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sabato 20 giugno 2015

KENYA 2015: L’incanto sarà godersi un po’ la strada

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Safari “njemi”, non siamo MIca SCEmi

Pole Pole, calmi come sale il sole

Haraka Haraka, la passione non si placa

Kenya sarà andare, partire conoscere incontrare

Trovare una realtà, scoprirla con curiosità

Non abbiamo paura della sfida, hakuna shida!


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HAITI: Hai Ancora Impeto (per) Tornare Insieme?


Un anno è già passato

ma non ho dimenticato

l’esperienza che ho vissuto

e di certo son cresciuto

senza i cantieri non posso stare

e ho deciso di tornare!!


Al momento per noi (Chiara, Matteo, Lety e Stefy… Piacere!) la parola Haiti non indica solo un paese ma la voglia di rimettersi in gioco dopo diverse esperienze nei “cantieri” ai quattro angoli della terra.

Come ogni anno arriva la primavera e per tutti gli italiani la domanda è una: “dove passo le ferie?”

Peccato che noi non siamo come tutti gli italiani ma siamo CANTIERISTI! e la nostra domanda è differente: “Faccio o non faccio il cantiere?”.

Immaginarsi in un villaggio turistico o in una classica isla, per il cantierista è una sofferenza e allora la domanda faccio o non faccio si trasforma in: “dove faccio il cantiere?”

Dopo vari colloqui ai quali viene data libero spazio per decidere la meta (ogni rifermento a fatti o personaggi è puramente casuale) la scelta per tutti è ricaduta su un’isola tropicale chiamata HAITI!


Italiano medio, vacanza fai da te? No Caritas? AIAIAIAIAIA


Pronti partenza via… nuova esperienza, nuove persone, nuova formazione!!

Ed eccoci qua, chi fisicamente e chi con il pensiero, tutti con una meta diversa ma lo stesso obbiettivo portare la nostra testimonianza in ogni dove, quindi: DIVIDERE PER MOLTIPLICARE.

D’altronde si sa per raggiungere una META bisogna avere un SOGNO…

Al prossimo post Chiara, Lety, Matteo e Stefy

lunedì 13 aprile 2015

Due ex-SCE dal Congo...

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In questi tempi di selezione e colloqui per i futuri SCE, due ex-SCE (vecchi-SCE suona davvero male...) stanno continuando a lavorare con Caritas Ambrosiana: siamo a Katako,  villaggio congolese senza acqua corrente, energia elettrica, né strade asfaltate. 




Uno dei nostri progetti nasce per contrastare la diffusa malnutrizione: un corso di formazione agricola per ragazze madri. Nei villaggi di quest'area  le bambine raramente vanno a scuola, la parità di genere non esiste e la poligamia é molto diffusa: è così che molte ragazze di 13-14 anni sono già madri.

Durante il primo incontro con loro, il nostro agronomo Raphaël chiede alle giovani madri cosa abbiano mangiato negli ultimi giorni, e la risposta è unanime: “fou-fou na sombe, kila siku” (“polenta di manioca e spinaci di manioca, ogni giorno”). Così si crea un po' di imbarazzo quando alla fine una delle ragazze chiede a noi italiani“E voi, cosa mangiate?”. Il solo fatto di aver mangiato cose diverse negli ultimi 2 giorni gli fa strabuzzare gli occhi, e a me in questo caso stringere lo stomaco...


Il corso andrà avanti 5 mesi (fino alla raccolta!), ma questa è solo una piccola parte di quello che stiamo facendo a Katako, e che vorremmo fosse il primo tassello di un effetto-domino positivo per il miglioramento delle condizioni di vita nella comunità di Katako.







giovedì 16 ottobre 2014

SCATTA IL CANTIERE 2014: #FOOD4ALL

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Come tradizione vuole, pubblichiamo le foto vincitrici del Concorso "Scatta il Cantiere" giunto alla edizione numero 8.

Oggi, 16 ottobre 2014, è la Giornata mondiale dell'alimentazione e così, nel bel mezzo della week of action, partiamo dalla categoria #food4all.


1° classificata
senza titolo, Federico Migliavacca (Etiopia)


 2° classificata

"Pozzo colorato", Daniele Maldera (Gibuti)

 3° classificata


"Batti un cinqu-olato!!!", Federico Sartori (Libano)



mercoledì 24 settembre 2014

Milano: TRA RICCHEZZE E POVERTA’

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Milano, una città ricca di paradossi, proprio come nella Londra vittoriana in cui visse Dickens.
Una Milano dove sono in atto i preparativi per l’expo, nelle sue periferie compare una grande novità, una luce nuova.
Otto giovani e un prete attraversano la città, arrivano alla periferia della Comasina dove hanno scelto di vivere per due settimane.
Attenzione, però! La cosa straordinaria non eravamo noi, ma era il messaggio che volevamo portare. Era quello che ci stava dietro: a fare un oratorio gratuito, il fatto di vivere due settimane insieme e di conoscere la città di Milano in un modo diverso dal solito.
Se vi fosse capitato di passare di lì avreste trovato sul cancello dell’oratorio un bel cartello “Benvenuti! Aperti per ferie”. 
Questo cartello, questa scritta “benvenuti” non la troviamo 
nemmeno più sugli zerbini delle case. Una parola poco sentita di recente! Questo cartello ha attirato un po’ di bambini e genitori che passavano di li.
Eppure quella era Milano! Era una periferia, dove spesso non ci sono speranze, luoghi dimenticati, luoghi in cui pochi passano e attraversano la città col desiderio di restarvi. Dove la gente attende una cosa straordinaria che sembra non arrivare mai a rompere la monotonia. Uno di quelli era Gesù che sceglie di abitare nelle periferie umane, sceglie di entrare nelle nostre storie, sceglie di accompagnarci nel dolore e nelle fatiche. Chi entra in periferia non tornerà certamente a casa come prima! LA POVERTA’ TI ARRICCHISCE!  
“Lo vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite…”     
“Chi ascolta voi, ascolta me”
 “Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone”
Queste ed altre frasi ci hanno accompagnato nelle due settimane. Queste frasi le abbiamo vissute.
Ci siamo interrogati sul nostro sguardo, sulla capacità di vedere: cosa vedo dell’altro? Come lo tratto? IL POVERO VIENE TRATTATO COME UN RICCO.
Cosa rappresenta l’altro per me? Sul nostro modo di ascoltare: cosa ascolto quando ascolto gli altri?
Quattro amici scelgono di portare un loro amico da Gesù e fanno di tutto, scoperchiano persino il tetto di una casa! Un desiderio di accompagnare chi fa più fatica davanti a Gesù. Questo lo trovo bellissimo! Poter arrivare insieme, poter essere davvero fratelli!
Prima parlavo di luce nuova, mi è piaciuto un sacco poter attraversare le strade di quel quartiere, frequentare i negozi sul posto e incontrare i ragazzi conosciuti nell’oratorio!
Erano ragazzi con difficoltà economiche, con problemi familiari, oppure immigrati in parte cinesi che vivevano nel quartiere della Comasina e vicinanze. Erano ragazzi che avevano bisogno di essere ascoltati, a mio parere, ed era molto bello poter parlare con loro e ascoltarli. Il clima che si è creato ha reso possibile tutto ciò. Infatti coi circa 25 ragazzi presenti ogni giorno è stato possibile creare un vero clima familiare e fraterno. Ma era ancor più bello poterli valorizzare e trattarli nel modo in cui si desidera essere trattati.
Abbiamo lasciato un grande segno in quel quartiere: la gente difficilmente viene ascoltata, le famiglie del quartiere desideravano davvero darci una mano chi con la merenda, chi con altre proposte. Abbiamo smosso un po’ la realtà! È stato molto arricchente poter incontrare un quartiere così, delle persone così e credo proprio abbia fatto molto bene pure a loro potersi conoscere tra loro.

Milano, non sembra una vacanza essere stati a Milano. Invece per noi è stata una vacanza!! Lo era eccome, in posto lontano, ma anche vicino!!



Cecilia

lunedì 15 settembre 2014

LA BOLIVIA PERIFERICA: Bisognerà pur iniziare da qualche parte??

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Uspha Uspha, periferia sud di Cochabamba, qualche cespuglio e poche timide piante di eucalipto spuntano tra aride colline. Questa è la zona dove intere famiglie arrivano dalle campagne rincorrendo il sogno di una vita migliore in città. Sono costretti a vivere in periferia in casupole di fango e di mattoni senza fornitura di acqua e gas che vengono distribuiti da autocisterne e camion carichi di bombole. L’acqua viene venduta a caro prezzo e conservata in cisterne di plastica; ricordo dei ragazzi seduti ai bordi della strada che, notato l’arrivo dell’autocisterna, gli corsero incontro gridando “agua! agua!”.

Qui i legami famigliari si sfaldano, i genitori passano la giornata a guadagnare qualche soldo in città e i bambini si trovano a dover badare a se stessi sin da subito, il risultato è che stanno per strada a fare qualsiasi cosa mostrando una grande solidarietà fra di loro che tuttavia spesso non basta. I loro pasti sono scarsi ed irregolari, è per questo che il parroco locale accompagnato da parecchi volontari ha deciso di costruire una struttura e destinarla come mensa che provvede a distribuire pasti gratuiti ai più piccoli. Una parte è poi utilizzata dai bambini e i ragazzi per i compiti, lo studio e più in generale come una sorta di “centro di aggregazione”. L’idea era buona e sin da subito, vista la vastità del territorio, sono nati altri centri simili, qui i bambini e i ragazzi studiano, giocano e si divertono con volontari boliviani e non che tentano inoltre di insegnare loro un tipo di educazione diversa di quella da società macista boliviana, un’educazione più “morbida” dove un bambino si senta amato, cosa che sembra così difficile in questo paese.
Tutto questo è poco rispetto a ciò che ci sarebbe da fare ammette spesso chi lavora in questo progetto…Ma da qualche parte bisogna cominciare, non credete??






Gianluca

sabato 6 settembre 2014

Djibouti: "CON IL SUDORE COME UN DIAMANTE SUL SOPRACCIGLIO"

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Provare a raccontare un’esperienza tanto grande e tanto forte non è un’impresa facile: come si fa a riassumere l’immensità a parole?
Nonostante questo, voglio provarci.
Con lo scopo (o, meglio, la speranza) di contagiare chi mi circonda e di veicolare tutta la Bellezza che mi è stata trasmessa da ogni singolo bimbo che ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere.

Djibouti, per me, è stata una di quelle esperienze che prendono in mano la tua vita, te la sconvolgono un po’ e te la restituiscono arricchita di centomila (anzi, direi OTTOcentomila) nuove sfumature.

Djibouti, per me, è la patria di tanti piccoli eroi che, ogni giorno, silenziosamente, combattono la loro battaglia, che è la battaglia per la vita, in un mondo in cui vivere e sopravvivere troppo spesso coincidono.
Sono bambini di strada. Il più delle volte completamente soli, senza genitori o parenti. Il più delle volte “stranieri”, provenienti dall’Etiopia o dalla Somalia. Tutti senza documenti. Il che significa che, ogni giorno, potrebbero essere picchiati dalla polizia, portati in carcere o, peggio, riportati al confine.
Eppure sono bambini che, nonostante abbiano una spalla gonfia a causa delle manganellate ricevute, non smettono di mostrarti affetto.

Sono bambini che, sotto il sole cocente, da soli, probabilmente senza cibo né acqua, camminano per non so quanti km per tornare al centro Caritas di Djibouti, un luogo spesso non troppo “abitabile”, ma che per loro è il paradiso.
E il punto è che ci tornano con una vitalità ed un entusiasmo incredibili!!

Sono scriccioli di forza e coraggio, che, ogni giorno, affrontano situazioni che non so quanti adulti saprebbero affrontare. Il tutto con una dignità ed una semplicità disarmanti.
Sono bambini che vedono e vivono di tutto, costretti a crescere troppo in fretta, in un mondo in cui tutto sembra essere contro di loro.
Eppure sono bambini che, appena accendi la musica (rigorosamente tamarra), ti prendono per mano (o per fianchi, spalle, collo… perché di mani ne hai solo due e loro sono OTTanta), e trasformano dolore e paura in sorrisi ed energia.

Sono bambini che hanno la garanzia di un solo pasto al giorno.
Eppure sono bambini che prendono in mano una manciata di spaghetti, te la spiattellano per bene e te la offrono.
Sono bambini bisognosi di amore e di attenzioni. Eppure sono bambini che ti danno tutto l’amore e tutte le attenzioni di cui sono capaci. E, anzi, sono bambini che si scusano per non aver niente da offrirti, se non un fogliettino di carta con scritto “I love you” e il tuo nome.

Sono bambini che non hanno niente. Eppure, senza neanche saperlo, ti danno tutto e con quel tutto ti travolgono.




Djibouti, per me, equivale a dire sudare, puzzare, essere conciati e sporchi a tal punto da sentirti dire da un bambino di strada: “Sei sporca! Ti accompagno a lavarti al Centro Caritas!”.
Eppure è il posto in cui mi sono sentita più a mio agio. Il posto in cui mi sono sentita più a casa.
Djibouti, per me, è (stato) un DEDALO di emozioni, che spero continueranno a far brillare i miei occhi e ad animare il mio cuore.

<<Che cosa vuol dire “addomesticare”?»
<<E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…
Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo>>.
<<Comincio a capire. CI SONO DEI BAMBINI… CREDO CHE MI ABBIANO ADDOMESTICATO…>>

Concludo ringraziando ogni mio singolo compagno di viaggio (Daniele, NiCColò, Silvia, Erika, Monica, Ilaria, Alice) e le due civiliste (Crana e Clodia), che mi hanno preso per mano e si sono lasciati prendere per mano in questa esperienza a dir poco illuminante. GRAZIE.


Viola

BOLIVIA DA COMPARTIR

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La parola chiave dell’esperienza boliviana è stata senza dubbio “compartir”, che in spagnolo (ma anche in italiano) vuol dire condividere, dividere con qualcuno.
Condivisione, senza ancora conoscerci, di un ideale comune che ci ha spinto a partire per Cochabamba: durante le giornate di formazione un po’ timidi ed intimiditi abbiamo parlato del perché andare, delle aspettative,delle paure e vissuto il momento in cui nasce un gruppo e la voglia di stare in gruppo.


Siamo partiti e, complici le lunghe ore di viaggio, abbiamo condiviso la curiosità e l’eccitazione di quello che ci aspettava di li a pochi giorni.
Abbiamo diviso i panciti della colazione e i cucchiai di marmellata, gustato insieme la sopa della sera e il mate ad ogni ora, le saltenas e le empanadas ….Abbiamo fatto insieme lunghe camminate sugli altipiani andini, traversate della città , passeggiate nel salar, ci siamo inerpicati per vedere il Cristo, per arrivare alla cascata e per vedere le scimmie della foresta…condiviso attese, corse, pause e saltelli…taxi-trufi, micro,taxi e moto taxi!


Abbiamo condiviso la camera, le ciabatte, le compresse di imodium ed i termometri, le levatacce mattutine e gli abbiocchi serali. Abbiamo ascoltato insieme i racconti di Padre Enrique e di Hermana Cherubina, condiviso la comida con padre Gianluca e gli altri volontari della casa di formazione. Abbiamo festeggiato El Dia de la Rivolucion insieme a tutta la comunità rurale e Urkupina con i cochabambinos, sentendoci un po’ più boliviani anche noi.


Abbiamo vissuto insieme la gioia trasmessa dai bambini della Ciudad de los Ninos, i loro sorrisi e gli abbracci fortissimi, i giochi e le canzoncine…i momenti in cui tutta la felicità del mondo sembra essere in quegli occhietti neri che ti guardano e nelle mani che stringono le tue.
Abbiamo capito un pochino di più cosa vuol dire fare servizio, cos’è un cantiere, cos’è la solidarietà…Conosciuto un Paese bellissimo e pieno di contraddizioni e persone che con il loro operato fanno davvero la differenza.  E forse abbiamo capito un po’ di più di noi stessi.
Siamo tornati in Italia da due settimane in e, travolta dal vortice del quotidiano, la Bolivia mi sembra lontanissima…ma oggi, sistemando i resti della mia valigia, rivivo fortemente ai momenti vissuti insieme… per cui GRAZIE, perché ho avuto la fortuna di condividere pezzi di vita di chi è stato con me 3 settimane: la dolcezza di Giorgia, le battutacce di Matilde, i discorsi profondi della Michi, la tenerezza di Paola, la musica latinoamericana di Irma, i momenti-zarri di Francy, le avventure uspha-usphesi con Gianluca, l’entusiasmo contagioso di Cristina.  Grazie, perché ho visto cose nuove anche attraverso i vostri occhi e perché mi sono sentita parte di qualcosa di bello…grazie perché la Bolivia non sarebbe stata uguale se non l’avessi compartita con tutti voi!




Eva

BOLIVIA: Incredibilmente vicino

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Se vi capita di passare da Cochabamba, in Bolivia, e vi ritrovate su uno dei “confortevoli ed eleganti” trufi che da Punata vi portano a Vacas, dopo un ponte e dei lavori stradali , quando già si vede la laguna più grande, guardate a destra: c’è una casa abbastanza grande, almeno due stanze, con un piccolo cortile dove di sicuro ci saranno stese delle gonne da cholita e alcune galline saranno libere di pascolare.
Ecco, siete arrivati a casa di Dieter. Non ho una foto,  forse è meglio, sono costretta a descrivervi i suoi occhi leggermente a mandorla, il sorriso tirato, i capelli ovviamente nerissimi. Notevolmente  più alto rispetto alla media dei bambini presenti nella scuola infantile di hermana Cherubina, forse perché non ha più l’età per andare all’asilo, potreste trovarlo davanti a casa che gioca con i suoi  palitos o più probabilmente non ci sarà, perché è già passato il pulmino per portarlo a scuola. La casa di Dieter è la più lontana dall'asilo delle hermane, ogni giorno il trufi allunga la strada per arrivare fino in fondo alla laguna perché, come diremmo in Italia, “lui è un bambino speciale”.
Ho conosciuto Dieter  la mia prima mattina di servizio a Vacas,  rimaneva in disparte ma bastava prenderlo per mano, fare le cose con lui e già si era suoi complici. Io ho imparato il suo nome perché era scritto sopra l’asciugamano che usava e lui mi riconosceva dalla sciarpa, niente di più. Lui si sforzava di pronunciare qualche parola e io cercavo di capire lo spagnolo; ma non comunicavamo se non con i gesti, fondamentale guardarsi negli occhi. In quegli occhi ho più volte visto la paura e il terrore, ma anche la gioia e la felicità. Non so dire da che cosa fosse spaventato o per che cosa fosse così felice; io ero li per "compartire", mi sforzavo ma non capivo.
Hermana Cristiana cercò di spiegarmi che lui è diverso dagli altri, ha nove anni ma è ancora all’asilo," fa fatica" diceva. Nessuna spiegazione sulla  malattia, le cause, la cura, la diagnosi;  in Bolivia sei un disabile e basta. Dieter  è fortunato: tutti i giorni va a scuola, mangia due volte al giorno, a casa viene lavato (almeno per partecipare al desfile), ha un suo zainetto e un cappello di lana. Ma più di tutto è fortunato poichè il suo handicap è mentale e non fisico, non  è ancora stato abbandonato a se stesso; per quanto la società si vergogni di lui per ora può ancora essere utile a lavorare la terra o curare gli animali. La triste verità del campo  è che se non sei "braccia da lavoro" allora perchè la tua vita deve avere importanza?
Quindi salite non su uno, ma ben quattro aerei per arrivare a Cochabamba poi prendete un trufi fino a Punata,e da li uno per Vacas, arrivate fino a casa sua e andate a conoscerlo. Fatelo perchè, per quanto la cultura del campo faccia fatica a riconoscerlo addirittura come persona, io vi ho trovato un amico meraviglioso e incredibilemente vicino.



Francesca

giovedì 4 settembre 2014

BOLIVIA, la terra della Chicha.

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Partenza da Milano il 29 luglio, arrivo a Cochabamba il 31: e giá il viaggio di andata si rivela faticoso con i suoi quattro scali e ore interminabili di attesa negli aereoporti, come le 14 passate in quello di Buenos Aires. Ed è stato solo l'inizio!
Ma cos'è stata la Bolivia per noi, per me? Una terra lontana, bellissima, piena di sfaccettature, coloratissima, dove in mezzo a lande desolate e montagne che ti circondano nel silenzio piu totale, ti senti piú piccolo di una formica; e l'unica cosa che puoi fare è finalmente tacere e goderti il silenzio e lo spazio circostante, senza dover badare a cellulare, traffico caotico, persone che ti strillano addosso. 




Una terra di contraddizioni, dove trovi il bambino che il giorno della festa dell'indipendenza, recita urlando una poesia patriottica contro i bianchi invasori che sfruttano il paese; ma poi durante la sfilata folkloristica alla quale partecipiamo anche noi, i "Gringos" cosi malvisti, veniamo pubblicamente ringraziati in quanto volontari di 'un pueblo en Italia que se llama Milán', e applauditi calorosamente dagli stessi vecchietti che prima ci guardavano di traverso.

Ma una delle cose che piú mi ha colpito è stata l'accoglienza dimostrataci dalle varie hermane e padri incontrati, gente che nonostante la vita dura ha sempre un sorrisone stampato in viso e le braccia aperte. Ci siamo messi un pó tutti in gioco, e abbiam fatto cose che qua in Italia sicuramente non avremmo fatto, tipo bere la Chicha (bevanda alcolica di dubbio gusto, ma che in lí va alla grande) dallo stesso cocco usato come bicchiere da mille vecchietti sdentati prima di noi, e che magari ci avevano lasciato qualche sbavatura come souvenir, in una comunitá chiamata Vacas, sperduta nel nulla a 3500m. O andare nella foresta Amazzonica e dover dividere la camera oltre che con le tue compagne, anche con un ragno grosso quanto la tua mano; e farsi saltare in spalla una scimmia (che nel mio caso mi ha pure strozzato con la coda, ma vabbè era cosi carina!sembrava la scimmietta di Aladdin!). Per non parlare dei mille nasi colanti dei bambini, con un bonus se ti sporcavi mentre li pulivi, ma che dire, alla fine ci si abitua a tutto e far gli schizzinosi di certo non porta da nessuna parte!


In ogni caso per ogni fatica fatta siamo sempre stati ampiamente ripagati dai sorrisi genuini dei bambini che ogni giorno ci circondavano: branchi di scimmiette urlatrici che appena ti avvistano, corrono a tutta birra saltandoti addosso. Bimbetti scoppiettanti, di un'energia inesauribile peggio del coniglietto della Duracell, che peró poi diventano come dei mici che fanno le fusa quando te li sbaciucchi e riempi di coccole, che loro di certo non disdegnano. E la bellezza di stupirsi ogni giorno per qualcosa di nuovo, per le piccole cose, un sorriso, un abbraccio, una parola carina, un cenno col capo; mi sembra, anzi son sicura, che sia tanto di piu quello che ci è stato dato, regalato, rispetto a ció che abbiamo cercato di fare noi, nel nostro piccolo. Ma va bene cosi, caro Armadillo!

Matilde

venerdì 29 agosto 2014

Haiti: stare in punta di piedi

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Ci sono tanti modi di “stare”. E le Piccole Sorelle del Vangelo hanno il loro stare a Citè Okay. Uno stile discreto di presenza, di accompagnamento (e non di imposizione), di collaborazione con la gente locale (e non di direzione), oltre che di rispetto profondo per quelle che sono le tradizioni e persino i cliché di Haiti. Esempio: la festa finale del Kan dètè è stata un susseguirsi di singole esibizioni di balli e canti da parte dei bambini più talentuosi. Noi avremmo voluto far festa e giocare con tutti i bambini, anziché farli assistere a uno spettacolo da seduti, ma in Haiti è questa la festa, si fa così. E i bambini si sono divertiti comunque: si sta seduti per ore a guardare qualcuno danzare, se si sogna il proprio turno!
Non per forza le Piccole Sorelle condividono la scelta finale, ma la rispettano: la decisione presa insieme ha la precedenza, proprio perché discussa da tutti.

La presenza “in punta di piedi” della Comunità di Charles de Foucault ha formato un gruppo di animatori volontari che a Kay Chal trovano un luogo dove si sentono importanti e possono esprimersi. E’ strano a pensarci bene, perché diversi di loro a volte non hanno neanche la possibilità di mangiare, ma dedicano il loro tempo ai progetti del centro.
Sempre per far crescere la comunità, le Piccole Sorelle investono molto nella cultura, all’interno di Kay Chal: andando “contro” la mnemonicità del sistema di apprendimento haitiano. A Kay Chal il canale preferenziale dell’educazione,  della conoscenza e dell’apertura culturale non è altro che l’esperienza. È qui che si inserisce anche la nostra avventura: abbiamo condiviso con 6 animatori l’esperienza di un campo estivo a Mole st. Nicolas, nel nord dell’isola. Per alcuni è stato il primo vero viaggio, ricco di novità, sorprese e sorrisi. E anche se per loro è stata un prima volta e per noi un’ennesima, l’entusiasmo, la voglia di fare e di mettersi in gioco sono state le stesse per tutti.

Sarà anche uno stile “in punta di piedi”, ma le orme che lascia si vedono eccome!




P.S.
Oh Davide, per salutarti
abbiamo un altro poema da dedicarti!!
quattordici ore da sardine abbiamo passato
ma il bus in un paradiso ci ha poi lasciato!
per prepararci al viaggio non ci siamo fatti mancare nulla:
una stanza con muri di rhum ci ha fatto da culla.




Stefania, Francesco, Elena, Letizia, Marta