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sabato 7 settembre 2013

PERU': QUELLI CHE...HUACHO

2 commenti:


Quelli che prima di partire…. 
se dicevi quechua pensavano subito alla decathlon

Quelli che prima di partire….
pensavano che le Ande fossero belle da svenire…ed infatti sono svenuti davvero!

Quelli che prima  di partire….
non giocavano a pallavolo dalle superiori (e si vedeva!) ma che in un mese hanno fatto, con i giovani di Huacho, più partite della Nazionale!

Quelli che prima di partire….
odiavano la matematica ma hanno capito quanto è bello farla insieme a 40 bambini scatenati


Quelli che prima di partire…
riuscivano a ballare  (ed ascoltare!) Gustavo Lima al massimo per 10 minuti ma dopo una settimana con le ragazze dell’orfanotrofio potrebbero entrare nel guinness dei primati e ballare per ore e ore….e ore “ Ai se eu te pego” ! 

Quelli che prima di partire…
non parlavano lo spagnolo ma adesso sanno tutta la storia del “sapo egoista”

Quelli che prima di partire…
avevano una valigia strapiena di regali per la tombola ed ora hanno la valigia piena dei sorrisi, degli sguardi e dei racconti di tutti i nonnini!



Quelli che prima di partire….
non avrebbero mai pensato di mangiare cipolla e pesce crudo alle 10 del mattino ma se la preparano per te i ragazzi speciali di Los Huacos ha tutto un altro sapore!

Quelli che prima di partire….
non facevano mai colazione ma adesso ripensando al desayuno della Domenica hanno gli occhi lucidi



Quelli che prima di partire….
sapevano poco del Perù ma ora sanno che i profumi, i suoni (quanto ci manca quello dei  mototaxi!),  l’ospitalità, la speranza, le lacrime ed i sorrisi delle persone che hanno incontrato occuperanno sempre un posto speciale nel loro cuore!!! 


Ps. un grazie speciale a Laura, Massimo, Pilar e padre Antonio che ci hanno accompagnato e sopportato durante quest’esperienza e alle ragazze di Huacho per averci fatto scoprire Carlos Vives!!

-Cantieristi Perù 2013-

venerdì 16 novembre 2012

Vita da SCE

Nessun commento:
Kindu, R.D. Congo [Foto di Magda]


Ido che lavora, abbarbicato sull’antenna



Donne che decorticano il riso
proveniente dai campi, rive droite


Giordania [Foto di Dario]
 
 

 



Nicaragua [Foto di Emilia]
 
Moise - el juego
 
La famiglia Brambilla
 
 
Nicaragua [Foto di Beatrice]
 
Piscina versione Guis


 
 

Nicaragua [Foto di Elena]
 
Lactancia materna

Taller de sexualidad
 
 

mercoledì 24 ottobre 2012

La fuga dei disperati

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Intervista dell'agenzia SIR a Dario, poco noto (sigh;)) ai lettori di questo blog, volontario del servizio civile Caritas in Giordania.
 
 
In Siria la situazione umanitaria si fa di ora in ora sempre più grave e da alcuni giorni, informa Caritas italiana, si sono persi i contatti con la Caritas locale, non raggiungibile né con il telefono né per e-mail. Mons. Antoine Audo, presidente di Caritas Siria, nell’ultimo messaggio inviato scrive: “Il mio posto è ora vicino ai miei fedeli, che non posso e non voglio assolutamente abbandonare”. La Giordania è il Paese con il più alto numero di profughi dalla Siria, in drammatico aumento nelle ultime settimane: dall’inizio della crisi, lo scorso anno, sono oltre 160 mila. Prima ne arrivavano 500 al giorno, ora 3-4 mila. La scorsa settimana circa 30 mila persone hanno abbandonato la Siria verso i Paesi limitrofi. Per rispondere all’emergenza il governo giordano ha allestito due settimane fa il campo profughi di Zata’ari, a 60 chilometri da Amman, che ospita attualmente 20 mila siriani. Il campo, gestito dall’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), ma presidiato dalle forze dell’ordine giordane, è sovraffollato, manca l’energia elettrica e di recente vi sono stati anche dei tafferugli. Conoscono bene la situazione due giovani di Caritas Ambrosiana – Dario Zanardi e Cristina Pianca – che da sei mesi svolgono il servizio civile a supporto di Caritas Giordania. Vivono ad Amman e tre giorni a settimana lavorano in centro, in una parrocchia di Mafraq, al confine con la Siria. Qui Caritas Giordania ha censito 25 mila rifugiati. Caritas italiana auspica oggi “una crescente solidarietà” e chiede alla comunità internazionale di “compiere con responsabilità tutti gli sforzi per porre fine alle violenze”. Dall’inizio dell’emergenza profughi è stato messo a disposizione un primo contributo destinato alle famiglie, ma solo in Siria occorrono già altri 170 mila euro per estendere l’intervento in atto. Patrizia Caiffa, per il Sir, ha intervistato in Giordania Dario Zanardi.

Come arrivano i profughi siriani in Giordania?

“Fuggono da Homs, da Damasco, da Aleppo. Arrivano in auto ma passano il confine di notte, a piedi, camminando tre/quattro ore nel deserto. Il flusso maggiore è in Giordania perché la Turchia ha chiuso le frontiere, mentre la situazione libanese è complessa. Il governo giordano ha la volontà di aiutare i profughi, ma al confine ogni notte si verificano ‘scaramucce’ di frontiera, perché l’esercito siriano spara sui profughi in fuga mentre i militari giordani rispondono con fuoco di copertura”.

A Mafraq in che condizioni vivono?

“Vivono in box, garage, negozi, uffici, pagano un affitto di 100-150 dinari al mese. Alcuni sono ospitati, a pagamento, dai parenti. Sono abitazioni di fortuna di una, massimo due stanze. Arrivano senza nulla e le condizioni abitative sono pessime. Dormono su coperte stese in terra per cercare d’isolarsi dal freddo. Alcuni hanno ricevuto un aiuto economico dalle agenzie delle Nazioni Unite per alcuni mesi”.
 

Quali agenzie umanitarie sono presenti? Che tipo di assistenza forniscono?

“Oltre all’Unhcr operano Caritas Giordania e due organizzazioni islamiche. Vi sono due registrazioni parallele: quella dell’Unhcr, che garantisce ai profughi di entrare nella procedura per la richiesta di asilo politico, ma molti non si registrano perché hanno paura di essere identificati per timore di ritorsioni. E quella di Caritas Giordania, che ha conquistato molta fiducia sul campo. Tra le due realtà c’è collaborazione. In questo modo Caritas Giordania sa dove si trovano i profughi, come sono composte le famiglie, se ci sono persone malate o bambini e neonati. Vengono avvertiti telefonicamente in occasione delle distribuzioni di generi alimentari, beni per l’igiene personale, coperte e piccoli elettrodomestici come fornelli e ventilatori. Le famiglie sono quasi tutte musulmane, con bambini in età scolare e neonati che hanno bisogno di latte in polvere e pannolini”.
 
Cosa fate per i bambini?
 
“I bambini dovrebbero essere inseriti nelle scuole statali, ma è ancora in discussione, al Parlamento giordano, un progetto di legge in materia. Perciò, nel frattempo, tra alcuni giorni avvieremo un progetto educativo, in collaborazione con Caritas Polonia, rivolto a 150 bambini dai 5 ai 13 anni, con insegnanti locali. Una sorta di doposcuola con l’insegnamento delle principali materie, per non perdere l’anno scolastico. Per fortuna il dialetto giordano e quello siriano sono affini e non ci sono grossi problemi di comprensione reciproca”.

Com’è la situazione sanitaria?

“È grave. Arrivano molte persone ferite da armi da fuoco, tutti soffrono di malattie post traumatiche legate allo stress, come asma, ansia, pressione alta. Hanno problemi alla vista, diabete, alcuni hanno bisogno di dialisi. Ho visto la radiografia del cranio di un bambino con un proiettile in testa. Fortunatamente si è salvato. Nel campo di Zata’ari ci sono già tre ospedali gestiti da Francia, Marocco ed Emirati Arabi. Anche l’Italia ha allestito da poco, nei dintorni di Mafraq, un ospedale, con personale sanitario e della Protezione civile. Caritas Ambrosiana ha invece avviato una campagna di raccolta fondi per l’acquisto di un’ambulanza per l’assistenza dei profughi al confine”.
 

Pare che il campo di Zata’ari sia sovraffollato e a rischio collasso…
 
“Sono stato una volta, c’erano 6 mila persone. Ora si parla di 16-20 mila persone. All’inizio ci sono stati molti episodi negativi, le condizioni non erano buone, mancava l’acqua, il cibo. Il governo giordano si è trovato a dover reagire all’emergenza dovuta dall’aumento enorme dei flussi. È ovvio che tutte le risorse sono ancora destinate alla prima assistenza, ma pian piano la situazione sta migliorando. Ci preoccupano maggiormente le condizioni dei bambini, che sono le prime vittime dei cicloni di sabbia del deserto, con problemi respiratori e alla vista”.

Quali storie raccontano i profughi?
 
“Quando si parla con i profughi non si entra nelle questioni politiche, anche perché la situazione da qui non è ben chiara, non si capisce cosa stia realmente accadendo in Siria. In Occidente, invece, la lettura della situazione è univoca. I profughi fuggono da città deserte, devastate da bombardamenti e combattimenti, nelle quali non è più possibile vivere. Alcuni si rifugiano nei villaggi interni, altri passano il confine giordano per disperazione. È difficile capire da chi sia composto l’esercito ribelle – si parla anche di terroristi legati ad Al Qaeda – e che ruolo abbia veramente Assad. Non è chiaro chi provochi le stragi e cosa ci sia dietro. I profughi sono tutti contro Assad, ma i siriani che vivono ad Amman, e hanno ancora le famiglie in Siria, appoggiano il regime”.

lunedì 12 marzo 2012

Giordania: stereotipi utopici

5 commenti:

Ormai sono trascorse più di due settimane dal nostro arrivo in Giordania...

... "mmm.. ma dove sono?" la camera bianca, un po' ospedaliera, è la prima cosa che riporta alla realtà: "buongiorno, sei ad Amman, te lo ricordi?" odiata sveglia che suona sempre puntuale alle 7 di mattina... è vero... siamo proprio ad Amman…  
Due settimane sono giusto il tempo necessario per capire che si sta vivendo una nuova realtà. 

Ma gli stereotipi di un paese immaginato a lungo sono già crollati tutti, o quasi. 

Primo: la Giordania è un paese arabo e nei paesi arabi guidano come pazzi. Rischieremo la vita ogni volta che prenderemo un taxi.
Non è così. Incredibilmente in Giordania gli stop,i sensi unici, i semafori vengono rispettati, la velocità, seppur non proprio moderata, non è da primato di formula uno e per ora non abbiamo neanche visto nessuno di quei fantastici taxi in cui si deve per forza salire in 7, autista compreso, e si finisce inevitabilmente spiaccicati contro il finestrino. L'attraversamento della strada è comunque uno sport ancora un po' rischioso, da praticare quando si sono sviluppate buone doti di agilità e velocità.

Secondo: La Giordania è un paese arabo e tutti cercheranno di attaccare bottone una volta capito che hanno di fronte degli stranieri.
Niente di più sbagliato. Qui a nessuno frega nulla che tu sia italiano, iracheno, cinese o della Groenlandia, a prescindere dalla tua nazionalità tutti si fanno i cavoli loro.


Terzo: La Giordania è il paese della Regina Rania, che è una banalità ma quando abbiamo comunicato  a parenti e amici che saremmo partiti per un anno per il servizio civile all'estero nel suddetto stato la maggior parte delle persone ci rispondeva: " oh che bello! Il paese della principessa!". Eh chi non la conosce d'altronde? E' bella, socialmente impegnata, emancipata, occidentalizzata... E forse è proprio quest'ultima caratteristica a causarle il maggior numero di problemi; Rania si veste all'occidentale, è vero, e questo a molti non sta molto bene, ma, nonostante ciò, molti giordani non hanno nulla da ridire sulla sua mise così poco tradizionale contestandole bensì il ruolo troppo influente che esercita a corte. Rania è una regina politicamente impegnata, la sua opinione è ascoltata ed influisce in modo decisivo sulle decisioni politiche del re e questo, ovviamente, piace poco a chi ha ancora una visione molto tradizionalista della donna. Quindi avrete già ben capito che nella sua terra non è così amata. 
Se poi ai motivi sopra elencati aggiungiamo che è di origine palestinese, la nazionalità dei numerosissimi rifugiati che si stono stabiliti in Giordania, indebolendone, secondo il parere di molti, la già fragile economia, che recentemente la sua famiglia è stata al centro di una serie di scandali riguardanti la corruzione e che lei stessa mostra vere e proprie tendenze allo sperpero degne della celebre Maria Antonietta organizzando per i suoi 40 anni sontuose feste nel deserto del Wadi Rum, possiamo capire quanto la sua popolarità sia limitata in patria.

Quarto: La Giordania è un paese arabo e quindi le città saranno molto caotiche, perennemente rumorose, il nostro viaggio sarà ovunque accompagnato da un vociare concitato, verremo bombardati da una cozzaglia di suoni, rumori e voci.
E invece indovina un po'? Silenzio... solo il rumore di un traffico ordinato ma comunque un po' congestionato. Ogni tanto passa il tamarro di turno con la nuova hit di ‘discotruzzeriaaraba’ a palla, ma è l'eccezione e non la regola. Il tono di voce che usano per strada è molto più sommesso del nostro siccome noi, come ogni italiano che si rispetti, ce ne andiamo in giro a parlare e a ridere ad alta voce sovrastando la quieta Giordana che più di paese arabo sa di nord europa.
                                                                                                                                                                                                       
Quinto: la Giordania è un paese arabo e quindi è un paese di emigrazione.
Mai idea fu più sbagliata. 
La Giordania è il paese che ha ospitato il maggior numero di Palestinesi, 1.700.000 dal 1948. Più recentemente ha ospitato molti iracheni un fuga dal conflitto del 2003 e proprio ora si sta attrezzando alla frontiera nord per ospitare i profughi siriani che già hanno cominciato ad abbandonare il loro paese.
Inoltre molte famiglie più o meno benestanti della capitale si avvalgono dell’aiuto di domestici stranieri, provenienti soprattutto da Filippine, Sri Lanka e Indonesia. In tutto i collaboratori domestici sono circa 70.000, 
non pochi se rapportati alla popolazione Giordana che raggiunge appena  i 6 milioni di individui.


Sesto: La Giordania è un paese caldo.
Che in linea di massima è vero… però a volte in inverno nevica anche ad Amman, la temperatura scende sotto lo zero e fa freddo, molto freddo. La maggior parte delle case sono costruite per rimanere fresche durante l’estate e quindi con la pioggia e la neve diventano umide e gelide e questo l’abbiamo proprio sperimentato sulla nostra pelle trascorrendo 4 giorni sepolti  sotto le coperte abbracciati a delle bottiglie piene di acqua quasi bollente nel tentativo, abbastanza vano, di scaldarci un po’.

Ma ora è tornato il sole e la primavera fa sbocciare i ciliegi per le strade di Amman, illuminando i mille volti di questa Giordania ancora tutta da scoprire e che non smette mai di sorprenderci.

venerdì 10 febbraio 2012

In partenza

3 commenti:


Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

                                                                                 Konstantinos Kavafis

“Itaca”, una poesia che è metafora del viaggio, una poesia che incarna il mio sentirmi curioso e alla scoperta, all'inizio di questa esperienza di servizio in Giordania.