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lunedì 26 agosto 2013

una ciambella e tornare a casa

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Se è vero che l'anima arriva camminando, la mia si fermerà qui ancora un po', dopo il primo di settembre...

Questo pensavo, di ritorno da un'estenuante giornata a Nueva Vida. Accantono per un momento il Cantiere, i progetti, i problemi del lavoro, Nueva Vida, il senso di impotenza, l'abbiocco sulla 'trece' e cerco di regalarmi un momento per concentrarmi su di me, su come sto in questo momento così confuso, ma anche così importante... 9 giorni al rientro...
In quella, l'autobus si ferma e salgono nell'ordine: una bambina bionda, di 4 anni circa, tenuta per il braccio da una ragazza bellissima, che ipotizzo avere intorno ai 16 anni e una signora sulla sessantina, bella 'hermosa' come le donne di qui, rossetto rosso brillante, il grembiule tipico delle venditrici e in testa un enorme vassoio di plastica. Le prime due si siedono nel sedile davanti a me. La signora abbassa il vassoio, si siede accanto a me e lo appoggia sulle ginocchia, invadendo lo stretto corridoio dell'autobus. Mi guarda, sorride, le restituisco il sorriso. Nel vassoio, coperte da un cellophane, delle belle file di 'donuts' (pronuncia nica, dona), le ciambelle fritte ricoperte di zucchero. Quelle di Homer Simpson, per capirci. Una botta di burro e zucchero da resuscitare un morto, anche se queste non sono ricoperte di cioccolato o glassa colorata, come spesso capita.
Le osservo un attimo parlare tra loro, poi il sedile della ragazza si libera e fa cenno alla signora di spostarsi lì, accanto a lei. La signora però ormai si è sistemata, trovando un incastro (e io con lei) negli stretti sedili del bus, pensati più per dei nani anoressici che per i corpulenti nica o il mio metro e rotti di gambe...
Così le dice di far sedere la bambina e che lei sta bene lì, a fianco a me. 'Vero?'. Certo, le rispondo, ci si accomoda sempre.
Iniziano quindi le domande di rito, cosa faccio in nica, dove lavoro, da quanto sono qui.
Poi la fatidica domanda, 'sei sposata?'. Quando le dico di no mi aspetto la solita faccia perplessa, e invece stavolta la risposta mi sorprende, da una donna nica di quell'età. 'Brava, c'è tempo. Lo dico sempre alle mie figlie, di studiare e non pensare a sposarsi, che poi arrivano i figli ed è troppo tardi'.
Allora comincio io con le domande, quanti figli ha, quanti nipoti. Scopro che la ragazza è l'ultima dei suoi 6 figli, che di anni ne ha 12 (alla faccia dello sviluppo precoce) e la bimba è sua nipote, di un'altra figlia che lavora, perciò loro due la curano. Ora va a vendere le ciambelle a Managua e se la porta dietro, perché si sa, se non ci pensano le donne a mandare avanti la casa...
La signora già mi piace, oltrettutto le ciambelle sono calde e hanno un profumo meraviglioso. Sicuro che ne comprerò una, prima di scendere.
Mi chiede dell'Italia, se è bello, se siamo poveri, se c'è lavoro, quanto costa il biglietto dell'aereo e se ci si può arrivare in bus. Le spiego di no e si corregge, un po' imbarazzata. Certo, è vero, c'è il canale di Panama... Allora le propongo di andare insieme a vendere ciambelle in Italia. Si mette a ridere, dice che prima dovrà venderne tante per mettere insieme i soldi del biglietto!
Poi mi chiede quanto mi fermo ancora in Nicaragua... 'La sua famiglia dev'essere contenta che torna presto'. Sì, e anche io, tanto. Ma è anche difficile, dopo un anno e mezzo. 'Doveva sposarsi un nica, così restava qui!'. Rido, e lei con me.
A questo punto mi chiede come mi chiamo e la mia risposta la lascia a bocca aperta. Io non capisco e da davanti la ragazza esclama 'mamma, si chiama come te!'. Le coincidenze della vita...(?)
E così siamo quasi alla mia fermata, le compro una ciambella a 7 C$ (meno di 25 centesimi di €). Sceglie la più grande, piena di zucchero, sfila un sacchetto di plastica dal grembiule, un nodo e me la passa. Poi il classico balletto per farmi uscire dal posto senza doversi alzare né far cadere il vassoio.

Ci salutiamo, mi benedice e mi augura 'che mi vada bene', alla nica.
È stato un piacere, doña Hélena, e grazie della ciambella.

È quello che mi ci vuole, prima di tornare a casa...

domenica 23 giugno 2013

Nicaragua come Turchia?

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Dopo OccupyGezi, OcupaINSS

cronaca da Managua


Tutto comincia lunedì, quando alcune decine di anziani iniziano una protesta pacifica davanti all'INSS, equivalente nica del nostro istituto per la previdenza sociale, per richiedere al goveno l'istituzione della pensione minima di anzianità.

Pensione minima ADESSO! oggi noi, domani voi
La protesta cresce nei tre giorni successivi, gli anziani diventano alcune centinaia occupando l'istituto pubblico.

Il governo riconosce la legittimità della richiesta che ormai da anni porta avanti l'UNAM, Unidad Nacional del Adulto Mayor, ma spiega che le condizioni economiche in cui versa l'istituto di previdenza sociale non permettono di affrontare tale spesa.
Attraverso le fonti di comunicazione istituzionali afferma inoltre che la protesta degli anziani è manipolata dalla destra all'opposizione e chiude il dialogo con i manifestanti.

Fin da subito, gli anziani denunciano aggressioni fisiche da parte degli addetti alla sicurezza dell'istituto e in seguito da parte della stessa polizia nazionale.

Vengono bloccate le strade d'accesso alla zona, impedito l'avvicinamento ai mezzi di comunicazione, tagliata l'acqua potabile all'edificio.

Attraverso facebook e twitter si mobilitano altre fasce della popolazione, soprattutto giovani, in appoggio alla rivendicazione degli anziani e soprattutto contro le violenze della polizia, nasce OCUPA INSS.

Diversi studenti si organizzano per portare assistenza medica e medicinali agli anziani in protesta e ci si mobilita per la raccolta di viveri, acqua, materassi ma il cordone della polizia impedisce l'approvigionamento dei manifestanti.
La tensione aumenta così come gli scontri tra polizia e manifestanti, con alcuni feriti e arresti.


 
poliziotto sono tuo padre, non mi picchiare

Giovedì mattina un gruppo di manifestanti e alcuni rappresentanti del Cenidh (Centro nicaraguense per i diritti umani) riescono a superare il blocco e si ritorna ad un relativo stato di calma. I manifestanti annunciano comunque che la protesta, totalmente apartitica, seguirà ad oltranza. Ci si organizza per la presenza continuativa anche notturna e c'è anche il sostegno di diversi artisti che venerdì sera improvvisano un concerto in appoggio alla manifestazione, ormai diventata una protesta sociale contro le violenze della polizia e la tacita repressione del governo.

I fatti più gravi si verificano nella notte tra venerdì e sabato. I manifestanti che passavano la notte presso l'INSS denunciano alle 4 del mattino l'attacco di un gruppo di circa 200 di persone, con i volti coperti e le magliette della Gioventù Sandinista, sezione giovanile del partito di governo. Gli assaltatori, trasportati da quattro camion del Comune di Managua, e appoggiati dalla polizia intimano ai manifestanti di buttarsi a terra, allontanano i manifestanti giovani e anziani con la forza, malmenandoli e minacciandoli, derubandoli di tutto, dai telefoni cellulari, alle scarpe, ai pantaloni, distruggendo l'accampamento, il punto medico allestito e le auto nei dintorni. La gente si disperde o si nasconde nei dintorni

Nella giornata di oggi, sabato, la notizia dell'accaduto si diffonde pian piano attraverso la rete e i social network, con le testimonianze e le denunce dei presenti, poche foto e video dell'accaduto, molta rabbia. Diversi anziani rimangono presidiando l'INSS , durante la giornata non si ripetono incidenti, ma la zona rimane controllata dalla polizia e dai sostenitori del governo.

Per chi come me è spettatore di tutto questo la giornata passa alla ricerca di notizie certe e non strumentalizzate tra gli amici e su internet. La rete chiama alla mobilitazione, ci si raduna alla Cattedrale vista l'impossibilità di arrivare all'INSS. Anche la Chiesa Cattolica appoggia la protesta, visitando i manifestanti e afferma che si è vissuto un episodio di terrorismo di stato. La notizia si diffonde anche fuori dal Paese: EL PAIS; BBC;

Poco fa la UNAM ha sospeso la protesta per la notte per evitare altri incidenti, annunciando che si proseguirà domattina. Mosignor Silvio Báez, vescovo ausiliario di Managua, ha aperto le porte della Cattedrale ai manifestanti per evitare incidenti nella piazza. È stata anche sospesa la messa delle 8:00 invitando tutti a partecipare a quella delle 11:00, in appoggio ai manifestanti.

E domani, vedremo.
Buonanotte Italia.

martedì 23 aprile 2013

Speranza da questo lato del mondo

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ovvero, un mucchio di sensazioni da ritorno. Ma soprattutto una.

Tornare dall'altro lato del mondo ti dà la sensazione di essere tornata da una vacanza, un vacanza a casa tua.
La sensazione di ritrovare qualcosa che non ti appartiene e non ti apparterà mai al 100%, ma che ormai è un pezzo di te. E tu sei un pezzo di lei.
La sensazione di eterno caldo, innaturale per una cresciuta nell'estremo nord italico; un caldo opprimente, ma familiare. Familiare come i gusti, gli odori, i colori. Familiare come una città, una 'pericolosa capitale del centroamerica', idea che ti fa sorridere come si sorride quando si sente parlare di qualcosa che tu conosci e gli altri no. Familiare come una casa e tutti i suoi ben noti problemi (primi topi compresi...). Familiare come i vicini, gli amici 'di qui', le persone che rincontri e ti dicono 'bentornata'.

Tornare dall'altro lato del mondo e sentirti chiedere come va nel tuo ti conferma poi un'altra sensazione, già intuita e masticata prima e adesso pienamente confermata. Quella di riuscire ancora a vedere la 'luce alla fine del tunnel'. Sì, nonostante tutti gli enormi problemi, qui si pensa ad un domani, si progetta il futuro, si lavora per costruire qualcosa. Si immagina qualcosa di nuovo e diverso, con la sensazione che abbia senso farlo. Che davvero sia possibile. Non facile, ma possibile.

Questo spirito si respira invece troppo poco nel tuo lato del mondo. Quella luce lì è spenta o coperta da qualcosa che ti viene da chiamare, come farebbero qui, desesperanza. Che non è proprio disperazione, ma più assenza di speranza, sconforto. Quella sorta di vaga depressione diffusa che ti si è inevitabilmente un po' appiccicata addosso, nella 'vacanza a casa' degli ultimi due mesi. Perché è dovunque, nella maledetta televisione, nelle conversazioni con gli amici che non trovano lavoro o che cercano di sopravvivere accontentandosi, perché è tutto quello che ti viene offerto, nella crisi di sistemi economici e politici miopi e vecchi.

Poi tutto questo te lo conferma anche un amico di quel lato del mondo che è venuto in questo, solo un po' più a sud, a cercare un lavoro. E l'ha trovato. E ti dice che respira la stessa cosa: possibilità di sperimentare, apertura al nuovo. È come se ti sollevassero di dosso un peso.
Ti sembra allora di capire cosa si respirava anche nel tuo lato del mondo solo qualche decina d'anni fa, quello spirito che tua nonna ti trasmette quando racconta l'Italia nel dopoguerra. Ecco, quello. Siamo messi male, ma miglioreremo, guardiamo avanti.
Il tuo lato del mondo, che oggi sulla carta è sicuramente messo meno male, continua invece a guardarsi l'ombelico e perciò non vede vie d'uscita.

Tornare dall'altro lato del mondo ti fa sperare che il tuo, di lato del mondo, si lasci un po' 'infettare' da questo spirito di possibilità, di immaginazione. È un po' quello che ci sta già poco a poco insegnando quell'uomo vestito di bianco che, non a caso direi, proprio da questo lato del mondo ha fatto arrivare una ventata di possibilità di cambiamento, di novità, in uno degli ambienti che ne avevano più bisogno.

Tornare dall'altro lato del mondo ti ricorda quanto ami il tuo, di lato del mondo, per un sacco di motivi stupidi e altrettanti motivi seri.
Soprattutto ti ricorda che da qui è più facile amarlo, come tutte le cose viste da lontano.

martedì 26 marzo 2013

Vive l'inauguration de la Radio

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A due mesi dalla prima messa in onda, in perfetto stile kindulese, è arrivato ieri l'atteso giorno dell'inaugurazione della neonata Radio Mushauri.
Presenti il vescovo, Mons. Willy Ngumbi, le autorità istituzionali di Kindu e i giornalisti delle altre radio locali.

Dopo la preghiera di apertura del vescovo, come da programma, il direttore Abbé Jules Lukusumbe, ha presentato con fierezza la sua radio: le trasmissioni, che si suddividono sulle tre fasce orarie della giornata con più ampio bacino di ascolti, possono essere seguite fino a 200 km di distanza. La programmazione è ancora in fase sperimentale con l'intenzione di migliorare in termini di varietà e qualità.

Sono seguiti l'intervento del Ministro Della Comunicazione del Maniema che, in rappresentanza del governatore, ha sottolineato in un politichese franco-congolese l'importanza di una nuova radio per la rivoluzione della modernità in RDC; e di Enrico di ACS, Associazione di Cooperazione e solidarietà, che come rappresentante in loco del partenariato e dell'amicizia tra Caritas Ambrosiana e la Diocesi di Kindu, ha fatto sentire con le sue parole la vicinanza degli amici di Milano in termini di entusiamo e di orgoglio per quanto realizzato insieme.


Ha concluso gli interventi Mons. Willy Ngumbi che ha manifestato tutta la sua gioia nell'annunciare ufficialmente l'apertura di Radio Mushauri e la sua convinzione che l'impegno cattolico di evangelizzazione, promozione dello sviluppo umano, culturale, sociale ed economico ha adesso un preziosissimo ed insostituibile alleato tra i media anche nella provincia del Maniema.

Lo staff elegantissimo, dal redattore capo dei giornalisti al guardiano, si è presentato al grande pubblico.

Via con gli applausi, i ringraziamenti ed i festeggiamenti.
 

E a Kindu non è festa se mancano Primus e banane fritte: è così che l'inaugurazione si è conclusa tra una buona birra e le chiacchere tra gli invitati.

Tutti i presenti condividevano l'entusiasmo del successo che in soli due mesi Radio Mushauri è riuscita ad ottenere.
Non propriamente, per dirla con le parole del ministro, una rivoluzione in termini di modernità, che sappiamo benissimo avere ormai oltrepassato frontiere ben al di là delle capacità di una radio regionale; ma sicuramente un forte contributo per una parte di mondo che di questa rivoluzione globale ha forse sempre subito le peggiori conseguenze: adesso in un villaggio disperso nei dintorni di Kindu, anche solo con una piccolissima radio di qualche dollaro, una grande famiglia può permettersi una nuova finestrella sul mondo dell'informazione.
 
[dalla nostra inviata, Chiara Briguglio]

venerdì 1 febbraio 2013

La palabra más sencilla del mundo - Italiano y español

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LA PAROLA PIU' SEMPLICE DEL MONDO


A un anno esatto dall'inizio di questa avventura, proprio quando vorrei scrivere un ultimo pensiero intelligente, tutte le parole che potrei spendere battono in ritirata. Neanche le immagini, quelle migliaia di volti, situazioni, panorami collezionati in questo tempo, mi vengono in aiuto. Sembra tutto superfluo. Niente essenziale o così significativo.
E quindi, con una delle più semplici parole mai esistite mi esprimo e dico GRAZIE.



Ai miei responsabili-armadilli di Caritas Ambrosiana, per aver creduto in me, regalandomi questa opportunità.

Al personale, ai ragazzi e alle famiglie del Guis, che mi hanno accolto con un sorriso e dato libertà di sperimentare, proporre, sbagliare, imparare.

Alle compagne Nica-SCE, con le quali ho creato e vissuto la nostra piccola e loca comunità, per tutte le risa, i litigi e le esperienze che ci hanno fatto crescere insieme.

A tutti gli altri compagni di servizio sparsi in giro per il mondo, che hanno condiviso con me momenti importanti e racconti esotici dai quattro punti cardinali.

A tutti i volti incontrati in Nicaragua, le persone appena conosciute e quelle diventate amiche dell'anima, che per un momento o mille mi hanno tenuto compagnia riempiendomi i giorni e la valigia.

A chi, famiglia o amici, ha saputo starmi vicino, nonostante un oceano nel mezzo, per poi riaccogliermi e riscaldarmi in questo inverno italiano d.o.c.




E a tutte le persone a cui questo grazie è rivolto, mi sento di fare un augurio, uno tra i tanti che si potrebbero fare. Il mio oggi è questo:

Ti auguro tempo
Non ti auguro un dono qualsiasi.
Ti auguro soltanto quello che i più non hanno:
Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere,
se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare,
non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per poter essere contento.

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo.
Ti auguro tempo che te ne resti
per stupirti e per fidarti,
e non soltanto per guadarlo sull'orologio.

Ti auguro tempo per toccare le stelle,
e tempo per crescere, ovvero per maturare.
Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
non ha senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni giorno, ogni ora con gioia.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di: avere tempo per la vita!
Elli Michler
© Don Bosco Medien GmbH, München

www.ellimichler.de 





C'è tempo, Fossati - musica e testo



mercoledì 9 gennaio 2013

un anno in due valigie

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Fatte le valigie per inviarle a Goma…sì una settimana prima della nostra effettiva partenza da Kindu, perché con l’aereo UN possiamo portare solo 15 kg…
Così proviamo ad infilare un anno in due valigie. 
Strano. 
Vorrei portarmi via tutto, ogni albero, ogni foglia, ogni seme e frutto. Ogni tonalità di verde di questa incredibile foresta.
Ogni sole rosso, al tramonto, ogni sfumatura su queste nuvole disegnate.
Ogni setaccio e ogni donna che setaccia il riso fuori dalla sua semplice e dignitosissima casa di fango. Ogni inconfondibile suono di riso setacciato.
Ma forse invece vorrei viaggiare leggera, serbando tutto solo negli occhi e nel cuore, sperando che i ricordi scorrano nel sangue ed escano quando li si richiama alla luce.
Le stelle stasera brillano così forte, che vorrei il mondo vicino, per sentire con me questo sentimento d’immenso, che si prova dopo un anno speciale.
Vicino, solo per ascoltare il silenzio e il ronzio dei pensieri, il volo dei sogni. Nessun racconto, nessun consiglio. Sentire la vita che pulsa, dal cielo alla terra, ed esserne grati.
Chiudo le valigie, così vuote, ma già così troppo piene.

martedì 8 gennaio 2013

Very Important SCE

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Per completare la selezione di SCE che diventano famosi, ecco qui la mia ultima fatica in campo cinematografico.
Dopo un'ardua selezione sono stato scelto come il più "Italiano Vero" (mi hanno lasciato cantare) presente nel paese. Poi viste le mie passate esperienze in famosi videoclip quali "Un salto in Romania" o "Trei gusti is megl che one" o ancora la partecipazione nel documentario internazionale "Aproape de tine" il ruolo non poteva che essere mio.

Quindi eccomi qui, a fare l'italiano in viaggio per la Moldova, a cercare una nonnina che suona il tamburo, a vivere e vedere un po' tutto quel che di tipico c'è in questo paese. Senza scherzare, in 4 minuti si condensa molta di quella che è la Moldova e di quello che è viverla.

Loro poi sono gli Zdob si Zdub, un gruppo folk rock famosissimo qui in Moldova e in generale nell'Europa dell'Est.

Quindi vi invito a scoprire loro e un pezzettino di Moldova in viaggio con quel cane di attore che è Marco Polo. Buona visione!


lunedì 24 dicembre 2012

el cristo de palacaguina

2 commenti:
Un classico della rivoluzione sandinista el cristo de palacaguina,
cantato da una delle più belle voci centroamericane da poco scomparsa: Chavela Vargas
 

Buon Natale!!!

......

En el Cerro de la Iguana Montana adentro de las segovias
se vio un resplandor extrano como una aurora de media
noche los maisales se prendieron, los quiebra platas se
estremecieron, llovio por Moyogalpa, por Telpaneca y
por Chichigalpa

CORO
Cristo ya nacio en Palacaguina de Chepe Pavon Pavon y
una tal Maria ella va a planchar muy humildemente la
ropa que goza la mujer hermosa del terrateniente.

Las gentes para mirarlo se rejuntaran en un molote, el
indio Joaquin le trajo quesillo en trenzas de Nagarote
en ves de oro, incienso y mirra le regalaron segun yo
supe cajetitas de Diriomo y hasta bunuelos de Guadalupe.

CORO
Cristo ya nacio en palacaguina de Chepe Pavon Pavon y
una tal Maria ella va a planchar muy humildemente la
ropa que goza la mujer hermosa del terrateniente. 


Jose el pobre jornalero se mecatella todito el dia, lo tiene
con reumatismo el tequio de la carpinteria, Maria suena
que el hijo igual que el tata sea carpintero pero el cipotillo
piensa manana quiero ser guerrillero.

CORO
Cristo ya nacio en Palacaguina de Chepe Pavon Pavon y
una tal Maria ella va a planchar muy humildemente la
ropa que goza la mujer hermosa del terrateniente,
Cristo ya nacio en Palacaguina de Chepe Pavon Pavon y
una tal Maria ella va a planchar muy humildemente la
ropa que goza la mujer hermosa del terrateniente, la
ropa que goza la mujer hermosa del terrateniente, del
terrateniente, del terrateniente.

martedì 18 dicembre 2012

Siamo tutti dei teleGeni

1 commento:


Vi chiederete come mai noi della Giordania snobbiamo un po' questo blog e non ci scriviamo spesso, ma questo video è la prova concreta di come la nostra agenda pulluli di appuntamenti con giornalisti vari. Insomma, siamo dei servizi civilisti impegnati e ricercati, ma nonostante tutto ci ricordiamo ancora di voi e vi postiamo la recente intervista fatta con TV2000.
Non preoccupatevi che presto torneremo in Italia e saremo disponibili a rilasciare interviste nonché autografi.
Aspettiamo di venire invasi da commenti entusiastici riguardanti la nostra bellezza telegenica e la nostra capacità dialettica  assolutamente fuori dal comune ( io sottoscritta parlo per ben 10 secondi, e Dario è in grado di esprimere complessità, dramma e pathos in soli 4 secondi). 
Se qualcuno di voi volesse contattarci per una eventuale intervista chiediamo gentilmente di prendere appuntamento con il nostro manager. 



lunedì 10 dicembre 2012

C'era una volta...

6 commenti:

C’era una volta una casetta chiamata “Centro Maternale In Braccio alla Mamma”. 


In questa casetta vivevano otto bambini con le loro mamme. Tutto il giorno si giocava, si mangiava qualcosa di gustoso, ci si visitava a vicenda, si condividevano i giocattoli, e tutti erano molto felici.
Ma un giorno qualcosa cambiò, tutto era diverso.
Alexandra e Anişoara chiamavano le loro mamme, ma queste non rispondevano. Damian e Anamaria volevano dare un bacio alle loro mamme, ma queste avevano un odore insolito. Vlada sorrideva, ma non si sa perché, la mamma era arrabbiata. Olguța aveva fame, ma la sua mamma si era dimenticata di darle da mangiare. Vladuța era abituata al canto della mamma, ma quel giorno non aveva ancora cantato. Jasmina era al suo primo giorno nella casetta e non poteva giocare con nessuno perchè non conosceva gli altri bambini.
Fuori c'era un gelo terribile, il paesaggio era completamente innevato, batteva il vento, e da lontano si sentiva l’ululato di un lupo. Questo, però, non era lupo normale, aveva la capacità di sentire da lontano che nella casetta stavano succedendo cose strane. Lui, infatti, aveva un udito molto fino e aveva sentito che al Centro Maternale i bambini piangevano e non si sentivano bene.


Si era avvicinato pian pianino alla finestra e aveva ascoltato tutto ciò che stava accadendo nella casetta. Vedendo questa ingiustizia, la rabbia dei bambini, il lupo si arrabbiò e decise di fare una magia che potesse essere da insegnamento alle mamme.

"Ti vedo, ti sento, il tuo pianto è un tormento. Chi ai bambini cura non sa dare, si trasformi in animale".

Fulminò e tuonò, e le mamme sparirono dal Centro Maternale. In quel momento nella casetta apparve una ragazza bella, tenera e attenta che si chiamava Alba-ca-Zapada. Siccome i bambini erano rimasti da soli senza le loro mamme, avevano deciso di costruire un loro mondo, dove erano protetti da Alba-ca-Zapada.  I bambini stavano bene, però sentivano la mancanza delle loro mamme.


Dopo la magia del lupo, improvvisamente, le mamme si ritrovarono in un luogo sconosciuto senza i loro bambini. Ma questo non era l'unico problema. Si guardarono l'un l'altra e, sorprese, scoprirono di non essere più persone umane. Si erano trasformate in animali: orso, tigre, coniglio, pinguino, canguro ed elefante.

Tutte si chiedevano: "Dove siamo finite? Dove sono i bambini? Perché siamo così?"
Ed ecco, passare da quelle parti una volpe che, con un sorriso malizioso, disse: "Oh, voi siete le mamme a cui il lupo ha fatto un incantesimo? Siete nel bosco, care mie, e se volete tornare dai vostri bambini, dovete per prima cosa trovare il lupo”.

Le mamme erano disperate perchè non sapevano cosa fare, dove trovare il lupo e come convincerlo a togliere la magia. Iniziarono così a litigare perché avevano idee diverse. Volevano trovare la strada di casa ognuna per conto proprio, ma poi capirono che solamente insieme avrebbero potuto trovare il lupo.
Fecero un piano e il giorno dopo si organizzarono di conseguenza.
In mezzo al bosco c’era una radura dove sorgeva una casa circondata da erbe medicinali. Dopo averla vista, il canguro si avvicinò, bussò alla porta e corse via velocemente. Il coniglio cercò di attirare il lupo con una carota, perché tutti erano a conoscenza del suo amore per le carote. Il lupo uscì e seguì inebriato l’odore della carota. L’elefante stava nascosto, ma appena sentì il rumore dei topolini, si spaventò e iniziò a correre. A causa del rumore dei passi e del panico generato dall’elefante, il lupo iniziò a correre senza rendersi conto che le mamme-animali avevano predisposto una trappola, che era stata preparata da tempo dall’orso. Egli, infatti, aveva fatto un buco e l’aveva ricoperto con dei rami. Quando il lupo cadde nella fossa, la tigre lo prese e il pinguino che era di ritorno dal fiume, lo legò con il filo da pesca. 

Gli si misero di fronte e gli chiesero: "Perché ci hai trasformato e dove i nostri figli? Ci mancano e siamo molto preoccupate per loro".
"Ero vicino al Centro Maternale e ho sentito che i bambini piangevano e voi non eravate vicino. Ho pensato che non volevate prendervi cura dei vostri bambini. Dove eravate?", disse il lupo.
"Ogni tanto abbiamo delle mancanze, perché a volte siamo stanche o non sappiamo come gestire alcune situazioni”, risposero le mamme.
"Lo so che non è facile essere una mamma. Ma voi potete, avete tutte le capacità, amate i vostri bambini e, qui, avete anche delle persone che vi possono aiutare e dalle quali potete imparare.
"E, quindi, adesso cosa possiamo fare?"
"Ho visto che vi potete organizzare, potete discutere, potete lottare per i vostri bambini e per il vostro benessere. Mi avete trovato: adesso vi mostrerò la strada per casa."
Tutti gli animali, compreso il lupo, si misero in cammino e ritornarono al Centro Maternale. 
Le mamme erano molto felici, ma non sapevano come avvicinarsi ai loro bambini, perché erano ancora animali. Allora il lupo disse: "Per togliere l’incantesimo, è necessario che vi stringiate in un abbraccio."
Gli animali fecero un cerchio, si abbracciarono ed improvvisamente tutto il  centro si illuminò, si sentì una dolce melodia  e tutti gli animali ritornarono ad essere umani.
Le mamme presero i loro bambini in braccio, li baciarono perché avevano sentito molto la loro mancanza. I bambini erano felici che le loro mamme erano ritornate alla casetta.
Ma il lupo era molto triste, non si sa perché. Alba-ca-Zapada rivelò a tutti che anche il lupo era stato stregato. E così decise di rompere l'incantesimo. Con un tocco di bacchetta magica, il lupo si trasformò in ..... 

….un uomo buono che si prende cura della salute dei bambini e delle madri al Centro Maternale.

Ora i bambini sono tra le braccia delle loro mamme e…. 
…vissero per sempre felici e contenti.
     

"Racconto invernale" ideato dalle mamme del Centro Maternale

giovedì 6 dicembre 2012

Shakireggiando: il video tanto atteso è arrivato!

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Nataleee!!!!!


Anche qui la Navidad è il periodo più festeggiato e atteso dell'anno.
Già ad ottobre arrivano le prime insegne e i primi messaggi pubblicitari e dall'aula di Multi del Guis (la classe dei bimbi con disabilità fisica severa) rieccheggiano incessantemente musichette navideñe, che ritrovo con stupore la sera al supermercato, mentre tento di farmi strada tra panettoni, festoni natalizi e ceste regalo.


Col primo di novembre scattano i grandi preparativi.
Managua si trasforma in una specie di Las Vegas adornando strade e rotonde con luci di tutti i colori dell'arcobaleno e oltre - spero non vogliate l'albero di Natale, al massimo qui possiamo offrirvi qualche palma! - e al Guis è gara tra alunni e prof (soprattutto!) a chi addobba la classe in maniera più ricca e originale... la classifica ufficiale deve ancora uscire, ma io al primo posto metterei la decorazione del Salón de Apoyo Pedagogico: un gran ramo spoglio piantato in un vaso a mo' di albero, tutto ricoperto di candido cotone con tanto di palline rosse-oro... et voualà, anche noi abbiamo la neve!


La competizione però va ben oltre e riguarda questioni sostanziali: nientepopodimeno che...
la FIESTA DE FIN DE AÑO!
Eh sì, perchè il 23 novembre è l'ultimo giorno di scuola e tradizione vuole che si chiuda l'anno in bellezza con un appuntamento in maschera per alunni e genitori in cui salutarsi e scambiarsi gli auguri.

Così, i giorni precedenti al grande evento, ogni classe ha inventato  e messo a punto un numero da presentare il 23: chi i 3 cerditos (3 porcellini) navideños, chi la vecchia fattoria (ovviamente in spagnolo... la finca de tio Tobía!), poi balli, canti, chi più ne ha più ne metta... e noi volontarie italiane, senza arte nè parte, ci mettiamo un bel numero a sorpresa.


Certo, forse tutti si aspettavano un'atmosfera natalizia strappalacrime... e invece, Signori e Signore, ecco a voi: SHAKIRA(S)!!!!





Buone risate...




...e Feliz Navidad a tutti!


lunedì 26 novembre 2012

giovedì 22 novembre 2012

Domnul sef

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Quando ti prepari per andare in missione (n.d.r. “svolgere un compito particolare fuori dalla sede abituale di lavoro”, nel nostro caso in Moldova) sei concentrato sugli obiettivi, le persone da incontrare, i progetti da conoscere o da valutare.
Se poi la meta da raggiungere è abituale, non ti preoccupi troppo del contenuto della valigia. Sai che gli amici ti accoglieranno come in famiglia e non incontrerai ombre di cui aver paura.



Punti la sveglia alle 4.30, il decollo a Malpensa è previsto alle 8. Affronti la fatica con serenità, perché hai la certezza che alla fine della giornata varcherai senza incertezze la soglia di casa.
Ad avere un po’ più di tempo, avrei corredato il post di una musica strappalacrime ma si sa, “noi abbiamo gli orologi…sono gli africani che hanno il tempo”.

Anche M&M&M, nonostante quintali di formazione interculturale, non hanno avuto il tempo…di pagare la bolletta della luce!!!!!!!

E così da un paio di giorni mi tocca condividere con il collega (altro M, un incubo!), in una romantica atmosfera, gli spazi vitali (ma proprio TUTTI) che una casa può offrire.
Per rimediare al nefasto scarto culturale, M cerca di rimediare colorandosi di nero e colorando M che stoicamente non oppone resistenza.


Decidiamo di immergerci nella cultura moldava e accogliamo con piacere la proposta di una cena in un locale non propriamente turistico. La città riserva sempre sorprese e così, mentre ci incamminiamo verso la ridente trattoria “Più sotto del bagno” (c’è poco da ridere…), rimaniamo colpiti da almeno un paio di stranezze.

La prima

La seconda merita il lancio di un nuovo concorso (scrivere le ipotesi nei commenti al post): 
cosa rappresenta questo cartello stradale?




La serata scorre piacevolmente…in particolare per M e M a turno vengono abbordati da un cortese quanto brillo signore che, ebbro di felicità, ci dona una caraffa di vino della casa!
Si torna a casa e ci si prepara all’evento della settimana:  tutto l’ufficio è fibrillazione per la conferenza che racconterà pubblicamente gli esiti di anni di un processo di lavoro promosso dalla chiesa locale e condiviso con generazioni di SCE.
Un manifesto pubblicitario ci ricorda che qui la strada da percorrere è ancora lunga…

Verso l'Europa: verso un futuro decente
Ore 7, suona la sveglia! Abbiamo messo in valigia il vestito della festa e finalmente, ora che la luce è tornata, possiamo guardarci allo specchio per farci belli.


La sala è gremita, gli studenti dell’Università che ci ospita, gli operatori sociali e le autorità ascoltano con attenzione i relatori. M termina il suo intervento tra gli applausi, gli amici di Diaconia sono contenti! 


Ora però pubblico il post che stasera si festeggia!


p.s. Dimenticavo. Questa volta mi porto a casa una  gratificazione grande almeno quanto il risotto alla salsiccia e il tiramisù cucinati da M. Il mitico signor Jacob, uomo tuttofare nonché “agente immobiliare nostrano”, interpellato per l’emergenza buio, entra in casa Caritas, mi riconosce (!?!), interrompe il vano tentativo di aggirare l’embargo dell’ENEL locale (collegando un numero imprecisato di prolunghe) e mi saluta dicendo: “Buna ziua domnul sef!"(buona sera signor capo!.
Questo si che è sentirsi a casa!

lunedì 19 novembre 2012

La comparsa

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Tra le forme d'arte che il mio mondo mi ha regalato, quella cinematografica è forse la più vicina a me per la sua completezza, il suo impatto sensoriale, la sua immediatezza ricercata. Mi piace osservare i visi degli attori, le loro espressioni, la loro finta verità.

Più di tutto, in ogni genere di film, sin da bambina, il mio interesse veniva catturato dai luoghi in cui l'azione si sviluppava e da quel numero infinito di persone che li popolavano: la stazione centrale di New York, le spiagge di una costa francese, i mercati rionali italiani, e tutti quegli omini indaffarati sullo sfondo che pensano solo a correre per andare a lavoro, prendere il sole o tuffarsi in acqua, fare la spesa; il tutto mentre gli attori protagonisti si impegnano a portare avanti la trama.

Mi domandavo se fossero stati filmati a loro insaputa mentre si trovavano lì, troppo immersi nelle loro attività quotidiane per accorgersi di una cinepresa.

E adesso mi trovo qui, e ho l'impressione di essere una di loro. Una di quelle comparse.

Tra stage, formazione, rientri per/dall'Italia (previsti e non), sono stata catapultata in un film in cui non avevo scelto di avere una parte, in un Congo che non era il mio.

Nel mio Congo la terra è rossa, il caldo è esagerato, il fiume è segnato dai percorsi delle piroghe, i visi pallidi sono pochi.


Nell'altro Congo polvere e paesaggio sono nerissimi, così come le strade attraversate da antenati della bicicletta in legno, da minibus che traboccano di gente, da camion carichi di ogni che, da fuoristrada sensazionali con il logo di una delle troppe ONG che hanno sede a Goma. Alle baracche (che poco hanno a che vedere con la fierezza e la dignità delle povere abitazioni kindulesi) si alternano simil-castelli avvolti nel filo spinato. Troppi dispongono di armi. Siano essi Caschi blu, siano essi centinaia di militari dell'esercito sparsi per la città, siano essi chi, non ci è dato sapere. Ci sono camioncini blindati, carri armati carichi di soldati UN tanto contenti dei loro stipendi, quanto ignari della ragione della loro presenza lì.

Ho avuto un impatto forte con l'altro Congo. Laddove anche passeggiare diventa un'attività pericolosa, ho avvertito una difficoltà estrema a conoscere e far mie le strade: se non lascio le mie impronte, come faccio a ritrovare il mio cammino?

Goma è una città in cui l'odore della guerra incombente è così forte che quasi non si riesce a respirare.

Eppure non mi ha lasciato un gusto amaro. Mi ha concesso il tempo di assaporare lentamente le sue rivelazioni.

Di giorno osservo questi congolesi di frontiera, che come delle formichine invadono e popolano Goma e la abbandonano di notte alla volta della più sicura e vicina Gyseni. E quelli che, invece, fanno il percorso opposto, per andare ad acquistare merce ruandese per poi rivenderla in Congo. Ma sono dei veri Congolesi? O è più corretto definirli Ruandesi? Certo il loro passaporto potrebbe darmi una risposta. Ma no. Questi popoli apparentemente nemici, appartengono alle loro terre e alla loro gente. E solo una stupida logica politica, intrisa di storia mal raccontata e di retaggio coloniale, può dare un senso plausibile a questi quesiti.

Di sera, invece, il coprifuoco costringe alla ritirata a casa e mi ridona il senso del buio, della notte, del calore domestico.

E piano piano scopro un sapore dell'altro Congo non cattivo, semplicemente diverso. Un po' come il sombe: chi arriva a Kindu dice che il suo sapore è diverso, più selvaggio. Le foglie di manioca sono le stesse, l'aspetto è identico, eppure..

L'aria cambia. E così la scenografia.

Con un aeroplanino UN sorvolo kilometri di terra inaccessibile e disabitata, rientro nella mia incantevole quanto isolata Kindu, abbracciata dal suo fiume e da una foresta equatoriale che tutto donano ai loro abitanti. Li ritrovo tutti lì, sempre in movimento nella loro immobilità forzata, e apprezzo la loro unicità culturale, affettiva e spirituale.

Sono in un altro film?

Forse sì.

Io sono ancora una comparsa. Che passa meno inosservata per via della sua pelle bianca (che poi tanto bianca non è).

Senza di me il film era cominciato. E così va avanti. Ma che occasione incredibile avere una particina in questa opera d'arte.



Chiara

venerdì 16 novembre 2012

Vita da SCE

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Kindu, R.D. Congo [Foto di Magda]


Ido che lavora, abbarbicato sull’antenna



Donne che decorticano il riso
proveniente dai campi, rive droite


Giordania [Foto di Dario]
 
 

 



Nicaragua [Foto di Emilia]
 
Moise - el juego
 
La famiglia Brambilla
 
 
Nicaragua [Foto di Beatrice]
 
Piscina versione Guis


 
 

Nicaragua [Foto di Elena]
 
Lactancia materna

Taller de sexualidad