sabato 27 agosto 2016

Moldova: şi vreau să fii acolo unde…

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Le belle parole, i post strutturati e costruttivi, quelli da commozione, li lascio ad altre persone del mio gruppo…sono certa che farete (e avete in parte già fatto) un ottimo lavoro…io non credo di riuscire a dare un filo logico a tutto quello che mi frulla per la testa.

Quando ti trovi a partire per la Moldova, il più delle volte (nel nostro gruppo 8/8) non sai cosa aspettarti. Di altri parti del mondo bene o male senti parlare, hai immagini, di questo paese invece no, il nulla. E al di là di tutto quello che ti possano dire, raccontare, far vedere, c’è una cosa che mai avrei pensato possibile: tornare con il “mal di Moldova”.
Perché sì, io sono tornata, ma da un certo punto di vista sono tornata solo fisicamente. La Moldova mi ha rapita. Mi ha sciolta, liberata, alleggerita, arricchita.

Cos’è per me la Moldova?
Moldova è risate, condivisione, fatica, lividi, pazienza, scritte sulle braccia, sulle magliette, face paiting sui volti dei bambini che non aspettano neanche un secondo per abbracciarti e quindi ti stampano tutto sulla maglietta. Moldova è contatto fisico.
Moldova è polvere, biscotti, Lada che ancora girano per strada, azzurro ovunque, anche nei cimiteri. Moldova è bolle di sapone, angurie e meloni. Moldova sono mani che non hanno paura di stringersi nei momenti di difficoltà, è camminare sempre con qualcuno al tuo fianco, mai da soli. Moldova è șarpele e “Valeriu mannaggia vedi di fermarti qui che non voglio rimanere alla fine”. E’ bans fatti ovunque e a qualsiasi ora, è “Hop, eroina, Hop, hop, eroina, Hop, eroina mea”, è canzoni in rumeno cantate senza capire bene il senso, giusto per stare in gruppo perché come ha detto qualcuna “loro sono saltino, ballettino e poi forse vanno avanti a tagliare i pomodori”. Moldova sono cipolle da nascondere perché assecondare i volontari locali vorrebbe dire quasi una cipolla a testa. Moldova sono abbracci, ma abbracci veri, in cui puoi trovare un po’ di tutto, tutto quello che ti serve, senza bisogno di troppe parole. Moldova sono gli sguardi attenti, i “bine?” quando le cose diventano un po’ più pensanti, sono braccia disposte anche a sorreggerti. Moldova sono “Igor sbuccia 60 patate e non una di meno” e poi doverlo rincorrere perché piuttosto che farlo preferisce fare indigestione di miele. Moldova è riunioni in cui i responsabili fanno anche da traduttori, ma che nel farlo si confondono o si dimenticano dei pezzi. E’ fare giri di parole, gesticolare, indicare, mimare pur di parlarsi e capirsi. E’ avere voglia di comunicare nonostante la stanchezza, nonostante le evidenti difficoltà. Moldova è microbus, autisti folli, codice della strada non pervenuto, strade sterrate, addormentarsi appoggiati gli uni agli altri, giri in bici. Moldova è gelato a 6 Lei e “Certo che ci siamo fatte comprare con un gelato…un gelato in tre!”. 

Moldova è basilico regalato dal parinte con tanto di radici. E’ messa ortodossa, con velo e gonna lunga, con segni della croce fatti a tre dita, “al contrario”, ripetuti molte volte. E’ il bacio di tutte le icone, il bacio alla mano del parinte, è mettersi in ginocchio al cenno di una vecchina che ha capito che voi siete italiane. E’ “fata” per dire ragazza. Moldova è ospitalità, sono le placinte fatte in casa, i bicchieri alzati dicendo “Noroc!”, i giri turistici accompagnati dai preti locali. Moldova è sdraiarsi sul pavimento con le gambe sollevate al milionesimo “copii foarte mici”. Moldova è internat, dove da soli non è facile, dove a volte la voce ti viene a mancare, ma è anche dove puoi stare certo che se la tua voce non basta se ne unirà un’altra. E non importa se la lingua è diversa, il bello è proprio questo. Moldova sono bambini per cui anche uno spazzolino sembra un regalo bellissimo, bambini che ti continuano a portare frutti non meglio definiti dal sapore acidulo che però tu mangi, perché capisci quanto affetto ci sia nel loro gesto. Moldova sono i microbi dell’asilo. Sono bambini a cui cerchi di parlare in rumeno e ti rispondono “guarda che parlo italiano” o bambini che ti correggono tutte le desinenze (cercuL, scusE). Moldova è Andrei che ti tocca le gambe e che con il dito ti indica punti sempre più lontani dove andare, punti dove forse lui stesso vorrebbe andare, ma la carrozzina non glielo permette. Moldova è emozione.
Moldova è ballare attorno al fuoco le danze tipiche, pur faticando a seguire i passi e ascoltare le loro canzoni. Moldova è un signore del coro che vi dedica una serenata. E’ vino e pane col sale. E’ spettegolare e “ti dobbiamo parlare”. Moldova è portare il pranzo ad anziani nelle loro case, entrare in punta di piedi, per non disturbare, per rispetto. Moldova è tappeti, ovunque. Moldova è zappare, usare le loro scope da gnomi senza capire perché tengano così tanto ad avere perenne mal di schiena. Moldova è far legna, vedere topi che camminano in verticale e strillare quando se ne trova uno in camera. Moldova è acqua all’uovo (odore di zolfo), dușuri fatte di paglia, ma costruite appositamente per voi, è viaggi in dodici nel retro del pulmino del prete scoprendo di poter sudare in punti che non si pensava neanche di avere. Moldova sono i gavettoni, le pauze de apă, lavare i piatti per ore lanciandosi spugne ed allagando il pavimento della cucina. Moldova è Rovazzi disco d’oro, cantare Tiziano anche se si è stonate in modo indecente, è fare il bucato, non solo il proprio, ed essere corrette nel modo di stendere. E’ rincorrersi per il gusto di farlo, sono i dispetti, è il “Unde Irene?” “Aici” e ritrovarsi in tre chiuse in bagno per il semplice fatto che siamo delle stordite e prendersi gioco di noi è troppo facile! Moldova è essere in troppi su un letto, sentire che si sfonda e ridere fino alle lacrime. E’ dividere un chupa chupa con qualcuno.

Moldova è “Igor gata”, “Igor, dai pace”, “Igor, stai”. Moldova è i “si” di Valeriu detti quando non capisce, le sue canzoni, i suoi “aşa” e il suo essere decisamente “super”, è i morsi di Gabi, e i sorrisi così sinceri di Ciprian; Moldova (purtroppo) sono le nutrie di Tania, i baci del bună dimineața (buongiorno) e il rimboccarmi le coperte di Ionela, la gioia di vivere contagiosa di Ina. Moldova è la follia e le facce cattive di Valeria, gli “hip” di Olesea, i “Dorina, Dorina, Dorina…zzzzzzz” e i “puțin” della povera Dorina, gli “atenție accelerarea” di Aurica. Moldova sono gli “hello my firends” di Cristi. Moldova sono i silenzi e i “nu” di Dragos.

Moldova è partire e voler tornare, voler imparare il rumeno, avere Facebook invaso da scritte in rumeno o in russo, annunci che ti propongono offerte per Chișinău. E’ avere da giorni le pagine di google translate aperte, e poco conta se le traduzioni fanno schifo, l’importante è il gesto, l’importante è quel che resta.

Moldova è questo, tornare e pensare già alla prossima occasione per rivedere le persone con cui hai condiviso tanto.


Pensavate di averla scampata? Illuse (e tu Francesco più illuso di tutte loro!)

Moldova siete anche voi: Annina con le tue espressioni buffe; Chiara con le tue perle di saggezza su ogni cosa e il tuo guardarmi malissimo appena sveglia; Silvia Brambi con le infinite ore passate a parlare un po’ di tutto; Silvietta. con il tuo sorriso contagioso ed entusiasta per qualsiasi cosa; Silvia con il tuo essere disagiata (come me) e il dannato wi-fi; Ire con la tua paura di volare e i troppi (pochi) turni passati insieme; Martina con il tuo antizanzare e la tua incredibile simpatia. Poi ovviamente siete anche voi, miei cari responsabili, Anna con il tuo coraggio di scegliere e il tuo essere sempre pronta ad ascoltarmi e Francesco con il tuo “tu sarai anche ingegnere, ma non puoi nulla contro le bustine dell’Ikea” e la santa pazienza che hai portato nel vederti la casa invasa da tutte noi. Noi ci rivediamo tutti in Italia.

Come sarà ovvio, non ho il dono della sintesi...scusE


Giulia (Julia)

venerdì 26 agosto 2016

Indonesia: le lacrime, i sorrisi e i ritorni

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Tornare. Ritornare dopo un anno a Nias. Mancano ormai un paio di giorni alla partenza e inesorabilmente, in questi ultima settimana, ho dovuto fare i conti con tutto quello che significa tornare in Italia e lasciare l'isola di Nias. Questo anno è stato difficile, non posso negarlo. Ripenso alle aspettative che avevo prima di partire, a Settembre, a quello che avrei trovato, alle persone che avrei incontrato ma le aspettative raramente coincidono con quello che la realtà ci mette di fronte. "Lo rifaresti? Se potessi tornare indietro sapendo cosa ti aspetta, partiresti di nuovo?" E la risposta è sì, è sempre sì, nonostante le difficoltà, le mancanze, la malinconia di casa e la distanza, la diversità. Lo rifarei perché è stato un anno bellissimo, pieno di persone, di cose da imparare, di attese, di confronti, di amore e di riflessioni. Lo rifarei perché adesso che sto per tornare a casa la valigia che mi porto dietro è più carica di quando sono arrivata qui. Non di cose materiali, non di oggetti ma di pensieri e di curiosità. Negli ultimi tempi mi è capitato di discutere spesso a proposito della difficoltà di raccontare questa esperienza, di parlare di quello che ho trovato qui con le persone che sono in Italia. Spesso non è semplice trasmettere il vero significato delle cose di questo paese. 
Dopo un anno mi capita ancora di rimanere basita o stupefatta di fronte a determinate azioni o tradizioni. 
Sono felice di tornare a casa e sono triste di dover lasciare queste persone. È un sentimento strano a cui non riesco a dare dei tratti precisi, che non riesco a definire con esattezza. E allora mi lascio trasportare dagli ultimi giorni, dai saluti, dai sorrisi, dalle lacrime e dagli abbracci. In questo anno ho imparato ad apprezzare la pioggia battente. Dopo giorni di caldo intenso guardare e ascoltare e annusare la pioggia che cade mi da una sensazione di completezza. Forse è solo questione di attese, forse queste persone mi hanno insegnato che andare piano è meglio che andare veloce e che restare fermi a guardare non vuol dire perdere tempo ma conservare il tempo, per noi stessi e per gli altri. 



giovedì 25 agosto 2016

Kenya, Nairobi: Ritratto africano

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Driiiiiiin Driiiin. La mia sveglia suona. Respiro piano, leggermente tramortita dal suono stridulo. Apro gli occhi e cerco di mettere a fuoco, li sbatto un paio di volte. Trovo giusto giusto un po' di forza per issarmi sulla schiena e... Niente: sono nel mio letto, a Bergamo. Non a Cafasso, la mia, la nostra amata Cafasso. Mi ci abituerò mai di nuovo?

Prima di partire, molti ragazzi hanno tentato di avvertirci: "La parte più dura sarà tornare in Italia!"... Ed effettivamente tornare é stato traumatico. Tuttavia, forse, c'é una cosa ancora più dolcemente triste: la certezza di aver lasciato all'Africa il permesso di rubare il nostro cuore e di modellare le nostre menti. Tornerò mai come prima?
Non credo.

Questa é stata la mia terza esperienza in Africa. Le prime due sono state più turistiche, le ho vissute con la famiglia. Esse mi hanno fatto scoprire ed innamorare di questo continente, dei suoi paesaggi da sogno, delle sue tradizioni. Questa volta, però, a farmi perdere definitivamente la testa non é stata una vallata degna di una cartolina od un prodotto dai mille colori, questa volta sono state le persone.

Ho scelto di andare a Nairobi proprio perché volevo avere la possibilità di un confronto diretto con ragazzi della mia età. La scommessa si preannunciava ardua da vincere, ne ero consapevole. I primi giorni sono stati una vera sfida: la realtà africana è completamente diversa dalla nostra. Da ragazza muzungu dovevo stare attenta e soppesare ogni parola per non dare impressioni sbagliate. Da parte loro, i ragazzi non hanno mai condiviso apertamente la loro storia: ogni tanto lasciavano trapelare qualche informazione, ma spesso erano frasi enigmatiche le cui conclusioni erano lasciate ingiustamente a noi... Oppure cambiavano storia in base a chi avevano davanti, rendendo quasi impossibile scoprire la verità. Tuttavia, superate le difficoltà iniziali, alcuni di loro sono usciti dal guscio, soprattutto i più grandi. Il lavoro nella shamba è stato un mezzo fondamentale per aiutare la comunicazione. Penso che le prime volte dialogare fosse più una scusa per strappare qualche minuto in più di pausa, ma successivamente gli argomenti si sono fatti interessanti e partecipati sinceramente. Il sistema scolastico italiano è stato uno degli argomenti più gettonati in queste settimane. Ogni autoctono era interessato al suo funzionamento: dagli universitari in visita a Cafasso, ai ragazzi del YCTC da cui andavamo a giocare due volte a settimana. A rendere la comunicazione più leggera ci pensano le discussioni legate alle relazioni con il gentil sesso, che risate! Nel caso qualcuno fosse curioso, i ragazzi del posto preferiscono sussurrare “Wewe” all’orecchio della vittima, abbracciandola. Secondo loro (ed in particolare Kamau) è un metodo di gran lunga più efficace di quello italiano.

Queste discussioni, assieme ai loro racconti ed alle risate sguaiate sono ancora vividi nella mente, ma ciò che mi resterà impresso per più tempo saranno i loro volti, i piccoli gesti quotidiani e il differente modo di porsi alla vita. Forse e principalmente per questa ragione ho deciso di “raccontare” il mio cantiere attraverso i ritratti dei ragazzi con cui ho condiviso tre settimane fantastiche. La speranza è di riuscire, un giorno, a tornare Kenya per incontrarli ancora.





L’Africa non colpisce subito, ti avvolge pian piano, ti entra dentro, ti lascia perplesso e affascinato al tempo stesso, non la comprenderai mai, ti farà arrabbiare, ma vorrai sempre tornare e ogni volta sarà come la prima.


Asanteni sana, ci rivedremo presto.


Federica, detta Muthoni.

Marocco: Vicini e lontani. Diversi, ma insieme.

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Passare la frontiera sembra banale: compili un foglietto con quattro dati, un timbretto e sei dentro. <Mo scrivo prete e mi fermano!> dice Don Luca. Come ogni altro passeggero consegna il foglio, il passaporto, BUM! Timbro, <Welcome to Morocco!>. Ci siamo: Cristiani in un Paese mussulmano, ospiti di una Chiesa a sua volta ospite qui.
Di dialogo interreligioso se ne sente parlare un sacco di questi tempi: un passo dei cristiani verso il mondo arabo che si avvicina sempre di più all'Europa fino a farne parte con il continuo gettito di migranti. Un passo obbligato er favorire quell'integrazione necessaria a un quieto vivere per tutte le comunità... ma qui? Se davvero l'1% dei cristiani presenti in Marocco (praticamente tutti stranieri, dall'Africa Subsahariana o Europei o ancora Americani) facesse questo passo, a cosa servirebbe? Quale impronta lascerebbe nella terra sottile che ricopre l'Atlante?

Ma poi scopri che a gennaio di quest'anno, a Marrakech, gran parte del mondo Mussulmano si è ritrovato a parlare di minoranze religiose nei Paesi Islamici, coinvolgendo anche esponenti delle Chiese Cristiane e che l'incontro è stato promosso anche da Fratelli Mussulmani, uno fra i movimenti più radicali come lettura del Corano.
Da quell'incontro ne è uscita una forte condanna a tutti i fondamentalismi e la scelta, che sembra ovvia, ma non è assolutamente banale, di ripensare l'educazione religiosa dei bambini ed eliminare da essa ogni elemento che possa ricondurre all'odio e alla violenza nei confronti di chi non professa la stessa religione. Una revisione reale dei programmi e dei testi scolastici dunque, immediatamente rattificata da Muhammad IV, re del Marocco, che il 6 di febbraio, a una settimana dalla chiusura del grande incontro, ha chiesto al Ministero della Cultura la revisione dei testi scolastici per tutte le scuole di ogni ordine e grado.
Un esigenza del tempo, di un mondo che è sempre più globo, anche qui in Nord Africa, a Midelt per esempio, piccola nuova provincia del Medio Atlante dove il Muezin canta per convocare i fedeli alla prima preghiera, mentre la campana del Monastero di Notre Dame de l'Atlas richiama i monaci per il mattutino.

Possiamo far passare il dialogo interreligioso come un'esigenza esclusivamente legata al tempo? Forse è qualcosa in più... è quella chiamata continua dell'uomo verso l'altro, quell'alienarsi fino ad arrivare ad essere l'altro, anche se è irraggiungibile, ma ad esso avvicinarsi il più possibile. Non è solo un mettersi nei panni dell'altro (o "To be in his shoes" come dicono gli inglesi, perchè le scarpe di qualcun altro ci stanno sempre un po' scomode), ma è l'accoglere l'altro in tutta la sua differenza e alterità, consci che non saremo mai lo stesso, ma che possiamo avvicinarci. Il modo migliore per farlo qui in Marocco ci è sembrato il condividere la festa, condividere il pranzo di ferragosto (senza salamelle, ma ce ne siam fatti una ragione) e il cous cous del venerdì, benedicendo insieme la tavola, da una parte " Il Dio di Abramo, di Isacco e di Mosè benedica tutto quello che c'è", dall'altra "Hamdulillah", "Sia lode a Dio", che se non sapevate quale recitavamo in Italiano e quale in Arabo non capivate chi le aveva dette!

"Inaugureremo insieme giornate di luce ancora più lunghe e sogneremo ancora e sempre una primavera dell'anima. Solo i pessimisti disperano nella bontà divina." Ahmed Toufiq, Ministro degli Affari Islamici del Marocco, nel porgere gli auguri di Natale a Vincent Landel, Arcivescovo di Rabat.

Così vicini, insieme, ma diversi, altri. Belli!



Davide Manzo


Libano: un ordine nuovo

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23/08/2016

Mi piacciono i temporali. Ti colgono sempre alla sprovvista. Quando sei in giro in bici e sicuramente non hai con te l’ombrello, quando sei immerso nello studio e sobbalzi al rimbombare del primo tuono. Sono una sorpresa, qualcosa che scuote lo scorrere lineare della giornata.

Un po’ meno piacevole se il temporale pensa bene di farti visita quando sei rinchiuso in un aereo della Turkish Airlines a 10.000 metri di altezza. Sapere di essere intrappolati in una lattina volante che rimbalza tra i lampi non è particolarmente rassicurante. Ben che meno se nel frattempo tenti di mandar giù un boccone di pasta senza sporcarti i pantaloni, senza rovesciare il bicchiere d’acqua sulle gambe del vicino in preda al panico e senza insultare il ragazzo israeliano conosciuto in aeroporto che ride come un pazzo godendosi lo spettacolo che stai offrendo. È stato circa così il volo di ieri da Istanbul a Malpensa, di ritorno dal Cantiere in Libano.
Fortunatamente sopra l’Italia il meteo ha deciso di graziare i nostri stomaci sballottati.

Seduta di fianco a me c’è Shelma, una delle mie compagne di viaggio. Guardiamo il groviglio di brillanti lucine che innervano le terre lombarde. Sembra di vedere il pavimento di casa l’8 dicembre, quando spargi le lanternine luccicanti per il salotto prima di addobbare l’albero di Natale.
C’è pace. Tutto ha senso.

Shelma mi guarda e mi chiede se sono pronta. “Sì dai, ormai il tempo è tranquillo, dobbiamo solo atterrare”. Ce la posso fare senza vomitare! “No… intendevo se sei pronta alla quotidianità”.
Tutto un altro paio di maniche. Non sei mai pronto a tornare. Almeno non io. Dopo un viaggio non mi sento mai abbastanza preparata per immergermi di nuovo nella marea della vita di tutti i giorni.

Le luci sono più belle dall’alto. Quando ci sei dentro è difficile trovare un’armonia.
È semplice perdersi nel luccichio.

Però questa volta è diverso. Un viaggio di volontariato non è una vacanza come un’altra. Non posso permettere che rimanga solo un bel ricordo, non voglio che diventi un altro bel quadretto da appendere tra gli altri sulla parete. Non lo può diventare, mi ha lasciato troppo, non è racchiudibile in una cornice di plastica blu.
È l’idea, è l’ispirazione per cambiare la disposizione delle foto già appese. È un’esperienza di senso, la rivoluzione per trovare un ordine nuovo. Per portare un po’ di Libano nella mia vita. Per cambiare strada.

Non sarà semplice raccontare tutto. Incontri, odori, relazioni, soddisfazioni, paure e tanti, tanti interrogativi. Ma non li voglio lasciare senza risposta. E non voglio tenere per me ciò che il Paese dei cedri mi ha lasciato.

Perché alla quotidianità di prima non sono pronta. Voglio costruirne una nuova.



Claudia 

Haiti: a due passi dal confine

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Abbiamo anche osservato, ad Haiti.
Perché siamo stati al confine, quello vero, tra Haiti e la Repubblica Dominicana, ad Anse à Pitres.
Villaggio di frontiera, da un po’ di mesi purtroppo famoso per i campi dove vivono le persone rimandate in Haiti dopo l’approvazione della legge 168-13 in Dominicana.
Una legge ad hoc per portare gli haitiani fuori dal Paese il prima possibile, e nel maggior numero possibile: tutti gli haitiani che sono entrati nella Repubblica Dominicana dal 1929 in avanti in modo irregolare (ed i loro eventuali discendenti, divenuti a questo punto apolidi) sono stati ‘accompagnati all’uscita’.
Sembra che questo atteggiamento ostile tra le due parti di Hispaniola abbia radici economiche e storiche (risalenti al primo periodo post coloniale).
Ad ogni modo, il risultato di questa politica, per i rimpatriati almeno, è stato a dir poco devastante… Questo perché se non hai più niente, se hai venduto tutto per pagarti il viaggio, o peggio, se di haitiano hai solo i parenti, essendo nato e cresciuto in un altro Stato, finisce che ti fermi appena oltre il confine.
“Potevano anche proseguire e non fermarsi lì…”. Per andare dove? Da chi? Con che mezzi poi?
Migliaia di persone e famiglie che vivono in tende improvvisate, fatte di cartone e tessuti che, ci raccontavano, quando piove non ti permettono neppure di dormire. Tende che ad occhio saranno di un paio di metri quadrati, appoggiate ad un terreno arido, senza facile accesso all’acqua.
Allora ci viene da pensare: davvero può fare anche questo il razzismo nel 2016? Non sembrano proprio fatti adatti all’Era dei Social Network! Eppure…

Allora facciamo attenzione quando sentiamo (o magari pensiamo): “tornatene al tuo Paese”. Perché in fondo a queste parole potrebbe esserci una tenda come ad Anse à Pitres, potrebbe esserci la polvere di quel confine, o ancora, potrebbe esserci lo smarrimento delle persone che lì sono bloccate.
Facciamo attenzione, perché anche dopo qualche settimana di Cantiere all’estero, l’Italia che si ritrova a casa è la solita;
ma ora che abbiamo pensato, visto e osservato, tocca anche a noi farla Sconfinare


Francesco, Marta, Letizia, Stefania, Matteo e Laura

mercoledì 24 agosto 2016

Bolivia: cartoline di un cantiere

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Nella classe del kinder della scuola 'Padre Luis Diez', a sud di Cochabamba, gli occhioni di K. si aprono grandissimi sotto la cuffia rosa che la rende inconfondibile. Ha cinque anni, sgranocchia caramelle e un giorno, in un orecchio, mi racconta la storia del suo ‘hermanito’ preferito. Un fratellino piccolissimo e ‘muy lindo’ che le piaceva tanto. Però succede che un giorno la mamma gli fa il bagnetto e lui smette di respirare. Mentre mi sussurra con voce roca il suo segreto gli enormi occhi di K. rimangono asciutti. 
Probabilmente, tra i bambini che vedo intenti a colorare la mappa della loro Bolivia di rosso giallo e verde,  K. non è la sola ad aver visto morire un fratellino.



 Tra quattro pareti di fango, a oltre 4000 metri di altitudine, il volto sofferente di M. è incorniciato in lunghe trecce nere. La casa in cui vive con la sua famiglia non è altro che un puntino, perso nell’altopiano di Vacas, sulle Ande. Immaginavo di vedere montagne piene di neve, invece qui tutto è giallo. L’erba è di un giallo abbagliante, si stende su spazi giganteschi facendosi strada sempre più, al progressivo ritirarsi dell’acqua della laguna. M. ha la SLA e prima di vederla sentiamo le sue grida di dolore. Lei urla che qualcuno la sta picchiando. Vicino a lei, curvo sul bastone, c’è il nonno. Seduta sopra una coperta M. è magrissima e sporca. Sorride quando vede che è arrivata la hermana italiana con il pacco di alimenti per lei. 
Per chi vive in una casa di fango è difficile avere cura e rispetto per la disabilità. La mamma di M., racconta hermana Cherubina,era  malata della stessa malattia ed è morta qualche tempo fa. Probabilmente di fame.



Alla Feria del Pescado di Villa Tunari, nel cuore del Chapare amazzonico, le piccole mani della bambina chiedono, di tavolo in tavolo, qualche avanzo di cibo da mettere in una borsa colorata. Lei appartiene a un popolo indigeno che da sempre abita questa regione, da sempre abituato a vivere della raccolta di ciò che si trova nella foresta. Ora nella foresta del Chapare si impiantano colture e si costruiscono strade. Le comunità indigene si trasformano - sembra che molte stiano scomparendo - e la ‘raccolta’ diventa ricerca di elemosina.


Nella Casa del Migrante di Cochabamba, che per tre settimane ha ospitato noi ‘cantieristi’ italiani, le parole di L. scorrono veloci come l'acqua di un torrente. Davanti a un mate de coca e a una straniera curiosa L. racconta di fratelli e cugini che ora vivono in Colombia e in Brasile, in Spagna e in Svizzera. Racconta delle donne di cui è stato innamorato e degli amici che se ne sono andati. Il suo passato e la sua famiglia.  Sparsi per il mondo, eppure per una sera tutti riuniti nella cascata di parole che lui, di passaggio a Cochabamba, riversa in una tazza di mate ormai vuota.



Queste sono alcune delle cartoline che porto via con me, a cantiere ormai terminato. All’aeroporto di Sao Paulo mi trovo a sfogliarle con la mente, ad occhi chiusi, in attesa che passino le nove ore  di scalo, interminabilmente più lunghe e lente rispetto alle tre settimane vissute – e che ora sembrano come volate via - a Cochabamba. Solo adesso, per davvero, mi rendo conto che tornare è più difficile che partire. Sono partita senza sapere perché, torno piena di domande, di immagini e di parole incise nel cervello e nel cuore.

E poi c’è la storia dell’imbuto. Una sera un prete ci ha svelato questo segreto. Il segreto è che qui, in Bolivia, i legami con le persone si intessono seguendo lo stesso movimento che fa l’acqua dentro un imbuto. Prima di arrivare al punto, prima di entrare davvero in sintonia, di confluire in uno stesso percorso, è necessario girarsi intorno, uno rispetto all’altro. Essere disposti a parlarsi e ascoltarsi. Soprattutto essere disposti a dedicare all’altro un tempo che non possiamo quantificare o prevedere prima. In Bolivia, ci dice padre Sergio, nel momento in cui decidiamo di entrare nella casa di qualcuno, non possiamo pretendere di decidere anche quanto tempo vi trascorreremo.

Io in Bolivia ci sono 'entrata' tre settimane fa, con tanta voglia di imparare e senza troppe pretese. Torno ora con tante cartoline nella valigia.
E so già che non mi basteranno.

Franci 



MOLDOVA: Zimbeşte!

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Sono le 7 ed è la terza mattina consecutiva che mi alzo disorientata senza aver puntato alcuna sveglia. Mi giro e mi rigiro e ci metto un attimo a capire che no, non sono nel sacco-lenzuolo dove incastro sempre il pigiama con la cerniera quando mi giro e no, oggi non ho nessun “turno colazione” che mi aspetta e no, fuori non ci sono oche, mucche o cavalli a popolare le strade sterrate e no, non sono più in Moldova.

Sono strane giornate queste, passano lente e alterno momenti di infinità felicità a malinconia passeggera. Sono tornata nella realtà, nella mia, piena di automobili, programmi e facce imbronciate che diventano la normalità fin quando non la stravolgi.

E alla domanda “Allora, come è andata Anna?” non so ancora bene cosa rispondere e così mi limito a dire un “bene” generico. Cerco sempre una frase, qualche parola per riassumere questa esperienza ma non trovo mai nulla perché ogni giorno è un racconto a sé e le emozioni non si possono riassumere.

È vero, in fondo sono stata via solo poco più di due settimane, uno potrebbe dire. Il punto è che sono state due settimane così intense che solo ora comincio a rielaborare e mettere in ordine tutte le emozioni e gli abbracci ricevuti e dati.

Non è stato semplice.
Non è stato semplice atterrare in una realtà fatta di povertà e semplicità, delle volte, disarmante.
Non è stato semplice stringere manine immobili ed essere scrutata da occhi blu come il mare e curiosi di vita.
Non è stato semplice lasciare Nicoleta, Doina e tutti gli altri bambini che hanno colorato di sorrisi tutte le mattine.
Non è stato semplice salutare i volontari moldavi che mi  hanno lasciato lo zaino pieno di volti e storie da raccontare.
Non è stato semplice dare un’immagine alla povertà dopo aver visto una casa costruita con fango e paglia.
È vero, non è stato semplice, ma è stato bellissimo.

Ora sono qui, nella mia città e mi sento fortunata a non dover portare con me la bottiglietta piena di acqua potabile per lavare i denti, ad avere una famiglia che mi vuole bene, un tetto solido sotto cui condividere i miei racconti e l’acqua calda nella doccia.

Mi cade l’occhio sul polso “Zimbeşte” me l’ha scritto Ina prima di partire, vuol dire “Sorridi” ed è inevitabile, ogni volta che lo leggo, sorrido.


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[scritto il 18 agosto 2016]



Anna

Kenya, Nairobi : Il Mio Mal d'Africa

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Parto, volo, arrivo, non dormo, vado in bagno, mi sciacquo, mangio, spiego, non capiscono, non dormo, vado in bagno, parto, mi siedo, guardo il paesaggio fuori dalla finestra … la terra rossa, i banani, i colori abbinati in modo assurdo, il disordine, il casino, i sorrisi sulle facce stanche, le mani piene di calli, i piedi nudi su terreni rocciosi, le lamiere usate come muri, i ponteggi di legno, la musica assordante su ogni mezzo pubblico, dove sono finiti?

Non ci sono.

Sono partito per curiosità, desideravo comprendere, vedere dal vivo l’Africa, un continente che sentiamo spesso nominare ma che in pochi hanno veramente visto, salvo per le splendide aeree di villeggiatura che offre. Cercavo risposte ai tanti interrogativi che fin da bambino mi rimbalzavano in testa. In queste tre settimane le ho cercate in ogni parola, in ogni discorso, in ogni sguardo delle persone che ho incontrato. Quali sono?

Non ci sono.

Le domande che mi ponevo erano innumerevoli, dai temi molto variegati. Come vivono? Che lingua usano? Perché i paesi africani sono così instabili? Come si fa ad abbandonare un bambino al suo destino? Perché sono così credenti? Come fanno a sopravvivere a queste condizioni? Perché c’è questo scarto così ampio tra poveri e ricchi?  Perché nascono gli slums? Come mai così tanta testardaggine? Per quale motivo, pur essendo poveri, quando entri a casa loro ti offrono tutte quello che hanno, sacrificando la loro cena? Come fanno a scocciarsi se non accetti quello che ti offrono? Educano alla leadership, ma dove sono i loro leader?

Ho passato solo 3 settimane a Nairobi e potrebbe sembrare normale che non abbia trovato quello che volevo più di tutto. Eppure quando cerco le risposte nei miei coordinatori, che vivono in Kenya ormai quasi da un anno, non le trovo; quando chiedo a Don Maurizio, padre comboniano da due anni a Korogocho, non le trovo; quando interrogo Simone, membro dell’associazione Papa Giovanni XXIII, da cinque anni a Kahawa West, non le trovo.

Nairobi è indecifrabile, indescrivibile, ineffabile. Ogni giorno c’è qualcosa di nuovo che prima non c’era. Camminando per Kahawa c’è sempre qualcosa che ti stupisce, che non ti aspetti.


“Gian, ma ha piovuto per caso stanotte?”
“No, perché?”
“Non vedi questo fiume che attraversa la strada? Sono sicuro che ieri non c’era”
“Vero, hai ragione, si sarà rotta qualche tubatura”
“Mama”, chiese Gian ad una commerciante con i piedi immersi in una pozza piena d’acqua, “ma questo ruscello?”
“Si è rotta la fogna”, rispose lei, “qualcuno la aggiusterà”.

Sono tornato da una settimana ma tutto quello che ho visto è ancora vivo e lucido nella mia mente. Funziona più o meno come le interrogazioni a scuola: ti alzi, vai alla cattedra, hai studiato ma non tutto nel dettaglio, la professoressa ti pone delle domande, rispondi male, lei ti coregge davanti a tutti, prendi un brutto voto. Non si sa per quale arcano motivo, ma le correzioni date davanti a tutta classe, con te come capro espiatorio, te le ricordi per sempre. Ecco io sono l’alunno e Nairobi è la professoressa bastarda.



Ho imparato tanto, tantissimo in questa vacanza, ma non riesco ad accettare passivamente la situazione senza farmi domande. Queste rimangono nella mia testa e non escono e mi perseguitano. Nairobi, il Kenya, mi manca. Mi mancano la terra rossa, i banani, i colori abbinati in modo assurdo, il disordine, il casino, i sorrisi sulle facce stanche, le mani piene di calli, i piedi nudi su terreni rocciosi, le lamiere usate come muri, i ponteggi di legno, la musica assordante su ogni mezzo pubblico. Mi mancano i ragazzi di Cafasso, soprattutto George. Mi mancano Giorgia, Anna, Federica, Stefano, Margherita, Dana, Gianluca, Irene.

Mi manca stare e vivere a Nairobi, interrogandomi su tutto e su tutti, scoprendo sempre quel qualcosa di diverso che apre a nuove prospettive e che portano a loro volta a nuove domande. Questo per me è il Mal D’Africa, questa voglia irrefrenabile di tornare e di non andarsene più, di cambiare completamente vita. La motivazione che mi porterebbe a prendere questa decisione è la necessità di avere risposte, che non arriveranno mai, ma la speranza, come si dice, è l’ultima a morire. Ho promesso ai ragazzi, ma soprattutto a me stesso che ritornerò; cascasse il mondo, lo farò.



Filippo




domenica 21 agosto 2016

Marocco: migrare è progredire

3 commenti:
Girovagando nella biblioteca più antica del mondo - o così si dice -, circondata da un'infinità di testi che trattano dei temi più disparati, mi ritrovo a pensare che l'uomo ne ha fatta di strada.
Ha viaggiato, scoperto il mondo, conosciuto luoghi e popoli, religioni e pensieri filosofici, leggi fisiche e matematiche, cose da sempre esistenti ma a lui ancora ignote e, grazie a queste scoperte è riuscito a crearsi una cultura.
L'uomo, insomma, viaggia da sempre ed è proprio questo suo migrare che ha permesso un progresso.
Ora però ci stiamo fermando e invece che aprirci a nuovi scambi stiamo innalzando barriere.

Le migrazioni, oggi, avvengono per numerose motivazioni: crisi politiche, povertà, guerre, carestie, problmi ambientali e climatici, mancanza di risorse, prospettiva di un futuro migliore per sè e per la propria famiglia... ma allora perchè non a tutti è permesso di uscire dal proprio paese per stabilirsi in un altro? Ma soprattutto, perchè a qualcuno è concesso e a qualcun altro no?
Perchè esiste la differenza tra "expatriate" (riferito a un bianco occidentale che va a lavorare all'estero) e "immigrato" (comprendente chiunque non rientra nella prima categoria)?

"La più grande ineguaglainza al mondo oggi può essere rappresentata dal paese di nascita".
In effetti è assurdo che un qualsiasi cittadino di nazionalità italiana possa entrare senza probemi con il solo passaporto in 172 paesi mentre ci sono persone che fanno fatica a uscire dal proprio.

Durante un momento di riflessione con gli altri cantieristi è uscita la domanda "come sarebbe un mondo senza frotiere?" Una visione utopica visto come siamo messi, ma intanto iniziamo a pensare a quello che noi, nel nostro piccolo, possiamo fare. Abbattiamo le frontiere del nostro cuore e sconfiniamo oltre l'indiffernza e l'egoismo.





Michela