lunedì 24 ottobre 2005

Rakovski, la "Malëk Pekin"

Nessun commento:
Oggi, approfittando del tiepido sole autunnale, mi avvio per le stradine di Rakovski, tanto per fare un giro e godermi un po' il tepore. Esco dal cortile della casa parrocchiale ed imbocco una strada asfaltata solo per metà.


Eh sì, perché qui son asfaltate solo le strade principali, tutte le altre sono sterrate o lastricate.

Una sola cosa accomuna tutte le vie: le buche! Immense, "kato moreto", come il mare dice ridendo la gente. Di notte bisogna fare attenzione perché, non essendoci l'illuminazione, si rischia di cadere dentro i vari canali che le costeggiano, come è successo a Otez Yovko. Sorrido ancora a ripensarci, quante risate quella sera! Cammino lentamente sul marciapiede, mi supera una bicicletta, poi un'altra, e un'altra ancora.
Mi viene in mente il soprannome di Rakovski, la "Malëk Pekin", la piccola Pechino perché il principale mezzo di trasporto è la bici e verso l'ora del tramonto decine di biciclette spuntano da ogni dove con tutte le donne che tornano dal lavoro.

Un rumore di zoccoli mi distrae dai miei pensieri. Mi supera un carretto pieno di carbone, trainato da un cavallo ciondolante. L'uomo che lo guida mi accenna un saluto chinando appena il capo. Contraccambio. Seguo con lo sguardo il suo percorso. È usuale vedere carretti per la strada tirati da sonnacchiosi chiuchini o cavalli superbi. Di solito è il mezzo di trasporto da lavoro, ma per alcuni è l'unico mezzo a disposizione.

Oltrepasso un garage aperto: è pieno di noci,

due "babe",
due nonne, son sedute per terra a pulirle, chiacchierando allegramente.

Scendo dal marciapiede per non pestare tutte le pannocchie stese a seccare. Quasi ogni casa utilizza lo spazio davanti a sé come vuole, ho visto di tutto sul marciapiede: l'erba da seccare, covoni di fieno, grano, pannocchie… Osservo attentamente i muri che circondano ogni abitazione, domandandomi quale realtà nascondano.

Infatti, è difficile dal di fuori capire le condizioni di una famiglia perché ogni casa è coperta dal proprio muro di recinzione.

Già il muro di per sé ti può dire qualcosa: se è di sasso lavorato puoi intuire che potrebbero stare bene, quando è di terra puoi dedurre che forse quello è il granaio o la stalla oppure le condizioni sono un po' precarie. Son solo deduzioni, però!

Tre volte la settimana accompagno le infermiere del centro medico della Caritas durante la visita ai malati. A tutti si controlla la pressione e la glicemia per chi ha il diabete. Più o meno visitiamo 70 - 80 malati. E allora sì che posso varcare i famosi muri e toccare con mano la realtà della gente bulgara.

Ripenso a tutte le persone visitate: l'incontro con la malattia è sempre disarmante, ma quando anche l'ambiente in cui vivono è squallido e povero, non si hanno le parole per esprimere le proprie emozioni.

Mi viene in mente Baba Pena.

Dalla strada la casa sembrava abbandonata, ma non si vedeva molto per il muro. Come abbiamo aperto il cancellino, ho visto erbacce alte più di me, la carcassa di una macchina vecchia, una casa tutta di mattoni a vista, come il 90% delle case qui a Rakovski. Davanti a casa uno scivolo in cemento dove, seduta su un mucchio di stracci, ci stava una vecchina con due foulard in testa, vestita leggera per la giornata fredda che era, una gamba amputata. Di fianco a lei una carrozzella piena di sacchetti con dentro vestiti arrotolati, un pezzo di pane, e altre cose che non son riuscita a distinguere. Come ci ha visti si è messa a piangere. All'interno della casa potevo vedere solo una lampadina pendula e nient'altro.

Baba Pena abita da sola. Ha due figli, ma non si interessano a lei.

Ci ha raccontato tutti i suoi ricoveri in ospedale, quello che fa durante la giornata, chiedendomi intanto come si chiama la mia nonna e se è malata. Ogni tanto l'infermiera mi rispiegava quello che diceva perché parlava solo in dialetto, il dialetto cattolico che ha uniti i cattolici durante il comunismo e si parla solo nelle comunità cristiane qui del sud. Poi l'abbiamo aiutata a sedersi sulla carrozzina e l'abbiamo messa fuori al pallido sole, dove si stava un po' meglio. Abbiamo portato via i vestiti da lavare, perché le infermiere provvedono a lavare gli indumenti di coloro che non son in grado di farlo da soli.

Son tante le domande che mi ha suscitato questo incontro, anche perché qui si avvicina l'inverno e dura più o meno sei mesi.

E poi altre visite: ciechi, diabetici, vecchietti che ti guardano silenziosi e si mettono a piangere o ti chiedono scusa se stanno male perché, visto che sei italiana, vorrebbero accoglierti bene.

Le domande che ti pongono son quasi sempre le stesse. Appena sanno che sei italiana, ti chiedono se ti manca l'Italia e alla tua risposta negativa ne succede sempre un'altra: "Karesvash li Bëlgaria?" (ti piace la Bulgaria?). E il loro viso si illumina alla tua risposta affermativa e son felici se parli un po' di bulgaro, tanto che a volte ti abbracciano quando dici che lo stai studiando. E ti offrono wafer, pere, noci, fiori, semi di girasole da cuocere al forno con del sale per farne i famosi "slëncioglet", invitandoti a tornare che sei sempre il benvenuto.

L'ospitalità bulgara è stupenda!

Come offrire una rosa è uno dei doni più belli che qualcuno possa farti.

E qui ci sono rose ovunque, in ogni giardino. Ne noto una che fa capolino da un muro, appena sbocciata, bianca con le venature rosa. Hubava! I ragazzi della parrocchia mi prendono sempre in giro chiedendomi se in Italia non ho mai visto una rosa perché mi fermo sempre ad ammirarle!
Sobbalzo.

Un grosso maiale mi attraversa la strada, camminando pigramente
. Cerco con lo sguardo il suo padrone, sicuramente non va a spasso da solo! Compare un uomo con un bastoncino in mano, con cui batte l'animale non appena rallenta il passo. Giro a destra. Non ho una meta precisa. Davanti ai cancellini, seduti per terra o su panche di legno, ci sono degli anziani che guardano la gente che passa. Al mio saluto, rispondono alzando la mano e mostrando un sorriso il più delle volte sdentato. Scorgo sulla terra battuta impronte di cavalli ed intravedo un disegno puerile inciso forse con un legnetto. Han disegnato dei fiori e due individui, non riesco a distinguere bene, forse un maschio e una femmina. Può essere, perché quella dovrebbe essere una gonna.

Mi raggiunge un vociare di bimbi.

In fondo alla via quattro bambini giocano. Una, di sei o sette anni, mi riconosce da lontano e sussurra qualcosa nell'orecchio del suo vicino. Tutti si voltano a guardarmi.

Lei, prendendo coraggio, mi dice con un sorriso: "Ti si slënze!", tu sei il sole! Scoppio a ridere, annuendo con la testa (in realtà per gli italiani starei dicendo di no, ma qui è tutto al contrario!).

Abbiamo appena festeggiato la festa patronale il 29 settembre, festa dell'Arcangelo Gabriele, che è durata tre giorni. Una solenne liturgia presieduta dal vescovo e da tanti sacerdoti di questa diocesi ha aperto la festa.

Il giorno dopo, invece, è stata la volta delle danze, una serata tutta di korò e altre danze popolari, accompagnate da kebachke e kjuftè (rispettivamente una specie di salsiccia e polpetta alla griglia).

È il piatto tipico delle feste!

Non son mancati ballerini un po' brilli che si sono cimentati nella cialga, la danza del ventre. L'ultimo giorno di festa è stato preparato dai giovani e dai bambini della parrocchia. Abbiamo realizzato una scenetta che partiva dalla creazione del mondo. Ogni bimbo impersonificava una cosa creata da Dio, come la luce, l'acqua, i fiori… Ebbene sì, io ero il sole!

E tutti mi cantavano "Oh sole mio"!

È stato molto bello. Poi si passava al racconto dell'Apocalisse in cui san Michele e gli angeli sconfiggono il diavolo, per poi inscenare una possibile attualizzazione delle tentazioni per i giovani d'oggi: la discoteca! I giovani bulgari, infatti, soprattutto nei villaggi, non hanno molti svaghi o proposte per il tempo libero. Per questo la maggior parte di loro va in discoteca, dove molte volte si ubriacano… E questo è il loro venerdì o sabato sera.

Un gruppo di pensionati richiama la mia attenzione. Seduti attorno ad un tavolo, sul ciglio della strada, stanno giocando a carte. Sicuramente a belot, un gioco molto interessante che mi hanno insegnato i giovani e a cui spessissimo gioco anch'io. Incontro nonni con nipotini che si nascondono dietro le loro ginocchia, intimiditi dalla mia presenza. È difficile incontrare le mamme con i loro figli, di soliti sono i nonni che si occupano dei piccoli.

Davanti a me ora svettano i due campanili della chiesa, illuminati dal sole che tramonta.

Inizia a scendere la sera con il suo freschino autunnale.
Il cortile della chiesa si riempie pian piano di babe vestite di nero, venute tutte per la messa serale.

Alcune mi salutano cordialmente, altre mi guardano incuriosite.

Sono arrivata a casa, la mia casa bulgara!


Grazia "Grace" Bizzotto,
volontaria in servizio civile in Bulgaria