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domenica 21 giugno 2015
Indovina chi viene a... casa!
Causa del decesso: cantierista killer
Materiale: mogano leccato (usato)
Misure: 90X60X90
Peso: massimo consentito + un cinese, senza cipolle e senza piccante
Trasporto: barcone, posto in piedi
Destinazione: paradiso città (Legnano)
Operazione BARENOSTRUM, più ruspe meno barche, no expo, no tav, no al terzo binario, ma tivogliamobene<3
Per maggiori informazioni:
in primis) contatta la Domi (con le pezze giustificative);
in SEKUNDIX) Chiama il Bonny (mano sinistra);
dulci in FINDUS) Chiama SISCOS +39029645456127976638881 (Preferibilmente dall'estero)
www.ansa.it/cds2015/acchiappalasalma
www.scheletrinelmogano-salmanellarmadillo.eu
Ci
Impegniamo
Per
Rimpatriarla
Ora
Buon rimpatrio! :)
Gli Scoordinatori
alle
01:19
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martedì 26 maggio 2015
Nicaragua: "Un camino por los Andes" :) (Perú 2015)
Sveglia alle 5 del mattino.
I 4 Huandoy mi sorridono, Pisco e Chacraraju riposano ancora tra le nubi e Yanapaccha, Chopicalqui e i due Huascaran (Sur y Norte) mi danno il buongiorno più luminosi che mai.
Preparo con Enrico la colazione per i turisti che si alzeranno tra un'oretta e sparecchio i tavoli di chi l'ha fatta durante la notte per raggiungere la cima Pisco alle prime luci dell'alba.
Mi godo la mia colazione ed eccomi pronto per il primo viaggio! Dal rifugio Perù (che ormai chiamo casa) scendo di corsa a Cebolla Pampa, mi innamoro del sole che sorge, dell'aria gelida del mattino e della sensazione di SENTIRSI PIU' VIVO CHE MAI! :)
Arrivato alla Pampa, carico la portantina di legna sulle spalle e ripercorro il cammino verso il rifugio. Il peso si fa sentire così come il dolore dei muscoli delle gambe, delle spalle e della schiena. MA mi basta "poco"! Un cielo azzurro, una nuvola con una forma strana, una mucca che mi guarda masticando in silenzio, un panorama mozzafiato, una canzone, un pensiero, un ricordo, un viso e le uniche cose che sento dentro sono il forte battito del mio cuore, il respiro affannato dovuto ai 4000 metri e la GIOIA DI ESSERE ORMAI IN VETTA!
Apro la porta di "casa" ed ecco Carlos ai fornelli che cucina il pranzo, Enrico che prende le prenotazioni e rende cristallino il rifugio e Tomas, amico Chileno rimasto affascinato dal nostro servizio che ha deciso di fermarsi con noi per una decina di giorni, che si occupa di tagliare la legna e tenere accese le due stufe che abbiamo in modo da riscaldare ancora di piú un ambiente giá incredibilmente caldo.
I turisti sono contenti per il clima di amicizia che si respira e meravigliati di scoprire che siamo tutti volontari e tutto l'incasso del rifugio sará destinato alla costruzione di case per i poveri della Sierra ed altri progetti di sviluppo sociale.
Riprendo fiato e mi rilasso lavando i numerosi piatti, tazze, bicchieri, coperti e pentole varie e viaggio con la mente tra i pensieri, le sensazioni e le emozioni.
Serviamo ai tavoli e sono già le 14, ora del secondo viaggio! :)
Piove, anzi, nevica, ma io sono già pronto per AMARE ANCHE LA NEVE!
Saluto nuovamente Cebolla Pampa, questa volta carico il mio zaino di verdure, latte, spaghetti, bibite, lattine e tutto ciò di cui avremo bisogno per le colazioni, i pranzi e le cene dell'indomani.
Cammino, cammino e cammino e mentre mi maledico per aver riempito troppo lo zaino (e le braccia) sorrido della situazione perchè tanto prima o poi arriverò!
Stanco, sudato e affaticato giugno ancora una volta senza fiato ma FELICE al rifugio e c'è solo" il momento per darmi una sistemata, indossare il grembiule, servire ai tavoli, cenare, chiacchierare con qualche turista, preparare la colazione per chi si alzerà a notte inoltrata per fare la cima, accatastare i piatti che laverò l'indomani e tutti sotto le coperte!
Le parole di uno scrittore incredibile mi danno la buona notte e non c'è neanche il tempo per sognare, sono già le 5... :)
![]() |
| Foto de Tomas |
"Un camino por los Andes al subir encontrarás
regalando a los pobres en la cumbre llegarás
Pisco, Huascaran, Huandoy nos rodearán
FELIZ CON MI CARGA VOY MIRANDOME ESTÁN
Caminar, trabajar, nuestro tiempo regalar,
SUBIR PARA AYUDAR LOS QUE ABAJO ESTÁN
Una luz al buscar tantos chicos se unirán,
un refugio construirán frente al Huascaran
Lindo es escalar, de la cumbre divisar
nevados frío calor, tan ciquito soy
AL SUBIR TU PODRÁS UNA CASA ENCONTRAR
ALLÍ FELIZ DESCANSAR, BIEN SERVIDO ESTAR." :)
Un saluto e un abbraccio fortissimo,
Teo! :)
p.s. Grazie ad Anna per avermi prestato il suo account MIca SCEmi e a tutti voi per farmi sentire sempre la vostra vicinanza! Siete grandi! :)
alle
18:38
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venerdì 11 aprile 2014
Rayfoun: il mondo in quattro mura.
La nostra settimana libanese ci vede coinvolti in tre diverse attività. La prima realtà di cui vorrei parlarvi è lo shelter di Rayfoun, un paese sulle colline solitamente abitato in estate dalle famiglie benestanti che sfuggono dall’afa della città. A tre anni dall’inizio della guerra in Siria la popolazione è molto cambiata, anche qui infatti è difficile non incontrare donne e uomini siriani. Quelle che fino all’estate scorsa erano scheletri di nuove abitazioni non finite e disabitate ora invece ospitano le numerose famiglie.
Il centro Caritas accoglie numerose migrant workers, ossia lavoratrici provenienti da paesi molto diversi che condividono la sfortuna di storie infelici con il datore di lavoro e ora sono senza passaporto in quanto “sequestrato” dal datore. In Libano, come in altri paesi del medio oriente, per poter migrare e lavorare è necessario avere uno sponsor, ossia qualche cittadino che si prenda la responsabilità e che garantisca un impiego. Tale figura ha un’importanza vitale dal punto di vista giuridico e non solo in quanto dalla sua “benevolenza” dipende la libertà del migrante. Le collaboratrici domestiche sono in continua crescita in tutto il mondo, non di meno qui in Libano dove rappresenta fortemente una questione di status sociale. Nei centri commerciali, nelle macchine, per strada…ovunque è possibile osservare quanto sia diffusa la presenza di una donna straniera nel nucleo famigliare.
Tra le 4 mura di Rayfoun si trova il mondo intero. Filippine, Togolesi, Keniote, Nepalesi e non solo…un numero di persone estremamente variabile che varca il cancello, in modo più o meno volontario, per cercare un aiuto burocratico, ma anche psicologico e sanitario.
molte hanno la mia età, 23 anni, alcune anche più piccole, molte ancora raccontano di avere figli e non manca mai il velo di tristezza dicendoti i nomi e l’età, qualche volta mostrando anche le foto di questi bambini.
Una volta fatte le dovute presentazioni, non tardano molto a raccontare le loro storie. Qualcuna è in Libano da pochi mesi, altre, più fortunate forse, da anni.
Assunte come donne delle pulizie, troppo spesso si sono trovate davanti a famiglie che non le trattavano come esseri umani, obbligandole a pulire la casa più volte al giorno, (le metrature libanesi medie sono circa di 200 mq. Nda), senza pause, talvolta anche senza cibo, facendole dormire sul pavimento dello sgabuzzino o della cucina o, ancora, discriminandole per il colore della pelle. Scappando o venendo cacciate di casa, le lavoratrici perdono i propri documenti in quanto per legge lo sponsor può detenere il passaporto dal momento in cui arrivano in aeroporto. Inizia così per loro un vero e proprio limbo, un tempo indefinito, scandito dall’attesa delle diverse burocrazie in cui vengono ospitate nel centro Caritas, in cui per lo meno hanno accesso a pasti regolari, cure e protezione.
Forse a questo punto sorge spontaneo chiedersi perché sono partite dai loro paesi per andare incontro a tali sfortune. A dispetto di quanto qualcuno possa pensare raramente provengono da condizioni di miseria. Molto più spesso sono donne con un sogno, un’aspirazione. Il desiderio di accumulare qualche soldo in più e potersi così permettere maggiori strumenti per il proprio futuro o quello della propria famiglia, per potersi ripagare gli studi o per pagarli ai figli…insomma desideri che ciascuno di noi ha: indipendenza, autonomia, emancipazione.
Un’altra domanda potrebbe essere se non sia possibile informare le persone prima che partano. Esistono agenzie che si occupano di fare da ponte tra la lavoratrice e lo sponsor e sono il primo veicolo di informazioni per queste donne. Molto spesso però tali informazioni sono parziali e non del tutto vere, oppure ciò che le donne firmano nel contratto non viene assolutamente rispettato dal datore, il quale appunto ha la possibilità di fare tutto rimanendo per lo più impunito.
loro stesse pensavano di essere le uniche con questa sfortuna invece, entrate nello shelter, si sono subito accorte di quanto sia comune questo problema.
Nel raccontare, la loro voce è arrabbiata, delusa, malinconica ma nello stesso tempo mai rassegnata. Mentre la mia mente rimane sbigottita da quello che mi pare irreale, mi sorprendo quando alcune donne cambiano tono, iniziando a scherzare, mettendoci un po’ di ironia, qualche risata, come a voler alleggerire la storia che hanno sulle spalle. Mentre tu vorresti abbracciarle e piangere, loro sorridono e ti insegnano come affrontare le situazioni veramente difficili.
| Stefano e la ginnastica mattutina :) |
| calcio e champagne: pt.1 |
| calcio e champagne: pt.2 |
giovedì 20 marzo 2014
"Speri di ritornare nel tuo paese di origine"?
"Do you hope returning back to your country of origin?"
Che provenga da una radio, da una Tv di passaggio o dalle urla di un bambino, che sia su un taxi o per strada, la parola "Sūriyā", Siria, compare in ogni frase pronunciata, con un tono tra il rassegnato e l'allarmato.
Siamo di ritorno da due giorni di "lavoro" a Ballouneh, una trentina di km nell'entroterra collinare rispetto a Beirut. Keserwan, la regione dove ci troviamo, assiste quotidianamente all'arrivo e allo stanziamento di centinaia di siriani in fuga dal conflitto. Ci troviamo all'interno del centro, stanziato dal Caritas Lebanon Migrants Center, dedicato alla ricezione delle domande di aiuto umanitario da parte delle decine di famiglie che ogni giorno affollano l'ufficio.
Siamo dunque "osservatori privilegiati" di una realtà che va ben oltre le pieghe di un questionario di quattro pagine e che riesce ad oltrepassare le barriere linguistiche i anche solo attraverso una smorfia, un movimento degli occhi.
E ripenso subito al padre di famiglia sedutosi davanti a noi: viene da Homs, dove ha lasciato un'attività e una casa. O meglio, quanto rimane della propria casa.
"Bum Bum Bum" non è il classico rumore che senti nei cartoni animati: il "bum bum bum" sussurrato da chi ha visto sgretolarsi il tetto sopra le proprie teste ha un qualcosa di terribilmente penetrante. Come è violento lo scoppio che ha causato il ferimento degli arti di due dei suoi tre figli, ancora oggi in preda a stress, crisi di panico e frequenti incubi notturni. Una situazione che l'ha visto costretto a lasciare tutto e portare moglie e figli al di là del confine, dove, tra lavoretti e prestiti, si cerca di assicurare loro un presente al riparo dal conflitto.
Un presente dicevamo; perché alla domanda riguardo a come e dove veda il proprio futuro , gli occhi si alzano e si illuminano ripensando immediatamente a quanto lasciato, a casa. E suona perfino fuori luogo e scontato chiederlo dalla nostra comoda sedia, dalla nostra posizione di semi-spettatori comunque esterni alla tragedia.
Riguardo la pila di questionari sui tavoli e ci vedo centinaia di storie e di drammi che nessun foglio può contenere e nemmeno sintetizzare in alcun modo.
Stiamo assistendo ad una tragedia di dimensioni oltre il drammatico e la vediamo scorrere davanti ai nostri occhi: spettatori semi-impassibili di un'emergenza dilagante che prende sempre più la forma di un infausto quotidiano.
domenica 9 marzo 2014
1.000.000
Quotidianamente veniamo bombardati da numeri, cifre, sterili quantità che per un attimo ci impressionano ma subito svaniscono. Quanti esempi potrebbero venirci in mente: titoli di giornali, notiziari…
In Libano sono presenti circa un milione di rifugiati siriani. Più o meno un quarto della popolazione libanese: proporzione già impressionante di per sé ma lo diventa ancor più quando si inizia a dare un volto a questo numero.
Nonostante l’opulenza di Beirut nasconda un po’ la presenza dei rifugiati siriani, percorrendo le strade subito fuori dal centro si notano subito pulmini pieni di bagagli e persone o uomini che camminano a piedi sui bordi delle carreggiate. Spostandosi verso il confine siriano, nella valle della Bekaa il paesaggio cambia totalmente e non solo dal punto di vista ambientale.
Guardando i campi secchi dalla siccità di quest’anno si vedono ovunque accampamenti di persone. Katia, l’operatrice che ci accompagna, ci spiega che in questa zona sono sorti campi profughi ovunque, proprio a causa della massiccia presenza siriana. Quando entriamo nel campo profughi ci accolgono subito gli anziani che, dopo un attimo di sospetto, ci fanno entrare con un caloroso sorriso.
A rallegrare l’atmosfera ci pensano decine di bambini che, incuriositi dalla nostra presenza, trasformano la loro iniziale timidezza in un gioco a chi si fa fotografare di più. Con disinvoltura si aggiungono i più anziani che si mettono in posa con i più piccini. Ci mostrano con fierezza la loro scuola-tenda, mentre i più grandi con orgoglio snocciolano qualche parola di inglese per entrare in sintonia.
1.000.000...
Un milione di persone significa un milione di questi volti, un milione di questi vissuti in centinaia di campi profughi in condizioni al limite della dignità umana. Ma sono proprio questi volti e questi sorrisi a ricordarci che proprio qui, tra queste tende, di dignità e di umanità ce n’è da vendere, che la speranza di vedere terminare la guerra e poter tornare alle proprie case è una convinzione forte e un motivo in più per sopportare questa situazione precaria. Proprio qui realizzi come la vita vada avanti e germogli anche su rami che sembravano morti o secchi. In queste situazioni ciò che davvero ti rimane nei ricordi e nel cuore sono i sorrisi, le risate e soprattutto occhi che ti dicono quanta voglia abbiano di andare avanti nonostante i traumi.
Un passato che è causa del presente ma non spegne il futuro…anzi.
lunedì 3 marzo 2014
Paese che vai.. Taxi che trovi!
Chiunque sia stato tra Nord Africa e Medio Oriente, una volta a casa avrà raccontato agli amici la follia del traffico nelle varie città, piuttosto che lo stile di guida alquanto "bizzarro" dei vari tassisti di turno.
Ecco, dimenticate tutto: Beirut non è una città trafficata: è il traffico fatto a città!
Potevamo forse spendere tutto questo tempo a disposizione con le mani in mano?
Ecco a voi i primi incontri ravvicinati con i tassisti del terzo tipo:
1- "Il SAVIO", l'autista all'italiana: sicuro di sè, a bordo del suo potente Mercedes,, dopo aver fregato la corsa ad un suo collega con nonchalance, ci racconta del legame con il nostro Paese. Dopo una lunga carriera accademica dai Salesiani, il buon Savio decise di fare famiglia, dando alla luce, con l'aiuto della povera moglie, tre pargoli dei nomi alquanto bizzarri per ribadire la sua passione "tricolore":
- Il primogenito: SAVIO BOY;
- la secondogenita: MARISSA;
- infine la terzogenita, l'unica con un nome pseudo-normale: MARIA BEGONIA, nata direttamente in serra.
2- Il REDUCE: a bordo della sua fiammante Nissan, al primo incrocio ci guarda curiosi mostrandoci una gamba destra… di plastica; "Regalo" di guerra. Dopo un iniziale sbigottimento, pensare di essere nelle mani ( e nei piedi ) di un tassista che guida solo con una gamba nel traffico di Beirut non è proprio sinonimo di sicurezza.
3- Il genio: L'UOMO PORTIERA. Un rumore sordo e strisciante ci scuote mentre attraversiamo a piedi uno degli incroci principali di Beirut. Vediamo una signora distinta scendere dal taxi collettivo e dopo qualche secondo…la stessa portiera a del taxi decide di …scendere dall'auto!
Non è uno scherzo: guardate qui sotto l'autista che, tra l'ilarità generale, si fionda in mezzo alla strada a raccogliere la portiera sfuggente!
Alle prossime portiere,
Alberto-Anna-Stefano
giovedì 27 febbraio 2014
Live from Beirut
Eccoci in quel di Beirut, finalmente! Nell'attesa della nostra nuova casa ( a proposito, preparatevi al meglio!) cerchiamo di entrare subito in sintonia con la realtà e la cultura dove vivremo per tutto l'anno.. E che c'è di meglio che imparare i primi rudimenti di arabo per parlare di un prodotto "localissimo": le olive! Ecco qui Alberto, il nostro capo, esibirsi in uno splendido slang:
" Io le olive, non le volevo":
Se parlate arabo, oppure avete amici bresciani, vi sorgerà qualche dubbio ...
martedì 18 febbraio 2014
Libano: "Talk about a dream try to make it real"
Le chiamate inaspettate nei posti più improbabili. Una notizia che ti lascia senza fiato e che fa impazzire il cuore facendolo battere a velocità incredibili: ecco come è iniziata questa avventura. Con il cuore leggero ho vissuto gennaio e poi, in un battito di ciglia, è arrivato febbraio e la formazione, ossia la conoscenza degli altri SCE.
La prima settimana residenziale è stata esplosiva, proprio come quei fuochi d’artificio che salgono in cielo silenziosi e al momento giusto mostrano i loro colori illuminando l’atmosfera e lasciando un segno sia nel cielo, sia negli occhi di chi li sta guardando. Insieme condividevamo emozioni, pensieri, riflessioni e così, piano piano, abbiamo iniziato a realizzare che la partenza era sempre più vicina e che il sogno si stava concretizzando davvero. Tutto questo generava anche un po’ di paura, normalissima e lecita, che però si faceva più piccola davanti all’entusiasmo e all’energia del gruppo.
Nelle altre settimane, un po’ più “consuete”, siamo entrati nella parti più tecniche e burocratiche, nonché abbiamo potuto inquadrare un po’ meglio il contesto in cui andremo a inserirci e a lavorare. Nonostante la partenza sia imminente non è così facile realizzare e rendersi conto che fra una settimana ci sveglieremo in un posto diverso dall’attuale casa. Questo in particolare per noi “libanesi” che non abbiamo ancora una casa e che, per svariate complicanze, non abbiamo ancora una data di partenza precisa.
Oggi, 18 febbraio, io e Stefano, abbiamo conquistato il primo traguardo burocratico, procurandoci il visto al consolato libanese. Come una vera e propria squadra abbiamo superato pazientemente le diverse “prove” e la ricompensa ci porta ancora un passo più in là verso a nostra destinazione.
Il sogno prende un po’ più forma.
La prima settimana residenziale è stata esplosiva, proprio come quei fuochi d’artificio che salgono in cielo silenziosi e al momento giusto mostrano i loro colori illuminando l’atmosfera e lasciando un segno sia nel cielo, sia negli occhi di chi li sta guardando. Insieme condividevamo emozioni, pensieri, riflessioni e così, piano piano, abbiamo iniziato a realizzare che la partenza era sempre più vicina e che il sogno si stava concretizzando davvero. Tutto questo generava anche un po’ di paura, normalissima e lecita, che però si faceva più piccola davanti all’entusiasmo e all’energia del gruppo.
Nelle altre settimane, un po’ più “consuete”, siamo entrati nella parti più tecniche e burocratiche, nonché abbiamo potuto inquadrare un po’ meglio il contesto in cui andremo a inserirci e a lavorare. Nonostante la partenza sia imminente non è così facile realizzare e rendersi conto che fra una settimana ci sveglieremo in un posto diverso dall’attuale casa. Questo in particolare per noi “libanesi” che non abbiamo ancora una casa e che, per svariate complicanze, non abbiamo ancora una data di partenza precisa.
Oggi, 18 febbraio, io e Stefano, abbiamo conquistato il primo traguardo burocratico, procurandoci il visto al consolato libanese. Come una vera e propria squadra abbiamo superato pazientemente le diverse “prove” e la ricompensa ci porta ancora un passo più in là verso a nostra destinazione.
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