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lunedì 20 maggio 2019

Tumaini Group

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"Buongiorno mi chiamo Getray, ho 28 anni e lei è la mia bambina Ann di un anno. Sono keniana, arrivo dal nord Nairobi e ho quattro sorelle.
I miei genitori, le mie sorelle ed io vivevamo sopra Nairobi, fino a quando nel 2012 è morto mio papà e le nostre vite si sono dovute separare. Sono stata per qualche periodo a casa delle mie sorelle, ma presto ho dovuto trovare una soluzione, una svolta per me stessa.

Mi è stato proposto da una donna di trasferirmi con lei a Mombasa, mi avrebbe ospitata e mi avrebbe offerto un ottimo lavoro. Così ho preparato i miei bagagli e mi sono trasferita in questa città nuova, sul mare.
La donna usciva tutte le notti per lavorare, mi diceva che lavorava in un hotel e che presto mi avrebbe introdotta lì. Una sera, dopo cena, mi ha detto di prepararmi perché sarei andata con lei al lavoro. Mi ha portata a Bamburi dove ci sono tutti gli hotel, ma non siamo entrate in nessuno di quelli. L'ho seguita fino a che siamo arrivate in spiaggia. Era notte fonda. Era tutto buio.
Mi ha detto: <Getray guarda come si fa, così poi lo fai anche tu e guadagni tanti soldi.> La osservavo mentre si approcciava a degli uomini e poi è scomparsa.
Ho iniziato a prostituirmi a vent'anni per guadagnare dei soldi per pagare l'affitto e procurarmi del cibo. Ho lavorato intere notti senza prendere un soldo, ho venduto il mio corpo in cambio di percosse e qualunque tipo di violenza fisica, mi hanno drogata per ricevere del buon sesso e non ho guadagnato uno scellino. Nemmeno uno.

Poi mi sono innamorata di un uomo, siamo andati a vivere insieme e ho finalmente smesso di fare quell'orrendo lavoro. Pensavo di esserne uscita, invece no! Beveva, si drogava, mi picchiava e continuavo a vivere in un incubo.
Sono tornata a prostituirmi per dare da mangiare alla piccola Ann, la nostra bambina. Mi vergognavo di fare quello che facevo. Non ce la facevo più a vivere quella vita, così sono venuta qui in parrocchia a Mtopanga a chiedere aiuto, ho parlato a lungo con Sister Agnes, che mi ha ascoltata per ore.

Fort Jesus, Old Town, Ann, Getray ed io




Ora, Ann ed io, viviamo in una casetta qui a Mtopanga. Io insegno in una Primary School e pago una babysitter che si prende cura della mia bambina dal lunedì al venerdì.
Ringrazio Sister Agnes per l'immenso aiuto che mi ha offerto e ringrazio voi per essere qui ad ascoltarmi."









Questa è la storia di una delle 60 donne che oggi, qui a Mtopanga, una slum di Mombasa, fa parte di un progetto iniziato a gennaio 2019 grazie al supporto di Sister Agnes.
La suora le tiene impegnate in parrocchia, facendogli pulire la chiesa, il cortile, in cambio di cibo per i loro bambini.
Da qualche settimana Giorgia ed io, insieme a Sister Agnes, organizziamo degli incontri con il Tumaini Group -gruppo della speranza- per concedere a giovani donne momenti di svago, di confronto, di dialogo e di gioco.
Inoltre, insegniamo la lingua inglese in quanto la maggior parte di loro parla solo swahili e abbiamo iniziato a creare braccialetti, collane e orecchini così da poterli vendere e ricavare qualche scellino per fare la spesa.


Tumaini group alle prese con braccialetti, collane e orecchini 




martedì 5 marzo 2019

Un mese a Mombasa

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Oggi è un mese che LeDis sono a Mombasa, in Kenya, per trascorrere l'anno di Servizio Civile all'estero.
Giorgia, la mia compagna di viaggio ed io ci siamo ritrovate dal freddo pungente di Milano al caldo africano, con una media di 33/35 gradi al giorno. Un vero trauma!!!







Inoltre, siamo state accolte dalla cucina kenyana che sta quasi diventando una droga: samoza, riso al cocco, chapati, pilau...una vera bontà!



Ritornare qui dopo sei mesi dal cantiere estivo ha suscitato in me strane sensazioni ed emozioni: rivedere i luoghi e incontrare nuovamente le persone conosciute in agosto mi ha fatto pensare "Cavolo Greta conosci una piccolissima parte di mondo che sta all'equatore, conosci persone e sai muoverti qui, è fantastico!"
E mi sono anche detta che nulla accade per caso, un motivo per cui io sia riuscita a tornare in questa città a distanza di pochi mesi ci sarà e non vedo l'ora di scoprirlo, di vivere a pieno l'anno che mi aspetta qui.


Ma come è questa Mombasa?

Mombasa è la seconda città più grande del Kenya e già in un mese ho notato le mille sfaccettature con cui si presenta. Si passa da quartieri ricchi con ville e strade pulite a baraccopoli e discarica aperta all'angolo della strada. E' una città caotica, sembra non si fermi, nemmeno durante la notte: la musica, insieme ai clacson, è uno dei sottofondi principali. 
L'intreccio e la convivenza di tantissime religioni  nello stesso posto mi ha un po' stupita: musulmani, cattolici, buddisti, indù convivono a Mombasa.
Lungo la strada le persone lavorano vendendo frutta, verdura, cassava fritta, cibo di ogni genere, vestiti, poltrone,
divani, bare, letti e tanto altro.



I conductor dei matatu (pullmino-taxi con 14 posti) urlano dal finestrino per cercare passeggeri da trasportare, con un costo molto basso. I driver dei tuk tuk (una specie di Apecar-taxi con 3 posti) girovagano per la città alla ricerca di passeggeri più benestanti.








Quelli meno fortunati trainano pesantissimi carretti di legno sotto al sole, a piedi nudi, sull'asfalto cuocente; altri conducono una bicicletta carica di sacchi e cassette contenenti cipolle, banane o verze. Quelli meno fortunati ancora un lavoro non ce l'hanno.





Durante questo mese di osservazione della città, delle persone che la vivono e del modo in cui la vivono mi sono dovuta mordere la lingua già un'infinità di volte, ho dovuto trattenere le lacrime e le parole contando fino a 10. Di certo il contesto non è semplice, ma è comunque una gioia vedere nelle persone e nei bambini quel sorriso smagliante e dico "Wow".

WOW




mercoledì 22 agosto 2018

Mombasa. In viaggio verso la vittoria!

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Giorno: 17 agosto 2018 partenza prevista ore 14:00, partenza africana 17:00 (ormai non ci si stupisce più di nulla). 
Mezzo di trasporto : un 'pullman' del dopo guerra, che avrebbe dovuto contenere la metà dei cristiani ma in realtà ne conteneva il doppio. Ci saliamo acclamati dai nostri amici di kongowea. 
Partiamo. Prima però una preghiera per chiedere al signore di proteggerci in questo viaggio (della speranza). 
Molto 'pole pole' percorriamo la strada, e dopo numerose curve, motore che si spegne in salita (ah il freno a mano non esiste, si scende e si piazzano sassi sotto le ruote)  e  autista che si abbiocca mentre passiamo difianco ad un burrone, arriviamo vivi. Qualcuno lassù ha guardato giù. 
Ah piccola precisazione non da sottovalutare: orario d'arrivo previsto 20:00, orario d'arrivo effettivo 23:30.
Ad ogni modo, felici di essere ancora vivi, scendiamo dal bus, baciamo il terreno ma subito percepiamo qualcosa di strano.. ma quanto freddo fa?! La domanda sorge spontanea: siamo sicuri di essere ancora in Africa?! 
Ci avviamo verso il gate di ingresso, iniziamo le procedure di registrazione ed entriamo. Veniamo spediti nella hall dove i nostri amici iniziano a provare per la competizione del giorno seguente. (Ah particolare non da sottovalutare, è ormai l'1:30 di notte). Alle 2:00 siamo finalmente nel dormitorio, e che dormitorio... Letti a castello scassati che per salirci metterebbero alla prova anche il più bravo equilibrista, materassi con pulci, ciabatte abbandonate sotto i letti e catini ovunque. Nonostante tutto il sonno ha la meglio, cerchiamo di evitare attacchi di insetti con il nostro fedele compagno BioKill, ci infiliamo nel sacco a pelo e, bardati come delle mummie, prendiamo sonno. 
Ora 5:30 suona la sveglia. Ci concediamo una doccia gelata per svegliarci, ci infiliamo in vestiti pesanti e iniziamo la giornata. La nostra presenza non passa inosservata, 10 wasungo in una marea di kenyani.
Il tempo trascorre in armonia, tra risate e applausi, tifi sfegatati e striscioni. Non ci sentiamo e nemmeno ci considerano come 10 volontari italiani, ma anche noi ormai siamo i rgazzi di Kongowea. Finiscono entrambe le competizioni, sia di drama, che di canto e inizia l'attesa per il verdetto. 
Nel frattempo perché non ballare un po' ?! Che strano, qui non si balla mai! (Sono ironica ovviamente. In kenya la gente passa più tempo ad ascoltare musica e a ballare che a mangiare.) 
Noi italiani di Kongowea veniamo chiamati sul palco e iniziamo a izzare la folla con i nostri balli di gruppo. Subito i nostri amici ci seguono a ruota. Un momento indimenticabile. I sorrisi dei ragazzi, i mille occhi puntati addosso. Persone provenienti da tutto il distretto di Mombasa vedono per la prima volta nella loro vita 10 wasungo ballare insieme a 40 kenyani di kongowea. Il pubblico è in delirio. Iniziano a farci foto e video che probabilmente finiranno su tutti i social africani.
Ore 21:00 il verdetto è pronto! Si inizia con la calssifica per la gara canto. Risultato buono ma nulla di eclatante. Ora tocca alla classifica del drama e, rullo di tamburi, portiamo a casa : 
1 primo premio categoria play
2 premio per il miglior attore
3 primo premio categoria single 
4 secondo premio  categoria narrative
5 premio per il miglior decanato
Siamo ai Nazionali!!!! 
Malindi arriviamo!

Federica


mercoledì 20 giugno 2018

Safari Ni Hatua!

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Caro Diario,
finalmente ci siamo. Dopo un weekend ricco di emozioni, riflessioni, sorrisi e condivisioni siamo sempre più carichi e gioiosi di partire. Abbiamo conosciuto finalmente Chiara, una delle nostre coordinatrici, che ci ha trasmesso lo spirito di gruppo, d'avventura e la giusta curiosità per affrontare le nostre giornate in Kenya.
In collegamento dalla base di Mombasa, abbiamo chiacchierato con Greta, la quale ci ha travolto con la sua simpatia e la sua storia.
Grazie alla splendida interpretazione di Stefania, ci siamo completamente immersi nell’avventura di Mr. Shackleton.
Il viaggio dell’Endurance è stato fonte di riflessione e stimoli per la nostra avventura.
Ora attendiamo di conoscere il nostro equipaggio e la terra calda di Mombasa, con i suoi colori e profumi.
Non ci resta che preparare la valigia! La nostra barca è pronta a salpare!
SAFARI NI HATUA!
Team Kenya, Mombasa

giovedì 31 agosto 2017

Tempo di Bolivia

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L'orologio del Parlamento a
La Paz gira al contrario
Tempo. Questo argomento è stato una costante del nostro viaggio. Abbiamo cominciato a rifletterci quando per percorrere 300 km ci abbiamo impiegato 8 ore; quando i 15 minuti per cambiare una gomma sono diventati 2 ore; quando arrivi al servizio e i bambini non si presentano.

Padre Sergio è un italiano che vive in Bolivia da 11 anni ed ha provato a farci capire quanto sia diversa la percezione del tempo in questo paese. Chiacchierare con lui ha dato senso ed ordine alle nostre perplessità; ci ha raccontato che quando visiti dei boliviani sai quando entri nella loro casa, ma non quando ne esci; che le loro preghiere non stanno nella conservazione del silenzio, ma nel consumarsi di una candela o nei kilometri di un pellegrinaggio verso un santuario. Insomma, qui il tempo si abita, è l’ "Esserci” e lo “Stare” fisicamente; è un dono, un modo di mostrare rispetto ad una persona.


Benedizioni durante la festa di Urcupiña
 Il concetto di “perdita di tempo”, che per noi europei è un’ossessione quotidiana, qui non esiste, perché nulla è programmato e si accoglie ciò che arriva; il tempo viene percepito in maniera circolare, non in verticale. Questa diversità ci ha aiutato ad abbattere un muro tipicamente umano, il giudizio. E’ un errore pensare che un’idea sia giusta e una sbagliata, ma bisognerebbe cogliere la differenza come un’occasione per rimettersi in gioco. Con questo nuovo punto di vista possiamo affermare che l’esperienza del cantiere è “tempo qualità” perché è speso al servizio degli altri.

lunedì 24 ottobre 2016

bolivianitas2016: perle di volontariato dalle Ande

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Eccomi! Piacere, Anna.

Ho risposto anch'io al richiamo centripeto del web per raccogliere in questo blog compartido, condiviso, un po' di impronte di vita invece che lasciarne solo qualche manata sui vetri delle case che visito, delle vite che incontro.

Questo tratto di vita che ti pubblico è ben definito, le coordinate sono Bolivia - Caritas -Volontarietà. Bolivia è la posizione, Caritas la direzione, Volontarietà il mezzo. Fra meno di una settimana trasloco a Cochabamba: la mia candidatura al SC all'estero è andata a buon fine, ha scompigliato la prospettiva del mio futuro prossimo e intendo approfittarne a pieno degli effetti.

Cochabamba è una città per me familiare, non che ne conosca nome&titoli di ogni viuzza e mendicante, ma siccome le sue Ande hanno accolto i miei primi mesi di vita, è bastata quella manciata d'anni d'infanzia perchè l'ambiente cochala-di Cochabamba- operasse il suo imprinting e me ne affezionassi. Cercavo nel mio orizzonte europeo un luogo, un lavoro dove versare la mia precaria, ma energica professionalità,la volontà di crescere e il progetto di Caritas era indovinato. Il caso o il chaos, ciò che preferisci, per me ès toda provvidenza, ha voluto che il progetto si svolgesse fuori dalle mura-non figurative- del vecchio continente, a un salto d'Oceano, proprio nell'America Andina che conoscevo. Probabilmente è solo, fra le tante, una coincidenza, ma è la mia è non l'ho persa.

Bon, da martedì, te la conterò meglio: con l'avvento di novembre, compagnie aeree permettendo, festeggerò i defunti à la boliviana.
Pst, questa è la bolivianita, gemma semipreziosa estratta unicamente in Bolivia.Ha conquistato gusto e mercato internazionale prima che la sua patria. Qualche miss di Hollywood e pure l'argentina Kirchner ora ne sfoggia una collana, dono di Morales. Può darsi, che durante quest'annata mi ostini a trovarne una.




martedì 2 agosto 2016

Kenya, Nairobi: Acqua, Aria, Terra e Fuoco

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Quarto giorno a St. Joseph Cafasso half-way house, la casa che ci accoglie e in cui prestiamo servizio la maggior parte del tempo.

La giornata comincia con il nostro coordinatore Gianluca che ci presenta quali sono i lavori da fare oggi. Come gli altri giorni c'è da lavorare nella shamba (orto), da aiutare in cucina la house mother e da montare una valvola mono-direzionale in una delle tubature per ridurre lo spreco di acqua. Mi offro di aiutare con l'ultimo soprattutto quando mi si avvisa che si farà un lavoro di idraulica alla keniota e da buon ingegnere a cosa mi ispira.
Kahawa West
Gianluca ed io, ci rechiamo di buona lena a Kahawa West, quartiere limitrofo dove dobbiamo acquistare alcuni pezzi per fare il lavoro. Come tutte le volte in cui ci siamo passati il quartiere si presenta in tutta la sua caotica e rumorosa umanità, e come tutte le volte l'aria ci investe con i fumi di scarico degli onnipresenti matatu ("autobus" locali) e dei piki-piki (le moto taxi) e l'odore della spazzatura bruciata ai lati della strada.

Recuperati i pezzi e tornati a Cafasso ci dedichiamo al lavoro. Per prima cosa seghiamo il tubo dove dobbiamo inserire la valvola, poi scaldati a dovere dei tubi di gomma su un fuoco di giornale li deformiamo a forza per incastrarli nella valvola, un po' di colla e un giro di copertone da bici sigillano il tutto.

Lavoro ultimato
In fondo questo semplice lavoro mi ha presentato un modo nuovo di affrontare problemi, quello che in Italia si risolverebbe comprando due tubi adatti o chiamando un idraulico, qui viene affrontato usando in maniera molto creativa i mezzi a disposizione. A Cafasso anche l'acquisto di un tubo adatto va pensato e anche un pezzo di spazzatura può rivelarsi molto utile per ogni evenienza.
Ma a Cafasso non ci si può fermare e mi avvio zappa in mano a preparare la terra per coltivare altro sukumawiki,una meravigliosa verdura di cui, sono sicuro, sentirete parlare molto in futuro.

Stefano
La nostra amata Shamba


giovedì 23 giugno 2016

Ad agosto vado in Libano. “Ma chi te lo fa fare?”

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Stupore, paura, ammirazione, scherno, a volte indignazione: le reazioni di amici e parenti alla notizia di una tua prossima partenza per il Libano sono molto variegate ma allo stesso tempo monotone, spente, scondite, inappropriate. 



“È pericoloso!”


Ma va? E io che pensavo di andare ad Ondaland. Che poi, se ci si pensa bene, all’oggi cosa non è pericoloso? Ci sarebbe da chiudersi in casa e vivere di stenti, di tragitti brevi casa-lavoro-casa, divano-bagno-cucina, tv-pc-smartphone: ma forse il pericolo è proprio quello, no? Forse è più pericoloso non lasciarsi trasportare dalle proprie inclinazioni. E se corpo e mente ti dicono di partire, tu giustamente parti: altrimenti sarebbe “pericoloso”.


“Ma lì ci sono la guerra, l’Isis, le bombe, i neri, i dinosauri…”


Ma va? Che poi a rispondere così sembra che io stia sottovalutando la minaccia, autoproclamandomi come l’eroe coraggioso a dispetto di tanti codardi. Beh, così non è. Ognuno trova il proprio coraggio nel quotidiano, nell’inseguire i propri obiettivi. Ma se il vostro non è uguale al mio, non prendetemi per scemo o per spericolato. Voglio farlo, ho l’opportunità di farlo e quindi lo faccio. Ho alle spalle Caritas, un’organizzazione molto solida e ben affermata sul territorio, che si occupa e preoccupa di tutto quanto concerne la nostra sicurezza. Non sto partendo zaino in spalla verso l’ignoto: c’è dietro un progetto di formazione preliminare che ti prepara e ti assiste in tutte le fasi.


“Ti ammiro, usi l’unico mese di ferie per il volontariato”


Sì, è così, potrei sicuramente spendere quel tempo in maniera più convenzionale. Ma sfatiamo un mito: non parto per salvare il mondo, non parto solo e soltanto per gli altri: parto in primo luogo per me stesso. Non parto con pacchi di lasagne precotte da distribuire ai bambini che si vedono nelle pubblicità all’ora di pranzo, come non parto per fermare le guerre, le bombe, l’Isis e i dinosauri. Parto per ascoltare, quindi per ricevere: credo nelle persone e in tutto quello che mi potranno regalare raccontandomi la loro storia, consegnandomela in dono perché io possa, tornato a Legnano, montare lenti nuove sugli occhiali da cui guardo il mondo.

Quindi sì, parto per volontariato, ma vi assicuro che non sarà affatto un sacrificio. Sarà anche relax, divertimento, gruppo, sorrisi, canti, balli. Quello che cerco è la genuinità del rapporto tra persone.
Giacomo

lunedì 12 ottobre 2015

Un pasto condiviso

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'Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita' recita il tema dell'Esposizione Universale di Milano. Simbolica e significativa l'iniziativa di Caritas che ha visto domenica 4 ottobre pranzare insieme alla stessa tavolata 1.800 persone che vivono in Lombardia in situazioni di disagio e di difficoltà accanto a molti visitatori che hanno contribuito, con un'offerta di 10 euro, a sostenere la gestione del Refettorio Ambrosiano, la mensa solidale aperta nel quartiere Greco di Milano all'inizio di Expo.
Nel giorno di San Francesco l'attenzione nei confronti del mondo dei poveri, degli esclusi e degli emarginati è doveroso. Simbolico il fatto che l'iniziativa, che celebra coloro che non hanno sufficiente cibo, si svolga proprio a Expo Milano 2015” - ha detto Don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana. “Un grande mix di persone che vogliono condividere il momento del pasto: una mensa dei popoli, non solo dei poveri”. Un tappeto rosso, tensostrutture allestite per l'occasione e striscioni con la scritta 'Mensa dei Popoli' per questi ospiti speciali, accolti a Cascina Triulza dai volontari Caritas. 
Tra loro anche Erminia Pellecchia e Irene Papagni, due ragazze in Servizio Civile presso l'Edicola Caritas in Expo. Cous cous di verdure come piatto principale, parmigiano reggiano, due dessert, una mela e l'acqua per un pasto completo e sostenibile, nello stile della sobrietà e della semplicità. 

Gli chef hanno seguito una delle oltre cento ricette economiche condivise sulla pagina facebook del concorso di cucina bandito in rete la scorsa primavera dalla Caritas, la sfida era: 'Cucina con tre euro'. Il Commissario Unico di Expo Giuseppe Sala ha partecipato all'iniziativa, per poi premiare Valentina Marolda, la vincitrice del cooking contest 'Cucina con tre euro' (la cifra giornaliera che ancora oggi in molte zone del mondo una famiglia ha a disposizione per mangiare). 
Una grande festa della solidarietà e della condivisione, nello spirito di ciò che Expo deve essere, secondo lo slogan che Caritas ha scelto per Expo e che trasmette ogni giorno ai visitatori dell'Edicola... Dividere per Moltiplicare! 
 

venerdì 9 ottobre 2015

Di corsa... in Expo!

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Non è strano vedere in Expo persone che corrono! Al mattino, aperti gli accessi, diverse sono le persone che iniziano a correre per il Decumano, puntando a qualcuno dei padiglioni diventati ormai famosi: Emirati Arabi, Palazzo Italia ma soprattutto il Giappone, balzato alla cronaca per le sue infinite ore di coda. 
Più strano è vedere una vera e propria corsa organizzata. 
La Kenya Expo Run, organizzata nel pomeriggio di giovedì 10 settembre, è stata davvero un'esperienza particolare e, infatti, per la prima volta nella storia, l'Esposizione Universale ha preparato due gare podistiche d'eccezione, per gli amanti della corsa e per tutti coloro che desideravano divertirsi con amici e famiglia. 
L'iniziativa, organizzata dal Kenya in collaborazione con Stramilano, ben si collegava con il tema 'Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita', invitando i visitatori ad adottare stili di vita attivi.
Alle 16, la gara amatoriale, chiamata 'Family Run', ha preso il via e si è articolata in un percorso di 3 km tra Decumano e padiglioni, dove ai lati del tracciato si accalcavano numerosi curiosi per incitare i corridori e scattar fotografie dell'insolita iniziativa. Più impegnativa la 10 km serale, per veri atleti, che ha visto in pole position i kenyoti e altri campioni. 
Anche Letizia Gualdoni, in Servizio Civile presso l'Edicola Caritas, e Sabrina Cattoni, responsabile del Centro Documentazione di Caritas Ambrosiana, si sono cimentate nella corsa amatoriale!
E' stato bello vivere Expo anche in questa esperienza, insieme a tantissime persone, giovani, adulti, intere famiglie, che in una bella giornata hanno unito il piacere della corsa alla visita a Expo. 
 

martedì 29 settembre 2015

Le cinque W di una partenza.

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Già. È arrivato il momento di scrivere le sensazioni “zero”: tutto quel marasma di roba che ti porti dentro addosso intorno prima di partire per un lungo viaggio. Ma fondamentalmente (un avverbio qua e là fa figo intellettuale!) è difficile per me trasformare il 'marasma' in qualcosa di sensato e non in uno stream of consciousness incasinato. Quindi provo a seguire lo schema del giornalista in erba e mi autointervisto in maniera semiseria.

Who?

Ciao, sono Maristella. Sembra una cosa banale dire il nome, ma siccome il mio viene declinato a fantasia ci tengo a sottolinearlo: non è Maria spazio Stella, il più gettonato anche per via della ministra Gelmini, non è MaristAlla che mi ha fatto molto soffrire da piccola, nè Stella che sembra il nome di una -star, eccetera. Ho venticinque anni sono molto solare simpatica frizzante intraprendente dinamica... no dai.

Mi sono laureata pochi mesi fa ma non è cambiato niente, mi piace ballare coi piedi e con la mente, non vado matta per la pizza, cambio idea tanto quanto cambio le mutande, sono acida come il limone, piango durante le pubblicità progresso e per tutti i programmi televisivi sui matrimoni, credo nella libertà di ogni essere vivente, sono fissata con la street art, penso di avere sempre ragione.

What?

Sto per partire per il Servizio Civile Internazionale - pensa te!, con Caritas Ambrosiana di Milano (wè figa! Hai la schiscètta?) all'interno del progetto Impronte di Pace 2015.

When?

Eh... tra 9 giorni, che può sembrare tra un secondo o tra un'eternità a seconda di come mi sveglio la mattina o delle fasi ormonali che attraverso durante il giorno. Passo da fasi di esplosiva eccitazione e convinzione, a fasi di profonda angoscia emotiva e depressione, a fasi di apatica indifferenza.
Aggiungo in questa domanda che riguarda il tempo anche la durata: 1 anno. Ebbene sì, il contratto da serviziocivilista scadrà il 13 settembre 2016. Nel mezzo si saranno un paio di visitine a casa, una vacanza a Zanzibar, la scalata del Kilimangiaro e una marea di quotidianità che resta ancora un mistero.

Where?

Kenya, Mombasa.
Le nozioni di base sono: è una città di mare (sarebbe meglio dire 'di oceano' - olè!), metà turistica gettonata, in particolar modo da italiani che ci vanno a fare cose zozze e safari, fa caldo ma non si muore di caldo, ci sono le scimmie, e le giraffe gli elefanti i lemuri... non so se questi ultimi proprio in città, hakuna matata (traduzione per gli appassionati di “Gomorra” = 'Sta senza pensier'), c'è traffico.

Why?

Questa domanda meriterebbe un pippone antropologico-esistenziale che non mi sento di affrontare ora. Un giorno di marzo scorso mi è capitato di andare sul bando del SCN, di leggere i progetti Caritas per il settore internazionale, di pensare 'caspita che bello' ... e di presentare domanda.

Avevo bisogno di partire. Di mettere tutto sottosopra e ricominciare. Di cercare una strada sterrata, una capanna in mezzo al deserto, un corso d'acqua di periferia dove sentirmi... piena. 
Ho seguito la spia del bisogno e sono arrivata allo SCE. Qualcuno mi ha poi dato fiducia e sono arrivata a pochi giorni dalla partenza.
Avevo bisogno di restituire. In questi anni ho preso molto e ho dato poco, per questo il servizio civile mi è sembrato una soluzione perfetta per svariati motivi.
E poi chissà che questa esperienza non diventi un lavoro vero e proprio, chissà!

La serietà la lascio al prossimo post, ma questa citazione iniziale me la – e ve la – dedico:

Il segno non è intorno a te, non è nei muri, nei mattoni, nella calce, nei ciottoli, no, non troverai ciò che vai cercando. Il segno è la ricerca stessa, il segno sei tu che arranchi nel fango delle strade. Siete voi. Noi che siamo in cerca: noi che siamo l'adesso, il già e non ancora.”


Mari 

lunedì 21 settembre 2015

Bono a Expo contro la fame nel mondo

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"...One love, One blood, One life... You got to do what you should. One life With each other Sisters Brothers... One life But we're not the same. We get to carry each other... Carry each other..." Fratelli, sorelle, dobbiamo sostenerci l'un l'altro! invita una canzone, 'One' (una delle più belle), della band irlandese degli U2.

E proprio Bono Vox, il cantante degli U2, ha animato Expo domenica 6 settembre, attirando tantissimi fan e curiosi. Arrivato a Milano dopo le due date italiane del suo tour 2015 ha visitato il Padiglione Zero, che introduce la visita a Expo, raccontando in maniera suggestiva la vita dell'uomo sulla Terra, tra rituali, paesaggio e cultura. In seguito non poteva mancare la visita al padiglione dell'Irlanda, dove l'artista è nato, nel 1960, e cresciuto. 
Poi, acclamato dalle tante persone presenti, a piedi, passando davanti all'Edicola Caritas, accompagnato da Renzi, si è diretto al Media Center, dove alle 19 era in programma 'It begins with me. How the world can end hunger in our lifetime' a sostegno delle iniziative del World Food Programme, un'agenzia delle Nazioni Unite in prima linea nella lotta alla fame. 
Un evento al quale hanno partecipato, oltre a Bono, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, i Ministri dell'Agricoltura e dell'Irlanda Maurizio Martina e Simon Coveney e la direttrice del World Food Programme, Ertharin Cousin. 
La partecipazione del cantante leader degli U2 è stata particolarmente significativa: per molti anni Bono si è dedicato infatti alla lotta alla fame e alla povertà, soprattutto in Africa, co-fondando la campagna ONE, per combattere l'Aids e le malattie prevenibili, incrementare gli investimenti in agricoltura e alimentazione e chiedere ai governi una maggiore trasparenza. 
"Questa rabbia che sento la vorrei usare per cambiare", ha detto Bono. Sulla questione dei migranti, con il mondo ancora scosso per la fotografia del piccolo siriano, annegato e lasciato dal mare sulla spiaggia, ha affermato che non è corretto chiamarli così perchè migranti è una parola politica, loro sono invece rifugiati, non hanno scelto di cambiare casa, non ce l'hanno più una casa. "Possiamo risolvere il problema della fame, della povertà, della guerra? Non so l’ultima, ma sulle prime due sono sicuro. Perché il cibo c’è ma manca la volontà di distribuirlo".  
All'evento non potevano mancare alcuni ragazzi del Servizio Civile, Marco Erba, Sara Palmieri, Letizia Gualdoni e Ilaria Boiocchi, a rappresentare Caritas, impegnata con la Campagna 'Una famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro', nata dall'appello lanciato da Papa Francesco, per promuovere consapevolezza ed impegno sugli squilibri del pianeta, e concentrare l'attenzione sul diritto fondamentale al cibo.  


giovedì 3 settembre 2015

MOLDOVA: i bambini moldavi sono neri?

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18 agosto, Milano. Casa mia.
Pomeriggio con i nipoti raccontando la Moldova.
"Zia, ma i bambini moldavi sono neri?"

Una domanda semplice, spontanea, la più naturale del mondo. La piccola M. conosce bene la storia dei tanti bambini della Guinea Bissau, dove ormai da molti anni è missionario un amico di famiglia. Conosce la loro giornata, i loro riti, le loro abitudini, i frutti strani che mangiano, quanta strada fanno al mattino per andare a scuola, che a volte non hanno tutti i giochi che vorrebbero e nemmeno tutti i materiali per la scuola che gli servirebbero. Mentre racconto, alcune storie di acqua dal pozzo, di bambini con genitori emigrati lontani, di fratelli piccoli che badano a quelli ancora più piccoli risvegliano in lei quelle stesse storie che la mamma gli racconta sui bambini della Guinea Bissau. I bimbi della Guinea sono neri però, quindi la domanda è davvero spontanea: "i bambini moldavi sono neri?".


Quello di M. è un collegamento spontaneo, naturale, tra le sue esperienze di vita, innocente però. Per molti adulti, invece, il fatto che la povertà e le problematiche sociali siano solo un problema del Sud del mondo è una convinzione radicata nella mente, quasi scontata. Siamo "abituati", anche se questo aggettivo non dovrebbe mai essere utilizzato per questo, alle "storie" dell'Africa, del Sud America e di qualche altro paese lontano che vive le sue profonde difficoltà. Sono notizie di ogni giorno, a cui il nostro orecchio ha iniziato a farci l'abitudine. Ma sono storie così lontane, così distanti dalla nostra esistenza europea, la quale, nonostante crisi economiche e difficoltà quotidiane, continua a scorrere veloce e perché no anche felice.

Da un certo punto di vista è quasi rassicurante che queste "storie" provengano da terre così lontane. Questo ci consente di poter prendere le distanze, di sentirci "altro", diversi, di convincerci che qui da noi tutto ciò non accadrebbe mai. La diversità di razza, etnia, colore della pelle, lingua, costumi, riti ci permette di instaurare una distanza rassicurante tra noi e "loro". Quasi un sentimento di superiorità, ma soprattutto di convinzione che siano dinamiche, problematiche, necessità, difficoltà che non ci appartengono, che non potranno mai accadere a noi.

I bambini moldavi di Costuleni e Coscalia sono bianchi però, esattamente come noi. Hanno sì quei stupendi occhi azzurri e capelli biondi che a una "morettona" come me mancano, ma ci sono anche bambini con capelli scuri e ricci come i miei e la differenza allora è praticamente inesistente. Sono bambini, all'apparenza, come quelli di Rho, Garbagnate, Erba e via dicendo, sono esattamente come loro con gli occhi grandi che guardano sempre in alto capaci di stupirsi e meravigliarsi ad ogni più piccolo rumo re.


E questa somiglianza a volte fa paura, non c'è più possibilità di porre una distanza tra noi e loro, non c'è possibilità di dire che sono diversi da noi, che i loro problemi sono di un altro "mondo".

La Moldova è Europa, forse non politicamente, ma pur sempre Europa. La richiesta di ingresso nell'Unione Europea giace ancora sul tavolo di qualche burocrate. E l'Unione Europea non è poi così lontana, i confini della Romania, membro UE, sono oltre il fiume Prut che costeggia proprio la città di Costuleni. Basta allungare il braccio per sentirla già più vicina.

Siamo vicini di casa. Siamo così vicini eppure così lontani.
La Moldova ricorda un po' l'Italia di 50 anni fa. Fortemente rurale, con una campagna piena di animali, con i pozzi dell'acqua, con il vino fatto in casa, con uomini e donne che si rimboccano le mani negli orti, con bambini che corrono nelle vie sterrate giocando a piedi nudi e con la faccia sporca di terra, con una generosità contadina che viene dal cuore capace di offrirti tutto ciò che possiede e anche di più, con molti cari emigrati all'estero in cerca di un lavoro e di maggiori opportunità.


La Moldova è una terra senza generazione intermedia perché tutta all'estero a lavorare. E' un popolo di anziani e di bambini, tanti bambini. E' un paese dove si è costretti a crescere in fretta, ad assumere responsabilità, a prendersi cura dei propri cari e di sé stessi.

E' un paese con una vasta campagna da cui i giovani scappano perché non è in grado di offrirgli tante opportunità. E' un paese dove gli anziani rimpiangono il blocco sovietico, perché "si stava meglio quando si stava peggio", ma per lo meno una buona condizione di vita era garantita a tutti. 


La Moldova mette in crisi un po' la certezza che in Europa si stia tutti bene, che tutti abbiano pari opportunità, che sia un "mondo felice", dove le difficoltà e le problematiche siano minime.

La Moldova ti costringe a guardarti intorno, ad aprire gli occhi, a renderti conto che di situazioni, difficoltà, problematiche, bisogni è pieno il mondo, anche in Europa, anche in Italia, anche a Milano, anche nel tuo quartiere, anche nella tua strada, anche nel tuo palazzo, anche nella vita del tuo vicino.

E mentre apro gli occhi e mi guardo intorno, mi ricordo.
Maggio 2014, Oratorio. Gruppo Adolescenti.
"Giulia, c'è tutta questa gente che va ad aiutare in Africa, in Sudamerica, bello, ma a noi chi ci pensa? Anche qui ci sono tanti problemi, cose che non vanno, e a noi chi viene ad aiutarci?"

Con l'arroganza che solo un adolescente può avere mi costringe a pensare e a guardare a tutto quello che ancora c'è da fare. Anziani in difficoltà, giovani famiglie in ristrettezze economiche, persone di tutte le età che affollano le mense della Caritas, adolescenti in cerca di qualcosa, senza sapere bene cosa. Queste sono difficoltà di qui, delle nostre città, del nostro oggi.

E la Moldova è stata questo. E' stata una botta forte in testa, un invito ad aprire gli occhi, ma soprattutto il cuore; a guardare tra la mia gente, nella mia città, nelle mie strade; a capire che la povertà e la ricchezza hanno più di una faccia e a volte è difficile riuscire a scorgerle nel tram-tram delle nostre vite; a donarsi e anche un po' ricevere, per donare ancora, sempre di più; a farsi avanti e metterci la faccia per fare qualcosa, anche una cosa piccolissima, come piantare un cestino in mezzo a una grande strada. Un invito ad AMARE.

Si riparte da qui.                                                                                                                            
Grazie Moldova!

Giù :)