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martedì 24 maggio 2016

¡¡¡Mochilleras Nica Sce!!!

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Le vie del Norte: 
Esteli, Somoto, Matagalpa, 
Jinotega, Chinandega 
e il Golfo de Fonseca

Partenza da Managua al mattino presto: mangeremo del gallo pinto in un ranchon per strada, ma prima togliamoci dalla metropoli! Direzione Nord, abbiamo in mente di goderci qualche giorno di fresco, di fare un bagno nel cañon di Somoto e di passeggiare nelle riserve forestali.


Nel primo pomeriggio arriviamo ad Esteli, niente a che vedere con Managua: strade pulite impreziosite da murales colorati, un bel parco di fronte al museo di archeologia (chiuso, perché nel fine settimana e nei giorni di festa la maggior parte dei musei è chiusa) e qualche bel locale con birra fresca e buona musica. 

Lasciamo gli zaini in ostello, riempiamo le borracce e andiamo verso il Salto della Estanzuela che rimane appena fuori città, dopo una breve passeggiata arriviamo alla cascata: non è imponente come dev’essere durante la stagione delle piogge e decidiamo di non fare il bagno, ridiamo per gli spruzzi e le grida di due ragazzi più intraprendenti di noi.
La mattina dopo saliamo sul nostro fuoristrada e ci avventuriamo verso la Reserva de Miraflor dove ci aspetta Juan de Dios, il fattore di una delle numerose comunità contadine della riserva, e dopo quasi tre ore di sterrato arriviamo alla sua finca e partiamo insieme a lui e al suo cane per una passeggiata sui sentieri che attraversano la comunità. Il paesaggio è da fiaba, con pastes (piante rampicanti simili a barbe di mago) che pendono dai rami, alberi dalle radici enormi, sciami di farfalle scure e una vista mozzafiato su una foresta che si perde a vista d’occhio.  



Una volta rientrate alla finca la moglie di Juan ci serve un pranzo goloso cucinato con e verdure coltivate dalla famiglia, riposiamo sull’amaca, 

nos echamos un pelòn 

e ripartiamo verso Esteli.




Rinfrancate dalla bella passeggiata, terminiamo con una Victoria Clasica bien helada in un baretto a due quadre dal nostro ostello, scherziamo su quanto ci mancassero le passeggiate nella natura e stabiliamo la mossa successiva: sveglia presto (ma dai!) e via verso Somoto, famosa per il suo canyon e le falesie verticali.

Somoto è piccola, si gira in fretta e così dopo pranzo pensiamo di salire a Las Sabanas per vedere il tramonto sulla croce in cima al monte, compriamo due sacchetti di tajadas di yucca e ci rimettiamo su strada, diamo un passaggio a una famiglia di contadini che rientrano a casa e chiacchieriamo insieme mentre, tornante dopo tornante, la vetta si avvicina. Nello spiazzo sotto la croce dei ragazzi improvvisano una partita a pallone, restiamo fino a che non ci assale un certo languorino.
La mattina dopo siamo pronte per risalire il canyon con Fausto e la sua cagnolina temeraria che passerà tutta la mattina accoccolata sulle nostre schiene mentre nuotiamo tra una pozza e l’altra di acqua verde e fresca.

Da Somoto a Matagalpa. 




...E in questa città ci abbiamo lasciato un pezzetto di cuore... 


Un saliescendi continuo incastonato nella selva, pulperias e locali colorati, un ufficio turistico che non sa che informazioni dare ed un museo del caffè dove, inspiegabilmente, i pannelli su Ruben Dario superano di gran lunga quelli sui chicchi  e sulla loro lavorazione. Ce la godiamo tutta, in lungo, in largo e soprattutto in alto e in basso, nonostante non siamo più abituate alle salite, praticamente assenti a Managua. 




L’ennesimo ostello e l’ennesima sveglia presto, un salto ai banchi per riempire lo zaino di frutta, pomodori e tortillas e via verso la Selva Negra dove perdersi tra sentieri che, se inizialmente sembrano facili, si inerpicano in salite di fango, sembra di risalire un toboga! Sconvolte dalle risate (e dalle culate)  




ci godiamo ogni passo nella selva umida, stupite, ancora una volta, dalla quantità di sfumature che può assumere il verde!!!

...Da Matagalpa a  Jinotega


ma costeggiando il lago con l’idea di trovare un bel posto dove passare la notte. Ahinoi! Quando, secondo i nostri calcoli, avremmo dovuto essere già sulla sponda opposta ci accorgiamo che la strada costeggia il lago, ma su un solo lato. non ci resta che ritornare sui nostri passi, confuse su che rumbo dare al nostro itinerario… si vedrà, ora meglio cercare una litera… e la pancia sta già gorgogliando! E quindi

¿che direzione prendere?

Gli ultimi sono stati giorni di foreste, laghi e cascate… e setentassimo di rispondere all’annosa questione “mare o monti”? 


¿Ma dai non ricordi?
¡¿Ci hanno parlato del Golfo de Fonseca 
se facessimo questa follia e andassimo lì?! 

Dai, un bel tuffo al tramonto, no? Detto-fatto, si parte rumbo a Chinandega e poi da lì si vedrà! Ore di strada immensa, la mente divaga sulle leggende panamericane mentre noi vaghiamo sulla mitica carretera panamericana cercando senza sosta una stazione radio che non balbetti.


Chinandega quindi e da Chinandega a Jiquilillo. Una levataccia in montagna e la promessa di un bagno in mare alla sera, cosa volere di più? Affittiamo una capanna di lamiera in riva al mare ad un prezzo stracciato e corriamo verso l’acqua! Dopo il bagno una doccia salata, un paio delle solite Victoria Clasica bien e una serata in veranda a chiacchierare con Danilo, il giovanissimo proprietario del lodge.

La mattina dopo decidiamo di andare verso il Volcán de Cosigüina dalla cui cima si dovrebbero vedere tre paesi, Nicaragua, Honduras e Salvador. Si vedono davvero? È una leggenda? Non abbiamo la risposta… dopo quasi tre ore su uno sterrato di sabbia e polvere abbiamo desistito e, dopo una faticosa manovra, siamo ritornate sui nostri passi. E dire che tutti ci dicevano che era giusto per di là! (E dire che tutti ci chiedevano se fossimo matte ad andarci sole!)

Questi giorni di Nicaragua on the road si chiudono così, con l’incognita del Volcán de Cosigüina e la certezza di ritornare, di ritentare ed essere più fortunate. Per amor di cronaca, s’intende!

Vamos a la playa (o- ooo-o!) 
Las Peñitas, Pochomil, San Juan del Sur e la Costa Caribeña

In Nicaragua fa caldo, a Managua sembra faccia ancora più caldo, dev’essere per lo smog e la polvere, ma il caldo si percepisce di più, è addirittura materico: pastoso e vischioso! Ma soprattutto a rendere il caldo così caldo e l’aria polverosa così fastidiosa è la lontananza del mare. D’accordo, può essere che stia esagerando, ma io sono nata sulla riva del mare e respiro meglio quando lo annuso.
Il Nicaragua ha laghi, lagune e laghetti, “…hermosa tierra de agua y volcanes…” ma si allunga tra due oceani che, non me ne vogliano i sostenitori del canale, non si toccano, non l’attraversano, non si mischiano ed è bene così.

Ma non divagherò! ed evitando di salpare per chissà quali ragionamenti, eccoci su alcune delle spiagge nicaraguensi... Lunghe e sabbiose, strisce color ocra che si snodano tra la vegetazione e l’immensità di un oceano che, a dispetto del nome che porta, Pacifico non lo è mai: a volte alza e sbuffa onde altissime, delle altre srotola correnti sottomarine che a malapena increspano la superficie ma insidiose come sgambetti. 

E noi siamo andate in molte spiagge: a nord e a sud di Managua, a Las peñitas e a Pochomil. E siamo andate ancora più a sud, svalicando il Crucero (dove congiungono tutti gli sfiati dei vulcani di Managua e il cielo è sempre nuvoloso e l’aria sempre fresca), attraversando Diriamba, Jinotepe, Nandaime e Rivas, sempre giù fino a San Juan del Sur, una cittadina di bed&breackfast e surfisti con ville enormi e lussuose sulle colline che scintillano per i riflessi di luce sulle vetrate e sulle piastrelle azzurre delle piscine. 

Ma se, al bivio del Palì, si gira a sinistra, si supera la cancha de béisbol, si attraversano i barrios che non luccicano affatto e si segue lo sterrato si arriva a Playa hermosa e alla vicina Playa el coco, dove una sera abbiamo visto una 

tartaruga di mare deporre le sue uova… 

e dei pescatori rubargliele da sotto, infidi e meschini sotto al naso delle guardie della riserva che, pochissime su chilometri di spiaggia, non hanno potuto fare nulla.  


 Non c’è Pacifico senza Atlantico.

Il RAAS e il RAAN (Región Autónoma del Atlántico Sur e Región Autónoma del Atlántico Norte) sono due regioni molto estese, coprono dal centro del paese al Mar del Caribe, la natura la fa da padrona incontrastata e sono poco popolate ma multietniche: vi si incontrano diverse popolazioni indigene, i Miskytos soprattutto, ma anche molti Creoles afro discendenti.

Purtroppo non è affatto semplice muoversi per queste zone, i collegamenti via terra sono apparentemente inesistenti, con un breve volo aereo da Managua abbiamo raggiunto Corn Island e da lì, dopo ore di attesa al porto, siamo salite su una lancia per raggiungere l’isola piccola dove abbiamo oziato per un intero fine settimana. 
 Tutto su questo lato è diverso. Diversa la lingua, diversa la musica, diversi i volti, diverso il pane. Little Corn Island ha molti turisti, perlopiù mochilleros, ma non sembra aver perso molto della sua autenticità.  Si vanta d’essere isola verde, ha politiche ecologiche brillanti, non vende acqua perché è bene universale, riduce, riutilizza e ricicla, rinuncia ad alcune comodità in nome dell’ambiente. 


Leon

Interessantissima pe la sua architettura coloniale e per la storia, qui c’è uno dei più importanti musei della Rivoluzione sandinista.

Ben collegata a Managua da bus e pulmini, si raggiunge in un paio d’ore di sorpassi spaventosi. Città a misura d’uomo, dà la possibilità di passeggiare per le strade del centro storico, scoprendo ogni volta nuovi dettagli. 

Abbiamo avuto la fortuna di poter salire sul tetto del museo per vederla dall’alto, può sembrare banale, ma è stato emozionante salire oltre il quarto piano di un palazzo in un paese dove, per ovvie ragioni, la maggioranza di case e palazzi supera i due piani di altezza. C’è un bel mercato coperto, dove si incontrano moltissimi tipi di frutta e di verdura, 

repollos guanabana, zapote, chayote, camote, quequisque, popote, remolacha, narajas, granadilla, pitaya

Masaya e Granada

A pochi chilometri da Managua, Masaya è una piccola città con un bel mercato di artigianato, ma la sua attrattiva principale resta senza dubbio, il vulcano da cui prende il nome.


Durante il giorno, dopo una breve salita, offre una bella vista di Masaya e di Managua, ma è di notte che dà il meglio di sé regalando scenari pazzeschi: il cratere si incendia e splende nel buio, uccelli e pipistrelli volano tra gli sbuffi di zolfo e, quasi invisibili a Managua, si accendono migliaia di stelle.

A breve distanza da Masaya si può visitare la Laguna de Apoyo, formatasi dentro un cratere estinto. L’acqua è piuttosto calda e le spiagge sono sempre molto frequentate: su una sponda abbondano bar e locali, regnano la cumbia e il merengue mentre sull’altra, non raggiungibile, la folta vegetazione arriva fino al bagnasciuga e si confonde nel verde della laguna. 



Una leggenda racconta che sul fondo del lago ci sia una finca fantasma e che chiunque vi faccia il bagno dovrà raggiungerla, una volta morto, e lavorarvi cento anni prima di riprendere il suo viaggio.

Proseguendo di poco verso sud si raggiunge Granada, altra città coloniale dai colori sgargianti e dai molti mercaditos. Schiacciata sul Lago Cocibolca guarda al Volcán Mombacho e alla miriade di isolotti che sono nati da una delle sue esplosioni. 



Paese di laghi, vulcani, spiagge e selve il Nicaragua offre una grande varietà di paesaggi e di realtà. Appena fuori Managua, poco lontano dalle sue strade ampie e caotiche, si ritrova una natura potente e rigogliosa che andrebbe sicuramente più curata e rispettata, ma che resiste e prospera. Non troppo lontano dai centri commerciali, dai fast food e dai quartieri troppo densamente abitati della capitale, ci si imbatte nei più autentici ranchon e mercaditos, le persone sono generalmente più ciarliere e bendisposte nei confronti dei viaggiatori ficcanaso ed è facile rintracciare l’entusiasmo e la curiosità per esplorarlo e per laciarsene attraversare.



e, a proposito di attraversare, scriviamo buttando sempre un occhio alle carte, prossima meta, Ometepe! 

...per mestiere aver scelto il mestiere di Vento... 




venerdì 16 ottobre 2015

Scatta il Cantiere 2015: tag yourselfie #dividerepermoltiplicare

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Ultima categoria, quella dei selfie con il tema " #DIVIDEREPERMOLTIPLICARE ".


1° CLASSIFICATO

 #dividerepermoltiplicare - Bolivia - Elena P.


2° CLASSIFICATO

#dividerepermoltiplicare - Libano - Martina G.


3° CLASSIFICATO 

 #dividerepermoltiplicare - Kenya - Marta G.

4° CLASSIFICATO

#dividerepermoltiplicare - Moldova - Taisa B.

mercoledì 14 ottobre 2015

Scatta il Cantiere 2015: primi piani

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Oggi pubblichiamo le foto della categoria " PRIMI PIANI ".


1° CLASSIFICATO  

 Abbracci ruotanti - Gibuti - Ilaria B.


2° CLASSIFICATO

  Questo vecchio con la barba bianca - Haiti - Matteo P.


3° CLASSIFICATO 

 Big brother - Moldova - Giulia B.


3° CLASSIFICATO (ex-aequo)

 Fotografa me - Haiti - Matteo P.


4° CLASSIFICATO

Un volto al mercato - Bolivia - Manuela B.

lunedì 12 ottobre 2015

Scatta il Cantiere 2015: Laudato si'

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Ecco le foto premiate per la categoria " LAUDATO SI' ".


1° CLASSIFICATO 

 Mille passi - Kenya - Martina P.


2° CLASSIFICATO

 Salar - Bolivia - Manuela B.


2° CLASSIFICATO (ex-aequo)

 La plie - Haiti - Matteo P.


3° CLASSIFICATO

 Energia - Kenya - Giacomo C.


3° CLASSIFICATO (ex-aequo)

Distruzione. Se questo è l'uomo - Libano - Martina G.

venerdì 9 ottobre 2015

Scatta il Cantiere 2015: Con-dividere per moltiplicare

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Continuiamo con le foto vincitrici del concorso.

Per il fine settimana vi presentiamo quelle della categoria CON-DIVIDERE PER MOLTIPLICARE.


1° CLASSIFICATO 

Nemmeno la pioggia potrà cancellare i nostri segni - Libano - Martina G.


2° CLASSIFICATO

Condividere - Kenya - Martina P.



3° CLASSIFICATO

Comunione - Bolivia - Manuela B.



3° CLASSIFICATO (ex-aequo)

Piovono benedizioni - Moldova - Giulia B.

giovedì 8 ottobre 2015

Scatta il Cantiere 2015: cibo per tutti

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Nei prossimi giorni presentiamo le foto vincitrici del 9° concorso "Scatta il Cantiere", scattate quest'estate dai 65 volontari in giro per il mondo con i Cantieri della Solidarietà.

Oggi cominciamo con la categoria CIBO PER TUTTI.


1° CLASSIFICATO
Oggi pesce - Haiti - Stefania Casturà


2° CLASSIFICATO
... e rese grazie - Gibuti - Ilaria Bollati


3° CLASSIFICATO
Quotidiano - Bolivia - Manuela Blanca


3° CLASSIFICATO (ex-aequo)
L'unione fa un tabuleh - Libano - Martina Ghirardello

lunedì 14 settembre 2015

Quando tu guarderai il cielo...

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"Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per altri non sono che delle piccole luci. Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha..."
"Che cosa vuoi dire?"
"Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!"
E rise ancora.
"E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per il piacere... E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo.
Allora tu dirai: "Si, le stelle mi fanno sempre ridere!" e ti crederanno pazzo.
"T'avrò fatto un brutto scherzo..." E rise ancora. "Sarà come se t'avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere..."

Le stelle a 4000 mt sono uno spettacolo! Illuminano le distese dei campi, sulle ande e ti rendi davvero conto di essere circondato dalla meraviglia.

Oggi sono particolarmente nostalgica e ripenso alle stelle che in questi anni in Bolivia ho incrociato sul mio cammino...
Ripenso all' Hermana Querubina e alla sua lotta per portare un po' di dignità ai campesinos di Vacas, o alla Hna Bruna, che prova a dare un senso a quelle letterine che, a scuola, i bimbi devono ricopiare milioni di volte incomprensibilmente sul loro quaderno, al Genio, al Sergio o al padre Enrique, che combattono ogni giorno per chi è meno fortunato...
Ripenso ai bimbi della ciudad del nino, quel tesoro, custodito nelle 8 case dove sono accolti, che, con i loro sorrisi e i loro giochi, hanno riempito le mie giornate per queste settimane.
Ripenso a Grissel e al Roby, che nonostante le difficoltà cercano di donarsi agli altri, ricordando sempre che "il male abbonda, ma il bene sovrabbonda"!
Ripenso ai colleghi di Caritas Cbba, che nonostante il tempo e la distanza sono sempre capaci di farmi sentire accolta e a casa...


Loro sono le mie stelle...guarderò il cielo stasera con un po' di nostalgia (sperando in un po' di sereno!!) e sentirò ridere i bimbi della ciudad,  sentirò urlare "Piedraaaaa" (ci sono volute sei settimane per riuscire a far pronunciare bene il mio nome), sentirò le adolescenti che ci chiamano a ballare la diablada, Maria Esther che cerca di organizzare una lasagnata in Caritas o la Queru che chiama qualche sordomuto con il clacson!

guarderò le stelle...

e sorriderò anche io!

  

mercoledì 9 settembre 2015

Kenya: Oggi è un giorno di festa!

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6 Agosto 2015

La notte con i capelli legati e tirati è terribile. Potrò dire di aver fatto anche questa pazzia: le treccine rasta all’africana con 8 kg di capelli lunghi biondi e rossi in più, ovviamente rossi; ma ora che scrivo ed è sera li ho sciolti dalla coda e anche se non sembro più Cleopatra ma una rasta-woman vera e propria almeno la mia testa respira un po’ finalmente.

Stamattina la sveglia è all’alba in previsione della visita alla prigione (che come volevasi dimostrare non faremo grazie ai cani antidroga kenyoti)(Martina sarà orgogliosa di me per aver scritto “kenyoti” con la “y”!) ed essendo l’ultimo giorno alla Cafasso portiamo tre valigie con parte del materiale usato e parte nuovo da lasciare in dono ai ragazzi. E a sorpresa Marta chiama la bellezza di ben 8 piki-piki (le motociclette che fungono da tassisti) per ognuno di noi. Che emozione, tra sorpassi abbastanza vietati in tripla fila, vari acceleramenti in curve a gomito e altrettante frenate inaspettate prima dei dossi inattesi. Il tutto abbracciata in modo abbastanza precario a un kenyota senza casco (entrambi ovviamente) che ogni tanto risponde al cellulare. Martina e Vale si fanno il viaggio in tre addirittura. Che coraggio! Anziché i soliti  40 minuti di camminata per attraversare il quartiere delle prigioni ce ne impieghiamo 10 oggi per arrivare dai ragazzi della Cafasso. Oggi è una giornata speciale, di festa e di saluti. Viene pure a trovarci Suor Serafina, la capo superiora di tutte le suore della consolata del Kenya. Ci tiene a farci un discorsetto di ringraziamento per il nostro lavoro e ci regala una collana fatta a mano da alcuni ragazzi di strada di uno dei loro progetti. Oltre a lei viene a salutarci anche il cappellano della prigione, un pezzo grosso, con tanto di colleghi catechisti vestiti in camicia e cravatta. Appena arrivata in Cafasso, tutti i ragazzi apprezzano la nuova acconciatura e Bernard, il ragazzo che lavora in una sartoria, mi fa provare uno dei suoi vestiti: giallo limone spento, gonna e maglia a campana. Diciamo che non lo comprerei mai , e penso che anche i miei compagni di viaggio la pensino così come risulta dalle loro risate. Una brutta notizia della giornata è stata di Angelo, il volontario italiano di Caritas in Kenya, che sarebbe dovuto venire a Mombasa domani con noi: è stato ricoverato in ospedale per un infezione intestinale ed è dovuto rientrare in Italia sedato e qualche giorno prima del previsto. Peccato perché mi sarebbe piaciuto molto salutarlo! Era così simpatico! Oggi è festa e la festa kenyota propone capretto alla griglia. Perciò alle 10 di mattina ci mettiamo tutti sotto  a cucinare. Le cipolle ci ammazzano. Solamente sbucciarle mi provoca uno di quei pianti dolorosi! Non invidiavo nemmeno un po’ chi le stava tagliando. Tra l’altro quella bella insalatina cruda di pomodoro, cavolo, carote  e cipolle, che probabilmente è dissenteria diretta, mi attira troppo e quindi ne gusto il saporino fresco senza troppo indugio. Ma il pezzo forte è la grigliata! Io e Vale non sappiamo bene come agire, se da tecnologhe alimentari o da africane. La carne di capra (un’intera carcassa) viene maneggiata da tutte le mani e in tutti i modi e con tutti i coltelli sporchi, viene immersa in una bacinella piena di acqua e di limone dove sta a mollo. Poi va a contatto diretto con la fiamma più e più volte, cade per terra, cade sulla cenere e viene rimessa con nonchalance sulla griglia artigianale. Una volta cotta è lasciata all’aria aperta sul tavolo lercio a disposizione del milione di mosche presenti. Insomma, se non ci succede nulla dopo questo pranzo alternativo direi che saremo immuni a qualsiasi rischio alimentare! Ciò che non uccide fortifica, giusto? Bisogna dire che l’intervento di Giacomo (l’unico uomo italiano presente) è fondamentale. Grazie a lui la situazione migliora un po’, igienicamente parlando. Ad allietare il pranzo fortunatamente c’è il ginger, ma questa volta la bevanda. È buonissima! Frizzantina, dolciastra con retrogusto amarognolo. Dopo il pranzo c’è un momento organizzato di balli. I ragazzi africani hanno tutto un loro modo di ballare con passi e salti strani che maldestramente come al solito cerco di imitare. Arriva infine il momento dei saluti. Felix e Wolf prendono le redini del discorso: “the most difficult word to say in Africa is ‘goodbye’ so come back here soon”, “pray God and remember us in the stories you will tell to your friends”, “learn to smile, always, because can change the world and the people”. E così osservo Duke , timido agricoltore a cui mi sono affezionata perché mi ricorda mio cugino ed era il ragazzo più timido e polite; Big John, il più stordito che ride sempre nelle sue goffaggini; Small John, così fiero di sè; Simon, che faceva il provolone per ballare; Samuel, il gentilissimo amante degli animali che regala a tutte un ultimo braccialetto; Andry, che cantava sempre “brrrr” e “o mare nero”; Borongo, il più irrequieto; Chegge, quello sempre fatto di colla anche se Marta dice che invece è fulminato così di natura; Mesha, che tenta inutilmente di suonare sempre il tamburo ed è sempre fuori tempo; Frank, l’ingegnere meccanico dagli occhi verdi; William, il miglior ballerino e il più tamarro tra tutti; Bernard, il viscido sarto. E dall’altra parte vedo Vale, timida ma dolce, sensibile e molto pratica; Martina, la super boss dei bans e dei giochi che ci sa proprio fare coi bimbi; Chiara, alla mano e che è sempre in grado di buttarsi; Francy, la più pazzerella e anche la più brava a interagire coi ragazzi nonostante non parli una parola di inglese; Alice, che l’altra sera mi ha confidato che questi ragazzi l’hanno sorpresa e sono stati capaci di insegnarci la semplicità e la sincerità del cuore che in Italia troppo spesso dimentichiamo; Giacomo, scherzoso e molto molto paziente, in gamba sia coi ragazzi e i bimbi sia quando si tratta di lavorare e mettersi sotto; Marta, il nostro saggio leader, forse più kenyota che italiana e anche se non sempre condivido i suoi pensieri ho apprezzato moltissimo la sua super disponibilità nei confronti di ogni nostra esigenza e il suo sangue freddo in ogni situazione un po’ critica. E io, il solito buffone del gruppo, mi trovo bene in mezzo a tutti loro. Riesco a vivermi questa esperienza positivamente. A casa tutte le mie cosucce e i miei impegni sono sistemati e i miei affetti mi fanno stare serena. I giorni trascorsi qui a Nairobi sono andati alla grande. Io sento di essere riuscita a dare e ricevere il giusto ogni giorno un po’ con tutti e riesco ad essere me stessa, spontanea ed ingenuotta. Vivo alla giornata, senza troppi programmi (a parte quando stresso Marta per le cose da comprare!) Sono consapevole
di quanto sia importante vivere senza troppe aspettative e che la cosa più bella che puoi donare è il tempo che trascorri con questi ragazzi e il come lo trascorri, qui ed ora, con tutti noi stessi. Questa esperienza e questo incontro è sicuramente un gift per entrambe le parti. Arrivata la sera dobbiamo voltare pagina e razionalmente camminare avanti, per l’ultima volta lungo quella strada rossa che ci riporta verso la nostra parrocchia, salutando tutti quei visi di ragazzi normalissimi e buoni e desiderosi di costruire una vita più bella e serena. E anche il cielo è triste e si rannuvola.


La sera dovevamo andare a Korogocho ma a causa di un imprevisto l’appuntamento salta e Marta, essendoci molto legata, è triste. L’unica regola dell’africa è l’imprevedibilità. E così come quando siamo arrivati il primo giorno, due settimane fa, assistiamo alle spettacolari prove del coro dei giovani della parrocchia che mi riscaldano il cuore con le loro voci forti e vive. Il cerchio si chiude, la nostra esperienza alla Cafasso si è conclusa ed i ragazzi sono stati felici (hanno pianto ci ha detto Wolf!). Ma adesso bisogna essere carichi per la prossima settimana! Mombasa ci aspetta!

Noemi Caruggi



venerdì 4 settembre 2015

LIBANO: Le pagelle dei cantieristi

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Il cantiere è ormai finito da più di un due settimane. Abbiamo descritto le persone incontrate, i luoghi visitati e le emozioni provate. Ma i cantieristi? Siete curiosi di sapere come hanno affrontato quest’avventura?
Abbiamo deciso di “Pagellarci”, ed ecco a voi il risultato.



MARTINA: Partenza scarsa dal punto di vista alimentare. “No, thanks” è la sua risposta preferita quando qualcuno le offre del cibo. Ma non di solo pane vive l’uomo. Il duro e costante allenamento tempra la ragazza che a metà Cantiere già sorprende tutto il gruppo. Anguria, gamberetti, carne cruda, gelatina, pesca, tajine, curry sono le new entry della sua dieta quotidiana. Ormai non la ferma più nessuno. STOMACO D’ACCIAIO.

FRANCESCA: Il suo habitat preferito è la camera da letto e la sua esile figura è scolpita tra le piume d’oca del materasso. Le sveglie mattutine organizzate dalle compagne non funzionano: acqua e musica ad alto volume non le fanno neanche il solletico. Le montagne russe delle strade libanesi non la scuotono. I compagni si prendono gioco di lei. Ma non svegliatela: la metamorfosi in capa ultras del coretto la rende particolarmente aggressiva.
Pregio: maga dei palloncini e dei truccabimbi, conquista tutti con le sue doti artistiche. Chiedetele di fare il verso della scimmia, ma non di parlare in inglese.
(Da non dimenticare: “Hi! My name is Francesca. What’s your name?” “I’m Kate!”. “Ah! AIMCHEIT!” “No, my name is Kate!!” -.-‘’)
SANDRA MONDAINI. Per gli amici: GHIRO-GHIRINI.


DANIELE: Lo chiamavano Santa Pazienza. L’unico cantierista uomo. Cinque pazze isteriche da sopportare, doccia piena di capelli, discorsi su smalti, trucchi, vestiti, scarpe, ragazzi.
Lo zerbinaggio raggiunge livelli cosmici: “Danieleeee! Puoi prendermi quella tazza là in alto?” “Danieleeeee!!! Alza sto volume!” “Danieleeee! Spegni l’aria condizionata!”.
E’ stato portato all’esasperazione.  Migliore amica del cantiere: la settimana enigmistica (almeno lei non parla).
Durante il servizio non c’è tregua.
Tentativo 1: braccialetti. Fallito.
Tentativo 2: origami. Fallito.
Tentativo 3: smalto. Assente.
Tentativo 4: relazioni umane. 10+. Il suo fascino conquista piccole promesse calcistiche e anziane pilastri degli Shelter. 1 a 1 palla al centro. RAIMONDO VIANELLO.


SAMANTHA: La Baby Girl del gruppo. Partita in quinta mangiando doppia porzione di pasta-plastica dell’aereo. A terra il caldo libanese e l’odore di pattume nelle strade le chiudono lo stomaco. Non ha gorgogliato per quattro giorni. Il profumo del taboulleh, il sapore dello zaatar e la consistenza dell’hummus la rimettono in sesto. Manca solo Ciccio.
Ballerina nata, la competizione ce l’ha nel sangue. Gli occhi teneri dei bimbi incontrati non l’hanno fatta sciogliere, le gare le ha vinte sempre lei. Ha perso però l’unica sfida importante, quella contro Diego, il topo domestico. Oltre a disagi alimentari, si aggiunge l’insonnia.
QUANDO IL CONIGLIO DORME I TOPI BALLANO.

BENEDETTA: Sembrava una ragazza normale. Qualsiasi presunta parvenza di normalità è scomparsa con il primo sabato sera libanese. Da lì non si è più ripresa. Contare 918 fiori di carta le ha fatto dare i numeri. I Sali minerali faticavano a raggiungere il fabbisogno energetico minimo.
La mancanza delle pere Williams e di carote dell’orto del nonno sono state sostituite per tre settimane da patatine fritte, Pepsi e Nutella. Nemmeno il cetriolo è riuscito a conquistarla.
Il suo cuore è però stato rapito dalle sfumature della realtà locale e dai mille fili e braccialetti che le hanno regalato le donne conosciute agli Shelter. CIBO PER TUTTI.    

VALENTINA: Sente fin da subito sulle spalle la responsabilità di un tirocinio universitario quanto mai impegnativo. Ci mette fin da subito anima e corpo lasciandoci ben presto gran parte del corpo tra i vari WC del Libano.
Stringe i denti e non solo, ma da Tiro a Batrun non c’è Dissenten che tenga. Una dieta ferrea a base di patate e patate la costringe a rinunciare al desiderio di assaggiare le prelibatezze locali. I rimedi della nonna la rimettono in sesto.
Riprende presto il ruolo di promoter di giochi da tavola per allietare il gruppo. In prima linea sul fronte riesce subito a conquistare la simpatia delle ragazze degli shelter.  Da Misscappalacacca a Misscalpo. INARRESTABILE

STEFANO: Se fosse un animale? Sarebbe un orso. Se fosse un colore? Sarebbe azzurro. Se fosse un lavoro? Sarebbe un taxista. Se fosse una lettera? Sarebbe una ÈÈÈÈ. Se fosse uno sport? Sarebbe il calcio. Se fosse una parte del corpo? Sarebbe la pancia. Se fosse una città? Sarebbe Brescia. Se fosse una bevanda? Sarebbe la limunada ma nana. Se fosse un hobby? Sarebbe il narghile. Se fosse un frutto? Sarebbe il limone.
Convocato in campo per fare il coordinatore. Per tre settimane ha pensato di essere in grado di sopportare i suoi cantieristi; tra giochi e canti la missione è fallita.
La sua tana è il divano. Ma spodestato, la sua roccaforte è ancora in mano nemica.  Ama la movida beirutina, nei beach party è il re della panchina. La mossa del Kebab conquista i cuori delle ragazze libanesi. Ma solo le cantieriste hanno fatto breccia nel suo cuore. Coccolato per tre settimane, ora la pacchia è finita. TETONE ORSONE FIFONE.

ANNA: Entra in campo verso la fine del cantiere e si adatta subito al gruppo. Carica, partecipa a tutti giochi proposti, dimostrandosi combattiva. Nulla la spaventa, neanche Diego. Il cantiere a Cipro ha fatto da allenamento; impugna lo spazzolone e riconquista il bagno con tenacia e coraggio, ma senza trovare il nostro topo.  L’EROE 

Questo è quello che ha caratterizzato il nostro cantiere: 8 persone diverse, ognuna con le sue qualità e le sue debolezze, ma che insieme hanno saputo creare un gruppo affiatato e fenomenale.
Ed è stato proprio questo il nostro ingrediente segreto (e di tutti i cantieri del resto): l’essere diversi, l’essere degli sconosciuti ma allo stesso tempo essere giovani ragazzi/e che condividono un esperienza unica e irripetibile che, in qualche modo, cambierà loro la vita, la scuoterà e gli farà conoscere nuovi orizzonti.. nuove emozioni!

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Cantieristi Lebanon

giovedì 3 settembre 2015

MOLDOVA: i bambini moldavi sono neri?

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18 agosto, Milano. Casa mia.
Pomeriggio con i nipoti raccontando la Moldova.
"Zia, ma i bambini moldavi sono neri?"

Una domanda semplice, spontanea, la più naturale del mondo. La piccola M. conosce bene la storia dei tanti bambini della Guinea Bissau, dove ormai da molti anni è missionario un amico di famiglia. Conosce la loro giornata, i loro riti, le loro abitudini, i frutti strani che mangiano, quanta strada fanno al mattino per andare a scuola, che a volte non hanno tutti i giochi che vorrebbero e nemmeno tutti i materiali per la scuola che gli servirebbero. Mentre racconto, alcune storie di acqua dal pozzo, di bambini con genitori emigrati lontani, di fratelli piccoli che badano a quelli ancora più piccoli risvegliano in lei quelle stesse storie che la mamma gli racconta sui bambini della Guinea Bissau. I bimbi della Guinea sono neri però, quindi la domanda è davvero spontanea: "i bambini moldavi sono neri?".


Quello di M. è un collegamento spontaneo, naturale, tra le sue esperienze di vita, innocente però. Per molti adulti, invece, il fatto che la povertà e le problematiche sociali siano solo un problema del Sud del mondo è una convinzione radicata nella mente, quasi scontata. Siamo "abituati", anche se questo aggettivo non dovrebbe mai essere utilizzato per questo, alle "storie" dell'Africa, del Sud America e di qualche altro paese lontano che vive le sue profonde difficoltà. Sono notizie di ogni giorno, a cui il nostro orecchio ha iniziato a farci l'abitudine. Ma sono storie così lontane, così distanti dalla nostra esistenza europea, la quale, nonostante crisi economiche e difficoltà quotidiane, continua a scorrere veloce e perché no anche felice.

Da un certo punto di vista è quasi rassicurante che queste "storie" provengano da terre così lontane. Questo ci consente di poter prendere le distanze, di sentirci "altro", diversi, di convincerci che qui da noi tutto ciò non accadrebbe mai. La diversità di razza, etnia, colore della pelle, lingua, costumi, riti ci permette di instaurare una distanza rassicurante tra noi e "loro". Quasi un sentimento di superiorità, ma soprattutto di convinzione che siano dinamiche, problematiche, necessità, difficoltà che non ci appartengono, che non potranno mai accadere a noi.

I bambini moldavi di Costuleni e Coscalia sono bianchi però, esattamente come noi. Hanno sì quei stupendi occhi azzurri e capelli biondi che a una "morettona" come me mancano, ma ci sono anche bambini con capelli scuri e ricci come i miei e la differenza allora è praticamente inesistente. Sono bambini, all'apparenza, come quelli di Rho, Garbagnate, Erba e via dicendo, sono esattamente come loro con gli occhi grandi che guardano sempre in alto capaci di stupirsi e meravigliarsi ad ogni più piccolo rumo re.


E questa somiglianza a volte fa paura, non c'è più possibilità di porre una distanza tra noi e loro, non c'è possibilità di dire che sono diversi da noi, che i loro problemi sono di un altro "mondo".

La Moldova è Europa, forse non politicamente, ma pur sempre Europa. La richiesta di ingresso nell'Unione Europea giace ancora sul tavolo di qualche burocrate. E l'Unione Europea non è poi così lontana, i confini della Romania, membro UE, sono oltre il fiume Prut che costeggia proprio la città di Costuleni. Basta allungare il braccio per sentirla già più vicina.

Siamo vicini di casa. Siamo così vicini eppure così lontani.
La Moldova ricorda un po' l'Italia di 50 anni fa. Fortemente rurale, con una campagna piena di animali, con i pozzi dell'acqua, con il vino fatto in casa, con uomini e donne che si rimboccano le mani negli orti, con bambini che corrono nelle vie sterrate giocando a piedi nudi e con la faccia sporca di terra, con una generosità contadina che viene dal cuore capace di offrirti tutto ciò che possiede e anche di più, con molti cari emigrati all'estero in cerca di un lavoro e di maggiori opportunità.


La Moldova è una terra senza generazione intermedia perché tutta all'estero a lavorare. E' un popolo di anziani e di bambini, tanti bambini. E' un paese dove si è costretti a crescere in fretta, ad assumere responsabilità, a prendersi cura dei propri cari e di sé stessi.

E' un paese con una vasta campagna da cui i giovani scappano perché non è in grado di offrirgli tante opportunità. E' un paese dove gli anziani rimpiangono il blocco sovietico, perché "si stava meglio quando si stava peggio", ma per lo meno una buona condizione di vita era garantita a tutti. 


La Moldova mette in crisi un po' la certezza che in Europa si stia tutti bene, che tutti abbiano pari opportunità, che sia un "mondo felice", dove le difficoltà e le problematiche siano minime.

La Moldova ti costringe a guardarti intorno, ad aprire gli occhi, a renderti conto che di situazioni, difficoltà, problematiche, bisogni è pieno il mondo, anche in Europa, anche in Italia, anche a Milano, anche nel tuo quartiere, anche nella tua strada, anche nel tuo palazzo, anche nella vita del tuo vicino.

E mentre apro gli occhi e mi guardo intorno, mi ricordo.
Maggio 2014, Oratorio. Gruppo Adolescenti.
"Giulia, c'è tutta questa gente che va ad aiutare in Africa, in Sudamerica, bello, ma a noi chi ci pensa? Anche qui ci sono tanti problemi, cose che non vanno, e a noi chi viene ad aiutarci?"

Con l'arroganza che solo un adolescente può avere mi costringe a pensare e a guardare a tutto quello che ancora c'è da fare. Anziani in difficoltà, giovani famiglie in ristrettezze economiche, persone di tutte le età che affollano le mense della Caritas, adolescenti in cerca di qualcosa, senza sapere bene cosa. Queste sono difficoltà di qui, delle nostre città, del nostro oggi.

E la Moldova è stata questo. E' stata una botta forte in testa, un invito ad aprire gli occhi, ma soprattutto il cuore; a guardare tra la mia gente, nella mia città, nelle mie strade; a capire che la povertà e la ricchezza hanno più di una faccia e a volte è difficile riuscire a scorgerle nel tram-tram delle nostre vite; a donarsi e anche un po' ricevere, per donare ancora, sempre di più; a farsi avanti e metterci la faccia per fare qualcosa, anche una cosa piccolissima, come piantare un cestino in mezzo a una grande strada. Un invito ad AMARE.

Si riparte da qui.                                                                                                                            
Grazie Moldova!

Giù :)