lunedì 24 settembre 2018

Fuoripista inaspettato: il Libano.

Nessun commento:
Durante il corso della vita potresti ritrovarti a dover inseguire [anziché seguire] il percorso che ti eri configurato. Quando questa cosa succede ti rendi conto che la vita le studia tutte pur di portarti fuori strada e riposizionarti sulla giusta direzione. Capita a me, anche con questo Cantiere.

L'istinto diceva Libano, la testa Sud America.

Bisognerebbe imparare a fidarsi di più dell'istinto perché per lo meno per quanto mi riguarda, le cose più belle capitate durante questa estate -in particolar modo questo viaggio e il suo conseguente ritorno- gliele devo tutte.

Tre settimane, otto ragazze, quattro coordinatori.
Destinazione: Beirut.

Un cantiere di città, così la definisco io. Un centro storico ed una corniche nuovi -praticamente intatti- in costante e continua evoluzione; una città immensa, fatta di cemento su cemento (strade, ponti, palazzoni), automobili e cartelloni pubblicitari.



Due cose mi colpiscono: l'incuria e la densità abitativa per km² [a dir la verità questo aspetto si ridimensiona di parecchio dopo aver vissuto Shatila, il campo formale palestinese collocato ai margini della città e nascosto da un muro].
Una sola invece mi disorienta: Beirut non attribuisce significato a quello che noi definiamo 'Memoria Storica'. I libanesi preferiscono abbattere e poi ricostruire pur di cancellare i segni di che cosa è stata la guerra. Piuttosto che ricordare sceglie di privarsi della sua identità non capendo che, più continua ad aspirare all'occidente, più si svuota, più si perde.

Dalla città-cantiere al cantiere vero e proprio, quello fatto di persone -donne migranti o rifugiate, per violenza domestica o per guerra; etiopi, siriane, irachene o palestinesi- e di bambini, grandi e piccoli. Negli shelter -comunità d'accoglienza gestite da Caritas- ai campi profughi formali -Shatila ad esempio, gestiti dall'Unrwa- o informali -come quello di Tel Abbas, gestito da volontari italiani di Operazione Colomba.

In ognuno di questi posti abbiamo visto e vissuto storie; ci siamo fermati ad ascoltare e poi a riflettere. Abbiamo cercato di capire che cosa significa la parola guerra guardando negli occhi le persone che da questa sono fuggiti -per non morire- [Da Tel Abbas la Siria dista soltanto 5 km.] abbinandola poi al concetto di casa che, così come per i siriani o i palestinesi, fa sempre rima con ospitalità e cordialità, e per questo motivo -non importa quanto io possieda o non possieda- tu, oggi, perché sei qui, vieni prima di me.



Ma soprattutto abbiamo cercato di portare un po' di leggerezza e di spensieratezza nei vissuti di tutte le persone che abbiamo incontrato, improvvisandoci per l'occasione esperte di qualsiasi cosa: dall'handcraft allo yoga passando per la cucina ed il canto.
I momenti migliori però rimangono quelli in lingua araba, perché non puoi sempre rispondere che l'arabo non lo capisci, il tuo grado di maturità sta' anche in questo, nell'assecondare comunque lo sfogo di una donna nella sua lingua...la bellezza viene dopo, quando sul suo volto vedi il sollievo e nella tua testa speri di non aver acconsentito al disastro del secolo =) !
E poi ci sono i bambini. Con loro è tutto più facile in primis la lingua, in un attimo si comunica in italiano e tu dall'altra parte riscopri quanto divertenti possano essere quelle quattro insignificanti parole che una volta ben assimilate continueranno a ripeterti all'infinito: "Marcondirondirondello!!".
Ahhh, quanti bei sorrisi abbiamo visto su quei volti: anche alle 7 del mattino, quando ti piacerebbe continuare a dormire un altro po' ma il "Bishbaaaaaah" di Shilane è peggio di una sveglia puntata alle h 5!

E potrei continuare a scriverne di questo Libano, di tutti i posti visitati, del mare bianco, dei 50 gradi di Tripoli, dell'hummus e de 'l'agliata' etc etc...ma è giusto anche fermarsi e lasciare a cuore e testa il loro ricordo. La bellezza del ritorno è soprattutto questa Non dimenticare di ... Facendo qualcosa per, un po' come quella cosa del Costruiamo ponti e non muri.

Chiudo con la citazione d'apertura di Valerio Nicolosi al suo libro (R)esistenze [una bella scoperta del Ritorno]:
"Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni." K. Marx
Un sentito ringraziamento alle mie compagne di viaggio e coordinatori: senza di Voi non sarebbe stato bello e vero così come è stato. 




 #sentitilibanadi
Mary L. 




lunedì 17 settembre 2018

Ho svuotato la valigia ma la testa non ancora

Nessun commento:
Ore 17:17, salgo sul treno per tornare dall'università. Cammino in cerca di un posto e lo trovo. Mi siedo. Di fianco a me una ragazza, ha tante treccina, vestiti colorati e ciabatte africane ricoperte di perline. 
Ecco di colpo il cuore mi si stringe e tutti i sintomi affiorano. Vi chiederete, i sintomi di che cosa? Del mal d'Africa.
Ho sempre sentito parlare del mal d'Africa ma non ci ho mai creduto. 
Pensavo 'come si può provare nostalgia per un posto che non ti appartiene?'
E invece no, l'Africa ti entra dentro, si prende tutto: testa, occhi, olfatto, pensieri, udito, anima, cuore. Si prende tutto e ti stravolge. 
Hai sempre avuto una tua visione del mondo? Tranquilla, quando tornerai non sarà più la stessa.
L'Africa ti cambia, un cambiamento brusco, repentino. Fa tutto senza che tu te ne accorga. 
La mattina ti svegli con la nostalgia dei sorrisi spontanei, degli occhioni grandi che ti guardano per andare a giocare, delle manine che ti afferrano come a dire 'ora sei mia', dei canti, dei balli, dei saluti, degli abbracci...

Quando sei per strada percepisci una strana sensazione, ti senti quasi a disagio perché cerchi gli sguardi di benvenuto, cerchi le strade sgarrupate, i matatu colorati, i tuktuk, i baracchini che vendono chips di manioca, mani che si agitano in segno di saluto e invece trovi solo persone con musi lunghi che camminano affannati a testa bassa, strade grigie e ordinate, persone che si lamentano per banalità e vetrine scintillanti. 

Tutte le cose che prima ti sembravano le più importanti, ora non lo sono più. 
Tutte le volte che ti stai per arrabbiare ti fermi a pensare e ti chiedi 'ma ne vale davvero la pena?' 
Tutte le cose che prima ti sembravano scontate ora le vedi sotto un'altra luce, ne riesci a percepire l'importanza. Impari ad apprezzare le piccole cose come lo svegliarsi la mattina e avere l'acqua in casa, poter fare una doccia calda, avere una cameretta tutta tua, avere un frigo pieno di cibo, prendere il treno e avere la strabenedetta fortuna di andare a scuola e studiare. Perché sì, noi ci lamentiamo degli esami, delle lezioni, ma ci sono ragazzi che farebbero carte false per andare a scuola. 
Nasce quindi in te un desiderio di fare le cose fatte bene, di studiare bene, di fare i compiti bene, di ascoltare bene, di mangiare bene senza sprecare nulla, di fare tutto bene perché sei fortunata, perché tu puoi studiare, perché tu hai un frigo sempre pieno, perché tu sei nata in un paese dove puoi avere tutto (o quasi) e quindi hai l'obbligo di fare le cose fatte bene. Ti senti in dovere di fare tutto bene.

L'Africa ti insegna a vivere con il tempo e non a vivere per il tempo. Impari che se una cosa non arriva subito, se hai fede arriverà. Impari a credere nel destino, a prendere le cose così come vengono. Impari che il bicchiere non è mai mezzo vuoto ma è sempre mezzo pieno o pieno e anche se è vuoto, non preoccuparti, c'è sempre una visione positiva. 
Ti insegna la pazienza, il riconoscimento, il rispetto per i tempi altrui. Ti insegna che cos’è la dignità.


Ormai sono passate quasi tre settimane dal mio ritorno in patria, le canzoni africane sono diventate la colonna sonora delle mie giornate, e le foto dei miei bambini e dei miei ragazzi hanno invaso camera mia. I ricordi incominciano a sfumare, ma le sensazioni, alcuni odori e suoni sono indelebili. A volte succede che la testa parta e vada in Africa o che la nostalgia mi invada all’improvviso, mentre sono impegnata a fare tutt’altro. Poi però penso che non devo farmi sopraffare da queste sensazioni ma cercare di assimilarle, elaborarle e farle diventare il mio punto di forza. Devo cercare di prendere tutti gli insegnamenti e il bene che ho ricevuto da questo magnifico continente e moltiplicarlo perché come mi disse una mia amica:
il ritorno porta addosso mal di testa e mal d’anima, porta un po’ di questi sorrisi, di quei canti e di quei balli, di ciò che hai visto e imparato anche qui da noi’

Ora vi saluto che sono giunta alla mia fermata. 
Nakutamani Afrika.

Federica

giovedì 13 settembre 2018

Moldova - Bosnia: racconto di un'esperienza

Nessun commento:
Le emozioni e le impressioni di Dorina (volontaria sedicenne dell’associazione Misiunea Socială "Diaconia", Moldova) circa le due settimane di avventura e scoperta della Bosnia Erzegovina.

Otto volontari moldavi hanno avuto la possibilità di vivere due settimane di scambio in Bosnia ospiti delle associazioni locali Youth for Peace e Ivan Pavao II, due realtà impegnate nel dialogo interreligioso e nella ricostruzione post conflitto
Per questi otto volontari l`esperienza ha rappresentato diversi primi e nuovi incontri e scoperte: prima volta in un paese straniero, primo approccio con diversi credi religiosi... 
La complessità del paese con la sua storia, le testimonianze ascoltate, i luoghi visitati ed il volontariato svolto con i migranti e i ragazzi dell’orfanotrofio a Banja Luka hanno contribuito a rendere ”l’esperienza sconvolgente” come dice la stessa Dorina nell’articolo sotto riportato.


Un'esperienza sconvolgente, che in pratica ci ha cambiati tutti. La semplicità, la bellezza, le emozioni provate, le persone diverse incontrate, il divertimento, il dramma della guerra che abbiamo conosciuto, queste parole non riescono a descrivere quello che abbiamo vissuto nel corso della nostra esperienza in Bosnia e Herzegovina. 

Religione, una parola così semplice ma che allo stesso tempo racchiude così tanti significati, luoghi religiosi affascinanti e sorprendenti, diversi gli uni dagli altri, persone appartenenti a credi differenti ma alla fine, non conta, perchè accomunate tutte dalla fede in un solo Dio.

Uno stato non molto grande, ma con una storia ricca di avvenimenti, tra cui una tragica guerra  di cui le persone si ricordano ancora e capita che lo facciano attraverso l'ironia e l'umorismo nero.
Uomini con una storia bella e piena di eventi che riescono a guardare al futuro nonostante il passato doloroso. 

Oltre agli abitanti della Bosnia ho avuto l'opportunità di incontrare persone provenienti da altri paesi tra cui alcuni rifugiati a cui abbiamo distribuito un pranzo caldo e un bicchiere di thè svolgendo volontariato con una mensa moblie. In questa occasione  ho conosciuto per esempio un ragazzo cinese, Maks, che sta facendo il giro il mondo e che, giunto a Sarajevo, ha deciso di rendersi utile alla mensa mobile. Ciascun giorno, ciascun luogo visitato durante queste settimane ha arricchito le nostri menti e colmato le nostre lacune con molte nuove informazioni.
Durante il servizio alla mensa abbiamo chiaccherato con altri volontari meravigliosi che nonostante non  parlassero bene inglese cercavano di fare per il possibile per riuscire a comunicare con noi.
Abbiamo visitato città quali Mostar, Jaice, Banja Luka ed alcuni musei come, ad esempio, il War Childhood Museum. Mostar, famosa per il suo ponte incantevole ricostruito dopo la fine del conflitto, sotto al quale scorre un fiume che attraversa la citta’ e la città di Jaice con la sua cascata. 
Il Child War Museum ci ha emozionati con i ricordi dei bambini cresciuti durante il periodo della guerra che vengono presentati con una piccola descrizione dell'oggetto e del proprietario, descrizione che spesso non mi ha fatto trattenere le lacrime.

In queste due settimane abbiamo avuto l’opportunità di avvicinarci a molte persone, tra cui i bimbi e i ragazzi dell’orfanotrofio di Banja Luka, gli anziani del centro diurno Drevnii davvero difficili da battere a carte, vista la loro astuzia! 
Negozi, parchi, ristoranti, passeggiate, mercati… Abbiamo visitato così tanti luoghi...entusiasmo e curiosità ci hanno sempre accompagnati, Qualcuno è anche riuscito ad imparare un po’ di inglese e assieme siamo riusciti ad oltrepassare le paure che avevamo all’inizio e abbiamo scoperto cosa significhi essere una vera squadra, magari  piccola ma unita e forse siamo riusciti ad essere piu’ di una squadra… Siamo diventati una famiglia. 
Grazie di cuore a chi ci ha dato l’opportunità di vivere quest’esperienza perchè ci ha permesso di aprire il nostro sguardo e di cambiare prospettive rispetto a tanti aspetti e abbiamo imparato davvero tanto, diventando persone piu’ consapevoli e mature. Neanche il divertimento è mancato…  Dal primo all’ultimo giorno! Siamo stati accolti con amore, abbracci, parole e regali che ci siamo scambiati a vicenda
Ci mettiamo la firma che in futuro non ci faremo assolutamente scappare la possibilità di vivere un’esperienza di questo genere e siamo pronti per accoglierne una nuova in qualsiasi momento!
Nuove idee, progetti ed eventi… La voglia e il desiderio di impegnarci e di aiutare sono cresciute dentro di noi… dentro a quegli 8 piccoli esploratori circondati da persone meravigliose e piene di bellezza. 
Vogliamo ringraziare le persone che ci hanno accompagnato in quest’avventura: la nostra coordinatrice Nadia e le volontarie italiane Lisa Thibault, Faustina Yeboah, Diana Cossi!! 

Grazie Caritas!

Il bene, alla fine, torna sempre indietro e la fatica viene sempre ripagata!

mercoledì 12 settembre 2018

Il vero tesoro del Libano

Nessun commento:

Viaggio sulle tracce del Lebanon Mountain Trail, il primo sentiero di montagna ad attraversare il Libano da nord a sud.



Il Libano nasconde un tesoro, incastonato tra la costa mediterranea ricoperta di edifici ad ovest e i verdi campi della valle della Beqaa ad est. È un tesoro fatto di profonde valli, montagne dai pendii lievi e dalle cime per lo più arrotondate, frutteti ricoperti di fiori in primavera e carichi di frutta d’estate, foreste sempreverdi di pini, abeti e rari cedri, monasteri e luoghi di culto,  villaggi più o meno sperduti e gente ospitale. Uno scrigno pieno di bellezza ed ancora incontaminato, in una terra che, se lo sguardo si limita alla fascia costiera dove le più grandi città sorgono, Beirut in primis tutta protesa verso il mare, sembra aver subito pesantemente gli effetti più nefasti della modernizzazione: edilizia selvaggia, cementificazione, inquinamento dell’aria e delle acque, traffico selvaggio, plastica ovunque. Un tesoro che si può scoprire solo zaino in spalla, se ci si lascia alle spalle l’autostrada sempre ingorgata che collega le città della costa da nord a sud e ci si inoltra in una delle tante valli che tagliano le montagne in direzione ovest-est, un tesoro che si può conoscere a fondo solo se si è disposti ad abbandonare i tempi frenetici della città ed adottare i tempi lenti ma costanti del passo di montagna.  






L’idea stessa del Libano, d'altronde, viene dalla montagna. Il Monte Libano è il cuore del paese, ne costituisce l’essenza profonda, almeno geograficamente e storicamente. Laban erano le montagne che si stagliavano al cielo a pochi chilometri dalla costa mediterranea, montagne ricche di fiumi, acqua e neve durante l’inverno. “Laban” perché questa parola, usata oggi in arabo per riferirsi allo yogurt, veicolava  l’idea di bianchezza e perciò bene descriveva quelle cime ricoperte di neve, la loro unicità in una regione povera d’acqua. Laban è diventato Lubnan, ed ha dato il nome alla catena montuosa stessa, il Monte Libano. Proprio da una parte di questa regione montagnosa, secoli dopo, nacque la prima idea di Libano, quando nel 1861 le potenze europee decisero che un’entità autonoma doveva essere creata all'interno dell’impero Ottomano in pieno declino per proteggere le comunità cristiane che vivevano nell'aerea. Con l’inizio del mandato francese, sessantanni dopo, il “piccolo Libano” essenzialmente montuoso fu allargato notevolmente, inglobando i territori circostanti e le comunità che vi vivevano. Veniva così creato il “Grande Libano” e la demografia ne usciva completamente mutata, non più un’entità a grande maggioranza cristiana, ma un paese pluriconfessionale che inglobava cristiani di diverse confessioni, musulmani sciiti e sunniti, drusi. Anni di guerra civile e ingenti ondate migratorie - prima da sud (Palestina) e più recentemente da Nord ed Est (Siria) - hanno complicato ulteriormente il panorama sociale ed antropologico di un paese dalla sua nascita fragile, ed alterato quell'equilibrio demografico teorico tra musulmani e cristiani su cui si basa tuttora il sistema politico libanese. 



Differenza territoriale tra il "Piccolo Libano" creato nel 1861 (in verde scuro) ed i confini del Libano attuale nati con il mandato francese (in azzurro). 



Malgrado l’allargamento avvenuto con il mandato francese, che ha dato al Libano i suoi confini attuali, il Monte Libano continua a costituire la spina dorsale del paese. Esso si estende da nord a sud per circa 170 chilometri, dividendo la fascia costiera dove sorgono le città libanesi più importanti – Beirut, Tripoli, Tiro e Sidone – dalla Beqaa, larga valle pianeggiante prevalentemente agricola e rinomata per i suoi vini (grazie ai mille metri d'altitudine a cui si estende),  limitata a ovest dal Monte Libano stesso e ad est dalla catena montuosa dell’Anti-Libano. Il Monte Libano è formato da montagne prevalentemente tondeggianti e poco scoscese, che partono basse vicino al mare per poi crescere verso l’interno, superando i duemila metri ed arrivando a toccare i tremila nella zona più settentrionale della catena. Qurnat el Sawda, con i suoi 3093 metri, ne è la cima più alta.



Afqa, sorgente del fiume Nahr Ibrahim.



Addentrarsi nel Monte Libano, soprattutto nelle sue zone più remote, è come entrare in un mondo differente, a volte sembra quasi di cambiare paese, eppure ci si è spostati di poche decine di chilometri dalla costa. L’aria diventa pulita, i rumori svaniscono, la natura prende di nuovo il sopravvento sul cemento. Le persone ti accolgono calorose e desiderose di scambiare due chiacchiere, ti offrono quello che hanno, invitandoti ad entrare nella loro casa, per pranzo o per cena, insistono affinché tu ti fermi a dormire. Il Monte Libano è un tesoro sconosciuto ai più che visitano il Libano, ai turisti che si limitano alle mete più famose, passando frettolosamente in macchina per fare qualche foto ai famosi Cedri di Dio, ma proseguendo poi oltre verso Baalbek o scendendo di nuovo verso il mare. Eppure, esso rappresenta la vera meraviglia del Libano, una grande ricchezza da promuovere e proteggere.







Da qualche anno esiste un’associazione che ha deciso di valorizzare questa tesoro, creando il primo sentiero di trekking che percorre tutto il Monte Libano da nord a sud, attraversando così longitudinalmente anche gran parte del paese. La Lebanon Mountain Trail Association, nata grazie ad un progetto di ECODIT ed i finanziamenti dell’Agenzia Americana per lo Sviluppo (USAID), è stata infatti  creata nel 2007  con l’obiettivo di incentivare il turismo sostenibile in Libano e di mostrare e proteggere le bellezze naturali ed il patrimonio culturale di questo paese. Il risultato tangibile di questo progetto è stato la creazione, in soli due anni, del Lebanon Mountain Trail, un sentiero di montagna lungo 470 chilometri che unisce l’estremo nord del paese alle al suo estremo sud, passando per più di 70 paesi di montagna e snodandosi ad altitudini comprese tra i 600 ed i 2000 metri dal livello del mare. 



Tracciato del Lebanon Mountain Trail, dalla sua primissima tappa nel nord del paese a pochi chilometri dalla Siria, Andqet, all'ultima nell'estremo sud, Marjaayoun, a una decina di chilometri dal confine israeliano.



Il Lebanon Mountain Trail è diviso in 27 sezioni, ognuna delle quali unisce due delle 28 tappe in cui esso è suddiviso. Ogni sezione varia in difficoltà e lunghezza, con dislivelli che vanno dai 500 ai 1200 metri e con lunghezze che variano dai 10 ai 20/25 chilometri. Il sentiero inizia nell’Akkar, la regione più a nord del Libano, partendo dalla cittadina di Qubayat (anche se ora una sezione numero 0 è stata creata prima di Qubayat, dal villaggio di Andqet). Il lungo tracciato si snoda verso sud con una lieve flessione verso ovest, attraversando zone remote fino ad arrivare alla valle della Qadisha, famosa per i suoi monasteri che da secoli ospitano comunità monastiche cristiane. Il sentiero sfiora i famosi Cedri di Dio e poi continua verso sud, addentrandosi nella regione centrale del Libano – Il Monte Libano politico – ed attraversando villaggi cristiani e musulmani fino ad arrivare nello Chouf, la regione meridionale della catena montuosa, rifugio storico della comunità drusa. Il sentiero prosegue poi nell'estremo sud del paese, zona prevalentemente sciita, fino a terminare nella cittadina di Marjaayoun, a una decina di chilometri dal confine con Israele (per percorrere quest’ultimo tratto, gli stranieri devono chiedere l’autorizzazione all'esercito libanese).   



Valle della Qadisha vista da Bsharre. 



Grazie al Lebanon Mountain Trail è possibile avere una visione tutta nuova del Libano. Esso permette di scoprire le sue bellezze naturali nascoste, di annusarne i profumi, ascoltarne i rumori, contemplarne i colori. In primavera, le valli e i pendii del Monte Libano si riempiono di fiori, si colorano di un verde acceso, l’acqua abbondante rende la natura florida e rigogliosa. Da nord a sud, il Monte Libano è zona di frutteti ed il percorso spesso ci passa attraverso, si cammina tra distese di meli o ciliegi in fiore, coltivati sui terrazzamenti costruiti sopra i lievi pendii di queste montagne. Le ginestre e le margherite colorano i prati, mentre le api ronzano e volano operose da un fiore all'altro.  Lungo il cammino, non è raro incontrare arnie dove esse vengono allevate.


















Andando verso l’estate, gli stessi frutteti si caricano di frutta, ad agosto gli alberi sono carichi di mele rosse e verdi, i rami si piegano sotto il loro peso. In altre zone, le conifere sempreverdi si stagliano verso il cielo, soprattutto abeti e pini, più rari i famosi cedri del Libano, che a causa del proprio legno pregiato hanno subito gli effetti nefasti di secoli di deforestazione ed oggi sono presenti soprattutto in aree protette, come la riserva naturale dello Chouf, quella di Tannourine o i famosi Cedri di Dio vicino a Bsharre.  









La riserva dei Cedri di Dio di Bcharre vista dall'alto. In essa si trovano i cedri più antichi del Libano. In altre riserve, più recenti ma anche più estese, si sta procedendo con una lenta opera di riforestazione. Nella riserva dello Chouf, è addirittura possibile "adottare" un cedro.




Eppure, il Lebanon Mountain Trail non permette solo di scoprire le bellezze nascoste del Libano. Percorrerlo significa avvicinarsi al Libano stesso, comprendere meglio la varietà culturale, religiosa e confessionale che caratterizza questo paese, è un modo per entrare in contatto diretto con questa pluralità, fonte di ricchezza ma inevitabilmente anche di contrasti. Con i suoi 470 chilometri, il percorso attraversa numerosi villaggi, alcuni grandi e popolati, altri piccoli ed isolati, lungo il cammino si incontrano musulmani, cristiani, drusi, ci si imbatte in chiese, moschee, monasteri e santuari. Le persone sono sempre felici di scambiare due chiacchiere, ed ogni incontro permette di comprendere meglio la complessità di questo paese, di aggiungere un tassello alla propria comprensione. 



Santuario di Nabi Ayyoub - vicino alla cittadina di Niha, nello Chouf -  luogo sacro per la comunità drusa. 





Chiesa di Saint Shallita, vicino a Qubayat 




Gli incontri, d'altronde, costituiscono forse la vera ricchezza per chi decide di intraprendere il Lebanon Mountain Trail, parzialmente o per intero. Attraverso i sentieri di montagna, lungo le strade agricole sterrate che spesso il percorso segue, si incontra un popolo che, lontano dalla frenesia anonima della città, si riscopre nella sua ospitalità più autentica. Non c’è stata una volta, tra le varie in cui ci siamo cimentati in una o più tappe di questo lungo percorso, in cui qualcuno non ci abbia stupito con un’accoglienza calorosa, un gesto gentile, un invito. 

Sulla strada da Maaser el-Chouf a Niha – nello Chouf, la parte meridionale del Monte Libano – abbiamo incrociato un signore che trasportava due borse cariche di fichi sul dorso di un asino. Lui ci ha fatto cenno di avvicinarsi, senza parlare ha preso una manciata di fichi e ce li ha offerti, dicendoci poi di prenderne quanti volessimo. Noi, con i nostri schemi mentali, pensavamo volesse venderceli, invece era solo un gesto di cortesia gratuita, che ci ha fatto cominciare il trekking con un sorriso.  

Tra Qubayat e Teshaa – dalla parte opposta, nell'estremo nord – i coltivatori di mele hanno fatto lo stesso, invitandoci a raccoglierne quante volessimo direttamente dall'albero. Un signore simpatico, dalla pancia sporgente, il fiatone per la salita appena fatta ed il fucile a tracolla, ci ha invitato a prendere mele e noci, “questo è tutto vostro,” ha detto indicando gli alberi che crescevano sul suo terreno, ha rivolto lo stesso invito a due macchine che passavano lungo la strada, poi ci ha chiesto ripetutamente se volevamo cenare o dormire a casa sua. Poco prima, un pastore dagli occhi chiari e l’accento poco comprensibile aveva fatto lo stesso, invitandoci a dormire nella sua dimora tra i pascoli. La sera prima a Qubayat George – il proprietario di un bel campeggio con bungalow in pietra, il Jabalna Ecolodge – ci aveva invitato a cena con famiglia ed amici, con loro avevamo mangiato e bevuto in abbondanza: mutabbal, kebbe di carne cruda, tabbule e carne di maiale alla griglia, il tutto accompagnato da numerosi bicchieri di araq. Il giorno dopo a Teshaa, piccolo paesino sperduto tra le montagne dove siamo arrivati al tramonto dopo parecchie ore di camminata, le persone ci hanno accolto sorprese ma ospitali, più famiglie ci hanno invitato ad entrare a prendere un caffè, mentre i bambini del paese ci hanno riempito di domande, offrendosi di accompagnarci a vedere una sorgente poco distante. 






Tra le strade di montagna spesso abbiamo fatto l’autostop, per tornare al paese dove avevamo lasciato la macchina la mattina stessa. A caricarci più di una volta sono stati ragazzi siriani, che passavano con camioncini da lavoro o con macchine mezze scassate, e spesso allungavano il proprio tragitto pur di portarci dove dovevamo andare, felici di aiutarci. Sulla strada tra Afqa e Aqqoura si è fermata una macchina con a bordo un uomo e una donna, anch'essi siriani. Malgrado fossimo cinque, hanno insistito affinché salissimo tutti, una di noi si è trovata sulle gambe della donna seduta sul sedile davanti. La coppia, loquace e simpatica, ci ha accompagnato alla macchina e poi ci ha invitato ripetutamente a prendere un caffè nella loro casa. Abbiamo così conosciuto la loro famiglia ed ascoltato le loro storie, il caffè si è trasformato in una cena abbondante e deliziosa preparata in fretta per gli ospiti inattesi, abbiamo passato con loro diverse ore e li abbiamo salutati solo a notte inoltrata. 

Ogni volta che ci siamo incamminati tra le cime del Monte Libano, esso ci ha riservato qualche sorpresa. Lungo il Lebanon Mountain Trail ogni tappa nasconde infatti piccoli o grandi tesori, ogni camminata riserva un incontro. Sulle sue tracce si riscopre tutta la bellezza del Libano, e si riesce finalmente a capire perché i libanesi siano così innamorati della propria terra. 

Pochi giorni fa, passeggiando tra i meleti carichi di frutti, mi sono tornate alla mente le parole di un libro da poco iniziato in cui il protagonista, un uomo libanese in esilio volontario in Francia a causa della guerra civile, ricorda con nostalgia l’odore della propria infanzia, della propria terra. Una terra fertile ed ospitale, ricca di odori, colori e sapori da scoprire e storie da ascoltare, se si è disposti a mettersi lo zaino in spalla ed incominciare a camminare. 

“Durante la sua lunga permanenza in Francia [Karim] sognava le mele del Libano, il loro profumo si mischiava a quello del caffè, e lui inalava l’odore della sua infanzia. […] La fragranza delle mele si mischiava con il profumo dei chicchi di caffè nelle mani di suo padre il farmacista, che ordinava ai due figli di mangiare una mela alle cinque del pomeriggio, perché le mele del Libano sono meglio di una medicina. […] Là,  in quella lontana città francese, Karim provò per la prima volta il dolore di un profumo che scompare. Tentò di raccontare a Bernadette dell’odore delle mele e dei chicchi di caffè, ma si trovò incapace di descriverlo, come descrivere un profumo a una persona che non l’ha mai sentito, che non l'ha mai annusato?"
[Sinalcol, Elias Khoury]



Dove sono finiti i sogni di Beirut?

Nessun commento:

Dove sono finiti i sogni di Beirut?

E’ la domanda che riecheggia nelle nostre teste, dopo che incontriamo un rifugiato o una migrante in questa città, piena di interrogativi irrisolti.
A questa domanda dà risposta Majdi, allenatore della squadra femminile di basket di ragazze palestinesi che abitano nel campo di Shatila, “Real Palestine Youth F.C.”,  ci dice che i ragazzi al campo palestinese non hanno sogni perché il loro destino è miseramente segnato da quei pochi, umili e sottopagati lavori che hanno il permesso di fare.
In Libano infatti i palestinesi hanno pesanti restrizioni lavorative, che permettono loro di  lavorare solo in 20 tipi di professioni. Non è concesso loro esercitare alcuna professione che preveda l’iscrizione ad un albo, nonostante non sia negato loro l’accesso all’università e quindi il conseguimento di una laurea.
In questo contesto l'impegno di Majdi come allenatore assume ancora più importanza, poiché dà a queste ragazze una passione, un modo di realizzarsi e svagarsi e una possibilità di aprirsi sul mondo, grazie a tornei internazionali.

Lo stesso vale per i profughi siriani, noi ne abbiamo incontrati alcuni al campo di Tel Abbas, i quali si trovano in condizioni lavorative molto simili a quelle dei palestinesi. Sono fortunati se trovano lavoro nei campi e prima iniziano a lavorare meglio è per tutta la famiglia. A ciò si aggiunge l’astio  dei Libanesi che spesso accusano i siriani di sottrarre loro il lavoro poiché disposti ad accettare salari più bassi.
I loro figli crescono già disillusi, con poche speranze per il futuro e pochi ricordi della terra che hanno lasciato, ma con tanta energia, come ogni bambino, che troppo spesso sfocia in violenza incontrollata se non si dà loro qualcosa di bello per cui valga la pena faticare.

Vista da uno dei centri 


I bambini che abbiamo incontrato quest'estate nei centri cosa potranno sognare oltre quei cancelli che guardano con occhi grandi e innocenti?
Chiediamo a Peter, un bambino del centro cosa vuole fare da grande e non ci sa rispondere, dopo essere incalzato con proposte di lavori fantasmagorici quali lo speaker radiofonico, l’astronauta,
il calciatore ci dice: “l’impiegato e stare davanti al computer”.
Stanno tagliando la fantasia a un bambino di 9 anni, o forse la normalità è per lui il sogno più grande.
Per tutte le persone che abbiamo incontrato la normalità è il sogno, ma sembra ancora lontano.
Non possiamo che ripeterci le parole di Ben Harper: “You have a right to your dreams and don’t be denied believe in a better way”.

Giò, Molly, Cla, Giuly, Mary, Michè, Vero, Sos

giovedì 6 settembre 2018

Ricordi di Moldova

Nessun commento:

Quando ho saputo che sarei partito per la Moldova ero molto scettico, vedevo i nomi delle altre destinazioni dei Cantieri di Caritas: Kenya, Bolivia, Haiti, nomi certamente esotici che generalmente si crede abbiano bisogno degli aiuti maggiori, e pensavo “Cos’è la Moldova? Cosa ci vado a fare lì?”. Nonostante le perplessità iniziali, il colloquio con Sergio, le giornate di formazione e i racconti delle nostre coordinatrici sul posto, Faustina e Lisa, hanno fatto crescere in me l’interesse verso questo campo e, con il senno di poi, a ragione.

La parola d’ordine di queste 2 settimane è stata ADATTAMENTO: con i miei compagni di viaggio ci siamo ritrovati in una realtà, quella dei villaggi, tanto interessante quanto complessa e contraddittoria. Se da un lato le strade sono per la quasi totalità sterrate e piene di buche, la gente si muove con cavalli e carretti, i bagni non hanno le fognature, l’acqua viene ancora presa dai pozzi e si fa fatica ad arrivare a “fine mese”; dall'altro, però, le scuole sono dotate di Wi-Fi e a volte di lavagne multimediali, e i bambini, seppur con vestiti e scarpe consumati, hanno gli ultimi modelli smartphone, che purtroppo sono necessari per mantenere i contatti con i genitori molto spesso lontani per lavoro in Italia o in Russia.

Ma andiamo ai fatti. 2 settimane passate nei villaggi di Voloviţa e Floriţoaia Veche, durante le quali la nostra attività principale prevedeva al mattino l’organizzazione di giochi, balli, scenette e lavoretti con i bambini, mentre nel pomeriggio, dei lavori socialmente utili alla comunità del villaggio come pulire la chiesa o andare ad assistere gli anziani con qualche lavoro in casa.
Il campo con i bambini è stato ricco di sorrisi, gioia e divertimento, ma anche di molta fatica, ripagata però dalla felicità che gli occhi dei bambini esprimevano nel momento in cui incrociavi il loro sguardo, mentre erano impegnati nelle varie attività. Intenso è stato l’incontro con Roman, un bambino che un giorno si è presentato in stampelle e, nonostante le sue difficoltà nei movimenti ha insistito per partecipare a tutti i giochi e le attività con grandissimo entusiasmo. Ma quello che mi ha colpito veramente è stata la fiducia che i bambini riponevano in noi: nonostante fosse la prima volta che ci vedevano, fin da subito si sono fidati ciecamente di quello che proponevamo, spingendoci a dare ancora di più per cercare di non lasciarli delusi.

Durante i lavori sociali, invece, abbiamo avuto degli incontri molto toccanti: a partire da quello con un uomo che aveva perso una gamba e cercava come meglio poteva di curare da solo la sua casa, dal momento che tutta la sua famiglia era all'estero, oppure quello con una signora che abbiamo aiutato a pulire le noci che voleva vendere, per cercare di integrare la pensione bassissima. Situazioni di grande povertà che mi hanno permesso di capire un po’ più dall'interno la comunità nella quale ero ospitato e sentirmi in qualche modo parte di quel mondo che mi ha permesso di fare un salto indietro nel tempo, a quella che, secondo i racconti dei nonni poteva essere l’Italia pre-guerre.

Mi sono trovato faccia a faccia con una povertà, una rassegnazione che mai mi sarei immaginato di trovare in un paese europeo a 2 ore d’aereo dall'Italia e spesso mi chiedevo come questo paese potesse rialzarsi, migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti, quale futuro ci potesse essere per i giovani, ma non sono riuscito a trovare una risposta. L’incontro con Igor, presidente di Diaconia ha confermato la peggiore sensazione: non c’è futuro per Moldova se non quello di essere in futuro annessa alla Romania o alla Russia e ho pensato a come i volontari moldavi potessero sentirsi nell'ascoltare queste parole. Nonostante tutto, abbiamo comunque sperimentato una generosità, un’ospitalità e una voglia di festa incredibili e ti rendi conto che “Sono sempre i più poveri a donare di più” non è più solo una delle tante frasi fatte, ma qualcosa che si può toccare realmente con mano. Questo mi ha fatto ricordare quanto bello possa essere sentirsi veramente accolti, anche da qualcosa o qualcuno completamente diverso da te, ed è allora che riesci a entrare nella relazione con l’altro, perché non ci sono più barriere, sei solo tu e il bambino che sorride per il gioco appena concluso, tu e l’anziana che ti ringrazia perché le hai dato un piccolo aiuto in casa.


Emanuele Bosetti

mercoledì 5 settembre 2018

Mombasa. Grandi occhi profondi

Nessun commento:
John è di media statura, ha il viso tondo ed è rasato: la migliore scelta per lui quella di rasarsi per evitare di impiegare troppo tempo a curare i suoi capelli fitti e crespi. John è keniota quindi la sua pelle è liscia e scura come la notte. Ha due occhi grandi John, profondi ed eloquenti: a delle volte sembrano tristi, altre volte sembra che ridono in maniera sincronica insieme al suo sorriso che non è perfetto, John non può mica permettersi l’apparecchio ai denti, ma va benissimo lo stesso perché è bello già così. Ad ogni modo, i suoi grandi occhi profondi raccontano qualcosa, qualche volta cantano note di gioia, altre volte chiedono aiuto, ma non vi è mai una volta in cui i suoi grandi occhi profondi non esprimano qualcosa. Sotto l’occhio destro ha una cicatrice John, non so come se la sia fatta o chi ne sia il colpevole: preferisco pensare che sia stata la vita per evitare di considerare l’ipotesi che sia stato qualcuno, che dietro a quella cicatrice ci sia un nome. I passi di John, piccoli e scalzi, hanno incrociato il mio cammino e hanno fatto un pezzo di strada insieme lungo 23 giorni. John, infatti, ha circa 9-10 anni, è un bimbo e la sua casa è il Mahali pa usalama, il centro di prima accoglienza per bambini vittime di abusi, violenze o di situazioni famigliari critiche, rescue center presso cui ho passato la mia “vacanza alternativa” da volontaria. Il Mahali è pieno di storie, drammatiche e crude, violente e buie: qualcuno ha subito abusi sessuali tra le mura di casa, qualcun altro ha visto i genitori attaccarsi a bottiglie di alcol, altri a Mahali, ma vivono tutti sotto lo stesso tetto nell'attesa che il processo legale che li riguarda venga portato a termine. Il Mahali non è un posto propriamente accogliente: chiunque si aspetti una grande casa allegra e colorata adatta a bambini, è totalmente fuori strada. È molto anonimo e spesso puzza però ha un grande cortile e degli spazi adibiti al gioco. Lì i bambini sono l’ancora di loro stessi: non solo si fanno compagnia, ma si aiutano, hanno attenzione l’uno dell’altra e affrontano le difficoltà laddove gli adulti non sono in ancora non sanno neanche dove siano mamma e papà. Sono diversi i background dei bambini che entrano al grado di rendersi conto che è ora di intervenire. È curato interamente da bambini che considerano quel posto la loro casa: puliscono, cucinano, lavano la biancheria. Ma sono pur sempre bimbi, quindi ad una certa è ora di giocare, che si aprano le danze: al ritmo di “Make a circle, big big circle” iniziamo ad animare il cerchio con i bans sia in italiano che in swahili, poi si gioca. Ecco, una delle cose che mi ha incredibilmente stupita è il modo di giocare: una mattina si sono divertiti da matti, sembravano che stessero facendo il gioco più grandioso di sempre e alla fine? Giocavano solo ad “Un, due, tre, stella!” e ridevano anche, divertiti e competitivi. Ho amato sin da subito il modo di giocare con poco di questi bambini, di sapersi divertire, di saper apprezzare. Probabilmente hanno insegnato più questi bambini a me che io a loro, per questo ogni giorno ringrazio il cielo di averli messi lungo la mia strada. Da loro ho imparato la tenacia e la pazienza di chi affronta un percorso che ha più interrogativi che certezze; ho imparato che la speranza va coltivata proprio bei terreni più ardui e che 
è l’unico motore che a volte rimane; mi hanno insegnato che a volte i colpi più bassi puoi prenderli dalla tua stessa famiglia, quella che io ho sempre pensato come il nido più sicuro al mondo, e che invece può essere luogo di violenza e difficoltà. Ho imparato che a delle volte ti svegli con l’umore giù, con un dolore che ti spegne, che ti fa passare la voglia di giocare e ho imparato che quel dolore va piano piano elaborato, realizzato e mai soffocato. Mi hanno insegnato che “Un, due, tre, stella” è divertente,  che costruire corone di cartone di giallo può farci sentire re e regine per un pomeriggio anche se stiamo indossando vestiti sporchi e che ballare in cortile può essere  emozionante, e chi se ne frega se nel frattempo arriva la pioggia estiva, loro non si fermano. Ho imparato da loro che aver incontrato le persone sbagliate nella vita non sempre significa perdere fiducia nell'umanità: stupisce il modo in cui ti toccano, ti abbracciano, ti cercano, chiedono silenziosamente le tue cure nonostante siano stati feriti da altri uomini e donne proprio come noi. Mi hanno insegnato che a volte la vita picchia non solo gli adulti forti che sanno come rialzarsi, ma picchia forte sul viso di un bambino, sulla sua innocenza, sulla sua vulnerabilità. E mi hanno  insegnato che ogni colpo può essere incassato restando in piedi, saldi al suolo. Per questo mi sento in dovere di ringraziare John, e con lui anche Brian, Michelle, Richard, Habu, Arnold, Badi, Hamisi, Hassan, Patience, Ali, Lois, Albina, Fatima, Faith e tutti gli altri bambini che hanno incrociato la mia strada, che hanno camminato con me tenendomi la mano in queste settimane di stupore e meraviglie e che silenziosamente, nella loro amorevole umiltà, hanno segnato ed insegnato. 

Ileana

martedì 4 settembre 2018

Mombasa. L'incontro che toccò l'anima

Nessun commento:

Mi ricordo ancora, come se fosse ieri, la prima volta che li abbiamo visti. 
Tutti radunati in cerchio, sotto ad una pagoda. Il sole stava calando per far spazio alla notte. 
La luce, di un giallo aranciato, scaldava i nostri volti illuminando i loro occhi grandi. 
Erano bellissimi. Ci scrutavano con interesse e curiosità, mentre cantavano inni religiosi.
Finite le prove del coro ci presentiamo a tutti e subito si fanno notare per la loro simpatia, la loro gentilezza e il loro cuore grande. Iniziano le presentazioni.
Edgar. Malik. Ian. Tony. Marcy insieme al suo figlioletto Randy. Ester. Duda. Scolastica. Rose. Emma. Vincent. Endy. Beatrice. Emelda. Awino. Zacaria. Julie. ChiChi. Rafael. Shiro. Ooga. Benja. Darwin. Marcelo. Arnold. E molti altri.
Ecco i ragazzi di Kongowea. 
Vestiti al meglio, ordinati e puliti, celano dietro ai loro volti e ai loro sorrisi, storie di ogni tipo. 
Il quartiere dove vivono non è proprio dei migliori: case fatiscenti o baracche, dove tra un vicolo e l’altro appaiono gatti rognosi, cumuli di spazzatura, che a giorni alterni vengono bruciati, coprifuoco serale per evitare brutti incontri notturni o peggio poliziotti in cerca di qualcuno su cui sfogare la propria rabbia. 
Nonostante siano circondati dal brutto, la loro anima è ancora bella. Mi piace pensare che loro abbiano dentro il sole, che gli permette di non perdersi nelle tenebre. 

Con loro abbiamo condiviso momenti duri ma soprattutto risate, gioie e sorrisi.
Indelebile rimarrà il ricordo di quando, giunti nella fredda Bura, hanno fatto di tutto per rendere la nostra permanenza più confortevole, cedendoci i loro piatti per poter mangiare; accompagnandoci fino all’entrata del dormitorio "perché così è più sicuro" ; condividendo con noi la sveglia delle 5:30 per scortarci alla jeep, che ci avrebbe portato a fare il safari; i mega sorrisi sui loro volti dopo la vittori; la gratitudine che sprigionavano i loro occhi quando hanno visto i cartelloni da noi appositamente preparati per dare loro sostegno durante la competizione di drama e canto. 
E le domeniche in spiaggia? Come dimenticarsene. Dopo messa tutti sul Matatu, zaini in spalla, secchio pieno di fagioli in una mano e Chapati nell’altra e via a mangiare tutti in compagnia, per poi tuffarsi tra le onde.
I Matatu  e i tuk tuk condivisi. Le  lezioni private per imparare a mangiare con le mani. La pulizia dei fagioli che si trasformava sempre in un momento di condivisione, risa e chiacchiere.

Nel corso della nostra permanenza questi ragazzi sono stati una presenza più che importante. Il rapporto creato con loro è stato qualcosa di unico e speciale. Più passavano i giorni, più diventavamo un'unica grande famiglia. 
Sono stati una risorsa fondamentale per poterci avvicinare con più naturalezza ai bambini del Mali Pa Usalama e anche agli anziani.
Senza di loro sarebbe stato molto più difficile e l’importanza di averli accanto l’ho potuta sperimentare in prima persona.
Un giorno infatti, giunti all’MPU, abbiamo trovato tutti i bambini agitati perché avevano passato la mattinata in tribunale. Grazie all’aiuto di Edgar e Malik siamo riusciti a calmare un po’ la situazione, dando vita ad una super competizione di ballo. Se non ci fossero stati loro non credo saremmo riusciti a cavarcela così facilmente. 
È stato bello vedere come anche loro, a piccole dosi, si siano affezionati a quei mostriciattoli tanto bisognosi d'affetto e come ad oggi, nonostante ormai noi siamo tornati in Italia, loro continuino ad andare a trovarli.



Insieme siamo risusciti a dar vita al Milkong’s, una sorta di oratorio estivo, durante il quale abbiamo condiviso tutto: balli, cibo, fatica, sudore, giochi, stanchezza, cadute, risate, sorrisi, visi stanchi ma occhi felici di vedere un vero e proprio miracolo. Fieri di aver dato la possibilità a 250 bambini di passare la loro giornata a giocare insieme a noi e ai loro coetanei, evitando di tergiversare per le strade di Kongowea rischiando di finire in brutti giri.

Non basterebbero tutte le parole del mondo per descrivere la gratitudine che provo nei confronti di questi ragazzi. Hanno saputo andare oltre i loro limiti, hanno aperto il loro grande cuore a 10 wasungu (cosa non scontata) e si sono fidati di noi. Hanno saputo insegnarmi più loro in 24 giorni che altre persone in una vita intera. 
Hanno deciso di accoglierci nella loro bellissima famiglia e io non potrei esserne più onorata.

Different colour, One family!
Asante Sana.

Federica.


sabato 1 settembre 2018

Bolivia. Meraviglioso cambio di rotta

Nessun commento:

Vacas, 5 Agosto 
Dopo il primo incontro eri una tra le mete prescelte, eppure da qualche mese non eri più nei miei programmi. Era stato deciso; avrei dovuto compiere quest'esperienza in un paese diverso. 
Ti ho sognata e desiderata cosi tanto che, quando il 13 Luglio mi è stato confermato l'imminente cambio di rotta non mi è sembrato vero.
Mi piace pensare che sia stato il destino a decidere per me, proponendomi e facendomi accettare questa variazione lungo il percorso.

È stata dura non ho paura ad ammetterlo. Non mi sentivo pronta ad accettare l’idea di dover modificare tutto da un giorno all’altro. Accettare di dover partire per un paese di cui sapevo davvero poco, per cui non avevo nemmeno affrontato i giorni di preparazione e soprattutto, sfido chiunque a dover accettare di cambiare rotta per sbarcare in un paese dove ci sono 10 gradi, seguiti da neve, confronto ai 30 e passa che avrei trovato in Nicaragua… Che freddo ragazzi!!
Ma nonostante ciò penso che tu con le tue musiche, balli e tradizioni ricche di colori sia riuscita a cambiare qualcosa in me, anche di piccolo.
I tuoi paesaggi mozzafiato, la tua neve improvvisa e le tue grandi alture così difficili da affrontare e da raggiungere, sicuramente al momento non le cambierei con altro.

Ci ho messo del tempo ad accettarti ma sei entrata nel  mio cuore fin da subito. 

Ci sono stati alti e bassi ovviamente, come sarà successo a molti di noi, ma quando alla mattina entri nell’aula e i tuoi diciassette bambini ti corrono incontro, attaccandosi alle tue stesse gambe ti rendi conto di come il mondo con un semplice gesto possa cambiare da un’istante all’altro. Prende una forma così diversa che vieni travolta da un misto di emozioni tanto intense quanto difficili da descrivere.. E sei subito in Bolivia.
In questo meraviglioso paese ho avuto la grande fortuna di poter incontrare e conoscere molti Bambini che hanno davvero poco nella loro vita, alcuni addirittura senza una vera e propria casa, altri con gravi malattie e altri ancora con situazioni molto difficili in famiglia, ma nonostante questo sono in grado di trovare anche il tempo e il coraggio di dimostrarti che loro hanno tanto da volerti offrire. Che loro ci tengono a te.
Ti trasmettono una carica di affetto che mai penseresti di poterti meritare proprio da loro, eppure riescono a darti anche quello. Riescono a dimostrarti che nonostante tutto, adesso che ci sei, per loro conti molto. Più di quanto avresti mai potuto immaginare.

Racconterò di voi ogni volta che mi sarà possibile, della vostra forza d'animo e voglia di vivere, racconterò dei meravigliosi momenti passati insieme e cercherò di condividere la mia esperienza con il prossimo, sperando di riuscire a trasmettere alle persone quanto siete stati importanti per me in questo breve ma intenso viaggio e quanto ancora, continuerete ad esserlo nella vita di tutti i giorni.


Un grazie Diana e ai tuoi difficili sorrisi, molto rari ma così sinceri e veri, a Gael e ai tuoi imprevedibili sbalzi di umoreValentina, Jasmine e tutti gli altri bambini, siete riusciti a farmi capire che le cose importanti nella vita di tutti i giorni sono e possono essere altre, che basta poco per riuscire ad essere felici. Che si può trovare il lato positivo della vita anche nelle piccole cose soprattutto nei momenti più difficili.

Non avrei mai pensato di poterlo dire ma voi, con i vostri soli 3 e 4 anni, così fragili ma forti, così dolci e amorevoli sarete sempre un grande esempio per me e non potrò mai smettere di portarvi nel cuore.
Perciò voglio dedicarvi un immenso Grazie. Per tutto quello che siete riusciti a dimostrarmi in così poco tempo.





Grazie Bolivia, Marianna e Chiara.

Grazie ai miei compagni di viaggio perchè senza di voi quest'avventura non avrebbe preso la stessa forma e colore. Vporterò sicuramente sempre con me.

Grazie a Caritas per avermi permesso di compiere un’esperienza così ricca e unica, grazie tutte le persone che ho avuto la fortuna di incontrare anche solo per qualche istante, perchè nel vostro piccolo mi avete aiutata a costruire un ricordo ancora più bello di questo paese.

Aurora.