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venerdì 27 ottobre 2017

VERSO BEIRUT

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VERSO BEIRUT

La notizia che stessi partendo un anno per Beirut ha suscitato in alcune persone a me vicine stupore, sbigottimento, persino paura. Negli occhi di altre ho invece letto il fascino che una sola parola – “Libano” – poteva innescare.
Tre ore di volo separano Milano da Beirut, la capitale di questo paese poco più grande delle Marche e quasi dimenticato del Medio Oriente. Un paese con cui condividiamo lo stesso mare. Eppure da noi si sente parlare solo di Siria e di Iraq, Talvolta di Giordania e Israele, ancora meno di Palestina. Tuttavia il Libano non viene normalmente citato a casa nostra. C’è chi si ricorda della guerra civile del 1982 e poi del conflitto con Israele nel 2006.
Per chi si interessa di Medio Oriente, invece, il Libano evoca un’immagine esotica, talvolta mitizzata. Chi ha studiato arabo – come me – ha ben presente il ruolo di protagonista che il Libano occupa sulla scena politica, sociale e culturale araba. Noi, studenti o ex studenti, abbiamo sempre sentito citare Beirut come culla della letteratura araba contemporanea, una città vivace e brulicante, quasi un’isola felice racchiusa nella polveriera mediorientale.

In realtà credo di sapere ben poco del Libano. Ne parlo spesso, in queste settimane. Con i miei colleghi, con i responsabili del progetto, con le ragazze appena tornate da un anno di Servizio Civile a Beirut. E l’immagine che si sta creando nella mia testa è quella di una delicata scultura di cristallo, in bilico su qualcosa di instabile. Un oggetto bellissimo e precario.
Il Libano è da sempre stato un crocevia di comunità diverse che quasi mai hanno convissuto in maniera pacifica. Cristiani maroniti, cattolici, ortodossi, armeni, siriaci, caldei. E ancora musulmani sunniti e sciiti. Drusi. E molti altri.
Poi, nel 1948 è stato fondato lo Stato di Israele. E numerosi palestinesi hanno cominciato a fuggire verso il Libano, quel paese dei cedri così vicino, ma in cui hanno incontrato difficoltà e porte chiuse. Una sorte analoga è toccata ai siriani, sessant'anni dopo.

Non conosco così bene il Libano. Ne parlo spesso, ma continuo a non afferrarne l’essenza. Allo stesso tempo mi interrogo su cosa sia questo paese. Mi chiedo su cosa potrò fare lì, partendo da ciò che mi è stato spiegato. Ho sentito parlare di attività educative con bambini siriani, donne scappate da situazioni di abusi e violenza. E mi chiedo cosa potrò mai fare io per queste persone. Io, che non so cosa sia una guerra. Io, che non so quanto pericoloso sia appartenere a una certa comunità e ritrovarmi nel quartiere sbagliato.
Ciò nonostante, credo di aver colto una piccola parte di ciò che forse rappresenta il Libano: una terra che accoglie tutti. A volte malvolentieri. A volte vendicandosi brutalmente di chi, scappando da una guerra, cerca rifugio all'interno delle sue frontiere. Però accoglie. Per il momento, è tutto ciò che so.

giovedì 26 ottobre 2017

Appunti, ponti e partenze

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Anno 2009. Milano. Una mattina qualsiasi. 
L’odore di smog appena fuori dalla metropolitana si avverte subito – eh sì che non abito poi così lontano! Son proprio una piccola provinciale abituata all’aria delle campagne di Ozzero. 
Quattro passi a piedi e arrivo in via S. Bernardino. Cerco la sede di Caritas Ambrosiana. Ho un appuntamento e una voglia matta di partire. Arrivo convinta, mossa da un ingenuo entusiasmo, tipico di una diciannovenne che, nel tentativo di trovare la propria strada, inciampa nell'illusione di potersi realizzare salvando il mondo: “Ciao, sono Greta e voglio andare in Africa!”.
Di certo quello che poi udirono le mie orecchie non me lo aspettavo. Non era quel che avrei egoisticamente voluto. Mi diverto a semplificarlo con una distorsione: “Bene, grazie, ma adesso vai a studiare”. 

Anno 2016. Nairobi. Una mattina d'inverno.
Gli odori, la polvere, il fumo, i colori e i suoni si avvertono subito - e, poi, non te li stacchi più di dosso, portandoli iscritti nella memoria, sulla tua pelle bianca. 
Quattro passi a piedi e arriviamo in un campo da calcio ritagliato nel mezzo di Mlango Kubwa. Cerco di godermi ogni momento. Sono qui con gli altri volontari di Amani. Un'associazione che ho conosciuto attraverso il concorso "In un altro mondo" di CEI e Caritas Italiana, a cui ho partecipato spinta dal desiderio di allargare i miei confini e il mio sguardo.
Di certo quello che poi ho sentito nel cuore non me lo aspettavo. Non era quel che avevo precedentemente ipotizzato. Mi piace semplificarlo con queste parole: "Feel free, feel at home".

Anno 2017. Milano. Una mattina di luglio. 
Il caldo estivo in città si avverte subito – eh sì che in montagna era così fresco!
Quattro passi a piedi e arrivo in via S. Bernardino. Ricordo dove si trova la sede di Caritas Ambrosiana. Ho un appuntamento per le selezioni del Servizio Civile. Arrivo tranquilla, mossa dalla curiosità di verificare un interesse, un desiderio “antico” e a tratti anche un po’ inspiegabile: “Mi piacerebbe tornare in Kenya, per più tempo, per mettermi a servizio, per imparare, per capire…”.
Di certo quello che poi è successo non me lo aspettavo. Ed è quel che avevo desiderato e lentamente si è realizzato. Potrei semplificarlo così: “Ciao mamma, vado in Africa”.

Son passati 8 anni. Qualcuno direbbe: “Ne è passata d’acqua sotto i ponti”. 
Sì, in effetti, la vita è cambiata. Greta è cambiata: son cresciuta – forse non solo perché ora ho 27 anni. Non so di preciso quanti chilometri ha percorso il fiume; ma il tempo dell’Università, gli incontri, il discernimento, i distacchi, il lavoro, le avventure, le cadute e le ripartenze hanno intrecciato una storia, variopinta e piena d’Amore.

E oggi ... oggi son qui, all’imbocco di un ponte: si parte!


Il ponte si slancia “leggero e possente” al di sopra del fiume. Esso non solo collega due rive del fiume. Esso non solo collega due rive già esistenti. Il collegamento stabilito dal ponte – anzitutto – fa si che le due rive appaiano come rive. È il ponte che le oppone propriamente l’una all’altra. L’una riva si distacca e si contrappone all’altra in virtù del ponte. Le rive, poi, non costeggiano semplicemente il fiume come indifferenziati bordi di terra ferma. Con le rive, il ponte porta di volta in volta al fiume l’una e l’altra distesa del paesaggio retrostante. Esso porta il fiume e le rive e la terra circostante in una reciproca vicinanza. 
[Heidegger]


Ci vediamo a Mombasa, sul Nyali Bridge!

SERVIZIO CIVILE: come ci si arriva?!

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In Cammino verso la scelta del Servizio Civile


Ciao a tutti!

Mi presento, sono Chiara, per gli amici, Chiara Galla. 
Da una settimana ho compiuto 28 anni e tra qualche giorno prenderò un aereo che mi porterà in Kenya, precisamente a Mombasa, per iniziare un anno di Servizio Civile con Caritas Ambrosiana.
Aspetto la partenza con gioia e trepidazione, curiosità e voglia di mettermi in gioco, vorrei che fosse già domani, ma prima ci sarà bisogno di un mese intero di formazione qui a Milano.
Anche se, ripensandoci, il mio cammino di formazione inizia ormai qualche anno fa.
Infatti quello che mi ha spinto a fare domanda per il Servizio Civile sono state le esperienze di volontariato che da sempre ho vissuto nel mio Oratorio, a Castelleone e che negli ultimi quattro anni ho fatto in diversi paesi del mondo, sempre con Caritas Ambrosiana.


L' Oratorio è il luogo in cui sono cresciuta e dove è nata ed è stata coltivata la mia passione per il servizio agli altri… la lista delle attività è lunga: dall'animatrice all'educatrice, da catechista a responsabile del Grest e attrice della compagnia teatrale. Insomma, il pacchetto completo. Ma c'è di bello che ognuna di queste attività mi ha insegnato a lavorare con gli altri, spendermi per loro e sentirmi parte di una comunità che poi è quella cristiana.



A un certo punto, però, in me è scattato qualcosa, volevo vedere se tutto ciò che avevo imparato a  casa era valido anche da qualche altra parte, in altri contesti, lontani, magari anche più difficili… e allora da lì è nato il desiderio di partire e di cercare un'associazione che mi permettesse di farlo rispettando l'idea che io avevo dello stare con e per gli altri.
E' stato così che ho incontrato la Caritas Ambrosiana e ho  partecipato ai "Cantieri della Solidarietà".
Mi ricordo che una delle frasi che mi aveva colpito di più agli incontri di presentazione era lo "STILE DELLO STARE", un'espressione con cui si teneva a sottolineare come Caritas intendeva lo stare in mezzo agli atri, in un contesto straniero, diverso e che ospita… uno stare rispettoso, in punta di piedi, uno stile che predilige l'incontro, il dialogo, il vedere l'altro come persona, come una ricchezza e come un fratello. 
Era così che Caritas proponeva ai giovani di partecipare ad un Cantiere della Solidarietà, che, nel concreto, consiste in 3 o 4 settimane di servizio, in contesti di povertà, vulnerabilità e disagio.

Ed io a 23 anni sono partita per il mio primo cantiere.
E' stata la Bolivia la prima terra che mi ha accolto, nel 2013, dove ho prestato servizio in una comunità per minori orfani e abbandonati, la "Ciudad de los niños". Li si giocava, si aiutava nei compiti, si condivideva tutto, dagli spazi al cibo e ho avuto anche la fortuna di lavorare ogni mattina nella panetteria che preparava il pane per tutta la comunità. Questa esperienza per me è stata come amore a prima vista...dopo, infatti, non sono più riuscita a farne a meno.
Nel 2014 sono stata in Nicaragua, dove mi ha accolto la comunità di Nueva Vida, nella periferia di Managua. Qui studiavano e trovavano un luogo sicuro i bambini e i giovani di strada, così come le donne vittime di violenza, veramente molte in quel quartiere.

Nel 2015 Haïti, nella zona rurale del nord dell'isola, lontana da Port-au-Prince, dove abbiamo organizzato con un gruppo di giovani Animatori haitiani, due "Grest" per i bambini dei villaggi e aiutato in una comunità di monaci benedettini.

Dopo Haїti ho preso un anno di pausa dai Cantieri per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia, in Polonia, con Papa Francesco e 2.500.000 giovani cristiani da tutto il mondo. Mi ricordo che nonostante tutto quell'anno mi era spiaciuto moltissimo non partire e che le parole del Papa che invitata i giovani all'accoglienza dell'altro, all'essere costruttori di ponti e non di muri, a "scendere dal divano" e a mettersi in cammino verso l'altro, io le sentivo proprio dirette a me e non potevo ignorarle.


Dunque dopo un anno intero di servizio in Oratorio, quest'estate sono ripartita con Caritas in Serbia, nel campo profughi di Bogovadja. Lì ho vissuto per due settimane e ho condiviso sorrisi, giochi, storie e pensieri con 250 profughi provenienti da Iran, Afghanistan, Pakistan, Iraq,Siria, Cuba, Africa e Macedonia. Oggi se ripenso a quello che ogni anno mi ha spinto a ripetere questa esperienza lo trovo nel profondo senso di comunità, rispetto, fratellanza, unità e riconoscenza che ogni volta si creava con i ragazzi che partivano con me e con le persone che incontravamo ogni giorno.



Durante ognuno di questi Cantieri si è fatto, per me, sempre più chiaro, visibile e palpabile cosa significhi essere TUTTI delle persone, TUTTI fratelli, TUTTI figli di Dio; ho vissuto la grande famiglia della Chiesa che è presente in tutto il mondo, ho sperimentato il grande potere dell'Amore che si manifesta nei piccoli e grandi gesti o semplicemente nell'essere a fianco di chi ha bisogno.
Dopo aver vissuto tutto ciò non ho potuto non lanciarmi in questa grande scuola di vita e di amore che è il servizio per gli altri... e dunque nel Servizio Civile, proprio con Caritas!
Quindi dite una preghiera per me...e...ci sentiamo dal Kenya!
Chiara

mercoledì 5 luglio 2017

Romanzo Cantiere, capitolo 1: pronti, partenza, Boli-via!

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Mancano 23 giorni alla partenza e stiamo entrando sempre di più nell’ordine di idee di passare un mese della nostra vita in maniera totalmente diversa dal solito. La valigia sta prendendo forma, anche se stiamo partendo dai giochi vari per intrattenerci in quelle simpatiche 30 ore di viaggio che stanno tra noi e questa nuova avventura. 
Il nostro “Via” è la capitale più alta del mondo, La Paz, dove arriveremo attorno alle 4 del mattino di uno dei giorni che si prospetta come uno dei più lunghi.
Il primo trasporto boliviano sarà un viaggetto di appena 8 ore in pullman (speriamo non ancora sulla Ruta de la Muerte) che ci porterà alla nostra adorata Cochabamba.
La nostra immaginazione già spazia nel cercare di capire come sia la nostra città e i suoi abitanti, che le nostre fonti segrete (nome in codice RosariO) ci dicono che si definiscono cochabambini. La nostra casa sembra grande e Victor ed Alessio cercano, anche se in netta minoranza, di prenotarsi un bagno solo uomini (la vedo
abbastanza dura).
Ci siamo fatti già una cultura sul cibo, e abbiamo capito che a casa cucineranno Flora (che sarà controllata a vista mentre si laverà le mani dopo aver lavato il bagno) e Alessandra (anche supporto lavatrice); Sara dormirà in giardino; Margherita avrà un’ottima prospettiva per disegnare “el Cristo de la Concordia”, Victor sparecchierà  ma sarà Serena a lavare i piatti; Alessio e Arianna li vedo bene a tenere il giardino in ordine.Abbiamo conosciuto Maria Rosaria, RosariO o Rosy per gli amici, che sarà la nostra coordinatrice e che ci ha già fatto un’introduzione alla Bolivia, che possiamo riassumere così: donne basse, uomini brutti, cibo buono se cotto, diarrea se crudo e coca q.b..


Come ci sentiamo? Bella domanda.
Alessandra è una persona estrema: è estremamente eccitata, è estremamente curiosa ed estremamente in the mood Bolivia.
Flora è iperattiva: non vede l’ora di spendere, di spanciarsi sull’amaca che vuole mettere in giardino dopo aver fatto pranzi pantagruelici a base di tutto quello che incontra.
Sara è vogliosa… ma no, cosa credete: ha più voglia di partire rispetto a prima, e aumenta man mano che si addormenta durante i lavori e sogna la sua permanenza là.
Serena è pensierosa, però rimane “serena” perché sua mamma le ha già impiantato un chip e le ha fatto tatuare il sito della Farnesina.
Margherita è una visionaria, nel senso che si è fatta delle fisime, cioè scusate, volevo dire delle foto mentali in cui si immagina come tutto possa essere, ma che vuole comprovare una volta arrivati lì.
Alessio è Alessio, che c’è da dire, lo conoscete, è un po’ strano e non vede l’ora di schiarire un po’ quei bozzetti di idee che si è fatto su questa avventura.
Arianna è carica, ma di ansia, perché prima di pensare alla Bolivia deve pensare a certi simpatici e tattici esami che le mancano prima di potersi mettere anima e corpo in questa avventura, però ha già voglia di vedere come si sta tutti insieme, e vuole capire come riuscirà a “disciularsi” nella comunicazione lì in Bolivia.
Victor non pensa  molto, ma d’altronde non l’ha mai fatto, e si perde nelle sue battute e nel cercare di farsi valere, pur essendo, come al solito, il più piccolo; anche lui non vede l’ora di fare questa esperienza perché man mano che passa il tempo si trova sempre meglio con il gruppo, ed è felice di poter condividere questa esperienza con loro.
A Rosario non chiediamo cosa pensa perché abbiamo paura di prendere insulti, ma non sembra troppo shockata dalla C.B.B.A., cioè la nostra Curiosa Brigata Boliviana all’Attacco.


Ora siamo carichi, pieni d’iniziativa, e di voglia di capire come si troveranno i Gringos a Cochabamba… ma ne riparliamo a 5.000 metri.

Hasta luego!













venerdì 23 giugno 2017

"ROMANZO NICARAGUA": Noi partiamo da qui..

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PREMESSA
Noi partiamo da qui..

Io parto da un’ agenda piena di impegni e da una vita frenetica. Ho bisogno di lasciare qui tutte quelle scadenze e quei tempi che ora caratterizzano la mia vita, scandendola quasi in maniera ritmica. Penso sia il momento di stravolgere e colorare questo ritmo che è mio e che mi piace, ma talvolta mi rende un po’ costretto. Vedo questo viaggio come un tempo in cui non c’è tempo, non ci sono date, non ci sono orari, ma solo un continuo e costante fluire di quella che è la vita, di quello che è il giorno e la notte di un posto nel mondo che non è il mio, ma in cui desidero immergermi alla ricerca di un nuovo tempo e di un nuovo respiro.

Io parto con una valigia che rappresenta tutto me stesso. Io con tutti i miei dubbi e le mie certezze, io con il mio lavoro e i miei svaghi, io con il mio sorriso e il mio desiderio di ricercare delle risposte, io con i miei limiti e le mie aspettative. Partire per lasciare qualcosa della mia valigia all'altro e partire per ricevere: questa è la mia idea del viaggio. Mi immagino di immergermi in uno scambio autentico tra quella che è la mia piccola valigia e quello che è il mondo che voglio scoprire. Nel mio lavoro è lo spazzolino il mezzo che utilizzo per creare un contatto tra me e la nonnina o il nipote: partire da una cosa semplice, come l’imparare a lavarsi i denti, fino ad arrivare a scambiarsi anche dei piccoli scenari di vita quotidiana, un qualcosa che ti viene affidato così, che prendi e porti a casa. Ecco, quello che vorrei è vedere questo spazzolino come il mio sorriso che arriva in Nicaragua per incontrare altri sorrisi e altri volti. Volti che dialogano e si lasciano un qualcosa a vicenda qualcosa che renderà sicuramente la mia valigia più pesante di come è partita, magari altri dubbi e altre domande, ma che sicuramente la renderà più colorata e più “viva” di come era partita. Con tutto il tempo poi, una volta giunto a casa, di risistemare i pezzi, i colori, i profumi, i pensieri, gli sguardi che vi sono rimasti intrappolati dentro, a volte senza nemmeno che me ne accorgessi.

Io parto da casa mia. In realtà ne ho due di case: una nella città in cui studio, casa dei miei amori, di nuove amicizie, della fatica e responsabilità di tutti i giorni, e la casa dove ho sempre abitato fin da bambina, quella con la mia famiglia, caratterizzata ogni tanto da qualche litigio, ma anche da tanta serenità e affetto. Forse il numero di case che si abitano è un qualcosa che non mi piace quantificare. Quello che penso è che nessuno abbia una sola e unica casa, ma ne abiti tante. Ne attraversa e vive diverse. Una rossa, una blu e l’altra gialla. Una casa la vedo un po’ come quel posto di mondo in grado di farmi sentire viva, di provocare nostalgia quando non c’è e di farmi anche piangere quando arriva l’ora della partenza. Un po’ quello che mi è successo a Nairobi lo scorso anno. Quella penso sia la mia terza casa nel mondo. Per me il vero viaggio è proprio questo: trovare una casa e farla mia. Io parto da qui con questo immenso desiderio di vivermi un pezzo di Nicaragua con le sue diversità, i suoi bambini, le sue incongruenze, le sue mille sfaccettature, i suoi odori e colori. Un posto a abitare e da “sentire”.

Io parto. Se parto. Perché qui, nella vita di tutti i giorni, sono sempre in ritardo. Prendo lo zaino pieno di sogni, di sassi e di sguardi e inizio a correre. Corro verso una nuova avventura, un mondo nuovo che mi stupirà e mi arricchirà. Non penso ci sia un tempo ideale e ottimale per incontrare nuovi posti e persone, non penso che parlando di viaggio si possa pensare di essere in ritardo o in anticipo. E proprio per questo mi piace viaggiare e pensare a nuove partenze. In questo non mi sento in ritardo, è un qualcosa che viene, così. È sempre il suo tempo.

Pronti? Partiamo da qui.. insieme.

lunedì 24 ottobre 2016

A piedi verso il Libano

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vïàggio s. m. [dal provenz. viatge, fr. ant. veiage, che è il lat. viatĭcum «provvista per il viaggio» e più tardi «viaggio», der. di via «via2»; cfr. viatico]. – 1. L’andare da un luogo ad altro luogo, per lo più distante, per diporto o per necessità, con un mezzo di trasporto privato o pubblico (o anche, ma oggi raramente, a piedi)”

In Libano a piedi non ci puoi più andare. Non che una volta tutti andassero a piedi in Libano, non è proprio come andare da Senigallia a Marzocca (città di quella sconosciuta regione che sono le Marche). Però volendo avresti avuto questa possibilità. Ed ora a pensarci sarebbe stato proprio un bel viaggio. Partenza da Senigallia, poi attraverso Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Bulgaria, Grecia, Turchia e Siria (ovviamente allungando un po’ il tragitto per fare tappa a Damasco), arrivare in Libano, a Beirut. Secondo Google Maps sono 4.005 kilometri percorribili in 819 ore. Proprio un bel viaggio, viene già voglia di partire. Dal 2010 questo viaggio però non si può più fare. Ci bloccherebbero vicino al confine tra Turchia e Siria, senza nessuna possibilità di continuare.

In viaggio verso Beirut a piedi
Allora si potrebbe fare un viaggio più breve, partire dalla Giordania e da lì, sempre camminando, attraversare Palestina e Israele, per poi entrare dal confine sud del Libano. Anche questo però non si può fare. Il confine tra Libano e Israele ormai è da anni militarizzato e i rapporti tra i due stati non sono dei più tranquilli. Meglio non dire allora che una volta anche tu hai fatto la bella vita sulle spiagge di Tel Aviv. 

Insomma, a piedi in Libano non ci puoi andare. Allora forse si potrebbe fare un viaggio a piedi visitando il Libano; su internet ci sono foto di posti spettacolari, due/tre settimane di viaggio sarebbero un ottimo modo per conoscere il paese che mi ospiterà per 10 mesi. Nemmeno questo si può fare. Il sud del paese, oltre ad essere un’aerea militarizzata da truppe internazionali, è territorio di Hezbollah. Nella zona di Sabra e Shatila non possiamo andare; nelle vicinanze del confine Siriano nemmeno. Viaggiare a piedi in Libano non si può più fare. 

Forse aveva proprio ragione la Treccani definendo il viaggio a dire che ormai raramente si viaggia a piedi. Allora anche io dovrò prendere un aereo per arrivare a Beirut. Non più 819 ore, ma 3 ore e 35 minuti. Comodamente e velocemente sorvolerò il Mediteranno. Tuttavia la mente va a quel viaggio a piedi che non posso più fare, alle cause che limitano il mio andare, alla politica e alla storia che decidono che io debba prendere un aereo. Il Libano è immerso in tutto ciò; non si può partire senza sapere il perché non si può più viaggiare a piedi verso il Libano. La mia partenza è caratterizzata da questi pensieri come lo sarà la mia vita a Beirut. Fare volontariato, mettersi a servizio degli altri in Libano richiederà percorrere mentalmente quei viaggi non più percorribili a piedi, e soprattutto cercare di comprenderli. 

Irene

Perdersi o trovarsi?

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“C’è chi viaggia per perdersi,
c’è chi viaggia per trovarsi”
G. Bufalino



Qualcuno diceva che non sono le persone che fanno i viaggi, ma i viaggi che fanno le persone.
E quindi eccomi, entusiasta ma anche spaventata, pronta per farmi plasmare da luoghi, persone, colori, profumi. Pronta per crescere assieme a ragazzi lontani, condividendo la fatica, a volte le sconfitte e più spesso i successi.

Pronta, sì. Anche se non lo si è mai davvero. Partiamo con una montagna di aspettative, idee, sogni, che probabilmente non vedremo soddisfatti perché noi giovani un filo matti, a volte sogniamo un po’ troppo in grande.

Pronta a scoprire, a lasciarmi trasportare in un mondo lontanissimo che già so che in poco tempo diventerà famigliare.

Pronta ma un po’ spaventata. La lingua e gli usi diversi, per non parlare della frustrazione che deriva dal dover accettare che non tutto proceda per una facile e dritta via e che a volte bisogna ricalibrare la bussola, rimettersi in gioco e in cammino.

Pronta ma spaventata dal lasciare gli affetti, che è così difficile sapere lontani, ma che danno carica e energia facendosi sentire vicini.

Pronta a condividere la vita, le gioie e i dolori, i successi e le sconfitte con qualcuno che qualche fato o qualche destino ha voluto che fosse insieme a me. Perché si sa, il dolore fa male, ma se si è in due a portarlo diventa più leggero. E perché, come dice bene il protagonista di “Into the wild”, la felicità è reale solo se è condivisa.

Pronta.
Pronti, attenti, via!
Un anno indimenticabile è appena iniziato…

Che il mare mi porti

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Mi chiamo Giulia, ho 26 anni, sono nata a Padova e sono cresciuta in provincia.
Da piccola mi facevano molta paura gli insetti e i cani e non ero una grande amante della fatica fisica. Non so se per contrappasso o per sfida, quando ho compiuto otto anni mi sono iscritta al gruppo scout del paese per uscirne solo diciassette anni dopo.
È così (ma non solo) che è cresciuto in me il desiderio di guardare un po’ più lontano, la curiosità di conoscere quello che c’è oltre al mio emisfero e il sogno di entrare, chiedendo permesso, all’interno di altri per provare a guardare come sembra il mio visto da lì.
Sono una persona tendenzialmente molto indecisa, mia mamma dice che è così fin dalla nascita: esco?! no no, non esco.. esco?!.. umh.. aspetta un attimo che ci penso!
Ed è così che quando ho terminato le scuole superiori non sapevo cosa fare e per cercare l’ispirazione ho trascorso 8 mesi in Irlanda come Au-Pair. Quando sono tornata mi sono accorta che le idee non mi si erano proprio chiarite e fu così che, ascoltando un po' la pancia e un po' i consigli, mi sono iscritta alla facoltà di Servizio Sociale.
Gli anni dell'università sono stati molto interessanti, non solo per la mia crescita formativa ma anche personale. Un ringraziamento speciale vorrei rivolgerlo al professor Bruce Leimsidor per l’abilità e la passione con cui, dall’interno di un’aula, riusciva a mostrarci la realtà che c’era fuori e il lavoro sul campo. Durante le sue ore di lezione è nato in me l'interesse per il diritto d’asilo che mi ha portato a svolgere il tirocinio presso il Servizio di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) di Padova, un’esperienza in Sicilia con l’associazione Borderline Sicilia Onlus e infine un lavoro come operatrice dell’accoglienza in un Centro di Accoglienza Straordinario (CAS) per richiedenti asilo.
Mentre ero in Sicilia ho potuto osservare molto da vicino il fenomeno dell’immigrazione e questo mi ha permesso di capire quanto siano diverse le cose rispetto a come vengono dipinte. Per questo, nonostante avessi un buon contratto di lavoro, ho deciso di mettermi in ricerca di altre occasioni che mi permettessero di avvicinarmi al fenomeno, con il desiderio di osservarlo da quante più angolature possibili.
Quando nel sito della Caritas Ambrosiana ho trovato il progetto di Servizio Civile Estero in Libano non ci potevo credere. E quando mi hanno chiamata per dirmi che ero stata selezionata.. ancora meno!
Manca l'ultima settimana di formazione e il due novembre si parte, direzione: Beirut.
Non vedo l'ora di imbarcarmi per questo viaggio, di prendere il largo, di remare con forza e determinazione ma anche di lasciare che il mare mi porti.
Come ogni avventura che si rispetti, incontrerò giorni di burrasca e altri di calma piatta, sarò spinta da venti forti e accarazzata dalla brezza leggera.
Un onore e un privilegio che spero di saper meritare.

Giulia

avventura

martedì 17 giugno 2014

Nicaragua: La mia America Latina in ricordi, foto, libri e canzoni.

1 commento:
Eccomi qui, di nuovo nella mia stanzetta, in partenza per il Nicaragua.
Catturato dalle solite riflessioni sul senso del viaggiare, sulla destinazione e sul mio ruolo in quel paese così lontano dalla mia terra d'origine.
Le risposte affondano nelle mie radici, nel mio background culturale ma soprattutto nelle scelte personali, personalissime che ho fatto e farò.

Cos'è quindi l'America Latina per me? 






Sono i primi passi di un bambino a Piscobamba, l'azzurro dell'oceano infinito visto da Playa Madera, il rumore della terra tra i campesinos di San Luis, i rimedi naturali di foglie di mango, limone e sale di Isaura.
Per me America Latina è arrivare al Macchu Pichu attraversando a piedi la selva, con documenti falsi, è una manifestazione popolare in ricordo di Oscar Romero a San Salvador, è la preghiera prima di mangiare recitata in spagnolo.








La mia America Latina è il Servizio Civile con Caritas, è il rumore terribile delle bandiere in Plaza de la Revolucion, è Teo che scappa da un terremoto con il PC sottobraccio, è scrivere un diario alla luce di una candela, sono tutti i volti sorridenti che mi aspettano al Guis.

La Teologia della Liberazione, una chitarra stonata, i mezzi di trasporto più assurdi, è partire senza sapere quando si arriverà, sono tutti i Cantieristi che andranno in Perù, Bolivia, Haiti e Nicaragua..
..e mi piacerebbe dare seguito al flusso di ricordi e di pensieri che si fanno largo in questo pomeriggio uggioso, ma vi annoierei e soprattutto preferisco farlo davanti a una birra in un'altra occasione.
















Inoltre ho trovato tre degni sostituti che possono raccontarvi le mie emozioni in questo momento.

1 - IL LIBRO
 da Filosofia del Viaggio, Michel Onfray 

"Viaggiare presuppone la volontà etnologica, cosmopolita, decentrata e aperta più che lo spirito missionario, nazionalista, eurocentrico e gretto. Il turista compara, il viaggiatore separa. Il primo rimane sulla porta di una civiltà, lambisce una cultura e si accontenta di percepirne la schiuma, di coglierne gli epifenomeni da lontano nella sua qualità di spettatore impegnato e militante nei confronti del proprio radicamento; il secondo tenta di entrare in un mondo sconosciuto, senza compiacenze, come uno spettatore disimpegnato, senza preoccuparsi di ridere o di piangere, di giudicare o di condannare, di assolvere o di lanciare anatemi, ma desideroso di afferrare l'interiorità, di comprendere."



2-LA CANZONE
     Latinoamerica - Calle 13
    è vivamente consigliata la ricerca del testo e la visione delle immagini.




3-LA FOTO
    "Close to the sun" di Maria Guerra (http://500px.com/photo/56705720/joy-by-maria-guerra?from=user)
     Maria è una giovanissima fotografa Nicaraguense che mi ha aiutato, grazie alle sue foto, a scorgere un            lato dell'America Latina a cui non avevo mai pensato. In questa foto l'America Latina è una giovane              donna in bianconero, triste e pensierosa, i capelli sono scompigliati dal vento. Non c'è fretta, forse               rassegnazione.




Questo è un pezzo della mia America Latina, ognuno ne coglierà aspetti diversi, personali, utilizzando proprie parole e simboli. Alcuni si troveranno ma altri avranno scorto qualcos'altro. Benvenga.

Lele





domenica 23 febbraio 2014

Nicaragua: VAMOSSSSS AMICIIIIIII!!! :)

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... Mi offrono un incarico di responsabilità 
domani andrò giù al porto e gli dirò che sono pronto per partire 
getterò i bagagli in mare, studierò le carte 
e aspetterò di sapere per dove si parte, quando si parte 
e quando passerà il monsone dirò: "Levate l'ancora,
dritta avanti tutta, questa è la rotta, questa è la direzione, 
questa è la decisione! "




(La linea d'ombra, Bolivia-Libano-Moldova-Nicaragua, UnAbbraccioneEBuonViaggioAmiciMieiiiii! )