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giovedì 23 agosto 2018

Nairobi. L'arte di dare abbracci

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Il mio cantiere è fatto di incontri.
Quelli che ogni sera condividevamo ad alta voce intorno al tavolo di casa.
Sono tanti, troppi incontri, per poterli condividere tutti in un unico post, soprattutto quando si cerca di dare a ognuno il giusto peso. Ogni ragazzo di Cafasso, ogni persona di Kahawa e ogni detenuto della YCTC mi ha dato qualcosa che cercherò di conservare per il futuro.
Ho scelto perciò di raccontare di due incontri simbolici con due ragazzi che, in modo diametralmente opposto, sono entrati prepotentemente nei miei ricordi.

Kenya. Nairobi County. Kamiti Prison. YCTC.
Ho conosciuto I. il primo giorno in cui siamo entrati allo Youth Correctional Training Centre di Nairobi, il carcere minorile maschile dove due volte a settimana Giacomo e Alice svolgono il loro servizio. Quando lo vedo per la prima volta, I. mi fa quasi paura. Ha sedici, massimo diciassette anni, e mi si avvicina con lo sguardo furbo. Cerca subito il contatto fisico mentre io mi ritraggo: non sono ancora pronta per lasciarlo entrare nel mio spazio personale. Indossa dei jeans lisi e una canottiera bianca, simbolo del fatto che è ancora in attesa di giudizio, altrimenti avrebbe addosso una divisa. Ai piedi ha delle orribili ciabatte di plastica con solo il pollice coperto. Ciabatte che vedo ovunque ai piedi di chiunque.
Lo saluto con un sorriso e gli dico Habari?, cioè “Come stai?”, e poi mi scanso, mettendomi in un angolo del campo da calcio in attesa che inizi la partita. Vorrei essere più gentile e più espansiva, ma entrare in un carcere minorile maschile con più di cinquanta ragazzi è uscire decisamente dalla mia comfort zone.
I ragazzi che mi guardano incuriositi sono adolescenti, ma il loro sguardo, come lo sguardo di I., è quello di uomini già fatti e finiti. Provo a parlare con due o tre ragazzi in divisa blu e che fanno parte della mia squadra, ma uno mi chiama muzungu (bianca), fa un commento sul mio corpo e m’innervosisco. Non dovrei prendermela, è umano e siamo tra le prime ragazze – bianche – con cui questi ragazzi entrano in contatto; eppure non riesco a sentirmi a mio agio.
Scelgo di giocare a calcio perché so che per me è il modo più facile per interagire con un branco di adolescenti puzzolenti con gli ormoni su di giri. Io e I. siamo in squadre diverse. Io ho la maglietta, lui no. Io sono libera, lui è ancora in attesa di giudizio. Lui sorride, io sono nervosa. Mi sorride ancora e mi incoraggia con il pollice in su. Sorrido anch’io e cerco di non pensare alla paura, ma solo alla voglia di esserci e di non fare schifo a calcio. Il secondo proposito non è semplice. Mentre giochiamo, capita più volte che I. e io ci tiriamo delle spallate. Nessuno dei due ha dei piedi fini, ma entrambi non abbiamo paura del contatto. Probabilmente ho ancora il segno di una delle volte in cui mi ha tirato una gomitata per rubarmi la palla.
Finita la partita ci sediamo sul prato. Non ho più paura di lui dopo quelle spallate. Mi chiede se in Italia ci sono le zebre e se il sistema carcerario italiano è simile a quello keniano. Non so cosa rispondere all’ultima domanda, quindi ripiego sulla gastronomia. Mi chiede dei miei sogni e quanto costano le mie scarpe. Thirty euros?!, esclama basito. Per lui sono una somma di denaro con cui rifarsi tutto il guardaroba.
Sul prato abbiamo iniziato a conoscerci e a parlare. Sempre a distanza, io seduta da una parte e lui di fronte. Non ha mai più provato ad abbracciarmi e per questo riusciamo a chiacchierare di tutto. Glisso sempre sulle domande troppo personali, evito di chiedergli del suo passato, ma lui si apre e mi racconta tante cose, soprattutto di sua mamma. Chissà se tutto quello che mi ha raccontato sia vero. In quel momento per me è la verità e mi basta.
Alla fine del primo giorno lo saluto con una fraterna stretta di mano.
Lunedì 13. Non dimenticherò gli occhi lucidi e impazienti di I. quando viene chiamato da una guardia. Mi guarda e mi dice che deve andare dal giudice. Abbraccia Alice e mi saluta con la mano. Mi viene un groppo in gola e mi chiedo come facciano i servizio-civilisti a trattenere le lacrime ogni volta. Potrei non vedere più I. e parlare con lui di religione e chapati. Oppure potrei vederlo con la divisa blu, e quindi sapere che è stato processato per un crimine che effettivamente ha commesso. Non so cosa augurarmi, ma soprattutto non so cosa augurare a lui. Il carcere non si dovrebbe mai augurare a nessuno, ma penso che quattro mesi alla YCTC potranno forse portarlo a Cafasso e a  rimettersi in sesto. Non lo conosco abbastanza bene, ma mi piace pensare che si meriti anche lui una seconda possibilità. A Cafasso d’altronde si dice che there is no saint without a past nor a sinner without a future.



Mi è bastato quel primo giorno per affezionarmi a lui e per riconoscere il suo volto in mezzo a quelli dei tanti altri ragazzi che aspettano di sapere se indosseranno la divisa blu o se verranno rispediti nei loro fatiscenti quartieri in cui è difficile essere santi. Vederlo partire per l’ignoto ha sollevato in me più interrogativi che risposte e ho maturato sentimenti agrodolci, misti a un pizzico di saudade. Auguro a I. che la vita sia un po’ più buona con lui, a prescindere dalla sentenza, mentre un altro ragazzo mi riporta alla realtà del prato dentro la YCTC.
Ripensando a quella prima impressione, non avrei mai pensato che sarebbe stata questione di un attimo riconoscere il volto sorridente di I. tra le divise blu il giovedì dopo e che sarei andata io, per prima, ad abbracciarlo.

Kenya. Nairobi County. Kamiti Prison. St Joseph Cafasso Consolation House.
K. è un ragazzone ben piazzato, alto (ma questo vuol dire ben poco visto quanto sono bassa) e con uno sguardo vispo. Ha un senso dell’umorismo e un mondo dentro più grandi di quanto intuisco dai suoi lunghi silenzi. Con K. ho parlato per la prima volta dopo due settimane di cantiere e mi pento di non aver passato più tempo con lui.
Si è aperto con me lentamente, ma mi piace pensare che l’abbia fatto proprio perché volesse e non fosse costretto. Lui e N., piccolino nei suoi sedici anni, sono simili in questo. A inizio cantiere stavano appena sulla porta quando noi arrivavamo, troppo timidi o troppo orgogliosi per sedersi vicino a noi. Scappavano via subito per svolgere i loro duties: K. con le mie amate mucche e N. in cucina. 
Siamo diventati amici giocando in silenzio a carte, pronunciando in swahili a mezza voce i quattro semi. Sia ringraziata mia nonna che mi ha messo in mano un mazzo di carte prima ancora che imparassi a leggere!



K. fa braccialetti e sembra mio cugino, eccetto che per il colore della pelle. È un diciottenne fondamentalmente buono (goodness è la parola che gli ho scritto sul braccio l’ultimo giorno) e meno “paperottolo” di quello che vorrei ammettere. Se esiste una cosa su cui continuo ad arrovellarmi, è come sia possibile che un ragazzo come lui possa essere andato in carcere. Come lui, ma anche come N., NJ., M. e tutti gli altri ragazzi di Cafasso. K. con la divisa blu mi sembra stonare più del crème caramel con i cetriolini. Come può essere stato possibile?
K. sta quasi sempre in silenzio, ma, quando non è presente, la sua assenza entra nella sala comune e la fa da padrona. K., il nostro italiano onorario, mi manca anche ora nel silenzio della mia camera perché questo silenzio non è paragonabile a quello che condividevamo mentre spannocchiavamo al sole di mezzogiorno.
K. sono certa che trarrà giovamento da Cafasso e che avrà una seconda possibilità coi fiocchi. Se la merita davvero. Sebbene io non conosca il suo passato e non conoscerò il suo futuro, so che è proprio un bravo ragazzone di campagna che merita il meglio della vita. Da lui ho imparato lezioni per la vita che vanno al di là di mungere le mucche e fare braccialetti di perline un po’ pacchiani. Mi ha insegnato ad avvicinarmi a qualcuno senza bisogno di parole e a stare in ascolto nel silenzio, anche se io sono logorroica.
Non dimenticherò il tuo abbraccio, l’ultimo giorno, quando mi hai detto di tua spontanea volontà I will miss you. Quattro parole e un abbraccio che avranno per sempre un posto nei miei ricordi.
Asante sana, uomo pelato. 



Silvia Brambilla

lunedì 11 agosto 2014

LIBANO: day by day, tabbouleh by tabbouleh

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Eccoci qui!

Visti gli svariati problemi tecnico-informatici e le mille cose da fare,
siamo qui a scrivervi e a raccontarvi della nostra prima settimana di cantieri appena trascorsa.


Da sx a dx, Martina-Federico ( quello con tanti capelli)- Rubina- Elena- Erica- Mariairene-
Valentina- Anna- Michela- Francesca- Chiara






Chi vi scrive nei prossimi post è Mariairene
una delle 10 ( più il valido omaccione ) cantieriste 2014 in Libano.








venerdì 8 agosto 2014

NICA CDS 2014 Mega arrivo

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... Uscire dall'aeroporto, accompagnati da stanchezza e tanto sonno, tutto completamente svanito dopo aver trovato facce amiche in una mega accoglienza che subito ci ha fatto percepire il calore nicaraguense! (calore in tutti i sensi) 


Chitarra, cappelli, colori, bandiere, abbracci, urla di felicità... questo è quello che ci ha travolto nell'aeroporto di Managua tra gli sguardi incuriositi dei presenti.

 

Arrivati a Linda Vista- Las Brisas , abbiamo subito avvertito l'ospitalità di una grande famiglia... ci siamo sentiti a CASA! Nonostante la stanchezza eravamo pronti a osservarci attorno, a captare i suoni che provenivano dalla calle.




Giunti a Nueva Vida ci siamo spostati sulla Trece e abbiamo scoperto che tutti gli autobus sono vecchi scuolabus gialli americani che qui vengono utilizzati per il trasporto cittadino. Saliti sulla Trece in effetti ci si sente un po' come uno studente che deve ancora imparare tutto... il primo giorno in Nicaragua come il primo giorno di scuola! Perchè guardando fuori dal finestrino tutto è nuovo, tutto da imparare.

Ogni strada, nome, colore, ogni volto è da scoprire... perchè dietro di esso si nasconde un sorriso, la forza e la voglia di ricostruire e migliorarsi.










Insomma tanta voglia di mettersi in gioco, ricominciare.
E perchè non farlo anche noi? Siamo pronti all'avventura.

El color de final de la noche
me pregunta dònde fui a parar, dònde estàs
que esto sòlo se vive un vez
dònde fuiste a parar, dònde estàs

Nica cantieristi