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venerdì 13 settembre 2019

Serbia. Nuvola

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Vorrei raccontare una storia che nasce nel campo di Bogovaᵭa. Mi chiamo Claudia, ma nel campo il mio nome suonava più "Kelodia" o "Kalaudi" e un giorno un ragazzo mi ha chiesto di ripeterglielo così tante volte, che alla fine gli ho risposto "Claudia, it sounds like cloudy, you know? When the sky is full of clouds..." e lui ha replicato "Ahhh, so you fell down from the clouds! How's the world from up there? Are there borders?". Beh, ora potete immaginare di che storia si tratta.

Sono una nuvola e non mi chiamo. O meglio, gli uomini mi chiamano nuvola ma io non mi chiamo. Sono aria, sono acqua, sono polvere durante le tempeste, sono fuoco quando mi attraversa il Sole. Sono in cielo da molto prima che comparisse l'uomo e, nonostante i suoi deliri di onnipotenza, lo seppellirò. Ho visto la terra, i fiumi, i laghi, tutti i mari e gli oceani. Ho visto anche il deserto. Viaggio con il vento e per me esiste solo il presente, un attimo fa la mia forma era diversa, tra un attimo cambierà ancora. Da quassù la Terra non ha confini, l'uomo costruisce muri, abbatte ponti, sbarra porte, ma niente ferma la speranza.


Mi chiamano nuvola e mi disegnano, con quel solito bordino intorno per evidenziare bene dove finisco. L'uomo ha bisogno di delimitare le cose, di definirle con cura, ma io non posso essere disegnata, definita, delimitata. Limitata. L'uomo ha una paura sconfinata dell'indefinito, dell'infinito. Paradossale, no?

Sono una nuvola e non ho confini, e forse è per questo che non riesco a vedere nessun confine sulla Terra, e quando me li raccontano sembrano qualcosa di così assurdo! I confini non li vedo, il dolore che creano però sì. La diffidenza, l'odio, l'indifferenza. Questi confini sono visibili persino a me, da quassù. Sono confini subdoli perché non sono fisicamente evidenti, e serve lo sforzo di ogni singolo uomo per abbatterli, nessuno può voltarsi ed ignorarli.

Sono una nuvola e sul cielo di Bogovaᵭa oggi mi apro a far passare la luce. Che sia un pomeriggio leggero.


Claudia

martedì 3 settembre 2019

Serbia. “Mi troverai nel parco, su quella panchina”

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Cara Halat,

avrei voluto salutarti con un abbraccio venerdì e invece ho in mente il tuo viso dolce che si affaccia dalla finestra della stanza nel campo profughi di Sid e mi saluta commossa, fisicamente distante ma emotivamente vicina.

Da quella finestra ringrazi tutti noi cantieristi per essere stati con voi in queste settimane, e io non so cosa replicare. Sono sprovvista di parole. Avevo preparato un biglietto che avrei voluto darti di persona. C’era semplicemente scritto “Thank you for the time spent together. I hope the best for you and your family”. Ma non c’è stato il tempo, né la possibilità.

Di fatto siamo state insieme due pomeriggi. Poca cosa, se si quantifica il tempo; un Dono immenso, se si qualifica il tempo. Ed è proprio con la seconda opzione che scelgo di guardare il tempo trascorso insieme.

Sei stata per me un Dono, un Dono grande, soprattutto per la fiducia che hai saputo darmi. La domanda “What is home?” ci ha accompagnato per tutto il Cantiere e una delle parole con cui mi sento di rispondere è: “intesa”, quell'intesa che c’è stata fin da subito tra me e te, un’intesa che va oltre la lingua che si parla, un’intesa fatta di sguardi e sorrisi che quando c’è ti riporta a “casa”. 

Ricordo con affetto uno dei primi giorni al campo di Sid quando sei uscita dal “beauty saloon” con la tua mamma e la tua sorellina per mano. Ti sei avvicinata a me con un sorriso limpido e raggiante e mi hai mostrato le unghie che ti eri appena fatta. Mi sono complimentata con te con un banalissimo e accentuato: “Wooooooow… Wonderful nails” che ti ha fatto ridere tanto e ha fatto scoppiare a ridere anche me.

I giorni seguenti comparivi e scomparivi dalla finestra della stanza tua e della tua numerosa famiglia. Ci guardavi mentre eravamo impegnati a giocare con i bambini nel campo profughi dove vivi da 45 giorni, dopo essere in viaggio da circa un anno, insieme a tua mamma, tuo papà e i tuoi sette fratelli. 

Hai osservato quanto bastava finché un pomeriggio ci siamo ritrovate come due amiche su una panchina al parco. Due amiche che hanno voglia di raccontarsi perché è da un po’ che non si vedono, due amiche che hanno voglia di isolarsi da quello che sta attorno perché la cosa a cui tengono di più è proprio quell'amica che hanno davanti e quello che lei ha nel cuore. 

Quel giorno non abbiamo parlato di profughi e di viaggio; abbiamo parlato di ragazzi, di cibo, di famiglia, di vestiti e di bellezza. Argomenti più o meno “futili”, eppure li sentivo così indispensabili quel pomeriggio a Sid perché ci hanno permesso di evadere, di andare davvero in un parco e di sentirci “a casa”. 

Non so se ci rincontreremo, non so se mangeremo mai quella pizza insieme, forse non saprò mai se tu e la tua famiglia avrete raggiunto la Germania, ma voglio farti una promessa. Ti prometto che custodirò i tuoi sogni e che ne avrò cura. Ti prometto che custodirò il tuo sogno di avere un ragazzo europeo, forse tedesco, alto, muscoloso e con gli occhi azzurri perché è così che adesso tu te lo immagini. Custodirò anche il tuo desiderio di farti qualche ciocca rossa ai capelli perché insieme eravamo d’accordo che sarebbe stata bene sui tuoi capelli neri e ricci. Ti brillavano gli occhi quando mi parlavi di tutto questo e io ero felice di ascoltarti.

I tuoi occhi espressivi si sono poi incupiti quando mi hai confidato: “I am not happy here”. È una frase che stride con la tua giovane età, che stride con tutto quello che ci eravamo dette il giorno prima. Ma è una frase che mi fa tornare alla realtà del campo profughi in cui vivi. Non sai quando partirai, non sai se partirai, non sai se mai arriverai a quella meta che tuo papà ha scelto per voi. È una realtà e una quotidianità faticosa per tutti, ma in particolare per te che scalpiti per avere una vita migliore e non ce la fai più a chiuderti in quella stanza e a guardare fuori da quella finestra.

Ma non voglio fermarmi qui e non voglio che tu ti fermi qui. Continua a sognare, Halat, e abbi cura di te come ragazza e come donna. Io ti prometto che ogni volta che avrai voglia di evadere mi troverai nel parco, su quella panchina. 

Ti abbraccio forte!

Martina



mercoledì 28 agosto 2019

Libano. Incontro

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Qualche giorno dopo il mio ritorno in Brianza osservo attentamente tutte le foto che ho scattato e rivivo volti, sguardi, gesti, paesaggi e istanti delle tre settimane trascorse a Beirut. Tre settimane piene, vere, caotiche e ricche di incontri. Incontri a cui ogni giorno, lentamente, ho dato l’opportunità di cambiare la costellazione della mia personalità. Ho imparato cosa significa mettersi al servizio di qualcuno senza la pretesa di aiutare, di essere indispensabile o di cambiargli la vita.


“Ma per servire dobbiamo mettere in gioco qualcosa di più della nostra forza. Dobbiamo mettere in gioco la totalità di noi stessi, attingere all'intera gamma delle nostre esperienze. Servono anche le nostre ferite, i nostri limiti, perfino i nostri lati oscuri. La nostra interezza serve l’interezza dell’altro e l’interezza della vita. Aiutare crea un debito. L’altro sente di doverci qualcosa. Il servizio, al contrario, è reciproco. Quando aiuto provo soddisfazione; quando servo provo gratitudine. Servire è inoltre diverso dal provvedere. Quando cerco di provvedere a qualcuno, vedo nell'altro qualcosa che non va. È un giudizio implicito, che mi separa dall'altro e crea una distanza. Direi quindi che, fondamentalmente, aiutare, provvedere e servire sono modi di vedere la vita. Quando aiutiamo, la vita ci appare debole. Quando cerchiamo di provvedere, ci sembra che abbia qualcosa che non va. Ma quando serviamo, la vita ci appare completa, e siamo consapevoli di fare da canale a qualcosa di più grande di noi.”

Mettersi al servizio, per me, ha voluto dire stare davanti alle persone che ho incontrato senza bisogno di sapere la loro storia, senza anteporre un’etichetta alla loro umanità. Ha voluto dire riscoprirmi strumento. Perché a dire il vero la maggior parte delle attività che abbiamo proposto nei centri erano cose che io “non sono capace”. Ma in quel momento mi era chiesto proprio quello e quasi senza rendermene conto mi sono ritrovata a mettere in gioco tutti i miei limiti. Per provare a mostrare qualcosa di bello. Esempi pratici: parlare con un’adolescente che mi racconta cose più grandi di lei, giocare coi bambini senza capire una parola di quello che mi dicono, mettere lo smalto, tatuare con l’hennè, fare yoga, cucinare la pizza o impastare gli gnocchi.
Mettersi al servizio significa anche sentirsi rispondere no e rispettare il silenzio. Significa anche accettare che qualcuno non voglia farsi conoscere o conoscerti, o che non voglia partecipare all'attività che hai proposto. Significa non mettere la propria pretesa davanti alla persona.


Più riguardo le foto più mi chiedo cosa sarà del futuro delle persone che ho incontrato. Se riusciranno a uscire dai centri e riprendere in mano la loro vita. Se finalmente (ri)troveranno casa e qualcuno che vuole loro bene. Se potranno finalmente scegliere e non subire. Per me prendere coscienza e toccare con mano che la possibilità di scegliere non è scontata per tutti è stato come uno schiaffo. Io posso prendere un aereo e partire. Io posso entrare e uscire dal cancello di uno shelter. Io posso scegliere se studiare, cosa studiare, dove studiare. Perché spesso scelgo di farmi scegliere? Continuerò a farmi scegliere o finalmente sceglierò? Avendone la possibilità ora ne sento il dovere, perché non sia tutto indifferenza.

Io sono convinta che tutte le persone che ho incontrato e che incontrerò contribuiscano a costruire ciò che io sono e sarò. Dalla ragazza che in uno shelter mi porta a vedere il tramonto più bello della mia vita al profugo siriano che nella sua tenda mi offre un thè e una sigaretta, o ai volti che ho fotografato nel quartiere armeno di Beirut.

Ancora non so bene come questi incontri mi abbiano cambiata e se e come continueranno a farlo, ma forse il bello è proprio scoprirlo giorno dopo giorno.

Mi auguro di non smettere mai di crescere e cambiare ogni giorno grazie all'incontro con chi è Altro da me. Mi auguro di non smettere mai di aver voglia di cercare e scoprire.

Grazie Libano, sei stato casa per tre settimane.

Marta Sanvito

lunedì 26 agosto 2019

Serbia. Frammenti di vita

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"Ciao sono A. ho 4 anni e vengo dall'Iran. Sono venuta qui con il mio papà, la mamma non c'è.
Io e il mio papà stiamo molto bene insieme, lui si prende cura di me e mi fa i codini ogni mattina.
Insieme a lui stiamo cercando di trovare una nuova casa.
Non è facile, ci abbiamo già provato più volte, ma sembra sempre così lontana.
L'ultima volta che ci abbiamo provato, tu eri appena arrivata al campo, ed è per questo che il primo giorno non mi hai visto in mezzo a tutti quei bambini.
Mi piace molto giocare, colorare, mettere la musica e ballare. Non parlo molto, sono molto tranquilla e affettuosa".

Lei è A., una bambina di soli 4 anni che ho incontrato nel campo di Bogovadja, non so bene la sua storia, non so perché la mamma non sia con lei, non so se abbia paura o sia fiduciosa. Non so se capisca cosa stia vivendo e cosa sia il game.
So solo una cosa, che è una bambina, dolce, solare, che parla con gli occhi, il cui padre vuole portarla verso un futuro migliore.


"Ciao sono F. vengo dalla regione del Kashmir in Pakistan. Ho 32 anni e cerco un posto migliore dove poter lavorare e ricostruirmi una vita. Parlo molte lingue, più di 6. Al mio paese facevo lo speaker radiofonico. È così che ho imparato tante lingue. 
Mi piace giocare a pallavolo, stare in mezzo ai giovani, mi piace parlare e fare qualche partita a Jenga.
Ho fatto un viaggio molto lungo e ora sono fermo qui, in Serbia. Voglio cercare di arrivare in Bosnia, sai... lì ho un amico, per poi venire in Italia.
Sono già partito tante volte per il game, l'ultima volta mi hai visto andar via, per poi vedermi ritornare. Ho passato la notte nel bosco, senza bere né mangiare. Senza mangiare ancora ancora, ma senza bere... È dura sai! Quando ero lì solo pensavo a voi ragazzi, siete voi che mi avete dato la forza.
Ce l'avevo quasi fatta ma mi hanno preso e rispedito qui. Appena tornato ero molto stanco, ci sono voluti un po' di giorni prima che mi riprendessi.
Sono contento di essere in questo campo perché ci siete voi, voi siete miei amici e lavorate molto, con i bambini e con le donne, ma anche con noi, per rendere le cose meno brutte, Grazie.
Ah dimenticavo, ieri ti ho chiesto "what is home? Ci ho pensato: "Home is a Dream".
Lui è F. un single man (è così che si dice) ancora giovane, con la voglia di andare, non arrendersi e provarci fino alla fine. Un uomo coraggioso, che ha sfidato il game da solo. Un uomo segnato dalla vita ma che ancora la Vita la ama.

"Ciao sono S. Ho 29 anni e vengo dall'Iran. Sono qui da sola, o meglio con la mia bambina a 4 zampe. Mi piacciono molto gli animali, in Iran ho anche un gattino; mi manca molto. Mi piacciono gli animali perché sono migliori degli uomini. Loro se ti amano, ti amano e basta, senza riserva.
Condivido la mia stanza con ragazze Somale, con loro mi trovo bene, sono diventate mie amiche.
Le giornate qui sono molto noiose, sempre uguali. Non c'è mai niente da fare.
Posso portare queste cose in camera? Così finisco il lavoretto e non mi annoio."
Lei è S. una ragazza Iraniana molto bella, sempre in giro con il suo cagnolino. Parla inglese abbastanza bene. Il suo sguardo spesso sembra assente, sconnesso dal mondo, vuoto. Chissà cosa pensa, chissà cos'ha vissuto, chissà cos'ha visto.


Queste sono solo pezzi di storia di vita di alcune delle persone che ho incontrato nel campo. Ce ne sono a migliaia, a Bogovadja in Serbia, in Bosnia, in Grecia, in Italia, in giro per il mondo.
Sono tutte persone accomunate dalla volontà e dal diritto di desiderare per loro e per i loro figli una vita e un futuro migliore.
Noi abbiamo la possibilità e la libertà di andare in Inghilterra o in Germania per cercare un lavoro più gratificante, perché loro no?!

Federica

domenica 19 agosto 2018

Serbia. Nella bolla di sapone

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Come una bolla di sapone. Dopo una settimana di lavoro, adesso che abbiamo avuto del tempo per fermarci e mettere in ordine domande e pensieri, il campo di Bogovadja ci appare proprio così: come una bolla isolata dal resto del mondo, dove anche il tempo scorre in modo diverso. Infatti, a dominare lo scorrere del tempo è l’attesa
Qui tutti attendono qualcosa, chi un visto, chi l’esito di un processo, chi l’occasione giusta per passare una frontiera, e così via. Ma tutti attendono, con la vita che nel frattempo è come congelata, in “pausa”, con la speranza di poter premere “play” prima o poi, magari in Europa.
A Bogovadja si incrociano tanti sguardi e si ascoltano tante storie: c’è qualcuno che cerca di raggiungere il papà, qualcun altro che vuole andare da suo fratello e altri ancora che viaggiano con tutta la famiglia. Tutti fermi ad aspettare.

E’ questa miscela di desideri e storie immersa in un luogo disperso nei boschi della Serbia dove il tempo sembra bloccato a lasciare addosso una sensazione di inquietudine a chiunque passi da Bogovadja, anche soltanto per qualche ora. Perché il campo è bello, immerso nel verde, spazioso, dove i bambini possono giocare, ma… Ma qualcosa non torna. Ogni giornata è identica a quella precedente, scandita dall’attesa.

Tutti fermi ad aspettare.
Intanto c’è persino chi nasce, chi compie gli anni e tra un po’ andrà all’asilo, ma intorno… Tutti fermi ad aspettare.
E ogni volta che una frontiera si chiude, o un visto viene negato, a Bogovadja il tempo rallenta.
Ed è qui che poco a poco iniziamo a intuire il perché del piccolo servizio che ci è chiesto. Perchè le giornate di Dina non saranno tutte uguali se domani potrà fare un nuovo braccialetto con le perline, e quelle di Noman saranno un po’ diverse se settimana prossima potrà giocare il torneo di pallavolo con i suoi compagni… E’ così che, ogni tanto, a Bogovadja il tempo ricomincia a scorrere, anche se per poco.

Claudia, Fabio, Francesco, Giulia, Silvia

(Serbia3)