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giovedì 25 agosto 2016

Marocco: Vicini e lontani. Diversi, ma insieme.

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Passare la frontiera sembra banale: compili un foglietto con quattro dati, un timbretto e sei dentro. <Mo scrivo prete e mi fermano!> dice Don Luca. Come ogni altro passeggero consegna il foglio, il passaporto, BUM! Timbro, <Welcome to Morocco!>. Ci siamo: Cristiani in un Paese mussulmano, ospiti di una Chiesa a sua volta ospite qui.
Di dialogo interreligioso se ne sente parlare un sacco di questi tempi: un passo dei cristiani verso il mondo arabo che si avvicina sempre di più all'Europa fino a farne parte con il continuo gettito di migranti. Un passo obbligato er favorire quell'integrazione necessaria a un quieto vivere per tutte le comunità... ma qui? Se davvero l'1% dei cristiani presenti in Marocco (praticamente tutti stranieri, dall'Africa Subsahariana o Europei o ancora Americani) facesse questo passo, a cosa servirebbe? Quale impronta lascerebbe nella terra sottile che ricopre l'Atlante?

Ma poi scopri che a gennaio di quest'anno, a Marrakech, gran parte del mondo Mussulmano si è ritrovato a parlare di minoranze religiose nei Paesi Islamici, coinvolgendo anche esponenti delle Chiese Cristiane e che l'incontro è stato promosso anche da Fratelli Mussulmani, uno fra i movimenti più radicali come lettura del Corano.
Da quell'incontro ne è uscita una forte condanna a tutti i fondamentalismi e la scelta, che sembra ovvia, ma non è assolutamente banale, di ripensare l'educazione religiosa dei bambini ed eliminare da essa ogni elemento che possa ricondurre all'odio e alla violenza nei confronti di chi non professa la stessa religione. Una revisione reale dei programmi e dei testi scolastici dunque, immediatamente rattificata da Muhammad IV, re del Marocco, che il 6 di febbraio, a una settimana dalla chiusura del grande incontro, ha chiesto al Ministero della Cultura la revisione dei testi scolastici per tutte le scuole di ogni ordine e grado.
Un esigenza del tempo, di un mondo che è sempre più globo, anche qui in Nord Africa, a Midelt per esempio, piccola nuova provincia del Medio Atlante dove il Muezin canta per convocare i fedeli alla prima preghiera, mentre la campana del Monastero di Notre Dame de l'Atlas richiama i monaci per il mattutino.

Possiamo far passare il dialogo interreligioso come un'esigenza esclusivamente legata al tempo? Forse è qualcosa in più... è quella chiamata continua dell'uomo verso l'altro, quell'alienarsi fino ad arrivare ad essere l'altro, anche se è irraggiungibile, ma ad esso avvicinarsi il più possibile. Non è solo un mettersi nei panni dell'altro (o "To be in his shoes" come dicono gli inglesi, perchè le scarpe di qualcun altro ci stanno sempre un po' scomode), ma è l'accoglere l'altro in tutta la sua differenza e alterità, consci che non saremo mai lo stesso, ma che possiamo avvicinarci. Il modo migliore per farlo qui in Marocco ci è sembrato il condividere la festa, condividere il pranzo di ferragosto (senza salamelle, ma ce ne siam fatti una ragione) e il cous cous del venerdì, benedicendo insieme la tavola, da una parte " Il Dio di Abramo, di Isacco e di Mosè benedica tutto quello che c'è", dall'altra "Hamdulillah", "Sia lode a Dio", che se non sapevate quale recitavamo in Italiano e quale in Arabo non capivate chi le aveva dette!

"Inaugureremo insieme giornate di luce ancora più lunghe e sogneremo ancora e sempre una primavera dell'anima. Solo i pessimisti disperano nella bontà divina." Ahmed Toufiq, Ministro degli Affari Islamici del Marocco, nel porgere gli auguri di Natale a Vincent Landel, Arcivescovo di Rabat.

Così vicini, insieme, ma diversi, altri. Belli!



Davide Manzo


martedì 25 agosto 2015

Gibuti: Tu, Adulto Di 7 Anni!

1 commento:
Ed eccomi ritornato a casa.
Ed eccomi qua a pensare a una realtà lontana 8 ore di aereo che sembra però di un altro pianeta.
Ed eccomi qua a pensare a quei bambini di strada di cui tanto si era parlato nella formazione iniziale a giugno.

Solo in questi giorni di cantiere ho capito però cosa vuol dire essere bambino di strada:
vuol dire non avere un posto da chiamare "casa". Vuol dire che non puoi possedere nulla, da un libro, a una maglietta in piu', a una riserva di cibo o acqua.
Essere bambino di strada vuol dire avere la preoccupazione di mangiare qualcosa entro sera.

Il fare attività al centro caritas quasi tutte le mattine, mi ha fatto capire quanto questi bambini siano poco bambini e quanto diritto ne avrebbero di esserlo.
Se penso al loro diritto di essere bambini un immagine mi viene subito in mente:
una sala, una televisione e tanti volti con la bocca aperta e gli occhi persi dentro quel cartone animato! Ecco, quello è uno dei pochi momenti della giornata che possono sentirsi bambini.


Bambini come Mohamed, chiamato l'africano per il suo colore della pelle molto piu' scuro di quello tipico del corno d'Africa, che la maggior parte delle volte è ingestibile, il classico bulletto, ma se gli mostri un po’ d'affetto è capace di trasformarsi e diventare un bambino quasi tenero.


O come Arafat, che l’altro giorno ha tirato un pugno a un altro bimbo ed era dispiaciuto moltissimo, al punto di andare a chiedere scusa con la manina e poi con un bacino sulla fronte (cosa abbastanza rara al centro).


O infine come Apnojdi, “the doctor”, il migliore! Ragazzino sordo muto, con le orecchie a sventola, alto e magrissimo, un po gobbo, che alle lezioni di matematica dava un sacco di soddisfazioni.
Il suo abbraccio all’ultimo giorno di centro, quando a gesti gli ho spiegato che ritornavo in Italia, è stato il momento piu’ emozionante e commovente del cantiere.
Un abbraccio che parlava, anzi urlava!
Per me voleva dire: “buona fortuna fratello mio, la vita sembra che ti ha dato poco ma non è così perché sei un ragazzo pieno di bontà e qualità”.
Per lui invece penso sia stato dire un grazie a una persona conosciuta da poco ma che gli ha mostrato qualche attenzione e ha cercato di insegnarli qualcosa.



Il loro volto mi ha segnato.
Il loro sorriso mi ha insegnato.
Per loro, un futuro migliore, stanotte ho sognato.

Davide