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lunedì 18 giugno 2018

L’impresa eccezionale

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<<Cosa fai quest’estate?>>
<<Quest’estate vado in Serbia a fare volontariato in un campo profughi.>>
La reazione dell’interlocutore di fronte a questa risposta varia in un range che va dal “sei il nuovo supereroe della Marvel” a “Ruspa!”, a seconda di quanta cura hai avuto nel selezionare la tua cerchia di contatti. Il denominatore comune però è lo stupore. Nell’immaginario collettivo, chi fa il volontario in queste zone va a fare delle cose incredibili: salva vite, aiuta le persone, nel tempo libero scoperchia qualche dittatura.
La realtà è che quello che si fa in questi contesti non è molto diverso da quello che fanno gli animatori all’oratorio, gli scout con i loro gruppi, i volontari della protezione civile con i terremotati o le comunità di senza fissa dimora. Quando lo dici la gente ci rimane sempre un po’ male. Allora dove sta l’eccezionalità in quello che fai?
L’eccezionalità, sembra paradossale, ma sta proprio nella normalità. Qualche anno fa gli Articolo 31 cantavano: “L’impresa eccezionale è essere normale perché oramai qui da noi non è più banale. L’impresa eccezionale è essere normale perché normale è realizzare almeno l’essenziale”.
Così alcune cose che a noi possono suonare banali, come riempire il tempo delle persone con delle attività ludiche o istruttive, dare l’opportunità di trascorrere dei momenti con qualcuno che ha voglia di ascoltare storie e preoccupazioni o semplicemente di mettersi a disposizione diventano vitali quando sei disperso in un paese straniero e privato di una quotidianità piena e di un destino pronosticabile.
E quindi, cosa occorre per compiere un’impresa eccezionale? Se lo si chiedesse a Shackleton, esploratore che capitanò la spedizione Imperiale transantartica (protagonista dello spettacolo teatrale Antartica a cui abbiamo assistito sabato sera), probabilmente risponderebbe con il suo accento british: un buon equipaggio, finanziamenti e una nave resistente.
Si dice che Shackleton scelse il suo equipaggio con colloqui di pochi minuti, che è un modo diplomatico per dire un po’ a caso. Così è nato anche il nostro:
<<Hai mai lavorato con popolazioni migranti?>>
<<No>>
<<Bene. Arruolato!>>
<<Esperienze di animazione con i bambini?>>
<<Ehm..ho una sorellina molesta. Vale?>>
<<Presa!>>
Insomma, eccoci qui. Cinque marinai pronti a salpare per un viaggio che non ha niente a che fare con i villaggi turistici e gli hotel di lusso, ma solo con la voglia di scoprire cosa c’è al di là della realtà quotidiana in cui siamo immersi e di aprirsi all’incontro con l’altro. C’è Francesco, l’addetto ad intercedere con i superiori; Giulia, custode della saggezza ingegneristica della spedizione; Fabio e Silvia, Scout del gruppo, esperti nella nomenclatura dei personaggi del libro della Giungla, nell’accendere fuochi con i legnetti e nel rapportarsi con i bambini iperattivi (non necessariamente in quest’ordine di utilità) e Claudia “social media manager presso se stessa”, che in questo gruppo è tipo l’equivalente del fotografo di Shackleton. E poi c’è Silvia, il nostro capitano, veterana delle spedizioni umanitarie che ricordiamo per il carattere affabile, la scorta di pazienza e l’abilità nel custodire le chiavi.
In questa versione della storia non ci sono Lord inglesi a finanziare folli traversate oceaniche, nessuna notte polare ad aspettarci e i norvegesi sono troppo impegnati a pescare salmoni per fornirci della nostra rompighiaccio Endurance. C’è invece la Serbia. E la nostra nave si chiama Caritas che, in collaborazione con Ipsia e tutte le altre associazioni coinvolte, ci permette di prendere parte a una più attuale spedizione volta all’incontro, accoglienza e integrazione di tutte quelle persone che viaggiano lungo la rotta Balcanica, ognuno con il proprio bagaglio di speranze, verso un futuro migliore e che attualmente si trovano bloccate in Serbia, incastrate tra i ghiacci della burocrazia.
Quanto a noi, in questi due giorni di formazione ci siamo molto interrogati. Cosa ci spinge ad abbandonare il porto? Cosa abbiamo da portare a delle persone che hanno domande più grandi delle nostre risposte? Cosa fa di questa impresa normale, la nostra impresa eccezionale?

La voglia di compierla.


Sconfinati in Serbia (3)

lunedì 24 ottobre 2016

bolivianitas2016: perle di volontariato dalle Ande

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Eccomi! Piacere, Anna.

Ho risposto anch'io al richiamo centripeto del web per raccogliere in questo blog compartido, condiviso, un po' di impronte di vita invece che lasciarne solo qualche manata sui vetri delle case che visito, delle vite che incontro.

Questo tratto di vita che ti pubblico è ben definito, le coordinate sono Bolivia - Caritas -Volontarietà. Bolivia è la posizione, Caritas la direzione, Volontarietà il mezzo. Fra meno di una settimana trasloco a Cochabamba: la mia candidatura al SC all'estero è andata a buon fine, ha scompigliato la prospettiva del mio futuro prossimo e intendo approfittarne a pieno degli effetti.

Cochabamba è una città per me familiare, non che ne conosca nome&titoli di ogni viuzza e mendicante, ma siccome le sue Ande hanno accolto i miei primi mesi di vita, è bastata quella manciata d'anni d'infanzia perchè l'ambiente cochala-di Cochabamba- operasse il suo imprinting e me ne affezionassi. Cercavo nel mio orizzonte europeo un luogo, un lavoro dove versare la mia precaria, ma energica professionalità,la volontà di crescere e il progetto di Caritas era indovinato. Il caso o il chaos, ciò che preferisci, per me ès toda provvidenza, ha voluto che il progetto si svolgesse fuori dalle mura-non figurative- del vecchio continente, a un salto d'Oceano, proprio nell'America Andina che conoscevo. Probabilmente è solo, fra le tante, una coincidenza, ma è la mia è non l'ho persa.

Bon, da martedì, te la conterò meglio: con l'avvento di novembre, compagnie aeree permettendo, festeggerò i defunti à la boliviana.
Pst, questa è la bolivianita, gemma semipreziosa estratta unicamente in Bolivia.Ha conquistato gusto e mercato internazionale prima che la sua patria. Qualche miss di Hollywood e pure l'argentina Kirchner ora ne sfoggia una collana, dono di Morales. Può darsi, che durante quest'annata mi ostini a trovarne una.




martedì 24 maggio 2016

¡¡¡Mochilleras Nica Sce!!!

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Le vie del Norte: 
Esteli, Somoto, Matagalpa, 
Jinotega, Chinandega 
e il Golfo de Fonseca

Partenza da Managua al mattino presto: mangeremo del gallo pinto in un ranchon per strada, ma prima togliamoci dalla metropoli! Direzione Nord, abbiamo in mente di goderci qualche giorno di fresco, di fare un bagno nel cañon di Somoto e di passeggiare nelle riserve forestali.


Nel primo pomeriggio arriviamo ad Esteli, niente a che vedere con Managua: strade pulite impreziosite da murales colorati, un bel parco di fronte al museo di archeologia (chiuso, perché nel fine settimana e nei giorni di festa la maggior parte dei musei è chiusa) e qualche bel locale con birra fresca e buona musica. 

Lasciamo gli zaini in ostello, riempiamo le borracce e andiamo verso il Salto della Estanzuela che rimane appena fuori città, dopo una breve passeggiata arriviamo alla cascata: non è imponente come dev’essere durante la stagione delle piogge e decidiamo di non fare il bagno, ridiamo per gli spruzzi e le grida di due ragazzi più intraprendenti di noi.
La mattina dopo saliamo sul nostro fuoristrada e ci avventuriamo verso la Reserva de Miraflor dove ci aspetta Juan de Dios, il fattore di una delle numerose comunità contadine della riserva, e dopo quasi tre ore di sterrato arriviamo alla sua finca e partiamo insieme a lui e al suo cane per una passeggiata sui sentieri che attraversano la comunità. Il paesaggio è da fiaba, con pastes (piante rampicanti simili a barbe di mago) che pendono dai rami, alberi dalle radici enormi, sciami di farfalle scure e una vista mozzafiato su una foresta che si perde a vista d’occhio.  



Una volta rientrate alla finca la moglie di Juan ci serve un pranzo goloso cucinato con e verdure coltivate dalla famiglia, riposiamo sull’amaca, 

nos echamos un pelòn 

e ripartiamo verso Esteli.




Rinfrancate dalla bella passeggiata, terminiamo con una Victoria Clasica bien helada in un baretto a due quadre dal nostro ostello, scherziamo su quanto ci mancassero le passeggiate nella natura e stabiliamo la mossa successiva: sveglia presto (ma dai!) e via verso Somoto, famosa per il suo canyon e le falesie verticali.

Somoto è piccola, si gira in fretta e così dopo pranzo pensiamo di salire a Las Sabanas per vedere il tramonto sulla croce in cima al monte, compriamo due sacchetti di tajadas di yucca e ci rimettiamo su strada, diamo un passaggio a una famiglia di contadini che rientrano a casa e chiacchieriamo insieme mentre, tornante dopo tornante, la vetta si avvicina. Nello spiazzo sotto la croce dei ragazzi improvvisano una partita a pallone, restiamo fino a che non ci assale un certo languorino.
La mattina dopo siamo pronte per risalire il canyon con Fausto e la sua cagnolina temeraria che passerà tutta la mattina accoccolata sulle nostre schiene mentre nuotiamo tra una pozza e l’altra di acqua verde e fresca.

Da Somoto a Matagalpa. 




...E in questa città ci abbiamo lasciato un pezzetto di cuore... 


Un saliescendi continuo incastonato nella selva, pulperias e locali colorati, un ufficio turistico che non sa che informazioni dare ed un museo del caffè dove, inspiegabilmente, i pannelli su Ruben Dario superano di gran lunga quelli sui chicchi  e sulla loro lavorazione. Ce la godiamo tutta, in lungo, in largo e soprattutto in alto e in basso, nonostante non siamo più abituate alle salite, praticamente assenti a Managua. 




L’ennesimo ostello e l’ennesima sveglia presto, un salto ai banchi per riempire lo zaino di frutta, pomodori e tortillas e via verso la Selva Negra dove perdersi tra sentieri che, se inizialmente sembrano facili, si inerpicano in salite di fango, sembra di risalire un toboga! Sconvolte dalle risate (e dalle culate)  




ci godiamo ogni passo nella selva umida, stupite, ancora una volta, dalla quantità di sfumature che può assumere il verde!!!

...Da Matagalpa a  Jinotega


ma costeggiando il lago con l’idea di trovare un bel posto dove passare la notte. Ahinoi! Quando, secondo i nostri calcoli, avremmo dovuto essere già sulla sponda opposta ci accorgiamo che la strada costeggia il lago, ma su un solo lato. non ci resta che ritornare sui nostri passi, confuse su che rumbo dare al nostro itinerario… si vedrà, ora meglio cercare una litera… e la pancia sta già gorgogliando! E quindi

¿che direzione prendere?

Gli ultimi sono stati giorni di foreste, laghi e cascate… e setentassimo di rispondere all’annosa questione “mare o monti”? 


¿Ma dai non ricordi?
¡¿Ci hanno parlato del Golfo de Fonseca 
se facessimo questa follia e andassimo lì?! 

Dai, un bel tuffo al tramonto, no? Detto-fatto, si parte rumbo a Chinandega e poi da lì si vedrà! Ore di strada immensa, la mente divaga sulle leggende panamericane mentre noi vaghiamo sulla mitica carretera panamericana cercando senza sosta una stazione radio che non balbetti.


Chinandega quindi e da Chinandega a Jiquilillo. Una levataccia in montagna e la promessa di un bagno in mare alla sera, cosa volere di più? Affittiamo una capanna di lamiera in riva al mare ad un prezzo stracciato e corriamo verso l’acqua! Dopo il bagno una doccia salata, un paio delle solite Victoria Clasica bien e una serata in veranda a chiacchierare con Danilo, il giovanissimo proprietario del lodge.

La mattina dopo decidiamo di andare verso il Volcán de Cosigüina dalla cui cima si dovrebbero vedere tre paesi, Nicaragua, Honduras e Salvador. Si vedono davvero? È una leggenda? Non abbiamo la risposta… dopo quasi tre ore su uno sterrato di sabbia e polvere abbiamo desistito e, dopo una faticosa manovra, siamo ritornate sui nostri passi. E dire che tutti ci dicevano che era giusto per di là! (E dire che tutti ci chiedevano se fossimo matte ad andarci sole!)

Questi giorni di Nicaragua on the road si chiudono così, con l’incognita del Volcán de Cosigüina e la certezza di ritornare, di ritentare ed essere più fortunate. Per amor di cronaca, s’intende!

Vamos a la playa (o- ooo-o!) 
Las Peñitas, Pochomil, San Juan del Sur e la Costa Caribeña

In Nicaragua fa caldo, a Managua sembra faccia ancora più caldo, dev’essere per lo smog e la polvere, ma il caldo si percepisce di più, è addirittura materico: pastoso e vischioso! Ma soprattutto a rendere il caldo così caldo e l’aria polverosa così fastidiosa è la lontananza del mare. D’accordo, può essere che stia esagerando, ma io sono nata sulla riva del mare e respiro meglio quando lo annuso.
Il Nicaragua ha laghi, lagune e laghetti, “…hermosa tierra de agua y volcanes…” ma si allunga tra due oceani che, non me ne vogliano i sostenitori del canale, non si toccano, non l’attraversano, non si mischiano ed è bene così.

Ma non divagherò! ed evitando di salpare per chissà quali ragionamenti, eccoci su alcune delle spiagge nicaraguensi... Lunghe e sabbiose, strisce color ocra che si snodano tra la vegetazione e l’immensità di un oceano che, a dispetto del nome che porta, Pacifico non lo è mai: a volte alza e sbuffa onde altissime, delle altre srotola correnti sottomarine che a malapena increspano la superficie ma insidiose come sgambetti. 

E noi siamo andate in molte spiagge: a nord e a sud di Managua, a Las peñitas e a Pochomil. E siamo andate ancora più a sud, svalicando il Crucero (dove congiungono tutti gli sfiati dei vulcani di Managua e il cielo è sempre nuvoloso e l’aria sempre fresca), attraversando Diriamba, Jinotepe, Nandaime e Rivas, sempre giù fino a San Juan del Sur, una cittadina di bed&breackfast e surfisti con ville enormi e lussuose sulle colline che scintillano per i riflessi di luce sulle vetrate e sulle piastrelle azzurre delle piscine. 

Ma se, al bivio del Palì, si gira a sinistra, si supera la cancha de béisbol, si attraversano i barrios che non luccicano affatto e si segue lo sterrato si arriva a Playa hermosa e alla vicina Playa el coco, dove una sera abbiamo visto una 

tartaruga di mare deporre le sue uova… 

e dei pescatori rubargliele da sotto, infidi e meschini sotto al naso delle guardie della riserva che, pochissime su chilometri di spiaggia, non hanno potuto fare nulla.  


 Non c’è Pacifico senza Atlantico.

Il RAAS e il RAAN (Región Autónoma del Atlántico Sur e Región Autónoma del Atlántico Norte) sono due regioni molto estese, coprono dal centro del paese al Mar del Caribe, la natura la fa da padrona incontrastata e sono poco popolate ma multietniche: vi si incontrano diverse popolazioni indigene, i Miskytos soprattutto, ma anche molti Creoles afro discendenti.

Purtroppo non è affatto semplice muoversi per queste zone, i collegamenti via terra sono apparentemente inesistenti, con un breve volo aereo da Managua abbiamo raggiunto Corn Island e da lì, dopo ore di attesa al porto, siamo salite su una lancia per raggiungere l’isola piccola dove abbiamo oziato per un intero fine settimana. 
 Tutto su questo lato è diverso. Diversa la lingua, diversa la musica, diversi i volti, diverso il pane. Little Corn Island ha molti turisti, perlopiù mochilleros, ma non sembra aver perso molto della sua autenticità.  Si vanta d’essere isola verde, ha politiche ecologiche brillanti, non vende acqua perché è bene universale, riduce, riutilizza e ricicla, rinuncia ad alcune comodità in nome dell’ambiente. 


Leon

Interessantissima pe la sua architettura coloniale e per la storia, qui c’è uno dei più importanti musei della Rivoluzione sandinista.

Ben collegata a Managua da bus e pulmini, si raggiunge in un paio d’ore di sorpassi spaventosi. Città a misura d’uomo, dà la possibilità di passeggiare per le strade del centro storico, scoprendo ogni volta nuovi dettagli. 

Abbiamo avuto la fortuna di poter salire sul tetto del museo per vederla dall’alto, può sembrare banale, ma è stato emozionante salire oltre il quarto piano di un palazzo in un paese dove, per ovvie ragioni, la maggioranza di case e palazzi supera i due piani di altezza. C’è un bel mercato coperto, dove si incontrano moltissimi tipi di frutta e di verdura, 

repollos guanabana, zapote, chayote, camote, quequisque, popote, remolacha, narajas, granadilla, pitaya

Masaya e Granada

A pochi chilometri da Managua, Masaya è una piccola città con un bel mercato di artigianato, ma la sua attrattiva principale resta senza dubbio, il vulcano da cui prende il nome.


Durante il giorno, dopo una breve salita, offre una bella vista di Masaya e di Managua, ma è di notte che dà il meglio di sé regalando scenari pazzeschi: il cratere si incendia e splende nel buio, uccelli e pipistrelli volano tra gli sbuffi di zolfo e, quasi invisibili a Managua, si accendono migliaia di stelle.

A breve distanza da Masaya si può visitare la Laguna de Apoyo, formatasi dentro un cratere estinto. L’acqua è piuttosto calda e le spiagge sono sempre molto frequentate: su una sponda abbondano bar e locali, regnano la cumbia e il merengue mentre sull’altra, non raggiungibile, la folta vegetazione arriva fino al bagnasciuga e si confonde nel verde della laguna. 



Una leggenda racconta che sul fondo del lago ci sia una finca fantasma e che chiunque vi faccia il bagno dovrà raggiungerla, una volta morto, e lavorarvi cento anni prima di riprendere il suo viaggio.

Proseguendo di poco verso sud si raggiunge Granada, altra città coloniale dai colori sgargianti e dai molti mercaditos. Schiacciata sul Lago Cocibolca guarda al Volcán Mombacho e alla miriade di isolotti che sono nati da una delle sue esplosioni. 



Paese di laghi, vulcani, spiagge e selve il Nicaragua offre una grande varietà di paesaggi e di realtà. Appena fuori Managua, poco lontano dalle sue strade ampie e caotiche, si ritrova una natura potente e rigogliosa che andrebbe sicuramente più curata e rispettata, ma che resiste e prospera. Non troppo lontano dai centri commerciali, dai fast food e dai quartieri troppo densamente abitati della capitale, ci si imbatte nei più autentici ranchon e mercaditos, le persone sono generalmente più ciarliere e bendisposte nei confronti dei viaggiatori ficcanaso ed è facile rintracciare l’entusiasmo e la curiosità per esplorarlo e per laciarsene attraversare.



e, a proposito di attraversare, scriviamo buttando sempre un occhio alle carte, prossima meta, Ometepe! 

...per mestiere aver scelto il mestiere di Vento... 




giovedì 10 dicembre 2015

"Quanto dista Roma dall'Italia?"

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sei sposata”
quanti figli hai?”
quanto dista roma dall'Italia?”
ma da voi ci sono gli street children?”
davvero c'è disoccupazione in italia?”
ci sono le sirene da voi?”
ma anche tuo padre è mzungu(bianco)?”

Queste sono alcune delle tipiche folli domande che ci vengono fatte da quando siamo arrivate. E il problema è che è difficile rispondere. Se fossi in Italia magari riderei al solo sentirle, ma qui alcune non fanno poi tanto ridere. Però queste domande, e le relative risposte rappresentano un incontro. 
Mi sono interrogata spesso sul senso di cultura intercultura intracultura ma, come dire, finché non ti trovi nel mezzo a tutta questa roba non capisci fino in fondo. E tutt'ora continuo a chiedermi: cos'è la cultura? Che forma ha? È come uno zaino di cui ci portiamo il peso sulle spalle o come un paio di occhiali attraverso i quali guardiamo il mondo o come un corso d'acqua che cambia continuamente forma ma viaggia sempre sullo stesso percorso. Certo quest'ultima immagine sembrerebbe la più adatta all'incontro con le altre culture (immagino dei corsi d'acqua che si incontrano si mescolano si ridividono). E' anche vero però che l'acqua è un elemento troppo libero per paragonarlo ad una cultura che a volte sembra più una corda.

Ci provo con tutta te stessa ad essere priva di giudizi ad abbracciare la cultura che mi ospita con estrema umiltà apertura e voglia di imparare ma, ogni tanto, non posso fare a meno di arrabbiarmi, imbarazzarmi, sentirmi frustrata, spiazzata, meravigliata o senza parole. Quel poco che ho capito da quando sono qui è che devo togliere i miei occhiali e cambiare modo di vedere le cose. Ogni volta che mi sembra di aver capito qualcosa, sono costretta a cambiare direzione di pensiero e ricominciare il ragionamento da capo.

Ad esempio, una questione che mi ha profondamente spiazzato nonostante la mia preparazione, e mi fa salire una rabbia folle, è il convivere con bambini che vivono in strada. Gli street children. La società, la comunità, il vicino di casa, io stessa e il mondo intero, chiunque dovrebbe avere il dovere in quanto essere umano di aiutare e prendersi carico di un bambino che non ha una famiglia e un posto dove stare.
È contro natura per il mio modo di pensare, e invece qui è il quotidiano. E questo vale per gli slum, la gente che vive nelle discariche e molte altre forme di povertà estrema che si trovano qui. E questa povertà qui convive a braccetto con il lusso o comunque con certi stili di vita a là occidentale. Tra questi estremi ci sono io che non riesco a collegarli, non sono capace di capire come possano coesistere. Anche da ciò ho capito veramente quanto la nostra etica sia strettamente collegata alla piccola realtà nella quale viviamo. Molto probabilmente non devo capire, solo accettare questa realtà così com'è, ma anche questa non è cosa da poco.

Poi per esempio rimango colpita, non in senso negativo, dalla apparente inerzia di molti uomini che se ne stato tutto il giorno fermi sdraiati da qualche parte o a giocare a dama. È strano da vedere per me che vengo da una società nella quale se non corri sei un vagabondo, uno scansa fatiche, un poco di buono. Da noi tutto è scandito da orari: quelli delle lezioni, del treno, del cinema, del lavoro...
 Qui il tempo ha un senso diverso e quando provo a pianificare qualcosa c'è un imprevisto che fa sballare i miei piani. E anche la reazione della gente alle avversità è una cosa che mi stupisce enormemente. E non sto parlando di fatti gravi, solo di cose semplici della vita di ogni giorno: l'autobus che prendi fa un incidente, si incaglia in una delle immense voragini della strada, viene fermato dalla polizia che fa scendere tutti oppure si ferma in mezzo al niente tra Malindi e Mombasa e non riparte più (parlo per esperienza personale...). 
Ecco la gente in questo caso che fa? Niente. Si ferma e aspetta che tutto si risolva. Nessuno urla, nessuno impreca, nessuno perdere la pazienza. Tutti aspettano che la situazione si risolva. Perché qui in Africa prima o poi sembra trovarsi una soluzione per tutto. E le attese vuote sembrano non dar fastidio proprio a nessun mentre a me hanno sempre creato una certa dose di ansia.

In ultimo, mi meraviglia la città in cui vivo. Mombasa è un luogo dalle mille facce che mi stupisce in continuazione. Giri l'angolo e sembra di stare in Medio Oriente, poi nella savana africana, in un villaggio masai, in un resort extralusso di qualche isola caraibica, di fronte alla peggiore discarica o in India a pregare in un tempio indu. Qui convivono 42 tribù con altrettante lingue diverse e un discreto
numero di religioni e usanze religiose diverse, tutte le gradazioni di pelle che si possono immaginare e tanto altro ancora. E tutto ciò avviene in maniera naturale. Vedere queste interazioni ha su di me un effetto molto potente perché ritengo di appartenere ad una cultura generalmente omogenea e omogeneizzante. Lo società in cui vivo richiede la omologazione a valori, tradizioni e interessi comuni e poco differenziati. E l'integrazione è una parola spesso priva di significato concreto o comunque che contiene molti ambigui significati.

Per questo mi sento spesso in difetto, come se la mia cultura di appartenenza non fosse abbastanza allenata all'incontro con questo mondo e questo immenso agglomerato di culture, apparentemente schizofrenico ma, in un suo modo bellissimo, dotato di incredibile armonia. Riassumendo, il rapporto della mia cultura, qualunque forma essa abbia, è fatto di costanti contraddizioni, momenti bellissimi di incontro e meraviglia e momenti di forte rabbia e frustrazione. 




Sarà questa costante contraddizione che mi rende ogni giorno più affamata di stare qui. 

Mari

mercoledì 29 luglio 2015

MOLDOVA: Quando l'amore chiama, seguilo!

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29.07.2015 Magnago, ore 9.13

Eccoci arrivati alla data tanto attesa; sono le 9, ho appena finito di fare colazione e di chiudere con acrobazie degne del circo Orfei la mia valigia. Ho ancora un paio d’ore prima dell’ultimo pranzo all’italiana e della partenza verso l’aeroporto.
Dopo giorni in cui la mia mente e il mio corpo hanno corso all’impazzata per preparare tutto il materiale necessario, tutti i documenti, tutti i vestiti (non ho ancora capito se le sere moldave siano fredde o “tropicali”), ora mi trovo quasi costretta a stare ferma, in silenzio. La casa è vuota e si sente solo il canto di qualche uccellino, mescolato al sottofondo delle macchine rombanti. Proprio in questa strana commistione di suoni iniziano a far capolino tra i miei pensieri le parole di Martin Buber, che in quest’anno mi hanno accompagnato non poco:

A che scopo?”; a che scopo ritornare in me stesso, a che scopo abbracciare il mio cammino personale, a che scopo portare a unità il mio essere ? Ed ecco la risposta: “Non per me”. Cominciare da se stessi, ma non finire con se stessi; prendersi come punto di partenza, ma non come meta; conoscersi, ma non preoccuparsi di sé. (…)

Non di te stesso, ma del mondo  ti devi preoccupare!

E’ con questa consapevolezza nel cuore che OGGI PARTO; dopo un anno in cui ho provato a lavorare tanto su me stessa, cercando di conoscermi e riconoscermi anche nei limiti e nelle debolezze, PARTO. Mi incammino, sapendo di dover ancora scoprire un sacco di cose su me e sul mondo; mi incammino, cercando di portare con me tutte le forze e, perché no, tutte le fragilità di cui dispongo. Mi incammino con tutta me stessa, avendo nel cuore il desiderio dell’incontro: con la realtà locale, con le tradizioni, con la cultura moldava, ma soprattutto con le persone, gli uomini, le donne, i  bimbi, gli anziani che mi verranno donati in queste tre settimane.  

Quando l’amore vi chiama, seguitelo, anche se le sue strade sono ardue e ripide. E quando vi parla, credetegli. Anche se la sua voce può infrangere i vostri sogni e disperderli. Poiché come l’amore vi incorona, così vi crocifigge, e come raggiunge la cima della vostra vita, accarezzando i rami più teneri, così discenderà nella quiete della notte fino alle vostre radici e le scuoterà dove sono abbarbicate con più forza alla terra”. (K. Gibran)

In questo giorno così particolare, PARTO con questo “comandamento” nel cuore e nella mente.

 E dato che oggi faccio fatica a trovare da sola le parole più adeguate per l’occasione, mi rifaccio un'ultima volta al mio “amicone” Buber:

C’è una cosa che si può trovare in un unico luogo al mondo, è un grande tesoro, lo si può chiamare compimento dell’esistenza. E il luogo in cui si può trovare questo tesoro è il luogo in cui ci si trova”.

A voi amici, cantieristi o compagni di vita che vi siete ritrovati (magari un po’ per caso) a leggere questo post, auguro di trovare il vostro tesoro, di scoprirlo lì, proprio nel posto in cui state ora, che sia un paesello sperduto nel mondo, un ufficio, una casa con la vostra famiglia, una realtà che ora magari non vi va molto a genio e da cui vorreste scappare.

Buon viaggio e un abbraccio a ognuno!

La revedere!=)

Anna

martedì 28 luglio 2015

Moldova: IO PARTO MA...

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Maggio 2012. Arese, Liceo Falcone Borsellino.
Cogestione. Incontro con "Medici con l'Africa - CUAMM".
Foto dell'Africa, racconti di una terra lontana, di un mondo così lontano. Storie di uomini e donne che hanno deciso di mettersi a servizio, a disposizione, spendendo il loro tempo, le proprie risorse e capacità per gli altri. Storie di medici, idraulici, elettricisti, uomini comuni. Lavoro duro, fatica, sudore, difficoltà. PARTENZA, perché di questo si tratta.

Oggi. Luglio 2015. Rho, camera mia.
Sulla porta, tra una frase e l'altra, riscopro quel brano datoci all'incontro del CUAMM tre anni prima. Una frase attira la mia attenzione: "io parto, ma tu non restare".
Io sto partendo: la valigia è aperta sul letto, abiti sparsi per la stanza in attesa di una collocazione. E proprio ora che io parto, quelle parole mi risuonano forte in testa. Proprio ora che tento, non riuscendoci, a infilare tempere, vestiti e giochi in questo spazio ristretto che è la mia valigia, mi rendo conto che partire va ben oltre a tutto questo. Partire non è l'atto fisico di prendere il "volo", ma è tutto e molto di più.
E' una questione di TESTA: tenere la mente aperta per lasciare entrare l'altro e il suo mondo senza però dimenticare sé stessi e cosa ci ha portati fin qui.
E' una questione di CUORE: essere pronti ad amare, a voler bene, a stringere forte in un abbraccio, a lasciarsi emozionare, a donarsi e mettersi a servizio.
E' una questione di MANI: costruire castelli di Lego, sporcarsi con le tempere, stringere la mano di un nuovo amico o dell'amico di una vita.
E' una questione di PIEDI: mettersi in cammino, camminare verso l'alto e verso l'altro, giocare a pallone, andare lontano o restare vicino.
E' una questione di OCCHI: guardare oltre la superficie delle cose, vedere le differenze e farne un punto di forza, scorgere la gioia sul volto della gente.
E' una questione di BOCCA: parlare di cambiamento, condividere le idee, raccontare i propri sogni e la propria storia.
E' una questione di ORECCHIE: ascoltare i consigli e le opinioni, sentire i rumori che ci circondano, apprezzare il silenzio e gioire del rumore della vita.
Se partire non è solo questione di una valigia, quest'estate non parto solo io e i miei amici cantieristi, ma parti anche tu, si, proprio tu, tu che in questo momento sei sdraiato ancora nel letto aspettando che la giornata abbia inizio, tu che forse sei già in ufficio o al tavolo di una biblioteca, tu che quest'estate non hai ferie e non partirai nemmeno per un breve viaggio.
Io parto, ma tu non "restare". Lascia stare la valigia, metti in moto la tua testa, il tuo cuore, le tue mani, i tuoi piedi, gli occhi, la bocca, le orecchie. "Partiamo insieme verso il mondo, la vita, il significato, la gioia. Chi cammina già vede sorgere l’aurora."
Buon viaggio, buona vita! (Share the love!) ;)


Giu :)