lunedì 24 ottobre 2005

Rakovski, la "Malëk Pekin"

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Oggi, approfittando del tiepido sole autunnale, mi avvio per le stradine di Rakovski, tanto per fare un giro e godermi un po' il tepore. Esco dal cortile della casa parrocchiale ed imbocco una strada asfaltata solo per metà.


Eh sì, perché qui son asfaltate solo le strade principali, tutte le altre sono sterrate o lastricate.

Una sola cosa accomuna tutte le vie: le buche! Immense, "kato moreto", come il mare dice ridendo la gente. Di notte bisogna fare attenzione perché, non essendoci l'illuminazione, si rischia di cadere dentro i vari canali che le costeggiano, come è successo a Otez Yovko. Sorrido ancora a ripensarci, quante risate quella sera! Cammino lentamente sul marciapiede, mi supera una bicicletta, poi un'altra, e un'altra ancora.
Mi viene in mente il soprannome di Rakovski, la "Malëk Pekin", la piccola Pechino perché il principale mezzo di trasporto è la bici e verso l'ora del tramonto decine di biciclette spuntano da ogni dove con tutte le donne che tornano dal lavoro.

Un rumore di zoccoli mi distrae dai miei pensieri. Mi supera un carretto pieno di carbone, trainato da un cavallo ciondolante. L'uomo che lo guida mi accenna un saluto chinando appena il capo. Contraccambio. Seguo con lo sguardo il suo percorso. È usuale vedere carretti per la strada tirati da sonnacchiosi chiuchini o cavalli superbi. Di solito è il mezzo di trasporto da lavoro, ma per alcuni è l'unico mezzo a disposizione.

Oltrepasso un garage aperto: è pieno di noci,

due "babe",
due nonne, son sedute per terra a pulirle, chiacchierando allegramente.

Scendo dal marciapiede per non pestare tutte le pannocchie stese a seccare. Quasi ogni casa utilizza lo spazio davanti a sé come vuole, ho visto di tutto sul marciapiede: l'erba da seccare, covoni di fieno, grano, pannocchie… Osservo attentamente i muri che circondano ogni abitazione, domandandomi quale realtà nascondano.

Infatti, è difficile dal di fuori capire le condizioni di una famiglia perché ogni casa è coperta dal proprio muro di recinzione.

Già il muro di per sé ti può dire qualcosa: se è di sasso lavorato puoi intuire che potrebbero stare bene, quando è di terra puoi dedurre che forse quello è il granaio o la stalla oppure le condizioni sono un po' precarie. Son solo deduzioni, però!

Tre volte la settimana accompagno le infermiere del centro medico della Caritas durante la visita ai malati. A tutti si controlla la pressione e la glicemia per chi ha il diabete. Più o meno visitiamo 70 - 80 malati. E allora sì che posso varcare i famosi muri e toccare con mano la realtà della gente bulgara.

Ripenso a tutte le persone visitate: l'incontro con la malattia è sempre disarmante, ma quando anche l'ambiente in cui vivono è squallido e povero, non si hanno le parole per esprimere le proprie emozioni.

Mi viene in mente Baba Pena.

Dalla strada la casa sembrava abbandonata, ma non si vedeva molto per il muro. Come abbiamo aperto il cancellino, ho visto erbacce alte più di me, la carcassa di una macchina vecchia, una casa tutta di mattoni a vista, come il 90% delle case qui a Rakovski. Davanti a casa uno scivolo in cemento dove, seduta su un mucchio di stracci, ci stava una vecchina con due foulard in testa, vestita leggera per la giornata fredda che era, una gamba amputata. Di fianco a lei una carrozzella piena di sacchetti con dentro vestiti arrotolati, un pezzo di pane, e altre cose che non son riuscita a distinguere. Come ci ha visti si è messa a piangere. All'interno della casa potevo vedere solo una lampadina pendula e nient'altro.

Baba Pena abita da sola. Ha due figli, ma non si interessano a lei.

Ci ha raccontato tutti i suoi ricoveri in ospedale, quello che fa durante la giornata, chiedendomi intanto come si chiama la mia nonna e se è malata. Ogni tanto l'infermiera mi rispiegava quello che diceva perché parlava solo in dialetto, il dialetto cattolico che ha uniti i cattolici durante il comunismo e si parla solo nelle comunità cristiane qui del sud. Poi l'abbiamo aiutata a sedersi sulla carrozzina e l'abbiamo messa fuori al pallido sole, dove si stava un po' meglio. Abbiamo portato via i vestiti da lavare, perché le infermiere provvedono a lavare gli indumenti di coloro che non son in grado di farlo da soli.

Son tante le domande che mi ha suscitato questo incontro, anche perché qui si avvicina l'inverno e dura più o meno sei mesi.

E poi altre visite: ciechi, diabetici, vecchietti che ti guardano silenziosi e si mettono a piangere o ti chiedono scusa se stanno male perché, visto che sei italiana, vorrebbero accoglierti bene.

Le domande che ti pongono son quasi sempre le stesse. Appena sanno che sei italiana, ti chiedono se ti manca l'Italia e alla tua risposta negativa ne succede sempre un'altra: "Karesvash li Bëlgaria?" (ti piace la Bulgaria?). E il loro viso si illumina alla tua risposta affermativa e son felici se parli un po' di bulgaro, tanto che a volte ti abbracciano quando dici che lo stai studiando. E ti offrono wafer, pere, noci, fiori, semi di girasole da cuocere al forno con del sale per farne i famosi "slëncioglet", invitandoti a tornare che sei sempre il benvenuto.

L'ospitalità bulgara è stupenda!

Come offrire una rosa è uno dei doni più belli che qualcuno possa farti.

E qui ci sono rose ovunque, in ogni giardino. Ne noto una che fa capolino da un muro, appena sbocciata, bianca con le venature rosa. Hubava! I ragazzi della parrocchia mi prendono sempre in giro chiedendomi se in Italia non ho mai visto una rosa perché mi fermo sempre ad ammirarle!
Sobbalzo.

Un grosso maiale mi attraversa la strada, camminando pigramente
. Cerco con lo sguardo il suo padrone, sicuramente non va a spasso da solo! Compare un uomo con un bastoncino in mano, con cui batte l'animale non appena rallenta il passo. Giro a destra. Non ho una meta precisa. Davanti ai cancellini, seduti per terra o su panche di legno, ci sono degli anziani che guardano la gente che passa. Al mio saluto, rispondono alzando la mano e mostrando un sorriso il più delle volte sdentato. Scorgo sulla terra battuta impronte di cavalli ed intravedo un disegno puerile inciso forse con un legnetto. Han disegnato dei fiori e due individui, non riesco a distinguere bene, forse un maschio e una femmina. Può essere, perché quella dovrebbe essere una gonna.

Mi raggiunge un vociare di bimbi.

In fondo alla via quattro bambini giocano. Una, di sei o sette anni, mi riconosce da lontano e sussurra qualcosa nell'orecchio del suo vicino. Tutti si voltano a guardarmi.

Lei, prendendo coraggio, mi dice con un sorriso: "Ti si slënze!", tu sei il sole! Scoppio a ridere, annuendo con la testa (in realtà per gli italiani starei dicendo di no, ma qui è tutto al contrario!).

Abbiamo appena festeggiato la festa patronale il 29 settembre, festa dell'Arcangelo Gabriele, che è durata tre giorni. Una solenne liturgia presieduta dal vescovo e da tanti sacerdoti di questa diocesi ha aperto la festa.

Il giorno dopo, invece, è stata la volta delle danze, una serata tutta di korò e altre danze popolari, accompagnate da kebachke e kjuftè (rispettivamente una specie di salsiccia e polpetta alla griglia).

È il piatto tipico delle feste!

Non son mancati ballerini un po' brilli che si sono cimentati nella cialga, la danza del ventre. L'ultimo giorno di festa è stato preparato dai giovani e dai bambini della parrocchia. Abbiamo realizzato una scenetta che partiva dalla creazione del mondo. Ogni bimbo impersonificava una cosa creata da Dio, come la luce, l'acqua, i fiori… Ebbene sì, io ero il sole!

E tutti mi cantavano "Oh sole mio"!

È stato molto bello. Poi si passava al racconto dell'Apocalisse in cui san Michele e gli angeli sconfiggono il diavolo, per poi inscenare una possibile attualizzazione delle tentazioni per i giovani d'oggi: la discoteca! I giovani bulgari, infatti, soprattutto nei villaggi, non hanno molti svaghi o proposte per il tempo libero. Per questo la maggior parte di loro va in discoteca, dove molte volte si ubriacano… E questo è il loro venerdì o sabato sera.

Un gruppo di pensionati richiama la mia attenzione. Seduti attorno ad un tavolo, sul ciglio della strada, stanno giocando a carte. Sicuramente a belot, un gioco molto interessante che mi hanno insegnato i giovani e a cui spessissimo gioco anch'io. Incontro nonni con nipotini che si nascondono dietro le loro ginocchia, intimiditi dalla mia presenza. È difficile incontrare le mamme con i loro figli, di soliti sono i nonni che si occupano dei piccoli.

Davanti a me ora svettano i due campanili della chiesa, illuminati dal sole che tramonta.

Inizia a scendere la sera con il suo freschino autunnale.
Il cortile della chiesa si riempie pian piano di babe vestite di nero, venute tutte per la messa serale.

Alcune mi salutano cordialmente, altre mi guardano incuriosite.

Sono arrivata a casa, la mia casa bulgara!


Grazia "Grace" Bizzotto,
volontaria in servizio civile in Bulgaria

domenica 28 agosto 2005

Frammenti di vita moldava

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Che dirvi? Dopo essere stata nella grigia Bucarest finalmente sono arrivata in Moldova il 4 agosto e per ora non ho ancora avuto il tempo, la necessità e la voglia di sentirmi sola!

Ho già conosciuto un sacco di persone con cui mi troverò a lavorare per una questione o per l'altra e l'impressione non è buona... è ottima!

Mi sento coccolata e protetta da loro, sono molto attenti alle mie esigenze e disponibili ad aiutarmi in ogni evenienza (anche quando mi si è allagata la casa grazie alla lavatrice della vicina!!!).
Che Paese la Moldavia, sono poveri, alcuni poverissimi, le strade della capitale sono zeppe di contadini che vendono i loro prodotti, chi non ha nulla prova a guadagnare qualcosa sedendosi su un marciapiede con una bilancia nel caso qualcuno voglia pesarsi, in periferia ci sono case (non appartamenti) senza il bagno... in giardino hanno un casottino con un buco, i più sofisticati hanno un wc... ma le fogne e l'acqua corrente continua a non esserci!

In questi giorni sono stata in un paesino di nome Ulmu ad aiutare un campo di lavoro di un gruppo di ragazzi di Pavia che lavorava con i bambini e con dei volontari di Cania (un altro peasino). E' inutile dire che i bambini son bellissimi, sono educati e giocano tranquillamente senza litigi; ci portavano i fiori dei loro giardini per ringraziarci, ci regalavano mele e frutti colti dagli alberi, molti avevano bisogno di attenzioni perchè almeno uno dei genitori è all'estero a lavorare.

Sorridono e anche tanto, bisogna sfatare questo mito del bambino moldavo triste... ho le prove!

Un giorno e una notte son stata ad Orhei in un internat per handicappati (350 ospiti maschi dai 0 ai 18 anni), credo di non aver sofferto troppo perchè avevo già visto le condizioni di vita in quel posto e perchè sapevo che sarei rimasta lì solo per poco tempo.
Ad Orhei esistono stanze di circa 20 bambini che vengono seguiti da una badante (pagata 20 euro al mese) che deve occuparsi di seguirli, imboccarli, cambiarli, lavarli, metterli a letto... anche la persona più buona e motivata non potrebbe reggere per molto questo ritmo e di conseguenza i bambini non sono seguiti, chi si agita troppo magari viene legato, le condizioni igieniche son quello che sono... peccato, se la cultura e i mezzi fossero un po' migliori tanti bambini avrebbero una vita quasi normale.

Son stata alla festa del patrono di Ulmu con messa ortodossa di 3 ore (rigorosamente in piedi), banchetto nella mensa del monastero mangiando dallo stesso piatto dei miei commensali e bevendo vino, accendendo una candela ognuno nella propria pagnotta...è stato proprio bello! Son poi stata a visitare 2 monasteri nella roccia a Tipova e Saharna e... ho visto l'impronta della madonna.

Altro?
La vita di tutti i giorni!
C'è chi lava la macchina al pozzo in mezzo a un campo di mais, qualcuno cui spunta una pistola dai calzoni. Una signora ci dà da bere e ci regala 2 enormi girasoli per mangiarne io semi. Tacchini per strada, anziani che guardano la vita scorrere, denti d'oro, cavalli trainano carretti, strade dissestate, verde, tanto verde, ma anche fango, pozzanghere che sembrano laghi.
Tetti di lamiera intagliati, pozzi con immagini sacre, crocifissi dipinti ad ogni incrocio. Biscotti sfusi nei negozi, la gente ti parla anche se sa che non capisci, cartelli in russo, mele, vino, microbus strapieni, oche, qualcuno spinge una macchina, sidecar, limousine ai matrimoni, tappeti ovunque anche sui terrazzi. Chiese coi tetti blu, preti sposati, messe infinite, genuflessioni e segni della croce all'infinito... tutto questo ed anche di più, mancano odori e colori, manca la gente con i suoi sguardi e la sua ospitalità.

Certo è che per ora qui sono a mio agio, credo vivrò bene questo mio anno di servizio civile.

Elisa Magnifico
Volontaria in Servizio Civile in Moldova
28 agosto 2005

martedì 23 agosto 2005

Essere donna in Honduras

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Nasciamo differenti, nel fisico, nella modalità di sviluppare ragionamenti e sentimenti, dice la bibbia che Dio ci ha fatto "uomo e donna, differenti e complementari", ma mai, come quest'anno ho sentito tanto la marcata differenza sociale, di ruolo, di possibilità di sviluppare le proprie potenzialità che esiste tra i due generi.

L'Honduras mi sta dando la possibilità di rifletterci a fondo, vedendo e vivendo situazioni sulla mia pelle. Ho sempre rispettato tutte le culture, piu' o meno aperte nei confronti dell'ingresso della donna nella società, per questo non avrei pensato di trovarmi costretta a dire "povere le donne in questo paese, loro devono cavarsela in questa società maschilista".
Mi rendo conto che io fra qualche mese me ne vado e la costante sensazione di essere osservata, giudicata, poco presa in considerazione per quello che dico, se non terminerà del tutto, diminuirà notevolmente.
Le donne autoctone invece, molte delle quali sottomesse dal tipo di cultura maschilista, non hanno alternative migliori se non quella di sperare che i loro figli crescano con una mentalità un po' più progressista nei confronti del sesso femminile.

Come donna, cresciuta in un'altra cultura che ha fatto negli ultimi 50 anni passi giganti a favore dell' emancipazione della donna, che vive ora in un paese dove le donne sono in questo lungo cammino, soffro con loro quando si rendono conto della loro condizione sottomessa, si lamentano e desiderano trovare nella società uno spazio di più ampio respiro; e con loro spero che non siano solo giudicate per il numero di figli che hanno, per la loro condizione famigliare, se non per la loro capacità di pensare, di rendersi utili, dare idee e costruire un futuro diverso per il loro popolo.

La vita della donna in Honduras si differenzia molto dalla città alla campagna.
Essere donna "cittadina" è difficile, perchè sempre di più ci si rende conto della difficoltà di gestire la parte di retaggio culturale maschilista ancora profondamente radicato nella mentalità della società. Ci si rende conto di quanto sia faticoso cercare le piccole cose che fanno parte della vita quotidiana e dei sogni di tante donne: studiare, avere una vita economicamente indipendente, una famiglia con la quale condividere, un uomo con dei valori, che ti ami e ti rispetti, senza trattarti come la schiava di casa. Alcune donne, gia mature e con esperienze alle spalle, preferiscono quindi consapevolmente rimanere sole, rifiutando di avere un uomo che sanno le farà soffrire, perché dirà bugie, le picchierà, avrà altre donne, ecc.
La vita della donna in comunità invece è differente, meno consapevole della propria condizione o forse solo più abituata agli abusi maschili. Essere donna qui, con tutti i suoi aspetti negativi che ha, mi permette di parlare più apertamente con le donne, entrare nelle cucine delle comunità, "tortillare" con loro, ascoltando storie di donne ferite dalla vita, ferite dal loro stesso uomo, che la maggior parte delle volte le ha lasciate per un'altra, abbandonandole con figli completamente a loro carico, donne che stanno con un marito che permane con più amanti, tornando spesso a casa sbronzo, costrette, per debolezza, per cultura e per incapacità di ribellarsi a subire violenze fisiche e morali.
Le donne in una comunità, passano la loro vita servendo il padre, prendendosi cura fin da bambine dei piccoli di casa, spesso non vanno a scuola oltre la terza elementare, si sposano mediamente a 15-16 anni, cominciando quindi a servire nella propria casa, circondate da una marea di bambini che pian piano vengono al mondo.
Alcune, più serene, forse più "fortunate", forse anche meno consapevoli del fatto che una donna può essere anche altro oltre che mettere al mondo e curare bambini, non si fanno domande, guardano la vita che giorno dopo giorno le assorbe, le poche che se ne rendono conto, perché escono dalla propria comunità, paragonano la loro vita con quella cittadina, apparentemente più libera, ma piena di bugie, forse più che nel campo. Sapendo che non possono far altro che accettarla, visto che non hanno i mezzi economici per rendersi indipendenti e, spesso, se vogliono tornare a casa i genitori non le accolgono più in casa.
Suscita sempre ilarità spiegare che alla mia età non ho ancora figli, che non sono sposata,che ho solo un fratello e che tutto questo è abbastanza normale nel posto dove vivo io.
Mi sento da una parte molto indietro, da una parte tiro un sospiro di sollievo; a 25 anni dimostro l'eta che ho e non i classici 10 anni in più dei visi consumati dalla fatica, dalle sofferenze fisiche e morali della maggior parte delle donne campesine.
Semplici riflessioni, basate sulla mia vita qua, di vite che quotidianamente incontro, con cui mi confronto, cercando di capire qualcosa in più.

Monja Zanini

mercoledì 3 agosto 2005

Entrare a Nueva Vida...

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Entrare a Nueva Vida è come entrare all'inferno: nella zona uno finisce quella che si poteva chiamare strada, nella zona due finisce il controllo, nella zona tre la sicurezza, nella quattro finisce la ragione e nella cinque la speranza.

Nella zona uno vive Meilyn, che da poco è tornata a casa con i suoi due bambini di tre anni e sei mesi. Meilyn "lavora" nella discarica e i suoi figli vi si nutrono. Li ho trovati tutti e tre aspettando di essere visti dalla dottoressa del centro: lei con la pelle sfigurata dalla micosi e i bambini incapaci di reggersi in piedi per la denutrizione.

Nella zona due vive Wilbert Jeovanis, un ragazzo della scuola tecnica, quindici anni e tanta voglia di vivere. Quando però arriva il venerdì e si rende conto che il pranzo che tiene fra le mani è l'ultimo che vedrà fino al lunedì successivo, diventa nervoso, disperato e irragionevole. Il panico lo assale e comincia a girare come una meteora ingurgitando tutto quello che trova di commestibile.

Nella zona tre vive Kenia, una della tante ferite aperte di Redes. Una tredicenne inquieta e ribelle che sa di avere una madre solo quando si guarda le cicatrici sparse per il corpo. Tanti problemi di personalità o forse solo un'adolescenza un po' più complicata. Il mese scorso è stata violentata da due giovani con qualche anno più di lei, che avevano deciso di verificare se era davvero lesbica come dicevano tutti.

Nella zona quattro vive Maria Lourdes, ventisei anni e come diremmo noi "qualche rotella fuori posto": suo marito ha esagerato un po' con il bastone... Vive chiedendo notizie delle sue due figlie che sono custodite, per ordine del ministero della famiglia, in un istituto dove studiano e vivono tutta la settimana. Lei gira con aria stralunata per le strade di Nueva Vida, il sorriso stampato e una innocenza artificiale che la rende facile preda dei maligni. La trovo spesso nell'autobus delle sei del mattino.: mentre io vado a lavorare lei sta tornando... si prostituisce al mercado oriental per poco più di due dollari.

Nella zona cinque oggi sono andata con Cristina e la dottoressa a visitre Maritza, una donna che la notte scorsa ha partorito sola, nel pavimento di casa sua, una bimba alla quale mi ha chiesto di darle il nome. Con il filo da cucito ha stretto il cordone ombelicale e con una forbice prestata da non si sa chi l'ha tagliato. Questa mattina erano lì distese sul letto in una casa fatta di quattro pareti, un divisorio e una brandina. Una montagna di vestiti stracciati sul pavimento e la gomma piuma cenciosa su cui aveva partorito.
Un sorriso spento fatto di rassegnazione e di privazioni: niente da mangiare... chissà per quanto tempo ancora... mentre nuove bocche si aggiungono alla lista...
Gloria Perin

domenica 22 maggio 2005

Guarire con le erbe della selva

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A Tziscao, Edupaz sta costruendo una casa di salute che riprenda la medicina tradizionale naturale e che dia anche supporto psicologico alle persone delle trenta comunità presenti nella zona dei Laghi di Montebello. Mi chiedo perché sia così importante, ma poi andando con Baldemar a Nuevo Tenejapa capisco che cosa ci spinga a fare conoscere alla gente le risorse delle piante che hanno nella selva che circonda la loro comunità.
In casa di don Alonso vivono ventuno persone di cui quindici sono bambini. Rimango a casa loro tre giorni e riesco ad osservare un poco le loro abitudini e la loro vita quotidiana per me sconosciuta ed affascinante.
Non hanno acqua in casa e quindi la loro vita dipende dal fiume che scorre lì vicino. La casa è di legno ed i topi sono all’ordine del giorno.
Al mattino faccio compagnia alle donne  e mentre mi insegnano a preparare le tortillas, parliamo del più e del meno, scopro così che non sanno la loro età, difatti nella comunità tutti i giorni sono uguali, non c’è scuola, il prete arriva raramente, e non esiste né medico, né infermiere e neppure un promotore di salute che si occupi di loro quando stanno male. La clinica di riferimento si trova a più di un’ora di cammino e l’ospedale a due ore di macchina.
L’ultimo giorno di permanenza chiamano Baldemar perché una bambina della casa non sta bene; è lì seminuda coperta di pustole infette, da qualche giorno aveva mal di testa ma non si lamentava, forse aveva anche un  po’ di febbre, ma nessuno ci ha fatto caso e poi si è accorta che le sono uscite delle pustole pruriginose, chiaramente è varicella ma lei non lo sapeva, si è grattata ed ora ha molte parti del corpo infette che lasceranno cicatrici. La madre della bambina invece ha una piaga sul piede che ha provato a curare con i farmaci che arrivano sporadicamente in comunità ma a niente le è servito…Baldemar allora spiega loro quali erbe possono utilizzare e come preparare impacchi e decotti.
Esistono cliniche o case di salute nella zona, ma le competenze dei sanitari sono molto scarse ed i farmaci non sono facilmente reperibili per tutti anche a causa dei costi elevati, così le persone cercano prima di automedicarsi e solo quando il problema diventa grave ricorrono al medico o all’ospedale e se neanche il personale medico li riesce a guarire allora ricorrono ai “curanderos” che però spesso sono solo dei ciarlatani che sfruttano la fiducia della gente per farsi pagare somme di denaro ingenti per coloro che sopravvivono dei frutti del loro campo.
Prima di lavorare direttamente nelle comunità, Edupaz ha avuto la possibilità di costruire una casa di salute in cui svolgere diverse attività attraverso la formazione di un gruppo di promotori locali; i servizi previsti sono: elaborazione delle erbe medicinali per trarne pomate, tinture, microdosi, etc.; agopuntura, massaggi, diagnosi bioenergetica, urinoterapia .Nel terreno della  casa di salute una parte è destinata alla semina delle erbe medicinali, mentre altre vengono raccolte direttamente nella foresta. Una psicoterapeuta, che fa già parte dell’associazione civile, si occupa dell’assistenza psicologica delle persone che in questa zona hanno vissuto le tensioni della guerriglia del 1994 e dei guatemaltechi che fino al ’97 sono scappati dalla loro terra a causa della guerra civile; offre inoltre corsi specifici di salute olistica e giornate per rigenerarsi, con permanenza durante la notte negli spazi della clinica, per gruppi o per singoli, messicani e stranieri.
Lo scopo di questo progetto è creare un centro a cui gli abitanti della zona possano arrivare sapendo di trovare la giusta assistenza e professionalità oltre ad una maniera alternativa, ma non sconosciuta, di curarsi, con la visione che un giorno questa clinica venga gestita autonomamente dalle comunità.

martedì 10 maggio 2005

Mi domando...

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Ritorno a Santa Rosa.
Quando uno si lascia una comunità alle spalle ha sempre tanti pensieri nella testa.
Io ho ricominciato a fumare, nella speranza di riuscire ad ordinarli meglio, ma il groviglio è sempre abbastanza complesso e difficile da districare.
Con il mio collega Ricardo ci siamo divisi equamente i compiti: lui guida all'andata, e a me tocca sempre al rientro.
La strada del ritorno e' fatta di passaggi concessi a chi ci chiede di fermarci, di buchi enormi e di polvere che entra dai finestrini, di animali lungo il cammino, di bambini scalzi, di donne che trasportano pesi sulla testa e di uomini che camminano con un machete nella mano. La strada del rientro e' fatta anche dei mille pensieri che affollano la mia mente.

Quante volte mi sono chiesta che cosa ci faccio qui, qual è il mio ruolo, se posso davvero essere utile a qualcuno.
Elaboro e rielaboro senza avere una risposta chiara, l'unica cosa che ho di certo sono le immagini che si vanno accumulando da quando sono arrivata qui.

C'è Joaquín che inizia la celebrazione della parola con una canzone dei Guaraguao, "No basta rezar" e le donnne sedute nei banchi che lo seguono attente.

C'è padre Efraín che mi mostra il pezzo di terra che la comunità sta lavorando e mi ripete "Andiamo avanti, passo a passo".

C'è un alunno della Scuola di Educazione Popolare che mi dice di guadagnare 50 lempira al giorno (quasi 2 €, ndr) e di dover mantenere otto figli, però, continua, non mi stanco di lottare.

C'è una maestra, che tutti i giorni prende il suo cane e sua figlia di quattro anni e se ne va a lavorare in un asilo alla periferia della città, un posto che a molti sembrerebbe l'inferno, eppure lei ci crede e in quel posto fa la differenza.

Chissà se riuscirò a darmi una risposta, se prima di rientrare capirò davvero se sono utile o meno.

Forse un giorno, giudando, avrò un'illuminazione.

O forse è la domanda ad essere sbagliata, forse il senso, la chiave, sono le persone stesse che conosco, le situazioni che vivo, le buone vibrazioni che continuano a mandarmi questa gente.
Forse davvero bisogna imparare ad ascoltare a fondo, prima di "pensare a come fare per...".
Per ora mi sembra già molto avere la possibilità di stringere la mano di Izzy, risalendo la costa di un monte, dopo aver visto come lavorano i campesinos di una cooperativa.
E pensare a quante mani ho ancora da stringere.

Roberta Mo

martedì 26 aprile 2005

Il Chiapas e lo sviluppo

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Strategicamente parlando:
- emigrare conviene;
- il governo ci aiuta ad andare via;
- domani finalmente saremo attori e non spettatori del mercato;
- nel frattempo abbelliscono la nostra terra.

Secondo l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) negli Stati Uniti ci sono circa 600.000 immigrati messicani e il governo statunitense stima circa 10 milioni di indocumentati sul suo territorio (immigrati illegali provenienti da tutta l’America Centrale).

Per la
Banca Mondiale “è chiaro che la migrazione e le rimesse in valuta pregiata hanno un ruolo importante nella riduzione della povertà degli stati del sud del Messico”.
Secondo gli esperti, infatti, i vantaggi delle rimesse sono molteplici:
* capitali freschi per chi non ha accesso al credito,
* via d’uscita da periodi di crisi dovuti a siccità e crollo del raccolto,
* oscillazione dei prezzi dei mercati,
* eccetera...

Questo, insieme agli interventi del governo messicano (
PROCAMPO, PROGRESA, FISM), permetterà di alleviare “i costi sociali” sostenuti dalle famiglie quali la separazione dei coniugi, i bambini che abbandonano le scuole per i campi, ecc.

Si dice che ogni scelta comporti un’attenta valutazione dei costi e dei benefici. La scelta di emigrare è certamente razionale dal punto di vista economico: “sono povero perché vivo con meno di un dollaro al giorno, quindi vado dove me ne danno almeno otto”. Improvvisamente non sono più povero perché con i soldi non si può essere poveri.
Abbandonare la propria casa conviene.
Le statistiche insieme ai policymaker sorridono.

La BM ha ragione: bisogna andare via.


A rendere più difficile la mia scelta c’è la famiglia, il figlio piccolo, la moglie che dovrà curare il campo al posto mio.
Ci vorrà un po’ di tempo perché io riesca a mandare soldi a casa. Fortunatamente per ogni ettaro di terreno il governo mi da un po’ di pesos ogni anno (sussidio all’agricoltura per migliorare i livelli di produzione in barba a tutte le regole sul libero commercio), in più alle donne con figli garantisce una paga mensile e visite ginecologiche gratuite.
La scelta è più facile.

Il governo rassicura: si può andare via.


I soldi generano un circolo virtuoso e, poco a poco, un ”inserimento” di fasce disagiate della popolazione all’interno del mercato produttivo.
“Inserimento” è, da un lato, capacità di produzione di altri soldi e, dall’altro, capacità di spesa. In altre parole significa apprendere il funzionamento del mercato o anche apprenderne la bellezza.

Il vicino è stato negli Stati Uniti. Ora ha una casa di mattoni e una macchina.
Ci provo anche io.

Mercato significa anche capacità di consumo per aumentare la percezione (sociale) del proprio benessere.

La BM, nello stesso testo, avanza alcuni consigli al governo messicano per migliorare gli effetti benefici del processo (tutti i + nel sistema decisionale).
Perché il mercato funzioni occorrono “diritti di proprietà” ben definiti e un sistema giudiziario che li garantisca.
La struttura ejidal delle comunità messicane (un incomprensibile miscuglio di proprietà privata e comunitaria) non aiuta ad agilizzare il processo. Il governo messicano interviene con un nuovo programma, il PROSEDE. Improvvisamente si diventa proprietari della terra che la comunità aveva affidato in gestione.
Ora un documento certifica in modo indubitabile il diritto di proprietà. L’alienazione o l’alterazione del bene in questione (la terra) è una scelta che spetta al singolo individuo e non più alla comunità. Certamente il singolo valuterà la profittabilità economica della sua scelta [+ o -] ma la comunità (in senso ejidal) non esiterà più.

Nel frattempo il governo del Chiapas firma un accordo diretto con la Unione Europea (primo caso in cui la UE firma un accordo con un governo locale) per lo sviluppo sostenibile della
Selva Lacandona ricca di petrolio e uranio e casa di quelli che non tanto sono d’accordo.
Vivere la selva è la missione del progetto, scoprire al mondo le incredibili bellezze che possiede è lo scopo.
Riassumendo.
I giovani chiapanechi si vanno a formare alla bellezza del mercato negli Stati Uniti, nel frattempo il governo prepara il loro ritorno. La terra è loro e non più della comunità cosicché, pieni di “iniziativa imprenditoriale”, potranno lanciarsi in attività economiche individuali o familiari. La comunità non esiste più quindi non esistono più tutti i diritti che i contadini possono ancora vantare sul governo nazionale.

Nel frattempo c’è da controllare l’annosa questione zapatista.
I militari sono già intorno alla selva ma non possono più entrarci (ufficialmente), così entrano i progetti dell’UE di sviluppo sostenibile. Con i soldi arrivati ci diranno che la povertà si è ridotta mentre la gente si è abituata a ricevere denaro: il governo non è più così male. I giovani rientrando non saranno più disposti a fomentare un gruppetto di gente che si oppone alle politiche centrali; hanno visto con i loro occhi che si può vivere bene con la televisione via cavo e i fast food.
Così gli zapatisti non esisteranno più per insufficienza di zapatisti e il Chiapas sarà il motore dell’economia messicana nel terzo millennio.
 
Rocco
dal sud del Chiapas

giovedì 31 marzo 2005

Tragedie esotiche e mezzi di comunicazione

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Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque...
Nel novembre 1998 le autorità nicaraguensi iniziarono a costruire Nueva Vida per accogliere gli sfollati della costa del lago di Managua.
Le torrenziali piogge portate dall'uragano Mitch avevano provocato l'innalzamento del lago di vari metri e le case di coloro che vivevano sulla riva furono portate via dall'acqua.

Come sempre in queste situazioni la solidarietà internazionale non tardò ad arrivare; milioni e milioni si riversarono nelle casse di istituzioni, associazioni e ONG per soccorrere la popolazione danneggiata.
Cosicché gli sfollati, con i loro fagotti e le poche cose che avevano potuto salvare dalla furia dell'acqua, furono riubicati a Nueva Vida.

In quei giorni non smettevano di passare camion pieni di gente; dalla mattina alla sera; e dalla sera alla mattina.
Fiumi di gente.
Io non c'ero e non potrò mai capirlo fino in fondo, però ho visto delle foto e ho ascoltato tanti racconti... arrivavano a valanghe, i camion li scaricavano, assegnavano a ciascuno uno spazio e da lì in avanti dovevano arrangiarsi.

Ovviamente le autorità provvedevano a garantire viveri, medicinali, ecc.

Però la realtà é sempre più complicata di quello che i piani delle emergenze umanitarie riescono a prevedere.

Innanzitutto nei campi dove oggi sorge Nueva Vida non c'era acqua.
É l'ironia della Natura, l'acqua che aveva appena causato la rovina di tante persone mancava.
Bisognava camminare un po' per andarla a recuperare e nel tragitto era alto il rischio di essere assaltati da sciacalli che Dio solo sa come potessero approfittare di una situazione simile.
Lo stesso per il cibo; a ciascuno era assegnata una razione, però non te lo portavano a casa, e nessuno vigilava affinché nel tragitto non si verificassero "problemi"...

Le persone che avevano perso tutto si arrangiavano come potevano: teli di plastica, pezzi di legno mezzo marcio, pezzi di lamiera, lattine... tutto ciò si trasformava magicamente in case.
La costruzione delle case vere iniziò rapidamente, però è un "rapidamente" per i tempi di chi organizza e realizza il lavoro.
Per chi lo deve aspettare mi immagino che siano state notti lunghe e giorni interminabili.

Andare a cercare cibo e acqua, medicine per i bambini, vestiti, teli per coprirsi... la verità è che è al di là della mia immaginazione, deve essere stato terribile.
Le notti fredde, in mezzo a gente estranea, in mezzo al marasma generale, con un occhio aperto per vigilare sui pochi preziosissimi averi.
Sì, preziosissimi, perché quando non si ha nulla anche solo un bottone è qualcosa, e a qualcosa può servire.

Il suolo stanco dei campi di cotone cedette il posto alle piccole case. Piano piano è nata Nueva Vida, da questa ferita profonda nel petto di povera gente che aveva poco e si è ritrovata con meno.

Tanti amici sconosciuti hanno aiutato queste persone, parecchi continuano a farlo, però i più già iniziano a dimenticarsi, trascinati dai media verso altre esotiche tragedie.

Intanto Nueva Vida continua a vivere la sua quotidiana tragedia della fame, della violenza e della morte, trascinandosi una sanguinosa ferita che stenta a rimarginarsi.
Una delle tante tragedie che ogni giorno si consumano in Nicaragua e nel mondo senza che i più se ne accorgano.

Oggi è sicuramente molto diverso da quei primi drammatici giorni, nondimeno rimane una situazione d'emergenza. Ovviamente i politici non lo ammetterebbero mai perché le implicazioni del termine "emergenza" li obbligherebbero ad affrontare il problema seriamente, molto più di quello che stanno facendo.
Preferiscono pensare di aver compiuto con la loro missione di restituire una casa e una vita a quella gente. Ma la triste verità è che l'emergenza cresce e si aggrava sempre più: un terzo dei bambini denutriti; condizioni igienico-sanitarie pericolosissime; analfabetismo sopra il 40%; indici di violenza sociale e familiare che fanno rabbrividire; disgregazione familiare sopra il 60%; disoccupazione e sottoccupazione che arrivano probabilmente al 50%.

Mi sento un po' a disagio a darvi queste informazioni perché non posso indicare le fonti. Non ci sono fonti di informazione, nessuno ha voglia di ricercare seriamente perché sa che si troverebbe di fronte a una situazione molto difficile.
È più facile far finta di niente e non ascoltare il grido disperato di chi sta morendo di fame e di stenti.

Non possiamo salvare tutto il mondo, ne sono cosciente, però sono qui e non posso fare a meno di vedere la fame negli occhi dei bambini che mi circondano, il vuoto negli occhi dei giovani che hanno rinunciato a sperare (perché è duro farlo quando non ci sono soluzioni), l'affanno negli occhi delle madri che vanno a caccia di cibo, per lo meno quello per riempire lo stomaco dei loro numerosi figli quella sera...

Sono qui, vedo tutte queste cose e non posso fare a meno di pensare che dei tanti soldi destinati alla cooperazione internazionale, la maggior parte vengono utilizzati per fare una guerra che serve a pochi e danneggia ai più, una guerra ingiusta e penosa.

Sono qui e non posso fare a meno di pensare che adesso altre acque hanno sommerso altre persone; una catastrofe immane, più fresca e più appetitosa per i media, anche perché la morte di tanti turisti europei e nordamericani ci ha colpito in modo più diretto.

Si stanno muovendo aiuti che purtroppo non ricostruiranno la vita di quelle persone, perché queste tragedie causano ferite molto profonde.
Probabilmente ci saremo dimenticati di loro fra cinque anni, quando i media parleranno di altre catastrofi ma loro saranno ancora lì a soffrire.

Forse non sarete d'accordo, ma io credo che siano molto più gravi le piccole tragedie quotidiane che vivono miliardi di persone che le (pur sempre gravi) grandi tragedie che provocano migliaia di morti in pochi minuti.

La lotta alla povertà e all'emarginazione che vivono i bambini di Nueva Vida è una sfida molto più onerosa della ricostruzione dei pozzi di petrolio in Iraq e dei grandi complessi turistici delle Maldive.

Una sfida che i mezzi di comunicazione preferiscono dimenticare in fretta.

Giulio Pini
Obiettore di coscienza in Servizio Civile in Nicaragua

venerdì 25 marzo 2005

Servizio Civile: inno della scelta di servire

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"Voi sunteti sarea pamantului [...] Voi sunteti lumina lumii [...]"

"Voi siete il sale della terra [...] Voi siete la luce del mondo [...]"

Durante una Messa nella Catedrala Catolica di Bucarest, ancora una volta il dono della Parola, ancora una volta il dono di queste parole, che mi paiono ancor più belle, più saporite, più luminose, in quanto ascoltate e comprese in una lingua nuova. Ho sempre sentito vicino, mio, questo brano di Vangelo, ma credo di averlo fatto inno di quest'anno di Servizio Civile: inno della scelta di servire, inno della condivisione, inno del partire e del restare.

E mettendolo sul piatto della bilancia insieme alle relazioni costruite, si fa contrappeso dei momenti difficili, dell'ansia del fare, delle incomprensioni e delle difficoltà; si fa muro maestro dell'accoglienza dell'altro, dell'attenzione verso l'altro; si fa nodulo delle emozioni, delle motivazioni, della crescita personale.

Servire è stato entrare in relazione con le persone che ho incontrato, cercare di essere disponibile all'ascolto, all'osservazione, allo scambio, alla comprensione, all'attesa.

Servire è stato e sarà raccontare quello che ho visto e sentito, testimoniare e agire di conseguenza a quello che ho imparato e che mi è stato donato.

Servire sarà servire ancora, con umiltà e perseveranza.

Francesca

martedì 22 febbraio 2005

Pià le cose cambiano, più restano uguali

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"Più le cose cambiano, più restano uguali" era scritto in qualche romanzo classico, ed è proprio così che mi sembra sia in questo momento, in cui inizio a tirare le fila di questo anno trascorso in servizio civile a Bucarest. Bogdan è un ragazzo di strada diciassettenne, vissuto nei canali sotterranei della capitale, da quando all'età di sette anni scappò dall'orfanotrofio, in cui lo aveva portato la madre, che non aveva la possibilità di mantenerlo. L'ho conosciuto al centro diurno che offre aiuto e sostegno ai tanti ragazzi che ancora popolano le strade della città. Dopo tante giornate passate insieme a chiacchierare e giocare, che gioia vederlo cercare un lavoro tra gli annunci del quotidiano e poi venire a sapere che, finalmente, aveva un tetto sulla testa e dei vestiti puliti e della taglia giusta. Che gioia vedere uno che ce la fa, che riesce a cambiare, a fare la svolta.
Finché un giorno lo ritrovo al centro, che sonnecchia con la testa appoggiata al termosifone, la faccia sporca e i vestiti troppo grandi. E' bastato un errore e ha perso tutto.


Non siamo qui per cambiare il mondo e salvare i popoli e forse nemmeno riusciremo a salvare una sola persona, ma possiamo starle vicino, farla sentire accolta e amata. Farsi prossimo di chi soffre, di chi vive nel disagio e nel fallimento, condividere le fatiche, gli ostacoli, ma anche i momenti fugaci di gioia e serenità. E' questo che significa per me essere una volontaria in servizio civile.


Chiara

domenica 20 febbraio 2005

Il Servizio Civile cambia...

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"Il servizio civile cambia la vita, la tua e quella degli altri". Ignoro l'ideatore di questo slogan pubblicitario, ma certamente è uno tra i più indovinati per definire il servizio civile.

"Il servizio civile cambia la vita". Nella vita si possono fare molte, diverse, significative esperienze che cambiano e il servizio civile è una di queste: ti mette nella condizione di vedere le situazioni e, quindi, di analizzarle da punti di vista differenti perché ti obbliga a vedere il mondo con gli occhi degli ultimi, a vestire i loro panni, a comprendere i loro disagi, ti obbliga a saltare la barricata e a schierarti accanto a chi è bisognoso.

"La tua". Quando mi sono ritrovata in mezzo ai block di Bucarest in un freddo pomeriggio di gennaio non ero ancora consapevole di quanto mi sarei scoperta diversa dopo dieci mesi di servizio. Sono cambiata, tanto, davvero, poiché mi sono accorta e ho capito molti aspetti che prima ignoravo, ho conosciuto persone e realtà nuove che mi hanno regalato una chiave di lettura differente, più profonda e più vera. Ho capito che la povertà ha tanti volti, che la dignità è una condizione fondamentale dell'uomo così come la cura e l'attenzione per gli altri sono un dovere.

"E quella degli altri". Ogni nostro gesto, parola, azione ha un'incidenza minima ma fondamentale nella vita degli altri: non ci rendiamo conto di quanto bene o male possiamo fare con un solo battito di ciglia e la nostra responsabilità, affinché la vita degli altri possa migliorare, è sempre pensare e ricercare il loro, non il nostro, bene.

Valentina

domenica 6 febbraio 2005

Sorrisi di donne

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Il sabato è la giornata del bucato. Durante la settimana rimane sempre poco tempo per dedicarsi a queste cose, così stamattina, con lo splendido sole di sempre sono scesa al lavandero per liberare finalmente i miei indumenti dalla polvere delle strada di Managua.

Nello stesso modo in cui immergo le mie mani nell’acqua, così la mia mente si tuffa in una vertigine di pensieri che mi riportano all’ora di charla vissuta ieri pomeriggio con la dottoressa del centro escolar. Il venerdì pomeriggio infatti è dedicata alle donne di Nueva Vida per una chiacchierata riguardo gli argomenti più vari, ma quasi tutti incentrati sulla salute comunitaria e dei più piccoli.

Faccio ogni sforzo per riuscire a mettermi al loro posto, per entrare anche solo un po’ nella vita di ogni singola donna tentando di acchiappare tutte quelle domande che le lasciano perplesse, ma che palesemente non hanno il coraggio di fare.

Ogni tanto mi guardo le mani che l’acqua ha ormai reso rugose e flaccide, poi riprendo a sfregare energicamente la roba spruzzando guizzi d’acqua saponata qua e là.

Riprendo a pensare a quante di quelle donne in questo preciso momento stanno facendo la stessa identica cosa, mentre i loro bambini, che al mattino si presentano a scuola con la divisa impeccabile, giocano seminudi sulla strada vicino a casa o riposano sull’amaca.

Sebbene io sia donna, mi ritrovi in questi giorni a cucinare, lavare, fare la spesa, esattamente come loro, sento sempre più pungente la lontananza che ci separa.

Eppure la mia fronte è madida di sudore esattamente come la loro e la fatica è la stessa... o forse no, forse per loro è più difficile iniziare ogni volta un nuovo giorno.

Ma io come posso in queste poche occasioni far loro capire che dopotutto e nonostante tutto possono contare su di me, sulla mia presenza, anche solo sul mio sorriso?

Per la prima volta nella mia vita (che non è poi così lunga) mi ritrovo senza lavastoviglie, senza aspirapolvere, forno a microonde e non è poi che mi manchino così tanto... queste donne hanno lavato spazzato e cucinato da sempre con le proprie mani, ma forse questo nostro essere agli antipodi non mi rende inutile ai loro occhi e ai miei.

Così come la stessa acqua sta portando via gli ultimi residui di sapone lo stesso sole asciugherà i nostri panni... rimangono pur sempre panni, non fanno la differenza se si presta attenzione alla persona che vestono!
 
Sempre di più capisco come guardarsi negli occhi aiuti a sentirsi vicini e a volte a dare una speranza. Voglio essere in grado di prender parte a tutto questo nel profondo, senza pretendere di vivere la vita di qualcun altro, ma offrendo la mia per renderle migliori.

 

Da Ciudad Sandino (Nicaragua)

Gloria Perin
Volontaria in Servizio Civile all’Estero
Sabato 5 febbraio 2005