lunedì 25 dicembre 2017

Kenya: Buon Natale a tutti, davvero

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Buon Natale a tutti, davvero.

Buon Natale a Simon, che passerà il suo 15esimo compleanno a giocare a pallone tra le mura di un carcere minorile. Buon Natale al commerciante del negozio di telefoni che ha scoperto Simon con le mani nel sacco, che lo ha chiuso in uno stanzino fino all’arrivo della polizia. Buon Natale alla folla inferocita che si è divertita a pestarlo per rendergli meno noiosa l’attesa delle manette; a pestarlo con le stesse mani che oggi usano per scambiarsi la pace in chiese fatiscenti ma vive, in comunità povere ma gioiose. Buon Natale al giudice che tra una settimana dovrà emettere la sentenza sul caso di Simon.

Buon Natale al padre di Simon, ovunque egli sia. Chissà com’è non aver mai potuto conoscere il proprio padre e non averne mai sentito la voce ed i rimproveri. Chissà come dev’essere continuarsi a chiedere, come fa continuamente Simon, quali siano le ragioni che possano aver spinto suo padre a svanire nel nulla. Buon Natale alla madre di Simon, rimasta sola a prendersi cura di 9 bambini, un compito che da qualche parte può risultare difficile, mentre in una baraccopoli a volte si rivela davvero impossibile. Buon Natale a tutti gli 8 fratelli di Simon, 4 sorelle e 4 fratelli, tutti quanti più grandi di lui, nessuno che vive con la madre. Bambini e ragazzi randagi.

Buon Natale ai compagni di camerata di Simon, perché ne abbiano se non pietà almeno rispetto, che non approfittino delle sue debolezze, del suo essere piccolo, del suo essere fragile. Buon Natale alle guardie della prigione, perché se ne prendano cura, perché siano per lui la famiglia che non ha mai potuto avere.

Buon natale perché in fondo è un augurio che si meritano un po’ tutti, davvero, persino Babbo Natale. Rivolgo un enorme augurio di Buon Natale anche lui, convinto come sono che quest’anno, in questa santa notte, abbia trovato il tempo di bussare in case senza porta, di far battere cuori senza speranza, di portare finalmente il Natale dove la calda voce di Bublè non riesce ad arrivare.

Buon Natale a Simon in particolare, e alle decine di centinaia di migliaia di Simon sparsi per il mondo. Buon Natale a Simon anche se oggi sul campo saremo avversari, prigionieri della YCTC contro ex-prigionieri di Cafasso. Sperando prima che il giudice, a cui auguro di nuovo Buon Natale e buon appetito, abbia pietà di lui. E poi sperando di poterci giocare di nuovo, con Simon, ma nella stessa squadra. Perché a Cafasso si può essere famiglia, e una famiglia è quello di cui un ragazzo di 15 anni ha bisogno. Nel caso, ti aspettiamo.

Buon Natale alla mia di famiglia, ai miei amici, ai miei nemici, tutti così lontani ma alcuni davvero molto vicini. Buon Natale perché probabilmente non ve l’ho mai detto. Buon Natale proprio perché a me non è mai piaciuto. Questa volta ho deciso di scriverla a tutti voi la letterina, e non a Babbo Natale. Perché se mi riesce difficile credere a lui, trovo molto più facile credere in voi.

a presto,
Giacomo Centonze

domenica 24 dicembre 2017

Le decorazioni di Natale

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Ho sempre trovato strano festeggiare il Natale con il sole, in Italia. Figuratevi qui! 
Chiudete gli occhi e provate ad immaginare di trovarvi davanti all'albero di Natale il 25 agosto. Ecco, l'effetto iniziale è un po' questo …
In realtà la cosa bella è che ... Natale è Natale dappertutto! 

A dire il vero, però, di questo natale africano vorrei raccontarvi qualcosa di più! Vorrei raccontarvi cosa vede e vive il mio cuore. E vorrei farlo a partire da una frase di Martin. 
Martin non è una persona qualunque. Mi sorprende chiamarlo per nome, amichevolmente. Perché Martin Kivuva è l'Arcivescovo di Mombasa. Un tipo senza dubbio carismatico, pragmatico, attento e intelligente. Con lui abbiamo condiviso diversi momenti pre-natalizi di festa. Eppure, non dimenticherò facilmente una sua frase, pronunciata ad un grande evento, davanti ad un folla silenziosamente attenta (non era mica così pochi minuti prima, quando uno strambo vescovo evangelico faceva il suo show sul palco). Il nostro vescovo, dopo aver pregato, ha fatto un discorso semplice, commovente e intenso. Ad un certo punto ha detto: LE DECORAZIONI DI NATALE SIETE VOI! 

Ma ci pensate?! Come cambia il Natale se al posto di curarci solo di fiocchi, palline e addobbi luccicanti, impariamo a lasciare da parte il materialismo per goderci la vera gioia del Natale. Le decorazioni di Natale siamo noi?! Come è possibile?! Perché!?

Le decorazioni di Natale siamo noi. Bianchi, neri, cattolici e non, italiani, keniani: le decorazioni sono tutte le persone che incontriamo. Perché con la nostra presenza adorniamo la vita del mondo. 
Le decorazioni di Natale sono i bambini dei rescue centers di Mombasa che cantano in coro davanti all'albero di Natale illuminato. Perché con la loro presenza testimoniano che la speranza di vivere in armonia non è vana.
Le decorazioni di Natale sono anche gli uomini che, a piedi nudi, di corsa, spingono o trascinano i caretti, colmi di sacchi o carichi di tank d’acqua, in mezzo al traffico mattutino. Perché con il loro lavoro quotidiano sono segno di forza e tenacia. 
Le decorazioni di Natale sono le mani dei bambini che ti cercano quando cammini nei quartieri più popolari, solo per stupore e curiosità di vedere un “musungu" inoltrarsi sulle loro stesse strade. Perché con la loro presenza regalano saluti e sorrisi di tenerezza che comunicano tutta l’ingenuità e la purezza dei più piccoli.
Le decorazioni di Natale sono i colleghi di Caritas Mombasa, che iniziano ad averti davvero a cuore e ti insegnano qualche parola in kiswahili così che tu possa sentirti a casa e far capire agli altri che non sei un turista qualsiasi. Perché con la loro presenza rendono il cammino più sereno e sicuro, ricordandoci che è possibile vivere da fratelli e amici veri con gli tutti gli esseri umani. 
Le decorazioni di Natale sono i bambini del Mahali Pa Usalama che saltano di gioia quando arriva il bus che li porta in piscina, per una giornata di festa eccezionale - come succede ogni volta che varchiamo il cancello del centro per trascorrere una giornata con loro. Perché con la loro presenza, ogni giorno, ad ogni istante, ti ricordano quanto il nostro cuore ha bisogno di sentirsi amato.
Le decorazioni di Natale sono i nuovi amici che ti accompagnano in Old Town per non farti andar da sola - come Virginia, (forse) l'unica donna driver di un tuk tuk, che ci porta a far shopping e a fine giornata ci regala il braccialetto del Kenya; o come Ian, un giovane cattolico, molto impegnato in parrocchia, che passa un'intera giornata con noi a Fort Jesus e poi ci accoglie in casa sua, dove sua mamma ci attende per offrirci una soda. Perché con la loro presenza sono segno di un’amicizia possibile e di un’accoglienza straordinaria e inaspettata, che non bada a spese!
Le decorazioni di Natale sono i canti durante la messa, sempre belli, partecipati e intonati. Perché con il loro ritmo fanno sempre vibrare il cuore. 
Le decorazioni di Natale, qui, sono anche i matatu colorati, ognuno con il suo stile, tutti con la musica che risuona ad alto volume, che circolano sulle strade. Perché son sempre pronti per portarti a destinazione e rendono variopinta la città.
Le decorazioni di Natale sono, senza dubbio, i nuovi cestiti spuntati sulle strade di Nyali - davanti ai quali ti sorprendi e inizi a credere che davvero la gente potrebbe imparare a non buttare in giro qualsiasi cosa, così che le strade non siano più coperte da plastica e spazzatura. Perché ti fanno respirare aria di cambiamento e speranza per il futuro. 
Le decorazioni di Natale, allora, sono anche tutte le cose che non vorresti vedere: come la strada che dalla parrocchia di Kongowea porta a casa del nostro amico (che poi è una delle tante), tutta coperta di bottiglie, sacchetti, rifiuti e immondizia di ogni genere, che ormai sembrano aver trovato il loro posto e son un tutt’uno con la polvere che ricopre le superfici. O ancora, come i bambini che spingono la mamma in carrozzina, le (troppe) persone senza arti che chiedono l’elemosina in città, i ragazzi vestiti di stracci sdraiati per strada, i bambini che ti chiedono cibo appena fuori dal supermercato e quelli che si portano in giro la tanica in cerca d’acqua. Perché semplicemente ci sono, ti interpellano, suscitano domande e ti danno l’opportunità di diventare più responsabile nel tuo stile di vita. 

Le decorazioni di Natale sono loro: uomini, donne, giovani, adulti, bambini, suore, preti, mamme, padri, orfani. Gente semplice e accogliente che è curiosa di vederti, ti chiede da dove vieni e come ti chiami, e sempre si dice disponibile e pronta a condividere con te momenti di vita quotidiana, ti invita a casa o spera di rivederti. Gente che vive con "poco", ma ne gode come fosse molto. Gente che forse non avrei mai incontrato e nemmeno immaginato, se non avessi avuto l’opportunità di esser qui. Gente che ogni giorno si impegna a vivere. Gente che ogni giorno può insegnarci a vivere. 

Spesso il Natale per noi diventa altro. È facile dimenticare che Natale in realtà è condivisione fraterna, è ritrovarsi insieme per vivere in armonia, è semplicemente gioia. È facile dimenticare che il Natale ci richiama alla povertà, perché anche Dio ha scelto di farsi piccolo e nascere in una mangiatoia, non in un gran hotel a cinque stelle. È facile dimenticare che il Natale non è frenesia, perché la fretta non è benedizione (come dicono qui: "haraka haraka hakuna baraka"): Gesù nasce e tutto si ferma, perché tutti accorrono a Lui, con il meglio che hanno. È facile dimenticare che il Natale non è sperperare, ma ritrovare l’essenziale. 

Qui, tutto quel che c'è non è scontato: per ogni cosa sempre si ringrazia e si prega, grati a Dio per tutto ciò che si ha. Qui, se dici che torni a casa, in Italia, tutti ti dicono "say hi to your parents" e ti augurano un "safe jorney": perché l'attenzione all'altro è profonda e pura. Qui a Natale l'importante non è aver regali da scartare, ma andare a messa (sempre indossando il vestito migliore) per celebrare il Natale, cioè la vita. Qui, anche l'acqua e la luce, la famiglia, i vestiti puliti, il cibo quotidiano non sono scontati: se ne puoi godere, non li sprechi, ne hai cura, ne sei profondamente grato. 

Allora, cari amici a casa, vorrei augurarvi di ritrovare il Natale. Vorrei augurarvi di far festa, a Natale, grati per tutto quel di cui potete godere. Vorrei augurarvi di far festa, a Natale, con la gioia di chi si sorprende di esser circondato di bene e amore. Vorrei augurarvi che il Natale sia festa, non un solo giorno, ma tutto l'anno, nella semplicità della vita quotidiana. Sia Natale sempre! E, voi, abbiate cura di essere le decorazioni di Natale che illuminano le giornate dei vostri cari e delle persone che incontrate. Siate decorazioni di Natale: rendete belle le vostre vite, adornate il mondo! 

Buon Natale,
Greta

venerdì 22 dicembre 2017

Contraddizioni

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Beirut è piena di contraddizioni. Non c’è parola che riassuma meglio la prima impressione che questa città trasmette quando ti trovi di punto in bianco immerso nelle sue vie, così simili e al tempo stesso così diverse da ciò a cui il nostro occhio occidentale è normalmente abituato. Contraddittorie sono un po’ tutte le città moderne, spazio per eccellenza dell’incontro tra ricchezza e povertà, luogo dove milioni di individui di diversa provenienza ed estrazione sociale si trovano a convivere lato a lato, dove miriadi di storie individuali e collettive si incrociano, e le differenze balzano subito all'occhio, colpiscono, lasciano spiazzati. Eppure a Beirut, città uscita da quindici anni di guerra civile e da diverse invasioni straniere, l’ultima avvenuta solo una decina di anni fa, queste contraddizioni appaiono elevate all'ennesima potenza,  i contrasti emergono ovunque: tra gli edifici che riempiono la città, tra i mezzi e le persone che la popolano, negli spazi che la compongono, tra la città e la geografia circostante.







Grattacieli altissimi ed edifici moderni disegnano il profilo della città. Eppure, spesso essi sorgono al lato di edifici vecchi e malandati, a volte a pochi passi da case diroccate, alcune delle quali portano ancora i segni di proiettile lasciati dagli anni di guerra. Passeggiando per le sue vie, ci si imbatte spesso in case abbandonate o inagibili, eppure in tutta la città si continua a costruire edifici nuovi, le gru si innalzano al cielo, segnando gli scorci che questa città regala.














Nei quartieri più ricchi locali alla moda in stile occidentale riempiono le strade. A Mar Mikhael, zona di Beirut famosa per la movida notturna, decine di locali ben curati ed arredati con gusto – molto hipster – offrono cibi e bevande di tutti i tipi. Gli interni ordinati e raffinatamente curati nei particolari urtano però con l’ambiente esterno, spesso trasandato e lasciato all'incuria. I marciapiedi sono frequentemente sconnessi e tappezzati di escrementi dei cani portati a passeggio, i bidoni dell’immondizia sistemati lungo la strada in maniera approssimativa, i rifiuti abbandonati per strada. Soprattutto, migliaia di fili elettrici tirati da una casa all'altra ricoprono le strade ed i vicoli, si ingarbugliano attorno ai pali della luce senza apparente logica.





Nei bar e nei pub di Hamra, altra zona famosa per i suoi locali, la gente beve e si diverte, mentre sui marciapiedi circostanti donne siriane circondate da tanti figli, alcuni neonati, fanno l’elemosina, i bambini più grandicelli ti rincorrono, chiedendoti di comprar loro un gelato o qualche caramella. Le strade della città sono percorse da SUV nuovi ed ingombranti – come altrove, la dimensione della macchina sembra un modo per ribadire il proprio status sociale – e da macchine sportive, truccate e rumorose.  I motori potenti e le dimensioni ingombranti delle macchine sembrano però alquanto superflui e poco funzionali, in una città le cui le strade interne sono strette e fittamente parcheggiate e quelle principali sono sempre intasate dal traffico, in cui rimanere imbottigliati è la norma. Nelle stesse strade in cui questi macchinoni cercano di muoversi è possibile incontrare carretti trainati a mano, persone che vendono grano turco bollito ed altri cibi economici, o altri baracchini mobili dove puoi comprare un caffè turco a mille lire (poco più di 50 centesimi di euro). Lo stesso caffè, se comprato nel centro commerciale di Ashrafiyyeh, una delle zone più benestanti della città, può costare cinque o sei volte tanto. I prezzi oscillano in alto e in basso a seconda del quartiere, ed anche la geografia urbana cambia con essi. Esempio lampante è il centro città, completamente diverso dai quartieri limitrofi. Interamente ricostruito dopo la guerra, avrebbe poco da invidiare ai centri storici di tante città europee, con i suoi portici e i suoi edifici eleganti in pietra giallo sabbia. Ma, a causa della speculazione edilizia che ha accompagnato la ricostruzione ed il conseguente aumento dei prezzi, il centro appare oggi desolato, quasi fantasma: le persone che camminano per le sue vie si contano sulle dita di una mano, molti dei negozi e dei bar che dovrebbero animare i suoi portici sono chiusi in attesa di un proprietario, le vetrine impolverate e gli interni lasciati all'incuria. Malgrado le poche persone, le strade sono strettamente sorvegliate da numerosi militari, che camminano fiaccamente per le vie semi deserte.











D'altronde, l’esercito è la manifestazione più tangibile dello Stato libanese, che appare allo stesso tempo estremamente presente ed estremamente assente. Presente nei posti di blocco, nei numerosi militari armati che si incrociano per le strade, nei mezzi blindati che si trovano in giro, come il carrarmato piazzato in mezzo alla rotonda di Daura. Presente anche nella sua forma simbolica: le bandiere con il cedro si vedono ovunque, alcune sventolano enormi come quella in piazza Sassine, una più piccola si muove sui faraglioni di Rauche. Ma assente nella dimensione dei servizi offerti al cittadino, visti il costo altissimo del sistema sanitario, le carenze nella fornitura di elettricità ed acqua, i limiti dei trasporti pubblici. 








Infine, i contrasti sembrano innati persino nella morfologia nel territorio in cui Beirut sorge. Essa è infatti adagiata sul mare ma circondata dalle montagne, basta poco più di mezz'ora di macchina per passare da zero a mille metri, dalle spiagge alle foreste di conifere. Montagne che, a differenza di quelle a cui i nostri occhi sono normalmente abituati, sono però fittamente costruite e popolate, di notte si accendono e migliaia di puntini gialli le illuminano.






Tutte queste sono solo alcune delle contraddizioni racchiuse in Beirut,  città che offre tanto ma pretende tanto, che tanti amano e tanti detestano. Quanto a me, per il momento mi mantengo neutrale, cerco di divincolarmi nel traffico, esploro a piedi la città per tentar di comprenderla. Tra qualche mese, saprò dire a quale dei due gruppi appartengo.

martedì 12 dicembre 2017

Kenya: Un servizio a puntate (#1)

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Infilo la mano sotto al letto, afferro la zanzariera e la sfilo con un rapido movimento del braccio. Ho dormito più di 8 ore senza mai svegliarmi, il materasso è davvero troppo comodo. Mi insapono le mani, le sfrego energicamente, mi lavo la faccia e la situazione inizia a migliorare. Prima di andare mi guardo negli occhi di sfuggita, con fare distratto, ma fotografo in testa il riflesso vivo di me che lo specchio mi regala. Indeciso tra l’ingerire o l’espellere, opto per la seconda per ragioni più d’urgenza che di spazio. Metto la musica, alta, spinta, un po’ per svegliarmi e un po’ per concedermi della privacy. Poi però è il turno delle uova strapazzate, del pane scaldato al forno e del tè con il latte. Latte che potrebbe rivelarsi nella sua subdola veste di arma a doppio taglio, ma che riesco elegantemente e virilmente a controllare uscendo di casa con lo zaino alle spalle. Nell’uscire io e Alice ci affacciamo su una viuzza cieca, utile soltanto a noi e agli abitanti dei due stabili che affiancano la nostra casa, palazzine tendenti ad essere quello che noi intendiamo per condominio. Svoltando a destra imbocchiamo la strada che poi si collegherà all’arteria principale, l’unica asfaltata, che attraversa Kahawa West.

Ma all’arteria principale bisogna arrivarci: incrociamo prima lo spiazzo, ancora vuoto, che conduce alla parrocchia di St. Joseph Mukasa; ai bordi delle strade mucchi di spazzatura vengono dati alle fiamme, l’odore è quasi meno fastidioso del fumo nero che investe chiunque debba passare per la via; a dividersi lo spazio tra una cancellata e l’altra si alternano obbligati più negozi, diciamo baracchini, angusti spazi incavi ricavati tra le mura che costeggiano la via; prima della curva una manciata di persone è china su decine di sacchi della spazzatura, divelti per recuperarne il recuperabile; il via vai di persone è abbastanza frenetico, ma per ora si cammina abbastanza comodi, il passo è svelto perché ormai abbiamo calcolato e preparato il percorso con fantozziana precisione. Coi passanti il rapporto è di odio e amore, gli sguardi si incrociano fugaci, ci sentiamo osservati, qualcuno saluta e noi ricambiamo contenti. Sbuchiamo agili fuori dalla via, quando arrivati a questo punto potremmo continuare sulla via principale, la Kahawa Station Road. Invece l’esperienza ci ha insegnato che è meglio, poco prima, infilarsi a capofitto tra le corsie che sfilano in mezzo ai banconi arroccati del mercato che costeggia la strada: arrabattate ma solide strutture in legno piene di frutta e verdura, di scarpe, magliette e pantaloni, di pile di carbone e di qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente. Persino televisori. La mattina, poi, all’ora in cui passiamo noi, questi vicoli sono incredibilmente abbastanza liberi, incrociamo soltanto gli ambulanti che con un fascio di saggina spazzano davanti alla propria bancarella. Tutto attorno a noi il rumore è quello rombante dei matatu che sfrecciano nella strada affianco, quello più caldo e umano delle grida dei buttadentro, quello dei gemiti sofferti delle galline stipate in minuscole graticole di fil di ferro. 

L’odore è quello della terra che ti entra in bocca, negli occhi e nel naso, quello del porridge e del chai che gli ambulanti stanno cucinando in fornelletti a carbone, quello delle pannocchie grigliate sino a diventare nere, così come quello rancido di pattumiera bruciata in ogni dove. Usciti dal mercato occorre costeggiare la strada dribblando matatu parcheggiati e non, schivando e rifiutando inviti più o meno cortesi a salirvici. L’asfalto della Kahawa Station Road è rovinato a dir poco, assente in più punti, e costringe macchine, motociclette e bus a gincane azzardate. Occorre attraversare, cosa che alle volte richiede anche un minuto intero quando il traffico è intenso, nonostante la strada sia soltanto a due corsie. Concetto di corsia che sto cominciando a rielaborare. Ora ci troviamo sul lato destro della strada, camminiamo attorno ad enormi buche piene d’acqua e pantani di fango interminabili. Eppure Kahawa di questo sembra vivere, da questo sembra trarre l’energia magnetica che, sprigionandosi, mi costringe a tenere alto lo sguardo. Entrambi i lati della strada sono un crogiuolo di insegne e scritte colorate o luminose. Un numero impressionante di macchine aspetta in autolavaggi decisamente rustici, mentre gli internet point sono già pieni a quest’ora. 

Arriviamo davanti ad uno degli ingressi secondari di Kamiti, il quartiere carcerario dove svolgiamo il nostro servizio, ma qui per ora mi fermo, perché qui inizia un’altra storia. Mi accorgo che un valore inestimabile non l’hanno soltanto le persone, ma anche i luoghi, persino quelli tanto diversi da sembrare troppo brutti o troppo belli. Penso a Legnano, alla mia via Torino, a quanto ci tengo e a quanto mi potrà mancare durante quest’anno. Poi mi giro e riguardo Kahawa West. Poi un flash mi fa sorridere, rivedo il riflesso dei miei occhi nello specchio: la mattina mi sveglio con gli occhi stanchi, ma con lo sguardo veramente felice.

a presto,

Giacomo Centonze

sabato 9 dicembre 2017

Kenya: imporsi, sbagliando, di non piangere

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Quando sono uscito dalla stanza per andarlo a chiamare, credevo di sapere bene a cosa stessi per andare incontro. Credevo di trovarlo dove l’avevo visto qualche minuto prima, mentre chiamavo altri ragazzi per alcuni colloqui individuali: invece di fianco alle mucche, chino a sminuzzare l’erba da dare in pasto a queste, c’era soltanto N. Stupido io, a non averlo immaginato subito ai fornelli, era quasi ora di pranzo. Gli dico che dobbiamo parlargli, di venire con me in cappella. Si alza, mi segue, mi chiede il permesso di andarsi prima a pulire. Lo aspetto un paio di minuti, mentre parlo con C. Poi finalmente mi raggiunge, entra dopo di me nella stanza e chiude dietro di sé la porta. Ha gli occhi gonfi ma asciutti, mentre fiumi di parole davvero pesanti gli si riversano addosso ininterrotti. La posa è dritta, ferma, fiera, ma al tempo estremamente debole, arrendevole, sottomessa. Le mani avanti a sé, poggiate sul tavolo, con le dita che intrecciano quello che credo per lui sia l’equivalente di un muro, eretto inconsapevolmente a propria difesa. I piedi scalzi, tozzi, si sfregano tra loro all’altezza delle caviglie. Dalle ginocchia in giù ha ancora addosso dei rimasugli di fango, quelli che non gli è riuscito di rimuovere con la sommaria pulizia che si è auto-imposto. Gli zigomi, duri e pronunciati, delineano in modo grezzo ma deciso il volto di un ragazzo dall’età incerta, uno di quelli a cui daresti a volte quindici anni ed altre venti. 

Mentre J gli parla, non sembra capire esattamente dove voglia arrivare. Sa di aver sbagliato, lo ammette più volte, e continua a negare ogni coinvolgimento di altre persone. Li chiama “gentlemen”. Quando viveva in strada, a Nairobi, stava in una di quelle gang di cui tanto sentiamo parlare. Prima di Cafasso, già in prigione, era per tutti un caso perso, che mai sarebbe resistito in un posto come questo. Perché a Cafasso si è liberi, sì, ma ci sono delle regole molto precise. Ed è proprio grazie a quelle regole che a Cafasso si può essere veramente e finalmente liberi. Sono queste alcune delle argomentazioni con cui J cerca di far leva su di lui, questo ragazzo che vive a Cafasso ormai da sei mesi, e che a Gennaio inizierà la scuola secondaria. Ragazzo che, in questi mesi, è riuscito ad affrontare una forte dipendenza da diversi tipi di droga, sotto effetto delle quali si è trovato, un giorno, tra le mura del carcere minorile di Kamiti. 

Questo ragazzo, dicevo, è stato sorpreso, per l’ennesima volta, a fumare sigarette. Cosa che a Cafasso è severamente vietata, lo dice a chiare lettere anche il regolamento che ogni ragazzo firma quando accetta di essere accolto. Questa volta è stato sorpreso da una guardia di Kamiti, che ha prontamente avvisato J. Caso vuole che ieri un altro ragazzo sia stato portato all’ospedale per un forte mal di testa. Ma tutti i ragazzi, tranne noi, ieri già sapevano: sta male perché quel ragazzo gli ha fatto fumare una sigaretta. E lo sappiamo perché abbiamo parlato praticamente con tutti i ragazzi. Prima parliamo con lui da solo, dopo di che esco a chiamare gli altri tre ragazzi coinvolti, quelli che la guardia ha visto fumare insieme a lui. I ragazzi ripetono le loro versioni, contorte, confuse, a volte si contraddicono, ma il quadro è chiaro e lui stesso lo ammette: lui ha rimediato dei soldi, lui ha comprato le sigarette, lui le ha offerte agli altri. Violando così più di una regola di Cafasso, per l’ennesima volta. 

J gli comunica che, uscito dalla stanza, dovrà preparare tutte le sue cose e andarsene. Finalmente realizza, finalmente capisce cosa sta per succedere. Forse realizzo anche io in quel momento a cosa stavo per andare incontro andandolo a chiamare. Anzi no, forse realizzo dopo, quando parlando con lui gli chiedo dove avrebbe passato la notte, se qualche familiare o qualche amico avesse potuto ospitarlo. Mi dice che andrà a lasciare tutti i suoi vestiti da sua sorella, ma che poi andrà in town. A fare cosa? Non ho avuto il coraggio di chiederglielo. «La conosco come le mie tasche» mi dice. Il venerdì pomeriggio c’è il bible sharing, si legge un brano del vangelo ed ognuno propone la propria preghiera al gruppo. Chiedo se gli va comunque di unirsi a noi, prima di partire. Al bible sharing c’è, è seduto di fianco a me, e partecipa anche lui con una preghiera. Ah, questo ragazzo è musulmano. Oppure invece ho realizzato quando, mentre lo salutavo prima che partisse, mi ha chiesto scusa, promettendomi che avrebbe cercato di smettere di fumare. Credo di non aver risposto, troppo impegnato a non piangergli sulla spalla.

a presto,

Giacomo Centonze

lunedì 4 dicembre 2017

A Madina. Che quasi sempre i dolori arrivano così, all'improvviso.

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Quando si va in bici, da soli o in gruppo, c'è un momento in cui devi stare al vento.
In gruppo, si fanno i turni. Darsi il cambio, si dice in gergo. Sei il primo e copri con il tuo corpo tutti gli altri dietro di te. Tu fatichi un po' di più, e permetti a chi sta dietro di faticare po' di meno.
Dai quello che riesci, poi tocca ad un altro, a sua volta secondo le sue possibilità.
Marxismo a due ruote.
Ma in realtà se ci penso è la naturale azione che si applica a tutti i contesti e in tutti i luoghi, almeno in quelli sani. Ci si aiuta, o comunque ci si prova.
È relazione, è solidarietà, è chourmo, immischiarsi.
E' talmente azione normale che si dà per scontata. Così come si danno per scontate le possibilità.
Avere la seconda occasione è ciò che muove il mondo, almeno questo pezzo di mondo. E poi aver la terza, la quarta, infinite occasioni. Chiamala speranza, chiamalo desiderio, chiamalo sogno, c'è chi la chiama provvidenza. C'è pure chi, nella fatica quotidiana, lo chiama “andare avanti”.
Andiamo avanti. Sempre avanti, cazzo.
Io, nel mio percorso, l'ho chiamata utopia. La carota da inseguire, da raggiungere sapendo che non è lì per essere raggiunta, ma per stimolo, per alzare il culo, per muoversi, per cercarsi le occasioni e agguantarle e per rimuoversi e così via, con la libertà deliberata pure di non coglierle, certe possibilità.
Domani andrà meglio. Domani ci saranno altre chance, altre avventure, altri pezzi da mettere insieme.
- E pensare che domani sarà sempre meglio – Lo canta pure Vasco, cazzo, più vero di così.
E poi l'assolo di chitarra. Sublime.
A Madina sono mancate occasioni e mischia.
Madina non ha sperimentato la seconda occasione, perchè non ha raggiunto la prima.
Nessuno è stata al vento per lei. Sì, la sua famiglia, pochi altri.
Madina era una sveglia e furba bambina afghana. L'ho incrociata in agosto, in Serbia, in un centro di transito per richiedenti asilo, nel mio rozzo (e saltuario) tentativo di star al vento per qualcun'altro. La superavo di qualche centimetro e di trent'anni. Mi superava in inglese, in serbo, e probabilmente pure nelle esperienze vissute.
Io, l'ho superata in occasioni.
Con la sua famiglia cercava di entrare in Croazia, qualche giorno fa. Croazia vuole dire Europa, vuole dire asilo politico, per una bimba afghana.
E' il tentativo dei molti rimasti imbrigliati tra le frontiere chiuse. E' il carpe diem, l'attimo da cogliere. E' il game, la scommessa da fare. Superare il limite, il border, il cazzo di border.
We go game.
Chiamala speranza, chiamalo desiderio, chiamalo sogno, è il faro nella notte, è l'idea che domani sarà sempre meglio, saremo al di là di questo filo spinato che ora ci sbarra il passo, faremo ciao con la mano ai poliziotti di confine, faremo ciao dando loro le spalle.
A volte capita però che son loro a far ciao a noi. E che sì, le spalle gliele diamo, ma per tornare indietro. Il più delle volte, a dir la verità. Game over, scommessa persa. Niente di nuovo, ci saranno altre occasioni.
E anche oggi Welcome Europe domani.
Madina tornava indietro assieme a mamma e fratelli, di notte, rimbalzata da polizia e filo spinato. Erano lungo la ferrovia, - Tornate indietro da lì – gli han detto. Solo che ferrovia non è solo binari, a volte è anche locomotiva e vagoni. E' Treno. Treno? Cazzo, un treno!! Nel buio, tutti si sono scansati per evitare l'espresso in arrivo. Tutti? Tutti. Tutti tutti? Ma sì certo, ti ho detto tutti!
Ed invece non andò proprio così. Non tutti. Madina, sveglia e furba, a questo giro non è stata abbastanza rapida.

Che la vita distribuisce dolore all'improvviso ma non esiste il marxismo del dolore. C'è chi lo riceve a volte, chi mai, chi sempre, chi ben distribuito, chi tutto assieme.
- Ciascuno secondo le proprie possibilità – è falso per chi nel dolore ci sguazza.
È falso per Madina, che si è spenta lungo una cazzo di ferrovia a ridosso di un confine.
E' falso per tanti altri come lei, bambini e non, costretti a scappare, ad aspettare il cibo, ad elemosinare un cazzo di visto, o un timbro.

Ed io? Io proprio non so altro fare se non maledire le mie scontate occasioni ed imparare a stare al vento. Ed a pensare che il mondo, senza Madina, sia sempre più guasto.
Che la terra ti sia lieve bimba, amica mia.

Hai visto Madina, volevi un cane, eccolo! Bello vero?
Ora però non scassare ancora, non ci sei solo tu.
No un altro palloncino no Madina. 
Please, Daniel!
No, te l'ho detto, non ci sei solo tu.
Domani, magari.

Daniele

sabato 2 dicembre 2017

Il destino di Nameless

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Giovedì 30 Novembre. Ore 8:55 - stranamente super puntuali! - varchiamo il cancello del Mahali Pa Usalama (altrimenti detto MPU - in accordo all'insensato amore per le sigle dei local). 

Non facciamo in tempo a finire lo scambio di saluti con la guardia che, senza nemmeno capire da dove è spuntato, ti trovi un bimbo che ti ha preso per mano. La sua manina ha trovato velocemente la tua e ... zac! ci si è stretta accanto. Mi volto per capire chi è ... forse avrei potuto immaginarlo! Sorrido e saluto, sfoderando i due rudimenti di Kiswahili su cui ormai siam ferratissime: "Habari ya asubuhi B.". Nel frattempo ci incamminiamo insieme.

La mama e lo staff del centro ci accolgono, due parole e ci accordiamo sul programma della giornata. Niente specifiche: "just play with the kids". Sotto il sol cocente, ignare del biancore della nostra pelle, ci lanciamo tra bans e giochini. Mi sorprende scoprire che anche qui, come a Nairobi nei centri di Amani, per richiamarsi e mettersi in cerchio basta cantare "one, two make a sacco [in lingua originale sarebbe circle, ma l'aggiustamento kenyano dell'inglese fa strani effetti] ..." - l'unica differenza è che qui sono un po' pigri e non finiscono la seconda parte della canzoncina, che a me piace così tanto!

Dopo "oh-a-le-le", "sono un pollo e mi chiamo giovanni", "sul lago Tanganika-Ka" e un tentativo di "wattanciù" ... ripesco un gioco da qualcuno chiamato "bomba", da altri "atomi", con lo stile che ho imparato qui lo scorso anno: inizia "Fire on the Mountain". I bambini corrono e poi, attenti alle istruzioni, si mettono in gruppi di 2,5,7 o si trasformano in animali. Inizio a notare che B. si è buttato in mezzo e sta partecipando al gioco. Non faccio in tempo a gioire per il suo coinvolgimento, che lo vedo in difficoltà nel contatto con gli altri. In effetti non è ben chiaro il modo in cui tutti gli altri lo trattano, basta considerare che solo gli adulti lo chiamano B., per tutti rimane sempre e solo "nameless". Sì, avete letto bene, "nameless", senza nome. Probabilmente è stato presentato così inizialmente, perché non parlava, quindi non si poteva conoscere il suo nome. 

La giornata trascorre cocente e ritmata da canzoni, giochi, risate, schiamazzi e anche qualche "frignetta". Più di tutti, però, B. si dimena e piange. Mi colpisce osservare il suo rannicchiarsi, quasi in posizione fetale, intorno al mio piede - mentre comincia ad essere sempre troppo stretto a me (che invano tento di scollarlo un po'). Intuisco che è geloso, ma non voglio crederci: come è possibile che si sia già affezionato così dopo solo 2 o 3 ore!?! Solo a S. (un nanerottolo paffuto e con un sorriso super simpatico) ha permesso di starci accanto ... Nel frattempo, cercando di non dar troppo peso, abbiamo giocato; ma, poi, lo ammetto, è diventato proprio un po' "una cozza" e per me è diventato frustante sentirlo accennare, ogni volta, un pianto. Probabilmente anche qualche altro ragazzo si è stufato e - ahimè - ha iniziato a prenderlo un po' in giro probabilmente (lo scoglio linguistico mi ha impedito di capire bene la situazione), punzechiandolo inutilmente. Allora, nel tentativo di comprendere cosa stesse accadendo e come dare una svolta alla situazione (che fosse alleviare il mio peso facendo in modo che si staccasse un po' o alleviare il suo peso facendo in modo che trovasse un attimo di serenità interrompendo il pianto), ho chiesto delucidazioni all'unico adulto lì presente. La risposta ha confermato l'ipotesi di gelosia e poi ... ha spalancato un mondo nuovo!!!

La guardia ha iniziato a dirmi due cose su B., con un affetto straordinario verso questa creatura che, come ha detto lui, "stiamo aiutando a diventare grande". Nessun particolare biografico, solo la descrizione del modo in cui stanno cercando di prendersi cura di B.. 

E così, io mi ritrovo seduta, con B. sempre appiccicato e un nuovo sguardo su di lui: "chissà quale vita hai attraversato, chissà quale destino ti aspetta: per cosa sei fatto? Chi diventerai da grande?  Cosa ti aspetta?". Mi sorprende che sia la guardia a richiamare il mio sguardo, mi colpisce sentire pronunciare queste parole: "è un bambino fortunato, diventarà un grande uomo". 

Allora io mi fermo per un istante. In un mix di tenerezza e commozione, penso al destino di B. e, nell'unico modo che conosco, chiedo che sia Bello, affidando il suo cammino. 

Non so se Dio ascolterà la mia preghiera. Quel che so, per esperienza, è che Lui conosce per sino i quanti capelli abbiamo in testa [che presuppone un'attenzione particolare se calcoliamo quanti ne stiamo perdendo qui a Mombasa!]. Forte di questo Amore disinteressato, guardo Nameless, lo chiamo per nome e imparo a volere il suo Bene, con la speranza che possa, un giorno, trasformare quel pianto in lacrime di commozione quando si troverà ad abbracciare il suo destino.