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sabato 9 aprile 2016

Libano - segni particolari: SCONFINATI

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Del passaporto, della libertà di movimento e della pazienza


Mentre si parla dell’accordo UE-Turchia sui respingimenti, recentemente entrato in vigore (qui), in un piccolo paese che vive di frontiere porose, un gruppo di persone attende.
Pensando a quanto sia facile - di norma o forse è un'eccezione? - disporre di un passaporto, muoversi, scegliere dove andare e per quanto tempo, riflettevo sulle persone con cui trascorro le mie giornate.

Sabaya tra la neve
Il primo gruppo lo vedete a Bsharre a giocare con la neve, o con quel che ne rimane. Sono le sabaya dell’Olive shelter: donne arrivate qua in Libano per lavorare come collaboratrici domestiche, intrappolate nel sistema della kafala (qui), che aspettano il termine della loro investigation per riavere il proprio passaporto e potersene tornare a casa. 


Eccezion fatta per questa bella gita, di base le loro giornate ruotano tra i corridoi del 5* piano di un palazzo, con uno spazio sottostante abbastanza grande e solitamente inaccessibile. 
Le ragazze, mentre attendono pazientemente il passaporto loro ritirato, ci accompagnano nelle ore che trascorriamo nel centro, ballando e studiando inglese.
Attività queste non imposte loro, ma neanche vissute sempre con troppo entusiasmo, perché i loro pensieri sono sempre rivolti a quel passaporto che aspettano e al volo che le riporterà a casa.
Finalmente lunedì io e Megan, approfittando della rara disponibilità dello spazio, siamo scese con le sabaya e il piazzale a piano terra ha preso vita. 

Open air English
Chi ballava e improvvisava lezioni di zumba, chi con spirito di competizione cercava di vincere a “palla avvelenata”, e chi semplicemente è rimasta seduta a prendere un po’ di sole. Star fuori ha reso più divertente anche studiare inglese, facendoci quasi sentire altrove, e allontanando con più facilità i tristi pensieri del momento.
Il semplice uscire all'aria aperta è stata una piccola conquista condivisa nella più banale semplicità.

In attesa dei nostri amici siriani
Il secondo gruppo in attesa cui penso viene dalla Siria, Homs per la precisione.
Le nostre strade si sono incrociate grazie a Relief & Reconciliation (R&R), che lo scorso sabato ha organizzato una “marcia della pace” nella valle di Qadisha, con arrivo nel bellissimo monastero di Mar Elisha.
Siamo partiti in sette da Beirut e ci siamo messi in marcia con i nostri amici venuti dall’Akkar. 
Venuti dall'Akkar con difficoltà del tutto diverse per chi, come me, può muoversi senza apparenti limitazioni.
Un check-point tra i tanti può mettere fine ad un "semplice" spostamento all'interno dello stesso Libano, visto che i nostri amici vi risiedono senza regolare permesso.
Quanto è facile limitare la libertà di movimento?

Quasi assurdo pensare che, al contrario delle nostre sabaya, loro hanno il proprio passaporto: ma cosa vuol dire adesso avere un passaporto siriano?
Alcuni, come Sidra, attendono che finisca la guerra in Siria per tornarvi, altri, come Abd elStar, attendono di raggiungere l’Europa tramite resettlement.
Un passaporto siriano ora per alcuni può anche serenamente cadere in un piccolo ruscello, come diceva Suleiman ridendo Tanto anche se si bagna, fa niente, non mi serve, dove posso andare?”.

Marcia della pace
La nostra camminata di circa 5 ore (un attimo, 5 ore libanesi eh, quindi pause, pranzo belli seduti al ristorante e tocco finale di arghile) è stata accompagnata da una riflessione da preparare, divisi in gruppi, sui temi della pace, della giustizia, della verità e dell’amore.
Alla fine, giunti al monastero di Mar Elisha, ci siamo riuniti in cerchio per condividere riflessioni spontanee, e altrettanto spontaneamente - per chi lo volesse - per recitare il padre nostro e la fatiha.

Concludo con il terzo gruppo, cui ho pensato. Oramai presenza fissa nelle nostre giornate nel campo di Dbayeh, Monir, Ibrahim, Elias, George, Michel, e una trafila di Abu qualcuno che non ricorderò mai, sono i nostri “nonni” palestinesi e libanesi, che ci accolgono ed attendono puntuali ogni mattina quando ci rechiamo nel centro Caritas a fare attività.
Pronti per perdersi in lunghe ore di 14 (una pseudo scala 40), scandite dall’ormai rituale della pausa "caffè arabo", che non manca di commenti circa la nostra preparazione (è troppo forte, non sa di niente, eh ma la tazzina col manico dov’è?), e di chiacchiere tra persone che iniziano a conoscersi.



Mi sembra quasi surreale fare una riflessione sul passaporto in relazione a loro, sono semplicemente onorata per il senso di attesa che li lega alla nostra presenza, e per l'ironia che sanno regalarci (video docet).

Questo mio Libano si sta riempendo di facce e nazionalità così sconnesse tra loro, che a volte perdo l’orientamento.
Il filo comune che trovo tra loro è una grande pazienza, non ci vedo rassegnazione, nell'attendere quel cambiamento che si aspetta, nell'accettare che il posto dove ci si trova ora, possa per vari motivi diventare casa o far venire una immensa voglia di casa. 
È un passaporto che non si ha, o che si ha e non ha valore, o ancora che non ha ragion d’essere.
Ed è anche una libertà di movimentoda un lato la mia, perché ho deciso di venire qua a spendere un anno della mia vita, ma è soprattutto la loro, che spesso resta intrappolata all'interno di confini e frontiere poco chiari, sospesa tra accordi, muri e respingimenti.

Eppure sapete cosa c'è, è proprio bello vedere in tutte queste persone una voglia infinita di sentirsi SCONFINATI.


"Tutti i cuori degli uomini
sono la mia identità.
Ritiratemi pure questo passaporto."
                             
                                        M. Darwish

Mary in partenza
Aggiornamenti per i gli amanti dell’happy end:
- Mary ha lasciato giovedì l’Olive shelter per il Kenya, dove cercherà di intraprendere un’attività nel settore dei cosmetici (la foto ci fa ben sperare che non voglia dedicarsi alla parrucchieria =); non ha ottenuto gli stipendi arretrati che le spettano, ma è partita nonostante ciò con un sorriso a 583053 denti.
- Abd elStar raggiungerà a breve Taizé, dove ha ottenuto il resettlement con la sua famiglia.
- Noi, si studia e ci si applica per migliorare la lingua e il caffè quotidiano con i nonni di Dbayeh… vi toccherà venirci a trovare o partecipare ai cantieri per sapere il proseguo della storia; intanto esercitatevi e ripetete battttttikh =)



Rub

mercoledì 20 gennaio 2016

LIBANO – “Le conseguenze dell’amore”

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ovvero della carta di identità capovolta


Dunque… sei in Libano, se lavori in centri che ospitano migrant workers e in un campo profughi… bah, sarà all'incirca così:












                                                                                                                                                      Sì, sei in Libano, ma va così:











  
“La mia identità è ciò che fa sì che io non sia identico a nessun’altra persona”[1]: è questa la carta di identità “capovolta” del mio rientro a Beirut.                                                                                                                                            

I tre carismatici personaggi dello scorso post
 in versione inverno beirutino 2016


Accoglienza


Spirito di servizio


Casa
Le conseguenze dell'amore


E ora? 

Progetti per il futuro: ricordati di non sottovalutare le conseguenze dell’amore[2].


Rub



[1] L’identità, A. Maalouf.
[2] Le conseguenze dell’amore (film), P. Sorrentino.


martedì 17 novembre 2015

LIBANO: Faccio cose, vedo gente

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Ovvero delle prospettive, dei punti di vista e della scrivania



"- Senti che lavoro – me ne ero dimenticato – che lavoro fai?
* Bè, mi interesso di molte cose… Cinema, teatro, fotografia, musica, leggo…
- Ehm… concretamente…
* Eh… non so cosa vuoi dire.
- Come non sai, cioè che lavoro fai?
* Nulla di preciso.
- Vabbè, come campi?
* Mah, te l’ho dddetto, gggiro, vedo gggente, mi muovo, conosco, faccio delle cose…”

                                                                                                                             Ecce Bombo 


Io e le tre carismatiche persone che vedete in foto - Megòn, Clodia e Micayella, assodata versione libanese dei loro nomi - ci troviamo a Beirut da un mese e mezzo oramai, in servizio civile ça va sans dire
Il nostro servizio – e cerchiamo di capire se sia possibile chiamarlo lavoro - sta coinvolgendo tre aree: due sono shelter per migrant workers, e il terzo è il campo palestinese di Dbayeh.



In tutti questi posti - ad ora - io credo di fare cose e vedere gente, motivo per cui rimando ad un prossimo post il raccontarvi nel dettaglio cosa ci faccio qua.

Per il momento, mi concedo un’altra riflessione sul mio esserci, che in realtà è questione di punti di vista. Prendiamo questi due scenari:
- Se dici “Basically I follow up this project involving migrant workers and refugees, you know…” solitamente la reazione è “Oh nice, that’s interesting” e vieni immaginato dietro una scrivania a tenere in mano le sorti di un progetto, per la serie “cooperante in carriera”.
- Se al contrario spieghi “I am a volunteer from Caritas Ambrosiana (Milan) and I am working with migrant workers…Ajajajajajaj, col “volunteer” crei già confusione, poi dove puoi essere collocato, davanti o dietro la scrivania?

Forse si pensa troppo spesso ad una dicotomia, per cui coloro che operano nel fantomatico mondo della “cooperazione” vengono divisi proprio da una scrivania: se rispetto a questa ti collochi dietro sei in ufficio a progettare, altrimenti sei davanti e quindi sul campo.
Dopo un mese di SCE mi torna in mente una parte del nostro progetto in cui si parlava di stili di presenza: il modo di porsi in altre parole, uno stile che cambia nel tempo e che si evolve, facendo sì (in teoria) che si possa entrare sempre più nel contesto in cui ci si trova.
In queste prime settimane, io sto apprezzando l’entrare “in punta di piedi” in tutto ciò che facciamo.
In punta di piedi nelle diverse tempistiche dietro l’organizzazione del lavoro, nella formalità a volte rigorosa e altre quasi impalpabile nei rapporti di lavoro, e ancora in punta di piedi nel valore che si dà al lavorare dietro una scrivania e nel valore che si dà a chi la scrivania la vede poco.
Ho dei miei personalissimi giudizi ovviamente, che cambieranno o si confermeranno, eppure ciò che apprezzo di più, e credo sia una peculiarità di questo SCE, è proprio il rimbalzare da tutti i lati della scrivania.

Peculiarità questa molto vantaggiosa. Per cui ti puoi trovare a seguire un progetto per una nuova cucina, e lì la scrivania ti serve per contattare ingegneri e fornitori, scaricare preventivi, planimetrie, bill of quantity (presto Team Libano vi svelerà anche questo arcano) ecc. Oppure ti puoi trovare seduta davanti alle scrivanie di persone che desideri conoscere, perché seppur non sia scritto da nessuna parte che queste facciano parte del “tuo” progetto, ci si rende conto possano essere una chiave di accesso a una realtà troppo nebulosa e ben venga il conoscerle e il confrontarsi.
E ti puoi trovare ancora dietro la scrivania, con le mani in fermento, e i cassetti che mentre sei lì si aprono e chiudono… magari non è nemmeno la tua, tuttavia diventa un laboratorio di idee per progettare una lezione di inglese, una tabella che organizzi le chiamate delle ospiti di un centro, un report da condividere coi colleghi o anche una tabella che organizzi la distribuzione degli abiti o annoti i compleanni.
Da quella scrivania ci passi alla fine e all’inizio del lavoro sul campo: sul campo quando si improvvisa una chiacchierata con un fornaio il cui forno è quasi nascosto sotto terra in un campo palestinese; sei sul campo durante un giro di saluti tra le camere delle donne che ti raccontano quante mutande hanno e perché si sentano frustrate; sei sul campo durante una ginnastica mattutina che ti lascia una sete pazzesca eppure ti avvicina col potentissimo linguaggio del corpo a delle donne un po’ annoiate, che riscoprono il bello di mettersi in gioco e in ridicolo. E – curioso no? – sei sul campo a parer mio anche quando usi la scrivania per ricordarti che c’è una lingua da imparare e tenere allenata, perché essere sul campo forse non è tanto essere a Beirut, ma parlare CON Beirut prima che DI Beirut.
Dove collocare tutto ciò, in progettazione, cooperazione, volontariato…?

Non so voi, io lo lascerei proprio serenamente in faccio cose vedo gente, perché in fondo anche questo è solo questione di prospettive e punti di vista.

Prospettive e punti di vista (0): la giusta misura
M: “Per me è dritto
C: “Per me è storto
A: “Per me è no! Lasciate perdere ragazze…”
Prospettive e punti di vista (1): il turbolento incontro tra passato e presente
Prospettive e punti di vista (2): il dolce incontro tra passato e presente
Prospettive e punti di vista (3): de gustibus = “bello mangiare libanese eh, ma a una certa…”[1]


Prospettive e punti di vista (4): la bellezza (ferita)
Prospettive e punti di vista (5): entrare in punta di piedi o dare nell'occhio

Prospettive e punti di vista (6): essere presbiti = guardare le cose da lontano per capirle meglio

Una piccola chicca dopo questa carrellata di PROSPETTIVE E PUNTI DI VISTA: quando ci si trova di fronte a qualcosa che è disorganizzato e confusionario, qua si usa tuttora dire “al’haq ‘alā-l-ṭilyān” cioè “è colpa degli Italiani”; questo perché nel 1912 la flotta italiana bombardò la zona del porto e i quartieri centrali di Beirut, causando così una grande disorganizzazione nella città a livello urbanistico[2]

[1] Immagini prese rispettivamente dai miei amici dei CdS 2014 e dal gruppo FB “Se i quadri potessero parlare”.
[2] Samir Kassir, 2009. Beirut, storia di una città, p. 163.


Belli i punti di vista no?

martedì 29 settembre 2015

Milano: per adesso non mi EXPOngo

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Settembre 2015: Milano,ancora per poco Milano
7 ottobre 2015: finalmente sarò a ... da qualche parte è scritto, cercatelo!

Un salto indietro nel tempo...

Dicembre 2013: Per me è no! = NON SELEZIONATA
Giugno 2015: Sto giro è sì = SELEZIONATA
 
Un arco di tempo relativamente lungo spiega come sono arrivata qui, una “civilista” al secondo tentativo. Per la serie “se non è buona la prima vai di seconda”, eccomi in procinto di raggiungere la destinazione del mio servizio civile con un orsacchiotto, una bolla di sapone e una bilancia (se ne prospettano delle belle, soprattutto se in casa girerà un canguro!).
 
Chi sono: alle provanti prove di selezione, di fronte alla provocante proposta “Dai, presentatevi in maniera originale!”, ho (non) risposto MIMANDO. Pertanto decido liberamente di sfruttare il velo che mi nasconde dietro al blog per non dire niente di più.
 
Del contesto in cui silenziosamente mi inserirò al momento saprei e vorrei dire ben poco, così vi lascio con l’unica immagine che sono abbastanza certa di ritrovare… e non vi dico cosa sia =)






E anche con una citazione che ho incrociato ieri; insieme alla formazione ricevuta, al diffusore, alle lenti a contatto, alla presa tripla, alla mia federa bordeaux di cotone, allo zaino di pelle e al ciauscolo, io in valigia provo a metterci anche questo.

Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare,
che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare,
che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere.”

                                                                            T.M.

PS: Piacere, Rubina