KRISMASI NJEMA!
noi qui ci apprestiamo a festeggiare alla maniera Kenyana, che poi tanto diversa da quella italiana non è....
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domenica 25 dicembre 2011
venerdì 16 dicembre 2011
TUKO PAMOJA DAY
Abbiamo voluto questo giorno come nostra ultima occasione di organizzare qualcosa di grande, un segno di ciò che abbiamo fatto quest'anno e un ricordo a coloro che non ci vedranno più tra pochi giorni.
Abbiamo discusso, contrattato, ricontrattato, riricontrattato perchè tutto venisse come lo volevamo.
Abbiamo voluto che tutti fossero trattati come ospiti, anche se prigionieri in un carcere, girando in tondo tutto il giorno nel tentativo di regalare un sorriso a tutti i presenti.
Abbiamo servito buon cibo e sode.
Abbiamo proposto intrattenimenti: danze, acrobati, speeches.
Abbiamo giocato (ahimè, le nostre squadre hanno perso) e fatto da allenatori (ahimè, le nostre squadre hanno perso).
E' stata la nostra festa, uno degli ultimi regali ai ragazzi della Cafasso, che amano giocare e raramente hanno la possibilità di organizzare e partecipare a eventi simili.
Un regalo anche per i ragazzi del YCTC, che hanno accompagnato questo nostro anno e che a cui sono affezionata quanto i ragazzi della comunità.
Un regalo anche ai prigionieri della Medium Prison, che indirettamente hanno partecipato a questa esperienza, incontrati tutti i giorni in giro per il compound, salutati come amici e vicini.
Tutti si sono divertiti, tutti hanno apprezzato il nostro gesto. Oggi ci hanno persino fatto entrare in Maximum prison senza controlli e permessi, perchè noi siamo quelli che hanno organizzato il torneo.
Quindi, una volta tanto, caro Lele, ci faccio un applauso per quello che siamo riusciti a fare e per i risultati ottenuti, ora che raccogliamo i frutti del nostro duro lavoro. Una volta tanto non ti prendo in giro e metto solo una nostra bella foto insieme! (una delle poche)
Abbiamo discusso, contrattato, ricontrattato, riricontrattato perchè tutto venisse come lo volevamo.
Abbiamo voluto che tutti fossero trattati come ospiti, anche se prigionieri in un carcere, girando in tondo tutto il giorno nel tentativo di regalare un sorriso a tutti i presenti.
Abbiamo servito buon cibo e sode.
Abbiamo proposto intrattenimenti: danze, acrobati, speeches.
Abbiamo giocato (ahimè, le nostre squadre hanno perso) e fatto da allenatori (ahimè, le nostre squadre hanno perso).
E' stata la nostra festa, uno degli ultimi regali ai ragazzi della Cafasso, che amano giocare e raramente hanno la possibilità di organizzare e partecipare a eventi simili.
Un regalo anche per i ragazzi del YCTC, che hanno accompagnato questo nostro anno e che a cui sono affezionata quanto i ragazzi della comunità.
Un regalo anche ai prigionieri della Medium Prison, che indirettamente hanno partecipato a questa esperienza, incontrati tutti i giorni in giro per il compound, salutati come amici e vicini.
Tutti si sono divertiti, tutti hanno apprezzato il nostro gesto. Oggi ci hanno persino fatto entrare in Maximum prison senza controlli e permessi, perchè noi siamo quelli che hanno organizzato il torneo.
Quindi, una volta tanto, caro Lele, ci faccio un applauso per quello che siamo riusciti a fare e per i risultati ottenuti, ora che raccogliamo i frutti del nostro duro lavoro. Una volta tanto non ti prendo in giro e metto solo una nostra bella foto insieme! (una delle poche)
alle
18:30
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Simona Cervi
martedì 13 dicembre 2011
HUMAN RIGHTS DAY 10-12-2011
Abbiamo passato la giornata mondiale per i diritti umani nel carcere di media sicurezza di Kamiti (pene intorno ai 5/6 anni), cercando di organizzare un sabato più...umano. Abbiamo chiamato la giornata TUKO PAMOJA DAY, che in swahili significa "TUTTI INSIEME"...



alle
20:17
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Emanuele A,
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Simona Cervi
lunedì 17 ottobre 2011
Vita
"Vita" in kiswahili vuol dire "Guerra". E anche se ancora di guerra non si può parlare, questo è ciò che la gente pensa di ciò che sta accadendo in questi giorni in Kenya.
Nelle ultime settimane a Lamu è stato ucciso un inglese e rapita la moglie, dopo pochi giorni un francese è scomparso nell'isola di fronte. Questa settimana due donne spagnole sono state rapite poco lontane dal campo profughi di Dadaab, dove lavoravano per Medici senza frontiere. Negli ultimi mesi, passati inosservati dalla stampa, altri civili kenyani e due militari sono stati rapiti.
Queste azioni sono a carico di una cellula di Al-Qaeda chiamata Al-Shabaab.
L'esercito Kenyano è entrato nel territorio Somalo per 100 km alla ricerca dei rapiti e degli estremisti di Al-Shabaab , per garantire una "zona tampone" e evitare ulteriori attacchi sul territorio kenyano. L'aeronautica e la marina militare sono pronte ad intervenire in caso di bisogno.
Il ministro della sicurezza ha dichiarato: "Non si può più tollerare questa situazione e ciò vuol dire che d'ora i poi dovremo perseguire i nostri nemici, ossia gli islamisti somali shebab, ovunque essi siano, anche nel loro Paese"
La risposta di Al-Shabaab non si è fatta attendere: la vita di migliaia di kenyani sarà in pericolo se il governo continuerà questa azione militare sul territorio somalo. ''Il Kenya ha violato i diritti territoriali della Somalia entrando nella nostra terra santa, ma vi assicuro che se ne andranno delusi. I combattenti li obbligheranno ad affrontare la prova delle pallottole'', ha detto ai giornalisti un capo shabaab Sheikh Hassan Turki
Non so se i telegiornali italiani ne parlano, ma se qualcuno fosse interessato, questo è il sito del Daily Nation.
http://www.nation.co.ke/News/politics/-/1064/1256998/-/item/0/-/adyjpxz/-/index.html
alle
21:38
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Simona Cervi
lunedì 10 ottobre 2011
Corso di sopravvivenza casalinga
Ebbene si, nuovi volontari arriveranno dopo di noi, a febbraio. Allora pensavo, ma in formazione, non è possibile organizzare dei corsi di sopravvivenza casalinga?
Qui siamo stati senza acqua per giorni, ma al catino per lavarci ci siamo abituati. Tutto sommato è più comodo della doccia che ci da la scossa ogni volta che cerchiamo di mettere l'acqua calda.
Però siamo senza acqua, e i piatti si accumulano nel lavandino. Si, riempiamo le taniche di acqua dalla parrocchia, ma ad un certo punto bisogna fare una scelta: uso l'acqua per lavare noi stessi o i piatti?
Naturalmente scegliamo di essere almeno presentabili e attendiamo pazienti il ritorno dell'acqua.
Che poi ancora non ho capito per quale strana invenzione inglese, l'acqua del bagno arriva da... non lo sappiamo, sta di fatto che abbiamo una tanica sotto il soffitto, e quanto si sente il tin-tin sul metallo urliamo "maji!!!" e speriamo che duri almeno due giorni.
Mentre l'acqua della cucina arriva da una fonte ancora più sconosciuta: o c'è o non c'è. Sta di fatto che non sempre cucina e bagno sono riforniti allo stesso tempo.
Poi per qualche giorno l'acqua torna, uno si decide a lavare i vestiti, tutti quelli rimasti indietro da giorni per evitare sprechi. E naturalmente, come ormai sappiamo la legge di Murphy ogni tanto ci azzecca, piove. Al che la scelta è:
1- lascio tutto sotto la pioggia, tanto bagnati per bagnati
2- tiro i fili in casa e spero paziente che in una settimana tutto asciughi.
| Soggiorno |
| camera mia |
Settimana scorsa per forza di cose ho optato per la prima opzione, ma i vestiti inzuppati, tra cui mutande e lenzuola, di pioggia non sono un gran che. Questa settimana abbiamo deciso ancora una volta per le maniere forti, trasformando casa nostra in una lavanderia...
alle
09:45
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Simona Cervi
sabato 1 ottobre 2011
Kenya (che fantasia che ho, nè?)
Questo è il Kenya, in pochi chilometri il paesaggio cambia completamente...
| Lamu con le sue spiaggie e le sue barche a vela... |
| Lamu con il suo paesino medievale e i suoi asinelli |
| Malindi e il suo mare dalle spiaggie bianche |
| La depressione di Marafa, vicino a Malindi, chiamata La cucina del diavolo |
| Maralal e il suo paesaggio da copertina |
| Maralal e i suoi campi interminabili |
| Nairobi, la capitale, che si allarga sempre di più a nord, ma lascia intatto un parco nazionale a sud |
| Tamugh, villaggio Pokot, immerso nelle montagne e di cui ho parlato in un vecchio post... |
alle
14:47
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Simona Cervi
domenica 11 settembre 2011
Smiley, smiley, smiley!
Sono una persona strana. Lo so, perché quest’anno ti costringe a guardarti dentro. Lo so perché a volte chi incontro me lo dice proprio.
Nella mia stranezza, quando sono in possesso delle mie facoltà mentali, vivo esperienze toccanti mantenendo un distacco innaturale (perché abitualmente sono molto emotiva). E poi magari dopo poche ore, o a volte giorni, tutto ciò che mi è successo comincia a sopraffarmi, e allora mi fermo a pensare.
Venerdì sono Andata in un ospedale a Nairobi con quel gruppo di artisti di cui ho parlato in altri post, Sarakasi trust hospital project.
Al mattino siamo stati nel reparto di pediatria generale, siamo andati a chiamare i bambini nelle varie stanze.
Ecco, le stanze: lettini piccoli e conciati male, tenuti puliti solo per la tenerezza delle mamme, alcuni dormivano in due sullo stesso materasso. I bimbi avevano patologie generali, chi più gravi come tremore continuo, chi meno. Tanti con la pancia talmente gonfia da faticare a muoversi ed alzarsi.
Sarakazi ha allestito un teatrino per i pupazzi e messo un tappeto per i bimbi in mezzo al corridoio. Hanno giocato, narrato storie, fatto uno spettacolo con pupazzi…
Al pomeriggio abbiamo cambiato piano e il gruppo di artisti si è diviso. Da una parte si trovava il reparto delle lunghe degenze, alcuni con malattie psichiatriche. I bambini sono arrivati di corsa, urlanti e festosi, ballavano, parlavano, non stavano zitti un secondo. Anche qui pupazzi, disegni, animazione. Però io sono rimasta per poco e poi sono andata nell’altro reparto: ustioni.
Gente che dormiva per terra su un materasso, lenzuola sporche sparse in giro, e un odore che mi è rimasto nel naso per un giorno: un misto di farmaci, pelle bruciata… e non continuo nella descrizione.
I bimbi erano ustionati gravi, la loro pelle è ormai bianca dopo le ustioni; alcuni non riuscivano a camminare per le cicatrici, in giro nudi o con bende. Un bimbo piccolissimo era talmente ustionato da non avere più le dita, solo un moncherino. Voleva colorare e riusciva ad incastrare il pastello nell’incavo tra il pollice e l’indice. Ma anche loro erano desiderosi di un attimo di divertimento, e quindi sono ricominciate le storie, le danze, le canzoni.
Ad un certo punto ho sentito che qualcuno diceva muzungu ma non capivo chi. Poi mi sono girata e ho visto un bambino che mi ha detto “kuja(vieni)”.
Era ustionato dalla testa al bacino, completamente bendato, braccia e mani comprese, orecchie entrambe ustionate e parzialmente la faccia. Le braccia erano bendate in modo da restare aperte e uscire dal letto. Lui era immobile ma ha cominciato a farmi mille domande. Si chiama Dennis, 11 anni. Continuava a muovere l’unica cosa che riusciva a muovere: le gambe. E mi diceva che lui non vedeva niente da li, ma voleva che chiedessi al chitarrista di andare da lui successivamente.
Si sentiva solo, di sicuro, quindi continuava a chiamarmi “auntie” e chiedermi un favore. L’ho aiutato a bere il te con una cannuccia, mi ha chiesto persino di pulirgli le orecchie (mi sono rifiutata, non avrei voluto fargli male). Poi ha cominciato a sentire dolore al braccio, quindi gli spostavo il cuscinetto per non fargli sentire la sbarra di ferro che premeva contro la ferita. A volte mi giravo e lo vedevo piangere silenziosamente. Alla fine ho chiamato il chitarrista che, con uno dei volontari, gli hanno cantato le sue canzoni preferite. E Dennis intanto mi guardava e cantava con la sua vocina flebile.
La mattina non sono rimasta colpita dall’esperienza, sono uscita dall’ospedale pensierosa, e chiedendomi cosa avevo fatto veramente per quei bambini durante il giorno. Poi mi sono resa conto che durante la sera l’odore mi perseguitava. Ma soprattutto il ricordo di Dennis. Un ricordo di una tenerezza infinita, lui immobile a letto che mi chiama “auntie”… e poi i sorrisi divertiti dei bambini, anche mentre prendevano i medicinali, i pianti quando ce ne stavamo andando (“ti prego, resta qui con me!”). E’ bastato davvero poco per renderli felici per qualche ora, in un ambiente in cui si trovano spaventati e impauriti.
Questa è l’Africa, ti regala emozioni continue. E’ bene non farsi sopraffare, ma ogni tanto fermarsi e pensare a cosa stiamo vivendo aiuta a ricavare il meglio da ogni esperienza.
Nessuna foto, è un ricordo che terrò privatamente dentro di me.
alle
12:18
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Simona Cervi
mercoledì 7 settembre 2011
MAJI!!!
Siamo stati in un posto fuori dal tempo, fuori dal mondo, dove tutto pare essersi fermato, dove il progresso, la tecnologia, la televisione, la luce non sono arrivati.
Siamo stati in un posto che persino per i Kenyani e troppo lontano per andarci, di cui loro stessi non sanno niente: chi ci abita, come si vive...
Siamo stati nella terra dei Pokot, una tribù Kalenjin, ancora legata alle tradizioni. Al confine con l'Uganda e il Sud Sudan, in Kapenguria, in un villaggio chiamato Tamugh.
Abbiamo impiegato 14 ore, 4 mezzi di trasporto, tra cui un camion. Abbiamo attraversato fiumi in piena e strade scoscese.
Le case sono costruite con il fango, spesso solo capanne; il tetto a volte in paglia, a volte in lamiera. L'elettricità è un lusso di pochi, la televisione non esiste, il segnale non arriva. Siamo in mezzo alle colline e alle montagne, terre in cui ancora la gente combatte per difendere la propria mandria di mucche. Pokot, Maasai, Ugandesi armati e pronti a sparare.
Al nostro arrivo la comunità si raduna per un saluto, la gente canta e soprattutto balla e salta come solo i Pokot e i Maasai sanno fare.
Le donne portano sulla schiena i loro bimbi, attorcigliati nei Batik, le tipiche stoffe kenyane colorate e con un proverbio kiswahili stampato ai bordi. Indossano collane molto grandi e colorate, orecchini abbinati e bracciali in acciaio, color argento, bronzo o oro: ne indossano tanti, occupano anche metà braccio, e sono il simbolo che sono sposate.
Gli uomini non lavorano, si occupano solo del raccolto. Si radunano nel centro del villaggio a giocare a biliardo. La donna si occupa della casa, dei figli, delle mucche, delle capre, dei polli, dell'orto.
Il piatto tipico è il latte, contenuto nei Vibuyu, delle giare in legno allungato, se sei donna, o bombate, se sei uomo. Viene bevuto con il sangue,oppure fermentato o mischiato alla cenere di alberi tipici della zona.
La gente si cura con le piante, sanno dove andare a cercarle, i loro effetti, alcune prevengono persino la malaria.
Sembra di tuffarsi nel passato, quello che di solito i nostri nonni ci raccontano (o almeno i miei, che hanno vissuto in fattorie..). Ma questa è realtà, che però porta con se molti problemi.
Il più evidente è la mancanza d'acqua, la gente deve percorrere chilometri, impiegano ore, per poter avere acqua potabile, o anche solo per lavarsi.
Siamo stati ospiti di Martin, pokot nato e vissuto qui, dove tutt'ora vive con la sua famiglia, quando non è a Nairobi a lavorare. E' catechista nelle carceri, ma non si è dimenticato del suo villaggio. Da anni infatti si impegna a costruire pozzi, dighe e sistemi per trasportare l'acqua in tutta la valle. Un lavoro ammirevole e importante.
Ha collegato un pozzo alla scuola, al dispensario, un'altro ad una chiesa lontana due ore a piedi.
E ora, lontani da Nairobi, dall’acqua che arriva diretta alla nostra tanica e al nostro rubinetto, ci rendiamo conto di cosa davvero succede nel corno d’Africa. La siccità peggiore degli ultimi 60 anni minaccia la vita della popolazione del Nord del Kenya, esposta alla fame, alla sete, alle malattie.
E dopo quattro giorni siamo tornati alla nostra vita nella capitale più consapevoli, di cosa significa avere l’acqua, dei rischi che la sua mancanza comporta, del fatto che basta andare un po’ più al nord e la gente soffre e fatica, ma sempre combatte per poter ottenere un futuro migliore.
Mi suona il cellulare, mi arriva un sms della Safaricom :“dona dei soldi, Kenyans for Kenyans”. E allora penso: “qualcosa si sta smuovendo”.
Accendo la tv e guardo il telegiornale. Si parla poco della siccità, dei turkana (tribù del nord) vittima principale della crisi. Il governo sostiene che nessuno sia morto, che il problema non è così grave. Unica notizia importante: le elezioni del 2012.
alle
17:40
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Kenya,
SCE2011,
Simona Cervi
venerdì 2 settembre 2011
Siamo stati in un posto fuori dal tempo, fuori dal mondo, dove tutto pare essersi fermato, dove il progresso, la tecnologia, la televisione, la luce non sono arrivati.
Siamo stati in un posto che persino per i Kenyani e troppo lontano per andarci, di cui loro stessi non sanno niente: chi ci abita, come si vive...
Siamo stati nella terra dei Pokot, una tribù Kalenjin, ancora legata alle tradizioni. Al confine con l'Uganda e il Sud Sudan, in Kapenguria, in un villaggio chiamato Tamugh.
Abbiamo impiegato 14 ore, 4 mezzi di trasporto, tra cui un camion. Abbiamo attraversato fiumi in piena e strade scoscese.
Le case sono costruite con il fango, spesso solo capanne, il tetto a volte in paglia, a volte in lamiera. L'elettricità è un lusso di pochi, la televisione non esiste, il segnale non arriva. Siamo in mezzo alle colline e alle montagne, terre in cui ancora la gente combatte per difendere la propria mandria di mucche. Pokot, Maasai, Ugandesi armati e pronti a sparare.
Al nostro arrivo la comunità si raduna per un saluto, la gente canta e soprattutto balla e salta come solo i Pokot e i Maasai sanno fare.
Le donne portano sulla schiena i loro bimbi, attorcigliati nei Batik, le tipiche stoffe kenyane colorate e con un proverbio kiswahili stampato ai bordi. Indossano collane molto grandi e colorate, orecchini abbinati e bracciali in acciaio, color argento, bronzo o oro: ne indossano tanti, occupano anche metà braccio, e sono il simbolo che sono sposate.
Gli uomini non lavorano, si occupano solo del raccolto. Si radunano nel centro del villaggio a giocare a biliardo. La donna si occupa della casa, dei figli, delle mucche, delle capre, dei polli, dell'orto.
Il piatto tipico è il latte, contenuto nei Vibuyu, delle giare in legno allungato, se sei donna, o bombate, se sei uomo. Viene bevuto con il sangue, fermentato o con la cenere di alberi tipici della zona.
La gente si cura con le piante, sanno dove andare a cercarle, i loro effetti, alcune prevengono persino la malaria.
Sembra di tuffarsi nel passato, quello che di solito i nostri nonni ci raccontano (o almeno i miei, che hanno vissuto in fattorie..). Ma questa è realtà, che però porta con sè molti problemi.
Il più evidente è la mancanza d'acqua, la gente deve percorrere chilometri, impiegano ore, per poter avere acqua potabile, o anche solo per lavarsi.
Siamo stati ospiti di Martin, il sostituto di Sister Raquel mentre lei era in Argentina, pokot nato e vissuto qui, dove tutt'ora vive con la sua famiglia, quando non è a Nairobi a lavorare. E' catechista nelle carceri, ma non si è dimenticato del suo villaggio. Da anni infatti si impegna a costruire pozzi, dighe e sistemi per trasportare l'acqua in tutta la valle. Un lavoro ammirevole e importante.
Ha collegato un pozzo alla scuola, al dispensario, un'altro ad una chiesa lontana due ore a piedi.
alle
21:22
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Emanuele A,
Kenya,
SCE2011,
Simona Cervi
domenica 21 agosto 2011
grazie, grazie, grazie!
tre settimane sono passate troppo in fretta. stanotte i nostri ragazzi sono ripartiti per l'Italia e stamattina è stato strano pensare di svegliarsi e non dover andare in parrocchia a chiamarli...
ma li ringraziamo di cuore, per il loro impegno, il loro entusiasmo, la loro generosità. Ma soprattutto per le risate e l'affetto, che ci hanno permesso di affrontare assieme momenti belli e brutti di questo particolare momento confusionario con i ragazzi della Cafasso.
Per me e Lele questo campo è stata una sfida, organizzarlo da soli, senza la presenza della nostra cara Sister, in un momento come ho detto difficile, e il gruppo dei nostri volontari, così unito e così solido, ci ha supportato in questa impresa. E le lacrime di ieri, al saluto finale, da parte di tutti, ragazzi della Cafasso, volontari locali, volontari italiani, mie, sono la testimonianza dell'intensità di questi giorni insieme, della forte amicizia che si è creata.
un grazie a tutti, Alma, Chiara, Daniela, Federica,Francesca, Marilena, Matteo, Sara: questi giorni sono stati speciali!
a presto!
ma li ringraziamo di cuore, per il loro impegno, il loro entusiasmo, la loro generosità. Ma soprattutto per le risate e l'affetto, che ci hanno permesso di affrontare assieme momenti belli e brutti di questo particolare momento confusionario con i ragazzi della Cafasso.
Per me e Lele questo campo è stata una sfida, organizzarlo da soli, senza la presenza della nostra cara Sister, in un momento come ho detto difficile, e il gruppo dei nostri volontari, così unito e così solido, ci ha supportato in questa impresa. E le lacrime di ieri, al saluto finale, da parte di tutti, ragazzi della Cafasso, volontari locali, volontari italiani, mie, sono la testimonianza dell'intensità di questi giorni insieme, della forte amicizia che si è creata.
un grazie a tutti, Alma, Chiara, Daniela, Federica,Francesca, Marilena, Matteo, Sara: questi giorni sono stati speciali!
a presto!
domenica 17 luglio 2011
Saranno famosi (?)
ok, lele sta dormendo, non potrà impedirmi di pubblicare questo post...
Staff della Caritas, non vorrei spaventarvi, ma non so se io e il mio socio riusciremo a continuare con il servizio civile fino a dicembre.
Perchè dovete sapere che qui in Kenya tutti ballano benissimo, cantano benissimo.
Noi non vogliamo sentirci da meno, quindi ci siamo allenati, ci stiamo provando.
Lele ha cominciato a ballare, cosa che a guardarlo bene mi sa che non aveva mai fatto prima... io ho cominciato a cantare, cosa che in italia mi rifiuto di fare categoricamente, sono la corista di un gruppo rap/gospel (gospel come lo intendono in africa).
Mai avremmo sospettato di possedere queste qualità artistiche e visti i risultati mi sa che presto diventeremo talmente famosi che la notorietà ci porterà a dover rinunciare alla Cafasso, sapete come funziona... gli impegni, le interviste, le apparizioni in tv...
Staff della Caritas, non vorrei spaventarvi, ma non so se io e il mio socio riusciremo a continuare con il servizio civile fino a dicembre.
Perchè dovete sapere che qui in Kenya tutti ballano benissimo, cantano benissimo.
Noi non vogliamo sentirci da meno, quindi ci siamo allenati, ci stiamo provando.
Lele ha cominciato a ballare, cosa che a guardarlo bene mi sa che non aveva mai fatto prima... io ho cominciato a cantare, cosa che in italia mi rifiuto di fare categoricamente, sono la corista di un gruppo rap/gospel (gospel come lo intendono in africa).
Mai avremmo sospettato di possedere queste qualità artistiche e visti i risultati mi sa che presto diventeremo talmente famosi che la notorietà ci porterà a dover rinunciare alla Cafasso, sapete come funziona... gli impegni, le interviste, le apparizioni in tv...
ps: mi spiace per il video del balletto, è un po' tremolante per colpa delle mie risate (in sottofondo). ma dovete sapere che se c'è una cosa che mi fa piangere dal ridere è vedere Lele ballare, non posso farci niente, non riesco a bloccarmi...per fortuna il mio socio non è permaloso e usa queste sue abilità quando sono giù di morale...
alle
16:08
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Emanuele A,
Kenya,
SCE2011,
Simona Cervi
lunedì 4 luglio 2011
I casi della vita
Quando si dice il caso...
Non proprio per caso io e Emanuele abbiamo partecipato alle selezioni per il servizio civile all'estero e, spero sempre non a caso, siamo stati scelti.
Prima della partenza abbiamo conosciuto gli altri SCE, tra cui Elisabetta, che ha deciso di andare un anno in Nicaragua...
Il caso vuole però che Elisabetta abbia un'amica che fa la volontaria a Nairobi e le dice di contattarci...
Alice, questo è il nome dell'amica, ci contatta e nasce una bella amicizia con lei e con Elisa, la sua "capa".
Ci si vede nei week end, le abbiamo invitate ad uno torneo di calcio e pallavolo organizzato da noi. Allora loro ci dicono: anche noi ne stiamo organizzando uno, venite a vederlo!
Per caso noi eravamo liberi e sempre il caso ha voluto che conoscessimo un ragazzo di Korogocho, la slum in cui era stato organizzata la finale del torneo, che domenica mattina ci ha scortato fino al luogo di ritrovo.
Per caso però siamo arrivati per primi e delle nostre amiche nessuna traccia. le chiamiamo e loro ci dicono "stiamo arrivando, ci vedrete di sicuro".
Ed ecco che si avvicina un mega corteo, con tanto di banda e migliaia di persone al seguito. E tra questi chi c'è? Franco Baresi in persona. Al che ci diciamo: ma dove siamo finiti?! ed ecco che vediamo le nostre amiche, a fianco del Capitano, sventolare la mano e dirci di andare con loro.
Ecco il caso ha voluto che ci trovassimo al AC MILAN SLUMS CHAMPIONSHIP, organizzato come avrete capito dal Milan insieme all'organizzazione delle nostre amiche, Alice for children (che fa parte a sua volta di TWINS INTERNATIONAL)
Hanno partecipato squadre di ragazzi dagli 8 ai 14 anni provenienti dai vari slum di Nairobi, ai vincitori un premio in denaro per sponsorizzare il loro talento. Motto della giornata "Winning on the field, winning in life". I bambini indossavano le magliette del Milan, erano emozionati e molto coinvolti (scene di pianto per un rigore sbagliato).Migliaia di persone intorno al campo facevano il tifo per loro.
| Baresi e Campioni locali |
| Ambasciatori e Baresi |
Ecco, niente di tutto questo ci saremmo aspettati ieri mattina alle 8, quando siamo andati a prendere il matatu.
Il caso ha proprio voluto che io dovessi finire in Kenya per andare a vedere le partite di calcio! e ci ha mandato a kilometri di distanza per conoscere Baresi (io nella mia storia di tifosa calcistica ho amato a dir la verità solo Gullit, fino all'età di 6 o 7 anni...)
Ma il momento topico è stato l'incontro con Baresi, alla presenza del quale Emanuele è diventato completamente rosso dall'emozione, ad ogni complimento di Franco al nostro lavoro, il mio socio perdeva sempre più la ragione. E dopo la foto di rito con il Capitano, il caro Lele ha perso per cinque minuti la parola.
Quando poi ci ha salutato prima di partire, Emanuele (credo che cominci ad avere qualche problema di udito) è rimasto imbambolato credendo che Franco lo avesse chiamato per nome.
Che dire, giornata bella e divertente per me ma di sicuro emozionante per Emanuele (la sera ancora stava pensando alle risposte che avrebbe dovuto dare alle domande di Baresi...).
ps: spero che in formazione la voce "evitate le ripetizioni" nella stesura del post non fosse compresa...
alle
21:19
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Simona Cervi
lunedì 9 maggio 2011
Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi...
Non saprei spiegare perché mi piace così tanto lavorare in carcere (esattamente quanto non mi piace scrivere)… a volte credo sia semplice vocazione, come coloro che vanno nei paesi del sud del mondo ad aiutare i più poveri. A volte credo sia per semplice spirito di ribellione, contro coloro che lavorano nelle prigioni ma non credono nella riabilitazione, che pensano che le persone rinchiuse siano solo mele marce, e come tali non meritano neanche di uscire. Io credo nelle seconde possibilità, credo che nella vita si sbagli..
poi è vero, c’è sbaglio e sbaglio, c’è persona e persona, ma soprattutto è necessaria la volontà di redimersi.
Comunque, mi sto perdendo: il punto è che di fatto a me piace lavorare in carcere, e molto.
Forse non lo avrei mai scoperto se per errore non avessi dovuto cambiare il mio tirocinio all’ultimo anno di università, finendo addirittura a Brescia e girare per i carceri lombardi. E magari una spinta maggiore l’ha data anche il Kenya, quando ho potuto osservare con i miei occhi come viene gestito un carcere da queste parti: dove le punizioni corporali sono permesse dal codice penale, dove i detenuti non vedono difesi i propri diritti, dove le divise sono rotte, dove ti chiudono nella stanza alle 16 di sera fino al mattino dopo, quando sarai costretto a lavorare sotto il sole spaccando pietre.
Comunque, ancora mi sto perdendo: il punto è che di fatto a me piace lavorare in carcere, e molto
Ed ecco che , partita la nostra capa per l’Argentina e per ben 3 mesi, trovo la mia occasione per cominciare a lavorarci davvero in prigione, al YCTC (youth correctional and training center*), dove a poco a poco cerco di ritagliare i miei spazi e un più ampio margine di lavoro.
Sister mi ha chiesto di tenere delle lezioni sul CONOSCERE SE STESSI.
Ma a me non piacciono i gessetti, scrivere su un quaderno, parlare di teorie. Perché non c’è libro che possa conoscerti e non c’è niente di ricopiabile da una lavagna che ci dica chi siamo.
Allora la mia idea, per il primo giorno, è portare l’attenzione su chi siamo e come gli altri ci percepiscono. E io per prima pongo attenzione a questo aspetto. Mi piace ridere, scherzare, giocare. Quindi entro e mi presento per quella che sono: con molta allegria spiego chi sono, cosa faremo, li lascio liberi di farmi delle domande.Propongo poi dei giochi di ruolo, elimino lo schema del seduti tutti in fila sua banchi, porto al centro alcuni di loro e chiedo agli altri di spiegare cosa vedono nel loro compagno di avventura.
Hanno capito il senso, hanno capito il gioco, hanno capito dove voglio arrivare. Allora mi dicono: ora vai tu al centro e ti diciamo cosa pensiamo di te!
Lo so cosa penserete, visto che ultimamente piango spesso, questa volta però mi sono trattenuta, anche perché la gioia era talmente intensa che un sorriso mi si è appiccicato sulla faccia.
Mi hanno ringraziato, in ogni modo, hanno benedetto la mia presenza: perché da più di un mese nessuno entrava in carcere a fare lezione, perché li ho fatti ridere, perché li ho fatti giocare, perché ho avuto pazienza, perché non li ho rimproverati malamente ne ho chiamato una guardia a punirli, perché li ho accettati per quello che sono, perché hanno capito che credo in loro. Mi hanno pregato di tornare, più volte possibili, perché li ho resi felici.
E tutto sommato, l’unica cosa che ho fatto, è stata trattarli come ragazzi normali. Perché è questo che appaiono ai miei occhi: ragazzi che hanno sbagliato, ragazzi che spesso hanno rubato per fame, che hanno vissuto per strada, che non hanno una famiglia che li rivoglia indietro. Ma soprattutto ragazzi con molte speranze e molte capacità, che hanno imparato dai loro sbagli e che (spero tutti) sono pronti a cambiare e a rimettersi in gioco.
E la giornata si è conclusa, su richiesta, con me che cantavo LA CANZONE DEL SOLE e i ragazzi che improvvisavano un balletto, intonando NA NA NA e MARE NERO. Ma tornerò di sicuro, ogni settimana, perchè con le loro voci di speranza, in sole due ore, mi hanno trasmesso tanto, mi hanno fato capire che, a differenza di quanto pensano le guardie, c'è la possibilità di aiutarli davvero a cambiare il loro futuro.
"di ai tuoi amici italiani che noi ci siamo, che siamo al YCTC,che stiamo bene, e che se vogliono venire a trovarci, li aspettiamo!"
*YCTC: ragazzi sotto i 18 anni, al primo reato non grave, scontano la pena fissa di 4 mesi. Nella maggior parte dei casi, si tratta di ragazzi di strada.
alle
20:06
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Simona Cervi
venerdì 22 aprile 2011
Via Crucis... e la Madonna Muzungu!
ebbene si, per lo stupore della gente, oggi nella via crucis io ero la Madonna!
e non una semplice via crucis, bensì un percorso in mezzo alle stradine del quartiere delle prigioni di Kamiti, della durata di due ore (più mezzora per raggiungere il luogo della partenza), sotto il sole cuocente di mezzogiorno... e non una semplice lettura della bibbia, bensì la recita con vestiti, croce, corde, corona di spine e crocefissione reale!
e in tutto questo io avevo una veste bianca di raso, un drappeggio azzurro pesante sulla testa, e per 4 ore (la durata totale della funzione, via crucis più messa) ho sofferto e patito il caldo, ho recitato (cosa che proprio mi fa imbarazzare all'inverosimile) e quasi svenivo (eh,si,pure pressione bassa)!
se questo non è devozione al lavoro...
no, è vero, l'ho fatto solo per i miei cari ragazzi che mi hanno "pregato" di farlo... mannaggia a loro!
Maurizio, lo so che ti starai facendo delle grasse risate, e come da te richiesto, ecco le foto!
alle
22:08
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Simona Cervi
domenica 20 marzo 2011
Terra rossa fra le mani
Eccoci qui! Nessun silenzio stampa, solo che cerchiamo di inserirci nella cultura kenyota, e anche l’african time è parte di essa… Scherzi a parte, si torna tardi dal lavoro, un giorno manca l’acqua, un giorno manca la luce, un giorno entrambi. Un giorno si insegue uno scarafaggio, un giorno un topo, un giorno entrambi. E arrivano le 11 di sera e si va a letto.
Per giorni e giorni ho pensato se fosse opportuno o meno scrivere qualcosa rispetto ad una triste esperienza che abbiamo avuto:la morte della bimba di Lucy, una signora che lavora con noi in comunità. Poco meno di due anni, polmonite e meningite fulminante.
Vi chiederete perché ve ne voglia parlare, e lo spiego subito. È stata prima di tutto drammaticalmente coinvolgente e rende evidente il senso di comunità di questa nazione. Il secondo motivo è che un giorno, in una riunione di gruppo con i ragazzi è stato chiesto quale fosse stato il migliore momento della settimana, e loro hanno risposto “il funerale”, e questo mi ha fatto riflettere.
Ed è del funerale che ho deciso di parlarvi. Perché qui è vissuto come una festa, come un momento di raccolta delle persone care, come un evento. È durato 6 ore. Ora inizio a raccontare e capirete.
Prima di tutto ci siamo trovati alla camera mortuaria dell’università di Nairobi, per dare l’ultimo saluto alla salma a bara aperta. Il momento è stato immortalato dai fotografi, che si aggiravano tra la folla scattando foto a più non posso. Ricordatevi questo particolare.
La bara è stata chiusa, e un corteo di macchine, ognuna con un cordoncino rosso attaccato al finestrino, qualcuno attaccato al furgone che filmava, ha viaggiato per due ore nell’entroterra kenyota, fino ad arrivare alla casa della famiglia di Lucy. Qui è stato allestito un tendone, con sedie, panchine, poltrone, divani: ogni vicino di casa ha portato quello che aveva per aiutare la famiglia a far accomodare tutti.
Prima della messa, il momento foto. Al microfono hanno chiamato prima i parenti più stretti, poi le suore, poi i colleghi, poi gli amici… e con ognuno è stata fatta la foto di rito, con le persone strette vicine alla mamma, al papà e ai fratellini della bimba. È arrivato poi il momento delle dediche: chi dedicava una canzone, chi una preghiera, chi un discorso di ricordo. E poi è iniziata la messa, due ore di canti, preghiere, discorsi…
Alla fine della funzione, il corteo si è mosso in mezzo alle colline terrose , tra alberi e arbusti la gente si è riversata giù per il pendio fino ad arrivare al luogo prescelto per la sepoltura. Un punto da cui si potesse osservare la valle, e qui è stato riversato del cemento bianco per formare la tomba. Mentre il prete dava l’ultima benedizione, la bara è stata calata lentamente dagli amici della famiglia.
E qui parte il punto più emozionante e più significativo della cerimonia: ad uno ad uno, tutti i presenti, hanno preso un pugno di terra per coprire la bara, alcuni posavano i fiori, le donne ad una ad una prendevano la pala per riempire la tomba, dandosi il cambio.
La folla è poi tornata nella casa, dove è stato offerto il pranzo.
Quando ho guardato la mia mano e ho visto la terra rossa sciolta sul mio palmo, mi sono sentita parte della comunità, che si è stretta immediatamente intorno alla famiglia, che in modo generoso ha offerto i propri soldi e il proprio aiuto per organizzare la cerimonia. E anche i ragazzi, quando hanno detto che era stato il giorno migliore della settimana, intendevano dire proprio questo: eravamo tutti insieme, tutti uniti e tutti vicini a Lucy. Non abbiamo semplicemente partecipato alla funzione, ma abbiamo fatto il possibile per aiutare la famiglia in un momento difficile e per dare il migliore saluto alla bimba. E in questo non siamo stati soli, ma stretti e inclusi nella comunità. Una comunità da cui noi come wazungu e i ragazzi come ex carcerati a volte ci sentiamo additati come "diversi", ma in un momento come questo, le differenze si lasciano da parte, le persone si incontrano, si conoscono e si aiutano a vicenda.
(Unico elemento stonato: le fotografie alla camera mortuaria sono state vendute a fine cerimonia fuori dalla casa. 15 centesimi l’una. Foto della famiglia e degli amici che piangevano. Io e Emanuele, un po’ perplessi, abbiamo pensato molto rispetto a questo aspetto. Forse la tecnologia è arrivata fin qui senza portarsi dietro le riflessioni sulla privacy, sull’assenso alle foto, sul pudore di ritrarre alcune situazioni. Oppure più semplicemente non viene vissuta come un invasione, quando anche un momento triste si trasforma in una festa, la foto ricordo diventa importante, anche se questo comporta vedere le lacrime di una persona cara.)
alle
20:03
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Simona Cervi
domenica 20 febbraio 2011
Pioggia
Ora il sole splende in cielo e allieta le nostre giornate, accompagnato da un venticello fresco che ci fa dimenticare i 40 gradi!
alle
20:00
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Simona Cervi
sabato 5 febbraio 2011
Karibuni Sana Wazungu !!!
Eccovi un piccolo assaggio di quello che è stato il benvenuto nei nostri confronti....ovviamente il regista è del posto...
alle
23:01
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Emanuele A,
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Simona Cervi
venerdì 4 febbraio 2011
è gia venerdì...
È venerdì, già 5 giorni in Kenya… vorrei raccontare tante cose che sono successe, i giorni sono stati frenetici, le persone incontrate tantissime, gli inviti a cena/casa/villaggio sono talmente tanti che non sappiamo come incastrarli tra di loro… allora seguiamo l’esempio delle settimane di formazione: flusso libero dei pensieri…
- Il sole splendente e il vento che ci fa sopportare il caldo…
- Le capre in giro per strada come i cani randagi, l’asino che si aggira di notte per il mercato, i maiali che mangiano i rifiuti sulle strade… si, direte, che schifo, ma è folklore anche questo!
- La nostra casetta, piccola ma in african style, carinissima, già la sento mia!
(per chi non lo sapesse, il bagno è già stato ristrutturato da Sister... che peccato...)
- Sister Raquel, tenera e gentile con noi, sempre pronta ad aiutarci…
- I bambini per strada che dicono “muzungu” (uomo bianco) e subito dopo ti seguono per dirti “how are you” e ti stringono la mano, ti accarezzano i capelli e ti scroccano un biscotto…
- I matatu, questi piccoli pulmini semirotti da cui si appendono i proprietari che cercano di convincerti a salire e ad andare con loro verso la città…
- Le kamiti prisons, la strada che facciamo tutti i giorni per andare in Cafasso, con i prigionieri ai margini della stradina che picconano a terra, tagliano l’erba, lavano i vestiti, il tutto dentro divise a strisce bianche e nere…
- Nairobi centro, caotica, ricca e in totale contrasto con Kahawa, col suo mercatino di legno ai bordi della strada.
- I ragazzi della parrocchia, li abbiamo incontrati stasera e già abbiamo cominciato a fare amicizia…
- Le suore comboniane a Kariobangi, con un progetto stupendo per le donne…
Ultima ma più importante,la Cafasso House. Svegliarsi la mattina e pensare di andare a trovare i ragazzi mi mette allegria. Il primo giorno, quando siamo arrivati, la timidezza è sparita subito, ci sono venuti incontro, ballavano per noi, ci facevano mille domande, in un misto di swahili, inglese e gesti delle mani. E il giorno successivo ci hanno preparato uno spettacolo con i balli delle varie tribù kenyane, balli attuali e di gruppo, il tutto dopo prove di settimane, tutto questo solo per noi… sono solari, sono dolci e teneri, affettuosi come mai avrei immaginato. Sono passati 5 giorni e siamo già un gruppo affiatato, non avrei potuto sperare in meglio! Mi hanno già attribuito un nome swahili, MAKENDA, che significa “smiling”, e questo vi può far intuire come sto vivendo questa esperienza…
Un abbraccio a tutti gli altri SCE e allo staff caritas!
alle
23:21
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Simona Cervi
giovedì 27 gennaio 2011
domenica si avvicina! e Nairobi anche!
ragazzi, citando Piera: CHE ANSIA! e ho solo messo in vista le cose da mettere in valigia...
toto scommesse su cosa ci dimenticheremo?
Purtroppo oggi non sono riuscita a salutare tutti, in particolar modo ho perso Davide e Sergio nei meandri della Caritas! allora eccomi qui a mandare un grande abbraccio anche a voi!
e ancora un grande abbraccio e un bacio a tutti i "compagni di viaggio", oggi è stata già una prova salutarvi (niente lacrime, sono stata brava!) ma che bello pensare che quando ci risentiremo saremo sparsi per il mondo! quindi mi raccomando, teniamoci in contatto, non voglio sentire solo Baola (eheh)!
buon viaggio a tutti!
toto scommesse su cosa ci dimenticheremo?
Purtroppo oggi non sono riuscita a salutare tutti, in particolar modo ho perso Davide e Sergio nei meandri della Caritas! allora eccomi qui a mandare un grande abbraccio anche a voi!
e ancora un grande abbraccio e un bacio a tutti i "compagni di viaggio", oggi è stata già una prova salutarvi (niente lacrime, sono stata brava!) ma che bello pensare che quando ci risentiremo saremo sparsi per il mondo! quindi mi raccomando, teniamoci in contatto, non voglio sentire solo Baola (eheh)!
buon viaggio a tutti!
alle
19:00
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Simona Cervi
martedì 18 gennaio 2011
Brindiamo alla partenza!
Mi chiamo Simona, ho 25 anni, sono Assistente Sociale e sto partendo per il Kenya, e fin qui è facile parlare di me.
Io ho un cane, piccolino (di dimensione, ha quasi 12 anni), è femmina, si chiama Kira. Passiamo le giornate a coccolarci, a giocare, poi io le parlo anche, non aspetto di certo una risposta,ma mi piace che mi si facciano poche domande … ho anche un ragazzo, passiamo le giornate a coccolarci ,a giocare, e con lui per fortuna chiacchiero, anche troppo, sa tutto di me … e ora prima della partenza mi viene un’ansia pazzesca a pensare di non averli sempre vicino, soprattutto Kira farà davvero fatica a comunicare con me tramite skype. E mi sembra assurdo che tutto d’un tratto non potrò vedere e sentire Fabio (si, il mio ragazzo) quando voglio. Mi sono già informata su tutti i mezzi che avrò a disposizione per chiamare a casa, i costi e tutto ciò che riguarda la telecomunicazione. Il mio compagno di viaggio credo di averlo già spaventato abbastanza, penso che abbia il terrore di me e del mio timore di stare male a causa della nostalgia! (Emanuele, mi farò perdonare!)
E quando mi viene paura, quando penso “Ma chi me l’ha fatto fare! Sei un’incosciente!”, concentro l’attenzione sull’Africa: immagino giraffe, bonghi, ragazzini che giocano, vicini di casa accoglienti,il bagno di cui abbiamo avuto un’anticipazione, il swahili, il verde, il sole, la terra rossa… e non dico che l’agitazione sparisca del tutto, ma mi ricordo perché mi sono presentata alle selezioni del SCE a settembre, del mio mal d’africa che possiedo da bambina pur non essendomi mai recata nel continente nero. E non vedo l’ora di essere lì, sul posto, a scrollarmi via questo estenuante stato di attesa.
E allora brindo prendendomi gioco della mia ansia, perché lo spumante, si sa, scioglie i nervi…
E brindo al Kenya chiedendogli di stupirmi, a Nairobi perché mi accolga a braccia aperte rendendo questa esperienza talmente bella da allontanare qualsiasi nostalgia…
alle
15:49
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