mercoledì 10 settembre 2014

Georgia: uniti per far breccia nei cuori dei più piccoli

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Mi chiamo Maria Chiara Noto e vorrei raccontare com'è stato per me collaborare con Caritas nel Cantiere della Solidarietà a Tbilisi.

 La motivazione che mi ha spinto a partire per la Georgia è una soltanto: i bambini.
Non so per quale ragione, ma la loro natura mi affascina: affettuosi o scontrosi, timidi o audaci sono le creature più pure al Mondo, e perciò vanno amati e rispettati.
Credo che capire un bambino e conquistare la sua fiducia sia la soddisfazione più grande a cui si possa aspirare; così sono partita per Tbilisi con un obiettivo nella mente: donarmi a pieno e far breccia nei loro cuori.

Io e i miei compagni non sapevamo bene cosa ci aspettasse, ma al nostro arrivo ci ha rassicurati un’accoglienza calorosa. Eravamo circondati da volontari polacchi e georgiani pronti a collaborare per rendere il Cantiere indimenticabile.

E così è cominciata la frenetica attesa dei bambini..
..mentre aspettavamo il loro arrivo nel Centro Caritas di Tbilisi ci sono sorte mille domande: come saranno? Come si comporteranno? E noi saremo all'altezza?

L’ansia cresceva, ma la voglia di dare il massimo mi faceva sentire piena di grinta. E poi non ero sola: accanto a me c’erano otto compagni fantastici pronti a sostenermi e sostenersi a vicenda; questo mi dava coraggio e faceva scomparire ogni dubbio.


All'arrivo dei bambini, le volontarie locali ci hanno aiutato ad accoglierli con qualche gioco di conoscenza.
E così mi sono ritrovata seduta in un cerchio di fronte tanti volti nuovi, tanti sorrisi e tanta voglia di giocare insieme. Stava iniziando la nostra avventura, ed eravamo davvero emozionati e pieni di speranze.

E certamente non siamo rimasti delusi: giorno dopo giorno, a piccoli passi, la confidenza cresceva e ben presto ci siamo trovati circondati da bambini affettuosi, pieni di gioia e pronti a mettere da parte ogni forma di diffidenza.. 
..cosa dire di più? Obiettivo raggiunto!




Un grazie speciale ai miei compagni di avventura: Don Marco, Don Samuele, Elena, Paolo, Filippo, Federica, Sara e Giulia; con il vostro sostegno quotidiano sono riuscita a cogliere ogni sfumatura di questa esperienza.

Ringrazio anche le volontarie locali, Padre Jerzy, Irene Spagnul e Mons. Giuseppe Pasotto; ci hanno accolti con gioia e accompagnati lungo questo viaggio. La vostra presenza è stato fondamentale.

Infine un grande grazie a Sergio Malacrida, ai suoi preziosi consigli prima durante e dopo questa fantastica avventura!

So di aver lasciato un pezzo del mio cuore in Georgia, in mezzo a quei bambini poveri e con tanti bisogni ma ricchi d’amore nell'anima.

Ero a 3600 km da Milano, ma mi sentivo a casa.




Maria Chiara Noto

















Moldova 2014...

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Ogni tanto è bello ritornare a casa! E scrivere sul blog degli SCEmi, mi da proprio questa sensazione... che poi è la stessa cosa che provo ogni volta che rimetto piede in Moldova.... sarà che le due cose hanno vissuto in simbiosi per qualche mesetto della mia vita... ma come si dice “non c’è viaggio senza racconto”... che poi non so se l’ha mai detto nessuno ma a me piace pensarla così....

Succede allora che, anche quest’estate, come accade ormai dal 2008, anno in cui ero uno degli SCEmi in giro per il mondo per conto di Caritas Ambrosiana, ho deciso di tornare a fare un giretto in terra moldava. A distanza di sei anni adesso sono i legami familiari e le belle amicizie nate durante il Servizio Civile a farmi ritornare, oltre a questo è però dal primo giorno che conobbi la Moldova che ho un conto in sospeso con questo paese e che mi spinge a far rotta verso est...

Non mi riferisco al piccione che decise di darmi il suo caldo (più che caloroso..) benvenuto, non appena misi piede sul suolo moldavo, ma ad un cartellone pubblicitario che riportava uno slogan di un partito politico e che diceva “Verso un futuro decente”...
La parola “decente” legata ad uno slogan politico, rapportato al tenore delle campagne politico-pubblicitarie italiche, mi spiazzò e non poco ma allo stesso tempo mi incuriosì a tal punto da affrontare il futuro per capire come sarebbe andata a finire...

Ed eccoci qua! Dopo 6 anni il “decente” quest’anno si è tramutato finalmente in “buono”! Il che non vuol dire Wow!!! Ma almeno al decente ci siamo arrivati! La politica dei piccoli passi ed il basso profilo premia sempre.... In effetti qualche cosa si muove e quando si muove te ne accorgi un po' meno.... Mi riferisco alle strade. L’effetto “Gardaland” è sempre presente ma molti collegamenti sono stati completamente ri-asfaltati, alcune strade della capitale sono state rifatte (anche se maggiormente nei quartieri più ricchi...), mentre purtroppo nei villaggi c’è ancora molto da fare.

Era molta la curiosità di vedere sul posto quali fossero le reazioni dopo la fresca firma dell’accordo con l’Unione Europea. Anche qui è un slogan politico a darmi il benvenuto: “C’è bisogno di un’altra unione. L’Unione doganale”, ovvero l’unione doganale euroasiatica guidata dalla Russia. Permane quindi quella divisione interna storica che da una parte spinge ad est mentre dall'altra si dirige verso l’europa occidentale.  Insomma dipende con chi si parla... chi sostiene l’idea europea è convinto che sia la volta buona... chi invece sogna la Russia proprio non lo capisco!!! Ma non per cattiveria per carità...è che mi parla solo in russo... io conosco un po' di romeno oltre non gliela fò...

Succede poi che nei villaggi dai carretti, con a bordo il 50-60enne di turno, si passa ad allegre famiglie che con il loro furgone ducato, importato con con oltre 200.000 km. percorsi, fa su e giù tra le colline moldave in cerca d’uva pronta da raccogliere, spianando sentieri che una volta erano strade ma che adesso hanno l’erba alta un metro e con i bambini di 6 anni che ti raccontano quando sarà pronta l’uva e le loro prime avventure nei campi. Non so se sia un’eccezione o meno ma un po' di gioventù e di “rumore” che rimane nei villaggi non può che far bene!

In capitale meno italiani in “cerca”..... e più in visita. In compenso qualche moldavo “italianizzato” di troppo....

Nel frattempo una legge del sindaco di Chisinau ha ridotto di molto la circolazione dei Microbus, ossia di furgoni che percorrendo diverse linee trasportano le persone per la città, rendendo un pochino più sicure le strade della capitale e facendo felice il sottoscritto che mal sopportava il mezzo di trasporto in questione.

Insomma, la fotografia della Moldova 2014 sembrava riflettere il passaggio dal “decente” al “buono”.... 6 anni per cambiare un aggettivo ma ancora tante contraddizioni da affrontare e da risolvere ed un futuro che non saprei di che aggettivo sarà ma che non appare ben definito all’orizzonte.
Questo il pensiero che mi ero fatto sentendo il parere di parenti e amici e vedendo con i miei occhi uno scorcio di moldova nell’arco di un paio di settimane. Mi mancava però una parte fondamentale che non ero riuscito a scovare... i giovani! Il vero motore di un paese ed il futuro dello stesso.

Ed ecco la sorpresa! Salendo su un filobus della capitale ci si imbatte in una ventina di ragazzi di 16-17 anni... Fanno parte probabilmente della stessa scuola... uno ha in mano una chitarra e canticchia delle canzoni in russo.... ad un certo punto un uomo che sta al fianco del conducente urla “Si può cantare qualcosa anche nella nostra lingua???” Ed ecco cosa succede:






In Italia o in altri paesi “occidentali” si tratterebbe di una cosa normale. Non per la Moldova dove si è abituati a parlare sottovoce e gli anziani mal sopportano il rumore.....

Ecco le parole della canzone che, da quel che abbiamo capito, è stata scritta dai ragazzi stessi:

Per i giovani moldavi, per l’acqua sulla terra,
ogni persona l’assorbe poco a poco,
l’ acqua è tutto quello che abbiamo,
la richezza la proteggiamo per cambiare il futuro,
noi lottiamo ma non con i pugni,
noi lottiamo per la parola,
non buttiamo grosse parole
ma butiamo grossi pensieri
per i giovani di Moldova,
per l acqua sulla terra.

La fotografia adesso è completa. Inizia ad essere più nitida....un po' sfocata all'orizzonte... ma i colori son vivaci eccome se lo sono! Manca solo un anno per la prossima fotografia... non vedo l’ora! Intanto mi metto a canticchiare....

Stefano Porta, SCE 2007

lunedì 8 settembre 2014

DJIBOUTI E LE "PERLE PREZIOSE" NEL DESERTO

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La testa è tutto un rimbombo di volti, sguardi, immagini, musiche, parole, colori, profumi, sapori …. Non è facile mettere ordine tra tante emozioni e pensieri anche contrastanti tra loro.
La prima esperienza di volontariato internazionale, la prima volta in Africa, la prima volta catapultata in un paese così diverso da quello dove vivo quotidianamente per cultura, tradizioni, religione, lingua, clima, stili di vita, modelli di comportamento, di società, di famiglia,… 

Che botta! Confusa e un po’ stordita provo a scrivere alcuni pensieri.

Djibouti per me è:

- INCOMPRENSIONE. Un divario enorme ed evidente tra ricchezza e povertà: o ti puoi permettere una villa, di andare in piscina, al supermercato,… o sei seduto per strada con gli occhi persi e le guance gonfie di qat. Prendersi a vergate e a sassate è la normale modalità quotidiana per risolvere conflitti, litigi o per educare tuo figlio. Bambini che vivono per strada, tanti senza famiglia, che prendono il treno, oltrepassano il confine, vengono in città, a Djibouti, con la vana aspettativa di poter stare meglio. Bambini che a scuola non ci vanno perché sono senza documenti. Aiuti umanitari che rischiano di essere sprecati in caso di cattiva organizzazione e razionalizzazione. Persone che oltrepassano il confine etiope, camminano sotto il sole rovente verso Obock, aggrappati ad un folle sogno, rincorrono i fuoristrada alla ricerca di acqua, pane e di un passaggio verso la meta. Una sanità pressoché inesistente a meno che tu non sia bianco. Vivere senza acqua, senza gas ed elettricità, vagando, con capre e cammelli, per un paese arido, deserto e polveroso.

- AMMIRAZIONE. Gli stessi bambini di strada che sono schiacciati dalla ricchezza, dal potere e da una città incurante ed approfittatrice, che rovistano nell’immondizia, che non hanno la certezza di un pasto al giorno, che non sanno leggere né scrivere, che affrontano a testa alta le sfide quotidiane di sopravvivenza tenendosi ben strette le loro poche cose (una maglietta, un paio di infradito, una caramella, un piccolo dono, qualche spicciolo), che rischiano di essere picchiati, portati in prigione e ricondotti al confine, … questi stessi bambini di strada, sono “perle preziose” nel deserto, arrivano al Centro Caritas sorridenti, pieni di energia, contenti per la tua presenza e ti donano tutto se stessi, tutto l’affetto di cui loro stessi avrebbero bisogno e non si aspettano nulla da te, nulla, se non semplicemente ed umilmente te stesso.
Ammirazione anche per il Centro Caritas e per gli operatori perchè nonostante tutte le fatiche e gli aspetti contradditori presenti è un’oasi nel deserto; per chi gestisce le missioni nei villaggi che si mette a servizio con tanta passione, tanta umiltà, tanta speranza e desiderio di creare piccole opportunità di cambiamento.

- BELLEZZA. In tante occasioni mi sono chiesta “ma questa è vita?” e nel tentativo di cercare una risposta un’altra domanda è spesso affiorata alla mia mente: “o forse è la mia vita che non è proprio vita o che potrebbe essere migliore, più semplice ed umile?”. La bellezza di Djibouti sta proprio qui, tra i tanti paradossi, tra le tante contraddizioni e gli aspetti incomprensibili, ti coglie di sorpresa e ti travolge in tutta la sua semplicità: i bambini di strada che ti sorridono, ti abbracciano, ti prendono per mano e ti trascinano a ballare, ti offrono il loro pasto dopo averlo per bene mescolato con le mani sudice, ti salutano per strada quando vai al mercato; sporcarti, sudare e sentirti addosso il loro stesso odore; il ragazzo disabile che accenna un movimento degli arti apprezzando la tua carezza sul suo viso, che non verrà mai adottato, ma che le suore continueranno a crescere ed accudire con affetto; i bambini dei villaggi che, affascinati dalla tua presenza straniera e dalla tua macchina fotografica, si avvicinano, poi scappano via appena volgi loro lo sguardo e la mano, e poco dopo tornano e si avvicinano di nuovo; i padri e le suore missionarie che lavorano con cura e dedizione per i ragazzi; la ricerca di modalità alternative per lavarsi in assenza di acqua, la condivisione di momenti di black out notturni in cui non puoi dormire per il caldo; il profumo e il sapore del pane comprato nei loro baracchini, che porti a casa pieno di formiche; il ringraziamento delle persone etiopi a cui offri acqua e un passaggio verso Obock … tante cose ancora ci sarebbero da aggiungere, tante “perle preziose” nel deserto sono ancora lì che brillano e aspettano di essere scoperte e raccolte.

GRAZIE Daniele, Niccolò, Monica, Viola, Erika, Silvia, Ilaria e le due ragazze civiliste, Chiara e Claudia, che mi avete accolto nella mia presenza silenziosa e mi avete accompagnato in questa avventura sorprendente.

GRAZIE Djibouti perché hai dato uno “scossone” alla mia vita. La terra ferma sotto i miei piedi ha tremato e si sono aperte delle crepe in alcune certezze, schemi mentali, punti di vista e posizioni che credevo ben saldi e scontati. E soprattutto, grazie, perchè hai aperto una crepa anche nella mia dura e rigida corazza.

Alice

ALFABETO LIBANESE

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Tranquilli, non fuggite, non è un corso di arabo in 10 minuti! E’ solo il tentativo di scorrere con la mente, con lo sguardo e con il cuore i ricordi di un agosto libanese...


Arak: il buonisssssssimo liquore libanese, da bersi rigorosamente annacquato e durante i pasti...


Una chiesa e una moschea sulla stessa piazza, in mezzo alla città di Beirut
Beirut: quando sei a Beirut non ti accorgi che la guerra è lì a due passi; se non fosse per i militari che girano per la città, tutto farebbe pensare a una città normale: il lungomare e la gente in spiaggia, gli hotel di lusso e gli yacht fermi nel porto, i locali e la musica nelle strade affollate di giovani alla sera. Se indossi gli occhiali della curiosità, però, puoi vedere che Beirut è una città araba proprio come se ne vedono nei film: traffico infernale e codice stradale inesistente, “pullman” che girano con musica araba a un volume spropositato, la moschea che svetta sulle case circostanti, il canto del muezzin e ovunque -ma proprio ovunque- l’onnipresente narghilè.
Ma quando vai in Libano per i Cantieri, i tuoi occhi sono pronti a vedere oltre queste cose: ti accorgi così che in spiaggia ci sono quasi solo uomini e le poche donne entrano in acqua vestite e con il velo; poco distante dalla moschea ci sono delle chiese cristiane e la distinzione in quartieri coincide con la distinzione politica e religiosa; andando verso la periferia, proprio dietro all’Hotel Royal, famiglie palestinesi e siriane convivono faticosamente in un campo profughi che gran parte della città ignora. Chissà quanti scorci di Beirut ci siamo persi in queste tre settimane...

Cedro: il Paese dei cedri ospita ormai pochissimi esemplari di questa pianta che, come abbiamo scoperto increduli, è una conifera e non fa i cedri! Nessuno ci ha saputo spiegare perché l’abbiano chiamato cedro...

Donna: quante donne abbiamo incontrato in questo viaggio...Libanesi, Etiopi, Keniote, Bengalesi, Togolesi, Siriane, ...andare in Libano è stato un po’ come incontrare quasi tutto il mondo. Quanta forza, quanta energia, quanta voglia di vivere! Tante di loro vivono in attesa di rivedere la loro terra, la loro casa, la loro famiglia, i loro figli; tante hanno i figli con sé e soffrono perché non possono dare loro un futuro. Ma da loro non si può che imparare una cosa: è l’amore che ci fa andare avanti e sperare in un futuro, nonostante tutto.

Educare: forse dalle nostre parti siamo un po’ assuefatti a questa parola, ma non può essere così in un campo profughi: cosa significa educare in mezzo alla polvere e alla povertà? Che idea possono avere della vita e delle loro potenzialità dei bambini che da quando sono piccoli non vedono altro che abbandono, violenza e nessun futuro? Come convincere un bambino a cui sono state tagliate le radici che la sua identità è preziosa e unica nel mondo?

Falafel: le polpette di ceci tipiche del medio oriente, buonissime e da gustare avvolte nel pane arabo.

Guerra: così vicina, ma così distante, in spazio e tempo. La strada che a Beirut separava le fazioni in lotta durante la guerra civile ormai è una strada come tutte le altre; eppure in alcuni edifici si vedono ancora i segni dei proiettili...

Hummus: continuiamo il tour gastronomico del Libano con questa salsa di ceci, sesamo e aglio (l’ingrediente che trovi in tutti i piatti!). Buonissima!

Insieme: insieme siamo partiti, insieme abbiamo camminato, lavorato, giocato, riso e condiviso, insieme siamo tornati. Insieme tra noi cantieristi, insieme a chi abbiamo incontrato in Libano, insieme a chi è rimasto a casa e ritroviamo al nostro ritorno.

Jamila: che in arabo vuol dire “bella”. E’ stato bello accorgersi che anche il velo, quando è scelto e non imposto, quando valorizza e non maschera, è uno strumento di bellezza. Quante donne stupende con la testa velata!


Knafeh: se volete ingrassare velocemente e morire di diabete, questo è il dolce che fa per voi: formaggio dolce e sciroppo di zucchero. Delizioso, ma va preso a piccole dosi!


La canzone del sole: immaginate un’ottantina di donne (o sarebbe meglio dire ragazze?) africane e asiatiche, arrivate in Libano per lavorare e costrette poi a fuggire perché sfruttate o violentate; mettetele in un centro Caritas dove hanno vitto e alloggio gratuito e qualcuno che cerca di recuperare i loro documenti per il rimpatrio. Immaginate la difficoltà della convivenza forzata dentro la struttura: fuori sei illegale e non ci puoi andare. Immagina l’attesa, senza poter fare nulla, con il dolore per le sofferenze passate e la nostalgia di casa. Immaginate 13 italiani che un giorno si presentano da loro e cercano in tutti i modi di far loro compagnia, di distrarle un po’, di farle sentire delle persone vive. Immaginate una sera d’agosto non troppo calda, il sole ormai tramontato, la stanchezza della giornata che abbassa le difese, una chitarra che inizia a suonare, tutti insieme cantano “La canzone del sole”. Per un momento il dolore è lontano e lascia posto alla commozione e all’affetto che pian piano sta scalfendo il muro della diffidenza. A Rayfoun questo è possibile.

Musica: musica araba, musica europea, musica etiope, musica ovunque, ma sempre a volume altissimo!!!

Nostalgia: è il dolore per qualcosa che ti manca, ma anche il desiderio che ti spinge a resistere per ottenerlo di nuovo. Grazie, amiche di Rayfoun, che ci avete insegnato l’amore per il proprio Paese e l’importanza di avere una casa.

Ospitalità: aprireste la vostra casa a 13 italiani semisconosciuti? In Libano è successo, e più di una volta! Tutti i collaboratori del centro Caritas hanno voluto che ci sentissimo accolti. Una grande lezione di ospitalità!

Profugo: chi non ha più casa, chi non ha più un Paese, chi non è più riconosciuto da nessuno. Chi ha la forza ogni giorno di svegliarsi e vivere, nonostante tutto.

Questionario: da consegnare con puntualità e rigorosamente a Madame Giselle!

Rotolino: delizioso e succulento, tutti noi ne sentiamo la mancanza qui in Italia!

Sahten: l’augurio che va sempre bene: buon appetito, salute, cin cin, ...la parola che riassume lo stare insieme con gioia!

Tabbouleh: chi ha letto i vecchi post sa che non si può andare in Libano senza assaggiarlo...l’emozione di ingoiare cucchiate di prezzemolo non ha prezzo!

Unione: tornare a casa e leggere le notizie che arrivano dall’Iraq e dalla Siria fa ancora più effetto di prima. E dopo gli incontri che abbiamo fatto, ci fa sentire uniti alle vittime della guerra. Non risolverà nessun problema, ma forse aiuterà a renderci costruttori di un mondo più umano.

Valle della Bekaa: è la valle al confine con la Siria dove si trovano i numerosi campi profughi siriani. Eravamo tutti convinti e contenti di andarci, quando ci hanno annunciato che per motivi di sicurezza avremmo dovuto cambiare programma. In Libano da un giorno all’altro può cambiare tutto e ciò che era sicuro ieri, oggi non lo è più...

Wata al Jawz: per gli interessati, esiste un intero post sull’argomento!

X: l’incognita del futuro: cosa succederà domani? In Libano abbiamo incontrato tante persone per cui questa domanda non ha risposta, oppure una risposta ce l’ha ed è sempre la stessa: attesa a Rayfoun, lavoro sotto il sole, vita in un campo profughi. Abbiamo visto cosa vuol dire vivere senza poter progettare e senza prospettive ed abbiamo imparato che questo non è un motivo sufficiente per abbandonarsi agli eventi e non sorridere più!

Yallah: quante volte abbiamo sentito e usato in Libano questa parola...forza, coraggio, sveglia: non c’è tempo per stare fermi, bisogna andare e muoversi, scoprire, incontrare!

Zatar: per concludere, la tipica miscela di spezie usata come ripieno della “focaccia” locale.


Torni dal Libano e ti accorgi che tutto questo ti manca, ma è rimasto nel tuo cuore. E il bello ora è essere qui e poterlo raccontare!!!

                                                                                                                                           Elena









domenica 7 settembre 2014

Djibouti: 50 gradi, PRENDERE o LASCIARE.

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“Mamma quest'estate ad agosto vado a collaborare nel Centro Caritas a Djibouti”.
“Te non ci pensi nemmeno! Volontariato lo fai in Italia, non c'è bisogno di andare laggiù.”

Mi chiamo Niccolò Chiesa, le dita di una mano contano gli esami che mi mancano per laurearmi in giurisprudenza e la mia estate ha avuto un incipit 'conflittuale'.
Io sono orgoglioso d'essermi misurato con questa conflittualità materna (la quale sembra ignorare che io sul suolo nazionale faccia volontariato sull’ambulanza). Se le avessi permesso di vincere, non avrei lasciato mezzo cuore in Boulevard de la Republique. Non mi troverei ora qui a scrivere.

Lo sapevo eccome che, pur essendo di origine marinara (il mio habitat è il Tirreno), avrei avuto dei problemi con la torrida realtà gibutina. Non sapevo però, che ne sarei rimasto stregato. Il mio corpo, la mia pelle, le mie canne nasali sentono la necessità di inalare aria bollente: quei tanto temuti 50 gradi.
E' sgomento. Il caldo non lascia tregua: investe come una testudo di legionari. Uniforme, compatto, senza pietà. 
Il pensiero è: "Chi me l’ha fatto fare?” 
Ci si mette un battito di ciglia a capire che non è stata una decisione avventata. Un battito di ciglia è anche il tempo che ci si mette dall’aeroporto fino a casa, se alla guida c'è un neozelandese. 
Casa per me è una sola: non quella dove sono cresciuto, a Milano (città che detesto), ma quella di Livorno. Così diverse Livorno e Djibouti, che di somigliante hanno solo il fatto d’essere due porti, eppure io a Djibouti mi sono sentito a casa.
Questo sentimento è da attribuire alla gentile ospitalità offertaci da Monsignor Bertin. Non ci si scorda il suo sorriso benevolo al nostro all’arrivo, e le divertenti caustiche battute.

Sorriso: la costante di tutto il nostro soggiorno. 
Il sorriso è un elemento che conserverò sempre, tatuato nella memoria. Semplice movimento muscolare, leggera contrazione della mimica facciale, breve ma intensa, sempre diversa ma “uguale”. Vibrazione energizzante, che affonda nello spirito transitando per i bulbi oculari.
Me la porterò dietro per sempre questa lieve contrazione, perché, in qualche modo, mi è stata offerta da tutti, ovunque

La notte invece seguito a sognare un altro genere di sorriso. Un sorriso disteso e pacato che in meno di un battito di ciglia si trasforma in un ghigno truce, che del precedente movimento pacifico delle labbra poco ha. Carnivora scarica elettrica, che indurisce in un secondo quelle che fino ad un secondo prima, parevano due labbra morbide come le due metà di un avocado appena sbucciato.
Questo è il labile confine tra le espressioni che solcano il viso di un bimbo di strada. Un sorriso lascia il posto ad un ghigno. Il ghigno scompare nuovamente per un sorriso.
La reversibilità esiste e va coltivata. Ho iniziato con lo scambiare più sorrisi possibili, linguacce che s'evolvono in ‘roventi’ abbracci (perché nel frattempo i 50 gradi seguitano ad essere immancabili compagni di soggiorno), finendo col sudare insieme. Ce saranno infiniti modi, queste sono stati i miei. Basta veramente poco: la forza che risiede in un battito di ciglia.

Non sono francofono, non parlo amarik e nemmeno somalo, ma ho imparato la lingua dei bambini di strada. Loro me l'hanno insegnata. Coi vestiti a brandelli, i piedi sporchi e callosi, il costato a fior di pelle, ma con due file di denti bianchi: sempre belle in vista. Sempre sorridendo. Ho imparato la lingua dei bimbi di strada e questo mi ha reso una persona migliore. O per lo meno, mi piace crederlo. A dirlo, saranno le mie azioni future e le parole degli altri. 

Sento la necessità di inalare quell'aria bollente, stringere tra le braccia quelle piccole 'tempeste' ossute, sentirmele alle calcagna mentre cerco di depistarle sulla spiaggia, con un cambio di direzione dopo l'altro, stringendo tra le mani la palla da rugby.
Sento il bisogno di urlare loro addosso, nel faticoso tentativo di fare rispettare la “linka” (fila) e di prendermi una sonora sfuriata da Marieke per essermi fatto spalmare il viso di tempera verde e blu da Asma, sprecando così i preziosi colori.
Non sento per nulla, invece, il bisogno di vedere la Gendarmerie ed avere la consapevolezza di ciò andrà a fare il camion blu, pieno di poliziotti animati e vivaci, nelle vie del centrocittà.

Djibouti non è una favola che, paternamente, Nonno mi raccontò una sera di dicembre davanti al camino. E questo purtroppo fa parte del pacchetto. Prendere o lasciare.
Io, comunque sia, ho deciso di prendere.
Quei sorrisi che seguito a sognare la notte sono per me sacri, ed io intendo rivederli al più presto. E’ mia intenzione cercare di far in modo che non cedano il posto ad un ghigno truce, o se proprio devono farlo, che lo facciano per il minor tempo possibile. 

Salama


Nicco

Djibouti, dalla fine. Impressioni, squarci e spiragli.

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Djibouti non è un discorso semplice. Non fila liscio. Non è l'arringa di un avvocato, logica, chiara e concisa. Non è il testo di un politico famoso, pieno di promesse e pathos. Non è una poesia né una bella canzone. Non è un saggio sui massimi sistemi e non è la barzelletta del comico del momento. Non è un discorso semplice perchè, semplicemente, forse discorso non è.

Djibouti è balbuzia.
Un paese che rimbalza la vita con siccità, polvere, deserto e calore, è balbuzia.

Terzo anno per me a Djibouti. Tre anni di parole sconnesse, faticose, dure come le sue pietre e difficili da digerire. Tre anni di sillabe soffocate, amate ripetute pensate maledette bestemmiate. Tre anni in cui sillaba pù sillaba non crea parola e parola più parola non produce frase. Il filo che cuce i legami di questa grammatica non è presente, oppure è rimasto nella tasca del mio sarto immaginario.

Tre anni di balbuzia. E di paradossi.

A volte penso di essermi stancato. Stancato delle immagini che ho in testa in questo momento e delle parole che escono e che compaiono sullo schermo. Mi dà fastidio ricordare e pensare a quel ragazzino, soprannominato Pritt, perchè sento nel naso il suo alito al solvente e i suoi occhi lucidi e fatti. Detesto lo sguardo di quella donna con il bimbo in grembo che mi fissa. Detesto i suoi occhi, perchè conosco perfettamente la loro forma e la loro pena. Odio il poliziotto con il bastone, alzato a minacciare la mazzata al bimbo che lo sfida. Odio il bimbo che lo sfida, perchè domani il suo bastone sarà un sasso, da scagliare ad un altro bimbo. Provo rabbia nell'immaginare Asma in marcia per chilometri e chilometri dopo l'arresto e la deportazione al confine. Mi fa pena il soldato francese/americano/tedesco/italiano/spagnolo/giapu in libera uscita e in libero ormone, ma in libertà mia di chiamarlo puttaniere. Sono nitidi nella memoria i miei occhi lucidi nel vedere il bimbo accucciato dietro il locale da serata, o nel vedere la donna immobile e senza un gemito stesa a pancia in sù dopo la caduta. Mi viene il vomito a ricordo del mio primo pensiero mentre corro in suo aiuto.

Meglio mettersi un paio di guanti.

'Meglio mettersi un paio di guanti' non è una frase. È una sillaba ripetuta, sempre la stessa. È balbuzia.

Ho vissuto Djibouti cercando di comporre frasi e discorsi ma mi rendo conto di aver balbettato parole, senza logica e nesso.

Ho vissuto la balbuzia come un balbuziente.

Eppure, eppure.

Eppure Djibouti ha l'arte di sgamarti lo stesso. Ogni anno un po' di più. Ti spoglia e ti lascia nudo. Apre il vasetto in cui è soffiata l'anima e ne rovescia il contenuto. E lo fa con gesti semplici. Una lacrima, un sorriso, una ferita, una ciabatta, un flauto, una scodella, una pacca sulla spalla, un pallone e una spiaggia, una musica e una danza, una macchina fotografica, un palloncino, un cammello, un gioco di carte, uno squalo alle cinque, uno yogurt a pranzo, del pane appena sfornato, del pane buonissimo. Lo fa con bimbi che ti vengono all'assalto e con le magliette fradicie di sudore, con i chili persi e i piedi devastati. Lo fa con gli autoscatti impossibili e i suoi personaggi improbabili.

E poi quel contenuto rovesciato rientra nel vasetto leggero e veloce. E mi piace pensare che rientri anche un pochino più felice.

Eppure, eppure.

Eppure ti salvo Djibouti. Ogni volta stravolgi la mia vita e ti prendi pezzi di carne e litri di sudore, ma ti salvo.
Ti salvo perchè ti lasci portare a casa, anche con i tuoi ricordi che mi stancano. Ti salvo perchè sei un paradosso, e credo che il paradosso sia un filo conduttore della natura umana, più dell'intrapendenza, più della curiosità.

Ti salvo perchè sempre parto con l'io, e sempre torno col noi.

Ti salvo e chissà se ti rincontrerò Djibouti, perchè le emozioni, anche quelle contrastanti, sì. L'abitudine mai.

Ti salvo e ti abbraccio Djibouti, stringo forte ciò che contieni, soprattutto i figli che hai lasciato per strada.

Ti salvo e ti ringrazio Djibouti, perchè balbetti, e lo fai esattamente come me.


Daniele


sabato 6 settembre 2014

Djibouti: "CON IL SUDORE COME UN DIAMANTE SUL SOPRACCIGLIO"

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Provare a raccontare un’esperienza tanto grande e tanto forte non è un’impresa facile: come si fa a riassumere l’immensità a parole?
Nonostante questo, voglio provarci.
Con lo scopo (o, meglio, la speranza) di contagiare chi mi circonda e di veicolare tutta la Bellezza che mi è stata trasmessa da ogni singolo bimbo che ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere.

Djibouti, per me, è stata una di quelle esperienze che prendono in mano la tua vita, te la sconvolgono un po’ e te la restituiscono arricchita di centomila (anzi, direi OTTOcentomila) nuove sfumature.

Djibouti, per me, è la patria di tanti piccoli eroi che, ogni giorno, silenziosamente, combattono la loro battaglia, che è la battaglia per la vita, in un mondo in cui vivere e sopravvivere troppo spesso coincidono.
Sono bambini di strada. Il più delle volte completamente soli, senza genitori o parenti. Il più delle volte “stranieri”, provenienti dall’Etiopia o dalla Somalia. Tutti senza documenti. Il che significa che, ogni giorno, potrebbero essere picchiati dalla polizia, portati in carcere o, peggio, riportati al confine.
Eppure sono bambini che, nonostante abbiano una spalla gonfia a causa delle manganellate ricevute, non smettono di mostrarti affetto.

Sono bambini che, sotto il sole cocente, da soli, probabilmente senza cibo né acqua, camminano per non so quanti km per tornare al centro Caritas di Djibouti, un luogo spesso non troppo “abitabile”, ma che per loro è il paradiso.
E il punto è che ci tornano con una vitalità ed un entusiasmo incredibili!!

Sono scriccioli di forza e coraggio, che, ogni giorno, affrontano situazioni che non so quanti adulti saprebbero affrontare. Il tutto con una dignità ed una semplicità disarmanti.
Sono bambini che vedono e vivono di tutto, costretti a crescere troppo in fretta, in un mondo in cui tutto sembra essere contro di loro.
Eppure sono bambini che, appena accendi la musica (rigorosamente tamarra), ti prendono per mano (o per fianchi, spalle, collo… perché di mani ne hai solo due e loro sono OTTanta), e trasformano dolore e paura in sorrisi ed energia.

Sono bambini che hanno la garanzia di un solo pasto al giorno.
Eppure sono bambini che prendono in mano una manciata di spaghetti, te la spiattellano per bene e te la offrono.
Sono bambini bisognosi di amore e di attenzioni. Eppure sono bambini che ti danno tutto l’amore e tutte le attenzioni di cui sono capaci. E, anzi, sono bambini che si scusano per non aver niente da offrirti, se non un fogliettino di carta con scritto “I love you” e il tuo nome.

Sono bambini che non hanno niente. Eppure, senza neanche saperlo, ti danno tutto e con quel tutto ti travolgono.




Djibouti, per me, equivale a dire sudare, puzzare, essere conciati e sporchi a tal punto da sentirti dire da un bambino di strada: “Sei sporca! Ti accompagno a lavarti al Centro Caritas!”.
Eppure è il posto in cui mi sono sentita più a mio agio. Il posto in cui mi sono sentita più a casa.
Djibouti, per me, è (stato) un DEDALO di emozioni, che spero continueranno a far brillare i miei occhi e ad animare il mio cuore.

<<Che cosa vuol dire “addomesticare”?»
<<E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…
Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo>>.
<<Comincio a capire. CI SONO DEI BAMBINI… CREDO CHE MI ABBIANO ADDOMESTICATO…>>

Concludo ringraziando ogni mio singolo compagno di viaggio (Daniele, NiCColò, Silvia, Erika, Monica, Ilaria, Alice) e le due civiliste (Crana e Clodia), che mi hanno preso per mano e si sono lasciati prendere per mano in questa esperienza a dir poco illuminante. GRAZIE.


Viola

BOLIVIA DA COMPARTIR

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La parola chiave dell’esperienza boliviana è stata senza dubbio “compartir”, che in spagnolo (ma anche in italiano) vuol dire condividere, dividere con qualcuno.
Condivisione, senza ancora conoscerci, di un ideale comune che ci ha spinto a partire per Cochabamba: durante le giornate di formazione un po’ timidi ed intimiditi abbiamo parlato del perché andare, delle aspettative,delle paure e vissuto il momento in cui nasce un gruppo e la voglia di stare in gruppo.


Siamo partiti e, complici le lunghe ore di viaggio, abbiamo condiviso la curiosità e l’eccitazione di quello che ci aspettava di li a pochi giorni.
Abbiamo diviso i panciti della colazione e i cucchiai di marmellata, gustato insieme la sopa della sera e il mate ad ogni ora, le saltenas e le empanadas ….Abbiamo fatto insieme lunghe camminate sugli altipiani andini, traversate della città , passeggiate nel salar, ci siamo inerpicati per vedere il Cristo, per arrivare alla cascata e per vedere le scimmie della foresta…condiviso attese, corse, pause e saltelli…taxi-trufi, micro,taxi e moto taxi!


Abbiamo condiviso la camera, le ciabatte, le compresse di imodium ed i termometri, le levatacce mattutine e gli abbiocchi serali. Abbiamo ascoltato insieme i racconti di Padre Enrique e di Hermana Cherubina, condiviso la comida con padre Gianluca e gli altri volontari della casa di formazione. Abbiamo festeggiato El Dia de la Rivolucion insieme a tutta la comunità rurale e Urkupina con i cochabambinos, sentendoci un po’ più boliviani anche noi.


Abbiamo vissuto insieme la gioia trasmessa dai bambini della Ciudad de los Ninos, i loro sorrisi e gli abbracci fortissimi, i giochi e le canzoncine…i momenti in cui tutta la felicità del mondo sembra essere in quegli occhietti neri che ti guardano e nelle mani che stringono le tue.
Abbiamo capito un pochino di più cosa vuol dire fare servizio, cos’è un cantiere, cos’è la solidarietà…Conosciuto un Paese bellissimo e pieno di contraddizioni e persone che con il loro operato fanno davvero la differenza.  E forse abbiamo capito un po’ di più di noi stessi.
Siamo tornati in Italia da due settimane in e, travolta dal vortice del quotidiano, la Bolivia mi sembra lontanissima…ma oggi, sistemando i resti della mia valigia, rivivo fortemente ai momenti vissuti insieme… per cui GRAZIE, perché ho avuto la fortuna di condividere pezzi di vita di chi è stato con me 3 settimane: la dolcezza di Giorgia, le battutacce di Matilde, i discorsi profondi della Michi, la tenerezza di Paola, la musica latinoamericana di Irma, i momenti-zarri di Francy, le avventure uspha-usphesi con Gianluca, l’entusiasmo contagioso di Cristina.  Grazie, perché ho visto cose nuove anche attraverso i vostri occhi e perché mi sono sentita parte di qualcosa di bello…grazie perché la Bolivia non sarebbe stata uguale se non l’avessi compartita con tutti voi!




Eva

BOLIVIA: Incredibilmente vicino

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Se vi capita di passare da Cochabamba, in Bolivia, e vi ritrovate su uno dei “confortevoli ed eleganti” trufi che da Punata vi portano a Vacas, dopo un ponte e dei lavori stradali , quando già si vede la laguna più grande, guardate a destra: c’è una casa abbastanza grande, almeno due stanze, con un piccolo cortile dove di sicuro ci saranno stese delle gonne da cholita e alcune galline saranno libere di pascolare.
Ecco, siete arrivati a casa di Dieter. Non ho una foto,  forse è meglio, sono costretta a descrivervi i suoi occhi leggermente a mandorla, il sorriso tirato, i capelli ovviamente nerissimi. Notevolmente  più alto rispetto alla media dei bambini presenti nella scuola infantile di hermana Cherubina, forse perché non ha più l’età per andare all’asilo, potreste trovarlo davanti a casa che gioca con i suoi  palitos o più probabilmente non ci sarà, perché è già passato il pulmino per portarlo a scuola. La casa di Dieter è la più lontana dall'asilo delle hermane, ogni giorno il trufi allunga la strada per arrivare fino in fondo alla laguna perché, come diremmo in Italia, “lui è un bambino speciale”.
Ho conosciuto Dieter  la mia prima mattina di servizio a Vacas,  rimaneva in disparte ma bastava prenderlo per mano, fare le cose con lui e già si era suoi complici. Io ho imparato il suo nome perché era scritto sopra l’asciugamano che usava e lui mi riconosceva dalla sciarpa, niente di più. Lui si sforzava di pronunciare qualche parola e io cercavo di capire lo spagnolo; ma non comunicavamo se non con i gesti, fondamentale guardarsi negli occhi. In quegli occhi ho più volte visto la paura e il terrore, ma anche la gioia e la felicità. Non so dire da che cosa fosse spaventato o per che cosa fosse così felice; io ero li per "compartire", mi sforzavo ma non capivo.
Hermana Cristiana cercò di spiegarmi che lui è diverso dagli altri, ha nove anni ma è ancora all’asilo," fa fatica" diceva. Nessuna spiegazione sulla  malattia, le cause, la cura, la diagnosi;  in Bolivia sei un disabile e basta. Dieter  è fortunato: tutti i giorni va a scuola, mangia due volte al giorno, a casa viene lavato (almeno per partecipare al desfile), ha un suo zainetto e un cappello di lana. Ma più di tutto è fortunato poichè il suo handicap è mentale e non fisico, non  è ancora stato abbandonato a se stesso; per quanto la società si vergogni di lui per ora può ancora essere utile a lavorare la terra o curare gli animali. La triste verità del campo  è che se non sei "braccia da lavoro" allora perchè la tua vita deve avere importanza?
Quindi salite non su uno, ma ben quattro aerei per arrivare a Cochabamba poi prendete un trufi fino a Punata,e da li uno per Vacas, arrivate fino a casa sua e andate a conoscerlo. Fatelo perchè, per quanto la cultura del campo faccia fatica a riconoscerlo addirittura come persona, io vi ho trovato un amico meraviglioso e incredibilemente vicino.



Francesca

venerdì 5 settembre 2014

Moldavia: Un'estate in un post!

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Settembre è iniziato e la mia quotidianità moldava felicemente riprende… ma agli amici che mi chiedono “com’è andata quest’estate?”… un sorriso si apre e la voglia di raccontare scalpita!

Le cose da dire sarebbero tante e le parole a volte vuote.
Ci provo in qualche modo, cercherò di non essere banale o scontata e so già che finirò per essere un po’ sconclusionata!.. tanti nomi o momenti diranno poco a chi non c’era ma mi sembra bello e giusto così… al Cantieri ci si deve venire!
Proverò a riassumervi quella che è stata la mia estate, cercando di dare un respiro più ampio a quelle che sono state due settimane intense e vive ma che si inseriscono in un percorso avviato!

Riparto allora da quando l’estate è iniziata.. ovvero con il nostro rientro di Giugno.


Come Progetto di Servizio Civile all’Estero dopo 3 mesi di servizio è previsto un rientro intermedio.
Grande scelta di Caritas che ha l’occhio lungo e che sa quanto: fermarsi, darsi tempo, guardare indietro e riprogettare possa fare bene per ripartire con ancora più slancio! Fortunatamente in casa Caritas c’è gente seria e professionale :)


E così Giugno è stato un mese INTENSO.

È stato il mese del "sei qui in vacanza?", "in realtà no!sono sempre in servizio ma in formazione", "ah va beh quindi sei in vacanza!" (che problemi hai?)
del “dai dicci qualcosa in rumeno!” (ma anche no!),
del "ah ma sei stata via? sembra ieri che ci siamo visti!" (se lo dici tu!)
del "l'ultima cena prima che riparti" (che ansia!)
ma anche dei saluti, quelli in aeroporto, quelli autentici, quelli di chi si vuole bene e prende la propria strada!

Giugno è stato NECESSARIO!


E così si ritorna in Moldavia! Con quella carica di chi sa dov’è il proprio posto almeno fino a Gennaio 2015, di chi il rumeno continuo a non saperlo, di chi è pronto ad andare in Cantiere!
Giusto il tempo di preparare il materiale ed ecco che arriva… il Moldova 1!

Luglio è stato un mese di PASSAGGIO e di CONOSCENZA.

Con il Moldova 1 non eravamo propriamente coordinatrici e non eravamo propriamente cantieriste, così abbiamo potuto osservare e scoprire un po’ di questo e un po’ di quello.. tutta fortuna!




Luglio è stato uno zaino che continuamente si riempiva (sempre un po’ a caso) e si svuotava…


Cantieri, campeggi, formazioni..

Torni a casa e disfa, lava, centrifuga, stendi, asciuga, prepara, zaino in spalla e via ancora!
Luglio è segnare sul giornale presenza solo due giorni di riposo! assurdo!



E veloce arriva Agosto e il Moldova 2!

Agosto è TANTO

Agosto è l’inizio del Cantiere nel villaggio di Bogheni

È il brivido di non poter gestire tutto, perché molto spesso ti devi affidare (davvero perchè non puoi fare altrimenti!) e poi finisce ancora meglio di ciò che speravi! 
È “speriamo che i bambini vengano”, è una passeggiata impervia tra le colline moldave, è un arsenale sovietico spiegato da un frate ortodosso, è il figlio del prete… che personaggio!, è un panda, è una medaglia al collo, è la magia di sentire che gli altri hanno la capacità di farti brillare!


Allora Bogheni è la gioia del semplice stare insieme, è allegria, è giovani volontari moldavi capaci di trascinare, di mettersi in gioco, desiderosi di condividere e di fare gruppo!, è vedere Chiara e Marina commosse nel lasciare quel villaggio, è ripartire… una settimana passa veloce ed è subito tempo di cambiare!

Si ricomincia : persone del posto, prete, volontari, bambini, tutto nuovo e da scoprire ad Ucrainca!
Siamo in tanti: 2 coordinatrici, 7 volontari italiani, 8 volontari moldavi di Diaconia e 3 volontari del posto…
Aiut! Ogni programmazione e ogni “evaluare” (valutazione) eravamo al tavolo in 20!.. mica pizza e fichi! O meglio mica placinte e vino!

Ucrainca è stata l’ALTRA FACCIA del Cantiere.

E così la seconda settimana è stata la fatica di essere in tanti, la fatica di essere diversi, la fatica di accettare l’altro per com’è e non per come lo vorremmo noi, magari più dinamico, più estroverso, più simpatico.. sempre qualcosa in più di quello che è in realtà!, è stato capire quanto sia facile giudicare e cosa vuol dire impegnarsi per non farlo o almeno rendersi conto di farlo, è stato tirarsi fuori più di quello che si è…


Ma è stato anche scoprire che se accetti il primo bicchiere poi…, è stato fare giardinaggio pesante, è stato un bagno nell’acqua santa, è stata la polizia di frontiera, è stato Vlad il Terribile, è stato “una principessa e il suo amico buffone”, è stato perdersi nelle bolle di sapone. 


Ucrainca è stato per me l’esempio più vero di cosa voglia dire fare il cantiere in Moldova.



Il cantiere finisce e si arrivano le vacanza.
In Turchia tra un cammello, una moschea e un po’ di mare, mi ritrovo a pensare che il Cantiere resterà DENTRO ancora per un po', arrivando alla conclusione che prima di tutto il Cantiere è QUALCUNO!



Matteo
Chiara


Andrea
Marina
Gloria
Stefano


Simone



È quel qualcuno che ha deciso di partire (con o senza aspettative, con o senza paure), di metterci del suo (a proprio modo)che ha reso ogni momento insieme un possibile momento di crescita e di confronto.

e a chi mi chiedeva "com'è andata l'estate?" rivedendo tutto rispondo "una bomba!"

A presto
Patty

ps: ovviamente si ringrazia per il co-cordinamento Maria Angela Agazzi e per il sostegno a distanza Sergio Malacrida!