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venerdì 25 ottobre 2019

Aswat min al-sharq al-awsat/Voci dal Medio Oriente

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Da ormai una settimana, numerose proteste infuocano il Libano all’interno di quello che è considerato uno dei più grandi movimenti di contestazione scoppiati nel paese. Le manifestazioni, iniziate giovedì sera dopo l’annuncio del governo di voler imporre una tassa sulle chiamate via app, si sono velocemente diffuse in tutte le regioni da nord a sud e hanno portato in piazza richieste e rivendicazioni derivanti da un malcontento diffuso tra la popolazione messa in ginocchio da una crisi economica in cui il paese sta sprofondando da diversi anni. 

Le poteste sono cominciate in maniera spontanea giovedì sera (17 ottobre) e non sembrano volersi placare in tempi brevi: nonostante l’approvazione – nella giornata di lunedì – di un piano di riforme straordinarie condiviso da tutti i vertici del governo, tantissime persone sono rimaste nelle strade delle città più importanti del Libano rifiutandosi di rinnovare la fiducia ad un governo corrotto e immobile di fronte ai bisogni di una popolazione sempre più in difficoltà.

Centinaia di migliaia di giovani, sia uomini che donne, sono i protagonisti indiscussi delle proteste di queste intense giornate. Un cordone di più di trenta donne ha presidiato per diversi giorni la folla a Riad al-Solh Square separando, di fatto, un ingente schieramento di forze di polizia dal resto dei manifestanti. L’immagine stilizzata della ragazza che giovedì sera – durante il primo giorno di proteste – ha colpito con un calcio una delle guardie ministeriali di Akram Chehayeb è diventata virale sui social ed è presto divenuta una delle icone delle rivolte di questi giorni. Moltissimi i cori presi in prestito dalle cosiddette “primavere arabe”, tanti gli slogan che prendono di mira ministri nello specifico come Gebran Bassil, dal 2015 leader del Free Patriotic Movement e attualmente Ministro degli Affari Esteri e Migrazione. 

In piazza non sono presenti simboli facenti riferimento a partiti politici ma solo bandiere libanesi: le dissidenze politico-religiose che hanno contraddistinto la società libanese negli anni della guerra civile e, più in generale, nel corso della storia contemporanea del paese, sembrano aver lasciato spazio ad una folla compatta e unita contro l’élite politica libanese, della quale si chiedono a gran voce le dimissioni. 

Il centro di Beirut, conosciuto come downtown, non è mai stato così vivo e popolato di gente: da anni ormai (e, più in generale, da quando negli anni ’90 è stata affidata la ricostruzione post bellica del centro città a Solidere, società in mano alla famiglia del Primo Ministro Hariri) politiche neoliberali di gestione dello spazio urbano hanno trasformato il centro di Beirut in una città fantasma, totalmente priva di spazi pubblici di aggregazione e completamente asservita allo sfruttamento capitalista guidato dalle élite libanesi e del Golfo che si sono spartite questi spazi.

La riappropriazione dello spazio urbano è diventato, dunque, un elemento chiave in questi giorni di proteste: Martyrs’ Square, la piazza antistante la moschea El-Amin e che da anni viene utilizzata come parcheggio, è gremita di gente che balla, canta, gioca a carte e fuma narghilè. Due edifici storici del centro, simboli della guerra civile, sono stati riaperti e occupati dai manifestanti: uno è un teatro costruito più di cento anni fa dall’architetto Youssef Aftimus e utilizzato come cinema a luci rosse durante la guerra; l’altro è il famoso cinema di forma ovale “The Egg”, la cui costruzione iniziò nel 1965 e che non venne, tuttavia, mai portata a termine. Questi luoghi sono diventanti, da un giorno all’altro, spazi di aggregazione e socialità a lungo negati ad una società civile tra le più attive in Medio Oriente: giovani e meno giovani vi si ritrovano improvvisando serate musicali, spettacoli di giocoleria e di danza dabke. Inoltre, giovani artisti animano le strade di downtown facendone rivivere gli spazi attraverso la street art. 

La rabbia e la frustrazione di un popolo, per troppo tempo represse da speranze e false promesse, sono esplose in un attimo: sui giornali qualcuno ha parlato della “rivolta di Whatsapp”, riferendosi al tentativo del governo di tassare una delle applicazioni più utilizzate nel paese, ma ciò che si vede per le strade di Beirut è molto più di questo. Tutta la popolazione libanese, capeggiata dalle nuove generazioni, è in piazza per reclamare un futuro diverso, in cui la migrazione all’estero non debba per forza essere inserita nella propria agenda e dove l’etichetta del confessionalismo, a volte troppo riduttiva rispetto a quella che è la complessità libanese, possa essere messa da parte per fare spazio a dei diritti civili slegati da qualsiasi appartenenza religiosa.

 





sabato 14 settembre 2019

Libano. Domestic workers: una moderna forma di schiavitù

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Parlare del Libano non è semplice, immaginatevi scriverne. I giorni che ho trascorso nel paese dei cedri (ormai ne sono rimasti pochissimi) sono stati una centrifuga di incontri, chilometri, check point e manoush. Le 24 ore di una giornata libanese erano così piene che in alcuni momenti sembravano essere poche.
Tra tutte le realtà presenti in Libano ce n’è una poco conosciuta, quella delle domestic workers ed è proprio di questo che cercherò di scrivere e trascrivere qui quello che ho imparato e annotato di giorno in giorno sul mio taccuino. Quando si parla di domestic workers si parla donne (alcune molto giovani) provenienti principalmente da Africa e Asia che si ritrovano intrappolate in un sistema di human trafficking. Cerco di spiegarmi meglio. La maggior parte delle famiglie libanesi ha una domestic worker in casa. Avere una domestica è (quasi) la normalità in Libano, indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia; pensate che le case vengono progettate già con una piccola (a volte piccolissima) stanza dedicata a questa figura. Fin qui uno potrebbe pensare: dov’è il problema?
Per capire questo fenomeno bisogna fare un passo indietro e spiegare cos’è la Kafala. Le lavoratrici domestiche arrivano in Libano tramite uno sponsorship system, che è appunto chiamato Kafala, secondo il quale il lavoratore/la lavoratrice straniero/a può entrare e soggiornare legalmente nel paese solo se è “sponsorizzato” da un datore di lavoro libanese, che per tutta la durata del contratto di lavoro ne diviene una sorta di tutore. Questo fenomeno è regolato e riconosciuto dalla legge libanese. Purtroppo però, nella pratica, la condizione di lavoro di queste donne diviene presto una condizione di schiavitù moderna. La maggior parte di queste sono costrette a lavorare con ritmi serrati senza avere ore (e giorni) di riposo, addirittura ad alcune si vieta l’uscita dalle mura domestiche, a molte non viene dato lo stipendio stabilito (questo può andare avanti anche per anni!), in alcuni casi le si priva del cibo e altre ancora subiscono abusi fisici, psicologi e sessuali. Come se non bastasse, all’arrivo nelle famiglie, alla maggior parte vengono confiscati cellulare e documenti direttamente dal datore di lavoro: questo funziona come ricatto poiché consente a quest’ultimo di instaurare un rapporto vincolante (dal momento che la lavoratrice domestica non può interrompere il contratto di lavoro se non con l’accordo del datore). L’unica soluzione per queste donne è la fuga dalla famiglia con il rischio di essere arrestate dalla polizia e rinchiuse in centri di detenzione, poiché nella loro condizione, senza documenti, la loro presenza risulta essere illegale su territorio libanese. A livello teorico ci sarebbero molte altre cose da dire, come per esempio come queste donne non siano tutelate dei diritti dei lavoratori o delle leggi emanate dagli stessi paesi di partenza che proibiscono l’emigrazione per lavorare come collaboratrici domestiche… ma non scriverò nulla di tutto ciò, rischierei di diventare noiosa. Preferisco raccontarvi cosa abbiamo fatto noi.
Noi volontari siamo stati in due centri di accoglienza e assistenza per lavoratrici migranti gestiti da Caritas Ambrosiana in collaborazione con Caritas Libano. Immaginatevi questi shelter come dei luoghi sospesi nel tempo e nello spazio. Nel tempo perché quanti giorni starai dentro lì nessuno lo sa, a volte qualche mese, a volte anche più di un anno; l’unico tempo presente è quello dell’attesa, attesa del rimpatrio o del reinserimento lavorativo in Libano. Nello spazio perché fisicamente lo shelter è l’unico spazio vivibile durante questa attesa, tutto quello che succede, succede all'interno del centro.
Quello che cercavamo di fare noi era di spezzare questo senso di sospensione e, nei modi più diversi, cercare di riportare a una percezione del reale. Laboratori di perline, di borsette, di cucina, tornei di pallavolo, giochi con la musica, con l’acqua, sfilate, yoga, canzoni, chitarra, balli, sessione di trucco, smalto, henné. Tutto per riempire e qualificare il tempo. Aspettare non mi è mai piaciuto, né ferma in macchina, né per ricevere una risposta, né per stare in coda alle poste. Attendere può essere snervante, faticoso, doloroso e delirante. Queste donne, invece, mi hanno insegnato silenziosamente che il tempo dell’attesa serve, a volte è necessario e ingiustamente imposto. Così come è imposto anche lo spazio, che in qualche modo diventa la tua casa, il tuo alloggio senza che tu l’abbia scelto. Ecco che quindi “casa” non è più il luogo dove ti aspetta il calore umano, ma è, prima, la tua stanzina nella quale sei costretta a dormire e svegliarti al mattino presto per lavorare, poi, un centro di accoglienza dove ti ritrovi in una camera con altre donne che sono vittime come te di traffico di esseri umani.

Questa delle domestic workers è solo una delle tante e infelici realtà presenti in Libano. Ci sarebbe poi da scrivere anche dell’emergenza dei profughi siriani e di quando sono entrata in un campo profughi siriano, dei minori stranieri non accompagnati, delle condizioni dei palestinesi in Libano, dell’emergenza rifiuti, del confessionalismo… ma tutto questo, se volete, davanti a un caffè (con lo zucchero).

Anna Gritti

mercoledì 28 agosto 2019

Libano. Incontro

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Qualche giorno dopo il mio ritorno in Brianza osservo attentamente tutte le foto che ho scattato e rivivo volti, sguardi, gesti, paesaggi e istanti delle tre settimane trascorse a Beirut. Tre settimane piene, vere, caotiche e ricche di incontri. Incontri a cui ogni giorno, lentamente, ho dato l’opportunità di cambiare la costellazione della mia personalità. Ho imparato cosa significa mettersi al servizio di qualcuno senza la pretesa di aiutare, di essere indispensabile o di cambiargli la vita.


“Ma per servire dobbiamo mettere in gioco qualcosa di più della nostra forza. Dobbiamo mettere in gioco la totalità di noi stessi, attingere all'intera gamma delle nostre esperienze. Servono anche le nostre ferite, i nostri limiti, perfino i nostri lati oscuri. La nostra interezza serve l’interezza dell’altro e l’interezza della vita. Aiutare crea un debito. L’altro sente di doverci qualcosa. Il servizio, al contrario, è reciproco. Quando aiuto provo soddisfazione; quando servo provo gratitudine. Servire è inoltre diverso dal provvedere. Quando cerco di provvedere a qualcuno, vedo nell'altro qualcosa che non va. È un giudizio implicito, che mi separa dall'altro e crea una distanza. Direi quindi che, fondamentalmente, aiutare, provvedere e servire sono modi di vedere la vita. Quando aiutiamo, la vita ci appare debole. Quando cerchiamo di provvedere, ci sembra che abbia qualcosa che non va. Ma quando serviamo, la vita ci appare completa, e siamo consapevoli di fare da canale a qualcosa di più grande di noi.”

Mettersi al servizio, per me, ha voluto dire stare davanti alle persone che ho incontrato senza bisogno di sapere la loro storia, senza anteporre un’etichetta alla loro umanità. Ha voluto dire riscoprirmi strumento. Perché a dire il vero la maggior parte delle attività che abbiamo proposto nei centri erano cose che io “non sono capace”. Ma in quel momento mi era chiesto proprio quello e quasi senza rendermene conto mi sono ritrovata a mettere in gioco tutti i miei limiti. Per provare a mostrare qualcosa di bello. Esempi pratici: parlare con un’adolescente che mi racconta cose più grandi di lei, giocare coi bambini senza capire una parola di quello che mi dicono, mettere lo smalto, tatuare con l’hennè, fare yoga, cucinare la pizza o impastare gli gnocchi.
Mettersi al servizio significa anche sentirsi rispondere no e rispettare il silenzio. Significa anche accettare che qualcuno non voglia farsi conoscere o conoscerti, o che non voglia partecipare all'attività che hai proposto. Significa non mettere la propria pretesa davanti alla persona.


Più riguardo le foto più mi chiedo cosa sarà del futuro delle persone che ho incontrato. Se riusciranno a uscire dai centri e riprendere in mano la loro vita. Se finalmente (ri)troveranno casa e qualcuno che vuole loro bene. Se potranno finalmente scegliere e non subire. Per me prendere coscienza e toccare con mano che la possibilità di scegliere non è scontata per tutti è stato come uno schiaffo. Io posso prendere un aereo e partire. Io posso entrare e uscire dal cancello di uno shelter. Io posso scegliere se studiare, cosa studiare, dove studiare. Perché spesso scelgo di farmi scegliere? Continuerò a farmi scegliere o finalmente sceglierò? Avendone la possibilità ora ne sento il dovere, perché non sia tutto indifferenza.

Io sono convinta che tutte le persone che ho incontrato e che incontrerò contribuiscano a costruire ciò che io sono e sarò. Dalla ragazza che in uno shelter mi porta a vedere il tramonto più bello della mia vita al profugo siriano che nella sua tenda mi offre un thè e una sigaretta, o ai volti che ho fotografato nel quartiere armeno di Beirut.

Ancora non so bene come questi incontri mi abbiano cambiata e se e come continueranno a farlo, ma forse il bello è proprio scoprirlo giorno dopo giorno.

Mi auguro di non smettere mai di crescere e cambiare ogni giorno grazie all'incontro con chi è Altro da me. Mi auguro di non smettere mai di aver voglia di cercare e scoprire.

Grazie Libano, sei stato casa per tre settimane.

Marta Sanvito

venerdì 2 agosto 2019

Rane bollite

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Domani parto, vado in Libano e ci starò per un po'. La valigia è pronta, ma l’ho già aperta e disfatta almeno quattro volte per controllare che tutto sia al proprio posto (che poi… “tutto” cosa?). Non ho mai imparato a fare le valigie, ho sempre riempito tutto lo spazio vuoto con vestiti per ogni evenienza e cose che –posso dirlo tranquillamente- avrei fatto meglio a lasciare a casa. È come se, in qualche modo, riempire la valigia prima di partire fino a far saltare la cerniera mi tranquillizzasse. Una sorta di horror vacui della valigia, potrei definirlo.
L’ultimo viaggio che ho fatto mi ha costretta a partire con l’essenziale e questo ha evitato la classica scena di me, seduta sulla valigia in aeroporto, mentre cerco disperatamente di far congiungere i due lembi della cerniera. Ma lasciare casa con lo stretto indispensabile mi ha insegnato che si può tornare con mezzo chilo di sabbia rossa del deserto del Sahara, per esempio, e che la valigia piena dell’andata è sempre stata solo una rassicurazione della quale avevo bisogno per me stessa.
Mentre ripiego le magliette il mio pensiero va a Silvia, Silvia Romano. Non credo di essermi sentita tanto vicina ad una persona che mai ho conosciuto. Guardo mia mamma che passa dal corridoio e penso alla mamma di Silvia, a quanto sia difficile per lei arrivare a fine giornata. Se fosse qui le direi una sola cosa: che di sua figlia deve essere solamente orgogliosa. Chi ha fatto almeno un viaggio di volontariato lo sa, per decidere di partire ci vuole coraggio. Non si parte con l’intento di cambiare il mondo e non si parte tanto per partire; voler intraprendere un’esperienza di volontariato è una delle cose più serie che si possa decidere di fare.
E oggi decidere di non star fermi significa non accettare passivamente tutto il degrado, le vessazioni, la scomparsa dei valori e dell’etica che derivano da questo continuo subire, in silenzio, senza mai reagire. Oggi decidere di decidere è l’unico modo per non diventare rane bollite *

* “Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell'acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.” Tratto dal libro “Media e Potere” di Noam Chomsky

Cosa fare quindi? Avere la determinazione di saltare fuori dall'acqua che si riscalda finché se ne hanno ancora le forze, prima che sia troppo tardi. Farsi condizionare il meno possibile dall'odio e dall'indifferenza.
Eppure ci sono giorni più difficili in cui mi sembra di vivere solo tra rane bollite, rane che gracidano un odio assordante e sputano rabbia. Giorni in cui mi sembra di vivere in un mondo al contrario e maledettamente ingiusto, nel quale non si riflette più neanche prima di pensare, nel quale tutto diventa un caso politico, prima ancora che umano, nel quale solo una foto sulla prima pagina dei giornali ci fa aprire per un attimo gli occhi dal nostro sonno indifferente. Ma possibile che abbiamo bisogno di fotografie che ci sbattano davanti agli occhi l’orrore umano per smuoverci anche solo per qualche attimo? Forse è perché ci stiamo abituando al ribrezzo o, meglio ancora, ci stiamo facendo seppellire da sentimenti di becero individualismo e dispersivo collettivismo.
Ma forse è proprio questo il tempo giusto per vivere nel rischio. Ray Bradbury scrisse: “Vivere nel rischio significa saltare da uno strapiombo e costruirsi le ali mentre si precipita”. Così noi dobbiamo essere rane che hanno il coraggio si saltare fuori, anche senza certezze e senza essere sicure di farcela. Tutto questo però ad un’unica condizione: impegnandosi a “volare”.
Io domani parto e parto perché non voglio diventare una rana bollita o perlomeno voglio essere una rana consapevole. Io domani parto perché posso farlo, perché ho la libertà di spostarmi, di oltrepassare i confini sapendo che nessun abisso inghiottirà il mio corpo.
Quante volte diamo tutto per scontato?

Anna Gritti

venerdì 24 maggio 2019

«Ana bil-ghorba»

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Il termine arabo «lghorba» non è traducibile in italiano con una sola parola. Le tre radici di cui è costituito, la غ (ghayn), la ر (ra) e la ب (ba) fanno riferimento ad una sfera semantica particolare, quella legata all’Occidente. I vocaboli che si possono ottenere attraverso la manipolazione linguistica di queste tre radici non sono esclusivamente legati, tuttavia, a delle nozioni geopolitiche (l’Occidente tout court, per esempio) o direzionali (l’Occidente in quanto punto cardinale dove tramonta il sole), ma possono rimandare a dei concetti legati ad una sensazione di estraneità e lontananza fisica o mentale. 

Lghorba è, per l’appunto, uno di questi e porta con sé tutto il peso del suo significato materiale e astratto: non è solo una condizione di effettiva distanza dal proprio paese (che potrebbe essere tradotto in italiano con il termine «esilio»), ma anche un sentimento di congedo – talvolta forzato – dalla propria terra e dalla propria realtà.
La prima volta che sono entrata in contatto con questa parola stavo leggendo alcuni articoli relativi alla migrazione marocchina in Italia, fenomeno particolarmente osservabile in determinati quartieri della mia città natale, Torino. Sapevo, inoltre, che molti giovani cantanti nordafricani avevano dedicato le loro canzoni hip-hop al ghorba, molto spesso denunciando gli effetti devastanti della migrazione forzata verso l’Europa e utilizzando, allo stesso tempo, l’elemento musicale come strumento di riscatto da una vita condannata all'esilio dalla propria terra. Si può dire, dunque, che la mia conoscenza del termine sia stata fino ad un certo momento legata a fenomeni di mobilità e di migrazione economica e/o forzata dai paesi del Nordafrica verso l’Europa. 

Tuttavia, vivendo in Libano e parlando con alcuni amici provenienti da diversi paesi arabi ho scoperto che lghorba viene utilizzato nel linguaggio corrente anche quando la condizione di lontananza è legata ad un progetto personale voluto: ana bil-ghorba, sono nel ghorba e dunque sono distante da casa, dalla mia famiglia. Eppure, se penso alla mia situazione in quanto expat, lontana da casa e dalla famiglia, faccio difficoltà a fare mio questo termine, non solo per una questione strettamente linguistica.


Penso al campo profughi di Tel Abbas, situato nella parte settentrionale del Libano, a 5 kilometri dal confine siriano. Salendo su uno degli edifici in muratura che circondano il campo si possono vedere in lontananza le colline e le prime abitazioni della Siria. Penso a quale sensazione si possa provare ogni giorno scorgendo da lontano il proprio paese, la propria casa, senza poterci tornare.
Il campo palestinese di Rashidieh, costruito sul mare subito dopo le spiagge della città di Sur (Tiro) dista pochi kilometri dalla Linea Blu, la linea di demarcazione tra il Libano e Israele istituita dalle Nazioni Unite nel 2000. Di notte, se il cielo è particolarmente limpido, è possibile scorgere le prime luci della Palestina. 

Nel giro di pochi giorni, da nord a sud, questi due panorami mi hanno travolto facendomi riflettere sul significato del ghorba e sul perché fosse così difficile identificarmici. Una delle tante riflessioni che ho provato a sviluppare riguarda la nascita di questo termine all'interno di un sistema linguistico preciso, quello arabo e, allo stesso tempo, la sua assenza in una lingua come può essere, per l’appunto, l’italiano. Ed è proprio in questo contesto che la parola assume ed esercita potere, nella misura in cui si fa portatrice di disuguaglianze o privilegi, di esclusione o inclusione, assumendo contorni sfumati a seconda della direzione in cui si guarda. 


La spiaggia di Sur (Tiro). In lontananza, il campo palestinese di Rashidieh. 



mercoledì 30 gennaio 2019

Il mio fedele amico verde

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Lo zaino è stato il mio fedele amico verde negli ultimi quattro anni, mezzo vuoto, pieno di libri, pieno di vestiti, strabordante di cibo, biscotti, salami, fiori, ricordi, su e giù per l’Europa, a volte per piacere ma anche per dovere.


Adesso, dopo due anni di andirivieni tra Madrid e Padova, finalmente sperava di riposare un po’, di rimanere tranquillo a casa, in Italia, semmai qualche viaggio di piacere ogni tanto per vedere qualche città nuova, qualche amica dispersa qua e là. E invece il mio fedele amico verde non si può rilassare neanche un attimo. Dopo il rientro dalla Spagna eccolo già pieno di altri vestiti, altre emozioni, altre aspettative per una nuova partenza, un nuovo viaggio, una nuova destinazione. In queste settimane l’ho fatto riposare e prendere fiato a casa, perchè so che questo nuovo viaggio lo metterà nuovamente alla prova, con colori, odori e voci completamente nuovi. Dopo essersi abituato allo spagnolo e ai ritmi iberici, adesso dovrà abituarsi ad un Paese e una lingua completamente nuovi per lui, a dei ritmi, a culture e abitudini completamente diversi da quelle a cui lo avevo abituato. Per fortuna sa anche che non sarà da solo, oltre a me ad aiutarci in questa nuova esperienza ci saranno altre tre ragazze con i rispettivi zaini, con i quali il mio fedele amico verde si potrà confrontare, spalleggiare, fare gruppo. Ahilui, però sa anche che in questa avventura non avrà molto tempo per "distendersi", al massimo si riposerà per qualche settimana, ma per il resto del tempo sarà sempre sollecitato, afferrato, sballottato di qua e di là, schiacciato, abbracciato, riempito, risvuotato e riempito ancora fino a scoppiare.


Eh, caro amico fedele verde, ne vedremo delle belle quest'anno! Sarà un anno molto impegnativo, sia per te, che vedrai mille posti nuovi, mille odori e colori nuovi, sia per me, che oltre a tutte queste cose, sarò impegnata in un progetto più grande di me, dove mi sarà richiesto di andare oltre i miei limiti, a spingermi sempre più in là... un po’ come faccio sempre io con te, che ti riempio tutti gli spazi, tutte le tasche fino a tirare al massimo le cerniere, senza mai arrivare al punto di farti rompere.

Sarà un anno bello e impegnativo, ma per fortuna, lo affronteremo assieme. 

PASSAGGI

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Novembre 2018
Sono quasi tre mesi da quando mi è stato chiesto: ”Sei pronta a fare le valigie?”. Riaggancio, ricordo di essermi guardata allo specchio e di aver visto molta emozione sul mio viso. Realizzo: vado a Beirut.

Venezia, Via Garibaldi di Castello
Dicembre 2018
Faccio visita a Venezia per recuperare le ultime cose lasciate ormai da mesi da amici. È una città nella quale mi sono immersa qualche anno fa ed è dove ho iniziato ad approfondire l’interesse per le migrazioni internazionali e a scoprire meglio alcuni paesi della così definita area MENA. Tra le calli e i canali ho ridefinito maggiormente me stessa ed è proprio da lì che sono partita per Rabat, dove ho vissuto un anno di scoperta e incontri.
Riguardo questa foto scattata in uno dei primi mesi in una lunga passeggiata alla scoperta della laguna. Mi sento così ora: appesa ad uno di quei fili come fossero mani tese verso di me pronte a sostenermi in un nuovo capitolo che si sta aprendo. Non sono sola, vicino a me ho forme e colori diversi.

Gennaio 2019
Meno qualche giorno alla partenza. Mi rileggo nella parole di Murakami in Kafka sulla spiaggia - che ormai so a memoria. Mi faccio l’augurio che l’incontro con l’altro mi cambi ogni giorno un po’.
"Il mondo cambia tutti i giorni, signor Nakata. 
Tutti i giorni, quando arriva l'ora, spunta il sole. Ma il mondo non è lo stesso del giorno prima. 
E anche lei non è lo stesso Nakata di ieri. Capisce?"

Tra due ritorni

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Febbraio 2012. Avevo iniziato da qualche mese l’università, facoltà di Lingue e Letterature Straniere a Torino. Lingue scelte? Arabo e inglese. Sopravvissuta alla prima sessione esami della vita ricevetti una proposta da un amico: «Vieni con me a Beirut? Devo andare a recuperare la mia valigia e altre cose personali». 

Poco più di un anno prima, un’ondata di manifestazioni e contestazioni di piazza aveva iniziato ad infuocare i territori nordafricani e mediorientali: prima la Tunisia, poi l’Egitto, Libia, Marocco, Yemen, Siria. Gli equilibri geopolitici stavano cambiando in fretta e dall’Italia si guardava con curiosità e interesse a ciò che stava succedendo oltre il Mar Mediterraneo. 

S. era partito per Damasco nel 2010, quando la Siria era ancora una delle mete privilegiate per lo studio dell’arabo. Nell’inverno del 2011 era tornato in Italia pensando di fermarsi solo qualche settimana, ma la crisi siriana era rapidamente entrata in una fase critica acuta e irreversibile. Le ambasciate stavano chiudendo, i pochi studenti rimasti si apprestavano a ritornare – spesso forzatamente – nei propri paesi di provenienza con l’amaro in bocca, lasciando amici e compagni in balia di un futuro incerto. 

Sede dell'EDL (Electricité du Liban) - Beirut
Decisi di partire insieme a lui. Oggi mi piace pensare che in quella decisione ci fu “un misto di incoscienza e di coraggio” come recita una canzone hiphop italiana.  Questo perché atterrammo a Beirut, vero, ma il giorno dopo, alle 7 del mattino, un taxi ci portò a Damasco dove ci fermammo appena 48 ore. Poche ore che, tuttavia, sono scolpite nella mia mente come se fosse ieri. Recuperate le valigie e salutati gli amici ritornammo nella capitale libanese dove restammo ancora qualche giorno.

Nonostante avessi già visitato qualche paese arabo insieme alla mia famiglia, quel viaggio-lampo in Libano rappresentò – forse – uno spartiacque nella mia vita. Fu il primo di tanti viaggi, per la maggior parte affrontati da sola, e l’inizio di un percorso di riflessione e passione che mi porta ad essere qui oggi. 

Gennaio 2019. Ad una settimana dalla partenza – destinazione Beirut - convivo pacificamente con quel brivido che mi ha percorso in questi ultimi anni nelle occasioni in cui ho deciso di buttarmi in un’esperienza totalmente nuova, magari sconosciuta e diversa da quelle precedenti. Le prime volte fa una paura terribile, ma quando lo ritrovi dentro di te è un po’ come incontrare un amico di vecchia data con cui vuoi chiacchierare tutta la notte davanti ad un bicchiere di vino.

ATTESA

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L’inizio di un viaggio di cui non conosco la meta, è difficile scrivere così, nero su bianco ciò che provo. A tratti sento un miscuglio di emozioni che mi sconvolgono, mi travolgono, ma subito dopo la normalità di essere ancora qui.
Penso ai volti che incontrerò.
Mi piace immaginare la terra che i miei piedi calpesteranno, dove potrò ritrovare qualcosa di molto simile a quella forte radice sedimentata in me, che mai ho avuto modo di vivere con continuità reale.
Vivrò incontri e storie di anime forti e al limite della follia proverò a restituire loro un’occasione. Sogno occhi nobili pieni di poesia, sguardi con i quali portò volare insieme, innalzandoci mano nella mano.
Penso ai volti che mi emozioneranno, ai percorsi insieme, a quanto sarà difficile invitare un fiore ferito ad uscire allo scoperto, dirgli di non nascondersi piccolo, ma porgerli il palmo così che sappia che c’è qualcuno lì fuori pronto ad accoglierlo delicatamente. Stimolare una vita per mostrarle il sole e abbracciare appieno ogni momento.
Durante questa scoperta vorrei rinascere anche io assieme al fiore,  portare alla luce del sole i tanti me che ancora non conosco, e assaporare ogni istante di vita, immortalarlo nel mio cuore. 
L’inizio di un viaggio di cui non conosco il traguardo.. guarderò il cielo e penserò che in fondo è lo stesso di adesso.

lunedì 24 settembre 2018

Fuoripista inaspettato: il Libano.

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Durante il corso della vita potresti ritrovarti a dover inseguire [anziché seguire] il percorso che ti eri configurato. Quando questa cosa succede ti rendi conto che la vita le studia tutte pur di portarti fuori strada e riposizionarti sulla giusta direzione. Capita a me, anche con questo Cantiere.

L'istinto diceva Libano, la testa Sud America.

Bisognerebbe imparare a fidarsi di più dell'istinto perché per lo meno per quanto mi riguarda, le cose più belle capitate durante questa estate -in particolar modo questo viaggio e il suo conseguente ritorno- gliele devo tutte.

Tre settimane, otto ragazze, quattro coordinatori.
Destinazione: Beirut.

Un cantiere di città, così la definisco io. Un centro storico ed una corniche nuovi -praticamente intatti- in costante e continua evoluzione; una città immensa, fatta di cemento su cemento (strade, ponti, palazzoni), automobili e cartelloni pubblicitari.



Due cose mi colpiscono: l'incuria e la densità abitativa per km² [a dir la verità questo aspetto si ridimensiona di parecchio dopo aver vissuto Shatila, il campo formale palestinese collocato ai margini della città e nascosto da un muro].
Una sola invece mi disorienta: Beirut non attribuisce significato a quello che noi definiamo 'Memoria Storica'. I libanesi preferiscono abbattere e poi ricostruire pur di cancellare i segni di che cosa è stata la guerra. Piuttosto che ricordare sceglie di privarsi della sua identità non capendo che, più continua ad aspirare all'occidente, più si svuota, più si perde.

Dalla città-cantiere al cantiere vero e proprio, quello fatto di persone -donne migranti o rifugiate, per violenza domestica o per guerra; etiopi, siriane, irachene o palestinesi- e di bambini, grandi e piccoli. Negli shelter -comunità d'accoglienza gestite da Caritas- ai campi profughi formali -Shatila ad esempio, gestiti dall'Unrwa- o informali -come quello di Tel Abbas, gestito da volontari italiani di Operazione Colomba.

In ognuno di questi posti abbiamo visto e vissuto storie; ci siamo fermati ad ascoltare e poi a riflettere. Abbiamo cercato di capire che cosa significa la parola guerra guardando negli occhi le persone che da questa sono fuggiti -per non morire- [Da Tel Abbas la Siria dista soltanto 5 km.] abbinandola poi al concetto di casa che, così come per i siriani o i palestinesi, fa sempre rima con ospitalità e cordialità, e per questo motivo -non importa quanto io possieda o non possieda- tu, oggi, perché sei qui, vieni prima di me.



Ma soprattutto abbiamo cercato di portare un po' di leggerezza e di spensieratezza nei vissuti di tutte le persone che abbiamo incontrato, improvvisandoci per l'occasione esperte di qualsiasi cosa: dall'handcraft allo yoga passando per la cucina ed il canto.
I momenti migliori però rimangono quelli in lingua araba, perché non puoi sempre rispondere che l'arabo non lo capisci, il tuo grado di maturità sta' anche in questo, nell'assecondare comunque lo sfogo di una donna nella sua lingua...la bellezza viene dopo, quando sul suo volto vedi il sollievo e nella tua testa speri di non aver acconsentito al disastro del secolo =) !
E poi ci sono i bambini. Con loro è tutto più facile in primis la lingua, in un attimo si comunica in italiano e tu dall'altra parte riscopri quanto divertenti possano essere quelle quattro insignificanti parole che una volta ben assimilate continueranno a ripeterti all'infinito: "Marcondirondirondello!!".
Ahhh, quanti bei sorrisi abbiamo visto su quei volti: anche alle 7 del mattino, quando ti piacerebbe continuare a dormire un altro po' ma il "Bishbaaaaaah" di Shilane è peggio di una sveglia puntata alle h 5!

E potrei continuare a scriverne di questo Libano, di tutti i posti visitati, del mare bianco, dei 50 gradi di Tripoli, dell'hummus e de 'l'agliata' etc etc...ma è giusto anche fermarsi e lasciare a cuore e testa il loro ricordo. La bellezza del ritorno è soprattutto questa Non dimenticare di ... Facendo qualcosa per, un po' come quella cosa del Costruiamo ponti e non muri.

Chiudo con la citazione d'apertura di Valerio Nicolosi al suo libro (R)esistenze [una bella scoperta del Ritorno]:
"Da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni." K. Marx
Un sentito ringraziamento alle mie compagne di viaggio e coordinatori: senza di Voi non sarebbe stato bello e vero così come è stato. 




 #sentitilibanadi
Mary L. 




mercoledì 12 settembre 2018

Il vero tesoro del Libano

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Viaggio sulle tracce del Lebanon Mountain Trail, il primo sentiero di montagna ad attraversare il Libano da nord a sud.



Il Libano nasconde un tesoro, incastonato tra la costa mediterranea ricoperta di edifici ad ovest e i verdi campi della valle della Beqaa ad est. È un tesoro fatto di profonde valli, montagne dai pendii lievi e dalle cime per lo più arrotondate, frutteti ricoperti di fiori in primavera e carichi di frutta d’estate, foreste sempreverdi di pini, abeti e rari cedri, monasteri e luoghi di culto,  villaggi più o meno sperduti e gente ospitale. Uno scrigno pieno di bellezza ed ancora incontaminato, in una terra che, se lo sguardo si limita alla fascia costiera dove le più grandi città sorgono, Beirut in primis tutta protesa verso il mare, sembra aver subito pesantemente gli effetti più nefasti della modernizzazione: edilizia selvaggia, cementificazione, inquinamento dell’aria e delle acque, traffico selvaggio, plastica ovunque. Un tesoro che si può scoprire solo zaino in spalla, se ci si lascia alle spalle l’autostrada sempre ingorgata che collega le città della costa da nord a sud e ci si inoltra in una delle tante valli che tagliano le montagne in direzione ovest-est, un tesoro che si può conoscere a fondo solo se si è disposti ad abbandonare i tempi frenetici della città ed adottare i tempi lenti ma costanti del passo di montagna.  






L’idea stessa del Libano, d'altronde, viene dalla montagna. Il Monte Libano è il cuore del paese, ne costituisce l’essenza profonda, almeno geograficamente e storicamente. Laban erano le montagne che si stagliavano al cielo a pochi chilometri dalla costa mediterranea, montagne ricche di fiumi, acqua e neve durante l’inverno. “Laban” perché questa parola, usata oggi in arabo per riferirsi allo yogurt, veicolava  l’idea di bianchezza e perciò bene descriveva quelle cime ricoperte di neve, la loro unicità in una regione povera d’acqua. Laban è diventato Lubnan, ed ha dato il nome alla catena montuosa stessa, il Monte Libano. Proprio da una parte di questa regione montagnosa, secoli dopo, nacque la prima idea di Libano, quando nel 1861 le potenze europee decisero che un’entità autonoma doveva essere creata all'interno dell’impero Ottomano in pieno declino per proteggere le comunità cristiane che vivevano nell'aerea. Con l’inizio del mandato francese, sessantanni dopo, il “piccolo Libano” essenzialmente montuoso fu allargato notevolmente, inglobando i territori circostanti e le comunità che vi vivevano. Veniva così creato il “Grande Libano” e la demografia ne usciva completamente mutata, non più un’entità a grande maggioranza cristiana, ma un paese pluriconfessionale che inglobava cristiani di diverse confessioni, musulmani sciiti e sunniti, drusi. Anni di guerra civile e ingenti ondate migratorie - prima da sud (Palestina) e più recentemente da Nord ed Est (Siria) - hanno complicato ulteriormente il panorama sociale ed antropologico di un paese dalla sua nascita fragile, ed alterato quell'equilibrio demografico teorico tra musulmani e cristiani su cui si basa tuttora il sistema politico libanese. 



Differenza territoriale tra il "Piccolo Libano" creato nel 1861 (in verde scuro) ed i confini del Libano attuale nati con il mandato francese (in azzurro). 



Malgrado l’allargamento avvenuto con il mandato francese, che ha dato al Libano i suoi confini attuali, il Monte Libano continua a costituire la spina dorsale del paese. Esso si estende da nord a sud per circa 170 chilometri, dividendo la fascia costiera dove sorgono le città libanesi più importanti – Beirut, Tripoli, Tiro e Sidone – dalla Beqaa, larga valle pianeggiante prevalentemente agricola e rinomata per i suoi vini (grazie ai mille metri d'altitudine a cui si estende),  limitata a ovest dal Monte Libano stesso e ad est dalla catena montuosa dell’Anti-Libano. Il Monte Libano è formato da montagne prevalentemente tondeggianti e poco scoscese, che partono basse vicino al mare per poi crescere verso l’interno, superando i duemila metri ed arrivando a toccare i tremila nella zona più settentrionale della catena. Qurnat el Sawda, con i suoi 3093 metri, ne è la cima più alta.



Afqa, sorgente del fiume Nahr Ibrahim.



Addentrarsi nel Monte Libano, soprattutto nelle sue zone più remote, è come entrare in un mondo differente, a volte sembra quasi di cambiare paese, eppure ci si è spostati di poche decine di chilometri dalla costa. L’aria diventa pulita, i rumori svaniscono, la natura prende di nuovo il sopravvento sul cemento. Le persone ti accolgono calorose e desiderose di scambiare due chiacchiere, ti offrono quello che hanno, invitandoti ad entrare nella loro casa, per pranzo o per cena, insistono affinché tu ti fermi a dormire. Il Monte Libano è un tesoro sconosciuto ai più che visitano il Libano, ai turisti che si limitano alle mete più famose, passando frettolosamente in macchina per fare qualche foto ai famosi Cedri di Dio, ma proseguendo poi oltre verso Baalbek o scendendo di nuovo verso il mare. Eppure, esso rappresenta la vera meraviglia del Libano, una grande ricchezza da promuovere e proteggere.







Da qualche anno esiste un’associazione che ha deciso di valorizzare questa tesoro, creando il primo sentiero di trekking che percorre tutto il Monte Libano da nord a sud, attraversando così longitudinalmente anche gran parte del paese. La Lebanon Mountain Trail Association, nata grazie ad un progetto di ECODIT ed i finanziamenti dell’Agenzia Americana per lo Sviluppo (USAID), è stata infatti  creata nel 2007  con l’obiettivo di incentivare il turismo sostenibile in Libano e di mostrare e proteggere le bellezze naturali ed il patrimonio culturale di questo paese. Il risultato tangibile di questo progetto è stato la creazione, in soli due anni, del Lebanon Mountain Trail, un sentiero di montagna lungo 470 chilometri che unisce l’estremo nord del paese alle al suo estremo sud, passando per più di 70 paesi di montagna e snodandosi ad altitudini comprese tra i 600 ed i 2000 metri dal livello del mare. 



Tracciato del Lebanon Mountain Trail, dalla sua primissima tappa nel nord del paese a pochi chilometri dalla Siria, Andqet, all'ultima nell'estremo sud, Marjaayoun, a una decina di chilometri dal confine israeliano.



Il Lebanon Mountain Trail è diviso in 27 sezioni, ognuna delle quali unisce due delle 28 tappe in cui esso è suddiviso. Ogni sezione varia in difficoltà e lunghezza, con dislivelli che vanno dai 500 ai 1200 metri e con lunghezze che variano dai 10 ai 20/25 chilometri. Il sentiero inizia nell’Akkar, la regione più a nord del Libano, partendo dalla cittadina di Qubayat (anche se ora una sezione numero 0 è stata creata prima di Qubayat, dal villaggio di Andqet). Il lungo tracciato si snoda verso sud con una lieve flessione verso ovest, attraversando zone remote fino ad arrivare alla valle della Qadisha, famosa per i suoi monasteri che da secoli ospitano comunità monastiche cristiane. Il sentiero sfiora i famosi Cedri di Dio e poi continua verso sud, addentrandosi nella regione centrale del Libano – Il Monte Libano politico – ed attraversando villaggi cristiani e musulmani fino ad arrivare nello Chouf, la regione meridionale della catena montuosa, rifugio storico della comunità drusa. Il sentiero prosegue poi nell'estremo sud del paese, zona prevalentemente sciita, fino a terminare nella cittadina di Marjaayoun, a una decina di chilometri dal confine con Israele (per percorrere quest’ultimo tratto, gli stranieri devono chiedere l’autorizzazione all'esercito libanese).   



Valle della Qadisha vista da Bsharre. 



Grazie al Lebanon Mountain Trail è possibile avere una visione tutta nuova del Libano. Esso permette di scoprire le sue bellezze naturali nascoste, di annusarne i profumi, ascoltarne i rumori, contemplarne i colori. In primavera, le valli e i pendii del Monte Libano si riempiono di fiori, si colorano di un verde acceso, l’acqua abbondante rende la natura florida e rigogliosa. Da nord a sud, il Monte Libano è zona di frutteti ed il percorso spesso ci passa attraverso, si cammina tra distese di meli o ciliegi in fiore, coltivati sui terrazzamenti costruiti sopra i lievi pendii di queste montagne. Le ginestre e le margherite colorano i prati, mentre le api ronzano e volano operose da un fiore all'altro.  Lungo il cammino, non è raro incontrare arnie dove esse vengono allevate.


















Andando verso l’estate, gli stessi frutteti si caricano di frutta, ad agosto gli alberi sono carichi di mele rosse e verdi, i rami si piegano sotto il loro peso. In altre zone, le conifere sempreverdi si stagliano verso il cielo, soprattutto abeti e pini, più rari i famosi cedri del Libano, che a causa del proprio legno pregiato hanno subito gli effetti nefasti di secoli di deforestazione ed oggi sono presenti soprattutto in aree protette, come la riserva naturale dello Chouf, quella di Tannourine o i famosi Cedri di Dio vicino a Bsharre.  









La riserva dei Cedri di Dio di Bcharre vista dall'alto. In essa si trovano i cedri più antichi del Libano. In altre riserve, più recenti ma anche più estese, si sta procedendo con una lenta opera di riforestazione. Nella riserva dello Chouf, è addirittura possibile "adottare" un cedro.




Eppure, il Lebanon Mountain Trail non permette solo di scoprire le bellezze nascoste del Libano. Percorrerlo significa avvicinarsi al Libano stesso, comprendere meglio la varietà culturale, religiosa e confessionale che caratterizza questo paese, è un modo per entrare in contatto diretto con questa pluralità, fonte di ricchezza ma inevitabilmente anche di contrasti. Con i suoi 470 chilometri, il percorso attraversa numerosi villaggi, alcuni grandi e popolati, altri piccoli ed isolati, lungo il cammino si incontrano musulmani, cristiani, drusi, ci si imbatte in chiese, moschee, monasteri e santuari. Le persone sono sempre felici di scambiare due chiacchiere, ed ogni incontro permette di comprendere meglio la complessità di questo paese, di aggiungere un tassello alla propria comprensione. 



Santuario di Nabi Ayyoub - vicino alla cittadina di Niha, nello Chouf -  luogo sacro per la comunità drusa. 





Chiesa di Saint Shallita, vicino a Qubayat 




Gli incontri, d'altronde, costituiscono forse la vera ricchezza per chi decide di intraprendere il Lebanon Mountain Trail, parzialmente o per intero. Attraverso i sentieri di montagna, lungo le strade agricole sterrate che spesso il percorso segue, si incontra un popolo che, lontano dalla frenesia anonima della città, si riscopre nella sua ospitalità più autentica. Non c’è stata una volta, tra le varie in cui ci siamo cimentati in una o più tappe di questo lungo percorso, in cui qualcuno non ci abbia stupito con un’accoglienza calorosa, un gesto gentile, un invito. 

Sulla strada da Maaser el-Chouf a Niha – nello Chouf, la parte meridionale del Monte Libano – abbiamo incrociato un signore che trasportava due borse cariche di fichi sul dorso di un asino. Lui ci ha fatto cenno di avvicinarsi, senza parlare ha preso una manciata di fichi e ce li ha offerti, dicendoci poi di prenderne quanti volessimo. Noi, con i nostri schemi mentali, pensavamo volesse venderceli, invece era solo un gesto di cortesia gratuita, che ci ha fatto cominciare il trekking con un sorriso.  

Tra Qubayat e Teshaa – dalla parte opposta, nell'estremo nord – i coltivatori di mele hanno fatto lo stesso, invitandoci a raccoglierne quante volessimo direttamente dall'albero. Un signore simpatico, dalla pancia sporgente, il fiatone per la salita appena fatta ed il fucile a tracolla, ci ha invitato a prendere mele e noci, “questo è tutto vostro,” ha detto indicando gli alberi che crescevano sul suo terreno, ha rivolto lo stesso invito a due macchine che passavano lungo la strada, poi ci ha chiesto ripetutamente se volevamo cenare o dormire a casa sua. Poco prima, un pastore dagli occhi chiari e l’accento poco comprensibile aveva fatto lo stesso, invitandoci a dormire nella sua dimora tra i pascoli. La sera prima a Qubayat George – il proprietario di un bel campeggio con bungalow in pietra, il Jabalna Ecolodge – ci aveva invitato a cena con famiglia ed amici, con loro avevamo mangiato e bevuto in abbondanza: mutabbal, kebbe di carne cruda, tabbule e carne di maiale alla griglia, il tutto accompagnato da numerosi bicchieri di araq. Il giorno dopo a Teshaa, piccolo paesino sperduto tra le montagne dove siamo arrivati al tramonto dopo parecchie ore di camminata, le persone ci hanno accolto sorprese ma ospitali, più famiglie ci hanno invitato ad entrare a prendere un caffè, mentre i bambini del paese ci hanno riempito di domande, offrendosi di accompagnarci a vedere una sorgente poco distante. 






Tra le strade di montagna spesso abbiamo fatto l’autostop, per tornare al paese dove avevamo lasciato la macchina la mattina stessa. A caricarci più di una volta sono stati ragazzi siriani, che passavano con camioncini da lavoro o con macchine mezze scassate, e spesso allungavano il proprio tragitto pur di portarci dove dovevamo andare, felici di aiutarci. Sulla strada tra Afqa e Aqqoura si è fermata una macchina con a bordo un uomo e una donna, anch'essi siriani. Malgrado fossimo cinque, hanno insistito affinché salissimo tutti, una di noi si è trovata sulle gambe della donna seduta sul sedile davanti. La coppia, loquace e simpatica, ci ha accompagnato alla macchina e poi ci ha invitato ripetutamente a prendere un caffè nella loro casa. Abbiamo così conosciuto la loro famiglia ed ascoltato le loro storie, il caffè si è trasformato in una cena abbondante e deliziosa preparata in fretta per gli ospiti inattesi, abbiamo passato con loro diverse ore e li abbiamo salutati solo a notte inoltrata. 

Ogni volta che ci siamo incamminati tra le cime del Monte Libano, esso ci ha riservato qualche sorpresa. Lungo il Lebanon Mountain Trail ogni tappa nasconde infatti piccoli o grandi tesori, ogni camminata riserva un incontro. Sulle sue tracce si riscopre tutta la bellezza del Libano, e si riesce finalmente a capire perché i libanesi siano così innamorati della propria terra. 

Pochi giorni fa, passeggiando tra i meleti carichi di frutti, mi sono tornate alla mente le parole di un libro da poco iniziato in cui il protagonista, un uomo libanese in esilio volontario in Francia a causa della guerra civile, ricorda con nostalgia l’odore della propria infanzia, della propria terra. Una terra fertile ed ospitale, ricca di odori, colori e sapori da scoprire e storie da ascoltare, se si è disposti a mettersi lo zaino in spalla ed incominciare a camminare. 

“Durante la sua lunga permanenza in Francia [Karim] sognava le mele del Libano, il loro profumo si mischiava a quello del caffè, e lui inalava l’odore della sua infanzia. […] La fragranza delle mele si mischiava con il profumo dei chicchi di caffè nelle mani di suo padre il farmacista, che ordinava ai due figli di mangiare una mela alle cinque del pomeriggio, perché le mele del Libano sono meglio di una medicina. […] Là,  in quella lontana città francese, Karim provò per la prima volta il dolore di un profumo che scompare. Tentò di raccontare a Bernadette dell’odore delle mele e dei chicchi di caffè, ma si trovò incapace di descriverlo, come descrivere un profumo a una persona che non l’ha mai sentito, che non l'ha mai annusato?"
[Sinalcol, Elias Khoury]



Dove sono finiti i sogni di Beirut?

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Dove sono finiti i sogni di Beirut?

E’ la domanda che riecheggia nelle nostre teste, dopo che incontriamo un rifugiato o una migrante in questa città, piena di interrogativi irrisolti.
A questa domanda dà risposta Majdi, allenatore della squadra femminile di basket di ragazze palestinesi che abitano nel campo di Shatila, “Real Palestine Youth F.C.”,  ci dice che i ragazzi al campo palestinese non hanno sogni perché il loro destino è miseramente segnato da quei pochi, umili e sottopagati lavori che hanno il permesso di fare.
In Libano infatti i palestinesi hanno pesanti restrizioni lavorative, che permettono loro di  lavorare solo in 20 tipi di professioni. Non è concesso loro esercitare alcuna professione che preveda l’iscrizione ad un albo, nonostante non sia negato loro l’accesso all’università e quindi il conseguimento di una laurea.
In questo contesto l'impegno di Majdi come allenatore assume ancora più importanza, poiché dà a queste ragazze una passione, un modo di realizzarsi e svagarsi e una possibilità di aprirsi sul mondo, grazie a tornei internazionali.

Lo stesso vale per i profughi siriani, noi ne abbiamo incontrati alcuni al campo di Tel Abbas, i quali si trovano in condizioni lavorative molto simili a quelle dei palestinesi. Sono fortunati se trovano lavoro nei campi e prima iniziano a lavorare meglio è per tutta la famiglia. A ciò si aggiunge l’astio  dei Libanesi che spesso accusano i siriani di sottrarre loro il lavoro poiché disposti ad accettare salari più bassi.
I loro figli crescono già disillusi, con poche speranze per il futuro e pochi ricordi della terra che hanno lasciato, ma con tanta energia, come ogni bambino, che troppo spesso sfocia in violenza incontrollata se non si dà loro qualcosa di bello per cui valga la pena faticare.

Vista da uno dei centri 


I bambini che abbiamo incontrato quest'estate nei centri cosa potranno sognare oltre quei cancelli che guardano con occhi grandi e innocenti?
Chiediamo a Peter, un bambino del centro cosa vuole fare da grande e non ci sa rispondere, dopo essere incalzato con proposte di lavori fantasmagorici quali lo speaker radiofonico, l’astronauta,
il calciatore ci dice: “l’impiegato e stare davanti al computer”.
Stanno tagliando la fantasia a un bambino di 9 anni, o forse la normalità è per lui il sogno più grande.
Per tutte le persone che abbiamo incontrato la normalità è il sogno, ma sembra ancora lontano.
Non possiamo che ripeterci le parole di Ben Harper: “You have a right to your dreams and don’t be denied believe in a better way”.

Giò, Molly, Cla, Giuly, Mary, Michè, Vero, Sos