giovedì 24 aprile 2014

Nicaragua la terra che trema

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Ieri dicembre 1972:

Il Natale è alle porte, è il 23 dicembre 1972 alle 12.35 la terra si enoja e trema. 6.2 gradi della scala Richter e Managua si sbriciola… morte e distruzione ovunque. I documenti dell’epoca non sono concordi, si parla di 250.000 senza tetto, 20.000 feriti e circa 10.000 morti. La città si trova in una zona particolarmente sismica, dove si scontrano due placche tettoniche. L’epicentro è il lago Xolotlàn. Si attivano altre faglie in città. Le case si “inchinano” alla potenza della natura. In seguito si afferma che tutto è stato distrutto perché le case erano di tequezal, riboccate dal precedente terremoto del 1931.



Oggi aprile 2014: 

la città di Managua e i suoi dintorni sono cristallizzati…come una goccia d’acqua, forse in attesa che la natura si scateni contro l’uomo?
E’ dal 10 aprile giorno della prima scossa di magnitudo 6.2 della scala Richter alle ore 17.27, che la città è in scacco a se stessa e alla propria natura.
Nei primi giorni si sono susseguite una serie di notizie, ogni secondo giornalisti, conduttori radiofonici, opinionisti, sacerdoti alla radio commentavano l’accaduto, analizzando, raccontando, spergiurando…
Il presidente Daniel Ortega fa il suo discorso alla popolazione, al suo Nicaragua, scosso da una terra che trema e trema, dà indicazioni precise e si mette nelle mani di Dio. La premier dame Murillo a sua volta sempre presente nei comunicati, al microfono dà informazioni ufficiali, notizie e disposizioni.
Scuole chiuse, uffici amministrativi chiusi, pulperie chiuse.
Lo spettro di un giorno di dicembre del non molto lontano 1972 è tornato e si fa sentire con tutta la sua forza. Tutti sono “pronti” lo stanno aspettando come si aspetta una lettera o un pacco che tarda ad arrivare.
La gente è prudente nei propri spostamenti, in quello che fa’, l’allerta è roja, sembra che tutto e tutti siano preparati, precauzioni, linee guida per affrontare una eventuale catastrofe, su come comportarsi, gli ospedali da campo sono pronti, l’allerta è roja.
Io tengo que acostumbrarme a tutto ciò. Ogni tanto la terra vibra.
E’ interessante ed allo stesso tempo affliggente ascoltare i racconti, i vissuti delle persone, soprattutto di coloro che nel 1972 c’erano e il fantasma lo conoscono bene. Tutti sono molto incuriositi da noi mentre parliamo, dal fatto che il terremoto non lo conosciamo.  Occhi sgranati quando affermiamo  che la zona dell’ Italia dove viviamo non è sismica, come quasi fosse impossibile che mai avessimo provato che la terra vibrasse sotto i nostri piedi.
Ad ogni arrivederci con una persona ti senti dire un “cuidate” un po’ scaramantico un po’ materno…



Fede

venerdì 11 aprile 2014

Rayfoun: il mondo in quattro mura.

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 La nostra settimana libanese ci vede coinvolti in tre diverse attività. La prima realtà di cui vorrei parlarvi è lo shelter di Rayfoun, un paese sulle colline solitamente abitato in estate dalle famiglie benestanti che sfuggono dall’afa della città. A tre anni dall’inizio della guerra in Siria la popolazione è molto cambiata, anche qui infatti è difficile non incontrare donne e uomini siriani. Quelle che fino all’estate scorsa erano scheletri di nuove abitazioni non finite e disabitate ora invece ospitano le numerose famiglie.

Il centro Caritas accoglie numerose migrant workers, ossia lavoratrici provenienti da paesi molto diversi che condividono la sfortuna di storie infelici con il datore di lavoro e ora sono senza passaporto in quanto “sequestrato” dal datore. In Libano, come in altri paesi del medio oriente, per poter migrare e lavorare è necessario avere uno sponsor, ossia qualche cittadino che si prenda la responsabilità e che garantisca un impiego. Tale figura ha un’importanza vitale dal punto di vista giuridico e non solo in quanto dalla sua “benevolenza” dipende la libertà del migrante. Le collaboratrici domestiche sono in continua crescita in tutto il mondo, non di meno qui in Libano dove rappresenta fortemente una questione di status sociale. Nei centri commerciali, nelle macchine, per strada…ovunque è possibile osservare quanto sia diffusa la presenza di una donna straniera nel nucleo famigliare.

Tra le 4 mura di Rayfoun si trova il mondo intero. Filippine, Togolesi, Keniote, Nepalesi e non solo…un numero di persone estremamente variabile che varca il cancello, in modo più o meno volontario, per cercare un aiuto burocratico, ma anche psicologico e sanitario.
molte hanno la mia età, 23 anni, alcune anche più piccole, molte ancora raccontano di avere figli e non manca mai il velo di tristezza dicendoti i nomi e l’età, qualche volta mostrando anche le foto di questi bambini.




Una volta fatte le dovute presentazioni, non tardano molto a raccontare le loro storie. Qualcuna è in Libano da pochi mesi, altre, più fortunate forse, da anni.
Assunte come donne delle pulizie, troppo spesso si sono trovate davanti a famiglie che non le trattavano come esseri umani, obbligandole a pulire la casa più volte al giorno, (le metrature libanesi medie sono circa di 200 mq. Nda), senza pause, talvolta anche senza cibo, facendole dormire sul pavimento dello sgabuzzino o della cucina o, ancora, discriminandole per il colore della pelle. Scappando o venendo cacciate di casa, le lavoratrici perdono i propri documenti in quanto per legge lo sponsor può detenere il passaporto dal momento in cui arrivano in aeroporto. Inizia così per loro un vero e proprio limbo, un tempo indefinito, scandito dall’attesa delle diverse burocrazie in cui vengono ospitate nel centro Caritas, in cui per lo meno hanno accesso a pasti regolari, cure e protezione.

Forse a questo punto sorge spontaneo chiedersi perché sono partite dai loro paesi per andare incontro a tali sfortune. A dispetto di quanto qualcuno possa pensare raramente provengono da condizioni di miseria. Molto più spesso sono donne con un sogno, un’aspirazione. Il desiderio di accumulare qualche soldo in più e potersi così permettere maggiori strumenti per il proprio futuro o quello della propria famiglia, per potersi ripagare gli studi o per pagarli ai figli…insomma desideri che ciascuno di noi ha: indipendenza, autonomia, emancipazione

Un’altra domanda potrebbe essere se non sia possibile informare le persone prima che partano. Esistono agenzie che si occupano di fare da ponte tra la lavoratrice e lo sponsor e sono il primo veicolo di informazioni per queste donne. Molto spesso però tali informazioni sono parziali e non del tutto vere, oppure ciò che le donne firmano nel contratto non viene assolutamente rispettato dal datore, il quale appunto ha la possibilità di fare tutto rimanendo per lo più impunito.
loro stesse pensavano di essere le uniche con questa sfortuna invece, entrate nello shelter, si sono subito accorte di quanto sia comune questo problema.
Nel raccontare, la loro voce è arrabbiata, delusa, malinconica ma nello stesso tempo mai rassegnata. Mentre la mia mente rimane sbigottita da quello che mi pare irreale, mi sorprendo quando alcune donne cambiano tono, iniziando a scherzare, mettendoci un po’ di ironia, qualche risata, come a voler alleggerire la storia che hanno sulle spalle. Mentre tu vorresti abbracciarle e piangere,  loro sorridono e ti insegnano come affrontare le situazioni veramente difficili.


Stefano e la ginnastica mattutina :)



calcio e champagne: pt.1
calcio e champagne: pt.2



Meglio di Sorrentino!

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Ebbene sì..
questa volta per raccontarvi un pò il nostro servizio in Moldova ho deciso di cambiare un pò...
e allora qualche rima, due o tre foto e una tipica canzone popolare moldova e voilà... meglio di Sorrentino!

In realtà confido che è la prima volta che ho scaricato movie maker e ho "prodotto" un video da sola, quindi abbiate pazienza..
e prendetela con simpatia!

Questo minuto e mezzo spumeggiante è per raccontarvi seppur brevemente quella che è la mia vita moldava:
i miei compagni (Maria e Marco) e il mio servizio (al Centro Maternale).


Prometto che un giorno scriverò un post "serio" in cui racconterò qualcosa in più sulla cultura moldava o sui progetti che Diaconia promuove e porta avanti anche grazie a Caritas Ambrosiana (e non solo..).

Vi chiedo però più tempo, dicendovi solo che la Moldova è così vicina e allo stesso tempo lontana 
che bisogna trovare il giusto equilibrio tra la lente di ingrandimento e il binocolo per poter dire che cosa si vede!

Vi saluto,
A presto!
Patty :)

martedì 8 aprile 2014

Haiti: un porto di pace

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Dopo due anni di coinvolgimento lavorativo ed emotivo in Congo, io ed Enrico siamo approdati da oramai un mese in questo Porto di Pace nel dipartimento del Nord-Ovest di Haiti.

Treccine, setacci in paglia per il riso, tratti del viso così familiari da riportarci per un istante nel continente nero.

Ma no. 
Questa non è Africa

C’è qualcosa di misteriosissimo ed inspiegato nelle polifonie tristissime dei canti di gruppo, nelle feste notturne di giovani con abiti in perfetto stile ‘Miami’ che agitano i machete in pieno centro cittadino ad un ritmo tribale; in una lingua la cui essenzialità sbeffeggia le nostre architetture sintattiche e mentali.

Ed eccoci qui, alle prese con un lavoro profondamente legato ad un territorio di cui conosciamo ancora troppo poco.

A raccontarci tutto, saranno azioni, atteggiamenti ed abitudini degli abitanti di questa minuscola porzione di "nuovo mondo" adagiato su un riassunto di tradizioni ancestrali.

Speriamo di avere orecchie grandi e antenne dritte per riuscire ad ascoltare.

Chiara ed Enrico

lunedì 7 aprile 2014

Bolivia: Micro, trufi e ogni qual genere di mezzo per deambulare

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Questo post nasce per non fare sentire i nostri colleghi del libano (la signorina Anna Pulici e il signor Stefano Fogliata) soli nelle loro avventure stradali.

Io pensavo di andarmene dall’Italia e di non dovermi più preoccupare del dovere prendere la metro, pensavo che qui non fossero necessari i mezzi pubblici e che nel caso, prenderli sarebbe stata una passeggiata. Ah quale ingenuo fui, non potevo immaginare che prendere dei mezzi di trasporto con nomignoli dolci e buffi potesse rivelarsi una vera e propria battaglia. Qui nomi come: Micro, trufi, taxi trufi, taxi e moto taxi al solo nominarli fanno soffrire di claustrofobia chi non ne ha mai sofferto, invocano i peggiori incubi di qualsiasi pendolare e fanno desiderare che non sia mai stato inventato il motore a scoppio...
Micro
  •   il Micro è una specie di pullmino da una ventina di posti, generalmente motore americano e un quantitativo di anni che al solo vederli farebbero morire d’infarto qualsiasi ispettore della motorizzazione. Si pensa sia diffuso in tutta l’America latina, con avvistamenti anche nell’America centrale (magari i nicaraguensi possono confermare). In questi musei deambulanti della storia del motore, gli autisti sfoggiano tutti i migliori ornamenti del sud America, tra i quali un abbondante campionario di foto di donnine MOLTO POCO “vestite”. Studi recenti, effettuati nelle ore di punta, affermano che in realtà un micro ha la stessa capienza di un treno merci, o se vogliamo, in proporzione, di una scatola di sardine.

Trufi

  • Il Trufi è un furgoncino, stile Volkswagen, che nella testa degli ingenieri che lo hanno progettato doveva avere una capienza massima di 9 posti. Qui i fisici Boliviani, hanno scoperto che non è vero, e che un pullmino della Volkswagen in verità può contenere lo stesso quantitativo di persone di una nave da crociera. Il trufi non gode delle pittoresche decorazioni del micro.
Taxi-trufi
  • Il taxi trufi è una macchina, una cinque porte omologata per portare cinque persone. Anche in questo caso i matematici Boliviani hanno dimostrato che tramite un’accurata equazione e grazie ad un esperto di tetris, una comune berlina può portare lo stesso quantitativo di persone di un volo transoceanico. Il taxi trufi, viene venduto come una comune macchina da città, in realtà nasconde un’anima da corsa.

Taxi in corsa per portare il cliente a destinazione il più in fretta possibile.
Foto dell'abitacolo di un taxi durante un salto nell'iperspazio.
  • Il taxi invece non è ancora riuscito ad abbattere le barriere dello spazio (quelle del tempo si). Normalmente porta un solo gruppo di clienti alla volta e lo fa in tempi rapidissimi. Non so quanti di voi abbiano visto Star Wars e quindi abbia in mente la scena in cui il Millenium Falcon fa il salto nell’iperspazio, o nella scena finale in cui Luke Skywalker si infila nel tunnel della Morte Nera per sparare al nucleo e distruggerla…ecco prendere un taxi è un misto tra entrambe le esperienze. Come il taxi trufi, il taxi ha una natura sportiva, ma il rivenditore la spaccia per una normale auto da città. Il tassista, invece, che gode di una particolare empatia con i veicoli, capisce il bisogno della vettura e fa di tutto per riportarla alla sua originaria natura.
  • Il moto taxi non l’ho ancora preso, so che si tratta di una moto che fa da taxi. Lascio a voi immaginare il viaggio…
Quello cha hanno in comune tutti questi mezzi di trasporto è: l’incertezza del percorso che compiranno, il prezzo che varia in base all’autista e l’incertezza di arrivare. Inoltre in giro per le strade si possono osservare dei pali blu che vorrebbero essere delle fermate dei mezzi pubblici, il problema è che l’alcaldia non lo ha spiegato ai cochabambini. Quindi il buon cittadino, che ci tiene alla sua salute e ha paura di logorare i piedi e le gambe, sale dove gli fa più comodo e al grido di “a la esquina voy a bajar por favor” scendono in qualsiasi punto della calle.
Insomma, come scrisse il buon Stefano: paese che vai, taxi che trovi.
Micro lleno
 

Trufi dopo l'intervento del famoso esperto di Tetris
Tipico pedale di un micro con donnina incisa sopra

Interno e decorazioni di un Micro
 

giovedì 3 aprile 2014

Georgia: danzare la vita

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Ed eccoci arrivati a Kutaisi, città di 150.000 abitanti, sede (non si sa ancora per quanto) del Parlamento. Provate a fare uno sforzo di fantasia e immaginare i nostri rappresentanti romani che per raggiungere gli scranni e sedersi nell'emiciclo devono mettersi in viaggio per almeno 4 ore, in auto, su una provinciale a 2 corsie (una per senso di marcia) e mettersi in coda ai tir che dall'Azerbaijan trasportano petrolio (e quindi sono piuttosto lenti).
Eh si, perché il parlamento non è a Tbilisi ma, grazie ad un simpatico architetto spagnolo, ora a Kutaisi c'è un edificio (enorme), a forma di lumaca che ospita i legislatori locali, costretti a fare i pendolari e a velocizzare l'iter parlamentare.

Ma la storia di oggi ve la raccontiamo attraverso un breve filmato.

A Kutaisi, di interessante c'è un centro diurno. 

curato da Caritas Georgia, diretto da un prof. locale, voluto e amato instancabilmente da suor Loredana che da almeno dieci anni accoglie ogni giorno oltre 100 bambini in stato di necessità socio-economica.

Che per la legge significa vivere con meno di 5 lari al giorno (circa 2€)

Doposcuola, laboratori di informatica,  inglese, cucito, falegnameria e danza tradizionale.


Qui vi facciamo vedere le prove: peccato che i bimbi non indossino gli abiti tradizionali!



mercoledì 2 aprile 2014

Nicaragua: El guis #2 Un mondo di colori

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Vi abbiamo parlato del Guis, abbiamo tentato di raccontarvelo con parole nostre, cercando di essere il più chiari possibile. Non sappiamo cosa abbiate capito o immaginato. 

Poi abbiamo "trovato" questo video che meglio di migliaia di parole può spiegare cos'è il Centro de atencion especifica El Guis.




Fede e Lele

martedì 1 aprile 2014

Georgia: profughi per sempre

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Chi si ricorda della guerra dei 5 giorni dell'agosto 2008?
Queste 3000 famiglie (circa 12000 persone) certamente sí.

Nessuno oggi crede (ma molti lo sostenevano già 6 anni fa) di poter far ritorno in Ossezia del sud, la cui indipendenza non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale tranne che dalla Russia e dal Nicaragua (!?!).

Ecco, la connessione non ci permette di raccontare altro, ma la foto racconta a sufficienza l'immobilismo delle diplomazie e le analogie con la complessità della situazione attuale in Ucraina.  Speriamo di sbagliarci. Speriamo...

Georgia: born in the USA (?)

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Succede anche questo: sommerso nel traffico di Tbilisi, mentre il cuore batte a mille a causa della guida allegra di Kaka, non credi ai tuoi occhi quando ti imbatti in quello che vorresti fosse un vecchio manifesto pubblicitario e invece è il toponimo di una via non proprio secondaria della capitale.


Ma, bizzarrie a parte (è tutto vero!), oggi ci siamo concentrati su chi è nato nella Georgia Euro(?)Asiatica(?) e per biografie diverse non ha una famiglia su cui poter pienamente contare.

Ma oggi non vogliamo raccontare storie strappalacrime di minori in istituto che vivono in condizioni subumane.
Vogliamo dirvi che, grazie alle politiche di de-istituzionalizzazione introdotte a partire dal 2006, ora nel Paese (il primo in assoluto, parlando di stati ex sovietici) sono rimasti solo 3 istituti (prima 49) che ospitano ancora 120 minori (prima 5.000) privi di cure genitoriali.

Il vecchio Istituto di Rustavi oggi ospita una comunità di pronto intervento per adolescenti di strada. 
E quei 5.000? Dove sono finiti?
La priorità è stata data al reinserimento nella rete famigliare allargata, in seconda istanza l'affido e/o l'adozione nazionale. In tutti gli altri casi, l'invio presso Case Famiglia.
Le strutture, finanziate al 75% dallo Stato, sono gestite dal privato sociale: Caritas Georgia è in prima linea nel settore del sostegno dell'infanzia e dell'adolescenza e anche Caritas Ambrosiana ha voluto offrire il proprio contributo per sostenere e incoraggiare il preziosissimo lavoro avviato.