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domenica 19 ottobre 2014

SCATTA IL CANTIERE: ATTIVITA'

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1° classificata
Senza titolo, Maria Agazzi (Moldova)

2° classificata
Senza titolo, Federico Migliavacca (Etiopia)

3° classificata
Bolle nel deserto, Silvia Castelli (Gibuti)

giovedì 16 ottobre 2014

SCATTA IL CANTIERE 2014: #FOOD4ALL

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Come tradizione vuole, pubblichiamo le foto vincitrici del Concorso "Scatta il Cantiere" giunto alla edizione numero 8.

Oggi, 16 ottobre 2014, è la Giornata mondiale dell'alimentazione e così, nel bel mezzo della week of action, partiamo dalla categoria #food4all.


1° classificata
senza titolo, Federico Migliavacca (Etiopia)


 2° classificata

"Pozzo colorato", Daniele Maldera (Gibuti)

 3° classificata


"Batti un cinqu-olato!!!", Federico Sartori (Libano)



martedì 2 settembre 2014

Etiopia: Quello che non ti aspetti...

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Quando per la prima volta ho sentito parlare dell’Etiopia, ho subito pensato ad uno dei paesi più benestanti dell’Africa, uno dei pochi di cui conoscevo il nome della capitale, l’impero più antico dell’Africa subsahariana e uno di quelli che si studiano a scuola.
Ma quando metti piede per la prima volta ad Addis Abeba, ti rendi conto di aver sbagliato qualcosa nei tuoi piani; le strade asfaltate sono poche, le impalcature di legno, il fango e la polvere ovunque, di tutte le auto viste se ne salvano forse cinque e la baraccopoli, perché di questo si tratta, si estende a perdita d’occhio.
















Dopo i tre giorni passati a cercare il quartiere benestante, la città antica e magari un monumento particolarmente importante (non c’è nulla di tutto ciò) ci siamo diretti verso le campagne di Wolisso, e di nuovo la tua idea di Africa viene smontata: in Etiopia non c’è la savana, il deserto o animali da safari, sei circondato dal verde, dell’acqua, dalle colline.


Decidiamo di fare il primo giro per il paese, sottovalutando tutto quello che ci hanno detto riguardo ai bambini e al fatto che tu sei l’attrazione del momento; ed eccoti con bambini che si attaccano ad ogni centimetro dei tuoi vestiti, ti parlano in amarico e tu rispondi spontaneamente in italiano (basta farlo con un sorriso) e le persone per strada ti salutano.

Ti aspetti la povertà, te la sei immaginata un milione di volte, l’hai vista in televisione, ma quando ci sei dentro è diverso: tu in scarponcini, pantaloni, maglietta e k-way, mentre accanto a te i bambini ti seguono scalzi e con qualcosa addosso (un accappatoio ad esempio).

Hai sentito molte volte che anche se non hanno niente sono felici, anzi forse sono più felici di noi; ma quando le uniche richieste che senti sono “money, money, money…” oppure quando un pennarello, una fettuccia per giocare a scalpo (con scarsi risultati) o una maschera di cartone diventano un bene di valore inestimabile capisci che forse non è proprio come ti era stato detto.
Il mercato, una distesa di fango e bancarelle mal ridotte, vende i beni di prima necessità: patate, carote e cipolle, se vuoi pomodori, melanzane, zucchine o altra verdura devi andare ad Addis; perché durante la stagione delle piogge c’è acqua in abbondanza, ma i temporali rischiano di distruggerti i raccolti, per questo conviene coltivare solo ciò che cresce sotto terra.



Non te l’aspetti di suscitare tanto entusiasmo nel giocare con i bambini in ospedale, tanto da avere un pubblico e continue richieste di palloncini da parte di chiunque; ma non ti aspetti neppure che un medico passi di lì cercando urgentemente un possibile donatore di sangue, e nemmeno che tutti i più piccoli sono ricoverati quasi esclusivamente per malnutrizione.


Un bel giorno poi decidi di andare a vedere il rito del caffè, ed ecco che ti ritrovi a fare una partita a dama in cui le pedine sono dei tappi di bottiglia, possono mangiare sia avanti che indietro e il damone è l'oggetto più devastante che questo gioco abbia mai conosciuto...può fare qualsiasi cosa (a dire il vero non è che abbia capito molto come funzioni, inutile dire che il risultato è stato etiopia 1-italia 0).



Non ti aspetti, una volta tornato, di continuare a pensare a tutti quelli che a differenza di te ci vivono lì e che non hanno la possibilità di pensare a chissà quali progetti futuri; perché una volta vista l’Africa capisci che tra il primo e il terzo mondo c’è un abisso disarmante, gli aratri vengono ancora trascinati dai buoi, la casa è equamente divisa tra lo spazio per la famiglia e quello per la mucca, la giornata inizia con il sorgere del sole e finisce al tramonto, i bambini pascolano le pecore, lavorano e giocano con in spalla i fratellini…però, in effetti, sorridono sempre.


domenica 31 agosto 2014

Ethiopia Dalle nostre stalle alle loro stelle

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Prima di partire per i Cantieri della Solidarietà, è facile gasarsi pensando di arrivare in Etiopia e “salvare il mondo” in tre settimane. E’ facile però che le aspettative vengano stravolte e che sia la gente del posto a venire in tuo aiuto a dimostrarti quanto, lavorando in silenzio, gli africani diano anima e corpo per la loro comunità.
E’ quello che abbiamo capito noi cantieristi quando, sulla strada verso la missione di Getche, a 40 chilometri dal primo centro abitato, siamo rimasti fermi in mezzo alla strada per colpa di un guasto alla mitica jeep di suor Lucia.

 Appena scesi dal veicolo, ecco venirci incontro una dozzina di bambini e un’anziana signora che, invece di chiederci soldi o caramelle come al solito, ci dispensano grandi sorrisi e canna da zucchero da sgranocchiare. Così, gratuitamente, senza chiederci nulla in cambio, per il semplice fatto di dimostrarci la loro ospitalità. Esattamente nello stesso modo in cui, in meno di un’ora, suor Francesca  è accorsa a caricarci sul suo pullmino e a portarci dritti fino a Getche. Ma ancora più sorprendenti, oltre all’enorme disponibilità con cui siamo stati accolti dalle sorelle della missione, sono stati i racconti di suor Francesca e suor  Marta di come riescano praticamente da sole a gestire una clinica a disposizione di circa 12000 abitanti nei 4 paesi circostanti. I servizi sanitari in Etiopia sono tutti a pagamento; le suore di Getche invece, finanziandosi esclusivamente con le donazioni che ricevono, hanno tirato in piedi questa struttura in cui, nonostante a causa di un guasto alla corrente l’ elettricità manchi ormai da tre mesi (e sembra che nessuno abbia intenzione di restituirgliela), riescono ad offrire supporto e assistenza alla loro gente.
Ti sorprende la grande forza d’animo che traspare dai comportamenti delle “sisters”, la consapevolezza di quanto la salute sia un diritto fondamentale dell’essere umano e di quanto stia loro a cuore che la gente venga educata al rispetto anche delle più banali norme igieniche. Certo, le possibilità che le condizioni di vita offrono in quella terra sono assai limitate, ma questo non basta a evitare che queste donne si spendano gratuitamente e senza mezze misure per dare un significativo contributo a favore dei loro fratelli.
Un servizio straordinariamente importante ma svolto nel massimo silenzio, che può essere un esempio da seguire per tutti noi, ognuno impegnato a modo suo nel dare una mano e a mettersi in gioco nei confronti di chi ci sta accanto.

Ali,Marti,Fedea,Babi,Andre,Ele,Fedeo,Giuli

Ethiopia Ottavo giorno

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Ancora il wi-fi non è stato trovato, le comunicazioni tra la nostra guest house e il resto del mondo appaiono sempre più utopiche. Finalmente stasera è tornata la corrente, per quanto riguarda l’acqua nel nostro bagno non ci siamo ancora, ma ci stiamo lavorando. Il tanto temuto “cagotto” sta iniziando a mietere vittime, ci sono stati i primi caduti, ma per fortuna si stanno eroicamente riprendendo. Le nostre valigie non sono ancora state avvistate, attendiamo con ansia la mitologica “Tin Sai” che, stando a quanto dice il nostro comandante suor Delia, sta per portarcele. A dirla tutta, doveva arrivare “domani” esattamente sei giorni fa ma, si sa, siamo in Africa del resto. Qui bisogna dimenticarsi di orari, appuntamenti e tempi precisi (anche perché è difficile, se si tiene conto che per il calendario etiope siamo nel 2007 e le nostre 6 di mattina corrispondono alla loro mezzanotte!).

Eppure è anche in questo che risiede il fascino del nostro cantiere. 

Il fatto di “staccare la spina”, in senso metaforico e letterale, dal mondo a cui siamo abituati e dalla routine e immergersi completamente in questo mondo affascinante in cui un caffè che si rispetti, per essere consumato, richiede almeno un’ora di rito e dove per attraversare la strada devi stare attento a non scontrarti con asini, cavalli e “bajaj” (una sorta di trashissimo apecar all’africana, il top per un giro in città).
 Il cellulare poi ti serve poco se ti ritrovi disperso in mezzo alle campagne dopo due ore di cammino sulla strada sbagliata! Fortuna che almeno con noi c’è sempre un corteo di almeno 30 bambini che ci segue ridendo, dandoci la mano e intonando “una sardinaaaaa” con l’accento più improbabile che si sia mai sentito.  Per loro siamo indiscutibilmente le star del momento,ci seguirebbero in capo al mondo.. Ehm, un momento, però alle 18,30 qua inizia a fare buio, e il nostro gagliardo seguito non è comunque una grande difesa da quello che potrebbe aspettarci nella notte africana.
Ma niente paura gente: perché preoccuparsi, quando c’è un camioncino di boscaioli lungo la strada, pronto a caricarci insieme alla  legna e riportarci in città sul tetto, mentre all’orizzonte possiamo gustarci lo spettacolo della famosa super luna che si staglia nel cielo etiope?

Una tranquilla gita fuori porta, insomma. Ma ne è valsa la pena per un’immersione in questa assurda e affascinante realtà. E poi, meglio un’avventura del genere o passare il pomeriggio a guardare il documentario di Santa Barbara che Suor Delia sta ancora cercando di propinarci???
Ebbene sì, otto giorni fa è iniziato il nostro cantiere. Prima di partire, si sa, ogni “cantierista” ha delle aspettative e quella più comune è che il cantiere sia una grande avventura;  e se dopo solo otto giorni i presupposti sono questi ... altro che grande avventura!!

Ali,Fedea,Fedeo,Marti,Babi,Ele,Andre,Giuli

Etiopia: 24 ore dopo

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Atterrato da poco più di ventiquattro ore, mi ritrovo su un treno a pensare al cantiere appena concluso e a tirare le somme di quello che abbiamo vissuto.
È strano tornare alla vita di tutti i giorni, sembra tutto diverso, eppure tutto è come l’avevo lasciato.

Seduto davanti a me c’è un bambino con in mano un tablet, non ha ancora alzato gli occhi e forse non si è nemmeno accorto di me; solo due giorni fa a quest’ora ne avrei avuti almeno quattro o cinque attaccati alle mani, entusiasti per il braccialetto dell’armadillo.
È proprio grazie ai bambini che quest’esperienza è diventata così importante, difficile da immaginare e che io stesso avevo immaginato diversa; vedere la povertà fa effetto e soprattutto se questa colpisce i più piccoli.
Le attività erano iniziate con una cinquantina di bambini che si erano uniti a noi durante il primo giro per Wolisso e l’ultimo giorno le 180 fantastiche “spille regalo” erano bastate a malapena per tutti.



È comodo non sobbalzare ogni 200 metri nei tragitti in macchina, non sporcarsi le scarpe nel fango o nell'erba, avere il proprio posto sui mezzi di trasporto e non avere timore di quanto sia marcia la banconota che ti daranno di resto; però era anche questo a rendere vive le piccole cose.




Ripenso alle passeggiate notturne con Fede per andare a buttare (o meglio bruciare) la pattumiera e a recuperare quello che serviva dalle sister, ed al ritorno si commentava la perla quotidiana di suor Delia.

La sera esco con gli amici di sempre, ma è normale che il pensiero vada alle serate con quelle che sono diventate le amiche di quest’avventura (Fede siamo troppo in minoranza per poter parlare al maschile); le immagini un po’ da casa di riposo con coperte, camomilla, giochi da tavola, film e seven-minutes; perché, non credevo di arrivare mai a dirlo, in Africa fa freddo e piove, ma basta mezzora di sole per ritrovarsi la faccia e il coppino ustionati.

Rivedi tutte le persone della tua quotidianità e ti passano davanti agli occhi le facce di chi ha riempito le ultime tre settimane, quelle a cui ti sei più affezionato: le compagne di viaggio, suor Francesca, il guardiano, John Cena, il Boss, Buruk e i medici del CUAMM.

Davanti ho il mare, dietro le colline toscane (=D) e le case intorno sono in cemento, e come non ripensare al lago Wonchi e al suo battello, a quelle fantastiche alture di Gogore Bora in cui ci siamo prima persi e poi impantanati, alle capanne di fango e paglia, o lamiera per i più ricchi.



So già che quando a fine settembre tornerò a fare lo studente di medicina non potrò non ricordare i pomeriggi fatti di bolle di sapone, palloncini e macchinine, e i sorrisi dei bambini che pian piano si riprendevano grazie alle cure.

Una notte alzo gli occhi al cielo ed eccomi lì a Getche a cercare stelle cadenti, grandi, medi e piccoli carri, costellazioni improbabili (triangoli, rombi), ma d'altronde se non c’è la corrente devi trovare qualcos’altro da fare.
Rivedo la luna e mi ricordo che l’ultima volta l’avevamo guardata da un camion di taglialegna; la guardo bene, ma mi rendo conto che è tutt’altro che Super (=D).



Sono atterrato da ormai una settimana, ma i momenti in cui ripenso all'Etiopia mi continuano a capitare; è vero che noi otto ragazzi italiani non abbiamo cambiato le vite dei bambini, che continuano a lavorare, mangiare falso banano, correre a piedi nudi sulla ghiaia, vestirsi con quello che capita e lavarsi nel rigagnolo davanti alla guest house; però, forse, queste tre settimane avranno per sempre cambiato il nostro modo di vedere il mondo.

Ali, Fede A, Fede O, Ele, Barbara, Marti e la Boss…Amesegenallo =)




giovedì 3 luglio 2014

Etiopia, cds 2004: come eravamo.

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Ai più potrà sembrare un'operazione nostalgica.


Per noi è recupero della memoria di un'esperienza che in 18 anni ha coinvolto centinaia (ma anche migliaia non sarebbe esagerato) di giovani.
E così, un po' per passione un po' perché in tempo di crisi "non si butta via niente", proviamo a recuperare in rete ciò che nel blog non ha trovato spazio, perché allora ancora il blog non c'era.

Beh, se leggi questo post e hai voglia di aiutarci a trovare altro materiale da condividere...sai come trovarci. Noi te lo pubblicheremo volentieri!


ETIOPIA 2004
(grazie a Simona, prima cantierista e poi coordinatrice, per la segnalazione)


giovedì 10 ottobre 2013

Scatta il Cantiere: Primi piani

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1° classificata
La palla è mia e decido io..., Daniele Maldera (Gibuti)


2° classificata
Sorrisi contagiosi, Anna Pulici (Libano)


3° classificata  - ex aequo
Chiedimi se sono felice, Andrea Bianchessi (Etiopia)


3° classificata  - ex aequo
Lezioni di vita, Desiree Luini (Gibuti)


3° classificata  - ex aequo
Battaglia di tempera, Marco Povero (Moldova)

martedì 3 settembre 2013

Etiopia: “Bhè, allora, è già tutto finito?”. “No, è appena iniziato!”

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Non è bello trovarsi improvvisamente soli nella propria camera in compagnia di un topo di peluche, o meglio di un armadillo, che ti fissa con aria di sfida come a dire: “Bhè, è già tutto finito?”.

In un certo senso è complesso rispondergli: alla fine te lo sei portato in giro per un bel po’ infilato nello zaino, l’hai dato in mano a persone appena conosciute, l’hai fotografato nelle pose più strane, cosa vuoi dirgli ora?

“Sì, è tutto finito.”

Il rientro è stato un po’ così: una Milano desolatamente vuota, una mattina di Agosto che già preannunciava l’autunno imminente, il pensiero che il giorno dopo si tornava in ufficio.

Come scrive Kapuściński nell’incipit di Ebano (una lettura che mi ha fatto compagnia in queste settimane, consigliata a tutti i cantieristi africani) l’aereo ti strappa via bruscamente da una realtà e ti ripiomba in un’altra senza lasciarti il tempo di acclimatarti, ti trovi scaraventato in un altro mondo senza poter reagire. L’urto può essere doloroso, il disorientamento lascia senza parole.



La prima cosa che ho avvertito è stata il silenzio, quello che mancava era il rumore della gente, delle strade affollate, del traffico delle auto, delle risate dei bambini, delle voci dei compagni di viaggio.

Come spiegare un’esperienza come questa, come raccontarla agli altri e in un certo senso come riappropriarsene cercando di distillarne l’essenza.

Ce lo siamo ripetuti continuamente per tre settimane: “No, non è possibile che sia passato così poco, sarà almeno qualche mese che siamo qui...”

Se ripenso al giorno dell’arrivo sembra che appartenga ad un’altra epoca: aeroporto di Addis Abeba (in amarico significa il fiore nuovo, qualcosa l’abbiamo imparato), cielo grigio gonfio di nuvole (in fondo è la stagione delle piogge, cosa ti aspettavi), in un parcheggio affollato di auto qualcuno si sbraccia per farsi vedere, è lì per noi, ci sta aspettando.




Per quanto questo possa sembrare un gesto scontato dice molto dell’esperienza che abbiamo vissuto: accolti in ogni momento da persone che non ci conoscevano, ma che hanno avuto cura di noi e che ci hanno fatto sentire a casa. Chi si poteva aspettare un piatto di pasta al pesto appena arrivati nella comunità delle suore ad Addis?

Poi siamo partiti. Una strada lunghissima senza curve, nell'oscurità della sera, sotto un fitto acquazzone.  È forse qui che è iniziato il nostro viaggio. Sempre più lontano da casa andando nel profondo di questo paese e di questa esperienza. Destinazione Wolisso, la nostra nuova casa.



Sono state settimane intense. Il gioco con i bambini al mattino, la visita all'ospedale nel pomeriggio. L’incontro con le realtà del posto: il carcere, l’orfanotrofio. L’incontro con nuovi amici: la comunità delle Figlie della Misericordia e della Croce, i medici del CUAMM, gli scout di Wolisso, padre Ermanno a Getche. Le strade che abbiamo percorso più o meno comodamente sulla nostra jeep o sul bajaj. La bellezza del paesaggio che ci circondava. Le serate passate insieme a chiacchierare, a condividere i nostri desideri, la nostra voglia di futuro. La preghiera nella cappella delle suore mentre fuori risuonava il richiamo del muezzin dalla cima del suo minareto e le voci della chiesa ortodossa.

Tornati a casa, forse è proprio da qui che bisogna ripartire. Come spugne siamo stati immersi a lungo in acqua, dobbiamo riconoscerlo. Siamo carichi di emozioni, di sensazioni, di immagini. Dobbiamo essere capaci di raccontarci agli altri, di condividere la nostra esperienza goccia a goccia perché nulla vada sprecato.

Purtroppo le stelle le abbiamo viste una sola volta (era sempre nuvoloso, in fondo era la stagione delle piogge, cosa ti aspettavi), ma porto ancora nel cuore il senso di infinito che lo spazio illimitato intorno a noi ci ha dato, l’orizzonte senza fine, il cielo tutto intorno.

“Bhè, allora, è già tutto finito?”

“No, è appena iniziato!”

Andrea Bianchessi

sabato 31 agosto 2013

Etiopia: ODORE DI ETIOPIA

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L’odore d’Africa ti accoglie già in aeroporto. E’ un odore penetrante.
L’odore insopportabile dello scarico del tubo di scappamento che entra inevitabilmente in macchina.
L’odore in tutta la casa di zighinì preparato con tanta cura da Amore e Marta.
L’odore intenso dei bambini che ti corrono incontro per iniziare una nuova mattina di giochi.
L’odore di “zoo” dell’ospedale.
L’odore di incenso durante l’interminabile messa ( 2 ore!!!!!)
Il fumo intossicante dalla cucina dell’ospedale dove le mamme imparavano a cucinare.
Il profumo della terra mentre si piantano le piante nel giardino dell’asilo.
Il profumo dei pop corn preparati dagli scout.
L’odore del caffè che ci aspetta il pomeriggio per la merenda con Teresa.
Il profumo dell’estate: Autan n°5
I tanti odori del mercato di Woliso.
Il profumino della pizza preparata gentilmente dai dottori del Cuam.
Il profumo di Lucas appena dopo il bagno. J
Il buon odore delle suore.
Dopo tre settimane questo “odore” non era più solo una presenza ma è anche sulla nostra pelle?
Sarà per questo che il nostro comitato d’accoglienza a Malpensa ha storto il naso quando siamo arrivati?!?!?! :D
Un saluto dal putto e dalle scimmie di Getche. :P

mercoledì 14 agosto 2013

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Nomi etiopi:
"Colui che e' stato donato da Dio al posto del morto"
"Mondo"
"Occhi del mondo"
"Pazienza"
"Pena"
"Pagare"
"Gerusalemme"
"Betlemme" (fratellodi Gerusalemme, non e' uno scherzo!)
"Sion" (non abbiamo capito se cugino degli ultimi due...)

martedì 13 agosto 2013

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"Riscopri il bambino che e' in te, ritorna a stupirti e a sorridere!"

1 commento:
Ma lo sapevate che mettere il burro sui capelli e' segno di bellezza?! Nel dubbio, Sara e Martina sperimenteranno per voi! ...vi faremo sapere!

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La Cerimonia del caffe': ...ma almeno tre, guarda un po'...l'armadillo dov'e'?!?!? :)

lunedì 5 agosto 2013

Anche l'Etiopia c'è

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Nonostante problemi di connessione, anche l'Etiopia arriva a scrivere sul blog...
e ovviamente lo facciamo con tanto... RUMORE!!!

Riascolta
Un
Momento
Ogni
Rumore
Estraneo

Riscopro
Un
Mondo
Oggi
Rinasco
Etiope!

Anche l'Etiopia c'è

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e ovviamente lo facciamo con tanto... RUMORE!!!

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lunedì 15 ottobre 2012

Scatta il cantiere: "Primi piani"

4 commenti:
Ed ecco, infine, l'ultima categoria: per alcuni si tratta della categoria regina, per altri è una categoria pedone; nessuno la crede la categoria automobilista.

I primi piani. Le foto migliori dei volti delle persone incontrate durante i campi, con le quali il concorso "Scatta il cantiere" ringrazia calorosamente, saluta cordialmente e va.

Senza pagare.

Lo rivedremo l'anno prossimo, per la settima edizione, e gli chiederemo gli interessi.

Conosciamo già la sua risposta: "Fotografia, viaggi e volontariato".


1° classificata
 
Eppure non ci siamo mai visti, di Francesco Minoia (Gibuti)
2° classificata
 
Il valore di un sorriso, di Simona Limoli (Etiopia)
3° classificata ex aequo
 
Sguardo d'oriente, di Elisa Cremonesi (Giordania)
3° classificata ex aequo
 
Sorridimi, di Francesca Mercurio (Etiopia)
3° classificata ex aequo
 
Si?, di Marco Povero (Moldova)

giovedì 11 ottobre 2012

Scatta il cantiere: "Foto libere"

Nessun commento:
Con sconfinato piacere, nella categoria in cui concorrono tutte le foto che non stanno nelle altre 4 categorie, annunciamo che per la prima volta nella storia delle 6 edizioni ha vinto una cantierista locale, Ana Maria Pruss!

Applausi.

Spengiamo le luci.

Vai colle foto.

1° classificata
 
Ombrello, di Alice Cognetto (Etiopia)
 
 
2° classificata
 
Il pensiero è la manifestazione dell'infinito senza spazio e tempo, di Ana Maria Pruss (Moldova)
 
 
3° classificata ex aequo
 
Rafiki, di Camilla Pienzi (Gibuti)
 
 
3° classificata ex aequo
 
Senza titolo, di Anna Curreli (Etiopia)