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domenica 28 gennaio 2018

BEIT BEIRUT O LE FERITE DI UNA GUERRA

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Nel cuore di Beirut, precisamente nel quartiere di Dowtown, sorge una decadente costruzione oggi nota come Beit Beirut, “la casa di Beirut”. Nessuno chiama più quell'edificio col suo vero nome, Palazzo Barakat, anche perché è ormai passato quasi un secolo da quando Nicholas Barakat, nel 1924, commissionò il progetto di questa dimora gentilizia. 

Palazzo Barakat era costituito da otto appartamenti abitati da alcune famiglie della classe media. L’edificio si affacciava sull'angolo formato da due delle arterie principali del traffico di Beirut: Independence Street e la Beirut-Damasco. Probabilmente negli anni Trenta la capitale libanese non era ancora coperta dal pesante velo di smog che si respira oggi e Palazzo Barakat non era esposto alle grida dei clacson come lo è ora. 


Palazzo Barakat doveva sicuramente catturare lo sguardo dei passanti. La pietra dal fragile colore giallo formava sottili colonne che ricordavano vagamente l’architettura greca. Sempre un ibrido, Beirut. Una città posta nel bel mezzo del Mediterraneo e che trae la propria identità dalle contaminazioni, dagli incroci e dagli stili commisti. E con le sue ariose facciate, Palazzo Barakat doveva sicuramente incarnare lo spirito beirutino: la ricchezza mostrata sempre con distratta eleganza. 

Poi accadde. Il 13 aprile 1975 il mondo finì e nessuno sembrava aspettarselo. Eppure la gente doveva sapere. Le guerre non scoppiano mai da un giorno all’altro. Serve ben più di una scintilla, più dei colpi di mitra che lacerarono l’aria di Ain El Rummaneh, quel giorno di primavera. 

Una guerra per procura, naturalmente. C’era Israele che stava cacciando il popolo palestinese dalla sua terra, la Siria con le sue mire espansionistiche e i precari equilibri confessionali in Parlamento. Le guerre scoppiano fra i potenti, ma sono i piccoli che le scontano. In Libano tutti cominciarono a sentirsi minacciati da tutti e nel ’75 iniziò il conflitto. 



Palazzo Barakat divenne suo malgrado un simbolo di guerra. La sua posizione, proprio in corrispondenza della Linea Verde, lo rese la postazione ideale per i cecchini. La sua architettura permetteva ai combattenti di nascondersi fra le sue colonne, di annidarsi nei suoi spazi interni. E da Sodeco altri guerriglieri rispondevano col fuoco, ferendo la facciata di Palazzo Barakat. 

Passarono gli anni e la guerra finì. Ma Beirut era stata ormai profanata. I lutti e le perdite portarono le varie comunità religiose ad autosegregarsi. Così Beirut Est divenne la roccaforte dei cristiani, mentre a Beirut Ovest trovarono rifugio i musulmani. Achrafieh e Hamra divennero i nuovi centri di una città ormai bicefala e Palazzo Barakat perse la sua centralità. 



Ecco cos’è Palazzo Barakat oggi. Una casa fantasma dalle cicatrici indelebili. Durante la ristrutturazione gli architetti hanno rinforzato il suo fragile scheletro con delle protesi di metallo. Ormai disabitato, Palazzo Barakat ha perso la sua alterigia nobile ed è diventato Beit Beirut, un museo della memoria. E con quella strana commistione di pietra e ferro, Palazzo Barakat è diventato ancora una volta lo specchio di Beirut, una città ibrida che si vuole moderna, ma che non riesce mai a sbarazzarsi del suo passato.



sabato 27 gennaio 2018

Ritorno a Cochabamba, dove la vita è imprevedibile!

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Ritornare per non smettere mai di imparare


Ritorniamo a Cochabamba, dopo un mese di rimmersione in Italia. Eravamo arrivate qui, a Cocha - come si dice in slang -, all’inizio di novembre e dopo quasi due mesi siamo tornate in Italia, tra vacanze e formazione. Uno shock

Non è semplice riuscire a entrare e stare in un paese come questo, una realtà molto diversa, per quanto segnata da un’influenza europea lunga  secoli.

 La Bolivia è uno dei Paesi del Sud America che più a conservato la sua storia e le sue tradizioni: il Quechua, l’Aymara sono alcune delle lingue che scorrono parallelamente al Castellano -guai a parlare di Spagnolo!-  e che si mescolano, pulsano, creando una tavolozza colorata nella quale ancora si sentono le radici di questa nazione.

Riunione parrocchiale del campo

Arrivata qui senza sapere una parola della lingua locale, ho scoperto la fortuna di stare tra persone che sono abituate a parlare lentamente, per farsi comprendere: non tutti i boliviani parlano infatti Castellano, come non tutti parlano Quechua o Aymara. Però ci si capisce: si fa attenzione ad esprimersi in maniera chiara, con un ritmo lento e a bassa voce.


Uno dei primi avvertimenti che ci è stato dato è stato infatti di non gridare mai - e per gridare si intende anche il tono di una normale conversazione italiana! -. Ricorda l'atteggiamento dei colonialisti, ci spiegano. Un altro motivo per cui quasi si sussurra, scandendo bene le parole.


L'idea però che oggi questo sia importante soprattutto per comprendersi a vicenda mi conquista di più: mi fa pensare all'unità di un popolo che supera le divisioni linguistiche e che, alla fine, sorride nella stessa lingua.



Murale del gruppo Acciòn Poética de Cochabamba

Ma, al di là della lingua -dell’idioma, pardon!-, intendersi non è facile. Un gesto, un’espressione, la costruzione di una frase, tutto ha un peso nel creare relazioni. Ed è difficile capire come fare.


Dopo due mesi stavamo cominciando a percepire il ritmo con cui segnare il tempo di un saluto, di un buon giorno, del lavoro … e adesso si ricomincia, di nuovo a 2.560 metri di altezza e con 5 ore di fuso orario!



Uno degli aspetti che abbiamo subito dovuto metterci in testa in Bolivia è stato:

SCORDATI DI PROGRAMMARE!

O, detto in altri termini:

LA VITA E’ IMPREVEDIBILE. ACCETTALO!


E per me, abituata a progettare, calcolare soppesare i pro e i contro di ogni cosa, è stato un vero colpo! Ma una volta che ci si abbandona a questo flusso un po’ matto della vita in Bolivia, si trovano anche i suoi lati positivi.


Dovevamo tornare mercoledì 24 gennaio, tutto a posto, tutto pronto. Biglietti presi, visto fatto.


Il 22 ci scrive la nostra responsabile in loco: martedì ci sarà un paro general (un blocco generale della circolazione). Potreste avere dei problemi con i voli, non riuscire a tornare a casa ... e state attente.
Già, perché quando il clima si scalda non dobbiamo dimenticarci di essere gringos, ragazze bianche provenienti da un paese ricco.

All’inizio ci preoccupiamo, ma poi ci diciamo "Andiamo, e vediamo cosa succede. In qualche modo faremo". Arriviamo e lo sciopero era stato sospeso. Torniamo a casa sane e salve.


Eh sì: inutile preoccuparsi troppo. Anche da un giorno all'altro qui tutto può cambiare!!!




Chiara

giovedì 1 settembre 2016

Bolivia: è giunta l'ora di (ri)partire!

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Partire è anzitutto uscire da sé.
Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro “io”.
Partire è smetterla di girare in tondo intorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita.
Partire è non lasciarsi chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo cui apparteniamo: qualunque sia l’importanza di questo nostro mondo l’umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire.
Partire non è divorare chilometri, attraversare i mari, volare a velocità supersoniche.
Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farci loro incontro.
Aprirci alle idee, comprese quelle contrarie alle nostre, significa avere il fiato di un buon camminatore.
E’ possibile viaggiare da soli. 
Ma un buon camminatore sa che il grande viaggio è quello della vita ed esso esige dei compagni.
Beato chi si sente eternamente in viaggio e in ogni prossimo vede un compagno desiderato.
Un buon camminatore si preoccupa dei compagni scoraggiati e stanchi.
Intuisce il momento in cui cominciano a disperare. Li prende dove li trova. Li ascolta, con intelligenza e delicatezza, soprattutto con amore, ridà coraggio e gusto per il cammino.
Camminare è andare verso qualche cosa; è prevedere l’arrivo, lo sbarco.
Ma c’è cammino e cammino: partire è mettesi in marcia e aiutare gli altri a cominciare la stessa marcia per costruire un mondo più giusto ed umano”.
Helder Camara

Sono pronta a partire
e questa partenza, oggi, si chiama "ritorno".

Consapevole che il mio stare in Bolivia avrebbe avuto un inizio e una fine - temporalmente parlando -
sono però certa che ciò che mi resta di quello che ho vissuto non potrà starsene ben riposto in confini di spazio e di tempo,
e che crescerà insieme a me, man mano che io cresco, perchè ora sì: fa parte di me.

Gratitudine,
entusiasmo,
responsabilità:
tre ingredienti che mi porto nello zaino, insieme a dei colori fantastici con cui non vedo l'ora di poter iniziare a dipingere il mio futuro prossimo! 

Hasta pronto,
LuCi

venerdì 22 agosto 2014

Moldova: una vibrazione prolungata

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Il sole passa dalle finestre scaldando i materassi con il suo calore mattutino e già sai che sarà una bella giornata. Il verde collinoso ti avvolge a 360 gradi facendoti sentire un po' in mezzo al nulla, un po' al centro del mondo, dove non hai bisogno di niente di più di ciò che ti è dato. La quiete mattutina poi viene interrotta, ma va bene cosi. 

Sono i "copii" che correndo e gridando ti comunicano la loro presenza. Sorridendo chiamano il tuo nome e ti si rivolgono in una lingua a te poco chiara. Ma non importa perchè con il cuore si va ovunque. Il sorriso più scontato è per noi sorpresa, ogni gioco riuscito è soddisfazione, ogni loro grido è per noi regalo.

Le aspettative vengono azzerate, tutti desideriamo dare ció che è nostro e accogliere ciò che è di altri. Quanto ci ha dato la Moldova! I paesaggi, la storia, la cultura, i volontari, gli abitanti, i bambini, la capitale, il cibo... Molto piú di quanto si potesse immaginare e molto meno di quanto si vorrebbe sapere.

La sensazione di libertà, serenità costante, la consapevolezza di avere ciò che è sufficiente, di essere in un paese che ha tanto bisogno di dare quanto di ricevere, la spensieratezza, il "because I'm happy". Questo è ció che manca di piú al proprio ritorno e ció che è difficile mantenere vivo dentro ognuno di noi. .

Nell'impossibilità di trovare parole adeguate mi serviró del celebre G. Flaubert:
"Era quel vagheggiamento che ci ispira ciò che non potrà mai ritornare, la stanchezza che segue ogni fatto compiuto, quel dolore causato, insomma, dall'interrompersi di ogni rituale dinamica, il brusco spegnersi di una vibrazione prolungata."

Marina Ferlini

venerdì 1 agosto 2014

MONDO MOLDAVO

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Eccoci qui... 8 ragazzi italiani seduti intorno ad un tavolino instabile, ai margini di un giardino invaso da erbacce, ma tra le quali si fanno largo 4 piantine di pomodoro e 2 piantine di cetrioli; tra queste cresce, nonostante le ultime 2 settimane di incuria, un bellissimo cetriolo, anzi IL cetriolo, il primo (Sergiolo!). Insomma, eccoci qui all'ombra di un albicocco ricco di albicocche ancora acerbe, nel bel mezzo di un giardino in perfetto stile moldavo; su cui si affaccia la porta di una casa in (quasi) perfetto stile europeo occidentale (cioè la prima casa in cui entriamo dopo almeno 2 settimane, dotata di cucina e bagno -con tanto di water!-). Tutto questo nel bel mezzo di Chisinău, una città in perfetto stile europeo orientale.
Eccoci qui, noi ragazzi, che a guardarci bene negli occhi, già si vede quello sguardo nostalgico, perché ora siamo qui, ma tra qualche ora saremo di nuovo in Italia.
Eccoci qui... a consumare la nostra ultima “colazione moldava”: biscotti (in enorme quantità), pane e nutella (gentilmente concessaci per tutto il tempo del cantiere), marmellata, tè o latte; per fortuna oggi in tavola niente patè.


E intanto scatta il “momento bello – momento brutto”... e ognuno dice la sua...

Non si può negare, qualche “momento brutto” c'è stato. Piccole incomprensioni (dovute non soltanto dalla differenza di lingua) e giudizi spietati, difficoltà di adattamento (ma forse era soltanto il primo impatto con un ambiente così diverso), momenti di scoraggiamento; ma dopo ognuno di questi momenti è sempre tornato il sorriso.

Sul “momento bello” si apre un mondo, un mondo nuovo, e fino ad un paio di settimane fa a me sconosciuto: il MONDO MOLDAVO, che viaggia parallelo al nostro mondo italiano, e ogni tanto questi 2 mondi si incontrano...
Il mondo moldavo è un mondo che spessissimo mi ha lasciata a bocca aperta, mi ha meravigliata, roba da dire: “uau, fantasticooo!!!” ma anche roba da dire “...e questo che cosa mi rappresenta?!”. E' un mondo che si apre su qualcosa di diverso, quindi tutto da scoprire, da imparare.

Insomma, facendo un cantiere in Moldova scopri che il mondo è:
Salire in macchina di una perfetta sconosciuta che gentilmente ci accompagna dalla capitale ad un piccolo villaggio, e che rispetta veramente i limiti di velocità per tutto il tragitto.
Ma anche “state attenti quando attraversate la strada, perché anche se siete sulle strisce pedonali, a chi passa in macchina non importa, loro continueranno a correre, senza lasciarvi passare” ed è vero! O ragazzini che guidano maxi-moto perché tanto corrompere un poliziotto costa meno che fare la patente.
Bere tè a qualsiasi ora del giorno, anche ai pasti invece dell'acqua, e dopo 2 settimane
non sapere ancora con quali erbe viene fatto questo tè. 
 

Vedere cartelli stradali molto fantasiosi, anche se di difficile interpretazione.
Vedere mamma tacchino con tutti i suoi pulcini (e sono veramente tanti!) che tutte le mattine viene a passeggio nel giardino del nostro centro.
Ricordarsi di chiudere la bombola del gas ogni volta che si finisce di cucinare.
Assaggiare frutta acerba, che evidentemente non sarà buona, ma che “devi” ingoiare perché se te la offrono si mangia, senza discutere.
Non sapere una parola di romeno, sforzarti di capire e memorizzare, con scarsi risultati; ma quando ti parla un bambino “devi” capire, perché a lui non importa se non sai la lingua, piuttosto ti ridice la stessa cosa 3000 volte, ma alla fine lo capisci (e io ho capito!!!)
Fare la pipì in tempi record, perché più di un certo tempo (molto poco) in “bagno” non si riesce a stare.
Farsi fare, e provare ad imparare a fare delle trecce fantastiche e superarticolate.
Incrociare per strada più oche, anatre con anatroccoli al seguito, cani, gatti e capre, che macchine.


Vedere il primo maxi-girasole in terra moldava; e far fermare il pullmino per strada per scendere e fare foto in un campo di girasoli.


Andare in 2 villaggi, entrambi con la Chiesa in ricostruzione.
Pensare di essere portata per l'animazione con i bambini piccoli, e ritrovarsi fantasticamente bene seguendo il gruppo dei preadolescenti.
Giocare a scalpo con un centinaio di bambini, che corrono per lo più a piedi scalzi, mettendoci il loro stesso entusiasmo.
Andare a casa di un'anziana per i lavori sociali, pensando di dover togliere l'erba dall'orto, trovare un orto che è molto più simile ad una foresta (sì perché tra le file di viti, in ordine sparso crescono fagiolini e cetrioli; e io mi sto ancora chiedendo perché non seminano per file e come avremmo potuto fare a togliere l'erba) ed essere invitate a bere il tè dall'anziana, anche se forse è più il danno che abbiamo fatto al suo orto, che il beneficio.


Essere invitati nel giardino di un'anziana nostra “vicina di casa” per fare una scorpacciata di lamponi.
Vedere il più bel cielo stellato mai visto, con tanto di stella cadente (o era una meteorite incendiata?!)
Capire le differenze tra cristiani cattolici ed ortodossi.
Respirare la sensazione di pace che offre una Chiesa, anche se arriviamo troppo tardi per la Messa, e allora ci fermiamo almeno per i vespri.
Incontrare carretti trainati da cavalli, che mi fanno ripensare ai racconti della nonna dell'Italia del dopoguerra.
Parlare sul bus, e poi capire che qui usa stare in silenzio sui bus.
Assaggiare i semi di girasole, e farne una scorta da portare a casa.
Andare a pesca ad un mini-laghetto, con delle canne da pesca costruite apposta per noi, e pescare il primo pesce della mia vita!


Riflettere sui vari tipi di carta igienica, sì, perché qui la carta igienica è fatta tipo rotoli di carta crespa in miniatura.
Andare in gita al lago ed approfittare di quando i pescatori sono al largo con le barche, per fare foto sulle loro moto.


Ammirare un tramonto fantastico.
Restare perplessi passando davanti a case con un giardino pieno di erbacce e rifiuti, ed un angolo curatissimo con fiori magnifici.
Camminare su strade sterrate con solchi di tipo 50 centimetri.
Vedere bambine che vengono al campo estivo con vestitini di pizzo, come da noi andrebbero a fare le damigelle ad un matrimonio.
Vedere bambini che vengono al campo estivo con ciabatte di 3 numeri più grandi del loro.
Sentirsi consigliare di andare al lago e non in montagna, perché in montagna ci sono i serpenti; ed incontrare 3 serpenti camminando verso il lago.
Incontrare un prete che, con famiglia ed amici, per una settimana diventeranno i nostri angeli custodi.
Sentire ancora lo spettro della dittatura comunista nei discorsi della gente, e nella struttura delle scuole.
Sentire la voglia di riscossa nei ragazzi che ci chiedono consigli.
Vedere una bimba di un anno e mezzo bere mezzo bicchiere di birra.
Attraversare un campo da calcio invaso da minuscole rane, ogni sera, per andare a dormire in una stanza con un tasso di umidità altissimo.
Non mettere la crema solare, e ritrovarsi con il naso e le spalle bruciati dal sole dopo i primi 2 giorni di giochi.
Vedere i bambini arrivare al centro un'ora prima dell'inizio del campo, tutti i giorni, perché non vedono l'ora di iniziare.
Passare le serate a parlare della campagna “ cibo per tutti” o ad acrosticare la parola del giorno (I love acrostici!)


Insomma il mio cantiere in Moldova è stato tutto questo, e molto altro...

ed ora eccoci qui... pronti per tornare a casa.

E qualcosa ci porteremo in Italia. Io di certo mi porto l'interesse per una cultura diversa dalla mia, molte più domande di quando sono partita, e la consapevolezza che se è vero che non ho cambiato il mondo, non è forse vero che cambiando quella piccola parte di mondo che sono io, cambierà il mondo?!

Pa

Francesca

giovedì 17 luglio 2014

Bolivia: molto vicina, estremamente lontana! ...attraverso un nuovo solstizio d'inverno!

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Il rientro in Italia è stato costellato e farcito di sorrisi, abbracci, sguardi curiosi, vita quotidiana che ha continuato a scorrere in mia assenza, amore, fugacità, densità di momenti. Una scorta di emotività e affetti… e ancora pervade le mie membra quella gratitudine per tutto quello che la vita mi sta dando, per tutto quello che ho a casa: famiglia, amici, colleghi, compagni di università, la comunità di San Leone Magno, Michele…

È stato rapido, inebriante e frastornante e ciò ha fatto sì che il mio ritorno a Cochabamba fosse alquanto emozionante. Il viaggio è stato velocissimo, non solo perché questa volta avevamo un volo più umano e leggermente più corto, ma perché la mia mente ed il mio cuore si sono sentiti catapultati all’improvviso in una situazione già conosciuta…dopo averne appena salutata una altrettanto familiare...







Ho sentito densissimo il rientro in Italia, me lo sono goduto ma allo stesso tempo è sfumato via in un soffio di vento. Sono tornata in Bolivia e seppur in patria è stato significativo tornare, pareva come non avessi mai lasciato l’America Latina, che mi ha ri-accolto come fossi a casa mia. Scendere dall’aereo a Cochabamba è stato fortissimo, una vampata di emozioni e sensazioni elettriche e frizzantine hanno scompigliato il mio essere. La città mi pareva più bella che mai, tranquilla, quasi in silenzio ad attendere il nostro ritorno..una luce limpidissima e saporita illuminava le strade e i monti. Rimettere piede in casa poi…il mio stomaco si contorceva da tutta la grandezza di quello che stavo vivendo, un  momento commovente.





E poi il rientro al lavoro, qui in Pastoral Social Caritas Cochabamba, un po’ in sordina, con “calma”, parola gettonatissima qui e che ancora urta un po’ i miei nervi, ma ora i miei piedi cercano di trovare un’andatura più consona al terreno boliviano, con un paio di scarpe più adatte spero…in grado di non farmi sprofondare, anzi di farmi sempre proseguire, anche dovessi avere vesciche ai piedi.



Ma la voglia di avventura e di conoscere la Bolivia freme più di tutto e quindi in realtà venerdì 20 giugno mattina, dopo essere arrivati in città, abbiamo disfatto i bagagli e ci siamo rimessi in cammino con zaino in spalla, alla volta di…Vacas, per partecipare al Capodanno Inca o Aymara (come dir si voglia) e al festeggiamento del solstizio d’inverno.
Quindi una volta fatto lo zaino venerdì pomeriggio ci siamo incamminati per raggiungere questa comunità rurale del Valle Alto, a sud-est della città di Cbba, nella provincia di Arani.
Si arriva facilmente prendendo il trufi per Punata e poi da lì quello per Vacas. In un paio d’ore abbondanti si arriva, dipende da che mezzi si prende e da quante fermate fa lungo il cammino.

Partiti con il sole e con il calore che accarezzava la pelle, arrivati con il buio delle 19 di sera, con formicolii di freddo che intorpidivano tutto il corpo.
Vacas prende il nome dalla parola quechua Wak’a che vuol dire tempio, luogo sacro e si trova sui 3400m s.l.m, un bel freschetto!










In questo w-e avventuriero ad accoglierci con calore (che serviva assai) e farci sentire parte di questa terra c’erano hermana Cherubina (dell’Italia meridionale), hermana Cristiana (del Brasile) e padre Enrique (autoctono), parroco della comunità rurale. Non eravamo soli Davide ed io, c’era qualcuno pronto ad aspettarci, anche se avvisati all'ultimo secondo.





Siamo andati a dormire presto perché ci aspettava levataccia alle tre e mezza del mattino, per ritrovarci tutti in piazza alle quattro. In realtà poi il gruppo che saliva al monte per assistere al levar del sole, si è riunito con calma verso le cinque e così abbiamo percorso un bel pezzo di strada in macchina per raggiungere i piedi del monte, dopo aver recuperato preziosissime coperte!!! 




Poi inizia la salita, sotto questo cielo scuro, ancora dormiente, puntellato di stelle; torce che si muovevano irrequiete, piedi scalpitanti, echi di voci, qualche suono quasi tribale, fiatoni, slanci, tonfi di passi nella terra morbida e curiosità, tanta curiosità. Eravamo gli unici gringos bianchi, ma non gli unici novellini all’evento. C’erano persone che vivevano nei pressi di Vacas e altri che venivano da fuori, alcuni dalla città. 















Arrivati su sul monte si aspetta il sorgere del sole, e mentre lo si fa ci si prepara ad accogliere le luci dell’alba con l’accensione di un grande fuoco. Qualcuno si abbandona all’aspra terra fredda e sassosa per riposarsi un po’, gli uomini della comunità si mettono a fumare, i bimbi si rannicchiano accanto alle gambe delle donne, alcuni cani corrono e annusano l’aria. Il fermento sale, si prepara tutto l’occorrente per perpetuare il rito della k’oa. Si crea un altare di pietra dove porre le offerte che poi vengono bruciate e bagnate di alcol ai quattro punti cardinali, imbevendo la terra per ringraziare la Pacha Mama, la Madre Terra...fino all'ultimo respiro del fuoco.

https://www.youtube.com/watch?v=KIwtQC27km0




Si iniziano i discorsi in quechua che arricchiscono il rito e l’attesa del saluto al sole: evidentemente incomprensibile, ma a tratti intuibile, questo parlare pareva un incitare los compañeros a proseguire avanti, a credere al “cambio”, al cambiamento, alla politica del presidente Morales, e un ringraziamento al parroco e al sindaco per l'organizzazione dell'evento. Padre Enrique ci invita ad avvicinarci al grande falò per renderci partecipi e per lasciarci documentare l’evento. Il fumo dell’altare ardente mi fa lacrimare gli occhi, seguo confusa tutto quel parlare e partecipare al rito, accecata letteralmente …poi fra le montagne che si stagliavano massicce davanti a noi, eccolo!

Ora l’Inti Raymi (fiesta del sol) giunge al suo punto culmine: fra due cime che troneggiano di fronte a noi il sole comincia la sua scalata verso il cielo, come se la Madre Terra gravida facesse fuoriuscire tra le sua fertili gambe il seme del sole, del dio sole.









E non a caso il monte su cui la comunità e noi curiosi, ammutoliti spettatori siamo saliti per assistere al Capodanno Inca, rappresenta uno dei due seni di donna con i quali vengono identificate queste due cime che si trovano nei pressi di questo piccolo pueblo che sia chiama Paredones, ad un paio d’ore di cammino da Vacas.
Al levar del sole il popolo radunato alza le mani verso la luce, i palmi rivolti a quella palla calda quasi assetati di energia nuova, per godere del calore sprigionato che si irradia sulla pelle, nei corpi, quasi a rivitalizzarsi per un nuovo anno ricco di lavoro e sfide.
E il gesto di felicità e condivisione che seguiva era quello di abbracciarsi dandosi un paio di pacche sulla spalla e baciandosi su di una guancia, l’ordine dovrebbe essere spalla bacio spalla tra donne e tra uomo e donna…tra uomini senza bacio, se ricordo bene.











Però l’abbraccio di gente del campo che, come qui si dice spesso, pare diffidente e restia a dare confidenza, lassù su quel monte materno e illuminato dalla potenza irrompente del sole mi è parsa la cosa più naturale del mondo, come se appartenessi a quella dimensione, a quella Terra. Per un attimo ho dimenticato di essere straniera.

E intanto girava l’immancabile bicchierino di alcol, non so bene di che tipo e le foglie di coca da masticare. Impossibile rifiutare! Chiedetelo al Gringo eh eh


Poi non manca la musica con strumenti autoctoni e caserecci e motivi in quechua con sonorità peculiari e incomprensibili =)
E infine l’invito a condividere patate e manciate di grano con tutto il gruppo =)

 

Ma la nostra avventura non si è fermata qui…una volta tornati a Vacas e recuperato un po’ di energie con una super colazione a base di uova e la calorosa accoglienza, nuovamente ritrovata, della simpaticissima hermana Cristiana, ci siamo ributtati in cammino alla volta della ricerca della cascata di Toro Warkhu.
Abbiamo camminato sotto il sole che oramai aveva recuperato il centro del cielo e tutta la sua forza splendente e ardente, ma che spettacolo di panorama!!! Cammina cammina, l’esistenza di questa cascata pare una leggenda…infine dopo quasi tre ore di cammino, tornando al monte del Capodanno e proseguendo tra le montagne, ecco trovata questa lingua d’acqua dirompente scendere giù da una montagna, rintanata ben bene nell’angolo di quel paradiso di vegetazione aspra e densa di odori e forme.


























Tornati da questo giorno incredibilmente ricco e pellegrino ci aspettava una cena intima con hermana Cherubina, che ci ha coccolati come figli, una piatto caldo contro il freddo stuzzicante della sera e due chiacchiere con padre Enrique.
E infine la domenica mattina la messa celebrata metà in castigliano e metà in quechua alle 6:30: una celebrazione dal sapore andino, campesino, un po’ assonnati e infreddoliti, ma rispettosi e curiosi di assistere ad alcuni gesti particolari.
Alla fine della messa, riunitisi attorno al corpo di Cristo, un momento di condivisione tra l’hermana, il parroco e i parrocchiani presenti per le attività recenti svolte nella comunità.

https://www.youtube.com/watch?v=GuB08nOPiSk&feature=youtu.be


(attraverso questo link potrete ascoltare un canto in quechua durante la celebrazione della messa campesina)









Le persone portano in chiesa l'acqua affinché venga benedetta




Lasciamo Vacas.... e torno a casa con la testa frastornata, con il desiderio di poter afferrare tutte le sfumature di questa incredibile terra boliviana...



Che botta di vita!

[per le foto si ringraziano anche gli occhi artistici del Gringo, sempre sul pezzo!

I video consigliati dai link sono di mia grezza produzione ;)]