mercoledì 29 agosto 2018

Il tuo mondo è come il mio - cds2018 Italia

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Per il cantiere Italia, a Milano, con la grave emarginazione abbiamo deciso di indossare delle maglie disegnate da noi. 
Ciascuna maglia riportava la scritta: ”Il tuo mondo è come il mio”; scrivere nero su bianco qualcosa che non sempre riusciamo a dire: a volte mancano le occasioni, a volte il coraggio.. lasciamo così che siano le scritte, i colori e i disegni a parlare per noi. Questo è stato il nostro motto per vivere al massimo un’esperienza che ci ha messo a contatto con persone senza fissa dimora. La frase voleva esprimere il nostro desiderio di sentirci vicine alle persone che abbiamo incontrato senza innalzare barriere di alcun genere insieme alla nostra voglia di vivere dei giorni di serenità e compagnia, con spontaneità e semplicità. 

Abbiamo imparato che non è necessario fare sempre qualcosa per entrare in relazione con l’altro. Si può giocare, guardare insieme la TV, parlare oppure stare in silenzio. Il nostro intento era quello di accogliere le persone dei centri in cui abbiamo vissuto il cantiere per farli sentire guardati non come persone in difficoltà, ma come persone, non piene di mancanze ma di punti di forza. 

La relazione autentica nasce quando vengono messi da parte i pregiudizi, le pretese, le aspettative. 

Quando ci si relazione con l’altro senza maschere ne filtri, e soprattutto quando l’altro viene considerato una persona alla pari. Dall’incontro tra due persone nasce sempre  uno scambio reciproco, un dare/ricevere spontaneo, forse anche inconsapevole, che alla fine rende entrambi più ricchi. 


Grazie ancora!

Elena 

martedì 28 agosto 2018

Serbia. Le leggi del viaggio

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A Krnjača ci sono troppe persone e troppi nomi da imparare; nomi per lo più ostici alla nostra lingua, tanto da costringerci a trovare dei variegati equivalenti. Una galleria di soprannomi, dunque, è uno dei primi strumenti che abbiamo elaborato in questa settimana; una collezione di storie, di persone che si portano dietro molte e dure “leggi di viaggio”.

1: non mettersi mai in viaggio con fratelli, mogli, fidanzate, genitori.

Il Falso Teenager compare un giorno in sala computer. Alla prima richiesta di età risponde “sedici anni”, ma davanti a un bel sorriso esce dal suo guscio schivo, ammette di avere un viso da uomo e trent'anni, una moglie e due figli a casa. Non vede la sua famiglia da quattro anni; non sa quanti altri anni passeranno prima di un incontro. Dice di non aver visto crescere i suoi figli, di sentire la mancanza di un semplice contatto, anche fisico, con la sua donna, che non può toccare ormai da moltissimo tempo.

10: poter contare sull'aiuto di un amico speciale con cui si è partiti o di cui si è fatta la conoscenza durante il viaggio, e sulla cooperazione all'interno di un ristretto gruppo di persone che si affratellano.

Nell'ultima baracca in fondo al campo c'è una stanza di amici speciali. Sono in quattro, si sono conosciuti durante il viaggio, e si sono promessi di non lasciarsi mai. O partono tutti, o restano tutti: nessuno verrà lasciato indietro. Prendono questa promessa talmente sul serio che, durante l'ultimo tentativo di superare la barriera della polizia alla frontiera croata, il più veloce fra loro ha deciso di tornare indietro per non rischiare di far catturare (e picchiare) l'amico più lento.
Il ragazzo che corre in fretta si chiama Deejay: dj lo era davvero, produceva musica, e il suo account su Instagram aveva raggiunto un milione e mezzo di followers. Di famiglia benestante, pulitissimo, i modi garbati, ha dovuto prima subire la morte di due fratelli, in un attentato suicida, e poi un sequestro da parte dei talebani, di cui aveva attratto troppo l'attenzione. Gli è stato sottratto tutto: casa, proprietà, macchine, l'account da cui lanciava la sua musica. Poi i talebani gli hanno chiesto di fuggire e di non tornare più.
Così è partito, più veloce della polizia di frontiera, al punto da riuscire a scappare ai poliziotti iraniani che volevano bruciargli la spalla con un ferro da stiro, un segno di spregio per tutti i clandestini. Ha trovato un buco nel soffitto, e ha tratto in salvo anche tutti i suoi amici.

17: mantenere viva la convinzione del perché del proprio viaggio.

Per entrare in contatto con il Giornalista ci mettiamo un po' più di tempo: è un ragazzo giovane, dai modi e dalla voce delicati, di buona famiglia, quietamente introverso. Poi troviamo la chiave che sblocca il dialogo: la sua passione. Il Giornalista è scappato perché a Kabul non poteva più proseguire gli studi, che per lui sono una parte di esistenza non secondaria: “la cosa più bella dell'imparare”, ci scrive, “è che nessuno può portartelo via”. Con la sua istruzione, di qualità più alta possibile, il ragazzo vuole fare buon giornalismo: vuole cioè raccontare tutto ciò che avviene di sbagliato o di brutto, nel suo Paese o altrove, perché il mondo sappia.


Le leggi da cui abbiamo preso spunto per affiancarvi esperienze di persone realmente conosciute sono tratte da La frontiera, libro del 2015 di Alessando Leogrande. Lo scrittore riporta 28 leggi elaborate da Sinti e Dag, due rifugiati etiopi che ora vivono a Roma. I due, dopo averle sperimentate in prima persona durante il loro viaggio di migrazione, hanno deciso di appuntarle per mettere in guardia chi sarebbe partito dopo di loro.
Mancano ancora molte leggi e molte persone all'appello: l'Astrologo, Borsello, il Fashion designer, La Donna con la croce, Andrea. Forse anche a noi mancano ancora molti tasselli, molto più tempo perché i tanti spunti di riflessione si concretizzino in un'azione, in un pensiero precisi.

Colpisce, intanto, in tutti questi casi, l'enorme distanza fra ciò che queste persone erano e ciò che sono; la perdita degli anni migliori della loro vita spesi in questo viaggio; e, contro ogni nostra aspettativa, la compostezza educata del loro dolore, il riserbo discreto nel quale celano tutto il peso della loro storia.  

Giulia, Ilaria, Michela, Stefano

lunedì 27 agosto 2018

Mombasa. "Ringrazio questi occhi di essere qui"

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Ringrazio tutto ciò e chi  mi ha portato a compiere questa scelta: partire per Mombasa.
Nulla accade mai per caso.
Tutto ciò che i miei occhi hanno visto, sono stati infatti un grande regalo per me. Un dono che mi ha arricchita e fatto riflettere tanto. Sicuramente ha segnato la mia vita! Mombasa mi ha insegnato tanto: tutto.
Mombasa è ricca di persone che ti guardano, non perché sei diversa, ma perché sei un nuovo membro da accogliere nella loro grande famiglia. 
Mombasa è luce, colore, profumi e polveri che ti avvolgono appena esci di casa. 
Mombasa è forza e tenacia, quella forza che vedi tra i volti  delle persone che trasportano con le proprie forze pesi e pesi di materiale su un carretto a 2 ruote; è la forza che vedi tra gli sguardi delle donne che lavorano per strada, curano i figli e preparano pranzi per i famigliari e gli uomini che lavorano nei cantieri per le vie della città. 
Mombasa è la velocità dei Matatu e dei Tuk tuk che ci hanno trasportato ogni giorno da Tudor a Kongowea. Proprio questi viaggi per le vie strette e affollate del quartiere sono stati significativi per me e lì i miei occhi hanno visto scene particolari, toccanti, inspiegabili e  a volte scioccanti.
Quando però arrivavo al Milkong's, il grest che abbiamo organizzato nella parrocchia di Kongowea, il sorriso dei bambini mi travolgeva. La gioia che traspariva dai loro occhi, quelle manine calde e sporche che mi alzavano per salutarmi e darmi il cinque erano splendide:questo era il loro grande saluto speciale. 

Questi bambini hanno arricchito la mia Mombasa: l'hanno resa ricca di gioia, felicità, sorrisi, ingenuità e tanta spensieratezza. Quell' ingenuità che si trasforma in intelligenza e dolcezza quando mi hanno detto di non dimenticarmi mai di loro, perché per loro ero stata speciale. Come dimenticarli e non amarli. 

Tutto queste emozioni  si sono accostate a molteplici riflessioni che nascevano appena incrociavo gli sguardi dei bambini del Mali Pa Usalama, il centro protetto per bambini vittime di abusi  dove abbiamo fatto servizio durante le settimane. Le storie passate di questi piccoli, trasparivano dai loro occhi e hanno travolto completamente la mia.
Mombasa è ricca di storia, cultura e religioni: questa cultura mi ha aperto la mente e fatto riflettere tanto.
Grazie Mombasa per essere così immensa: grazie per il tuo oceano che è stato spunto di riflessioni, pensieri, confronti, risate e ricordi di queste splendide settimane. Grazie ai volontari Kenyani che hanno vissuto accanto a noi questa splendida avventura: anche loro sono stati per me  un grande regalo. Mi hanno aiutato a capire quanto lo spirito di volontariato e aiuto verso il più prossimo sia  fondamentale e possa cambiare la propria vita: anzi darle un senso. 
Se Mombasa è apparsa così splendida ai miei occhi,  è anche grazie agli occhi dei miei compagni di avventura, che sono riusciti con i loro pensieri a mostrarmi le differenze, le sintonie e tutto ciò che ci circondava in modo splendido. La vera bellezza di questo viaggio è stata la condivisione: qua siamo riusciti a conoscerci, a mostrarci per quello che siamo e per quello che valiamo. Dunque grazie Fede Greta Ile Marta Marti Sara Tommy e un grazie speciale a Chiara e Greta che sono riuscite a condurci lungo questo splendido cammino di scoperta di questa terra.




Sono sempre qua a parlare e pensare a te Africa, come un ricordo, una seconda casa. Ciò che ho visto e provato sarà indimenticabile. 
Grazie per avermi accolta e fatta sentire parte della tua immensa famiglia. 
A presto!

Emma

venerdì 24 agosto 2018

Mombasa. Karibuni

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Da due settimane il nostro equipaggio è partito.
Siamo ora in Africa, in Kenya, a Mombasa meta da noi tanto attesa quanto desiderata.
Terra che ci sta regalando tante emozioni e sorprese. Il nostro team è formato da persone che non si conoscevano, che si sono ritrovate a dover essere gruppo, a dover vivere insieme e condividere quest'avventura ma che sembrano nate apposta per questo. 
Ci sono stati momenti felici, momenti di sconforto, di stanchezza, di fatica ma soprattutto momenti di collaborazione, di attenzione reciproca, di sostegno.
Il nostro team sembra ora una pazza famiglia.
Abbiamo conosciuto la realtà dell' MPU - Centro protetto per bambini vittime di abusi - abbiamo incontrato i suoi piccoli ospiti,i loro sorrisi enormi e le loro braccia felici di stringerci forte.
Abbiamo scoperto una realtà totalmente diversa dalla nostra; camerate puzzolenti e sporche dove i bambini dormono, armadietti rotti e disordinati dove loro tengono ciò che hanno.
Siamo rimasti stupiti quando li abbiamo visti, di prima mattina, pulire insieme. Secchiate di acqua venivano rovesciate sul pavimento e poi loro chini trascinavano lo straccio per pulire il pavimento, con piccole scope di saggina raccimolavano la sporcizia e poi con le mani la raccoglievano.
Le bambine preparano il pranzo per tutti, sparecchiano, sistemano e lavano i piatti a fine pranzo.
Questa è la quotidianità, i bambini imparano a cavarsela da soli.
Abbiamo conosciuto bambini feriti dalla vita, che hanno voglia di vivere e imparare, che amano ballare.
Abbiamo incontrato la realtà del Nyumba ya wazee -Centro residenziale per anziani- gestito da suore grazie alle donazioni ricevute, luogo in cui gli anziani più bisognosi possono trascorrere la loro vecchiaia.
Ci hanno accolto mani ruvide e forti, ci hanno accolto volti segnati dagli anni, sorrisi spontanei e sguardi curiosi.
Ci siamo lasciati travolgere, ci stiamo lasciando travolgere da questa ondata di accoglienza, inaspettata e allo stesso tempo sperata.
Abbiamo incontrato alcuni giovani di Kongowea, ragazzi della nostra età, con uno stile di vita molto diverso da quello dei giovani occidentali.
Ci siamo conosciuti, ci stiamo conoscendo e sta nascendo qualcosa di meraviglioso.
Viviamo in realtà diverse, siamo diversi per molti aspetti: la lingua, il cibo, i vestiti, le case in cui abitiamo, le strade che percorriamo, il lavoro che facciamo, il modo in cui studiamo, il colore della pelle. Sono totalmente diversi da noi ma qualcosa ci lega. Loro hanno verso di noi una cura e un'attenzione sorprendente. Si preoccupano se ci vedono stanchi, distratti o annoiati. Ci siamo sentiti, ancora una volta, a casa. 
Con loro abbiamo iniziato il Milkong's Festival nella Parrocchia di Kongowea, con loro collaboriamo per programmare i giochi da proporre  ai circa 200 bambini iscritti, con loro balliamo, facciamo animazione, impariamo a mangiare con le mani, impariamo lo Swahili, con loro ridiamo e scherziamo.
Questi giovani stanno dando un valore aggiunto al nostro viaggio, si stanno mettendo in gioco, stanno collaborando con noi ed il nostro equipaggio, grazie a loro, è più forte.
Si sono fidati di noi, ci hanno dato modo di inserirci nel loro gruppo, nella loro quotidianità. 

Abbiamo scoperto che l'incontro con l'Altro è possibile grazie all'ascolto reciproco, alla pazienza, abbiamo scoperto che comporta la capacità di mettersi in gioco, di mettersi in discussione. 
Abbiamo scoperto la gioia di sentirsi accolti, di essere gruppo, di collaborare insieme. 
Abbiamo scoperto che Mombasa è colori, oceano, safari, bambini sorridenti e Chiapati, Tuk Tuk, sporcizia, traffico, piedi scalzi per terra, case in lamiera, Moschee, Templi Indu e Chiese.

Sara.





giovedì 23 agosto 2018

Moldova: un tuffo nel Medioevo tra contraddizioni e bellezza

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30 Luglio 2018 – Volovița
Moldova. 
Quasi tutti noi conosciamo il nome di questo Stato o l’aggettivo ad esso collegato “moldavo/a”, magari utilizzato proprio in riferimento a qualche colf o alla badante di qualche nostro parente o conoscente. Ma cosa vi è dietro a questo vocabolo? 
L’esperienza dei Cantieri mi ha permesso di andare oltre la superficie e oltre gli stereotipi correnti, troppo semplicistici e semplificatori, per immergermi e penetrare in un contesto sociale ricco e complesso, ma anche contraddittorio. Ricco di culture, presenti e passate, di cui ancora si vedono le tracce: a Chișinău, la capitale moldava, block sovietici coesistono con le tradizionali casette basse ed edifici fatiscenti fanno da contraltare a ville e chiese maestose. Quest’ultime, anch’esse divise e facenti capo a due Credo differenti ed indici di un’influenza rumena ed una russa, presenti con tutte le loro problematiche. I cartelli pubblicitari e le insegne sono inoltre scritti in rumeno e a carattere cirillico. 
Ciò che apparentemente può sembrare un’accozzaglia di culture, istituzioni e lingue è in realtà uno zibaldone ricco di fascino, che mi ha conquistata sin dal primo giorno. Ricordo il momento esatto ho sentito di trovarmi all’ingresso di un una realtà nuova e avente molto da raccontarmi: mi trovavo sull’auto che dall’aeroporto mi stava conducendo nel cuore di Chișinău e al limitare della città ho scorto due edifici maestosi e simmetrici al lato della strada, le cosiddette “porte della città”. 
Mi sono parse pronte ad accogliermi, con il loro aspetto così simile alle “Vele” di Scampia, e cariche di promesse.

30 Luglio 2018 – Volovița
La mia esperienza in Moldova ha avuto luogo in particolare in due villaggi, Volovița e Florițoaia Veche. Entrambe realtà molto piccole, isolate e povere ma pronte e desiderose di accogliere me e il gruppo di cui ho fatto parte, e di raccontarsi. Villaggi isolati dunque, ma caratterizzati da tanto calore umano. Quel calore umano e quell’umanità che nella vita di tutti i giorni sento che vengono a mancare; giocoforza la frenesia, la cieca focalizzazione sui propri bisogni e obiettivi e un contesto globale, frammentato e competitivo come quello in cui viviamo.

Eppure Volovița e Florițoaia Veche, nella loro povertà e sottosviluppo più estremi, mi hanno ricordato il significato dell’essere accolti e quello della parola speranza. Speranza, che ho letto negli occhi dei bambini ma anche dei Părinți di riferimento delle comunità, impegnati a conoscere e riconoscere ogni persona nella propria singolarità e a conservare quel legame sociale tra persone e tra persone e territorio, credendo fermamente che questa sia la sola chiave per andare avanti. Sono partita con l’idea di accogliere i bambini e le persone che avrei incontrato; invece ho sperimentato l’essere io stessa accolta. Accolta dai miei compagni di avventura, i volontari italiani e quelli moldavi, accolta dalla comunità, con sorrisi e con l’immancabile vino fatto in casa, conservato in bottiglie di plastica. Accolta anche dai bambini, nella loro semplicità. Per loro tutto è un gioco. Non importa da dove tu venga o il tuo status socio economico; loro non si pongono domande di troppo ma accolgono con il loro desiderio di vita e la loro più pura loro vivacità. 
I bimbi, loro si che mi sono entrati nel cuore insieme all’insegnamento che mi hanno trasmesso: basta poco, basta ricordarsi della Meraviglia e di meravigliarsi, basta la bellezza per salvare questo mondo. La domanda che dunque mi è sorta spontanea è stata: “chi accoglie chi?”

3 Agosto 2018 – Volovița
Pochi giorni fa, ho assistito ad una scena che mi ha fatto riflettere. Mi trovavo in una macelleria con la mia famiglia per acquistare la carne in vista della tipica grigliata di Ferragosto. C’era in coda una mamma con un bambino che avrà avuto 4/5 anni che piangeva poiché il papà si era allontanato. In quel momento, ho realizzato che in due settimane in Moldova non ho mai sentito un bambino piangere, se non al momento dei saluti. Da un lato reputo ciò una cosa molto bella, ma dall’altro penso sia davvero strano che bimbi anche molto piccoli non abbiano mai pianto. Ritengo dunque che essi siano temprati dalla vita, che debbano imparare a cavarsela e ad essere autonomi.. così come Asia, bimba di 8 anni che doveva prendersi cura del fratellino più piccolo poiché i genitori sono in Italia e loro a Volovița con i nonni. Lei mi ha insegnato a lavare gli indumenti a mano, cosa fuori dal mio mondo, e nonostante la sua forza e schiettezza, mi ha trasmesso l’idea di una bimba senza il diritto di essere bimba. 
Tutto ciò è il villaggio, ma lo sono anche i pozzi, le tipiche casette azzurre, le galline che pascolano libere e le capre legate agli alberi sul ciglio della strada per le corna, i crocifissi in stile ortodosso presenti a quasi ogni incrocio e lo è anche il giro che ho fatto su un carretto cigolante trainato da un cavallo, insieme al Părinte di Florițoaia Veche e ai miei compagni di viaggio. Tutto questo è la vita di villaggio; è un ritorno indietro nel tempo, è riscoperta.

2 Agosto 2018 – Volovița
In conclusione, sono partita per la Moldova curiosa, desiderosa di incontrare, scoprire, turbarmi, meravigliarmi, riflettere e scoprirmi. Nel mio cuore non c’era spazio per la paura; lasciarmi andare alle emozioni non è stato dunque difficile. Piena, ricca di gioia, sorrisi, colori: ecco come sono tornata a casa. È con tanta voglia di raccontare, certo. Una cosa l’ho imparata: l’importanza e la bellezza del fidarsi. Ho imparato a fidarmi dei bambini, del carretto fatiscente con cui ho percorso strade accidentate in mezzo alla natura più incontaminata, dei miei compagni di viaggio e ho così riscoperto come solo riponendo fiducia nell’altro si può costruire qualcosa di davvero bello, qualcosa da cui partire, qualcosa con cui costruire la vita. 


15 Agosto 2018
Lidia Biondi



mercoledì 22 agosto 2018

Mombasa. In viaggio verso la vittoria!

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Giorno: 17 agosto 2018 partenza prevista ore 14:00, partenza africana 17:00 (ormai non ci si stupisce più di nulla). 
Mezzo di trasporto : un 'pullman' del dopo guerra, che avrebbe dovuto contenere la metà dei cristiani ma in realtà ne conteneva il doppio. Ci saliamo acclamati dai nostri amici di kongowea. 
Partiamo. Prima però una preghiera per chiedere al signore di proteggerci in questo viaggio (della speranza). 
Molto 'pole pole' percorriamo la strada, e dopo numerose curve, motore che si spegne in salita (ah il freno a mano non esiste, si scende e si piazzano sassi sotto le ruote)  e  autista che si abbiocca mentre passiamo difianco ad un burrone, arriviamo vivi. Qualcuno lassù ha guardato giù. 
Ah piccola precisazione non da sottovalutare: orario d'arrivo previsto 20:00, orario d'arrivo effettivo 23:30.
Ad ogni modo, felici di essere ancora vivi, scendiamo dal bus, baciamo il terreno ma subito percepiamo qualcosa di strano.. ma quanto freddo fa?! La domanda sorge spontanea: siamo sicuri di essere ancora in Africa?! 
Ci avviamo verso il gate di ingresso, iniziamo le procedure di registrazione ed entriamo. Veniamo spediti nella hall dove i nostri amici iniziano a provare per la competizione del giorno seguente. (Ah particolare non da sottovalutare, è ormai l'1:30 di notte). Alle 2:00 siamo finalmente nel dormitorio, e che dormitorio... Letti a castello scassati che per salirci metterebbero alla prova anche il più bravo equilibrista, materassi con pulci, ciabatte abbandonate sotto i letti e catini ovunque. Nonostante tutto il sonno ha la meglio, cerchiamo di evitare attacchi di insetti con il nostro fedele compagno BioKill, ci infiliamo nel sacco a pelo e, bardati come delle mummie, prendiamo sonno. 
Ora 5:30 suona la sveglia. Ci concediamo una doccia gelata per svegliarci, ci infiliamo in vestiti pesanti e iniziamo la giornata. La nostra presenza non passa inosservata, 10 wasungo in una marea di kenyani.
Il tempo trascorre in armonia, tra risate e applausi, tifi sfegatati e striscioni. Non ci sentiamo e nemmeno ci considerano come 10 volontari italiani, ma anche noi ormai siamo i rgazzi di Kongowea. Finiscono entrambe le competizioni, sia di drama, che di canto e inizia l'attesa per il verdetto. 
Nel frattempo perché non ballare un po' ?! Che strano, qui non si balla mai! (Sono ironica ovviamente. In kenya la gente passa più tempo ad ascoltare musica e a ballare che a mangiare.) 
Noi italiani di Kongowea veniamo chiamati sul palco e iniziamo a izzare la folla con i nostri balli di gruppo. Subito i nostri amici ci seguono a ruota. Un momento indimenticabile. I sorrisi dei ragazzi, i mille occhi puntati addosso. Persone provenienti da tutto il distretto di Mombasa vedono per la prima volta nella loro vita 10 wasungo ballare insieme a 40 kenyani di kongowea. Il pubblico è in delirio. Iniziano a farci foto e video che probabilmente finiranno su tutti i social africani.
Ore 21:00 il verdetto è pronto! Si inizia con la calssifica per la gara canto. Risultato buono ma nulla di eclatante. Ora tocca alla classifica del drama e, rullo di tamburi, portiamo a casa : 
1 primo premio categoria play
2 premio per il miglior attore
3 primo premio categoria single 
4 secondo premio  categoria narrative
5 premio per il miglior decanato
Siamo ai Nazionali!!!! 
Malindi arriviamo!

Federica


martedì 21 agosto 2018

Serbia. Cronache da Krnjača

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"Homo quisque faber ipsae fortunae suae".
Dopo 2 settimane di attività nel campo profughi di Krnjača, questa espressione latina continua a rimbombarmi in testa.
Ogni uomo è artefice del proprio destino. Fino a dove arriva la veridicità di questa affermazione?
Sicuramente raggiunge me, giovane lavoratrice italiana con una vita piena di tutte le libertà a cui la maggior parte del mondo occidentale è abituato, e i miei compagni di viaggio, che hanno la possibilità di inseguire i propri sogni in altre città italiane ed europee.
Purtroppo però si ferma alle porte d'Europa, dove profughi provenienti da diverse parti del mondo aspettano con pazienza infinita che qualcosa si sblocchi. A loro non è concesso di costruirsi un destino, pare che non siano meritevoli di un simile privilegio. Loro non possono costruire perchè impossibilitati da forze maggiori, perchè se vivi per mesi o addirittura anni in un campo profughi aspettando (non qualcosa, ma che qualcosa succeda) puoi avere solo sogni, i mezzi per realizzarli non esistono. O meglio, esistono eccome, ma tu non puoi usufruirne perchè qualcun altro te lo impedisce, perchè qualcuno si permette senza alcun diritto di rubarti il posto improvvisandosi artefice del tuo destino. Fino a dove quindi arriva la libertà di un uomo? Fino a dove posso immischiarmi nel destino altrui decidendo quando e come fermarlo? Chi stabilisce che io, cittadine italiana, senza essermi meritata una tale libertà possa costruirmi il mio futuro e che i miei coetanei afghani, iraniani, pakistani, palestinesi e siriani non possano farlo?
Tra poche ore ritorneremo in Italia, alla nostra solita vita, la nostra sì che è una pacchia! Ma Reza e la sua famiglia rimarranno qui, così come tantissimi altri. Come è possibile chiudere gli occhi e dormire sonni tranquilli?

Com'è difficile talvolta accettare di essere testimoni impotenti delle ingiustizie del mondo!
Quanto è difficile dover accettare di non poter fare di più di ciò che si sta già facendo!
Eppure il cambiamento parte dalle piccole cose.
In queste due settimane non abbiamo fatto nulla di speciale, o almeno così ci sembra, ma qualcosa è cambiato a Krnjača: in un luogo di dignitosa desolazione dove bivacca un'umanità sofferente e in perenne attesa, la vita ha ripreso nuovo vigore specialmente per le donne.
Donne per cui il matrimonio e l'essere madre non sempre sono una libera scelta; donne velate e svelate; donne per cui i figli sono eternamente il loro orgoglio e la loro angoscia.
Donne che solitamente rimanevano chiuse nella loro baracca per paura o semplicemente per apatia, a poco a poco hanno cominciato a prendere parte alla vita del campo, ognuna a modo suo.
Come la mamma di A. che ogni giorno partecipava alla gioia dei suoi figli guardandoli giocare dalla finestra della sua stanza e talvolta consigliandoci dei giochi. Come N. una signora afghana che dopo un po' di titubanza ha preso coraggio e si è buttata nella mischia a giocare con i bambini, senza curarsi troppo del suo velo colorato che cadeva o della sua età. Come la madre di J. che l'ultimo giorno ha portato per la prima volta il figlio a giocare assieme agli altri bambini, lasciandosi alle spalle la paura che potesse essere deriso o discriminato e guardandolo, forse per la prima volta, come un bambino normale.
Donne a cui è stata ridata dignità e libertà semplicemente attraverso un trattamento di bellezza casereccio.
Molto probabilmente queste persone si dimenticheranno presto di noi, dei nostri volti, ma spero che in loro rimanga vivo il ricordo di quei momenti di gioia; di quella sensazione di libertà, leggerezza e spensieratezza provata durante questi giorni.


Una storia ordinaria che ha come protagonisti 4 giovani ragazzi pakistani Z, J, A e M, che hanno abbandonato il loro paese, dove la loro esistenza era in pericolo.
Quattro amici da una vita, accomunati dalle stesse passioni: musica e sport, ma anche dalla stessa vita agiata nella loro città.
Accomunati dallo stesso viaggio e difficoltà: un anno attraverso diversi luoghi come l'Iran, le prigioni turche, i confini greci e il breve passaggio in Macedonia, fino ad arrivare qui in Serbia, bloccati.
Non hanno una meta ben precisa. Forse l'Italia, forse la Francia. Raccontano che l'unica cosa per loro importante è stare insieme, come all'inizio del loro viaggio. Non importa dove finiranno, se i loro sogni si realizzeranno; "they are my family". 

Il Sig. R. ....in Iran era un docente universitario, ma qui al campo di Krnjača chi è?
Durante il giorno lo si vede vagare fra le baracche del campo con lo sguardo perso in chissà quale ricordo o pensiero. Al campo vive da solo, non sappiamo se in Iran aveva o ha una famiglia o perchè sia fuggito. Ma al campo gli è stata data un'occasione per tornare ad essere il Professor R.
In una stanzetta della baracca 16, dove agli adulti è concesso uno spazio tutto loro in cui possono fare lavoretti manuali, corsi di lingue o semplicemente giocare a backgammon, il professor R. tiene un corso di calligrafia, la sua passione.
In quei momenti si illumina di nuovo. Scherza con i suoi studenti, li ammonisce se non hanno fatto i compiti a casa e si rivolge a loro chiamandoli "mister" o "miss" come se fosse tornato dietro la sua cattedra.
Il pennarello scorre sulla lavagna guidato da mani ferme e sicure e lo sguardo sia anima di una gioia che sembrava persa.
Si dice che il lavoro nobilita l'uomo, di sicuro permette ad un uomo la possibilità di fare quello che lo appassiona; è uno strumento per ridargli la dignità di essere umano.





Serbia4: Michela, Marianna, Benedetta e Stefano

domenica 19 agosto 2018

Serbia. Nella bolla di sapone

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Come una bolla di sapone. Dopo una settimana di lavoro, adesso che abbiamo avuto del tempo per fermarci e mettere in ordine domande e pensieri, il campo di Bogovadja ci appare proprio così: come una bolla isolata dal resto del mondo, dove anche il tempo scorre in modo diverso. Infatti, a dominare lo scorrere del tempo è l’attesa
Qui tutti attendono qualcosa, chi un visto, chi l’esito di un processo, chi l’occasione giusta per passare una frontiera, e così via. Ma tutti attendono, con la vita che nel frattempo è come congelata, in “pausa”, con la speranza di poter premere “play” prima o poi, magari in Europa.
A Bogovadja si incrociano tanti sguardi e si ascoltano tante storie: c’è qualcuno che cerca di raggiungere il papà, qualcun altro che vuole andare da suo fratello e altri ancora che viaggiano con tutta la famiglia. Tutti fermi ad aspettare.

E’ questa miscela di desideri e storie immersa in un luogo disperso nei boschi della Serbia dove il tempo sembra bloccato a lasciare addosso una sensazione di inquietudine a chiunque passi da Bogovadja, anche soltanto per qualche ora. Perché il campo è bello, immerso nel verde, spazioso, dove i bambini possono giocare, ma… Ma qualcosa non torna. Ogni giornata è identica a quella precedente, scandita dall’attesa.

Tutti fermi ad aspettare.
Intanto c’è persino chi nasce, chi compie gli anni e tra un po’ andrà all’asilo, ma intorno… Tutti fermi ad aspettare.
E ogni volta che una frontiera si chiude, o un visto viene negato, a Bogovadja il tempo rallenta.
Ed è qui che poco a poco iniziamo a intuire il perché del piccolo servizio che ci è chiesto. Perchè le giornate di Dina non saranno tutte uguali se domani potrà fare un nuovo braccialetto con le perline, e quelle di Noman saranno un po’ diverse se settimana prossima potrà giocare il torneo di pallavolo con i suoi compagni… E’ così che, ogni tanto, a Bogovadja il tempo ricomincia a scorrere, anche se per poco.

Claudia, Fabio, Francesco, Giulia, Silvia

(Serbia3)

martedì 14 agosto 2018

Serbia. I Viaggi

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I viaggi non sono stati mai facili come oggi. Paesi prima lontani ed irragiungibili sono ora vicinissimi; culture sconosciute e tenebrose diventano limpide e celebri. In poche ore possiamo attraversare oceani e continenti interi rimanendo seduti sul sedile di un aereo, di un treno o di una automobile. La fatica e gli investimenti di denaro e di tempo che i nostri antenati impiegavano per compiere brevi tratti, vengono oggi drasticamente diminuiti. Possiamo andare dovunque: Australia, Sud Africa, Cile, Stati Uniti, Cuba, Iran, Afghanistan, India; basta semplicemente puntare il dito su un mappamondo roteante ed in breve tempo, con una spesa variabile, possiamo essere nel paese indicato. Non abbiamo ancora la capacità di teletrasportarci ma poco ci manca.


C’è chi viaggia per lavoro, chi per divertimento e chi per turismo; c’è chi sceglie l’aereo, chi la nave, chi il treno e chi, più tradizionalmente, sceglie un’automobile, magari quella degli altri, come due ragazzi conosciuti nella nostra breve visita a Belgrado, partiti da Verona con il sogno di raggiungere il Nepal in autostop. Un viaggio lunghissimo, pieno di insidie ma anche di incontri irresistibili e di posti magnifici da visitare e vivere. Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Bulgaria, Turchia, Georgia, Armenia, Azerbajgian, Iran, Afghanistan, Pakistan, India e, infine, il tanto agognato Nepal. Un itinerario affascinante da compiere in circa 4 o 5 mesi. Un sogno, il loro, decisamente a portata di mano: basta avere voglia, costanza e tenacia. Un sogno che potrebbe incontrare un intralcio nella burocrazia pakistana che, per rilasciare un visto d’ingresso nel paese, richiederebbe un invito da parte di una persona residente all’interno del paese. Una problematica non da poco, incomprensibile per chi come noi è abituato a viaggiare senza alcun tipo di ostacoli. Non temete, sembrerebbe che questa insidia possa essere aggirata per mezzo dell’intervento della nostra ambasciata, abbastanza influente nella zona.
Anche scegliendo l’autostop, quindi, possiamo visitare centinaia di culture e paesi diversi, potendo così viaggiare per conoscere il mondo nelle sue mille sfaccettature.

Eppure, la realtà del campo profughi di Bogovada ci ha insegnato che non è sempre così semplice. Meglio, è facile per noi, occidentali, viaggiare verso le terre del medio oriente mentre non è certamente semplice per le popolazioni medio – orientali viaggiare verso l’Europa. Nel campo ci sono circa 160 persone: la maggior parte di loro sono iraniani ed afghani; ci sono famiglie, single – men ed anche minori non accompagnati. Ognuno di loro ha deciso di viaggiare verso occidente. Gli iraniani, mediamente più ricchi, grazie ai favori del governo serbo nei loro confronti (non viene richiesto alcun visto d’ingresso), hanno optato per un biglietto aereo diretto verso Belgrado; gli afghani, più poveri, hanno invece attraversato gli stessi territori dei nostri amici autostoppisti, più o meno con le stesse modalità, con la differenza di essere fermati, trattenuti, in ogni singolo territorio da loro attraversato. Tempo del percorso fino in Serbia? Dai 7 ai 12 mesi.
Sono due viaggi difficili ed impervi che richiedono molta pazienza e un ingente investimento economico da parte delle famiglie che partono o che foraggiano il viaggio. Oggi, chi in aereo, chi a piedi, si sono ritrovati insieme nella tappa Serba, forse l’ultima fermata prima del sogno Europa. Il loro sogno, il sogno di garantire a sé stessi o ai loro figli un futuro più dignitoso e sereno, ora è stato bloccato, reso quasi impossibile da quelle frontiere, cioè da quelle linee immaginarie che dividono diversi territori ma che così come sono concepite, creano disparità e sofferenza.

Questo breve testo è il risultato di una riflessione, più lunga e dibattuta, sorta all’interno del nostro gruppo di volontari, l’ultimo giorno, appena prima di prendere il nostro aereo che facilmente ci avrebbe riportato in Italia. Riflessione che vi lasciamo in eredità: perché noi si e loro no?


Serbia 2
Filippo, Giovanna, Stefania, Margherita, Federico


domenica 12 agosto 2018

Georgia. Confessione di 3 cantieristi 🇬🇪

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12 Agosto 2018, ultimo giorno di cantiere in Georgia

Come è giusto, è il momento di fare le presentazioni:

Fabrizio



31 anni. Residente a Londra.

Paola



 24 anni. Residente a Milano.

Antonello



29 anni. Residente a Milano.


Il cantiere è stato scandito da quotidiani momenti di riflessione sul lavoro fatto, sugli incontri che abbiamo avuto e sulla giornata passata, sempre declinando il tutto sul tema dell' "Accogliere, Integrare, Proteggere, Promuovere".

Ogni giorno bisogna considerare sempre il fatto che, teoricamente, ci aspettiamo di essere noi ad accogliere (i beneficiari della casa di accoglienza, i bambini dell'oratorio estivo...), ma in realtà siamo noi ad essere accolti.
Dunque la domanda ci sorge spontanea: chi accoglie chi? Tutto si esaurisce nel cantiere?
Basta scavare un poco nel vissuto di ognuno di noi per accorgerci che le cose sono un po' più complicate di quanto non sembrino:

  • Fabrizio. 31 anni. Residente a Londra. Nato in Italia. Italiano. Immigrato
  • Paola. 24 anni. Residente a Milano. Nata in Colombia. Italiana. Considerata immigrata
  • Antonello. 29 anni. Residente a Milano. Nato a Milano. Italiano. Figlio di meridionali immigrati


In misura diversa, e in tempi diversi, la nostra storia ripercorre la corsa all'identificazione dello straniero: dai picchetti e i manifesti "non si affitta a meridionali", alla necessità della definizione di una identità italiana, fino alle ultime pulsioni scatenate dalla Brexit.

In sintesi, definire chi sia straniero e chi no, capire in che modo accogliere chi parte, chi arriva e chi si sente straniero e isolato nella propria nazione, sono questioni molto complesse. 

Citando don Tonino Bello "Non spetta a me farlo, spetta alle istituzioni: però io ho posto un segno di condivisione che alla gente deve indicare traiettorie nuove; che deve insinuare qualche scrupolo, come un sassolino della scarpa".

Questo può forse bastare, accorgersi che nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa.

Antonello, Fabrizio, Paola.

PS come tutti avranno notato, il post è scritto in font Georgia. Micascemi noi.

martedì 7 agosto 2018

Moldova. Vicini ma lontani: wi-fi gratuito ma acqua dai pozzi

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Prima settimana
Dopo una breve visita a Chisinau, ci siamo diretti al nostro primo villaggio, Volovița. Parola chiave: ADATTAMENTO! Doccia sotto le stelle e bagni da urlo... e che urlo! Però la tecnologia avanza... scuola con Wi-Fi ma acqua presa dai pozzi, lavagne multimediali ma strade sterrate, bambini con l'overboard ma bagni senza fognature.
Siamo stati catapultati in una realtà contraddittoria dove i bambini hanno gli ultimi modelli dei telefoni, ma vestiti e scarpe vecchi e rovinati.
Cellulari di ultima generazione, certo, ma necessari per mantenere i contatti con i genitori "ahi noi" troppo lontani, che spesso si trovano in Italia o in Russia per lavoro.
Ma sospendiamo il giudizio e dedichiamoci ai ragazzi!
La nostra tabăra con i bambini é stata ricca di sorrisi, gioia e divertimento... ma che fatica!
Abbiamo organizzato attività come "jocul mare, "atelier de creație" e soprattutto la mitica "scenetta" (da pronunciarsi: sssssciennèèètttta) insieme ai nostri compagni moldavi.


L'incontro con i nostri coetanei è stato molto intenso e ci ha fatto prendere coscienza su diverse tematiche. Ascoltiamo tutti la stessa musica (la Trap russa però no), abbiamo gli stessi idoli, e condividiamo gli stessi sogni: viaggiare, scoprire, realizzarsi...
Sono ragazzi che crescono con la consapevolezza che nel loro paese non ci sia futuro per loro e che quindi si sacrificano quotidianamente per crearsi, per vivere come vorrebbero, per sentirsi ed essere liberi.


To be continued alla prossima tabăra...

domenica 5 agosto 2018

Serbia. Tempo di ricordarsi

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Il Tempo.
Il tempo corre veloce, tra studio, lavoro, hobby, scadenze, competizioni costanti in un mondo, quello che viviamo noi in Italia, che sembra non voglia mai fermarsi. Il tasto pausa talvolta sembra non esistere.
Il Tempo.
Il tempo cammina lento a Bogovadja per gli ospiti del campo di transito. Un tempo scandito dai pasti, dalle sigarette, dai tentativi di pensare ad altro che non sia il futuro, forse nemmeno il passato, magari partecipando a qualche attività che stiamo proponendo noi volontari assieme agli operatori.
Il Tempo.
Senza vie di mezzo si passa dall'assenza alla totalità del Tempo, da una società a un'altra. Così, senza vie di mezzo, si passa da un mondo a un altro: da un mondo di possibilità, opportunità, scelte a uno in cui la scelta è una: andarsene, lasciare tutto e affidarsi. "Tutti i musulmani inseriscono Dio all'interno delle frasi" mi dice J., padre solo, con suo figlio dodicenne.
Affidarsi. Speranza.
In un mondo in cui le nostre vite sono precisamente calcolate e pianificate al dettaglio, con progetti a lunga, lunghissima data , affidarsi è ormai qualcosa di antico, lasciato ai ricordi di qualche anziano. Il tempo vuoto è un diamante raro.
Al campo il tempo è una lenta tortura. È l'appiattimento, è l'incertezza, la stanchezza, ti ruba più energie di una giornata di duro lavoro.
Il tempo.
Contrasti:in  un mondo che sembra globalizzarsi sempre più, che sembra sempre più essere Uno, esistono mondi così vicini, ma troppo lontani.
Speranza.
Ci sveglieremo forse un giorno e se avremo un pò di tempo, ci ricorderemo di restare umani. Di essere umani, tutti.

Serbia 2

sabato 4 agosto 2018

Georgia. Un cantiere per salvare il mondo? 🇬🇪

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No.
O meglio... quando ci hanno confermato la partenza per il cantiere destinazione Georgia, abbiamo avuto la tentazione di pensare di salvare il mondo, o, quanto meno, il sud del Caucaso! 😅

Noi siamo in una casa d'accoglienza per persone con problemi d'alcolismo e le nostre giornate  sono caratterizzate da differenti attività: dalle pulizie domestiche, preparazione pasti, lavaggio, fino a lavori di manutenzione della casa.

La realtà che ora stiamo vivendo ci fa capire che noi non siamo venuti a salvare qualcuno ma è il nostro essere qui con l' Altro che rende preziosa la nostra esperienza. 

La salvezza è salvarCI con l'Altro

Ma per farlo occorre levare tutti i pregiudizi/filtri che ognuno di noi ha.
... un po' come levare la vernice vecchia da una inferriata arrugginita.



 << Per incontrare davvero l'altro è necessario esser capaci di scrostare quella vernice indelebile con cui abbiamo dipinto i nostri sentimenti. >>

Antonello, Paola e Fabrizio

giovedì 2 agosto 2018

Georgia. Flashmob alternativo 🇬🇪

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.... Ci vorreppe Beppe che ci desse un la..un b, un c ( frase di Fabrizio)

Che cos'è il FLASHMOB Per il gruppo Georgia?

  • Gente che non si conosce 
  • Gente che si trova a chilometri di distanza
  • Gente che non parla la stessa lingua
  • Gente che non sente la musica  ( immaginate di sentire questa canzone
MA... 

Gente che balla in tempi diversi, in luoghi diversi, lo stesso ballo!
Date un'occhiata al video


Questo è solo il nostro piccolo contributo, con l'aiuto dei nostri amici georgiani,per la realizzazione di un flahmob video che possa farvi sorridere!
Noi stiamo condividendo il nostro viaggio!
#sharejourney

Antonello, Fabrizio e Paola
(Se il tag non dovesse funzionare, noi siamo il Cantiere Georgia 💪🏼🇬🇪)

mercoledì 1 agosto 2018

Serbia. Bogovadja refugee camp_week 2

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Tornare a casa è un miscuglio tumultuoso di emozioni, immagini e pensieri.
Il tempo al campo ci ha donato nuove consapevolezze dettate dall'aver vissuto una situazione estrema e assolutamente fuori dalla nostra logica.
Forse, adesso, il rischio potrebbe essere quello di  chiuderci al mondo in cui viviamo perché troppo ingiusto ai nostri occhi. Invece non vogliamo rassegnarci al fatto che nulla possa cambiare o vivere nella disillusione del "per quanto mi possa impegnare le cose non possono migliorare grazie a me". Vogliamo che la rabbia del vedere negata una casa e una vita degna a migliaia di persone imprigionate in campi profughi si trasformi per noi in volontà di testimoniare, raccontare, dire la verità.
Desideriamo che la mancata possibilità di andare in una scuola aperta all'integrazione si trasformi in incoraggiamento ad educare i giovani di oggi alla bellezza dell'incontro, che la tristezza suscitata dalla storia di solitudine di V. diventi  un incentivo alla valorizzazione delle relazioni profonde che spesso diamo per scontate.
Vogliamo che il mettersi in viaggio con qualche sacchetto e nulla di più sia esempio per noi a cui sembra di non avere mai abbastanza, che l'attesa perenne in cui vivono i profughi nel campo di Bogovadja sia stimolo a sviluppare l'arte della pazienza quando la frenesia della nostra quotidianità tende a farci volete tutto e subito.
Vogliamo, ancora, che il dolore di chi vede costruire un muro invalicabile davanti al proprio futuro si trasformi per noi in impegno costante e implacabile nella difesa di un mondo che mai vede l'altro come ostacolo e sempre si propone di promuovere accoglienza e solidarietà.
Con forza e cuore vogliamo che la morte di una piccola bimba al campo sia un urlo capace di scuotere in profondità le coscienze di chi con troppa facilità trova nella vulnerabilità dei migranti un trampolino di lancio per accuse, razzismo e individuazione di un capro espiatorio.
La politica è troppo egoista quando pensa di risolvere i problemi di pochi. È insieme all'umanità che si va avanti.


Martina, Milena, Sofia, Matteo
(Serbia 1)