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venerdì 27 ottobre 2017

VERSO BEIRUT

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VERSO BEIRUT

La notizia che stessi partendo un anno per Beirut ha suscitato in alcune persone a me vicine stupore, sbigottimento, persino paura. Negli occhi di altre ho invece letto il fascino che una sola parola – “Libano” – poteva innescare.
Tre ore di volo separano Milano da Beirut, la capitale di questo paese poco più grande delle Marche e quasi dimenticato del Medio Oriente. Un paese con cui condividiamo lo stesso mare. Eppure da noi si sente parlare solo di Siria e di Iraq, Talvolta di Giordania e Israele, ancora meno di Palestina. Tuttavia il Libano non viene normalmente citato a casa nostra. C’è chi si ricorda della guerra civile del 1982 e poi del conflitto con Israele nel 2006.
Per chi si interessa di Medio Oriente, invece, il Libano evoca un’immagine esotica, talvolta mitizzata. Chi ha studiato arabo – come me – ha ben presente il ruolo di protagonista che il Libano occupa sulla scena politica, sociale e culturale araba. Noi, studenti o ex studenti, abbiamo sempre sentito citare Beirut come culla della letteratura araba contemporanea, una città vivace e brulicante, quasi un’isola felice racchiusa nella polveriera mediorientale.

In realtà credo di sapere ben poco del Libano. Ne parlo spesso, in queste settimane. Con i miei colleghi, con i responsabili del progetto, con le ragazze appena tornate da un anno di Servizio Civile a Beirut. E l’immagine che si sta creando nella mia testa è quella di una delicata scultura di cristallo, in bilico su qualcosa di instabile. Un oggetto bellissimo e precario.
Il Libano è da sempre stato un crocevia di comunità diverse che quasi mai hanno convissuto in maniera pacifica. Cristiani maroniti, cattolici, ortodossi, armeni, siriaci, caldei. E ancora musulmani sunniti e sciiti. Drusi. E molti altri.
Poi, nel 1948 è stato fondato lo Stato di Israele. E numerosi palestinesi hanno cominciato a fuggire verso il Libano, quel paese dei cedri così vicino, ma in cui hanno incontrato difficoltà e porte chiuse. Una sorte analoga è toccata ai siriani, sessant'anni dopo.

Non conosco così bene il Libano. Ne parlo spesso, ma continuo a non afferrarne l’essenza. Allo stesso tempo mi interrogo su cosa sia questo paese. Mi chiedo su cosa potrò fare lì, partendo da ciò che mi è stato spiegato. Ho sentito parlare di attività educative con bambini siriani, donne scappate da situazioni di abusi e violenza. E mi chiedo cosa potrò mai fare io per queste persone. Io, che non so cosa sia una guerra. Io, che non so quanto pericoloso sia appartenere a una certa comunità e ritrovarmi nel quartiere sbagliato.
Ciò nonostante, credo di aver colto una piccola parte di ciò che forse rappresenta il Libano: una terra che accoglie tutti. A volte malvolentieri. A volte vendicandosi brutalmente di chi, scappando da una guerra, cerca rifugio all'interno delle sue frontiere. Però accoglie. Per il momento, è tutto ciò che so.

lunedì 24 ottobre 2016

bolivianitas2016: perle di volontariato dalle Ande

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Eccomi! Piacere, Anna.

Ho risposto anch'io al richiamo centripeto del web per raccogliere in questo blog compartido, condiviso, un po' di impronte di vita invece che lasciarne solo qualche manata sui vetri delle case che visito, delle vite che incontro.

Questo tratto di vita che ti pubblico è ben definito, le coordinate sono Bolivia - Caritas -Volontarietà. Bolivia è la posizione, Caritas la direzione, Volontarietà il mezzo. Fra meno di una settimana trasloco a Cochabamba: la mia candidatura al SC all'estero è andata a buon fine, ha scompigliato la prospettiva del mio futuro prossimo e intendo approfittarne a pieno degli effetti.

Cochabamba è una città per me familiare, non che ne conosca nome&titoli di ogni viuzza e mendicante, ma siccome le sue Ande hanno accolto i miei primi mesi di vita, è bastata quella manciata d'anni d'infanzia perchè l'ambiente cochala-di Cochabamba- operasse il suo imprinting e me ne affezionassi. Cercavo nel mio orizzonte europeo un luogo, un lavoro dove versare la mia precaria, ma energica professionalità,la volontà di crescere e il progetto di Caritas era indovinato. Il caso o il chaos, ciò che preferisci, per me ès toda provvidenza, ha voluto che il progetto si svolgesse fuori dalle mura-non figurative- del vecchio continente, a un salto d'Oceano, proprio nell'America Andina che conoscevo. Probabilmente è solo, fra le tante, una coincidenza, ma è la mia è non l'ho persa.

Bon, da martedì, te la conterò meglio: con l'avvento di novembre, compagnie aeree permettendo, festeggerò i defunti à la boliviana.
Pst, questa è la bolivianita, gemma semipreziosa estratta unicamente in Bolivia.Ha conquistato gusto e mercato internazionale prima che la sua patria. Qualche miss di Hollywood e pure l'argentina Kirchner ora ne sfoggia una collana, dono di Morales. Può darsi, che durante quest'annata mi ostini a trovarne una.