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lunedì 17 settembre 2018

Nairobi e le sue mille realtà

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Di solito mi risulta semplice raccontare un qualcosa che mi ha colpito ed emozionato; al contrario questa volta qualcosa è cambiato e non riesco a trovare le parole più giuste per esprimere come mi sono sentita e come mi sento ora.
Sapevo che mi sarebbe servito del tempo, al mio rientro, per riuscire a descrivere cosa avessi visto e cosa avessi provato… Ma non pensavo che ogni ricordo mi sarebbe apparso anche in quei momenti più insoliti: magari stai ridendo e scherzando e ad un tratto senza motivo, rivedi difronte a te quei bambini, in mezzo ad un ammasso di sporcizia che rovistano cercando qualsiasi cosa; o camminando per strada ti ritrovi ad accarezzare un piccolo cagnolino e ripensi a tutti quelli randagi che proteggevano quei bambini di strada; o sei sul treno e a fianco a te osservi un gruppo di ragazzi di colore e ti vengono in mente le intere giornate con i tuoi amici di Cafasso a chiacchierare e a ridere; o ancora più semplicemente ti alzi la mattina, sei a casa da sola, c’è silenzio e sono proprio i silenzi che ti riportano a quel mondo a quella vita vissuta per sole tre settimane.
Quello che ho capito è che per un po’ sarà sempre così, si cercherà di ritornare con la mente a quelle situazioni, si cercherà di riviverle e si riproveranno le stesse emozioni perché forse quel mondo ti ha trasmesso cosi tanto che dimenticare sarebbe solo uno spreco.
Sto cercando di immaginarmi ogni giorno trascorso in quella realtà, a ogni testimonianza e incontro ma a dire la verità ho un grande confusione!
Da una parte ricordo le serate insieme ai miei compagni a cantare, a ballare, a giocare a carte.
Ricordo il piccolo safari in bicicletta, forse un po’ deludente per aver visto pochi animali, ma come si fa a non divertirsi quando si è affiancati da persone così fantastiche?!
Ricordo Karura Forest con i ragazzi di Cafasso in cui non eravamo più noi volontari e loro ex detenuti ma un unico gruppo di amici.
Ricordo la prima volta che sono entrata a Kamiti (quartiere carcerario) e quella sensazione che non saprei nemmeno descrivere, di sollievo, come se avessi già capito che quella sarebbe stata la mia casa per tre settimane.
Ricordo il giorno in cui abbiamo “visitato” Napenda Kuishi, è stata una grande, bella sorpresa, forse il giorno che mi ha fatto ricredere su tanti pensieri e che più di tutti mi ha aperto gli occhi. Napenda Kuishi è una piccola comunità, gestita da Padre Maurizio con dei ragazzi che stanno affrontando un percorso rieducativo di un anno e quel giorno non era previsto che rimanessimo a lungo, in realtà per sfortuna/fortuna il pulmino si è guastato e con molta naturalezza, senza pensarci due volte abbiamo deciso di giocare con questi ragazzi. Purtroppo mi è difficile spiegare cosa realmente mi ha entusiasmato e cambiato, forse le parole di Padre Maurizio, forse la sua grande dedizione, forse la sua voglia di cambiare le cose ma soprattutto credo che siano stati quei ragazzi con i loro abbracci, con la loro spontaneità e con la loro dolcezza… a far sì che quel giorno, sia diventato un BEL giorno.

Ora arriva la parte più difficile.
Dall’altra parte ricordo le storie dei ragazzi in carcere, le loro fatiche e le difficoltà nel riuscire ad adattarsi a quella realtà. Ricordo Korogocho dalla messa animata, piena di balli e canti che per qualche istante ti faceva dimenticare di essere in una discarica ma che poi le folate di odori ti riportavano alla realtà in cui ti trovavi.
Ricordo la giornata con Simone e i bambini di strada, ricordo perfettamente i loro disegni, molto diversi da quelli di un semplice bambino italiano; ricordo l’odore della colla e del cherosene... Ricordo lo “sbiascicare” dei bambini che ne facevano uso... Ricordo l’odore pungente dei loro abiti… Ricordo il luogo dove vivevano, sotto un cavalcavia… E infine di quella giornata ricordo soprattutto i bambini della comunità che ci hanno accompagnato al campo per giocare e il loro silenzio alla visione di tutti gli altri ragazzi di strada e chissà magari quale tempo prima potevano essere proprio loro nelle stesse identiche condizioni.
Ricordo le prime volte quando siamo entrati nel carcere minorile maschile, l’ansia e l’imbarazzo per alcune domande inappropriate da parte dei ragazzi.
Ricordo la grande difficoltà nel parlare della mia storia o della mia vita, dei miei banali problemi, al contrario di loro cresciuti troppo in fretta a causa di situazioni o circostanze impensabili.
E ricordo la delusione di quando siamo arrivati all’entrata del carcere femminile, erano giorni che speravamo di entrare per poterle conoscere ma per motivazioni a noi sconosciute non è stato possibile ottenere questo incontro.
L’ingiustizia, l’indifferenza, l’ineguaglianza, il razzismo era e sono alla portata del giorno.
In realtà i giorni in cui mi sono sentita veramente angosciata sono stati pochi rispetto ai sorrisi, agli abbracci, agli scherzi, alle situazioni di conoscenza ma quei momenti sono stati incisivi e lo saranno forse per sempre.

Mi piacerebbe spendere ancora qualche parola per i protagonisti della mia esperienza:

i ragazzi di Cafasso.

Cafasso è una comunità nel quartiere carcerario in cui ragazzi decidono volontariamente di farne parte dopo aver scontato 4 mesi della vita nel carcere minorile di Kamiti. Come ho già detto loro sono stati la nostra famiglia e Cafasso la nostra casa per 3 settimane quindi meritano un grande ringraziamento.



La prima settimana ammetto che personalmente non è stato facile relazionarsi ma il tempo ha cambiato ogni cosa. Sicuramente siamo entrati a far parte delle loro vite come un uragano, probabilmente, per il poco tempo che avevamo a disposizione. Siamo arrivati in dieci bianchi, cosa quasi assurda per loro e già dal secondo giorno eravamo lì, a lavorare, a parlare, a giocare e forse pretendevamo un legame che aveva bisogno di tempo per poter crescere.
Dalla seconda settimana c’è stato un grande cambiamento. Era d’obbligo riuscire a vedere i ragazzi almeno una volta al giorno; giocavamo senza farci problemi, calcio, pallavolo, giochi inventati al momento oppure semplicemente ci sedevamo in un angolo e imparavamo a fare i braccialetti o ancora si parlava di quello che ci passava per la testa. Loro si sono aperti tanto, ci hanno raccontato le loro storie, ma allo stesso tempo ci riempivano di domande così che non eravamo più noi ad intrattenerli ma erano loro che avevano voglia di conoscerci.
La loro preoccupazione maggiore, che iniziava a farsi sentire negli ultimi giorni, era che col tempo potessimo dimenticarli ma in realtà ciò, non potrà mai succedere.

Ringrazio il mio gruppo perché forse è scontato e banale ma senza di loro non sarei riuscita a superare tante difficoltà e non avrei potuto conoscere persone così speciali, ognuno con il proprio carattere, diverso ma conciliabile con tutti gli altri.  
Ringrazio Alice e Giacomo, coloro che hanno intrapreso il percorso di servizio civile, per la loro grande ospitalità, per il loro coraggio, per la loro voglia di mettersi in gioco, per aver organizzato le nostre tre settimane e li auguro un grosso in bocca al lupo per la fine del servizio.
Infine ringrazio la Caritas e i suoi membri perché danno la possibilità di vivere queste esperienze che ti fanno crescere e ti aprono al mondo.

Un abbraccio forte a tutti.

Francesca.



giovedì 23 agosto 2018

Nairobi. L'arte di dare abbracci

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Il mio cantiere è fatto di incontri.
Quelli che ogni sera condividevamo ad alta voce intorno al tavolo di casa.
Sono tanti, troppi incontri, per poterli condividere tutti in un unico post, soprattutto quando si cerca di dare a ognuno il giusto peso. Ogni ragazzo di Cafasso, ogni persona di Kahawa e ogni detenuto della YCTC mi ha dato qualcosa che cercherò di conservare per il futuro.
Ho scelto perciò di raccontare di due incontri simbolici con due ragazzi che, in modo diametralmente opposto, sono entrati prepotentemente nei miei ricordi.

Kenya. Nairobi County. Kamiti Prison. YCTC.
Ho conosciuto I. il primo giorno in cui siamo entrati allo Youth Correctional Training Centre di Nairobi, il carcere minorile maschile dove due volte a settimana Giacomo e Alice svolgono il loro servizio. Quando lo vedo per la prima volta, I. mi fa quasi paura. Ha sedici, massimo diciassette anni, e mi si avvicina con lo sguardo furbo. Cerca subito il contatto fisico mentre io mi ritraggo: non sono ancora pronta per lasciarlo entrare nel mio spazio personale. Indossa dei jeans lisi e una canottiera bianca, simbolo del fatto che è ancora in attesa di giudizio, altrimenti avrebbe addosso una divisa. Ai piedi ha delle orribili ciabatte di plastica con solo il pollice coperto. Ciabatte che vedo ovunque ai piedi di chiunque.
Lo saluto con un sorriso e gli dico Habari?, cioè “Come stai?”, e poi mi scanso, mettendomi in un angolo del campo da calcio in attesa che inizi la partita. Vorrei essere più gentile e più espansiva, ma entrare in un carcere minorile maschile con più di cinquanta ragazzi è uscire decisamente dalla mia comfort zone.
I ragazzi che mi guardano incuriositi sono adolescenti, ma il loro sguardo, come lo sguardo di I., è quello di uomini già fatti e finiti. Provo a parlare con due o tre ragazzi in divisa blu e che fanno parte della mia squadra, ma uno mi chiama muzungu (bianca), fa un commento sul mio corpo e m’innervosisco. Non dovrei prendermela, è umano e siamo tra le prime ragazze – bianche – con cui questi ragazzi entrano in contatto; eppure non riesco a sentirmi a mio agio.
Scelgo di giocare a calcio perché so che per me è il modo più facile per interagire con un branco di adolescenti puzzolenti con gli ormoni su di giri. Io e I. siamo in squadre diverse. Io ho la maglietta, lui no. Io sono libera, lui è ancora in attesa di giudizio. Lui sorride, io sono nervosa. Mi sorride ancora e mi incoraggia con il pollice in su. Sorrido anch’io e cerco di non pensare alla paura, ma solo alla voglia di esserci e di non fare schifo a calcio. Il secondo proposito non è semplice. Mentre giochiamo, capita più volte che I. e io ci tiriamo delle spallate. Nessuno dei due ha dei piedi fini, ma entrambi non abbiamo paura del contatto. Probabilmente ho ancora il segno di una delle volte in cui mi ha tirato una gomitata per rubarmi la palla.
Finita la partita ci sediamo sul prato. Non ho più paura di lui dopo quelle spallate. Mi chiede se in Italia ci sono le zebre e se il sistema carcerario italiano è simile a quello keniano. Non so cosa rispondere all’ultima domanda, quindi ripiego sulla gastronomia. Mi chiede dei miei sogni e quanto costano le mie scarpe. Thirty euros?!, esclama basito. Per lui sono una somma di denaro con cui rifarsi tutto il guardaroba.
Sul prato abbiamo iniziato a conoscerci e a parlare. Sempre a distanza, io seduta da una parte e lui di fronte. Non ha mai più provato ad abbracciarmi e per questo riusciamo a chiacchierare di tutto. Glisso sempre sulle domande troppo personali, evito di chiedergli del suo passato, ma lui si apre e mi racconta tante cose, soprattutto di sua mamma. Chissà se tutto quello che mi ha raccontato sia vero. In quel momento per me è la verità e mi basta.
Alla fine del primo giorno lo saluto con una fraterna stretta di mano.
Lunedì 13. Non dimenticherò gli occhi lucidi e impazienti di I. quando viene chiamato da una guardia. Mi guarda e mi dice che deve andare dal giudice. Abbraccia Alice e mi saluta con la mano. Mi viene un groppo in gola e mi chiedo come facciano i servizio-civilisti a trattenere le lacrime ogni volta. Potrei non vedere più I. e parlare con lui di religione e chapati. Oppure potrei vederlo con la divisa blu, e quindi sapere che è stato processato per un crimine che effettivamente ha commesso. Non so cosa augurarmi, ma soprattutto non so cosa augurare a lui. Il carcere non si dovrebbe mai augurare a nessuno, ma penso che quattro mesi alla YCTC potranno forse portarlo a Cafasso e a  rimettersi in sesto. Non lo conosco abbastanza bene, ma mi piace pensare che si meriti anche lui una seconda possibilità. A Cafasso d’altronde si dice che there is no saint without a past nor a sinner without a future.



Mi è bastato quel primo giorno per affezionarmi a lui e per riconoscere il suo volto in mezzo a quelli dei tanti altri ragazzi che aspettano di sapere se indosseranno la divisa blu o se verranno rispediti nei loro fatiscenti quartieri in cui è difficile essere santi. Vederlo partire per l’ignoto ha sollevato in me più interrogativi che risposte e ho maturato sentimenti agrodolci, misti a un pizzico di saudade. Auguro a I. che la vita sia un po’ più buona con lui, a prescindere dalla sentenza, mentre un altro ragazzo mi riporta alla realtà del prato dentro la YCTC.
Ripensando a quella prima impressione, non avrei mai pensato che sarebbe stata questione di un attimo riconoscere il volto sorridente di I. tra le divise blu il giovedì dopo e che sarei andata io, per prima, ad abbracciarlo.

Kenya. Nairobi County. Kamiti Prison. St Joseph Cafasso Consolation House.
K. è un ragazzone ben piazzato, alto (ma questo vuol dire ben poco visto quanto sono bassa) e con uno sguardo vispo. Ha un senso dell’umorismo e un mondo dentro più grandi di quanto intuisco dai suoi lunghi silenzi. Con K. ho parlato per la prima volta dopo due settimane di cantiere e mi pento di non aver passato più tempo con lui.
Si è aperto con me lentamente, ma mi piace pensare che l’abbia fatto proprio perché volesse e non fosse costretto. Lui e N., piccolino nei suoi sedici anni, sono simili in questo. A inizio cantiere stavano appena sulla porta quando noi arrivavamo, troppo timidi o troppo orgogliosi per sedersi vicino a noi. Scappavano via subito per svolgere i loro duties: K. con le mie amate mucche e N. in cucina. 
Siamo diventati amici giocando in silenzio a carte, pronunciando in swahili a mezza voce i quattro semi. Sia ringraziata mia nonna che mi ha messo in mano un mazzo di carte prima ancora che imparassi a leggere!



K. fa braccialetti e sembra mio cugino, eccetto che per il colore della pelle. È un diciottenne fondamentalmente buono (goodness è la parola che gli ho scritto sul braccio l’ultimo giorno) e meno “paperottolo” di quello che vorrei ammettere. Se esiste una cosa su cui continuo ad arrovellarmi, è come sia possibile che un ragazzo come lui possa essere andato in carcere. Come lui, ma anche come N., NJ., M. e tutti gli altri ragazzi di Cafasso. K. con la divisa blu mi sembra stonare più del crème caramel con i cetriolini. Come può essere stato possibile?
K. sta quasi sempre in silenzio, ma, quando non è presente, la sua assenza entra nella sala comune e la fa da padrona. K., il nostro italiano onorario, mi manca anche ora nel silenzio della mia camera perché questo silenzio non è paragonabile a quello che condividevamo mentre spannocchiavamo al sole di mezzogiorno.
K. sono certa che trarrà giovamento da Cafasso e che avrà una seconda possibilità coi fiocchi. Se la merita davvero. Sebbene io non conosca il suo passato e non conoscerò il suo futuro, so che è proprio un bravo ragazzone di campagna che merita il meglio della vita. Da lui ho imparato lezioni per la vita che vanno al di là di mungere le mucche e fare braccialetti di perline un po’ pacchiani. Mi ha insegnato ad avvicinarmi a qualcuno senza bisogno di parole e a stare in ascolto nel silenzio, anche se io sono logorroica.
Non dimenticherò il tuo abbraccio, l’ultimo giorno, quando mi hai detto di tua spontanea volontà I will miss you. Quattro parole e un abbraccio che avranno per sempre un posto nei miei ricordi.
Asante sana, uomo pelato. 



Silvia Brambilla

mercoledì 22 agosto 2018

Nairobi. I cinque sensi

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Ho pensato a lungo a come poter descrivere tutte le emozioni e le sensazioni che ho vissuto durante questo mio viaggio in Kenya e sono giunta alla conclusione che farlo attraverso un racconto sarebbe per me impossibile, perciò preferisco limitarmi ad esprimere tutto ciò che i miei sensi hanno percepito senza seguire un filo logico o un nesso razionale. 

L’olfatto
Senz’ombra di dubbio il senso più tirato in causa in questo viaggio. L’odore delle strade gremite di gente che sbuca da ogni dove, l’odore della terra rossa che si alza al nostro passaggio e ti riempie le narici, l’odore del pesce fritto, che io volevo tanto assaggiare e che per fortuna mi hanno bloccata dal farlo, facendomi riflettere che forse a 400km dal mare non sarebbe stata una saggia scelta. L’odore della pelle del popolo africano, intrisa di sudore e di fatica, il puzzo della colla e del cherosene di cui erano impregnati i vestiti dei ragazzi di strada, bambini fuori ma adulti dentro. L’olezzo delle capre e delle pecore, della loro carne scuoiata e poi cotta nelle bancarelle ai bordi della strada, misto al tanfo dello smog e al fetore della spazzatura che viene bruciata ovunque e in qualsiasi momento del giorno e della notte e che inonda le strade facendo soffocare qualsiasi tentativo di vita della natura. Ma più di tutto ricordo il profumo di incenso, fortissimo, che mi ha invaso i polmoni e si è infilato in ogni cellula del mio corpo, permettendomi per un secondo di dimenticare di trovarmi nel bel mezzo di una baraccopoli nata su una discarica vera e propria.

La vista
Oggi, a distanza di qualche giorno dal mio rientro in Italia, se chiudo gli occhi e provo a ripensare al mio viaggio ecco cosa vedo: un’infinità di colori che spiccano all’interno del mercato di Kahawa West e contrastano con il grigiore delle case e delle strade tutt’intorno,



la vivacità dei vestiti delle donne, le loro treccine, i sorrisi spontanei dei bambini, il verde acceso della natura all’interno del quartiere carcerario di Kamiti, oasi di “pace” nel caos dei quartieri circostanti. Ma non solo, vedo le colline che si sono formate negli anni a furia di accatastare spazzatura e che ormai assomigliano più a montagne, vedo i-pad in mano a ragazzi di strada nel centro di Korogocho, baraccopoli costruita su un mantello di rifiuti, vedo ragazzi dividersi un paio di scarpe durante una partita di calcio, tenendo per sé la scarpa del piede utilizzato per calciare e cedere l’altra al proprio compagno. Ma più di tutto rivedo le lacrime dei ragazzi di Cafasso durante i saluti finali, i loro occhi pieni di tristezza e nello stesso tempo di gratitudine, i loro sguardi colmi di rassegnazione, tormentati dai fantasmi del passato, ma carichi di speranza, di sogni e di voglia di riscatto.

L’udito
Le risate naturali dei bambini, il rombare dei motori degli instancabili piki piki, i canti animati e festosi della messa domenicale, ricolmi di forza e di energia, uniti al batter di mani a ritmo di musica da parte di tutti i partecipanti, grandi e piccini, il tintinnio della monetina con cui l’aiuto autista del matatu batte sul bordo interno per dare i segnali all’autista, le grida della donna della casa a fianco che chiede aiuto, lo scrosciare della tanto desiderata acqua che scorre nel rubinetto, magia che si avvera quando vuole lei, senza avvisare e se ne va nello stesso modo, silenziosamente. Sì, in effetti ricordo soprattutto i silenzi. Il silenzio dei ragazzi di Cafasso mentre mangiano, il silenzio delle guardie del carcere, che usano ben altro rispetto alle parole per insegnare ai ragazzi come comportarsi, il silenzio degli occhi di chi ha sofferto troppo e teme di aver perso le speranze, il silenzio dei giovani nella biblioteca di Korogocho, talmente concentrati sui loro libri da sembrare che si dimentichino perfino di respirare, il silenzio dei cani randagi che pullulano le vie ed il silenzio delle stelle, guardiane del cielo, che illuminano quella parte di terra dimenticata da tutti, quasi anche da Dio.

Il gusto
Il sapore del porridge, un mix di tre farine diverse che sembra avere la consistenza di un semolino più che di un qualcosa da bere, quello dell’ugali, una sorta di polenta che spesso di sapore proprio non ne ha, il fantastico ghiteri, un misto di fagioli e mais che, mangiato semi crudo e senza un minimo di puccia, può essere difficile da mandare giù, soprattutto se in tavola manca l’acqua. Per non parlare della bontà di un buon chapati caldo, di un samosa non troppo piccante o della freschezza di una krest dopo una giornata passata a camminare sotto al sole, ma anche il sapore di quel coniglio che fino a poche ore prima ho visto riposare beato nella sua gabbietta. Ecco, questi sono i sapori che le mie papille gustative non dimenticheranno mai.

Il tatto
Un contatto fisico quanto ci può cambiare? Tanto. Battere i cinque ai bambini che si affrettano a correrti incontro quando vedono un “muzungu”, farsi stritolare la mano ogni volta che si saluta qualcuno, lasciarsi toccare i capelli da piccoli e grandi, che non credono ai loro occhi di vedere capelli così lisci e setosi, mangiare l’ugali con le mani dopo averlo impastato per bene, adagiarsi sui sedili dei matatu, impregnati di storie di vita, e sobbalzare ogni tre per due talmente tante sono le buche nel terreno, farsi la doccia, quella volta che l’acqua decide di degnarsi della sua presenza, scendendo troppo calda o troppo fredda, farsi scivolare tra le dita le minuscole perline con cui i ragazzi di Cafasso si divertono tanto a realizzare i loro “sobri” braccialetti, così piccole da cadere ogni tre per due. Ma più di tutto mi hanno cambiato gli abbracci, e non solo del popolo africano, ma soprattutto quelli scambiati con i miei compagni di viaggio, sconosciuti fino a pochi giorni prima, di cui avevo tanto paura, ma a cui invece mi è venuto naturale voler bene fin da subito.

Qualcuno un giorno ha scritto una grande verità: il mal d’Africa è un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’animo. Il mal d’Africa, se è quello vero, è un bene incurabile.

Camilla V.

martedì 13 marzo 2018

Pasta & pizza a Nairobi

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Nuova domenica pomeriggio di servizio a Kamae Girls, il carcere minorile femminile di Nairobi.
Negli incotri precedenti io, sister Gertrude e Celestine abbiamo un pò tastato il terreno su cosa interessa e piace alle ragazze, così stavolta ho portato matite colorate, pennarelli, penne, matite e fogli, tanti fogli. Alcuni bianchi e altri con disegni stampati.

Mi hanno spiegato infatti che alla fine delle lezioni scolastiche le guardie ritirano tutto il materiale, compreso l’occorrente per scrivere e disegnare, e che un pò queste attività nel tempo libero mancano a tutte loro.
Così ho deciso di lasciar stare con le lezioni frontali e con i giochi di gruppo per lasciar spazio ai loro bisogni e desideri.

E’ stato un successo: il solito gruppetto di entusiaste attivissime si è fiondato subito sul materiale e ha iniziato a colorare, ma poi pian piano tutte le altre, ciascuna con i propri tempi, prendendosi spazi diversi nella stanza, hanno iniziato a dar sfogo alla creatività.

Per la prima volta mi sono fatta da parte, stando seduta sulla mia sedia ad osservare invece che buttarmi nell’attività con loro: volevo osservare, essere pronta a coinvolgere e a mediare.

Alcune ragazze hanno fatto gruppetto attorno a me.
Mi ha colpita un tatuaggio sul braccio di una di loro: un drago che sputa fuoco. E così è iniziata una conversazione qualsiasi su questo argomento improbabile. Mi ha fatto notare anche i tre puntini neri accanto all’occhio sinistro che a me, seduta dall’altra parte, erano sfuggiti: 
“Sono lacrime” precisa.
“Lacrime per cosa?”
“Per la mia famiglia”.
Ci sono tanti momenti, da quando sono arrivata qui in Kenya, nei quali tante sono le domande che si affollano nella mia mente.
La ricerca di risposte dentro di me è spasmodica...vorrei tirarle fuori tutte e cercare di capire meglio, di sapere, di colmare i vuoti che restano.
Ma poi la guardo negli occhi. Sta sorridendo mentre colora il mandala che ha scelto con tanta cura tra i tanti disegni. Mi dico che non posso, che non è il momento. Che forse è il caso di fare un passo indietro e di lasciare che esca solo quello che vuole o che deve uscire.

E così continuiamo nel gruppo a chiacchierare del più e del meno.
Una ragazza è stata in Germania. Si è fermata un mese intero. Per cosa? Per un matrimonio: il matrimonio di sua zia. La Germania è bella, mi dice....e poi si mangiano tante cose diverse da qui.
Li conosci i sandwiches?” mi chiede.
“Si, li conosco.”
“Li mangiate in Italia? Quali sono i cibi che mangiate di più in Italia?”.
“La pasta e la pizza”. Rispondo. “Li conosci?” chiedo immaginando già la risposta.
“Si, li ho mangiati alcune volte, sono proprio buonissimi!”.
“In Germania?”
“No, qui in Kenya”.
Resto stupita. Per la pasta ok...la vendono anche qui un pò dappertutto, quindi è facile che l’abbia mangiata. Ma la pizza? Mi pare strano. Io per ora l’ho vista solo in ristoranti o locali super occidentali e parecchio costosi. Sarà vero?
Indago.
Questa volta decido che l’argomento cibo non è poi così personale e mi lancio con le domande per sapere in che posto l’abbia trovata. Chissà che non mi dia qualche consiglio per un buon posto dove andare a mangiarla la prossima volta.

Ed è così che parte il racconto, che più intimo e personale di così non poteva essere.

“Hai presente Kibera?”
“Si, la conosco, anche se non ci sono mai stata. E’ li che abiti?”

C’è una discarica a Kibera, una discarica molto grande. Quando gli aerei arrivano a Nairobi hanno sempre tanto cibo avanzato e lo scaricano li. Buttano tutto nella discarica. E’ li che ho assaggiato tutti i cibi dell’Europa. Il mio preferito è il sandwich...dentro ci sono i pomodori, altre verdure...e soprattutto il formaggio! Ti piace il formaggio?”.

“Insomma...i sandwiches mi piacciono, ma il formaggio non tanto. Ma sono ancora buoni questi cibi quando arrivano alla discarica?”
“Certo! Quando sei molto fortunato sono ancora chiusi nella confezione. Allora tu apri la scatola e lo trovi perfetto, e lo puoi mangiare tutto. E’ davvero buono!”.
In quel momento arrivano altre ragazze a mostrarmi i loro disegni. Una di loro ha deciso di usare la scritta “Love” tempestata di cuori come sfondo per una lettera indirizzata alla sua mamma “per chiederle perdono per tutto quello che le ho fatto passare”.



Un’altra ha un messaggio per il fidanzato. Mi chiede se può scrivere qualcosa per lui e tenere i foglio o se poi alla fine deve per forza darmelo. Rido. La rassicuro, e torna felice a scrivere le sue dichiarazioni d’amore che forse mai verranno spedite.
Mi ricorda un pò me.
Anche io ho un pò questa mania di scrivere anche quando le mie lettere non verranno mai lette.
Ma poco importa: la cosa che conta è scrivere.
Mettere nero su bianco i pensieri per dargli un’ordine e una forma.
Quello che sto facendo ora infondo.
Per cercare di fissare nella memoria questa storia, per cercare di ricordarmi di lei la prossima volta che sarò sull’aereo e pur non avendo fame mi verrà la tentazione di aprire e assaggiare due bocconi giusto per sentire di non aver sprecato i soldi del pasto.
Forse sarà meglio lasciar stare. Mangiare davvero solo se avrò fame, e il resto evitare di “pastrugnarlo” e lasciarlo nella confezione.

Di sicuro qualcosa me l’ha insegnato.

Anche se a questo punto in questo posto a Kibera a mangiare la pizza 
io non credo di volerci andare mai.




lunedì 12 febbraio 2018

Il dono del tempo

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Non c’è nulla da fare.
Per quanto io credessi di essermi preparata psicologicamente ai ritmi lenti dell’Africa, e nonostante la mia precedente esperienza in Madagascar, non posso negare che, ancora una volta, il “pole pole” (cioè “piano piano”) continuo mi stia mettendo a dura prova.

Le mie origini campagnole a nulla servono dopo aver trascorso gli anni dell’università a Milano, caotica e frenetica città sempre di corsa, dove tutti sembrano avere molto da fare e soprattutto paiono essere in ritardo perenne.

Quando in quegli anni vivevo la città, ricordo che mi stupiva sempre questa fretta quasi spasmodica, che impediva di rispondere ad un turista in cerca di informazioni, che faceva scontrare con i senza dimora che stavano a bordo della strada a chiedere l’elemosina, che obbligava a spingere per prendere la prima metro in arrivo perchè la successiva ( un minuto e mezzo dopo) avrebbe fatto arrivare troppo tardi. Ma troppo tardi per cosa?

Mi chiedevo sempre se quel minuto e mezzo di chiacchiere, di attenzione al vicino, di godersi la vita intorno fossero sacrificati per qualcosa di migliore. Oppure no? Oppure si era sempre solo di corsa e quei minuti tolti alla vita erano usati per correre di nuovo, inseguendo solo il tempo?

Eppure qualcosa deve essermi rimasto dentro, deve essermisi appiccicato addosso.

Perchè grande è stato il mio stupore stavolta quando, sul volo Zurigo-Nairobi, ho incontrato Ben.



Un ragazzo Keniano, che appena si è seduto ha avuto voglia di chiacchierare con me che ero la sua vicina di posto. Poverino. Il mio inglese sgangherato, il mio sonno e la mia preoccupazione non lo hanno fatto desistere. E per la prima mezz’ora ci siamo un pò raccontati. 

Nessuno dei due aveva cose più importanti da fare. Nessuna fretta. Nessun messaggio da mandare, nessuna chat da controllare, nessuna mail da inviare. Solo tempo per le chiacchiere. Piacevole tempo speso a conoscersi.

Poi siamo partiti, io son crollata, e lui mi ha svegliata quando è arrivato il pranzo. Ma appunto, poverino, il nostro Ben non immaginava l’imbranataggine della sottoscritta. Non trovavo il tavolino, nascosto nel bracciolo del mio sedile. Me lo ha indicato, ma ovviamente non  sono riuscita a sistemarlo da sola. 
Ha fatto lui, con pazienza, ridendo un pò di me. E poi ad addormentarsi è stato lui, e il l’ho svegliato per la cena. Ci siamo scambiati un cioccolatino e poche altre parole.

Atterrati a Nairobi ho attaccato di nuovo a stressarlo: avevo soldi sul mio telefono, ma non riuscivo ad attivare la promozione per internet, necessaria per usare l’app per chiamare un taxi che dall’aeroporto mi portasse a casa.
Di nuovo, ho ripreso con il mio inglese pessimo a riempirlo di domande e praticamente gli ho piazzato in mano il mio telefono sperando che lui risolvesse in qualche modo la situazione.

Mi sono immaginata a Milano, a chiedere ad un uomo d’affari appena atterrato di guardare il mio telefono invece che il suo, di aiutarmi per un pò invece che chiamare a casa, rispondere ad importanti messaggi di lavoro o sprofondare nei social. Mi sentivo proprio una zanzara fastidiosa nelle sue orecchie.

E invece no. Di nuovo, con pazienza e con il sorriso, ha preso il mio telefono, mi ha attivato non so come un’ora di internet gratis, e ha fatto tutto quello che mi serviva per poter tornare a casa al sicuro.
Mi ha persino aspettata, fuori dal controllo documenti, per assicurarsi che io non avessi più bisogno di aiuto. L’ho congedato con un pò di imbarazzo, perchè mi sembrava di avergli già rubato troppo tempo.

Sento il bisogno, ora, di ringraziarlo per il tempo che spontaneamente mi ha donato, gratuitamente, senza fretta. E per avermi ricordato, appena atterrata in Kenya, l’importanza di rallentare, di mettere da parte la fretta e di riportare al centro le relazioni.



Ripensando a questo incontro dopo una giornata un pò difficile in cui mi sembra di aver “fatto” troppo poco, torno a respirare, a godere delle piccole cose, a voler stare semplicemente con i ragazzi a condividere i lavori nei campi e con gli animali, a cucinare chapati e a confrontare i nostri mondi e i nostri sogni così diversi ma poi, infondo, anche così simili.





E allora non mi sembra più tempo sprecato fermarmi sulla strada verso casa a chiacchierare con i bimbi che escono dalla scuola del quartiere carcerario di Kamiti, che corrono davanti a me e poi si girano per scrutarmi, che si spintonano e strattonano, che si nascondono dentro un cespuglio per farmi uno scherzo e che mi salutano insistentemente ripetendo come una cantilena tutti i saluti che conoscono in inglese e ridendo a crepapelle.




Anche questo è tempo ben speso, 
è tempo che arricchisce, 
ma ogni tanto me ne dimentico.

lunedì 25 dicembre 2017

Kenya: Buon Natale a tutti, davvero

2 commenti:


Buon Natale a tutti, davvero.

Buon Natale a Simon, che passerà il suo 15esimo compleanno a giocare a pallone tra le mura di un carcere minorile. Buon Natale al commerciante del negozio di telefoni che ha scoperto Simon con le mani nel sacco, che lo ha chiuso in uno stanzino fino all’arrivo della polizia. Buon Natale alla folla inferocita che si è divertita a pestarlo per rendergli meno noiosa l’attesa delle manette; a pestarlo con le stesse mani che oggi usano per scambiarsi la pace in chiese fatiscenti ma vive, in comunità povere ma gioiose. Buon Natale al giudice che tra una settimana dovrà emettere la sentenza sul caso di Simon.

Buon Natale al padre di Simon, ovunque egli sia. Chissà com’è non aver mai potuto conoscere il proprio padre e non averne mai sentito la voce ed i rimproveri. Chissà come dev’essere continuarsi a chiedere, come fa continuamente Simon, quali siano le ragioni che possano aver spinto suo padre a svanire nel nulla. Buon Natale alla madre di Simon, rimasta sola a prendersi cura di 9 bambini, un compito che da qualche parte può risultare difficile, mentre in una baraccopoli a volte si rivela davvero impossibile. Buon Natale a tutti gli 8 fratelli di Simon, 4 sorelle e 4 fratelli, tutti quanti più grandi di lui, nessuno che vive con la madre. Bambini e ragazzi randagi.

Buon Natale ai compagni di camerata di Simon, perché ne abbiano se non pietà almeno rispetto, che non approfittino delle sue debolezze, del suo essere piccolo, del suo essere fragile. Buon Natale alle guardie della prigione, perché se ne prendano cura, perché siano per lui la famiglia che non ha mai potuto avere.

Buon natale perché in fondo è un augurio che si meritano un po’ tutti, davvero, persino Babbo Natale. Rivolgo un enorme augurio di Buon Natale anche lui, convinto come sono che quest’anno, in questa santa notte, abbia trovato il tempo di bussare in case senza porta, di far battere cuori senza speranza, di portare finalmente il Natale dove la calda voce di Bublè non riesce ad arrivare.

Buon Natale a Simon in particolare, e alle decine di centinaia di migliaia di Simon sparsi per il mondo. Buon Natale a Simon anche se oggi sul campo saremo avversari, prigionieri della YCTC contro ex-prigionieri di Cafasso. Sperando prima che il giudice, a cui auguro di nuovo Buon Natale e buon appetito, abbia pietà di lui. E poi sperando di poterci giocare di nuovo, con Simon, ma nella stessa squadra. Perché a Cafasso si può essere famiglia, e una famiglia è quello di cui un ragazzo di 15 anni ha bisogno. Nel caso, ti aspettiamo.

Buon Natale alla mia di famiglia, ai miei amici, ai miei nemici, tutti così lontani ma alcuni davvero molto vicini. Buon Natale perché probabilmente non ve l’ho mai detto. Buon Natale proprio perché a me non è mai piaciuto. Questa volta ho deciso di scriverla a tutti voi la letterina, e non a Babbo Natale. Perché se mi riesce difficile credere a lui, trovo molto più facile credere in voi.

a presto,
Giacomo Centonze

sabato 25 novembre 2017

Il Kahawa West che non so descrivere

3 commenti:
Primissimo giorno di servizio effettivo a Cafasso House.
Sveglia alle sette e mezza, colazione preparata di Giacomo mentre io, con la solita calma frettolosa che solo chi mi conosce bene e ha vissuto qualche tempo con me può capire, cerco di prepararmi in tempo per l’uscita che ci eravamo prefissati. Nemmeno a dirlo, non ce la faccio. E così usciamo con qualche minuto di ritardo da casa, tutti trafelati, in spalla lo zainetto con acqua, cambio completo (non so ancora se i miei vestiti del mercato riusciranno a resistere al lavoro nei campi), scarpe di ricambio perché gli stivali da lavoro a noi sembrano costare troppo al supermercato qui vicino e ci stiamo rifiutando di comprarli fino a nuovo ordine. Il cellulare in un piccolo marsupio nascosto sotto ai vestiti per non dare tropo nell’occhio e le chiavi di casa al collo, ci avviamo di buon passo verso Kamiti, il quartiere carcerario.
Il cancello più vicino a noi dista da casa solo pochi minuti a piedi, ma poi da li dobbiamo camminare ancora una ventina di minuti all’interno della recinzione per raggiungere Cafasso, la comunità educativa per giovani ex detenuti dove lavoreremo quest’anno.
E’ strano il nostro quartiere: Kahawa West. Mi piacerebbe riuscire a descriverlo, ma come ci ha detto anche Maurizio, il nostro responsabile, è davvero difficile spiegarlo a chi non è mai stato in una periferia di città africana. E’ una via di mezzo tra la città ultra moderna e la baraccopoli. Ok. Ma questo dice tutto e non dice niente. Dice che nelle vie è spesso un brulicare di gente...ma solo dopo le nove di mattina. Prima la gente sembra avere altro da fare qui, e i bambini non girano ancora molto nelle vie. Dice del traffico caotico e sregolato, come Milano, come Roma, come Napoli...ma di più. Molto di più. Dice dello smog che si respira e della polvere che si mescola a questo e del fatto che entrambi ti entrano dentro ad ogni respiro tanto da non desiderare altro che natura incontaminata per un pò. Dice delle voci che si mescolano, delle case che si ammassano e dell’edilizia che tende a riepire i pochi terreni rimasti vuoti lungo le vie. Dice delle strade sterrate, ma non di quelle che una volta erano asfaltate e che ora sono un cumulo di macerie sopra alle quali si snoda indifferente il mercato. Non dice dei ragazzi che ti invitano coon insistenza a salire sull’autobus (una pecie di “buttatdentro” all’italiana...di quelli che da noi ci sono fuori dai ristoranti del centro di Milano. Ecco, uguali. Solo che invece che essere vestiti di tutto punto e cercar di convincerti a mangiare una pizza a colazione o degli spaghetti all’amatriciana e una cotoletta alla milanese a merenda sono vestiti come noi e cercano di convincerti a prendere autobus per raggiungere ogni angolo della città). Non dice nemmeno che il servizio di bus e taxi è privato, non pubblico, ma che è estremamente efficiente. A qualsiasi ora tu voglia prendere un bus è sufficiente che tu ti faccia trovare alla fermata giusta: un matatu ci sarà sicuramente. Orari? Non servono: si parte non appena i posti sono stati riempiti,e poi via a ruota il successivo, già fermo in coda alla stazione di partenza. Non dice di un’app che permette di chiamare taxi in tutta la città di Nairobi a qualsiasi ora del giorno, scegliendo anche la dimensione dell’auto, ed eventualmente valutando e selezionando come preferiti i tuoi conducenti di fiducia. Esiste persino un tasto per la sicurezza da premere in caso di pericolo.
Non dice nulla nemmeno di quella parte del quartiere nascosta dietro al mercato, fatta di vie strettissime e di baracchini che ne costellano i lati: parrucchieri e negozi di vestiti a non finire. A non finire mai. Non dice nulla nemmeno della quantità di persone addette alla sicurezza che piantonano armati ogni ingresso di ogni attività commerciale grande più di due metri per tre: che tu vada al supermercato, alla banca, in un bar, in un qualsiasi posto in cui girino dei soldi, lì ci saranno delle guardie pronte a perquisirti e a garantire la tua sicurezza. Protezione e ansia allo stesso tempo.
Non dice nulla nemmeno della sporcizia che si trova lungo le vie, di tutta quella maledetta plastica che inquina e non si decompone e resta nell’ambiente per anni e anni rovinando paesaggi che altrimenti sarebbero bellissimi.
Non dice nulla soprattutto di quella sensazione di pace e di tranquillità che si prova non appena si varca il cancello del quartiere carcerario di Kamiti. Quella pace che stride così tanto con il significato del suolo che si sta calpestando, ma che inspiegabilemente ha sapore di libertà.
Libertà dal caos cittadino, dalla frenesia di ogni giorno, da quella fretta di fare tutto e subito prima che il tempo scappi.
Ecco, mettere piede a Kamiti significa immediatamente rallentare, respirare a pieni polmoni, sospirare.
Una guardia all’ingresso saluta svogliata ma incuriosita, il traffico sparisce, i rumori della città si fanno lontani, le case si diradano e davanti a te compare un paesaggio naturale insolitamente bucolico, di quelli che propro non ti aspetteresti li. Campi coltivati, piccole colline di terreno attraversate da sentieri in terra battuta che si snodano fitti tra le carceri e le case dei lavoratori, accogliendo guardie, detenuti in divisa che lavorano sotto sorveglianza, bambini che giocano a costruire argini robusti alle pozzanghere di fango, galline che dopo aver trovato qualcosa da mangiare tra i cumuli di spazzatura poi ritroveranno la strada di casa...e noi. Due giovani ragazzi bianchi che inspiegabilmente si trovano li.


Alice V