle grida dei clacson come lo è ora. 


Palazzo Barakat doveva sicuramente catturare lo sguardo dei passanti. La pietra dal fragile colore giallo formava sottili colonne che ricordavano vagamente l’architettura greca. Sempre un ibrido, Beirut. Una città posta nel bel mezzo del Mediterraneo e che trae la propria identità dalle contaminazioni, dagli incroci e dagli stili commisti. E con le sue ariose facciate, Palazzo Barakat doveva sicuramente incarnare lo spirito beirutino: la ricchezza mostrata sempre con distratta eleganza. 

Poi accadde. Il 13 aprile 1975 il mondo finì e nessuno sembrava aspettarselo. Eppure la gente doveva sapere. Le guerre non scoppiano mai da un giorno all’altro. Serve ben più di una scintilla, più dei colpi di mitra che lacerarono l’aria di Ain El Rummaneh, quel giorno di primavera. 

Una guerra per procura, naturalmente. C’era Israele che stava cacciando il popolo palestinese dalla sua terra, la Siria con le sue mire espansionistiche e i precari equilibri confessionali in Parlamento. Le guerre scoppiano fra i potenti, ma sono i piccoli che le scontano. In Libano tutti cominciarono a sentirsi minacciati da tutti e nel ’75 iniziò il conflitto. 



Palazzo Barakat divenne suo malgrado un simbolo di guerra. La sua posizione, proprio in corrispondenza della Linea Verde, lo rese la postazione ideale per i cecchini. La sua architettura permetteva ai combattenti di nascondersi fra le sue colonne, di annidarsi nei suoi spazi interni. E da Sodeco altri guerriglieri rispondevano col fuoco, ferendo la facciata di Palazzo Barakat. 

Passarono gli anni e la guerra finì. Ma Beirut era stata ormai profanata. I lutti e le perdite portarono le varie comunità religiose ad autosegregarsi. Così Beirut Est divenne la roccaforte dei cristiani, mentre a Beirut Ovest trovarono rifugio i musulmani. Achrafieh e Hamra divennero i nuovi centri di una città ormai bicefala e Palazzo Barakat perse la sua centralità. 



Ecco cos’è Palazzo Barakat oggi. Una casa fantasma dalle cicatrici indelebili. Durante la ristrutturazione gli architetti hanno rinforzato il suo fragile scheletro con delle protesi di metallo. Ormai disabitato, Palazzo Barakat ha perso la sua alterigia nobile ed è diventato Beit Beirut, un museo della memoria. E con quella strana commistione di pietra e ferro, Palazzo Barakat è diventato ancora una volta lo specchio di Beirut, una città ibrida che si vuole moderna, ma che non riesce mai a sbarazzarsi del suo passato.



sabato 27 gennaio 2018

Ritorno a Cochabamba, dove la vita è imprevedibile!

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Ritornare per non smettere mai di imparare


Ritorniamo a Cochabamba, dopo un mese di rimmersione in Italia. Eravamo arrivate qui, a Cocha - come si dice in slang -, all’inizio di novembre e dopo quasi due mesi siamo tornate in Italia, tra vacanze e formazione. Uno shock

Non è semplice riuscire a entrare e stare in un paese come questo, una realtà molto diversa, per quanto segnata da un’influenza europea lunga  secoli.

 La Bolivia è uno dei Paesi del Sud America che più a conservato la sua storia e le sue tradizioni: il Quechua, l’Aymara sono alcune delle lingue che scorrono parallelamente al Castellano -guai a parlare di Spagnolo!-  e che si mescolano, pulsano, creando una tavolozza colorata nella quale ancora si sentono le radici di questa nazione.

Riunione parrocchiale del campo

Arrivata qui senza sapere una parola della lingua locale, ho scoperto la fortuna di stare tra persone che sono abituate a parlare lentamente, per farsi comprendere: non tutti i boliviani parlano infatti Castellano, come non tutti parlano Quechua o Aymara. Però ci si capisce: si fa attenzione ad esprimersi in maniera chiara, con un ritmo lento e a bassa voce.


Uno dei primi avvertimenti che ci è stato dato è stato infatti di non gridare mai - e per gridare si intende anche il tono di una normale conversazione italiana! -. Ricorda l'atteggiamento dei colonialisti, ci spiegano. Un altro motivo per cui quasi si sussurra, scandendo bene le parole.


L'idea però che oggi questo sia importante soprattutto per comprendersi a vicenda mi conquista di più: mi fa pensare all'unità di un popolo che supera le divisioni linguistiche e che, alla fine, sorride nella stessa lingua.



Murale del gruppo Acciòn Poética de Cochabamba

Ma, al di là della lingua -dell’idioma, pardon!-, intendersi non è facile. Un gesto, un’espressione, la costruzione di una frase, tutto ha un peso nel creare relazioni. Ed è difficile capire come fare.


Dopo due mesi stavamo cominciando a percepire il ritmo con cui segnare il tempo di un saluto, di un buon giorno, del lavoro … e adesso si ricomincia, di nuovo a 2.560 metri di altezza e con 5 ore di fuso orario!



Uno degli aspetti che abbiamo subito dovuto metterci in testa in Bolivia è stato:

SCORDATI DI PROGRAMMARE!

O, detto in altri termini:

LA VITA E’ IMPREVEDIBILE. ACCETTALO!


E per me, abituata a progettare, calcolare soppesare i pro e i contro di ogni cosa, è stato un vero colpo! Ma una volta che ci si abbandona a questo flusso un po’ matto della vita in Bolivia, si trovano anche i suoi lati positivi.


Dovevamo tornare mercoledì 24 gennaio, tutto a posto, tutto pronto. Biglietti presi, visto fatto.


Il 22 ci scrive la nostra responsabile in loco: martedì ci sarà un paro general (un blocco generale della circolazione). Potreste avere dei problemi con i voli, non riuscire a tornare a casa ... e state attente.
Già, perché quando il clima si scalda non dobbiamo dimenticarci di essere gringos, ragazze bianche provenienti da un paese ricco.

All’inizio ci preoccupiamo, ma poi ci diciamo "Andiamo, e vediamo cosa succede. In qualche modo faremo". Arriviamo e lo sciopero era stato sospeso. Torniamo a casa sane e salve.


Eh sì: inutile preoccuparsi troppo. Anche da un giorno all'altro qui tutto può cambiare!!!




Chiara

sabato 28 ottobre 2017

-7 a Cochabamba: gli ultimi passi per la Bolivia!

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-      L'inizio di un viaggio con radici lontane


Un passo, poi un altro, ed ecco, sono qui. Quando cammini con il gusto del viaggio arrivi anche a dei momenti di sosta, dove hai bisogno – o decidi – di fermarti. Ti vuoi riposare, ammirare quanto ti sta intorno o vedere meglio dove stai andando.


Mi trovo adesso in uno di questi momenti, ferma, ma carica di quell'energia di chi è sul punto di saltare: sento di aver camminato tanto per arrivare a questo punto, ma allo stesso tempo di avere davanti a me orizzonti ancora sconfinati. La decisione di saltare l’ho già presa: ha richiesto tempo e forza, ma adesso sto prendendo la rincorsa per lanciarmi!



Se provo a ripensare a cosa mi ha portata fino a qui, ecco che una matassa lunghissima comincia a srotolarsi e a correre da tutte le parti, piena di nodi e ingarbugliamenti, apparentemente senza né capo né coda. Da piccola volevo fare la missionaria, poi girare il mondo come medico, poi … quanti cambiamenti!


I più importanti non sono mai stati né semplici né indolori, ma se cerco di rileggerli mi sembrano un po’ il frutto di un movimento tra due vette, le mie paure e quello che veramente desideravo, che mi faceva sentire viva. E di questo fanno parte il desiderio di scoprire, di viaggiare, di aprirsi al mondo.
Ma anche di agire nel mondo, sporcandomi le mani, cercando di capirlo, di maneggiarlo, lasciando un segno. 

Confronti politici, volontariato, la scelta degli studi: tutto questo si amalgama nella pasta di cui sono fatta oggi. Ma che forma ha? Sapere in quale direzione vuoi andare è già difficile, ma per farlo diventare realtà devi poi tradurlo in scelte, percorsi: a volte li intraprendi di tua volontà e a volte semplicemente ti affidi.

Il Servizio Civile all'Estero è stata per me una scoperta che ha avuto origine quasi per caso: avevo 19 anni, volevo partire e il mio don mi ha consigliato – ormai tanto tempo fa!- di chiedere in Caritas. Ho scoperto così i Cantieri della Solidarietà –esperienze di volontariato all'estero organizzate da Caritas Ambrosiana- e sono partita per la Moldova. Lì ho incontrato un ragazzo che stava facendo il Servizio Civile.

Cos'era il Servizio Civile? E chi lo sapeva! L’ho scoperto allora, e da quel momento l’ho come messo in tasca e tenuto lì, continuando la mia strada. Quell'idea, quel sogno mi ha aiutata ad orientarmi: sono partita altre volte, viaggi vicini e lontani, ho cambiato università, casa, città, e in tutto questo sono cambiata tanto anch'io! Ma quel sogno bruciava sempre in tasca, finché non ho deciso di tirarlo fuori e di provare finalmente a coltivarlo. E adesso …. Uno Dos Tres Cuatro Cinco …. –7 a Cochabamba! Tra sette giorni saremo in Bolivia.


Chissà che frutti nasceranno durante quest’anno … In questo blog magari riusciremo a condividerne il sapore, ma state attenti: i sogni sono contagiosi!

Chiara

domenica 10 settembre 2017

Piccoli scorci di un ancoraggio boliviano

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E così, dopo tanta attesa, questa estate la nave del mio viaggio è attraccata ad un porto preciso, cercato e desiderato: ha delle coordinate geografiche ben definite, nonostante a me risultasse praticamente sconosciuto. Questo porto ha nome Bolivia.

La mia nave, che durante quest’anno e prima di questo attracco ha percorso tante miglia, ha intuito cosa le è davvero essenziale per andare avanti, ha cominciato a navigare nel mare aperto, riconoscendo l’importanza di alcuni porti quotidiani che ti danno rifornimenti per continuare verso un orizzonte saldo. Ma sulla cartina c’era una grande ‘X’ sulla Bolivia, un segno che avevo posto mesi prima: avevo il desiderio di mettermi a servizio degli ultimi, in una realtà che non fosse la mia e che mi permettesse di andare incontro a situazioni per me impensabili. 


Già, perché per incontrare qualcuno c’è bisogno di ‘andare’: incontrare implica muoversi, darsi da fare e rendere questo incontro possibile e fecondo. Non accade per miracolo. 

Ci vuole anche attenzione per incontrare una persona, vuol dire accoglierla e lasciare che si mostri per come è, senza volerla vestire con gli abiti che un giudizio prematuro ci porterebbe a metterle addosso. La Bolivia in questo mi ha messo alla prova: incontrare gli occhi di una ragazza della mia età malata di SLA, che rimarrà nella sua casa nel mezzo del nulla finché sarà la nonna a prendersi cura di lei, mi ha costretto ad accettare una situazione per me paradossale, dove la presenza dei miei compagni di viaggio e mia era sostanzialmente inutile. Mi ha fatto bene, questo sentirmi inutile, questa impotenza.. Mi ha ricordato che alcune volte non bisogna fare, bisogna esserci. E ci devi essere con tutto te stesso quando un altro ti si fa vicino, non basta un pezzettino: così come quel pomeriggio, nel nostro ultimo giorno a Cochabamba, dovevo esserci all’hogar Wasinchej (dal quechua, 'casa nostra’) per incontrare una ragazzina di nome Esperanza, il cui silenzio mi ha parlato e mi ha attratto come una calamita. Per circa mezzora, i suoi occhi, la sua voce e i suoi racconti sono stati il mio tutto. Mi sarei potuto fermare un altro mese ad ascoltare col cuore aperto e donare il mio tempo a lei e alle altre bimbe e ragazze dell’hogar, perché la qualità di quei momenti non si può tradurre con parole. Ho avuto la conferma ancora una volta e in modo nuovo come il tempo, la vita ha senso ed è piena solo nel momento in cui al centro c’è l’Altro. ‘La misura dell’amore è amare senza misura’ ha detto qualcuno tanto tempo fa, e lo trovo incredibilmente vero: se decidi tu a priori quanto vuoi donarti, parti limitato, rimani nel tuo guscio sicuro e non ti metti in gioco per davvero. Brutto no?
Siamo fatti per rischiare, per rischiare anche di non essere capiti e respinti: quante volte mi sono sentito osservato perché ero io il ‘gringo’, e se dai bimbi era uno sguardo di curiosità, in altri ho letto quasi un fastidio. Ma soprattutto, siamo fatti per entrare in relazione: in Bolivia, quando si incontra una persona conosciuta o meno ci si saluta in un modo per noi inusuale. Ma quando è stato il momento di salutarci prima di tornare in Italia, si è usato il linguaggio universale dell’abbraccio. E lì, in Bolivia, ho scambiato alcuni degli abbracci più belli di sempre, con i bimbi del doposcuola, con i ragazzi disabili di Danilo, con i miei compagni di viaggio. Talmente belli e importanti che, ripensandoci, ne sento ancora il calore e l’emozione.

La mia navigazione è ripresa già da un paio di settimane ormai; guardando indietro riconosco di aver portato a bordo un bagaglio enorme che verrà sempre con me, un bagaglio fatto di alcuni tesori preziosi che già custodisco con cura maniacale, e fatto anche di oggetti per il viaggio di cui posso scoprire l’utilità solamente continuando a solcare il mare. Ho trovato un paese molto complesso, molto variegato sia nell’aspetto naturale, del paesaggio ma soprattutto a livello umano. E come in ogni grande avventura, i paesaggi segnano gli occhi e la mente, mentre ciò che ci segna il cuore sono le persone che ci sono poste lungo il cammino.
Così è per me la Bolivia: nei miei ricordi e nel mio cuore scorrono tutte quelle situazioni, quelle storie, quegli occhi che hanno contribuito a rendere questa terra una tappa unica nel mio viaggio. 

Hasta pronto Bolivia querida, con la speranza che i mari e i venti permettano alla mia nave di gettare un’altra volta l’ancora nel tuo porto.

Alessio



mercoledì 5 luglio 2017

Romanzo Cantiere, capitolo 1: pronti, partenza, Boli-via!

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Mancano 23 giorni alla partenza e stiamo entrando sempre di più nell’ordine di idee di passare un mese della nostra vita in maniera totalmente diversa dal solito. La valigia sta prendendo forma, anche se stiamo partendo dai giochi vari per intrattenerci in quelle simpatiche 30 ore di viaggio che stanno tra noi e questa nuova avventura. 
Il nostro “Via” è la capitale più alta del mondo, La Paz, dove arriveremo attorno alle 4 del mattino di uno dei giorni che si prospetta come uno dei più lunghi.
Il primo trasporto boliviano sarà un viaggetto di appena 8 ore in pullman (speriamo non ancora sulla Ruta de la Muerte) che ci porterà alla nostra adorata Cochabamba.
La nostra immaginazione già spazia nel cercare di capire come sia la nostra città e i suoi abitanti, che le nostre fonti segrete (nome in codice RosariO) ci dicono che si definiscono cochabambini. La nostra casa sembra grande e Victor ed Alessio cercano, anche se in netta minoranza, di prenotarsi un bagno solo uomini (la vedo
abbastanza dura).
Ci siamo fatti già una cultura sul cibo, e abbiamo capito che a casa cucineranno Flora (che sarà controllata a vista mentre si laverà le mani dopo aver lavato il bagno) e Alessandra (anche supporto lavatrice); Sara dormirà in giardino; Margherita avrà un’ottima prospettiva per disegnare “el Cristo de la Concordia”, Victor sparecchierà  ma sarà Serena a lavare i piatti; Alessio e Arianna li vedo bene a tenere il giardino in ordine.Abbiamo conosciuto Maria Rosaria, RosariO o Rosy per gli amici, che sarà la nostra coordinatrice e che ci ha già fatto un’introduzione alla Bolivia, che possiamo riassumere così: donne basse, uomini brutti, cibo buono se cotto, diarrea se crudo e coca q.b..


Come ci sentiamo? Bella domanda.
Alessandra è una persona estrema: è estremamente eccitata, è estremamente curiosa ed estremamente in the mood Bolivia.
Flora è iperattiva: non vede l’ora di spendere, di spanciarsi sull’amaca che vuole mettere in giardino dopo aver fatto pranzi pantagruelici a base di tutto quello che incontra.
Sara è vogliosa… ma no, cosa credete: ha più voglia di partire rispetto a prima, e aumenta man mano che si addormenta durante i lavori e sogna la sua permanenza là.
Serena è pensierosa, però rimane “serena” perché sua mamma le ha già impiantato un chip e le ha fatto tatuare il sito della Farnesina.
Margherita è una visionaria, nel senso che si è fatta delle fisime, cioè scusate, volevo dire delle foto mentali in cui si immagina come tutto possa essere, ma che vuole comprovare una volta arrivati lì.
Alessio è Alessio, che c’è da dire, lo conoscete, è un po’ strano e non vede l’ora di schiarire un po’ quei bozzetti di idee che si è fatto su questa avventura.
Arianna è carica, ma di ansia, perché prima di pensare alla Bolivia deve pensare a certi simpatici e tattici esami che le mancano prima di potersi mettere anima e corpo in questa avventura, però ha già voglia di vedere come si sta tutti insieme, e vuole capire come riuscirà a “disciularsi” nella comunicazione lì in Bolivia.
Victor non pensa  molto, ma d’altronde non l’ha mai fatto, e si perde nelle sue battute e nel cercare di farsi valere, pur essendo, come al solito, il più piccolo; anche lui non vede l’ora di fare questa esperienza perché man mano che passa il tempo si trova sempre meglio con il gruppo, ed è felice di poter condividere questa esperienza con loro.
A Rosario non chiediamo cosa pensa perché abbiamo paura di prendere insulti, ma non sembra troppo shockata dalla C.B.B.A., cioè la nostra Curiosa Brigata Boliviana all’Attacco.


Ora siamo carichi, pieni d’iniziativa, e di voglia di capire come si troveranno i Gringos a Cochabamba… ma ne riparliamo a 5.000 metri.

Hasta luego!













lunedì 26 giugno 2017

Romanzo Cantiere Bolivia: pronti a scrivere una nuova storia!

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Premessa

Siamo uno, nessuno, centomila!

Non ci conosciamo, ma sappiamo dove andiamo. Temiamo l’ignoto, ma siamo pronti a volare come un aquilone alla ricerca della luce racchiusa nell’altro che incontreremo. Siamo pronti a giocarci le nostre carte, e vogliosi di colorare la nostra vita come dei bambini di fronte ad un foglio bianco.
Curiosità e incoscienza sono il motore che ci spingono, pronti a partire e scrivere una nuova storia, un nuovo racconto da inserire nel libro di racconti di Sara; un nuovo viaggio, alla ricerca di orizzonti mai esplorati e alla scoperta di un mondo così lontano ma che non è mai stato a noi così vicino.



venerdì 23 giugno 2017

"ROMANZO NICARAGUA": Noi partiamo da qui..

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PREMESSA
Noi partiamo da qui..

Io parto da un’ agenda piena di impegni e da una vita frenetica. Ho bisogno di lasciare qui tutte quelle scadenze e quei tempi che ora caratterizzano la mia vita, scandendola quasi in maniera ritmica. Penso sia il momento di stravolgere e colorare questo ritmo che è mio e che mi piace, ma talvolta mi rende un po’ costretto. Vedo questo viaggio come un tempo in cui non c’è tempo, non ci sono date, non ci sono orari, ma solo un continuo e costante fluire di quella che è la vita, di quello che è il giorno e la notte di un posto nel mondo che non è il mio, ma in cui desidero immergermi alla ricerca di un nuovo tempo e di un nuovo respiro.

Io parto con una valigia che rappresenta tutto me stesso. Io con tutti i miei dubbi e le mie certezze, io con il mio lavoro e i miei svaghi, io con il mio sorriso e il mio desiderio di ricercare delle risposte, io con i miei limiti e le mie aspettative. Partire per lasciare qualcosa della mia valigia all'altro e partire per ricevere: questa è la mia idea del viaggio. Mi immagino di immergermi in uno scambio autentico tra quella che è la mia piccola valigia e quello che è il mondo che voglio scoprire. Nel mio lavoro è lo spazzolino il mezzo che utilizzo per creare un contatto tra me e la nonnina o il nipote: partire da una cosa semplice, come l’imparare a lavarsi i denti, fino ad arrivare a scambiarsi anche dei piccoli scenari di vita quotidiana, un qualcosa che ti viene affidato così, che prendi e porti a casa. Ecco, quello che vorrei è vedere questo spazzolino come il mio sorriso che arriva in Nicaragua per incontrare altri sorrisi e altri volti. Volti che dialogano e si lasciano un qualcosa a vicenda qualcosa che renderà sicuramente la mia valigia più pesante di come è partita, magari altri dubbi e altre domande, ma che sicuramente la renderà più colorata e più “viva” di come era partita. Con tutto il tempo poi, una volta giunto a casa, di risistemare i pezzi, i colori, i profumi, i pensieri, gli sguardi che vi sono rimasti intrappolati dentro, a volte senza nemmeno che me ne accorgessi.

Io parto da casa mia. In realtà ne ho due di case: una nella città in cui studio, casa dei miei amori, di nuove amicizie, della fatica e responsabilità di tutti i giorni, e la casa dove ho sempre abitato fin da bambina, quella con la mia famiglia, caratterizzata ogni tanto da qualche litigio, ma anche da tanta serenità e affetto. Forse il numero di case che si abitano è un qualcosa che non mi piace quantificare. Quello che penso è che nessuno abbia una sola e unica casa, ma ne abiti tante. Ne attraversa e vive diverse. Una rossa, una blu e l’altra gialla. Una casa la vedo un po’ come quel posto di mondo in grado di farmi sentire viva, di provocare nostalgia quando non c’è e di farmi anche piangere quando arriva l’ora della partenza. Un po’ quello che mi è successo a Nairobi lo scorso anno. Quella penso sia la mia terza casa nel mondo. Per me il vero viaggio è proprio questo: trovare una casa e farla mia. Io parto da qui con questo immenso desiderio di vivermi un pezzo di Nicaragua con le sue diversità, i suoi bambini, le sue incongruenze, le sue mille sfaccettature, i suoi odori e colori. Un posto a abitare e da “sentire”.

Io parto. Se parto. Perché qui, nella vita di tutti i giorni, sono sempre in ritardo. Prendo lo zaino pieno di sogni, di sassi e di sguardi e inizio a correre. Corro verso una nuova avventura, un mondo nuovo che mi stupirà e mi arricchirà. Non penso ci sia un tempo ideale e ottimale per incontrare nuovi posti e persone, non penso che parlando di viaggio si possa pensare di essere in ritardo o in anticipo. E proprio per questo mi piace viaggiare e pensare a nuove partenze. In questo non mi sento in ritardo, è un qualcosa che viene, così. È sempre il suo tempo.

Pronti? Partiamo da qui.. insieme.

domenica 7 maggio 2017

Diri ak pwa, ovvero arroz con habichuelas: un viaggio oltre la frontiera.

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Quando tutto sembrava pronto per partire, mi è stato annunciato, con estrema casualità, che finalmente avrei potuto incontrare il vescovo, proprio la mattina della mia partenza. Così questo momento solenne si è incastrato tra una messa, uno zaino da preparare, il serbatoio da riempire con la bottiglietta di plastica e un simpatico prete che mi parla della canzone di San Damiano. E’ un buon modo per iniziare il mio primo viaggio da sola su quest’isola. Non solo per le benedizioni del Monseigneur, ma anche per cominciare apprezzando l’imprevisto. Certo, con questo secondo anno ai tropici ci sono ormai abituata, ma il fatto di viaggiare lo rende un fattore supremo, al quale non ci si può sottrarre barricandosi in un luogo sicuro, bisogna giocare. 

Nonostante gli avvertimenti di un collega della Caritas Spagnola, l’equipe animazione di Caritas Port-de-Paix sembra non voler credere che la strada del nord, che da Anse-à-Foleur porta a Limbé e a Cap Haïtien, sia davvero così impercorribile, fomentando così la mia fretta di partire: ed è così che mi trovo con Karl, l’autista, su un sentiero di montagna difficilmente praticabile anche a dorso di mulo. Ma proprio la sua esperienza e le benedizioni del vescovo ci permettono di arrivare sani e salvi dopo 5 ore a Cap Haïtien, con solo una gomma a terra e un pezzo dell’auto (di cui non capisco il nome) da riparare. La scorciatoia, che avrebbe dovuto dimezzare il tempo di percorrenza rispetto alla strada tradizionale, ha quasi allungato il viaggio, ma il paesaggio mozzafiato ha ripagato ogni goccia di sudore freddo. Le Kay pay, cime avvolte nelle nuvole, alberi da frutto, faraglioni e mare, una baia segreta dove forse un giorno avrò il coraggio di lanciarmi con la tavola da surf, e poi una brusca e casuale interruzione. Una liscia lingua di cemento taglia la giungla per meno di 10 kilometri. Cos’è questo miraggio fitzcarraldiano? Il paese di origine di un senatore, mi dice Karl, divertito dal fatto che ancora io mi stupisca di queste cose. 

Questo lirismo bucolico scompare del tutto avvicinandosi a Cap Haïtien, la città simbolo della storia di questo paese. Ci sono le strade asfaltate, addirittura con la doppia linea, gente che corre, anche una blan in pantaloncini minimali con un cane al guinzaglio! Resto incollata al finestrino, meravigliata. Lasciando il Far-Nouest di Haiti mi rendo conto delle diverse realtà che sono questa terra, ma lo shock vero e proprio resta ancora da assaporare.

Il giorno dopo parto in autobus alla volta di Santiago de los Caballeros, Repubblica Dominicana. La strada che porta al confine ha veramente pochi buchi, ed il paesaggio che si attraversa percorrendola sembra appartenere ad un’epoca diversa rispetto a quella alla quale i miei occhi ( e la mia schiena)  si sono abituati in missione per il nordovest con la Caritas di Port-de-Paix. E poi passiamo Ouanaminthe, la città che “bouje toutan”, dove si mangia il cavallo e le luci sono accese anche di giorno. Nessuna di queste leggende è a prima vista vera, sono quasi delusa. Dopo il controllo alle due dogane dove poliziotte quasi simpatiche eseguono una perquisizione meticolosa delle valigie sospette (chi sa perché solo quelle degli Haitiani) possiamo ritornare sull’autobus, passando attraverso le barricate dei ragazzini che ci chiedono il pranzo al sacco che sanno benissimo essere dispensato da Caribetours.

Al di là c’è Dajabón, dove la spazzatura lascia spazio magicamente a uno scenario rurale pettinato, casette colorate e paesini sperduti non molto interessanti, ma che sembrano ridere. Dopo qualche ora siamo a Santiago, con la sua periferia assolata e sorniona. Devo cambiare dei dollari per prendere i prossimi mezzi, così mi mandano in una stanza a vetri dove c’è una coda infinita, ma dove mi trovo direttamente e  spinta dalla folla davanti alla cassiera. Pensando di essere sulla stessa isola di Haiti mi aspetto che sia una tattica di scippo o qualche fregatura, ma niente di male succede, solo qualche risata della gente sorpresa che io non sia americana. Il viaggio continua fino a Cabarete, una piccola mecca caraibica per gli sport acquatici.

La spiaggia di Cap Haitien, Haiti

Playa del Encuentro, Repubblica Dominicana
Belle case, resort, supermercati, ristoranti, bancarelle, negozi di souvenir, locali per ogni gusto, che se li si guarda bene più o meno tutti uguali. Ragazzine mulatte con gli occhi blu, bambini poliglotti, coppie miste di ogni età e provenienza, mozzarella italiana. Ma per me, soprattutto una spiaggia  che ogni mattina viene ripulita da una piccola squadra piuttosto sorridente. Ci sono cinque baracchini che affittano tavole da surf, vegetazione tropicale, belle onde e qualcuno sempre disponibile ad offrire un passaggio o a scambiare due parole. E poi nessuno mi urla più blan per la strada, anzi la gente sembra divertirsi cercando di capire la provenienza del mio accento.

Dovrei essere felicissima, penso: surf, pizza, gelato e frutta, riposo, nuovi amici. Ma le prime sensazioni che provo vedendo l’altra metà dell’isola sono una certa rabbia e un certo sconcerto.
Questa volta le differenze non sono qualcosa che leggo in un libro sul PIL dei due paesi, sulla storia della colonizzazione o qualche altra verità raccontata, ma sono emozioni suscitate da una realtà che vedo, sento e annuso. Certo, sono sicura che sotto la patina d’oro delle zone turistiche dominicane ci siano ingiustizie e nicchie di povertà,  ma vivo immediatamente di pancia il confronto, e quello che percepisco sono crudeli diseguaglianze.

In pochi giorni ho incontrato diversi lavoratori haitiani, ma è con Mesye Roro che ho passato un’ora a parlare nel cuore della notte. Mi ferma per chiedermi, sinceramente incuriosito, perché cammino sempre e non lo fermo mai. E’ un taxista di moto, di notte, un muratore di giorno. Dopo cinque anni di questa vita non è ancora riuscito a pagarsi il mezzo con il quale lavora. E’ così che capisco perché gli unici che chiedono l’elemosina da queste parti sono dei neri mutilati. I lavoratori haitiani sono impiegati a delle condizioni durissime soprattutto nel settore delle costruzioni, dove è facile farsi male, oppure nei campi. Li ho sentiti descrivere più volte dagli stranieri che vivono qui, che magari hanno attività, con parole di elogio come grandi lavoratori, più educati e raffinati dei dominicani. Eppure qui, oltre a scontare il prezzo di una vita faticosissima, sono vittime di razzismo ed episodi di violenza.


I  turisti che incontro, ma anche diversi giovani stranieri che vivono e lavorano a Cabarete, pensano che quando dico Haiti io intenda Tahiti, e si sorprendano del fatto che per arrivare qui non abbia dovuto prendere navi o aerei.

Girando tra i negozietti di souvenir, è impossibile trovare una maglietta o una borsa con la mappa ricordo delle vacanze diversa dal classico “moncherino”: c’è solo la metà destra di Hispaniola, ma chi se ne accorge? Pochi hanno coscienza di dove si trovano.
Di solito la reazione dei Dominicani quando mi chiedono da dove vengo è quella di cambiare argomento, sull’altra metà dell’isola cade il silenzio.
Ogni  mattina presto prendo la guagua per andare a surfare, un piccolo bus che sfreccia a più non posso stipando gente ad ogni fermata, sul quale incontro sempre gli stessi tre signori ricurvi con i loro sacchetti degli attrezzi. Come se ci conoscessimo facciamo sempre qualche piccolo discorso in creolo. E’ terribile l’impressione infastidita che mi sembra comparire sul volto degli altri passeggeri, soprattutto un gendarme che torna a casa ogni mattina dopo il turno notturno.
Nell’immaginario collettivo, Haiti, sinonimo di sciagure naturali e miseria, e la Repubblica Dominicana, meta  di villaggi turistici e navi da crociera, non possono essere sulla stessa isola.  



Eppure di Hispaniola si tratta. Un giorno a Playa Encuentro, per la prima volta, un Dominicano mi fa qualche domanda su Haiti. Il  tema è la cucina criolla, e il mio amico sembra incuriosito quando gli racconto, stupita dal fatto che non lo sappia, che anche “di là” la sinfonia di base è la stessa: diri ak pwa haitiano, arroz con habichuelas dominicano, riso e fagioli, tanti tipi diversi di fagioli. Questo è in realtà il piatto tipico di molti paesi dei Caraibi e del Sud America. I fagioli sono nativi americani, ma non il riso, che è stato introdotto dai colonizzatori europei, accompagnando gli schiavi che venivano strappati all’Africa occidentale, dove era già la pietanza di base. Un’identità triangolare, tra Europa, Africa e America che è frutto degli anni della colonizzazione. E se il cibo è elemento dell’identità culturale, esiste su quest’isola un substrato comune. Eppure questa  terra  ha alle spalle una storia difficile, di divisione ed ostilità, che si fa eco nella diseguaglianza di oggi tra i due paesi.


Haiti, un tempo la ricca Perla delle Antille, lottò per la sua indipendenza e la ottenne 60 anni prima della Repubblica Dominicana. Entrambi i nuovi stati si confrontarono dall’inizio del loro cammino solitario con la fatica di dover pagare il debito dovuto alla loro indipendenza a Francia e Spagna, poi le dittature e le occupazioni americane.
Ma oggi Haiti è un pase dipendente, che arranca per un piatto di riso al giorno, dove la schiavitù non è mai del tutto finita. Invece la Dominicana, che appare con la sua bella faccia da paradiso caraibico, attrae migliaia di turisti ogni anno, e cammina. I soldi non sono tutto, ma  PIL annuo pro capite di Haiti è 813 dollari, quello della Repubblica Dominicana è di 7116. 

E così faccio un sacco di domande, alle quali non ho ancora trovato risposte. Ma una cosa è certa…quando a Cabarete la radio della guagua ha trasmesso “Pa gad alem”, una canzone haitiana molto in voga al momento, ho sentito il cuore riempirsi di emozione. Mi sono guardata intorno cercando un segno di condivisione sul volto dalla gente, che è invece rimasta impassibile, non capendo forse neanche che si trattasse di creolo. Dopo tre mesi mi sono innamorata di Haiti, o forse sto imparando ad amarla, con tutti i suoi difetti e contraddizioni.



* Grazie a Sandro e Daniel per avermi aiutata con le immagini