Visualizzazione post con etichetta SCE2019. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SCE2019. Mostra tutti i post

domenica 27 ottobre 2019

Interessi regionali a danno di una comunità fiera.

Nessun commento:
Nella storiografia delle battaglie per autonomia, l’esperienza curda rappresenta un esemplare lotta di autodeterminazione di diverse minoranze che abitano per lo più a cavallo tra Siria, Iraq, Iran e Turchia e che insieme condividono il cosiddetto Kurdistan. (sono presenti comunità curde anche in zone delle repubbliche ex sovietiche, come l’Armenia e l'Azerbaigian). Si tratta di un popolo che condivide un passato antichissimo radicato nella storia e mai riconosciuto pienamente entro limiti territoriali. Sono combattenti valorosi che da anni lottano per la propria indipendenza e per il controllo della terra su cui vivono.

I curdi se prima erano riconosciuti dall'impero Ottomano e protetti sotto uno stato di autonomia, con la caduta dei grandi Imperi e il trattato di Losanna 1923 furono repressi a lungo e la regione del Kurdistan si frammento favorendo gli interessi delle potenze di Intesa. L'entità curda vede dai suoi albori l'ostilità del governo turco e la lotta del regime di Erdogan col tempo si fa sempre più aspra, determinato a rivolgersi non solo entro i confini nazionali ma soprattutto verso quelli internazionali. 

L’oppressione curda in Siria nel 2014 inizia tramite azioni più concrete e quattro anni dopo raggiunge picchi aggressivi con l’operazione Ramoscello d’ Ulivo iniziata a gennaio 2018 e con l’obiettivo di attaccare il partito dell'unione democratica curdo (PYD) e la sua armata unità di protezione popolare (YPG) , oltre che le forze democratiche siriane (SDF) che circondavano la città di Afrin. Dopo “scudo dell’ Eufrate” e” Ramoscello d’Ulivo” Erdogan, tra il 9 e il 10 ottobre attacca il nord della Siria, battezzando l’offensiva con il “Fonte di Pace”. La Turchia è determinata nel voler liberare il prima possibile la striscia di territorio al confine che andrebbe ad “ospitare” circa due milioni di profughi siriani attualmente presenti in Turchia.


Dal 2015 i combattenti a guida curda nella zona sono stati delegati dagli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis, sconfiggendo infine il gruppo militante dopo aver perso 11.000 truppe durante gli scontri. 
Tuttavia la Turchia considera tuttora l’ala militare del Comitato Supremo curdo (YPG) - composto dal partito dell’unione democratica (PYD) e il consiglio nazionale curdo (KNC)-, un gruppo terrorista indistinguibile dal partito del lavoratori del Kurdistan, organizzazione paramilitare del PKK.

Le forze democratiche siriane (SDF) formate da un'alleanza di milizie curde, arabe e assiro-siriane che oggi vedono meno il supporto statunitense dopo la decisione di Trump di abbandonarle ad un inevitabile assalto turco. I cambi strategici nella regione stanno provocando una nuova crisi umanitaria in Siria, dove le Nazioni Unite hanno stimato che nel paese 13.1 su 22 milioni sono dipendenti da aiuti e di questi 5.6 milioni sono in una situazione estremamente vulnerabile. L’attacco turco transfrontaliero contro le aree abitate dai curdi ha generato centinaia di morti e 300.000 persone sfollate.

La presa di posizione del presidente americano e stata criticata come “tradimento” di un partner militare scatenando un disastro umanitario e una minaccia della rinascita dell’Isis: domenica 13 ottobre infatti almeno 750 persone legate al gruppo terrorista, sarebbero fuggite da un campo nel nord-est della Siria. L’indietreggiamento delle truppe americane nel nord della Siria ha affondato l’esperimento di autonomia democratica dei curdi causando centinaia di morti e migliaia di profughi. L'incapacità dell’Alleanza Atlantica di fermare il massacro curdo, oltre ad evidenziare un disimpegno usa in Medio Oriente, ha favorito l’influenza di altri attori protagonisti quale la Russia. A seguito di 6 ore di colloquio l’accordo di Sochi sancito la scorsa settimana tra Vladimir Putin e il presidente turco Erdogan ha confermato il piano di Ankara di stabilizzazione di una “safe zone” estesa a est del fiume Eufrate per 440 km lungo il confine con la Turchia; anche l’Iran, storicamente alleata di Mosca beneficia dalle mosse russe e dal ritiro americano mentre il regime di Damasco prenderà il controllo del nord del Paese con la benedizione di Mosca, custode di Ankara rispetto alle scelte di Assad. Infatti l’intesa sancisce una tregua di 150 ore delle operazioni militari nel nord-est siriano in vista dell'evacuazione delle milizie curde YPG dalle zone che entreranno nella fascia di sicurezza turca di 120 km di lunghezza per 32 di profondità nel territorio siriano. Nel memorandum di intesa le due parti assicurano la tutela della sovranità e dell'integrità territoriale siriana e la lotta a ogni tipo di terrorismo. Militari russi e siriani monitoreranno l’effettivo allontanamento dei combattenti curdi dall'area cuscinetto. Tra Tell Abyad e Ras al-Ayn per circa dieci km sono previsti pattugliamenti russo-turchi ad eccezione di Qamishli, controllata da truppe russe. Il ruolo di Putin potrebbe diventare cruciale come garante della sicurezza europea, dal momento che i russi stanno esortando Ankara a sorvegliare i jihadisti ed esponenti dell’Isis fuggiti dalle carceri, prima gestite dai curdi. In un contesto che ricorda la conquista di sfere di influenza durante la guerra fredda del secolo scorso, la sconfitta dei curdi vede la Russia come primo attore nello scenario mediorientale.

Durante il più importante dispiegamento delle forze militari nell'area da anni, pare che la storia si ripeta: ancora una volta, un Paese lacerato dalla guerra civile viene invaso improvvisamente da una potente nazione con il fine preciso di colpire una comunità in particolare in un progetto di sterminio mirato. I combattenti consegnano le armi e si allontanano con la garanzia americana o russa, che la “pulizia“ venga effettuata e che l'ordine ritorni a predominare sul caos.

venerdì 25 ottobre 2019

Aswat min al-sharq al-awsat/Voci dal Medio Oriente

Nessun commento:

Da ormai una settimana, numerose proteste infuocano il Libano all’interno di quello che è considerato uno dei più grandi movimenti di contestazione scoppiati nel paese. Le manifestazioni, iniziate giovedì sera dopo l’annuncio del governo di voler imporre una tassa sulle chiamate via app, si sono velocemente diffuse in tutte le regioni da nord a sud e hanno portato in piazza richieste e rivendicazioni derivanti da un malcontento diffuso tra la popolazione messa in ginocchio da una crisi economica in cui il paese sta sprofondando da diversi anni. 

Le poteste sono cominciate in maniera spontanea giovedì sera (17 ottobre) e non sembrano volersi placare in tempi brevi: nonostante l’approvazione – nella giornata di lunedì – di un piano di riforme straordinarie condiviso da tutti i vertici del governo, tantissime persone sono rimaste nelle strade delle città più importanti del Libano rifiutandosi di rinnovare la fiducia ad un governo corrotto e immobile di fronte ai bisogni di una popolazione sempre più in difficoltà.

Centinaia di migliaia di giovani, sia uomini che donne, sono i protagonisti indiscussi delle proteste di queste intense giornate. Un cordone di più di trenta donne ha presidiato per diversi giorni la folla a Riad al-Solh Square separando, di fatto, un ingente schieramento di forze di polizia dal resto dei manifestanti. L’immagine stilizzata della ragazza che giovedì sera – durante il primo giorno di proteste – ha colpito con un calcio una delle guardie ministeriali di Akram Chehayeb è diventata virale sui social ed è presto divenuta una delle icone delle rivolte di questi giorni. Moltissimi i cori presi in prestito dalle cosiddette “primavere arabe”, tanti gli slogan che prendono di mira ministri nello specifico come Gebran Bassil, dal 2015 leader del Free Patriotic Movement e attualmente Ministro degli Affari Esteri e Migrazione. 

In piazza non sono presenti simboli facenti riferimento a partiti politici ma solo bandiere libanesi: le dissidenze politico-religiose che hanno contraddistinto la società libanese negli anni della guerra civile e, più in generale, nel corso della storia contemporanea del paese, sembrano aver lasciato spazio ad una folla compatta e unita contro l’élite politica libanese, della quale si chiedono a gran voce le dimissioni. 

Il centro di Beirut, conosciuto come downtown, non è mai stato così vivo e popolato di gente: da anni ormai (e, più in generale, da quando negli anni ’90 è stata affidata la ricostruzione post bellica del centro città a Solidere, società in mano alla famiglia del Primo Ministro Hariri) politiche neoliberali di gestione dello spazio urbano hanno trasformato il centro di Beirut in una città fantasma, totalmente priva di spazi pubblici di aggregazione e completamente asservita allo sfruttamento capitalista guidato dalle élite libanesi e del Golfo che si sono spartite questi spazi.

La riappropriazione dello spazio urbano è diventato, dunque, un elemento chiave in questi giorni di proteste: Martyrs’ Square, la piazza antistante la moschea El-Amin e che da anni viene utilizzata come parcheggio, è gremita di gente che balla, canta, gioca a carte e fuma narghilè. Due edifici storici del centro, simboli della guerra civile, sono stati riaperti e occupati dai manifestanti: uno è un teatro costruito più di cento anni fa dall’architetto Youssef Aftimus e utilizzato come cinema a luci rosse durante la guerra; l’altro è il famoso cinema di forma ovale “The Egg”, la cui costruzione iniziò nel 1965 e che non venne, tuttavia, mai portata a termine. Questi luoghi sono diventanti, da un giorno all’altro, spazi di aggregazione e socialità a lungo negati ad una società civile tra le più attive in Medio Oriente: giovani e meno giovani vi si ritrovano improvvisando serate musicali, spettacoli di giocoleria e di danza dabke. Inoltre, giovani artisti animano le strade di downtown facendone rivivere gli spazi attraverso la street art. 

La rabbia e la frustrazione di un popolo, per troppo tempo represse da speranze e false promesse, sono esplose in un attimo: sui giornali qualcuno ha parlato della “rivolta di Whatsapp”, riferendosi al tentativo del governo di tassare una delle applicazioni più utilizzate nel paese, ma ciò che si vede per le strade di Beirut è molto più di questo. Tutta la popolazione libanese, capeggiata dalle nuove generazioni, è in piazza per reclamare un futuro diverso, in cui la migrazione all’estero non debba per forza essere inserita nella propria agenda e dove l’etichetta del confessionalismo, a volte troppo riduttiva rispetto a quella che è la complessità libanese, possa essere messa da parte per fare spazio a dei diritti civili slegati da qualsiasi appartenenza religiosa.

 





martedì 23 luglio 2019

Chi è un migrante?

Nessun commento:

S. ha 4 anni, ha sempre voglia di giocare e abbraccia tutti dicendo "me want to play";
K. , quasi 14 anni , mi fa gli agguati con i gavettoni;
K. ,11 anni, partecipa a tutte le attività e aspetta con ansia i cantieri della solidarietà;
S. 8 anni ha paura di nuotare ma si fida di me e degli altri volontari e ci prova lo stesso;
S. 14 anni, ha la fidanzatina serba con cui esce a mangiare il gelato;
M. ha 40 anni, ma gioca come se ne avesse ancora 10.;
F. fino all'anno scorso viveva in un campo e adesso lavora per l'iom nello stesso campo come traduttore;
S. , 30 anni , mi ha convinta a fare il bagno in un fiume serbo gelato tenendomi per mano.


Che cosa hanno tutte queste persone in comune ? Sono tutti in Serbia. Sono tutti fuori dal loro paese. Sono migranti o richiedenti asilo. Alcuni di loro aspettano da anni in un centro in Serbia o solo il momento giusto per provare il "the game". Per cosa? Per entrare in Europa?Perché ?

Perché la ruota della fortuna non è girata dalla loro parte questa volta. Fossero nati in un paese dell'area shengen avrebbero, come un cittadino qualunque, potuto scegliere un altro paese dell'unione dove andare a vivere. Invece il destino , la vita , ha deciso che queste persone dovevano nascere in un paese che non rispetta i loro diritti umani, non gli permette di vivere una vita dignitosa, che magari ha la guerra o che più semplicemente è invivibile per colpa del cambiamento climatico.



Ma perché sono alle porte dell' Europa e vogliono entrare illegalmente con questo game ? Non si possono comprare un biglietto aereo? No. Magari hanno un passaporto inutile debole che non gli permette di viaggiare in nessun paese se non in Dominica e St.Vincent and the Grenadines (ndr: io non sapevo neanche dell'esistenza di questi paesi) .

Al campo di Principovac

Ebbene. Mentre io negli ultimi tre anni ho conseguito una laurea, fatto un Erasmus,sono partita per il servizio civile S. ha iniziato la sua adolescenza nel campo di Bogovadja. Ha visto molte persone trasferirsi a vivere nella stanza accanto alla sua nel centro, e ogni giorno con la sua famiglia attende che venga accettata la richiesta d'asilo. E non può fare un semplice sleepover con le sue amiche, perché non avrebbe dove ospitare le sue amiche. Q., invece, non può mangiare quando vuole il suo piatto preferito, perché nel campo non puoi cucinare quello che vuoi tu, è la mensa che da cibo a tutti. Ma sostiene di essere un gran cuoco.

Mentre tutte queste vite scorrono, ai confini dell' Europa ... Nell' Europa si discute su come gestirle, su chi fare entrare e chi no. C'è chi c'è l ha con loro solo per il fatto che esistono .

Ma poi chi sono quessti migranti? Migrante è semplicemente chi vuole vivere una vita dignitosa, che vuole avere e vedere un futuro per se e per i propri figli. Migrante sei anche tu, italiano , che leggi questo articolo da Londra mentre fai il pizzaiolo o che lavori in Svizzera per mantenere la famiglia. Migrante sono anche io, che da Reggio Calabria sono andata a studiare a Milano, e probabilmente a "casa " non ci tornerò mai.



In questi giorni in Serbia, tra un gavettone e un piede nel fango ho capito che il destino può farti nascere privilegiato. Ma tu con le tue azioni puoi fare girare la ruota, ripararla o addirittura sostituirla con quella di scorta aiutando qualcun'altro.

lunedì 17 giugno 2019

Preparando le "Tabbbare"

Nessun commento:

Cari cantieristi,
pensavate che ci fossimo dimenticate di voi ? MAI !!

In questi giorni le vostre coordinatrici stanno lavorando come delle  albine (api operaie) solo per voi!
Oltre alle attività e incontri che stiamo mettendo a punto in capitale abbiamo visitato i villaggi dove
andremo a fare i Cantieri… non senza un minimo di imprevisti ! Grazie alla (secondo mestudiata)
disattenzione del nostro collega-navigatore abbiamo avuto l’opportunità di vedere il villaggio di
Calfa Noua.
 Abitanti:197
Strade: ...

Dopo questa esperienza un po' into the wild siamo giunte al villaggio desiderato.
Che dirvi ragazzi, l’accoglienza è stata veramente positiva e non possiamo lamentarci!

Classico esempio di accoglienza moldava:
grano saraceno, kompott, anguria sott'aceto, pesce con verdure, vino. 

Dopo una ardua contrattazione siamo riuscite a farvi avere addirittura un bagno vero!
E ho personalmente richiesto al prete locale di mettere da parte abbastanza anguria sott’olio
per saziare tutti quanti.
Mancano 42 giorni alla “Tabara” (Campo estivo, in romeno) e io non vedo l’ora di rivedervi
e iniziare questa avventura insieme. So che avete tutti voglia di partire, mi immedesimo come
ex-cantierista. Ricaricate le batterie al massimo prima di partire perchè ne avrete bisogno.
Ma soprattutto, quando arriverete, cercate di fare tesoro di tutto quello che vedrete e imparerete
di nuovo e ricordate “be quick to observe but slow to judge”, perchè anche se siamo a due passi
da casa, le differenze culturali ci sono.
Spero che questo cantiere vi possa emozionare e, almeno un po’, farvi innamorare della Moldova
come ha fatto con me !

A presto !

ps: vi allego un po' di dolcezza dei cantieri passati per farvi vedere cosa vi aspetta !


Cantiere Ratus 2017
Cantiere Hincesti 2017

venerdì 24 maggio 2019

«Ana bil-ghorba»

Nessun commento:
Il termine arabo «lghorba» non è traducibile in italiano con una sola parola. Le tre radici di cui è costituito, la غ (ghayn), la ر (ra) e la ب (ba) fanno riferimento ad una sfera semantica particolare, quella legata all’Occidente. I vocaboli che si possono ottenere attraverso la manipolazione linguistica di queste tre radici non sono esclusivamente legati, tuttavia, a delle nozioni geopolitiche (l’Occidente tout court, per esempio) o direzionali (l’Occidente in quanto punto cardinale dove tramonta il sole), ma possono rimandare a dei concetti legati ad una sensazione di estraneità e lontananza fisica o mentale. 

Lghorba è, per l’appunto, uno di questi e porta con sé tutto il peso del suo significato materiale e astratto: non è solo una condizione di effettiva distanza dal proprio paese (che potrebbe essere tradotto in italiano con il termine «esilio»), ma anche un sentimento di congedo – talvolta forzato – dalla propria terra e dalla propria realtà.
La prima volta che sono entrata in contatto con questa parola stavo leggendo alcuni articoli relativi alla migrazione marocchina in Italia, fenomeno particolarmente osservabile in determinati quartieri della mia città natale, Torino. Sapevo, inoltre, che molti giovani cantanti nordafricani avevano dedicato le loro canzoni hip-hop al ghorba, molto spesso denunciando gli effetti devastanti della migrazione forzata verso l’Europa e utilizzando, allo stesso tempo, l’elemento musicale come strumento di riscatto da una vita condannata all'esilio dalla propria terra. Si può dire, dunque, che la mia conoscenza del termine sia stata fino ad un certo momento legata a fenomeni di mobilità e di migrazione economica e/o forzata dai paesi del Nordafrica verso l’Europa. 

Tuttavia, vivendo in Libano e parlando con alcuni amici provenienti da diversi paesi arabi ho scoperto che lghorba viene utilizzato nel linguaggio corrente anche quando la condizione di lontananza è legata ad un progetto personale voluto: ana bil-ghorba, sono nel ghorba e dunque sono distante da casa, dalla mia famiglia. Eppure, se penso alla mia situazione in quanto expat, lontana da casa e dalla famiglia, faccio difficoltà a fare mio questo termine, non solo per una questione strettamente linguistica.


Penso al campo profughi di Tel Abbas, situato nella parte settentrionale del Libano, a 5 kilometri dal confine siriano. Salendo su uno degli edifici in muratura che circondano il campo si possono vedere in lontananza le colline e le prime abitazioni della Siria. Penso a quale sensazione si possa provare ogni giorno scorgendo da lontano il proprio paese, la propria casa, senza poterci tornare.
Il campo palestinese di Rashidieh, costruito sul mare subito dopo le spiagge della città di Sur (Tiro) dista pochi kilometri dalla Linea Blu, la linea di demarcazione tra il Libano e Israele istituita dalle Nazioni Unite nel 2000. Di notte, se il cielo è particolarmente limpido, è possibile scorgere le prime luci della Palestina. 

Nel giro di pochi giorni, da nord a sud, questi due panorami mi hanno travolto facendomi riflettere sul significato del ghorba e sul perché fosse così difficile identificarmici. Una delle tante riflessioni che ho provato a sviluppare riguarda la nascita di questo termine all'interno di un sistema linguistico preciso, quello arabo e, allo stesso tempo, la sua assenza in una lingua come può essere, per l’appunto, l’italiano. Ed è proprio in questo contesto che la parola assume ed esercita potere, nella misura in cui si fa portatrice di disuguaglianze o privilegi, di esclusione o inclusione, assumendo contorni sfumati a seconda della direzione in cui si guarda. 


La spiaggia di Sur (Tiro). In lontananza, il campo palestinese di Rashidieh. 



lunedì 20 maggio 2019

Tumaini Group

Nessun commento:
"Buongiorno mi chiamo Getray, ho 28 anni e lei è la mia bambina Ann di un anno. Sono keniana, arrivo dal nord Nairobi e ho quattro sorelle.
I miei genitori, le mie sorelle ed io vivevamo sopra Nairobi, fino a quando nel 2012 è morto mio papà e le nostre vite si sono dovute separare. Sono stata per qualche periodo a casa delle mie sorelle, ma presto ho dovuto trovare una soluzione, una svolta per me stessa.

Mi è stato proposto da una donna di trasferirmi con lei a Mombasa, mi avrebbe ospitata e mi avrebbe offerto un ottimo lavoro. Così ho preparato i miei bagagli e mi sono trasferita in questa città nuova, sul mare.
La donna usciva tutte le notti per lavorare, mi diceva che lavorava in un hotel e che presto mi avrebbe introdotta lì. Una sera, dopo cena, mi ha detto di prepararmi perché sarei andata con lei al lavoro. Mi ha portata a Bamburi dove ci sono tutti gli hotel, ma non siamo entrate in nessuno di quelli. L'ho seguita fino a che siamo arrivate in spiaggia. Era notte fonda. Era tutto buio.
Mi ha detto: <Getray guarda come si fa, così poi lo fai anche tu e guadagni tanti soldi.> La osservavo mentre si approcciava a degli uomini e poi è scomparsa.
Ho iniziato a prostituirmi a vent'anni per guadagnare dei soldi per pagare l'affitto e procurarmi del cibo. Ho lavorato intere notti senza prendere un soldo, ho venduto il mio corpo in cambio di percosse e qualunque tipo di violenza fisica, mi hanno drogata per ricevere del buon sesso e non ho guadagnato uno scellino. Nemmeno uno.

Poi mi sono innamorata di un uomo, siamo andati a vivere insieme e ho finalmente smesso di fare quell'orrendo lavoro. Pensavo di esserne uscita, invece no! Beveva, si drogava, mi picchiava e continuavo a vivere in un incubo.
Sono tornata a prostituirmi per dare da mangiare alla piccola Ann, la nostra bambina. Mi vergognavo di fare quello che facevo. Non ce la facevo più a vivere quella vita, così sono venuta qui in parrocchia a Mtopanga a chiedere aiuto, ho parlato a lungo con Sister Agnes, che mi ha ascoltata per ore.

Fort Jesus, Old Town, Ann, Getray ed io




Ora, Ann ed io, viviamo in una casetta qui a Mtopanga. Io insegno in una Primary School e pago una babysitter che si prende cura della mia bambina dal lunedì al venerdì.
Ringrazio Sister Agnes per l'immenso aiuto che mi ha offerto e ringrazio voi per essere qui ad ascoltarmi."









Questa è la storia di una delle 60 donne che oggi, qui a Mtopanga, una slum di Mombasa, fa parte di un progetto iniziato a gennaio 2019 grazie al supporto di Sister Agnes.
La suora le tiene impegnate in parrocchia, facendogli pulire la chiesa, il cortile, in cambio di cibo per i loro bambini.
Da qualche settimana Giorgia ed io, insieme a Sister Agnes, organizziamo degli incontri con il Tumaini Group -gruppo della speranza- per concedere a giovani donne momenti di svago, di confronto, di dialogo e di gioco.
Inoltre, insegniamo la lingua inglese in quanto la maggior parte di loro parla solo swahili e abbiamo iniziato a creare braccialetti, collane e orecchini così da poterli vendere e ricavare qualche scellino per fare la spesa.


Tumaini group alle prese con braccialetti, collane e orecchini 




domenica 19 maggio 2019

Il tempo vola, io non sono capace.

Nessun commento:
Allora pagina bianca eccomi, è tanto che mi prometto di aprirti e riempirti di colore ma poi rimando sempre.
Se devo essere sincera ho fatto più fatica a connettere tutti i miei pensieri che trovare il tempo fisico per scrivere…ma comunque eccomi qui. Io tu e la mia playlist preferita di spotify, speriamo di fare grandi cose insieme.

La temperatura si è abbassata, le piogge sono arrivate, qualche frase di swahili la parlo, ogni giorno si aggiungono sorrisi e saluti lungo la strada che facciamo per andare a lavoro.
Tutto è dove deve essere, mi sento sempre più a casa.
Una casa che è stata accogliente fin da subito ma che con il tempo sta diventando sempre più mia.

Il tempo è magico, e non è una scoperta importante come l’acqua calda eh, però è una consapevolezza grandiosa.
E non mi riferisco alla quantità di esperienze che si possono fare in 24 ore ma a quanto i sorrisi, gli abbracci, i “ciao, come stai?”, le strette di mano diventino sempre più pieni di vita. Di come una relazione abbia sempre una piccola mattonella colorata in più, ogni 24 ore. Per me è magia.

E pagina bianca, meno male che non puoi rispondermi se no, giustamente, mi diresti “grande Giorgia, non sei proprio svelta se ti ci sono voluti 26 anni per capirlo” e io ti risponderei semplicemente che hai ragione. Che fino ad ora, per fortuna o forse no, la mia fiducia è sempre stata data per scontata ma è anche sempre stata corrisposta quindi non ho mai fatto grandi ragionamentoni in merito.
È da qualche mese che, senza che lo avessi immaginato, sono nella condizione di dovermi guadagnare la fiducia di altre persone e che fatica!! Giuro che è faticosissimo pagina, a tratti demoralizzante.
Cioè dico..prendo la decisione di partire, mi candido, faccio le selezioni, passo le selezioni, faccio la formazione, prendo l’aereo, atterro, schivo l’attacco di dissenteria che avevo quotato, imparo a vivere in una nuova città che di quelle viste fino ad ora ha poco in comune, imparo una nuova lingua, imparo a non urlare ogni scarafaggio che vedo, imparo i nomi dei cibi tipici e va beh..li mangio anche. Cioè nel senso direi che di motivazione un pò ne ho e che quindi un pò di fiducia, così a occhio, potrebbero darmela..invece no.
Fin da subito ci hanno dato disponibilità e rispetto e mi rendo, ora, conto che é già tanto. Poi noi, piano piano con le nostre gambine e manine abbiamo iniziato a conoscere e a proporre e i risultati sono arrivati eh, ma non erano pienamente come me li aspettavo. Come quando alla sera vai a letto soddisfatto ma non del tutto e non sai il perché, non capisci proprio dove puoi migliorare.
Poi, pole pole capisci che l’errore non sei tu e non è nessuno..è semplicemente la mancanza di fiducia.
Che una direttrice di un centro di sicurezza per minori non ti può dare fiducia solo perché sei la Giorgia che viene dall’Italia con tante belle ideucce, non funziona così.
Che la fiducia è tempo, è giornata, è condivisione, è comprensione, è saper contestualizzare, è conoscere, è apprezzare..e non esiste uno starter pack con queste caratteristiche, serve solo tempo. E non può essere comprato..da nessuna MasterCard. E per te non è magico quello che il tempo e la fiducia riescono a costruire? Per me va quasi oltre la magia, nel senso che non vedo l’ora di iniziare la giornata per vedere dove ci porterà.

 Poi va beh come per tutte le cose belle, cara pag., c’e un però..il tempo, con il suo profumo, vola e io invece vorrei stringermelo forte al petto sempre di più. Lui e i momenti che mi sta facendo vivere ma sono fiduciosa che troverò una soluzione.
Nel frattempo ti saluto che anche il tempo per dormire è importante e io ho proprio sonno e poi, andare a letto piena di felicità per la giornata appena passata è, come già detto, ben oltre ogni magia.


A presto,
Giorgia.

martedì 14 maggio 2019

Redes de Solidaridad: un progetto per Nueva Vida

Nessun commento:

Nueva Vida è un quartiere periferico di Ciudad Sandino, nato a seguito del disastro ambientale causato dall’uragano Mitch del 1998. Da 12 anni, l’associazione Redes de Solidaridad permette lo sviluppo di una formazione complementare che punta a rafforzare negli studenti l’intelligenza emozionale, sociale ed etico valoriale.
Il progetto “Contribuir al desarrollo de la comunidad de Nueva Vida y de Ciudad Sandino por una vida sana y sin violencia”, sviluppato dall’associazione Redes de Solidaridad nel 2018 ha avuto l’obiettivo di garantire l’accesso ad un’educazione di qualità per giovani ed adolescente del quartiere focalizzata sui temi dell’uguaglianza di genere, dell’educazione alla pace e al rispetto dell’ambiente. Per raggiungere questi obiettivi la formazione proposta non è stata meramente formale, ma ha puntato piuttosto alla presa di coscienza di sé stessi e del proprio impatto nel mondo circostante.
L’attenzione è stata rivolta soprattutto ai problemi ambientali, anche a causa della mancanza di una rete fognaria e dalla presenza smisurata di rifiuti per le strade.


Strada di Nueva Vida

Nueva vida

Attraverso l’utilizzo di una metodologia di educazione popolare, volta alla coscientizzazione dell’individuo, gli alunni della scuola tecnica e del Centro Scolastico sono stati coinvolti in dibattiti, alternati ad attività pratiche e creative, sperimentando anche la messa in scena di storie inerenti alla tematica
Un’altra delle tematiche affrontate è stata quella della violenza e disuguaglianza di genere. Lo sguardo è stato rivolto agli elementi di vita quotidiana degli studenti, tentando di mettere in luce le immagini stereotipate della forte cultura machista, analizzarle e discuterne. La situazione politico-sociale e i tumulti popolari che hanno coinvolto la nazione e la città a partire da aprile, hanno portato a una rimodulazione del tema della violenza di genere, ampliando lo sguardo nel concetto stesso di violenza e di conseguenza, di cultura di pace. Gli studenti della Scuola Tecnica hanno poi provveduto, a seguito fi un laboratorio di giornalismo, appartenente allo stesso progetto, a riportare tutte le attività svolte e le esperienze vissute, in un giornale scolastico online consultabile al seguente link
Il progetto sviluppato da Redes de Solidariedad e cofinanziato dalla Caritas nel 2018 ha coinvolto docenti e alunni di scuola primaria e tecnica alla sensibilizzazione sui temi del rispetto dell’ambiente e della cultura di pace di più di 200 partecipanti. Per il quartiere di Nueva Vida questa è stata un’esperienza di riflessione sul proprio ruolo nel quartiere e nel mondo come agenti del cambiamento. Purtroppo quest’anno, viste la difficile situazione socio-politica non è stato possibile formare la scuola Tecnica e svolgere azioni che coinvolgano in maniera massiva il quartiere e per questo si è puntato al rafforzamento dell’identità del Centro attraverso la promozione di tematiche legate all’equità di genere, la salvaguardia dell’ambiente e la cultura di pace. Si sta puntando inoltre a promuovere un’educazione per i ragazzi del Centro Scolastico che sia di qualità, che coinvolga i genitori per fare in modo che prendano coscienza del fatto che l’educazione può rappresentare un mezzo per superare la povertà.

Biciclette e machismo: viaggio a pedali nella jungla urbana

2 commenti:
Per molte persone il muoversi in bicicletta ha un valore multiforme: pedalare in città migliora la vita personale l’ambiente esterno. Va da sé che spostarsi in bicicletta modera il traffico, riduce l’inquinamento, cambia l’assetto della mobilità urbana, ma oltre a questo, ciò che rende davvero speciale lo spostamento in bicicletta è che il paesaggio circostante assume un aspetto diverso. Con quella giusta velocità intermedia fra lo spostamento a piedi e su un mezzo motorizzato, il muoversi in bici permette di avere una visione d’insieme del paesaggio circostante che non tralascia i dettagli. Abbastanza veloci per sentire il vento fra i capelli, abbastanza lenti per godere dei particolari inaspettati che la strada riserva, i ciclisti di tutto il mondo sono concordi nell’apprezzare il valore terapeutico della propria bicicletta. I ciclisti urbani spesso pedalano proprio perché pedalare li rasserena.

Vivo a Managua da tre mesi e, nonostante il mio amore incondizionato per la mobilità su due ruote, ci ho messo un po’ a prendere coraggio per ricominciare a pedalare. Il timore maggiore era dato dalle strade troppo spesso intasate da un traffico crudele e sregolato. Gli incidenti mortali in pieno giorno non sono rari, la segnaletica stradale sì, è rara; i semafori sono spesso un optional, le piste ciclabili non esistono. Non che sia schizzinosa nello scegliere dove pedalare o meno, ma tutti questi fattori, sommati, mi hanno fatto rimandare la decisione di pedalare per mesi. 
Nel frattempo mi sono spostata sempre in bus o a piedi. Mi piace molto camminare, ma devo tristemente ammettere che camminare a Managua è spesso snervante a causa di una buona parte degli uomini che vivono la strada come fossero degli animali in una squallida stagione dell’amore. Per alcuni degli uomini che vagano per le strade di Managua (per molti, oserei dire) il corteggiamento è un atto da praticare costantemente e incondizionatamente, senza la benché minima eleganza ma, anzi, sempre con un tocco di prepotenza. Gli apprezzamenti sono sempre sfacciati e svilenti, e provengono da uomini di qualsiasi età: dal ragazzino appena uscito da scuola all’anziano alla fermata del bus, non si risparmiano nemmeno i padri con figli fra le braccia che, anzi, danno sin da subito il viscido esempio agli innocenti bambini che li accompagnano. Baci e versi salivosi con lingue che cercano sempre una nuova posizione per emettere una vasta gamma di quei suoni che siamo soliti indirizzare agli animali per avvicinarli. E poi fischi, fischi e ancora fischi. Frasi delle più variegate, complimenti coloriti, riferimenti sessuali, sguardi languidi. Il tutto fatto sfacciatamente, senza accenni a nascondersi, anzi, piuttosto avvicinandosi per bene alla faccia della donna prescelta, in modo tale da farle ascoltare al meglio lo schiocco del salivoso bacio che le si sta indirizzando.
È stato anche per questo che ho deciso di riprendere in mano una bici, per provare a superare il trauma da macho-corteggiatore nascosto dietro ogni angolo mentre ci si sposta a piedi. Un amico mi ha prestato la sua bici e ho ricominciato a pedalare.



Mi sono bastate due pedalate per rendermi conto di quanto mi fosse mancato muovermi su due ruote, di quanto il fatto stesso di potermi spostare indipendentemente dai percorsi preimpostati dei bus o dei taxi, mi facesse rivivere una rinnovata autonomia per la quale avevo provato una grande nostalgia. 
Mi sono bastate un paio di pedalate in più per rendermi conto che del machismo callejero non mi ero affatto liberata, anzi. La velocità media fra lo spostamento a piedi e quello motorizzato, permette a chiunque di attuare i suoi viscidi rituali di corteggiamento, indipendentemente da come e se si sta spostando. Motociclisti, taxisti, camionisti, e chi più ne ha più ne metta, tutti mi inviano una suonata di clacson che mi fa sobbalzare sul sellino, rallentano per accostarmisi e farmi un occhiolino, indirizzarmi un bacio o uno dei loro squallidi versi: prendono la mia velocità per fissarmi bene dal finestrino. Gli uomini a piedi mi urlano dietro, in modo tale che il vento non mi impedisca di ascoltare le loro inutili parole. Tutti coloro che ne hanno voglia si sentono in diritto e in dovere di molestarmi, sono solo una donna qualsiasi che va tranquilla per la sua strada. Ho anche un aspetto sobrio e nient’affatto appariscente, ma questo poco importa.

Il machismo in Nicaragua è forte, e spesso è normalizzato sia dagli uomini che dalle donne. Gli atti di volenza sono ricorrenti ed impuniti, La Prensa, il quotidiano nicaraguense più diffuso, riporta di 21 femminicidi registrati nei primi quattro mesi del 2019: uno ogni sei giorni. Le donne in strada, ma anche dentro le proprie case, non sono al sicuro. Trovare il coraggio di denunciare spesso non porta ad altro che alla derisione di un agente che non ti prende sul serio.
Ho continuato a pedalare, e nonostante i fischi, i commenti, i versi, il vento mi passava fra i capelli, il corpo si adattava a una nuova velocità e, pedalata dopo pedalata, la serenità tipica da bicicletta è stata dilagante. Metto da parte la rabbia e mi prendo la libertà di deridere loro e le loro molestie, di ridere sola con me stessa dei loro tentativi di approccio, tanto viscidi quanto vani. Mi concentro sul respiro, sul ritmo dei pedali, su quei dettagli della strada che solo se visti da una bicicletta assumono una luce così bella. Metto da parte la rabbia e Managua mi sembra bella come non l’ho mai vista prima.

venerdì 5 aprile 2019

Iaşi-Chişinău

1 commento:

Un paio di settimane fa sono andata in Romania a visitare la citta di Iaşi.
Da Chișinău a Iaşi ci sono circa 160km, che sara mai, ho pensato io. Due orette in macchina, massimo tre all'andata e un altro paio al ritorno. Mi sembrava un viaggio da nulla.
Questo perché non avevo mai fatto i conti prima d'ora con la frontiera.
Non ci avevo mai pensato prima, però adesso mi sono resa conto di aver viaggiato solo in Europa, sono nell area schengen. Non ho mai visto o vissuto una frontiera, solo cartelli che dicono ''benvenuti'' in Francia, Germania, Italia... accanto a quelli, gabbiotti vuoti ormai in disuso.
Quindi ero ignara di quanto questo viaggio sarebbe durato. I primi dubbi sull'effettiva durata del viaggio mi sorgono al mattino, quando vedo i miei compagni di viaggio in macchina arrivare pieni di buste con frutta, biscotti, bottiglie di succhi e acqua per un esercito. Pero', ho pensato, hanno portato il pranzo al sacco!
e invece no!

4 ore alla frontiera. Questo è il tempo che abbiamo aspettato per un controllo dei passaporti per entrare in Europa per un totale di 6 ore e mezza di viaggio. Europa, che geograficamente è qua, vicina, non e in un altro continente o a miliardi di km di distanza, ma proprio a due passi.
Vedevo la fila delle macchine con i passaporti europei che scorreva velocemente in entrata e in uscita mentre la nostra restava ferma.
Chiedo informazioni ai miei compagni di viaggio, tutti moldavi. Alcuni di loro hanno il passaporto rumeno spiegano, ma altri no quindi dobbiamo per forza metterci in coda nella fila dei passaporti misti.
La cosa mi incuriosisce un po... come fa un moldavo ad avere la cittadinanza rumena? saranno mica nati là? invece scopro che molte persone in moldova fanno richiesta per un passaporto rumeno… basta avere avuto una nonna o un nonno o un lontano parente che è nato o ha vissuto in romania. Mi spiegano che è molto più conveniente per i viaggi, per trovare lavoro e per altre tante cose ...
La cosa mi ha fatto molto pensare. Mi ha fatto riflettere sull identita’ di questo paese e questo popolo. chi sono i moldavi ?  e chi sono i rumeni? sono due popoli distinti o sono vermamente fratelli come molte persone sostengono?
I moldavi e i rumeni condividono la stessa lingua, quasi praticamente la stessa bandiera e, addirittura , la regione più a est della Romania si chiama Moldova, proprio come lo stato con cui confina.
A me per il momento sembra che l’ unica cosa che li separa sia una frontiera, un muro. non so se gli intenti di riunificazione riusciranno mai, la questione e' molto piu complessa, ma nel frattempo la popolazione, la lingua e la tradizione rimangono le stesse, come anche i passaporti.
Dalla Moldova (per ora) è tutto ... la revedere !
Clara 💕


martedì 26 febbraio 2019

Guardati con i miei occhi

Nessun commento:
Ciao pagina bianca, finalmente io e te.
È stato faticoso in queste settimane pensare, fermarsi, riflettere, ritagliarsi tempo ma eccomi qui.

3 settimane calde, intense intensissime, stancanti, di scoperta, di sconforto, di adattamento, di conoscenza, di vita piena, di qualche lacrima, di ammirazione, di luce e di terra; voi ormai siete trascorse e ora rimaniamo io e i miei pensieri colorati che vagano senza una meta tra la mia testa, il mio cuore e il mio stomaco e poi ci sono anche i pensieri meno colorati, quelli che voglio poter stringere e abbracciare solo io.

Oggi, cara pagina bianca, vorrei riempirti di amore, non quello nel senso banale e commerciale del termine ma quell’amore per la vita che mi stanno trasmettendo al MPU i bambini, le bambine e le ragazze con cui sto passando la maggior parte delle mie giornate.

Sono persone che sono state allontanate dalle loro famiglie perché hanno subito abusi o violenze e io, cara pagina, ogni volta che li guardo e penso a quello che hanno vissuto vorrei piangere e prendere a pugni qualcosa perché in nessun mondo nessun essere umano di 8 anni merita di essere abusato dal proprio padre o a 2 lasciato morire di fame o a 11 anni essere picchiata fino a essere sfregiata.
Per me non è giusto, ma neanche un pò! E io per esprimere questa ingiustizia ho sempre pensato che il pianto fosse una giusta reazione..poi, carissima pagina, mentre io guardo loro e trattengo le lacrime, ci sono loro che guardano me e allora mi scoppia il Big Bang dentro, dappertutto.
Sono sguardi che io non riesco ancora a reggere, sono sguardi forti, decisi, sono sguardi dolci, accoglienti, sguardi pieni di dignità e amore per la vita..nonostante tutto.

Loro una famiglia che li sostiene, li valorizza, li educa, li ama non ce l’hanno.
Le possibilità per sviluppare la propria identità e intimità non le hanno, non hanno nessuno a cui mostrare i proprio successi o con cui piangere per gli insuccessi, non hanno soldi e non hanno un futuro certo..tu, cara pagina, ce la faresti?
Io no.
Loro si.
Loro ogni giorno mi insegnano che è giusto e possibile dare fiducia a nuove persone, è giusto darsi una seconda possibilità, è giusto abbracciare e sorridere quando si è contenti e piangere quando si deve.
Loro mi stanno insegnando tanto e io vorrei farli conoscere a tutti, vorrei scrivere tutti i loro nomi e mostrare le foto a questo mondo ingiusto perché si, la maggior parte di loro ce la stanno facendo.

Cara pagina, il mio scopo per questo anno è fare in modo che loro si possano guardare con gli stessi occhi con cui li vedo io.
Per ora, mia cara pagina non più bianca, mi limito ad abbracciarli stretti stretti, forte forte per fargli capire ogni giorno di più che sono speciali, per loro, per me, per noi e per il futuro che li aspetta.
Speriamo sia un buon inizio.

A presto,
Giorgia.

mercoledì 6 febbraio 2019

-5 e si parte

Nessun commento:
30.01.2019
Ciao a tutti !
Mi chiamo Clara e da oggi inizia la mia avventura da blogger.  Vedo che ci sono tante aspettative per i miei futuri racconti ... spero di essere all'altezza (ma soprattutto costante...).

Ma veniamo al dunque ! Mancano solo 5 giorni alla partenza  per il mio SCE! Come ogni fase pre-viaggio, sono in fibrillazione e non la smetto di correre da una parte dall'altra della casa a prendere cose da mettere in valigia e a creare liste assurde di prodotti da comprare (ma ci sarà il mio shampo preferito al profumo di gelsi lì? ma devo prendere altre paia di calzini? magari mi porto dietro un po' di pasta, non si sa mai...).

Accanto a questa iperattività fisica stanno prendendo forma nella mia testa tanti pensieri e sentimenti contrastanti. Due settimane fa, all'inizio della formazione, ero spaurita e confusa. Vedevo gli altri sce pronti a partire per mete diverse, sotto alcuni punti di vista più "appetibili" per un anno di servizio civile (Kenya, Nicaragua e Libano), ma soprattutto li vedevo partire in coppia, trio o addirittura quartetto. Invece io quest'anno partirò da sola e all'inizio, vedendo soprattuto come gli altri iniziavano a  fare gruppetto mi sono sentita un po' indietro rispetto alle dinamiche relazionali, un po' menomata a partire senza compagno o compagna.
 Nel corso dei giorni ho poi scoperto delle cose che mi hanno fatta rallegrare ancora di più. Anzitutto, ho scoperto che in realtà una compagna di viaggio, almeno per un pezzo di strada la avrò e questo mi ha dato più sicurezza. Poi, entranto nel vivo della descrizione dei progetti e della formazione, scoprendo più cose la confusione ha lasciato posto alla curiosità e alla voglia di immergermi subito in questa nuova esperienza. 

In tutto questo scrivere scrivere mi sono dimenticata di presentare la mia meta!
(rullo di tamburi)

LA MOLDOVA


Magari i più assidui lettori del blog o gli amanti della geografia sapranno dov'è situata la Moldova, o almeno sapranno che esiste. Almeno, perchè fin'ora nel 90% delle conversazioni in cui  ho pronunciato le  parole "vado un anno in Moldova" ho ricevuto come risposte sguardi confusi e domande come "ma esiste veramente?". Quando parlo della Moldova a volte ho la sensazione di riferirmi al fittizio stato di Genovia del film Pretty Princess. Del resto sono entrambi stati piccolini in europa sconosciutì a molta gente.
In ogni caso,  sia per coloro che sono più o meno ferrati in materia, vi mostro dove andrò a passare un'anno della mia vita:


Mi sembra di aver detto abbastanza, anche troppo per un primo post. 
Per oggi è tutto, la revedere 😃

Clara

mercoledì 30 gennaio 2019

L’Africa, un sogno che si realizza. Diamo il VIA, SCE 2019 è iniziato!

Nessun commento:
Sono Greta, ho 25 anni e sto finalmente per realizzare un sogno, il sogno.
Avete presente quando vi chiedono “Quale è il tuo sogno nel cassetto?” oppure “Il sogno della vita?”.
Ecco, il mio è questo: l’Africa. Tra quattro giorni la mia vita si sposterà in Kenya, a Mombasa, per un intero anno di Servizio Civile Estero con Caritas Ambrosiana.
Ma chi è Greta?
Sono una ragazza molto semplice, cresciuta in oratorio e studio Scienze dell’Educazione all’Università Bicocca di Milano.
Ho iniziato ad affiancarmi al volontariato molto presto in vari settori. Oltre che tutte le attività oratoriane, ho speso parte del mio tempo in una casa residenziale per disabili, successivamente in casa di riposo per anziani; poi ho iniziato ad insegnare italiano a stranieri e, ormai da tre anni, sono soccorritrice sui mezzi per l’Emergenza Sanitaria.

Ovunque vada, chi mi conosce, mi definisce “colorata”, forse per il mio modo di vestire (ogni capo di un colore diverso) che mai si abbina o forse per il mio sorriso “smagliante e luminoso” che trasmette colore.
Un giorno una bambina ha fatto il mio ritratto dicendomi “La tua faccia è rosa, ma ricorda un arcobaleno. Tu mi ricordi i colori!”.





Crescendo in oratorio ho avuto la fortuna di incontrare la simpaticissima Suor Amata che, piano piano, mi ha fatto conoscere l’Africa e più precisamente il Congo, le sue abitudine, la sua cultura, le danze e le canzoni, i cibi e gli odori, suscitando in me una grande curiosità di partire e vedere con i miei occhi quella terra, di sentire con il mio naso quegli odori e di trasmettere con il mio sorriso quello che esattamente lei ha trasmesso a me. Il mio sogno.




L’estate scorsa grazie ai Cantieri della Solidarietà organizzati da Caritas Ambrosiana e ho trascorso le mie tre settimane di vacanza in Kenya, sempre a Mombasa, a servizio di bambini e ragazzi. Al mio rientro la sensazione era molto strana: non riuscivo ad orientarmi, sentivo che tre settimane non erano state sufficienti e che avrei preteso di più da me stessa e che avrei voluto più tempo per farlo. 






E per questo, grazie a Suor Amata, agli incontri fatti nella mia vita e al Cantiere a Mombasa ho deciso di candidarmi per il Servizio Civile Estero nella mia Africa.
Diamo il VIA, SCE 2019 è iniziato!
Sensazioni a riguardo? Me la sto facendo sotto!!!!!!
Scherzi a parte, sono super mega gasata e carica, non vedo l’ora di partire e di vivere al massimo questo anno, il mio anno. Allo stesso tempo si intrecciano sensazioni di paura e preoccupazione data l’esperienza delicata che mi aspetta in un contesto per niente semplice.







In bocca al lupo a me e a tutto il gruppo SCE2019!
Ci vediamo, o meglio, sentiamo da Mombasa!
Greta