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domenica 21 giugno 2015
Indovina chi viene a... casa!
Causa del decesso: cantierista killer
Materiale: mogano leccato (usato)
Misure: 90X60X90
Peso: massimo consentito + un cinese, senza cipolle e senza piccante
Trasporto: barcone, posto in piedi
Destinazione: paradiso città (Legnano)
Operazione BARENOSTRUM, più ruspe meno barche, no expo, no tav, no al terzo binario, ma tivogliamobene<3
Per maggiori informazioni:
in primis) contatta la Domi (con le pezze giustificative);
in SEKUNDIX) Chiama il Bonny (mano sinistra);
dulci in FINDUS) Chiama SISCOS +39029645456127976638881 (Preferibilmente dall'estero)
www.ansa.it/cds2015/acchiappalasalma
www.scheletrinelmogano-salmanellarmadillo.eu
Ci
Impegniamo
Per
Rimpatriarla
Ora
Buon rimpatrio! :)
Gli Scoordinatori
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Stefano F
mercoledì 30 luglio 2014
Infanzie prese a prestito
Chiunque l'abbia ideato, il proverbio
sottolinea quanta cura e attenzione sia stata posta nei confronti
degli infanti da diversi secoli ad oggi.
| Wata Al Jawz, Libano |
Nel 2014, in Medio Oriente e non solo, tutto ciò non è realtà. L'infanzia non è preservata, ma viene essa stessa "presa in prestito", usurpata, divenendo il principale target di guerre e genocidi combattuti sopra la testa della popolazione civile.
Ad oggi, più di un miliardo di minorenni vivono ad oggi in zone di guerra: tra i paesi più colpiti Sud Sudan, Iraq e Siria.
Ed è proprio su quest'ultimo conflitto che voglio soffermarmi, visto che attraversa quotidianamente la mia permanenza qui in Libano. Nei vari centri dove prestiamo servizio, veniamo a contatto con diverse famiglie siriane: ognuna porta con sé 3-4-5-6 figli, spesso malati e versanti in condizioni difficili. Capita spesso di strappare loro e di strapparci un sorriso, basta davvero poco.
| Wata al Jawz, Libano |
Aleppo dicevamo: eccovi una delle foto più condivise della settimana sui quotidiani nazionali. Una piscina "naturale" ricavata dal cratere creato da una forte esplosione nel centro della città. L'unico accesso all'acqua per centinaia di persone, l'unico modo di trovare un briciolo di frescura. L'unico modo di reinventarsi un'infanzia.
La forza creatrice fantasiosa dei bambini non legittima nessuno a prendere in prestito la loro infanzia.
.
La forza indomita dei bambini di ritrovare il proprio essere umano che rivediamo in questa ragazzina palestinese a Gaza. Solo macerie restano dell'intero villaggio dove abitava: eh sì, sono passati, come periodicamente succede, gli occupanti israeliani a "fare un po' di pulizia". E lei che fa, accorre sul luogo che un tempo si chiamava "casa" per recuperare i libri di scuola. Nulla da aggiungere credo.
La forza creatrice fantasiosa dei bambini non legittima nessuno a prendere in prestito la loro infanzia.

No, non c'è nulla di romantico o amorevole in questo ultimo fotogramma: nulla ha a che vedere con quattro bambini a Copacabana o in qualsiasi altra spiaggia del mondo. Questi quattro bambini hanno avuto la sfortuna di nascere a Gaza, di crescere a Gaza e soprattutto di incontrare sulla spiaggia vicino a casa la mano insanguinata dell'IDF. Israel Defence Force: sì proprio questo è l'acronimo dell'esercito "più morale al mondo" secondo quanto ripetono ad ogni conferenza stampa i vertici sionisti.
Sì, cari ragazzi , se un missile ha dilaniato le vostre membra e il cuore dei vostri genitori, è per una questione di difesa.
Siete nati a Gaza, siete sempre e comunque parte di quei 1,8 milioni di terroristi che affollano quella striscia di terra. E come voi, pure più di 200 altri bambini ammazzati in 24 giorni tra parchi giochi, case e perfino scuole dell'UNRWA.
Avete capito bene: esiste al mondo uno stato che può permettersi il lusso di bombardare una scuola delle Nazioni Unite, il presunto garante della sicurezza e della pace internazionale, e di rimanere impunito. Anzi.
Adesso scendete nel vostro paese, chiamate 200 bambini e radunateli in piazza.

Guardate i loro volti ad uno ad uno;
guardateli scomparire uno ad uno.
Domani mattina andate dal giornalaio all'angolo:
No, non leggerete i nomi dei vostri figli o dei vostri fratelli ammazzati: si chiameranno:
"rappresaglia",
"scheggia impazzita",
"ritorsione legittima",
"difesa giusta",
"danno collaterale".
La mano che ammazza questi bambini è anche la nostra che toglie lo sguardo di fronte a questo massacro.
La forza creatrice fantasiosa dei bambini non legittima nessuno a prendere in prestito la loro infanzia, tantomeno ad ammazzarla.
martedì 20 maggio 2014
Nakba 3.0: il valore della memoria per i nipoti della catastrofe.
Nella ricorrenza dei 66 anni dalla cacciata del popolo palestinese, il ricordo di quei giorni per i palestinesi in Libano è l'occasione per rivendicare il proprio diritto al ritorno. E per trasmetterne la memoria alle nuove generazioni.
Speravano
di celebrare l'anniversario della Nakba, il giorno della catasfrofe,
a Maroun
al-Ras, all'estremo sud del Libano, pochi metri dal confine con
Israele. “Da
lì possiamo almeno vedere la Palestina; molti dei nostri villaggi
sorgevano proprio a pochi passi dal confine odierno”
tengono a precisare gli anziani del campo di Beddawi, nel nord del
Libano vicino a Tripoli. Ma da tre anni a questa parte la General
security libanese non rilascia ai palestinesi il permesso per
manifestare alla frontiera: nel 2011 una decina di manifestanti sono
stati freddati dall'esercito israeliano durante le manifestazioni e
da allora lo stato libanese ritiene pericoloso ed instabile
permettere la commemorazione della Nakba a pochi metri dai mitra
israeliani.
Nel
campo di Beddawi, 5 km da Tripoli, ai circa 40.000 PRLs ( palestinian
refugees from Lebanon) si sono aggiunti più di 10.000 persone in
fuga della Siria, molti di loro provenienti dal purtroppo celebre
campo di Yarmouk. 50.000 persone in poco più di un metro quadro: un
sovraffollamento spaventoso in un ambiente privo di qualsiasi
servizio e caratterizzato da condizioni di vita ai limiti dell'umano.
Alla
vigilia della ricorrenza della Nakba, a Beddawi la tensione sembra
scomparire, per lasciar spazio al ricordo e alla ricorrenza
dell'evento che ancora oggi condiziona pesantemente il vivere
quotidiano dei circa 5 milioni palestinesi dispersi per il globo.
Complice
anche il rifiuto delle autorità libanesi, le circa 20 NGOs presenti
hanno deciso di comune accordo di dedicare l'anniversario ai bambini
del campo, che ormai costituiscono la terza generazione di
popolazione nata al di fuori della Palestina.
“Proprio
per tenere viva la memoria di quei giorni ed per riaffermare diritto
al ritorno nella propria terra abbiamo deciso di mostrare alle
giovani generazioni del campo cosa significhi Palestina” tengono a
precisare gli organizzatori.
Lungo
un vicolo posto tra due scuole dell'UNRWA è un moltiplicarsi di
volti, fotografie, mappe, così come vestiti e strumenti tradizionali
palestinesi. Decine di donne anziane, poco più che bambine nel '48,
spiegano minuziosamente ai bambini l'utilizzo del ferro da stiro a
carbone e la modalità di produzione del burro secondo i dettami
antichi . A pochi metri di distanza, all'ombra di un'enorme bandiera
palestinese appositamente sistemata sopra il vicolo, i bambini hanno
la possibilità di assaggiare gli immancabili falafel. Lungo il
vicolo, si susseguono centinaia di immagini e slogan inneggianti al
diritto al ritorno e alla liberazione dall'occupazione sionista.
Accanto, fotografie in bianco e nero testimoniano la vita delle
famiglie palestinesi prima della Nakba. Con gli stereo a diffondere
nell'aria canzoni tradizionali palestinesi , sembra quasi di
assistere ad una festa.
“ Non
è una festa, ma una celebrazione”
tiene a precisare Abu Atef, il responsabile del campo per Beit
Atfal Assomoud (la casa dei bambini: resistenza),
una delle principali ONG che ha organizzato questa giornata. “Non
c'è nulla da festeggiare, - prosegue – dopo 66 anni siamo ancora
qui, ospiti di uno Stato che ci ospita ma che non è casa nostra. Se
ne avessimo la possibilità, tutti quanti partiremmo oggi stesso
verso la Palestina solo con i nostri vestiti indosso.”
Sull'obiezione secondo cui un ritorno, sancito da diverse fonti di
diritto internazionale, sarebbe impraticabile nei fatti, Abu Atef
sembra aver chiare le idee: “ Il
villaggio da cui viene la mia famiglia, Al-Buwayziyya,
è stato completamente raso al suolo dalle bande sioniste nel '48:
delle circa 2500 persone di allora a oggi non rimane altro che dei
muri di una casa in mezzo alle sterparglie. Potremmo ricostruire e
tornare ad abitare a casa nostra.”
E
quasi a conferma di ciò, tra l'emozione generale e gli occhi lucidi
dei nonni, i bambini tornando verso casa cantano a gran voce
l'attaccamento alle proprie radici: i vicoli angusti del campo
risuonano al grido di: “Berroach
beddaam naftiiki a-Falestiin”.
“Con
tutto il nostro cuore e con tutto il nostro sangue ti libereremo,
Palestina”.
giovedì 20 marzo 2014
"Speri di ritornare nel tuo paese di origine"?
"Do you hope returning back to your country of origin?"
Che provenga da una radio, da una Tv di passaggio o dalle urla di un bambino, che sia su un taxi o per strada, la parola "Sūriyā", Siria, compare in ogni frase pronunciata, con un tono tra il rassegnato e l'allarmato.
Siamo di ritorno da due giorni di "lavoro" a Ballouneh, una trentina di km nell'entroterra collinare rispetto a Beirut. Keserwan, la regione dove ci troviamo, assiste quotidianamente all'arrivo e allo stanziamento di centinaia di siriani in fuga dal conflitto. Ci troviamo all'interno del centro, stanziato dal Caritas Lebanon Migrants Center, dedicato alla ricezione delle domande di aiuto umanitario da parte delle decine di famiglie che ogni giorno affollano l'ufficio.
Siamo dunque "osservatori privilegiati" di una realtà che va ben oltre le pieghe di un questionario di quattro pagine e che riesce ad oltrepassare le barriere linguistiche i anche solo attraverso una smorfia, un movimento degli occhi.
E ripenso subito al padre di famiglia sedutosi davanti a noi: viene da Homs, dove ha lasciato un'attività e una casa. O meglio, quanto rimane della propria casa.
"Bum Bum Bum" non è il classico rumore che senti nei cartoni animati: il "bum bum bum" sussurrato da chi ha visto sgretolarsi il tetto sopra le proprie teste ha un qualcosa di terribilmente penetrante. Come è violento lo scoppio che ha causato il ferimento degli arti di due dei suoi tre figli, ancora oggi in preda a stress, crisi di panico e frequenti incubi notturni. Una situazione che l'ha visto costretto a lasciare tutto e portare moglie e figli al di là del confine, dove, tra lavoretti e prestiti, si cerca di assicurare loro un presente al riparo dal conflitto.
Un presente dicevamo; perché alla domanda riguardo a come e dove veda il proprio futuro , gli occhi si alzano e si illuminano ripensando immediatamente a quanto lasciato, a casa. E suona perfino fuori luogo e scontato chiederlo dalla nostra comoda sedia, dalla nostra posizione di semi-spettatori comunque esterni alla tragedia.
Riguardo la pila di questionari sui tavoli e ci vedo centinaia di storie e di drammi che nessun foglio può contenere e nemmeno sintetizzare in alcun modo.
Stiamo assistendo ad una tragedia di dimensioni oltre il drammatico e la vediamo scorrere davanti ai nostri occhi: spettatori semi-impassibili di un'emergenza dilagante che prende sempre più la forma di un infausto quotidiano.
domenica 9 marzo 2014
1.000.000
Quotidianamente veniamo bombardati da numeri, cifre, sterili quantità che per un attimo ci impressionano ma subito svaniscono. Quanti esempi potrebbero venirci in mente: titoli di giornali, notiziari…
In Libano sono presenti circa un milione di rifugiati siriani. Più o meno un quarto della popolazione libanese: proporzione già impressionante di per sé ma lo diventa ancor più quando si inizia a dare un volto a questo numero.
Nonostante l’opulenza di Beirut nasconda un po’ la presenza dei rifugiati siriani, percorrendo le strade subito fuori dal centro si notano subito pulmini pieni di bagagli e persone o uomini che camminano a piedi sui bordi delle carreggiate. Spostandosi verso il confine siriano, nella valle della Bekaa il paesaggio cambia totalmente e non solo dal punto di vista ambientale.
Guardando i campi secchi dalla siccità di quest’anno si vedono ovunque accampamenti di persone. Katia, l’operatrice che ci accompagna, ci spiega che in questa zona sono sorti campi profughi ovunque, proprio a causa della massiccia presenza siriana. Quando entriamo nel campo profughi ci accolgono subito gli anziani che, dopo un attimo di sospetto, ci fanno entrare con un caloroso sorriso.
A rallegrare l’atmosfera ci pensano decine di bambini che, incuriositi dalla nostra presenza, trasformano la loro iniziale timidezza in un gioco a chi si fa fotografare di più. Con disinvoltura si aggiungono i più anziani che si mettono in posa con i più piccini. Ci mostrano con fierezza la loro scuola-tenda, mentre i più grandi con orgoglio snocciolano qualche parola di inglese per entrare in sintonia.
1.000.000...
Un milione di persone significa un milione di questi volti, un milione di questi vissuti in centinaia di campi profughi in condizioni al limite della dignità umana. Ma sono proprio questi volti e questi sorrisi a ricordarci che proprio qui, tra queste tende, di dignità e di umanità ce n’è da vendere, che la speranza di vedere terminare la guerra e poter tornare alle proprie case è una convinzione forte e un motivo in più per sopportare questa situazione precaria. Proprio qui realizzi come la vita vada avanti e germogli anche su rami che sembravano morti o secchi. In queste situazioni ciò che davvero ti rimane nei ricordi e nel cuore sono i sorrisi, le risate e soprattutto occhi che ti dicono quanta voglia abbiano di andare avanti nonostante i traumi.
Un passato che è causa del presente ma non spegne il futuro…anzi.
lunedì 3 marzo 2014
Paese che vai.. Taxi che trovi!
Chiunque sia stato tra Nord Africa e Medio Oriente, una volta a casa avrà raccontato agli amici la follia del traffico nelle varie città, piuttosto che lo stile di guida alquanto "bizzarro" dei vari tassisti di turno.
Ecco, dimenticate tutto: Beirut non è una città trafficata: è il traffico fatto a città!
Potevamo forse spendere tutto questo tempo a disposizione con le mani in mano?
Ecco a voi i primi incontri ravvicinati con i tassisti del terzo tipo:
1- "Il SAVIO", l'autista all'italiana: sicuro di sè, a bordo del suo potente Mercedes,, dopo aver fregato la corsa ad un suo collega con nonchalance, ci racconta del legame con il nostro Paese. Dopo una lunga carriera accademica dai Salesiani, il buon Savio decise di fare famiglia, dando alla luce, con l'aiuto della povera moglie, tre pargoli dei nomi alquanto bizzarri per ribadire la sua passione "tricolore":
- Il primogenito: SAVIO BOY;
- la secondogenita: MARISSA;
- infine la terzogenita, l'unica con un nome pseudo-normale: MARIA BEGONIA, nata direttamente in serra.
2- Il REDUCE: a bordo della sua fiammante Nissan, al primo incrocio ci guarda curiosi mostrandoci una gamba destra… di plastica; "Regalo" di guerra. Dopo un iniziale sbigottimento, pensare di essere nelle mani ( e nei piedi ) di un tassista che guida solo con una gamba nel traffico di Beirut non è proprio sinonimo di sicurezza.
3- Il genio: L'UOMO PORTIERA. Un rumore sordo e strisciante ci scuote mentre attraversiamo a piedi uno degli incroci principali di Beirut. Vediamo una signora distinta scendere dal taxi collettivo e dopo qualche secondo…la stessa portiera a del taxi decide di …scendere dall'auto!
Non è uno scherzo: guardate qui sotto l'autista che, tra l'ilarità generale, si fionda in mezzo alla strada a raccogliere la portiera sfuggente!
Alle prossime portiere,
Alberto-Anna-Stefano
giovedì 27 febbraio 2014
Live from Beirut
Eccoci in quel di Beirut, finalmente! Nell'attesa della nostra nuova casa ( a proposito, preparatevi al meglio!) cerchiamo di entrare subito in sintonia con la realtà e la cultura dove vivremo per tutto l'anno.. E che c'è di meglio che imparare i primi rudimenti di arabo per parlare di un prodotto "localissimo": le olive! Ecco qui Alberto, il nostro capo, esibirsi in uno splendido slang:
" Io le olive, non le volevo":
Se parlate arabo, oppure avete amici bresciani, vi sorgerà qualche dubbio ...
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