martedì 31 marzo 2009

Grigori, "Mosnegelul"

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“Mosnegelul”, "Il vecchietto”, è solo uno dei mille soprannomi di Grigori, il guardiano della sede dell'“Associazione Diaconia”, presso la quale io e Lorenzo svolgiamo il nostro Servizio Civile qui in Moldova.
Dopo aver tanto spesso sentito parlare gli amici libanesi dei “loro nonnini”, mi è venuta la voglia di dedicare un post anche a lui, anche a nome di Elisa, che nutre un affetto particolare nei suoi confronti.


Grigori è anziano, ha una moglie e due figli che studiano all'Università, avuti in età avanzata, quando le speranze di avere figli si erano quasi spente. I soldi per garantire gli studi ai figli però mancano, la pensione non basta, e così lui cerca di guadagnare qualcosa facendo il guardiano la notte e durante i fine settimana alla sede di “Diaconia”. Per la verità mi sono sempre chiesta quale genere di malintenzionato che voglia entrare nella sede possa rimanere intimidito o intimorito dalla sua innocua e pacifica figura...ma pare che l'importante sia che ci sia qualcuno che tenga lontani i malintenzionati, a quanto ho capito e mi hanno detto basta la sua presenza, e almeno così si spera che sia.


Arriva la sera, lo senti giungere perchè odi il ticchettio delle sue stampelle. Entra con la sua coperta arrotolata e legata con un filo, come un pacchetto, la sua cena e un libro, con il quale trascorrere il lungo tempo che dovrà passare solo e che lo separa dalla mattina successiva, quando tornerà a casa.
Non sa il rumeno, in passato qui non serviva saperlo, quindi parla in russo. Noi non capiamo il russo, ma questo per lui non ha alcuna importanza, e ci parla lo stesso.
Ci saluta, ci abbraccia, ci bacia. Ci fa capire che non vuole disturbare, possiamo, anzi dobbiamo, continuare a lavorare anche se lui è arrivato.
E poi, in silenzio, con cura e pazienza, estrae dalla sua borsa delle noci raccolte per strada, o delle mele, delle caramelle, o un dolcetto fatto da sua moglie, e ce li mette nelle mani. Impossibile rifiutare il dono, così semplice, così offerto con il cuore.
Si siede, o va in un'altra stanza per non disturbare, poi torna, si siede accanto a noi, indossa gli occhiali e inizia a leggere il suo libro, in russo; quello che sta leggendo ora parla della regina Cleopatra, della quale mi ha dettagliatamente raccontato la storia, sempre in russo.
Noi ci prepariamo e ce ne andiamo, lui ribadisce, cerca di farci capire, che dobbiamo continuare a lavorare, che non ce ne dobbiamo andare... Ci augura un “Drum bun”, un "Buon viaggio", ci bacia e rimane solo, fino alla mattina successiva.
Questo è quello che accade all'incirca tutti i giorni nei quali ci troviamo a Diaconia, ma ogni volta è diversa e unica.
Un giorno Grigori ha voluto che gli dessi un foglio e una penna. Ha iniziato a scrivere dei numeri 24 03 1935. Pensavo mi volesse scrivere il suo numero di telefono...ma poi ho capito: voleva scrivermi la sua data di nascita. Forse voleva dirmi che in tutti questi anni di vita ha visto tante, ma proprio tante cose, ha sofferto tanto, ha gioito tanto, ha amato tanto. Non so cosa volesse comunicarmi, ma con quel biglietto mi ha in ogni caso detto tanto.
Nonostante io creda profondamente nel valore della parola e del dialogo nel creare e rafforzare le relazioni, in quel momento ho proprio pensato: a volte non c'è davvero bisogno di parole.

giovedì 26 marzo 2009

ancora un po' di informazione sul...

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...conflitto israelo-palestinese. Ogni tanto è necessario rinfrescare la mente con nuovi pensieri, aggiornamenti anche al fine di ri-conoscere tutte le sfaccettature di una realtà complessa come quella mediorientale. Per non dimenticare così in fretta quello che è successo a Gaza nei mesi invernali, per non dimenticarlo ora che comincia ad arrivare la primavera. E perchè non tutte le voci israeliane appoggiano la guerra e le scelte del proprio governo e anzi da anni invocano la pace, la fine dell'occupazione e il diritto al ritorno dei Palestinesi. Tutte nozioni fondamentali che si mescolano nei miei pensieri con la situazione palestinese in Libano in queste ultime settimane, dalla notizia della ricostruzione del campo di Nahr al Bared a quella della morte di Kamal Medhat, leader dell’OLP e stretto collaboratore di Arafat negli anni 70, nei pressi del campo di Mieh Mieh vicino alla città di Sidone (Saida). E la continua definizione dei campi come delle bombe pronte a esplodere. E la continua miseria nei campi. Penso: everything is connected.
Ecco il link all'articolo che vi consiglio di leggere per avere una più ampia visione, l'intervista di Irene Panighetti ad Adam Keller, uno dei fondatori di Gush Shalom.
Israele: “Il potere è in mano alle destre perché non crediamo nella pace”
di Irene Panighetti
Liberazione, 25 marzo 2009
Adam Keller, nato a Tel Aviv nel 1955 in Tel Aviv-Yafa, è tra i fondatori di Gush Shalom, che in ebraico significa Blocco della Pace. Si tratta di una organizzazione indipendente dai partiti che si propone di esercitare influenza sull'opinione pubblica e spingerla alla pace e alla riconciliazione con il popolo palestinese. I principi sono la fine dell'occupazione, il diritto dei Palestinesi di avere uno stato indipendente nei confini stabiliti dalla Linea Verde del 1948, Gerusalemme capitale dei due stati, quella est (inclusa la Spianata delle Moschee) dello stato palestinese, quella ovest dello stato israeliano; riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi. Keller è stato più volte incarcerato perché si è rifiutato di prestare servizio militare da riservista nei Territori Occupati.[...]

venerdì 20 marzo 2009

riccio

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Avevo scritto un post. Poi leggo Francesco. Cancello, butto via tutto o accantono. E, come al solito nella sofferenza mi chiudo a riccio e chi cerca di aprirmi e di abbracciarmi si punge. Perché io questo dolore non lo posso accettare. Io non ci riesco ad accogliere in questi momenti. Parlatemi solo se avete una risposta decente per spiegarmi queste cose. Niente paroline dolci o discorsi puerili, frasi fatte. Fatemi capire. La mia memoria storica è breve e domani, grazie a "Via col vento", sappiamo che è un altro giorno. Riprenderò lucidità, i miei aghi cadranno al primo sorriso della giornata.

Ora però sono rabbiosa.

Non c'è nessuno con cui possa parlare, nessuno che possa convincermi che in fondo l'uomo è buono come scrive coraggiosamente il cuore libero di Anna Frank alla fine del Suo diario. Andrò a letto così, dormirò otto ore come quelle che avete impiegato voi in bus per raggiungere il dolore. Magari sognerò di essere in un prato a badare al bestiame, in un terreno al sud del Libano vicino alla frontiera israeliana. E mentre cammino pensando "come è arida la terra" oppure "che bei fiori mi ha regalato la natura oggi" esplodo. è successo poche ore fa a un pastore libanese ucciso da una bomba a grappolo lasciata dalle forze israeliane dopo l'offensiva militare dell'estate 2006. e non è l'unico.

L'altro post era divertente, raccontava di un pianticella di basilico che è diventata la mia sfida quotidiana e che non riesco a far vivere perché non ho il pollice verde. L'altro post era raggiante perché donare è ricevere, perché aiutare qualcuno ti riempie la vita e ti fa volare in alto. Queste erano proprio le sensazioni che avevo questa mattina. Ora mi sento un po' diversa e vi beccate anche l'Oriana lunatica stasera.
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Grazie per la condivisione, mi avete fatto essere piacevolmente incoerente e il riccio si è aperto un po' scrivendo.

martedì 17 marzo 2009

Il prezzo di una vita

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Settimana scorsa è arrivata una notizia scioccante in comunità.

Avevamo due gemelli alla Cafasso House, provenienti da una zona rurale nell'Ovest del Kenya, Bungoma. Ma dopo qualche tempo i due gemelli Rachid e Shaban sono stati fatti tornare a casa per diversi motivi, comunque li avremmo aiutati a distanza. Settimana scorsa la notizia scioccante, nessuno se lo aspettava: Shaban è stato ucciso. Un vicino di casa, per una questione con una ragazza, accecato dalla rabbia, è uscito di casa con il suo machete (panga in kiswahili), ha sferrato un solo colpo alla testa, un colpo mortale. La notizia arriva in comunità, tutti sono scioccati. Io e Irene decidiamo di andare al suo funerale con la sister e Martin. Bungoma dista 8 ore di bus da Nairobi, così dividiamo il viaggio facendo tappa a Eldoret.

Arriviamo sabato mattina. La zona è talmente povera che per arrivare alla casa di Rachid e Shaban usiamo anche il boda-boda, le bici-taxi. Il funerale è stato fatto durante la notte, poiché erano gemelli e hanno dovuto rispettare delle credenze tradizionali per la sepoltura. Il rito si è svolto mischiando culto islamico, cristiano e Luyha, la loro tribù. Quando siamo arrivati, abbiamo sperimentato l'accoglienza africana: una famiglia poverissima, pochissimi soldi, ma tantissima dignità nell'offrirci quello che avevano, quello che potevano. Il padre dei due ragazzi, 84 anni, ha tre mogli. Tra il primo figlio con la prima moglie e l'ultimo figlio con la terza moglie ci saranno 60 anni di differenza. Pazzesco. Tutti vivono insieme, nello stesso compound. Durante la giornata Rachid non si dà pace, piange, ha visto suo fratello, a cui era molto legato, morire davanti ai suoi occhi. Ma per tutta la giornata cerchiamo di distrarlo, riusciamo anche a farlo sorridere. Il dolore sembrava per un attimo svanire.

Ora Shaban non è più tra noi, ma vive nei nostri cuori e nei nostri ricordi. È strano. Nell'evento triste e doloroso della morte di un ragazzo, di un giovane, abbiamo visto una famiglia pronta ad accogliere, ad andare avanti, a sentirsi unita, viva. Ciao, Shaban..

domenica 15 marzo 2009

Una bella giornata

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Oggi posso dormire, è domenica.

Già, se non ci organizziamo per fare cento altre cose ci rimangono le mille della routine.
A volte le chiamano 'faccende domestiche'. Sembra un codice di mafia.....

Ieri sera mi sono accordata con Marta: lei lava i panni dalle 6.00 alle 8.00 (a mano, ovviamente) e io prendo il turno successivo così dormo fino alle 8.00!!!
Normalmente, quando andiamo al lavoro, la sveglia è alle 5.00 ed il potermi rigirare qualche oretta in più tra le lenzuola non mi dispiace affatto!

L'unica cosa che 'stona' sono i venditori ambulanti che già alle prime ore del giorno passano urlando e proponendo la propria mercanzia.
La prima è la signora del pane che, col suo carrettino ed una voce che, per decibel, non fa invidia a quella della Ricciarelli, urla un ' el paaaaaaaaan' ritmicamente scandito a tempi regolari.
Poi c'è il signore dei nacatamales (*), los ricos, che vende anche ensalada de fruta y frescos.
E' tutto logico, si va in ordine di necessità per la colozione....Poco a poco arrivano i dolci, poi la frutta, il venditore di gelato Eskimo con la campanella.......

Il vicino accende la radio, due opzioni: reggeaton o musica 'classica' Nica ( si parla di canzoni mielose d'amore e fanno, tra gli altri, la loro sporca figura i nostri Eros Ramazzotti e Laura Pausini....)
Per quanto triste possa sembrare: preferisco la seconda opzione.
A questo punto, dato che i vetri vibrano e le sonorità si mischiano, è sempre più difficile rimanere a letto.

Ok Eli, alzati, è ora.

Marta ha già riempito il patio di ropa (vestiti) lavata. Sembra un mercato.
Lei indaffarata ed instancabile. Una lavatrice non avrebbe reso come lei, questa mattina.
Il bidone di biancheria è già quasi vuoto. I suoi abiti e quelli dei bimbi.....

Che bimbi? ah, non ve li ho presentati?.....
I bimbi.....bhe, sono due ragazzini,ormai...
Lui è Wiston e ha 10 anni, quasi 11, lei è Xochilt (si legge Socil) e ne ha 13, quasi 14.
Sono i nipotini di Marta. No, non di sangue, il legame è ancora più forte. Li ha conosciuti appena venuta in Nicaragua, quando erano veramente piccoli, 10 anni fa......
La storia non la so bene, non la voglio chiedere e mi interessa relativamente, so che quello che vivono e condividono è veramente forte e bello.
Lei si prende cura di loro, segue la loro educazione e molte delle loro necessità. Loro la chiamano zia e le vogliono un bene dell'anima.
Tutti i fine settimana sono qui a casa nostra e, se non siamo in giro a conoscere il Nicaragua, ci godiamo tanti bei momenti con loro.

Uff....mi sono persa.....dunque....i bimbi ve li ho presentati.....i loro panni sono stesi nel patio....
Gli altri dormono....
Aiuto Elisa a lavare i piatti. Cioè, io li asciugo....prepariamo la colazione....caffè profumato, latte, pane e marmellata di mango, papaya e jocotes (*2) aromatizzata con chiodi di garofano e cannella ( questo giro mi sa che c'abbiam proprio azzeccato...).
Poco a poco si svegliano tutti....Elisa si prepara per uscire, oggi va alla laguna de Apoyo coi suoi colleghi.
Si è fermato anche Pancho a dormire...un amico di Marta. Un tipo strano...è simpatico e interessante. E' ingegnere civile ma fa il cuoco. Ha viaggiato molto, ha tante stori da raccontare.....

Mi metto a lavare...Acci, quanta roba!!!......Inizia a fare caldo......
Di buono c'è che la rapidità con cui si asciuga la biancheria è impressionante....

Xochilt e Wiston sono una gioia...è un piacere stare con loro...Mi fanno ridere!! Sono così ingenui e allo stesso tempo saltan fuori con certe frasi che mi stupiscono.....

La giornata passa veloce con loro...è un condividere, un insegnare, un ricevere....Sono genuini e spontanei...sono ancora bambini ed è un meraviglia!
E' allegria.

S'insinuano in camera mia, dopo pranzo a curiosare cosa io stia facendo...
Wiston balla....
Xochilt alza gli occhi....lei ormai è 'signorina'.....Ieri, in spiaggia, mi ha chiesto se conosco l'amore, come si fa a riconoscerlo, cosa ti fa provare e perchè. Sudavo freddo. Ahahah

Sono due vulcani............così diversi tra loro e così vivi.
La giornata prosegue, semplice e felice. Preparo il caffè, si chiacchiera, si programmano viaggi, si sogna.....si ascolta musica....

Nel tardo pomeriggio se ne vanno, tornano a casa. Marta li accompagna dall'altra parte della città.
Ci vediamo il prossimo fine settimana....
Anche Pancho va.
Io rimango.....vi scrivo. Serena.
Tra poco torna Elisa, mi racconterà tutto della sua giornata...nei dettagli.....come sempre....
Ci berremo una birra, prepareremo la cena. Forse vedremo un film....

Cos'ho fatto, alla fine, oggi?...Mha....niente di particolare, però di certo ho passato una bella giornata.....


(*) nacatamal: piatto tipico del Nicaragua di origine indigena. Ci sono molto varianti in tutto il Centro America. E' generalmente composto da un impasto di farina di mais, latte, patate, peperoni verdi, cipolle, aglio, sale, spezie, foglie di menta, il tutto avvolto in foglie di banano e normalmente cotto al vapore. Si trova di due tipi: con pollo o con maiale.





(*2) jocotes: piccolo frutto ovale con un singolo seme tipico delle regioni tropicali delle Americhe. Quando acerbo si può mangiare con sale; maturo assume un colore rosso e può essere mangiato con o senza pelle. ( aggiungo: estremamente BUONO.)





sabato 14 marzo 2009

Proxima Estaciòn...

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"Pase lo que pase, sea lo que sea, proxima Estaciòn...Esperanza!"


Abbraccio tutti

Closed Zone...alias Gaza strip

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...nelle prime settimane di gennaio si è concluso l'attacco israeliano alla striscia di gaza!
generoso dono natalizio per tutte quelle persone, per lo più di confessione musulmana, che non avevano niente di meglio da fare che cercar di sopravvivere in un lembo di terra allo stesso tempo conteso ed ostracizzato.
Ormai siamo tornati tutti bambini, e la realtà preferiamo vederla attraverso i cartoni animati, perchè in fondo della realtà abbiamo proprio paura...perchè lo sappiamo che quella violenza ci riguarda un pò tutti....e così vi aggiungo un link. Un nuovo cartone animato, ancora Gaza... http://www.closedzone.com/!

venerdì 13 marzo 2009

Macchina collettiva

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Oggi io e Giulia dovevamo tornare a Chisinau da Orhei, una città a 1 ora di macchina dal nostro appartamento.

Tutto facile e normale. Scendiamo giù per la strada che porta alla stazione dei pullman di Orhei come tutte le volte.

10 metri prima di arrivare alla stazione
un tizio moldavo ci chiede: "Andate a Chisinau?"
Noi rispondiamo: "Ba da!!" (che vuol dire "Ma certo!)
E il tizio moldavo: " Bene allora venite con la mia macchina!"
Io guardo Giulia. Giulia guarda me. Gli domandiamo:" Ma quanto costa? Quando parte?"
E il tizio moldavo: " Costa come l'autobus e partiamo quando trovo passeggeri per riempire la macchina. Sono più veloce dell'autobus"
Io guardo Giulia. Giulia guarda me. Entriamo in macchina.

Aspettiamo qualche minuto, il tempo che il tizio moldavo trovi altra gente che torna a Chisinau e poi partiamo tutti insieme, 5 perfetti sconosciuti, alla volta di Chisinau.

I due passeggeri davanti parlano russo tutto il tempo, io e Giulia che siamo dietro parliamo italiano e il quinto che è affianco a me dorme. Bella scenetta.

In un battibaleno siamo a Chisinau. Paghiamo il "biglietto" (in nero ovviamente") e salutiamo il tizio moldavo.

Dopo 2 minuti Giulia che è la R.S. ( Responsabile Sicurezza ) mi dice scherzando (o forse no): " Come responsabile della sicurezza dico che era meglio se avessimo preso l'autobus".

In effetti anche io non ho fatto a meno di pensare che dopo 10 km di viaggio il tizio moldavo avrebbe svoltato in una stradina di campagna, ci avrebbe derubato e ci avrebbe lasciati senza un soldo in mezzo alla campagna moldava. Stupidi pregiudizi!!
(Quest'ultima frase l'ho detta per far fare sogni tranquilli a Sergio, ah a proposito, Sergio, lunedì 16 ritiriamo i permessi di soggiorno se li hanno finiti, mitico!!)

domenica 8 marzo 2009

I cieli di Amman

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Seduta al tavolo di una terrazza di Jabal Amman, coccolata da un sole primaverile, in attesa del mio zatar, osservo i tetti sotto di me.
I tetti della vecchia Amman non sono tetti come gli altri. Ora, osservandoli, non si nota niente di strano, solo le consuete antenne della tv, i condizionatori, le cisterne per l'acqua. Su ogni tetto, invariati, i suddetti tre elementi.
Ma ogni pomeriggio, dall'autunno alla fine della primavera, non prima delle tre e mezzo, i tetti di Amman si animano di vita propria e i cieli si colorano di migliaia di puntini mobili, delle onde impazzite dei piccioni viaggiatori.
Mentre il traffico del centro città prosegue monotono, in alto, dai tetti di Jabal Amman gli addestratori di piccioni aprono le loro gabbie per dare il via a questo quotidiano privato spettacolo, vecchio di secoli.
Quello che oggi costituisce un vero e proprio sport, con le sue regole e il suo mercato, fu importato ad Amman dai siriani negli anni '40 e costituisce la moderna evoluzione dell'antichissima arte di allevare i piccioni che in Medio Oriente risale al 1150, quando il Sultano di Baghdad creò un sistema di corrispondenza per mezzo di piccioni viaggiatori.
Una volta aperte le gabbie gli addestratori col naso all'insù osservano rapiti il loro stormo roteare vorticosamente nel cielo, allontanarsi, mischiarsi con altri stormi, per poi tornare, fedelmente, alla base. Non si tratta dunque di una mera gara di piccioni. Gli addestratori devono dimostrare la loro abilità nell'aver addestrato gli animali alla fedeltà.
In una nazione problematica che conta un tasso di disoccupazione del 12,9%, quello ufficiale, del 30% quello non ufficiale, per chi non ha un impiego diverso le alternative sembrano essere due: la moschea o l'allevamento di questi nobili animali. I loro addestratori passano anche più di 10 ore al giorno ad allenare i loro piccioni maschi e a farne degli animali fedeli.
In tempi recenti questo sport si è involgarito ed è nato un sottobosco di collezionisti, di mercanti, di ladri di piccioni, assassini (addirittura!) di piccioni che non ha fatto altro che mettere in cattiva luce chi invece questo sport lo pratica con passione e devozione. Si dice che gli addestratori vengano considerati quasi al pari dei ladri il che significa che la loro testimonianza davanti a un giudice non ha valore. Altri affermano che la vera passione degli addestratori è la carne del piccione e non lo sport in sé e per sé.
In seguito all'influenza aviaria le autorità giordane hanno imposto una moratoria che ha fatto schizzare il prezzo dei piccioni importati, così gli addestratori sono stati costretti ad improvvisare accordi bilaterali con gli addestratori dei tetti vicini.
Oggi, sebbene quest'antica arte di allevare i piccioni sia ancora molto diffusa, tra i giovani sta subendo un calo di popolarità e i ragazzi giordani, come in tutto il mondo, preferiscono passare il loro tempo libero negli internet-caffè o in giro per la città piuttosto che dedicarsi alla cura di questi animali.

Ma è il pomeriggio di un nuovo giorno, 3, 2, 1, via, si aprono le gabbie...

giovedì 5 marzo 2009

Habemus casa

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Da due settimane abbiamo una casa qui a Cochabamba. Non che prima vivessimo in strada, sarebbe stata un po’ estrema come esperienza di servizio civile.. Vivevamo in una chiesa.

Ad essere precisi, nella casa parrocchiale di Condebamba. Nell’umile periferia di Cochabamba, un chiesa bianchissima e due preti grandiosi, un giardino con la frutta, una cucina grande e la mitica Irene cuoca. Molta gente in giro a diverse ore del giorno e anche della notte. Nessun party, cari miei, piuttosto molte storie e bisogni in cerca di soluzione e soddisfazione.

Per circa tre mesi, quando raccontavo che vivevo in una chiesa, amici e sconosciuti mi facevano quella faccia lì. Quella che ti dice che, insomma, chi ti sta davanti non può essere proprio sincero perché sta male fare commenti acidi su luoghi religiosi... ma che, appunto, qualcuno ci starebbe pure. Ma come, non esci? E i tuoi spazi? Ma vai a messa tutti i giorni? E se un giorno non torni o torni tardi? Quella batteria di domande che io stessa mi sono posta e che tre mesi or sono avrei fatto a mia volta.

In realtà la difficoltà più grande non stava nelle mancate uscite o nelle rinunce a chissà quale divertimento, di fatto poche e anche giustificate. La cosa più tosta, ho capito, è stato vivere dove non c’è orario per dare una mano, e neppure limite ad ascoltare. Tutto entra nella tua casa senza chiedere permesso. Storie belle e sorrisi, vicende tristi e impensabili senza distinzione. Difficile confrontarsi con tanto bisogno e solida generosità. Lo standard è alto, e la mia disponibilità, ho scoperto, fatta di una pasta più molle. Non lo dico con moralismo o chissà quale senso del peccato. Solo credo mi abbia messo molto in discussione convivere con questo mondo senza troppe pareti.

Ieri Martina è tornata a casa, quella che condividiamo io e lei nel centro della città, e mi ha inondato della vita di Condebamba. Passata di lì, ha trovato riunioni in sala, Padre Sergio – il mitico parroco di Condebamba – appresso a non so quale faccenda della sua comunità, i bimbetti fuori dalla chiesa che le danno un assalto di abbracci. In me si sono mischiati conforto e nostalgia: che serenità guardare la mia cucina con la porta chiusa, ma che perdita - di occasioni per imparare, conoscere e crescere - lasciare fuori tutta quella vita!

mercoledì 4 marzo 2009

Proposta agli sce 2009

3 commenti:
Bella l'idea che ci ha fatto conoscere Benedetta nel suo post. Perchè non facciamo una colletta tra noi SCE 2009 e facciamo fare una scritta sul muro di Ramallah del tipo:"SCE 2009 - Giordania, Bolivia, Nicaragua, Moldova, Kenya, Libano - 13 ragazzi al servizio del prossimo".

Oppure qualsiasi altra scritta.

Possiamo lanciare un concorso per chi scrive la frase piu bella da pintare sul muro....chiunque potra lasciare un post con la scritta e prima o poi decideremo quale fare...cheddite??

domenica 1 marzo 2009

Scusa? Che dici? Non ti sento...

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Una normale corsa sul tram.
Domenica, una bella giornata di sole.
Destinazione: giardino botanico.

Oggi decido di portarmi il lettore di musica visto che vado in "gita" da solo.
Salgo sul tram, timbro il biglietto e mi trovo un posto da sedere.

Alla fermata successiva entra un bambino, vestiti non adatti per il clima e molto trasandati. Comincia a pregare a voce alta, riconosco il padre nostro anche se lo recita in rumeno. Alzo un pò la musica negli auricolari.

Finita la preghiera comincia a chiedere elemosina ai viaggiatori. E' ancora lontano da me. Alzo un pò la musica.

Si avvicina a me. Alzo un pò la musica. Faccio finta di niente, guardo fuori dal finestro il paesaggio colorito da un sole spendente.

Il bambino esce dal tram. Abbasso la musica. Era troppo alta.

Arrivato alla mia destinazione mi chiedo a intermittenza per tutta la mattina il perchè della mia reazione sul tram. Spesse volte li avevo già visti che facevano elemosina sul tram, anche non solo bambini. Ma oggi ero solo e non riesco a spiegarmi il perchè della mia reazione.

Di certo non è la prima volta che vedo persone che fanno elemosina, ma di solito il contatto è breve, gli passo davanti e via. Nel tram invece condivido il viaggiare insieme. Condivido la loro umiliazione e gli insulti che a volte ricevono dai passeggeri meno pazienti.

Forse condivido anche un pizzico della loro vita, e forse è per questo che mi barrico dietro gli auricolari, con egoismo non voglio condividere quello che prova questo bambino che chiede elemosina, non voglio pensare a come è la sua vita.

Per il resto della mattina cammino e osservo le molte piante che ci sono al giardino botanico. Wow, è proprio bello il giardino botanico. Devo ritornarci prima o poi.