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domenica 28 settembre 2008

voglio che tutti conoscano la mia storia

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Mi chiamo Teddy Ghiòn, ho 47 anni. Sono nato a Gocha, in Etiopia.

Da bambino lavoravo come contadino, poi ho fatto il soldato per 9 anni sotto il Derg [regime socialista durato dal 1974 al 1991 sotto il colonnello Menghistu].

Quando ero giovane mia mamma è morta.

Mio padre fu impiccato dal Derg; non accettava quel regime e si era rifiutato di diventarne membro.

Io ero il suo unico figlio e dovevo servire il Derg come militare.

Ebbi un’educazione tradizionale, ortodossa, imparai le fidel [unità minima dell’alfabeto amarico]; ho frequentato le scuole fino alla settima classe [corrispondente alla nostra seconda media]. Quando mio padre fu ucciso due soldati mi presero per l’arruolamento forzato.

Col governo attuale, lo Eiadik, feci ritorno alla mia area natale, dove lavorai come contadino: avevo manzi, mucche, pecore e altri animali. Lavorai con lo Eiadik: la comunità di Dagada Amot Farasbat mi scelse perché il Derg aveva ucciso mio padre. Avevo un ufficio mio.

Poi me ne andai in Uellega Nekhmet perché dov’ero prima non stavo bene, non guadagnavo molto.

Ma là venne a cercarmi un uomo di quelli che avevano ucciso mio padre; lo tenni sotto controllo e lo uccisi. Lo stesso giorno arrivarono 6 persone tra suoi fratelli e suoi amici. Avevo un kalashnikov ed ero un bravo soldato: li ammazzai tutti.

Quando i poliziotti mi arrestarono non tentai di scappare: non volevo farlo poiché ritenevo giusto che fossi punito.

Fui condannato all’impiccagione.

Fui detenuto in Nekhallamtega, dove non c’era democrazia e le stanze erano fredde.

Per anni giacqui accovacciato: mi tenevano la mano destra legata ai due piedi.

Secondo me questo è un buon governo: ora c’è una democrazia in Etiopia, anche se non in questa prigione! Durante il Derg potevi uccidere chi volevi come volevi. Quando accusai il Derg dell’omicidio di mio padre, mi commutarono la sentenza in prigione a vita.

Rimasi in Nekhallamtega per 14 anni: lì ero straniero perché io ero originario di Gocha. Per tre anni e mezzo costruii edifici, poi imparai a lavorare il metallo. Realizzai porte e sedie. I dieci anni successivi fui il panettiere della prigione: facevo il pane e lo vendevo. Diventai il leader interno al carcere della Chiesa Ortodossa, ho ottenuto il certificato di insegnamento.

Chiesi di potere essere rilasciato: gli altri prigionieri con la mia identica pena dopo avere domandato perdono furono liberati. Io no. L’unica spiegazione che mi do del loro rifiuto ad una consuetudine legale simile è che le famiglie delle persone uccise pagarono il governo affinché io fossi tenuto in carcere.

Un giorno mi sentii male e in ospedale mi riscontrarono il diabete.

Siccome voglio uscire di prigione ho chiesto di cambiare carcere: i parenti dei miei nemici non vivono qua [nel carcere in cui si trova ora] e non possono influenzare l’amministrazione. Qua ci si aiuta tra prigionieri. Io faccio il pane.



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La religione è fondamentale per la vita, per tutti. Senza la religione non potrei vivere. Se conosci Dio, Lui ti aiuta a distinguere le cose buone da quelle cattive. Prima conoscevo Dio, ma l’ho incontrato davvero in prigione.

Non ho visitatori, ho una famiglia, ma non so più niente di loro. Per sopravvivere alle vendette han dovuto trasferirsi. Dove, non so. Ho provato a scrivergli, a telefonargli, ma non ho mai avuto risposta.

Io appartengo all’etnia Amhara. Le mie vittime all’etnia Amhara e a quella Oromo.

In questa prigione gli amministratori e le guardie vogliono i soldi che guadagno dalla vendita del pane. Tra i prigionieri ho conosciuto molte persone innocenti. La mia speranza è che in settembre il capo amministratore accetti le mie scuse e mi faccia uscire. Se Dio vuole lavorerò in qualsiasi modo; farò qualunque lavoro, senza chiedermi se sia un buon lavoro o no. Non ho bisogno di scegliere un lavoro, mi basta essere libero. Ma tornerò a visitare gli amici che mi sono fatto in prigione: sono miei fratelli.

Se Dio vuole troverò qualcuno che mi darà una mano, come te che vieni qua in prigione ad aiutarci.

Sono pentito di quello che ho fatto e quando uscirò racconterò a tutti del mio crimine e della mia detenzione: ormai sono un esperto di prigioni, so tutto, potrei insegnare la materia “galera”. Per sopravvivere io ho venduto pane. Qua c’è bisogno di vestiti e di scarpe; ma in primo luogo, a tutti, serve la pace. Anche la scuola è importante: la gente deve essere istruita.



È meglio in generale non commettere reati e non esser così incriminati, ma l’istituzione penitenziaria è necessaria in uno Stato perché le persone vivano in pace; ma anche perché il reo stesso trovi la pace.

sabato 19 luglio 2008

Is Christian love an utopia?

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Da giugno la domenica mi trovo con alcuni ragazzi per stare insieme e fare cose: discussioni, giochi, preghiere, volontariato. Quelle robe lì. Ci siamo dati il nome di MAPS, ci piaceva pensare ke siamo un po’ mappe; magari illeggibili per quasi tutti, poi uno capisce un enigma e trova il suo tesoro. E magari la persona grazie al quale l’ha trovato non lo saprà mai, lei era solo la mappa. Oltretutto “to be on the map” significa “essere attuale”. Essere in palla. Non avanti, non indietro: qui. Io lo spiegherei così. Sami invece ci scrive questa cosa. Poi ce la legge. Poi mi dice: “Beh, magari a qualcuno può interessare. In fondo la storia dell’essere mappe...”. “Blog?”. “Blog”.
From June, I have been spending the Sundays with some youngsters to stay together and to do things: discussions, games, prayers, voluntary service. This genre of stuff. We have chosen “MAPS” as group-name; we like thinking that everyone are, in a certain sense, like maps: maybe illegible, but then one person understands the enigma and discovers his treasure. And perhaps the person (thanks to whom he has found it) will never know it: he was only the map. Besides “to be on the map” means “to be actual”. To be present. Not ahead not behind: here. I explain so this group. Sami wrote these lines instead. Then he read them to us. Then he said: “Beh, maybe someone is interested to read these things. After all, the story of being maps...”. “Blog?”. “Blog”.

paolo

bye lando
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In today’s world we are a messenger of truth friendship. This may be strange sound for one who read this articles. In one or another way he raised the question, of course right!

Now we heard about that, war instability & disagreement which is serious, also the spirit of racism on our planet. We are peoples like everybody, we have emotion, we need to have the best thing with us like nowadays the world starved it. We commit ourselves not to commit the others, we commit ourselves not to rearrange the world but to love it and to create the spirit of tolerance & friendship between every peoples.

Our world is in the deep starvation of tolerance, hope, love, unity & of peace & justice. “So what is new” Nothing, but we are peoples who carry hope & vision to change it. We can’t do big things spontaneously but we can do little things with a great love & new spirit of friendship to clean up selfishness, injustice & breathless of peaceful air.

Peoples can boasted because they have good life expectancy, knowledge, treasure etc... But it’s not a matter of class that can build our strong tower of friendship but it’s only humanity. Nothing can stop friendship if it has a good base & started by committed peoples who can live & make themselves comforted for the living spirit of group.

If friendship built with the same peoples, the same grade & the same opportunity to live; God will not sent his only son to rebuild to us once again!

We are free men who search for those good days from the deepest sea of friendship life with the help of unity ship. There may be peoples who don’t like us, but we like them because our task & commitment is to rebuild the broken chain of friendship in the world, in each hearts of human beings. We believe that behind every face & under every heart there is always “A GREAT THIRST” for love & being a friend.

We speak for who have a good listening skill for the words of peace & justice, but our speech is not built by words but through daily actions, we preach everybody through the moment of life to think about the special gift in their hearts. To live what they existed for.

May be some hearts are warmed because of our friendship meaning, we are so happy to keep this hearts with us. Everyone of you have to ready yourself to be a friend for a friendless, so that we will explain our weekly programs as follows:

    08 06 07 coordination meeting
    08 06 15 retreat “Is Christian love an utopia?”
    08 06 22 activity at orphanage
    08 06 29 stay together
    08 07 13 retreat “Peace, justice and forgiveness”

le foto del comple non le avevo ancora postate
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Nel mondo odierno siamo chiamati ad essere messaggeri di amicizia vera. Può suonare strano per uno che legge questi post e, in un modo o nell’altro, solleverà fondatissimi dubbi.

Sentiamo di guerre, instabilità e seri litigi, sul nostro pianeta aleggia pure lo spettro del razzismo. A noi piacciono tutti, ci emozioniamo e vogliamo il meglio per noi, in condivisione come gruppo quando invece la mentalità corrente predica il tenersi tutto per sé. Impegniamo noi stessi e non gli altri; non c’impegniamo a risistemare il mondo ma ad amarlo e a creare uno spirito di tolleranza e amicizia tra tutte le genti.

Il nostro mondo è affamato di tolleranza, speranza, amore, unità & di pace & di giustizia. “Cosa c’è quindi di nuovo?”. Niente, ma noi portiamo speranza e intuizioni per cambiare l’andazzo. Naturalmente non possiamo fare un granché, ma piccole cose con un grande amore & uno spirito di amicizia nuovo, che lavi via egoismo, ingiustizia e assenza di brezza pacifica.

Le persone possono vantarsi di avere una buona aspettativa di vita, conoscenza, tesori,… Non c’entra il ceto per costruire la nostra resistente torre di amicizia, ma solo l’umanità. Niente può fermare l’amicizia se poggia su una buona base ed è intrapresa da persone impegnate che possono vivere e rispettare il profondo spirito del gruppo.

Se l’amicizia si costruisse soltanto tra persone uguali, dello stesso livello e delle stesse possibilità, Dio avrebbe mandato il suo figlio unico per niente!

Noi siamo uomini liberi in cerca di buoni giorni nel profondo mare dell’amicizia vitale con l’aiuto della barca dell’unità. Ci possono essere persone cui non piacciamo, ma noi le apprezziamo perché il nostro compito e impegno consiste nel ricostruire la catena spezzata dell’amicizia nel mondo, in ogni cuore di esseri umani. Noi crediamo che dietro ogni faccia e sotto ogni cuore c’è sempre “UNA GRANDE SETE” di amore e amicizia.

Parliamo per chi è capace di ascoltare parole di pace & giustizia, ma il nostro discorso non è composto soltanto da parole, ma attraverso le azioni quotidiane, noi predichiamo a tutti il momento della vita di riflettere sul dono speciale presente nei cuori di ciascuno. Per vivere ciò per cui sono al mondo.

Forse alcuni cuori si sono scaldati per il significato della nostra amicizia, noi siamo molto felici di tenere questi cuori con noi. Ciascuno di voi deve prepararsi a essere amico per chi non ha amici, il programma che noi abbiamo scelto per realizzare la nostra amicizia è il seguente:

    08 06 07 incontro organizzativo
    08 06 15 ritiro: “l’amore cristiano è un’utopia?
    08 06 22 attività all’orfanotrofio
    08 06 29 giornata insieme
    08 07 13 ritiro: “pace, giustizia e perdono”

giovedì 3 luglio 2008

Have you sharpened your axe?

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Un giovane si avvicinò al capo di una squadra di falegnami per chiedere un lavoro. “Dipende,” replicò. “Vediamo se sai abbattere questo albero”.

Il giovane si fece avanti e con estrema abilità lo seppe abbattere. Impressionato, l’uomo esclamò, “Puoi iniziare lunedì”.

Lunedì, martedì, mercoledì e giovedì passarono in fretta. Giovedì mattina il caposquadra si avvicinò al giovane dicendo, “Puoi prendere la tua liquidazione oggi”.

Preso di soprassalto il giovane replicò, “Pensavo di ricevere la paga di venerdì”.

”Normalmente lo facciamo,” disse il capo. “Ma ti lasciamo andare oggi perché sei rimasto indietro. I nostri piani di abbattimento degli alberi mostrano che lunedì hai tirato giù il primo albero e oggi l’ultimo”.

”Ma io lavoro sodo,” obiettò il giovane. “Arrivo per primo, vado via per ultimo e ho lavorato anche durante le pause caffè!”.

Il capo, comprendendo l’integrità del giovane, dopo aver riflettuto per un minuto, gli chiese, “Ma hai affilato la tua accetta?”.

Il giovane replicò, “No, ho lavorato troppo e non ho avuto tempo per farlo!”.

Le nostre vite sono come questa storia. A volte siamo così presi dalle cose da non avere il tempo per “affilare l’accetta”. Nel mondo d’oggi sembra che ognuno sia più occupato che mai ma anche meno felice. Perché? Forse perché abbiamo dimenticato l’importanza di essere ben ‘affilati’?

Non c’è niente di male nell’essere attivi e nel lavorare duramente. Ma Dio non ci vuole così occupati da trascurare l’importanza delle cose nella vita, come ricavare del tempo per la preghiera, leggere, studiare le Sacre Scritture o ascoltare la “vocina di Dio”.

Tutti noi abbiamo bisogno di tempo per rilassarci, pensare e meditare, imparare e crescere. Se non ci ricaviamo del tempo per affilare l’accetta, diventeremo ‘spuntati’ perdendo la nostra efficacia.
Prenditi del tempo per affilare la tua accetta!

Grazie per il tempo che hai dedicato alla lettura!

Il tuo amico Roy Mwangi.
Nairobi, Kenya

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English version

A young man approached the foreman of a logging crew and asked for a job. "That depends," replied the foreman. "Let's see you fell this tree." The young man stepped forward and skillfully felled a great tree. Impressed, the foreman exclaimed, "You can start Monday."

Monday, Tuesday, Wednesday, Thursday rolled by. Thursday afternoon the foreman approached the young man and said, "You can pick up your paycheck on the way out today."

Startled, the young man replied, "I thought you paid on Friday."

"Normally we do," said the foreman. "But we're letting you go today because you've fallen behind. Our daily felling charts show that you've dropped from first place on Monday to last place today."

"But I'm a hard worker," the young man objected. "I arrive first, leave last and even have worked through my coffee breaks!"

The foreman, sensing the young man's integrity, thought for a minute and then asked, "Have you been sharpening your axe?"

The young man replied, "No sir, I've been working too hard to take time for that!"

Our lives are like that. We sometimes get so busy that we don't take time to "sharpen the ax." In today's world, it seems that everyone is busier than ever but less happy than ever. Why is that? Could it be that we have forgotten how to stay sharp?

There's nothing wrong with activity and hard work. But God doesn't want us to get so busy that we neglect the truly important things in life, like taking time to pray, to read and study scripture or to listen to "the still small voice of God."

We all need time to relax, to think and meditate, to learn and grow. If we don't take time to sharpen the axe, we will become dull and lose our effectiveness. Take time today to sharpen your axe!

Thanks for taking your time to read.

Your friend Roy Mwangi.
Nairobi Kenya

giovedì 6 marzo 2008

Aggiungi un "post" a tavola

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Premessa: il presente post è stato scritto a quattro mani: da me e da Julius, ragazzo ospitato nella Cafasso House…

Premessa-bis: per favore arrivate fino in fondo (al PostScriptum), nella lettura, dal momento che alla fine ho un quesito culinario da chiedere a tutti i lettori…

Io e Julius lanciamo qui sul blog una rubrica che sicuramente riscuoterà un grandissimo successo… e che immagino i colleghi SCEmi vorranno certamente riproporre.

Ebbene, eccoci a proporre la ricetta e le indicazioni pratiche per la preparazione di uno dei cibi tipici del Kenya.

Nome: CHAPATI (di evidente derivazione indiana ma ormai tipico kenyano)

Si accompagna molto bene a tanti tipi di piatti – diciamo che sostanzialmente è un degnissimo sostituto del pane.

Ingredienti: farina, uova, latte, olio

Attrezzi necessari: pentola, padella, asse di legno, matterello

Preparazione (per due/tre persone):

- versare 150 ml di latte in pentola (fuoco medio)

- sbattere nel latte due uova

- aggiungere mezzo cucchiaio di zucchero, un cucchiaio di olio e mescolare bene il tutto

- aggiungere la farina (non so esattamente la quantità – però ricordo che era tanta!)

- mescolare tanto (è consentito usare le mani)


- estrarre dalla pentola, mettere su un asse di legno e iniziare a formare diverse piccole palle di farina della grandezza di un pugno

- estrarre il matterello e con esso iniziare a spianare (più e più volte ripiegandole spesso su se stesse) ogni piccola forma in modo da farle diventare molto fini


- in padella (fuoco medio-basso): versare un po’ d’olio e dopo pochi minuti mettere in padella una forma di farina spianata per volta

- girare più volte - in pochi minuti la forma inizia a prendere il giusto colore (giallo-bruciacchiato – vedi fotografia) – ripetere questo procedimento con le altre



- quando tutte le forme sono pronte e cotte al punto giusto tagliarle in quattro parti in base all’utilizzo che si preferisce


by
Ema e Julius

PS eccoci al quesito di cui parlavo all’inizio: so che mi gioco la reputazione di esperto-cuoco che spero però rimanga intatta… ad ogni modo… qualcuno conosce per caso qualche rimedio pratico/consiglio della nonna per evitare di lacrimare copiosamente mentre si tagliano le cipolle? Mi sono già arrivati tanti consigli (del tipo: bisogna indossare occhialini da piscina…)… ma mi sento di rilanciare a voi tutti…

venerdì 1 febbraio 2008

2 incontri in carcere d un'infermiera

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INCONTRO IN CARCERE DI UN’INFERMIERA (in seguito a consultazioni con chi di dovere è stato deciso che è + sicuro tacere nomi ed indicazioni precise)

Un prigioniero di 31 anni venne per essere visitato. I suoi sintomi erano nausea, notti insonni e emicrania. Di fatto questi segni indicano vari tipi di disturbi psicosomatici che sono causati da ansietà e stress. Fisicamente il prigioniero non era in buone condizioni. I suoi vestiti erano molto sporchi e appariva molto emaciato.

Gli chiesi cosa lo preoccupasse che gli causava un continuo mal di testa. Improvvisamente scoppiò in lacrime. Disse: “Perché non mi uccidi, Dio? Non posso più credere in te”. Gli chiesi perché lo dicesse. “Guardami. Guarda il mio stato. Indosso degli stracci. Non mi sento bene perché da due anni nessuno mi viene a trovare. Mettiti nei miei panni e giudica tu. Non ho soldi neanche per comprarmi un sapone e lavare il mio vestito per metterlo pulito”.

Pianse almeno per 20 minuti. L’ho ascoltato attentamente. Gli dissi che sarebbe stato davvero benvenuto se la nostra prossima visita avesse desiderato venire a raccontarci come stava. All’istante gli occhi gli brillarono di speranza. Le sue lacrime si asciugarono immediatamente.

Lo rifornii di abiti puliti e di alcune medicine essenziali. Sorprendentemente, alla nostra visita successiva, lui corse da noi per ringraziarci. Mi disse: “Con la tua presenza hai allungato la mia vita di un pollice. Ho riguadagnato la mia dignità. Non sono più solo”.

N.B. Ci sono molti carcerati che condividono la stessa storia. In uno di questi carceri su 630 prigionieri ce ne sono più di 106 che, per molte ragioni, non ricevono visite.

N.M.B. Nessun detenuto –nessuno- ha mai chiesto a me o alle infermiere volontarie un soldo. Sono ben consapevoli della qualità del loro bisogno.

interno d un carcere

STORIA RACCONTATALE IL 24 GENNAIO 2008

Un ragazzo di 15 anni, imprigionato insieme a molti altri più vecchi di lui, venne per un consulto medico. I suoi occhi erano rosso fuoco. Lui si lamentava per la sua salute; disse che si sentiva stordito e che aveva la nausea. Era molto giovane per dei problemi del genere e anche per essere tenuto in carcere. La sua situazione era struggente. Mi disse che era stato condannato all’ergastolo. Confidandomi ciò gli occhi gli si fecero rossastri. Dei suoi parenti avevano testimoniato falsamente contro di lui per l’omicidio di una donna. Mi disse che non la conosceva e che lui non si trovava sul luogo dell’omicidio quando era avvenuto il crimine.

Si sentiva male dicendo che era affamato e allo stesso tempo impotente perché si trovava in prigione mentre quelli che avevano commesso l’omicidio erano fuori.

Visita dopo visita ho conosciuto spesso le lacrime dei prigionieri. Lui era emotivo, piangeva profondamente. Cercavo di comportarmi come mi sembrava meglio, con medicine, parole, ascolto.

N.B. Le false testimonianze sono retribuite profumatamente. È la storia di molti di questi detenuti: secondo il direttore di uno dei carceri di Addis, quasi più del 75% di loro sono imprigionati per false accuse. Un efficace meccanismo di corruzione a discapito dei poveri.

Ci sono dati che dimostrano come la maggioranza dei giudici non sia qualificata per esercitare la professione legale. Questo comporta che l’ignoranza e la negligenza dilagano come mai nella storia dell’Etiopia.

N.M.B. In Etiopia non esistono carceri minorili.

N.D.M.B. A causa dell’instabilità della nostra situazione politica, noi rimaniamo zitti (che vita!).

ragazzo al lavoro

AN ENCOUNTER BY A NURSE
A 31 years old male prisoner at one of the prisons came seeking medical attention. His complaints were nausea, sleepless nights and headache. Actually these signs indicate many sorts of psychosomatic illness which are caused by anxiety and stress. This prisoner’s physical appearance was not in good condition. His clothes were very dirty and looked very emaciated.
I asked Him what was bothering him that caused him a continuous headache. Suddenly he burst in to tears. He said “God why do not you kill me? I cannot put my trust in you any more”. I asked why he said. “Look at me and the state of my life. I put on rugged clothes. I do not feel good because I had no visitor for almost two years. Put yourself in my shoes and judge it for yourself. I have no money even to buy soap and wash my clothes and change clean one”.
He wept almost for 20 minutes. I listened to him attentively. I affirmed to him that he was most welcome to come to us and share his feelings at our visiting time. Instantly, his eyes lit up with hope. His tears dried immediately.
I supplied him with cleaning materials and some essential medicines. Surprisingly, on our next visit, he run to us to express his gratitude. He said to me, “You have lengthened my life an inch because of your presence. I have regained my dignity. I am no more alone”.
N.B. There are many prisoners who have got the same story. In a prison out of 630 prisoners there are over 106 prisoners who have no visitors due to many reasons.

STORY TOLD ON 24 JANUARY, 2008
A 15 year old boy who has put into prison with many others very older than him came to seek medical case. His eyes were red like a fire flame. He complained about his health. He said that he was feeling dizzy and having nausea. He was so young for such health problems and to be kept in the prison. His was heart breaking. He told me that he was sentenced for life long. Those eyes of his have turned turbulent when he expressed. It was witnessed falsely against him by his own relatives for murdering a lady. He said he never knew her and that he was not there on the spot during the crime.
He was extremely hurt saying he felt hungry and helpless at the same time because he was in prison and those who have committed the murder were outside the prison.
Visits after visits, I encountered prisoners expressed their emotions with tears. He was also emotional, wept bitterly. I took measures accordingly.

N.B. False witnesses are performed after gaining some amount of money. This is a story of many of these prisoners; almost over 75% of the prisoners are imprisoned falsely. It indicates that these are routine corruption against the poor.
There was an information that most of the judges were not qualified for such a profession. It implies also that ignorance and negligence erupted greater than ever in the history of Ethiopia.
N.M.B. There is no such prison for young prisoners.
N.D.M.B. Due to the instability of our political condition, we keep silent (what a life!).

domenica 23 dicembre 2007

La storia di Sami

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Paolo: Ti piace scrivere?

Sami: Sì.

P: Ma scrivi solo in amarico, immagino..

S: Sì. Però posso scrivere una storia in inglese e fartela leggere.

P: Mi piacerebbe. Poi, se vuoi, possiamo metterla in internet, sul blog di Caritas.

1 ha tradotto, l'altro ha scritto

La storia di Sami

The night was so beautiful. The moon and the stars together shine their light towards earth. Now I found myself on one narrow road. The road has the shape of a cross. Only this place was light full and the other part of the earth was so dull.

I start to observe my surrounding. There are a lot of people around me, but they aren’t on the road which I stand on. They move here and there in the darkest part of earth. I throw my eyes in front and I saw one guy who stand at the edge of the road. The man was dressed unusual. He was covered by a strong rays of light. I have never seen this man before in this big city. At the moment he showed a warm smile to me and said that “Now you are on the right track... Come to me then we will getting together!” pointed the small door behind him.

What he wants to mean “Come to me and we will getting together”?! I don’t know! I saw my surrounding once ... those people are still walking in the darkness. I put off my eyes from them and I look that person again... he still smiles and lift up his hands. He looks like a person who waits his lover in suspension. I can read his mysterious adore from his eyes. I don’t know why at the first time I want to join him.

Now I start to walk one step towards him. But I hear strange voice behind me. The voice comes out from those people who walks in the darkness. I scared a lot and I stopped myself on the track then I hold back myself one step...

At this moment some sweet and strong words are coming out from the person’s tongue: “You are mine and I call you by your name”, said the man. At this moment I ask myself: “Who am I?” and “Who is he?”. Yes! I am Christian so this man might be Christ! But I’m not sure enough.

I don’t know why and how come both but both fears and happiness shadows on me. All the things look like dream for me. I don’t know what shall I suppose to do. At this time that guy add more words to me “I’m the truth shepherd, the meaningful life and the right track to my father’s kingdom”, said the man.

I can’t hold myself back from his calling; his words touched me a lot and so I decide to join him for the second time. I start to walk towards him... But the people of the darkness start to shout... a great noise... “Come to us... We will give you your father’s land & kingdom... come... come to us!...”. But I don’t want to stop my legs walking towards the man who stood in front of the small door.

Some people of the darkness lift their hands towards me and try to catch me & also they want to hold me back to them. I can’t continue my walks towards the man. So I come back to my first point then I put off my eyes from them and I turned my face to the man. He was smiling and his hands were lifted up. “Look at my wounds”, said the man. His hands and his legs were wounded. My heart treated a deep sadness & my eyes start to weep. Everything makes me confuse but in the middle of this confusion I told to myself that now I must be in his hugs. The most difficult decision!

I start to walk on the crossroad for the third time. The first step of this big and difficult journey. Till now I told to myself repeatedly that I must to do it! ... Now I reach at the half of the road. The people were shouting on me, but I continue my walk towards the man. Suddenly, those people keep themselves silent... I smelt a pleasant perfume that I had never smelt before, I turned my face slowly... Oh my God!! How a beautiful girl?! I can’t believe my eyes.

She smiles to me... her teeth was cleaner than the polar ice. She gave me a sign in order to follow her. I turned my face to the previous man for a moment. He still smiles and his hands were lifted up... his hopefulness makes me amaze but I don’t want to spent more time with him. So I turned my face back to my beautiful lady.

When I start to went towards her she also went to the darkest part of the earth. We continue our journey in such away... Finally I left only one step to be the member of those people who are in the darkness. At this moment, the man start to talk and he adds some words again. I thought that these words are may be the last words of the man. “I know what have you done! I know that you are neither cold nor hot. How I wish you were either one or the other! But because you are LUKE WARM, neither cold nor hot, I’m going to spit you out of my mouth.”, said the man.

Now I hold back myself and think that how he can know all my secrets and my falsity in the life of Christian. So all you Christians nowadays our will to follow Christ is like this. Our final decision to carry the cross of Christ is so weak. But today, Christ gives us one more chance, one more year and one more calling of decision. So please let’s use this one more chance, this one more year of mercy & let’s give a replay for his loveable calling to our soul.

Sammy, picolino news service




Sami's story

Quella notte era davvero suggestiva. La luna e le stelle insieme spruzzavano luce verso la terra. Allora mi trovavo su una strada stretta a forma di croce. Solo questo luogo era luminoso, mentre il resto del pianeta era bigio.

Inizio a osservare ciò che mi circonda. Ci sono un sacco di persone intorno a me, ma non si trovano sulla mia strada. Si muovono qua e là nella parte più buia della terra. Ho gettato lo sguardo davanti e ho visto un uomo che stava a un capo della via. Era vestito in modo inusuale, coperto da spessi raggi di luce. Non l’avevo mai visto prima in questa grande città. In quel momento mi mostrò un sorriso caloroso e disse: “Adesso tu sei sulla strada giusta… Vieni da me e entreremo insieme!”, indicando la piccola porta dietro lui.

Cosa vuol dire con “Vieni da me e procederemo insieme!”?! Non lo so! Mi son guardato attorno un’altra volta… quella gente seguitava a camminare nell’oscurità. Distolgo gli occhi da loro e guardo ancora quell’uomo… lui sorride e solleva le sue mani. Sembra una persona in attesa del proprio amato. Posso leggergli negli occhi la sua misteriosa adorazione. Non so perché dal primo momento desidero seguirlo.

Adesso faccio un passo nella sua direzione. Ma sento una strana voce dietro di me. Proviene da quegli uomini che camminano nelle tenebre. Mi spaventai molto, mi bloccai e trattenni il passo seguente...

In questo istante dalla gola dell’uomo mi arrivano alcune dolci e forti parole: “Tu sei mio e io ti chiamo per nome”, diceva. Allora mi chiedo: “Chi sono io?”, e: “Chi è lui?”. Sì! Io sono cristiano, quindi quest’uomo dev’essere Cristo! Ma non sono molto sicuro.

Non so né perché né come arrivino insieme, ma paure e felicità piombano su di me. Mi sembra di essere in un sogno. Non so cosa dovrei fare. Ora quell’uomo m’indirizza altre parole: “Io sono il pastore vero, la spiegazione della vita e la via giusta per il regno di mio padre”, disse.

Non posso resistere alla sua chiamata; le sue parole mi avevano toccato molto e così decido per la seconda volta di raggiungerlo. Comincio a dirigermi verso di lui… Ma la gente dall’oscurità inizia a gridare… una bolgia… “Vieni da noi… Ti daremo la terra e il regno di tuo padre… Vieni… Vieni da noi!..”. Ma non voglio fermare le mie gambe che camminano verso l’uomo che rimaneva in piedi davanti alla piccola porta.

Alcuni uomini delle tenebre levano le mani verso di me e provano ad afferrarmi; vogliono trascinarmi con loro. Non riesco a proseguire i miei passi verso l’uomo. Così torno al punto di partenza, quando sposto lo sguardo da loro, girandomi verso l’uomo. Lui stava sorridendo e le sue mani erano alzate. “Guarda le mie ferite”, disse. Le sue mani e le sue gambe erano tagliate. Il mio cuore soffrì una profonda tristezza e i miei occhi iniziarono a lacrimare. Tutto mi confondeva ma in mezzo a questo spaesamento mi son detto che ora dovevo essere nel suo abbraccio. La decisione più difficile!

Comincio a camminare per la terza volta sull’incrocio. Il primo passo di questo lungo e complicato viaggio. Fino adesso ho continuato a ripetermi che dovevo farlo! … Ora raggiungo metà della strada. La gente mi gridava contro, ma io proseguivo il mio cammino verso l’uomo. Improvvisamente, quelle persone si zittiscono… Mi colpisce un gradevole profumo che non avevo mai sentito prima, ruoto lentamente il mio viso… O mio Dio! Una bellissima ragazza?! Non posso credere ai miei occhi.

Lei mi sorride e i suoi denti sono più immacolati del ghiaccio polare. Mi ha fatto segno di seguirla. Mi volto verso l’uomo di prima per un secondo. Lui sorride ancora e le sue mani erano alzate… il suo ottimismo mi stupisce, ma non voglio trascorrere altro tempo con lui. Così mi rigiro verso la mia bellissima lady.

Quando inizio ad incamminarmi presso lei, anche lei si reca verso la parte più adombrata della terra. Continuiamo così il nostro viaggio… Alla fine mi rimane solo un passo per raggiungere il gruppo delle persone che sono nelle tenebre. Allora, l’uomo prende a parlare e aggiunge altre parole. Pensai che queste potevano essere le sue ultime. “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo, né caldo! Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei TIEPIDO, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”, disse l’uomo.

Ora io mi fermo e mi chiedo come può conoscere tutti i miei segreti e la mia falsità nella vita cristiana. Così per tutti voi, cristiani di questi tempi: la nostra volontà a seguire Cristo è come questa. La nostra decisione finale nel trasportare la croce di Cristo è davvero debole. Ma oggi Cristo ci offre un’altra possibilità, un altro anno e un altro invito a scegliere. Quindi per favore sfruttiamo quest’ulteriore possibilità, quest’altro anno di misericordia e concediamo alla sua amorevole chiamata dei nostri spiriti un ennesimo tentativo.

Sammy, picolino news service

domenica 19 novembre 2006

Da Milano al Mozambico

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Non saprei dire da dove è incominciata.

Probabilmente dalla stazione Centrale di Milano, un tardo pomeriggio del maggio dell'anno scorso.

Sapevo che dom Ernesto, vescovo da qualche mese della diocesi di Pemba, a nord del Mozambico, e amico da tempo, era di ritorno da Roma e arrivava con il treno a Milano, e così inforcai la bicicletta e mi fiondai in stazione almeno per salutarlo qualche minuto.
Sicuramente non immaginavo che in quei pochi minuti, e con qualche spiazzante parola delle sue, di quelle che vanno a centrare proprio il cuore dei tuoi pensieri, mi avrebbe proposto (e convinto, lo ammetto, con una rapidità sorprendente) ad andare a vedere il "suo" Mozambico.
E così è nato il nostro viaggio: fine dell'antefatto.

In tre settimane non si vede molto, e si conosce proprio poco di un paese e della sua gente: praticamente soltanto un assaggio.
Il nostro primo impatto è stato con Maputo, la capitale, al sud del paese.
Maputo è, come tutte le grandi città e soprattutto quelle africane, luogo di contraddizioni: si passa molto in fretta dai quartieri ricchi, quelli dove risiedono i ministri e i membri del governo, dove ci sono le ambasciate, dei bei villoni circondati da un praticello degno dei migliori film americani, (tutti rigorosamente sorvegliati dalle polizie private), i palazzi, nuovissimi, delle multinazionali, costruiti nel 2000 in occasione del summit dei paesi africani; alle sterminate distese di casupole, alcune in muratura, baracche di lamiera, capanne di argilla.
Non è una periferia, non è un quartiere, non è un campo come quelli in cui ghettizziamo i rom e che denunciamo come indecenti: è una città. Non me ne ero resa bene conto, da terra, di quanto fosse immensa, ma vederla alzandosi con l'aereo è qualcosa che toglie il fiato.

Maputo è al sud del paese, settanta kilometri più in là c'è il confine con il Sudafrica. Si raggiunge in fretta: qualche anno fa è stata costruita un'autostrada, l'unica del Mozambico, che collega Maputo a Pretoria e Johannesburg; autostrada si fa per dire: è una bella strada, su cui in settanta kilometri si paga il pedaggio quattro volte. La strada è stata costruita per collegare il Sudafrica alla grande industria di alluminio, dicono la più grande d'Africa, aperta poco dopo nella periferia di Maputo, un'industria che "per qualche ragione" i sudafricani non volevano sul loro territorio, e che porta ricchezza non certo ai mozambicani.

In capitale la gente non sta bene, ma rispetto al nord, in un certo modo, si sente che la vicinanza con il Sudafrica porta qualche beneficio. Il confine, però, è lo stesso impressionante: al di là della frontiera sorgono subito belle casette, negozi, ai lati della strada giardinetti curati e campi coltivati sistematicamente, con dei buoni sistemi di irrigazione. Al di qua, il villaggio a ridosso della dogana, lungo il pendio di una collina, è un'accozzaglia di baracche e casupole, e non tutti hanno l'acqua corrente.

Ma chi ci ha accompagnato nei primi giorni a Maputo ci ha ripetuto più volte "vedrete, vedrete, a Pemba si sta peggio".
È vero.
Pemba, duemilacinquecento kilometri più a nord, è capoluogo della regione di Cabo Delgado, la più povera del paese.
Noi l'abbiamo raggiunta in aereo; in auto oggi si potrebbe, anche se, dicono, ci vogliono due giorni di viaggio. Fino a qualche anno fa, nei trent'anni di guerra prima d'indipendenza e poi civile che hanno lasciato sfinito il paese, l'unico modo per andare da una città all'altra era muoversi in aereo: facile capire che spostarsi era un lusso di pochi.

In diocesi stanno avviando un progetto per lo sviluppo sociale delle comunità della regione: tre giorni pieni, a discutere al Tavolo di lavoro, per capire da dove partire... eppure Pemba è una città in una posizione splendida, si trova sull'Oceano Indiano, sulla terza baia più grande del mondo e il suo territorio avrebbe anche diverse potenzialità: agricola, i tre quarti della terra di Cabo Delgado permetterebbe investimenti in questo senso; faunistico, è una zona in cui vivono elefanti, coccodrilli, leopardi, leoni; culturale, nella sola regione nord sono tre i grandi gruppi etnici, ognuno con una diversità di cultura e di lingua.
Eppure non basta, eppure queste caratteristiche si traducono spesso in difficoltà.

Quello che è più visibile, che colpisce al primo impatto, sono proprio i villaggi e le case: puoi percorrere kilometri senza incontrare case in muratura, nelle aldeias - i villaggi - più piccole è praticamente impossibile trovarne. L'elettricità è lusso di pochissimi che hanno un generatore, e solo nei capoluoghi di distretto. Acqua corrente neanche a parlarne, la maggior parte non ha nemmeno pozzi, si serve di piccoli fiumi che resistono anche nella stagione secca, e in alcuni casi donne e bambine compiono percorsi di ore per andare a prendere l'acqua. Il terreno permette di coltivare facilmente alberi da frutta, in particolare di papaya, arance, mango, ma l'agricoltura di sussistenza è costituita principalmente da granoturco e mapira, un tipo di grano piccolo e bianco.

"Ma educare a coltivare e mangiare frutta, cosa che attenuerebbe di molto il problema della mancanza d'acqua nell'alimentazione, è un discorso lungo da portare avanti" sostiene dom Ernesto.
Un'altra ferita aperta è quella sanitaria: in tutta la regione nord esistono solo tre farmacie, i presidi medici sono a decine di kilometri di distanza, e i farmaci comunque costano troppo.
La dissenteria qui uccide.
La tubercolosi è diffusissima.
Il Mozambico è il secondo paese africano per numero di malati di lebbra.
La malaria è all'ordine del giorno.
E poi la grande, enorme, piaga dei paesi africani, e il Mozambico è tra i paesi più colpiti: l'Aids. Non è semplice fare informazione, nelle aldeias "ne hanno sentito parlare", ma sono pochi quelli che conoscono le modalità di contagio e sanno qualcosa di questa malattia. Parlarne incontra spesso resistenze, perché vuol dire toccare argomenti tabù come i rapporti sessuali e i riti di iniziazione.
E poi il grande problema della lingua: quella ufficiale è il portoghese, retaggio di secoli di dominazione coloniale, ma solo nelle città e chi ha studiato lo sa.
Per il resto sono le lingue dei gruppi etnici quelle utilizzate; nella sola regione nord, per fare un esempio, sono due diverse. Il problema è sociale, sicuramente.
Ma, dal lato umano, la capacità di comunicare al di là della lingua, di accogliere, di rispettare l'altro, di vivere con profonda serenità di questa gente la capisci anche se non parli macua.

Marta Zanella
novembre 2006