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mercoledì 30 gennaio 2019

L’Africa, un sogno che si realizza. Diamo il VIA, SCE 2019 è iniziato!

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Sono Greta, ho 25 anni e sto finalmente per realizzare un sogno, il sogno.
Avete presente quando vi chiedono “Quale è il tuo sogno nel cassetto?” oppure “Il sogno della vita?”.
Ecco, il mio è questo: l’Africa. Tra quattro giorni la mia vita si sposterà in Kenya, a Mombasa, per un intero anno di Servizio Civile Estero con Caritas Ambrosiana.
Ma chi è Greta?
Sono una ragazza molto semplice, cresciuta in oratorio e studio Scienze dell’Educazione all’Università Bicocca di Milano.
Ho iniziato ad affiancarmi al volontariato molto presto in vari settori. Oltre che tutte le attività oratoriane, ho speso parte del mio tempo in una casa residenziale per disabili, successivamente in casa di riposo per anziani; poi ho iniziato ad insegnare italiano a stranieri e, ormai da tre anni, sono soccorritrice sui mezzi per l’Emergenza Sanitaria.

Ovunque vada, chi mi conosce, mi definisce “colorata”, forse per il mio modo di vestire (ogni capo di un colore diverso) che mai si abbina o forse per il mio sorriso “smagliante e luminoso” che trasmette colore.
Un giorno una bambina ha fatto il mio ritratto dicendomi “La tua faccia è rosa, ma ricorda un arcobaleno. Tu mi ricordi i colori!”.





Crescendo in oratorio ho avuto la fortuna di incontrare la simpaticissima Suor Amata che, piano piano, mi ha fatto conoscere l’Africa e più precisamente il Congo, le sue abitudine, la sua cultura, le danze e le canzoni, i cibi e gli odori, suscitando in me una grande curiosità di partire e vedere con i miei occhi quella terra, di sentire con il mio naso quegli odori e di trasmettere con il mio sorriso quello che esattamente lei ha trasmesso a me. Il mio sogno.




L’estate scorsa grazie ai Cantieri della Solidarietà organizzati da Caritas Ambrosiana e ho trascorso le mie tre settimane di vacanza in Kenya, sempre a Mombasa, a servizio di bambini e ragazzi. Al mio rientro la sensazione era molto strana: non riuscivo ad orientarmi, sentivo che tre settimane non erano state sufficienti e che avrei preteso di più da me stessa e che avrei voluto più tempo per farlo. 






E per questo, grazie a Suor Amata, agli incontri fatti nella mia vita e al Cantiere a Mombasa ho deciso di candidarmi per il Servizio Civile Estero nella mia Africa.
Diamo il VIA, SCE 2019 è iniziato!
Sensazioni a riguardo? Me la sto facendo sotto!!!!!!
Scherzi a parte, sono super mega gasata e carica, non vedo l’ora di partire e di vivere al massimo questo anno, il mio anno. Allo stesso tempo si intrecciano sensazioni di paura e preoccupazione data l’esperienza delicata che mi aspetta in un contesto per niente semplice.







In bocca al lupo a me e a tutto il gruppo SCE2019!
Ci vediamo, o meglio, sentiamo da Mombasa!
Greta



giovedì 13 settembre 2018

Moldova - Bosnia: racconto di un'esperienza

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Le emozioni e le impressioni di Dorina (volontaria sedicenne dell’associazione Misiunea Socială "Diaconia", Moldova) circa le due settimane di avventura e scoperta della Bosnia Erzegovina.

Otto volontari moldavi hanno avuto la possibilità di vivere due settimane di scambio in Bosnia ospiti delle associazioni locali Youth for Peace e Ivan Pavao II, due realtà impegnate nel dialogo interreligioso e nella ricostruzione post conflitto
Per questi otto volontari l`esperienza ha rappresentato diversi primi e nuovi incontri e scoperte: prima volta in un paese straniero, primo approccio con diversi credi religiosi... 
La complessità del paese con la sua storia, le testimonianze ascoltate, i luoghi visitati ed il volontariato svolto con i migranti e i ragazzi dell’orfanotrofio a Banja Luka hanno contribuito a rendere ”l’esperienza sconvolgente” come dice la stessa Dorina nell’articolo sotto riportato.


Un'esperienza sconvolgente, che in pratica ci ha cambiati tutti. La semplicità, la bellezza, le emozioni provate, le persone diverse incontrate, il divertimento, il dramma della guerra che abbiamo conosciuto, queste parole non riescono a descrivere quello che abbiamo vissuto nel corso della nostra esperienza in Bosnia e Herzegovina. 

Religione, una parola così semplice ma che allo stesso tempo racchiude così tanti significati, luoghi religiosi affascinanti e sorprendenti, diversi gli uni dagli altri, persone appartenenti a credi differenti ma alla fine, non conta, perchè accomunate tutte dalla fede in un solo Dio.

Uno stato non molto grande, ma con una storia ricca di avvenimenti, tra cui una tragica guerra  di cui le persone si ricordano ancora e capita che lo facciano attraverso l'ironia e l'umorismo nero.
Uomini con una storia bella e piena di eventi che riescono a guardare al futuro nonostante il passato doloroso. 

Oltre agli abitanti della Bosnia ho avuto l'opportunità di incontrare persone provenienti da altri paesi tra cui alcuni rifugiati a cui abbiamo distribuito un pranzo caldo e un bicchiere di thè svolgendo volontariato con una mensa moblie. In questa occasione  ho conosciuto per esempio un ragazzo cinese, Maks, che sta facendo il giro il mondo e che, giunto a Sarajevo, ha deciso di rendersi utile alla mensa mobile. Ciascun giorno, ciascun luogo visitato durante queste settimane ha arricchito le nostri menti e colmato le nostre lacune con molte nuove informazioni.
Durante il servizio alla mensa abbiamo chiaccherato con altri volontari meravigliosi che nonostante non  parlassero bene inglese cercavano di fare per il possibile per riuscire a comunicare con noi.
Abbiamo visitato città quali Mostar, Jaice, Banja Luka ed alcuni musei come, ad esempio, il War Childhood Museum. Mostar, famosa per il suo ponte incantevole ricostruito dopo la fine del conflitto, sotto al quale scorre un fiume che attraversa la citta’ e la città di Jaice con la sua cascata. 
Il Child War Museum ci ha emozionati con i ricordi dei bambini cresciuti durante il periodo della guerra che vengono presentati con una piccola descrizione dell'oggetto e del proprietario, descrizione che spesso non mi ha fatto trattenere le lacrime.

In queste due settimane abbiamo avuto l’opportunità di avvicinarci a molte persone, tra cui i bimbi e i ragazzi dell’orfanotrofio di Banja Luka, gli anziani del centro diurno Drevnii davvero difficili da battere a carte, vista la loro astuzia! 
Negozi, parchi, ristoranti, passeggiate, mercati… Abbiamo visitato così tanti luoghi...entusiasmo e curiosità ci hanno sempre accompagnati, Qualcuno è anche riuscito ad imparare un po’ di inglese e assieme siamo riusciti ad oltrepassare le paure che avevamo all’inizio e abbiamo scoperto cosa significhi essere una vera squadra, magari  piccola ma unita e forse siamo riusciti ad essere piu’ di una squadra… Siamo diventati una famiglia. 
Grazie di cuore a chi ci ha dato l’opportunità di vivere quest’esperienza perchè ci ha permesso di aprire il nostro sguardo e di cambiare prospettive rispetto a tanti aspetti e abbiamo imparato davvero tanto, diventando persone piu’ consapevoli e mature. Neanche il divertimento è mancato…  Dal primo all’ultimo giorno! Siamo stati accolti con amore, abbracci, parole e regali che ci siamo scambiati a vicenda
Ci mettiamo la firma che in futuro non ci faremo assolutamente scappare la possibilità di vivere un’esperienza di questo genere e siamo pronti per accoglierne una nuova in qualsiasi momento!
Nuove idee, progetti ed eventi… La voglia e il desiderio di impegnarci e di aiutare sono cresciute dentro di noi… dentro a quegli 8 piccoli esploratori circondati da persone meravigliose e piene di bellezza. 
Vogliamo ringraziare le persone che ci hanno accompagnato in quest’avventura: la nostra coordinatrice Nadia e le volontarie italiane Lisa Thibault, Faustina Yeboah, Diana Cossi!! 

Grazie Caritas!

Il bene, alla fine, torna sempre indietro e la fatica viene sempre ripagata!

venerdì 18 maggio 2018

Piccola lettera a Rafael

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Caro Rafael, sei arrivato al Centro di Nutrizione Infantile “Albina Patiño” pochi giorni dopo di me. Ovviamente siamo al Centro per motivi diversi: io svolgo qualche ora del mio Servizio Civile e tu sei stato portato dopo che ti sei stabilizzato in ospedale, come tutti i bambini che stanno qui.
Qualcuno potrebbe pensare che sei nato sotto una cattiva stella perché sei arrivato su questa Terra molto prematuro, troppo: avevi sei mesi. E la tua mamma ha compiuto un gesto che solo le persone più disperate possono fare: ti ha tirado a la basura, gettato nella spazzatura. Così ti hanno ritrovato, quasi in fin di vita, in uno stato di denutrizione gravissimo, motivo per cui ancora oggi, dopo cinque mesi, il tuo piccolo corpo ancora ne patisce le conseguenze. Purtroppo la denutrizione se non curata può portare a gravi danni neurologici, epatici, renali, polmonari e tanto altro ancora. 

Quando ti ho visto la prima volta al centro eri uno scricciolo, ti ho sollevato dalla tua culla per darti il biberon e pesavi quanto un batuffolo di cotone, ed eri altrettanto morbido e tenero. Ci siamo guardati negli occhi e dopo aver bevuto avidamente il tuo latte, ti sei placidamente addormentato tra le mie braccia. Dopo un po’ quasi non eri più un batuffolo di cotone ma un piccolo piombino. Da quel giorno sei diventato il mio preferito (shhhhh! Non dirlo a nessuno!) e mi sono sempre ritagliata dei momenti per stare con te, per cullarti e darti il biberon. Da allora sei cresciuto un sacco e sei pure un po’ ingrassato, hai delle guanciotte che chiunque se le magnerebbe se ti incontrasse!

Poi un giorno non hai voluto mangiare. “Che strano”- ho pensato- “Tu che sei sempre così vorace”, ma niente, giravi la testa dall’altra parte quindi è proprio un “no!”. Ho chiamato l’infermiera Patty per avvisarla e lei ha immediatamente avvertito le due dottoresse perché decisamente qualcosa non andava: “non senti che respiro affannato?”. “No Rafa, per favore, non ti ammalare! Proprio adesso che avevi iniziato a prendere peso…”. E invece di corsa all’ospedale. Diagnosticata polmonite. Domando a doñ
a Patty: “quando tornerà Rafael?” “Non tornerà, dall’ospedale lo mandano direttamente in orfanotrofio”. BAM. Un colpo. Non ti avevo nemmeno salutato! Perché Rafael? Perché ti sei ammalato?!

Una decina di giorni dopo, entro nella stanza 5 perché un bebè piange a squarciagola e chi vedo nella culla di fianco alla porta? RAFAEL! Sei proprio tu! Sono così felice che continuo a domandare retoricamente a tutte le infermiere: “ma allora Rafa è tornato?!”. L’illusione però dura poco, basta prenderti un attimo in braccio per capire che qualcosa nei tuoi polmoni non va… di nuovo arrivano le dottoresse, ti pinchano, ti bucano le manine con piccoli aghi per farti degli esami, ti auscultano e… niente, bisogna nuovamente portarti in ospedale, la polmonite non è guarita, anzi sembra si sia aggravata. “No, Rafael! Di nuovo, perché?”.
Ti voglio dire che, per fortuna, prima che ti ricoverassero abbiamo avuto un po’ di tempo per stare insieme. Eri ancora spaventato per tutte le punture e gli esami pre-ricovero che ti avevano fatto, così ti ho cullato per calmarti un po’.  Ti ho tenuto in braccio a lungo, così a lungo che alle fine ci siamo addormentati entrambi. Poi ti ho delicatamente passato nelle braccia del dottore e ti ho visto uscire dalla porta avvolto nella tua copertina celeste.


Caro Rafael, oggi ti ho salutato perché non so se ti rivedrò ancora. 
Se qualcuno nella tua vita dovesse mai dirti che sei nato sotto una cattiva stella, io spero che in fondo in fondo, nella memoria più inconscia e ancestrale che ha ognuno di noi, tu invece sappia che qui al Centro tutti ti hanno coccolato, cullato, nutrito. E soprattutto ricorda: anche tu sei stato un bambino amato.





Con tutto il mio affetto,
Mari


martedì 27 marzo 2018

LE PALME di MOMBASA

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FAITH BEFORE FEAR

Domenica anche noi a Mombasa abbiamo celebrato la Domenica delle palme; l'ufficio per la pastorale giovanile ha organizzato una processione e una messa con tutti i giovani dell'Arcidiocesi di Mombasa. Quale modo migliore per aprire la Settimana Santa, una enorme folla di giovani, qualche bambino e qualche famiglia che si sono riuniti alla Makupa Primary School in attesa del Vescovo e per la successiva benedizione delle palme.
In un passamano i ragazzi hanno iniziato a far girare le foglie di palma fino a quando ognuno ne aveva una da reggere.
C'era chi la sventolava, chi invece l'ha usata per costruirci una croce, chi semplicemente la teneva alta come una bandiera.
Dopo la preghiera del Vescovo Martin la folla si è trasformata in un lunghissimo serpente che si è fatto strada per le vie di Mombasa, passando anche dalla grande rotonda che porta alla strada per Nairobi e bloccando per una mezz'ora il traffico.

La processione attraversa la grande rotonda di Makupa

I giovani in processione che bloccano il traffico di Tudor

La processione che avanza verso il centro pastorale

Tra le macchine, i tuk tuk, i matatu, i carretti e le persone ai bordi delle strada sedute ai negozietti c'era chi ci guardava sorridente ed incuriosito, chi si lamentava perché stavamo creando disordine, chi ci scrutava con uno sguardo accigliato probabilmente chiedendosi quale fosse il senso di tutto questo.
Sì perché a Mombasa non è scontato essere cristiani, non é nemmeno scontato essere cattolici e soprattutto non è scontato che una folla di giovani blocchi il traffico di una città fondamentalmente musulmana per celebrare l'arrivo di Gesù a Gerusalemme e l'inizio della Settimana Santa.
Per me è stata un'emozione grandissima, poter essere parte di questi giovani che fieri della loro fede hanno attraversato senza paura le strade della città, cantando, quasi correndo per essere in testa alla processione e indossando maglie con i messaggi più disparati, dal "Proudly Catholic" al "Keep calm and sing", dal " Faith before fear" al " Don Bosco pray for us".


Alla fine questa folla rumorosa e accaldata (domenica c'erano 33 gradi, percepiti 50!!!) si è riunita al centro pastorale dove abbiamo celebrato la messa, completamente animata e preparata dai giovani, che hanno cantato, ballato, pregato, portato offerte all'altare, tutto con una grande gioia che era davvero palpabile e che ti coinvolgeva naturalmente.
Durante la messa, poi, il Vescovo ha parlato di pace, di accoglienza, del compito della Chiesa di accompagnare i giovani sulla giusta Via, delle tentazioni che li circondano e mi è sembrato proprio di partecipare a una delle tante messe italiane dove si parla dei giovani (e a volte non AI giovani), posto diverso, ma stesse sfide e stesse speranze...forse un po' più di giovani all'ascolto, anzi, tolgo il forse, molti ma molti più giovani!

Alcuni giovani della parrocchia di Kongowea

Ora tutti noi abbiamo raccolto e conservato le parole del Vescovo e la gioia di questa domenica per prepararci ai tre giorni di celebrazione della passione di Cristo, pronti a farla riesplodere la domenica di Pasqua!!!!




P.s. A Pasqua ci sarà il mio debutto con il coro giovanile di Kongowea, è da due settimane che ci prepariamo provando tutti i giorni della settimana..canti in kiswahili e ritmi incalzanti....Non vedo l'ora!!!!hahahahahaahahha


Chiara Galla


giovedì 8 febbraio 2018

Art. 205 del codice penale: in bilico tra riforma e (ri)elezioni

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Modifica del codice penale: un passo indietro per ricandidarsi?


Eccoci di nuovo qua! Siamo arrivate a Cochabamba la scorsa settimana e correvamo il rischio di non riuscire ad uscire dall'aeroporto per la minaccia di scioperi e proteste.
Alla fine è andato tutto bene, neanche l'ombra di un bloqueo in giro!

Ma cos'era successo?

Il 23 novembre il senato aveva approvato una riforma che andava a modificare oltre 650 articoli del codice penale, toccando diversi settori. La modifica più eclatante aveva riguardato l’art. 205, che aveva subito suscitato proteste e scioperi da parte del personale medico: si prevedeva infatti l'introduzione di nuove sanzioni per chi, nell’esercizio della sua professione, avesse causato danno alla salute o all’integrità fisica di un’altra persona per negligenza, imperizia o inosservanza dei protocolli. In caso di danno per uno di questi motivi si prevedevano forti pene pecuniarie e, in alcuni casi, fino a sei anni di carcere. Secondo i medici, che sono stati per molti giorni protagonisti di bloqueos in tutto il paese, questo articolo violerebbe in parte la Costituzione, limiterebbe il diritto al lavoro e non consentirebbe un’effettiva riparazione del danno da parte degli stessi qualora venissero privati della loro libertà.

Questo in un paese dove la sanità è per molti inaccessibile e manca un sistema capillare di prevenzione.


Sciopero dei medici: blocco delle strade del centro di Cochabamba.
- Dicembre 2017 -

Quando avevamo lasciato la Bolivia c'era qualche bloqueo in giro, ma alcuni pensavano che le richieste di contrattazione con il governo non sarebbero durate ancora a lungo: la classe medica è comunque un’élite rispetto alla maggior parte del popolo, il vero cuore e propulsore delle proteste in strada. Lo sciopero dei medici avrebbe potuto inoltre portare a uno scontento tra la popolazione, che non trovava più dottori e infermieri negli ospedali.


Cartelli per lo sciopero dei medici negli ospedali
- Ospedale di Quillacollo, periferia di Cochabamba -


"ESTAMOS EN HUELGA GENERAL INDEFINIDA EN TODO EL PAIS"


"NO AL ARTICULO 205"


Questo si leggeva all'ingresso di molte strutture sanitarie a partire da dicembre."Siamo in sciopero generale indeterminato in tutto il paese". "NO all'articolo 2015". 

Si rispondeva solo alle emergenze.

All’inizio di gennaio sono però scese in piazza anche altre categorie. Camionisti - contro la modifica dell'art. 137, con cui si aumentavano le pene per l'omicidio colposo con mezzo di trasporto -, giornalisti - contro gli art. 309, 310 e 311, lamentando una limitazione della libertà di stampa e di espressione -, commercianti, ambientalisti e altri. Anche dei gruppi religiosi hanno contestato questa riforma, in particolare protestando contro l'art. 157, che ampliava la possibilità di abortire legalmente, e l'art. 88, rispetto al quale anche la Conferenza Episcopale Boliviana ha preso una posizione.

Nella nuova formulazione l'art.88, articolo contro il traffico di essere umani, inasprirebbe le pene - includendo la possibilità di incarcerazione da sette a dodici anni - per chi "trasporti, trasferisca, privi di libertà, ospiti o riceva persone" per una serie di finalità. Tra queste vi è anche il "reclutamento di persone per la loro partecipazione a conflitti armati o in organizzazioni religiose e di culto". In questa sua parte tale articolo è stato considerato dalla Conferenza Episcopale una minaccia contro la libertà religiosa, nonché contro le attività missionarie. 


Sciopero generale contro la riforma, centro di Cochabamba
- Gennaio 2018 -


Giovedì 11 gennaio, in occasione del passaggio del Rally Dakar a La Paz, coloro che si opponevano a questa riforma hanno manifestato assieme ad altri gruppi. Tra questi hanno preso parte alle proteste anche quelli contrari alla recente sentenza del Tribunal Constitucional che stabilisce la possibilità per il Presidente Evo Morales di ricandidarsi al suo quarto mandato.

Secondo la Costituzione un presidente potrebbe ricandidarsi per la stessa nomina per non più di due mandati. Già in passato si era già fatta eccezione a questa norma, essendo attualmente Evo Morales presidente per la terza volta. Questa nuova sentenza del 28 novembre 2017, tuttavia, rimuove ogni limitazione alla possibilità di ripresentarsi alle elezioni.

Questo accade nonostante l'esito del referendum del 21 febbraio 2016: il MAS - Movimiento Al Socialismo -, partito di Evo, aveva infatti indetto allora un referendum in cui si chiedeva alla popolazione se fosse favorevole o contraria alla modifica della Costituzione, per permettere ricandidature oltre i due mandati. Avevano vinto i NO, ma la sentenza del Tribunal Constitucional va oggi contro tale manifestazione di volontà popolare.

All'inizio della scorsa settimana il governo ha deciso di riconsiderare la riforma del codice penale, motivo per cui el paro general di martedì 23 era stato sospeso. Mercoledì 24 alle 4.00 di mattina, dopo 11 ore di dibattito la Camera dei Deputati ha approvato a Legge 001 che abroga la riforma del codice. Nel pomeriggio anche la Camera del Senato ha votato all'unanimità lo stesso progetto di legge e lo ha rimesso all'Esecutivo perché lo promulghi a sua volta. 

La riforma del codice penale, che tanto ha suscitato clamori, sembra quindi essere giunta al termine. Alcuni deputati hanno sostenuto che il motivo di tale manovra sarebbe in realtà tentare di smorzare un clima di tensione al quale si stavano aggiungendo gli oppositori alla rielezione del presidente Evo Morales. 

Se adesso potrebbero calmarsi le acque, non si sa invece cosa accadrà tra il 2018 e il 2019, anno di nuove elezioni. Intanto martedì 30 gennaio i rappresentanti dei Comitati Civici di tutto il paese hanno deciso di indire un paro nacional previsto per il prossimo 21 febbraio, anniversario del referendum del 2016, per protestare contro la sentenza del Tribunal.

A noi non rimane che prendere un bel respiro e stare a vedere: la Bolivia è imprevedibile!

Chiara


Fonti:
ALP abroga Código Penal en bochornosas sesiones, Los Tiempos, 25 gennaio 2018
Leyes justas al servicio del bien común, Comunicato della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Boliviana, La Paz, 9 gennaio 2018





giovedì 1 febbraio 2018

TRA IL CIELO E LA PAZ: DOVE VITA E MORTE SI INCONTRANO

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La Paz:  circa tre milioni di abitanti, altitudine che varia dai 3500 ai 4100 metri, una distesa di case senza intonaco che ricoprono la valle, alcune aggrappate alla montagna non si sa dove e non si sa come. Alle spalle svetta imponente l’Illimani, che con i suoi 6532 metri è la terza cima della Bolivia. Freddo, sole, pioggia, salite e discese, cinesi, mercati, ancora mercati e popolazione Aymara, gli andini più tosti del Paese. Sono loro che hanno resistito più di qualsiasi altro gruppo etnico presente in Bolivia alla colonizzazione spagnola: sono abituati a vivere, coltivare, pascolare e tessere a oltre 4000 metri di altitudine, chi potrebbe fermarli? Di loro dicono che sono persone chiuse, a tratti scorbutiche, abituate a parlare poco (e ci credo…! Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che parlare e camminare nello stesso momento a La Paz è una prova da grandi sportivi), e che conservano con fierezza alcune antichissime tradizioni pre-colombiane, mescolandole con i riti cattolici.
Per meglio conoscere e comprenderne la cultura abbiamo quindi deciso di andare al Museo Etnografico (ben progettato e molto interessante!) e, la domenica, al cimitero centrale.


E qui alcuni penseranno: “quale macabra turba psichica affligge queste due ragazze in servizio civile?!” ma io vi rispondo: “nessuna, signori!”, per gli Aymara, la morte è un naturalissimo processo che fa parte dell’esistenza stessa, anzi, chi potrebbe parlare di vita se non ci fosse la morte? E il simbolo della Pachamama (che è Terra, vita, donna) -una spirale- ne è la spiegazione più completa: tutto è un unicum ma allo stesso tempo c’è un inizio e c’è una fine che non si distinguono, l'uno sussegue l’altro in un vortice di energia infinita. Chi può dire dove si comincia e dove si termina se siamo tutti parte di un cosmo sempre vivo, sempre in eterno movimento? 

Proprio per questo il cimitero è un luogo festoso da visitare, ricco di vita, dove chiunque può entrare con un paio di gelati in mano, dove alcuni ragazzi giocano a calcio, dove ci sono i bagni (per i bisogni dei vivi chiaramente), dove le persone si riuniscono per suonare allegre canzoni davanti al loculo del proprio caro.

Bagno per vivi in fondo a sinistra



Esattamente dei loculi vi voglio parlare: sono tutti piccoli, rettangolari, colorati. Sembrano delle vetrinette, o delle teche, e traboccano di oggetti, le cosiddette alasitas ovvero copie in miniatura di frutta, verdura, bottiglie di birra, soldi, cibo, che le persone collocano all’interno della tomba perché rappresentano le cose che più amava il defunto in vita e che il defunto continuerà ad amare “dall’altra parte”. Chi l’ha detto che il signor José non possa sorseggiarsi la sua bottiglia di cerveza in altre forme? O che la signora Maria non possa fumarsi le sue sigarette? I più temerari hanno addirittura infilato alimenti come caramelle, snack e piccoli paninetti.
E poi ci sono i fiori. Tanti, tantissimi, gialli, bianchi, rossi, mazzi piccoli, grossi, gigli, rose, crisantemi, girasoli… un turbinio di colori e profumi, mucchi di fiori anche per terra e tantissime persone intente ad innaffiare, invasare, tagliare, sistemare, comporre.




Per completare l’atmosfera, che vi assicuro essere di totale pace, sono stati dipinti su ogni parete dei murales da artisti provenienti da tutta la Bolivia. È stata un’idea del direttore del cimitero, realizzata grazie al collettivo "Perros sueltos" di Cochabamba, che ha organizzato questa iniziativa e che ancora ci sta lavorando*.
E’ strano, cammini per il cimitero e sei circondato da murales incredibili, alti, grandi, significativi, coloratissimi… e se un muro ancora non è stato dipinto, lo vedi lì, mezzo scrostato, triste, grigio, e non puoi fare a meno di pensare che per fortuna intorno c’è tanto colore.


"Riposo"

"Credere"


Può essere che gli Aymara siano persone chiuse e  silenziose però senza parole ci insegnano che si può vedere anche un cimitero con un’altra prospettiva: celebriamo con gioia la vita e celebriamo con altrettanta gioia chi non c’è più, perché in un’altra forma, a noi sconosciuta, ci è vicino e ci protegge, e sicuramente il 2 novembre scenderà come spirito dalle scalette di pane che vengono poste sulla sua tomba** e passerà a farci un saluto.



* Per maggiori informazioni e per vedere tutte le opere realizzate nel Cimitero di La Paz: www.perrosueltos.com 

**A La Paz si festeggiano i defunti  il 2 novembre e l’8 di novembre. Nello specifico, il 2, tra le varie offerte, vengono poste delle scalette fatte di pane all’interno dei loculi perché si ritiene che sia il giorno in cui gli spiriti scendono sulla Terra; l’8 invece è la “Fiesta de las ñatitas”, cioè dei teschi. Le persone portano i teschi dei propri defunti al cimitero, li coronano di fiori, talvolta gli mettono una sigaretta in bocca, gli occhiali da sole o un berretto e li fanno benedire con rito cattolico, affinché possano sempre vegliare, con alegria, sui vivi. 

mercoledì 24 gennaio 2018

KARIBUNI MOMBASA...di nuovo!

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SCE KENYA 2017- RIENTRO DI GENNAIO

Eccoci qua...finalmente dopo tre aerei (troppi), siamo ritornate alla nostra casa in Kenya...Mombasa!


È strano per la prima volta ritornare in un posto lontano dove ho fatto servizio...le altre volte anche se lo avrei tanto voluto è stato impossibile, ma diciamo che è andata bene così! 
Però, questa volta, ritornare mi ha suscitato emozioni che non avevo mai provato...la bellezza e lo stupore di atterrare in un areoporto a 6.200 km di distanza dall'Italia e sapere perfettamente dove andare, trovare all'uscita un volto amico e salutarlo, chiamandolo per nome davanti allo stupore di tutti...essere accolta con un sorriso e una stretta di mano che dicono "bentornata"; salire in macchina e dirigermi verso la città conoscendo perfettamente la strada che stiamo percorrendo e riconoscere i luoghi che incontriamo...
Che bello e che grande fortuna poter avere il privilegio di vivere e provare tutto questo!


Guardando la città dal finestrino dell'auto vedo un mondo conosciuto ma improvvisamente mi scopro sorpresa che possa esistere davvero...per un attimo per la mia mente sembra quasi impossibile che questa realtà, questo mondo altro che scoppia di vita esista nello stesso tempo in cui esiste il mio piccolo mondo in Italia...
Sembra così lontano e diverso dall'ordine, dalle regole, dalla routine europea che davvero mi chiedo come queste due realtà possano coesistere...eppure è così! Mentre in Italia la gente si starà sedendo ad un tavolo imbandito per la cena, qui persone si aggirano per le strade alla ricerca di chissà cosa, dormono per terra placando le fatiche della giornata, i banchetti di legno dei mercati sono chiusi e stranamente tetri senza la calca che li circonda di giorno, la discarica come al solito brilla dei piccoli focolari che bruciano l'immondizia e mandano un odore pungente ed inconfondibile...

Poi, piano piano, ci addentriamo sempre più nella città, superiamo il ponte di Nyali passando sopra l'oceano, svoltiamo per Kongowea e proseguiamo verso Nyali...la strada è ora libera...sfrecciamo su Links Road, guardando la fila ordinata di hotel lungo la spiaggia..."The voyager"; "Bahari beach",..."Mombasa beach"...ed eccoci arrivate!!!
Scendiamo qui...le guardie ci aprono il portone sorridenti e...siamo a casa!!!
KARIBUNI MOMBASA, di nuovo...e tranquilla Chiara...esiste davvero...e per altri 9 mesi è tutta da vivere!

Chiara Galla

venerdì 22 dicembre 2017

Contraddizioni

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Beirut è piena di contraddizioni. Non c’è parola che riassuma meglio la prima impressione che questa città trasmette quando ti trovi di punto in bianco immerso nelle sue vie, così simili e al tempo stesso così diverse da ciò a cui il nostro occhio occidentale è normalmente abituato. Contraddittorie sono un po’ tutte le città moderne, spazio per eccellenza dell’incontro tra ricchezza e povertà, luogo dove milioni di individui di diversa provenienza ed estrazione sociale si trovano a convivere lato a lato, dove miriadi di storie individuali e collettive si incrociano, e le differenze balzano subito all'occhio, colpiscono, lasciano spiazzati. Eppure a Beirut, città uscita da quindici anni di guerra civile e da diverse invasioni straniere, l’ultima avvenuta solo una decina di anni fa, queste contraddizioni appaiono elevate all'ennesima potenza,  i contrasti emergono ovunque: tra gli edifici che riempiono la città, tra i mezzi e le persone che la popolano, negli spazi che la compongono, tra la città e la geografia circostante.







Grattacieli altissimi ed edifici moderni disegnano il profilo della città. Eppure, spesso essi sorgono al lato di edifici vecchi e malandati, a volte a pochi passi da case diroccate, alcune delle quali portano ancora i segni di proiettile lasciati dagli anni di guerra. Passeggiando per le sue vie, ci si imbatte spesso in case abbandonate o inagibili, eppure in tutta la città si continua a costruire edifici nuovi, le gru si innalzano al cielo, segnando gli scorci che questa città regala.














Nei quartieri più ricchi locali alla moda in stile occidentale riempiono le strade. A Mar Mikhael, zona di Beirut famosa per la movida notturna, decine di locali ben curati ed arredati con gusto – molto hipster – offrono cibi e bevande di tutti i tipi. Gli interni ordinati e raffinatamente curati nei particolari urtano però con l’ambiente esterno, spesso trasandato e lasciato all'incuria. I marciapiedi sono frequentemente sconnessi e tappezzati di escrementi dei cani portati a passeggio, i bidoni dell’immondizia sistemati lungo la strada in maniera approssimativa, i rifiuti abbandonati per strada. Soprattutto, migliaia di fili elettrici tirati da una casa all'altra ricoprono le strade ed i vicoli, si ingarbugliano attorno ai pali della luce senza apparente logica.





Nei bar e nei pub di Hamra, altra zona famosa per i suoi locali, la gente beve e si diverte, mentre sui marciapiedi circostanti donne siriane circondate da tanti figli, alcuni neonati, fanno l’elemosina, i bambini più grandicelli ti rincorrono, chiedendoti di comprar loro un gelato o qualche caramella. Le strade della città sono percorse da SUV nuovi ed ingombranti – come altrove, la dimensione della macchina sembra un modo per ribadire il proprio status sociale – e da macchine sportive, truccate e rumorose.  I motori potenti e le dimensioni ingombranti delle macchine sembrano però alquanto superflui e poco funzionali, in una città le cui le strade interne sono strette e fittamente parcheggiate e quelle principali sono sempre intasate dal traffico, in cui rimanere imbottigliati è la norma. Nelle stesse strade in cui questi macchinoni cercano di muoversi è possibile incontrare carretti trainati a mano, persone che vendono grano turco bollito ed altri cibi economici, o altri baracchini mobili dove puoi comprare un caffè turco a mille lire (poco più di 50 centesimi di euro). Lo stesso caffè, se comprato nel centro commerciale di Ashrafiyyeh, una delle zone più benestanti della città, può costare cinque o sei volte tanto. I prezzi oscillano in alto e in basso a seconda del quartiere, ed anche la geografia urbana cambia con essi. Esempio lampante è il centro città, completamente diverso dai quartieri limitrofi. Interamente ricostruito dopo la guerra, avrebbe poco da invidiare ai centri storici di tante città europee, con i suoi portici e i suoi edifici eleganti in pietra giallo sabbia. Ma, a causa della speculazione edilizia che ha accompagnato la ricostruzione ed il conseguente aumento dei prezzi, il centro appare oggi desolato, quasi fantasma: le persone che camminano per le sue vie si contano sulle dita di una mano, molti dei negozi e dei bar che dovrebbero animare i suoi portici sono chiusi in attesa di un proprietario, le vetrine impolverate e gli interni lasciati all'incuria. Malgrado le poche persone, le strade sono strettamente sorvegliate da numerosi militari, che camminano fiaccamente per le vie semi deserte.











D'altronde, l’esercito è la manifestazione più tangibile dello Stato libanese, che appare allo stesso tempo estremamente presente ed estremamente assente. Presente nei posti di blocco, nei numerosi militari armati che si incrociano per le strade, nei mezzi blindati che si trovano in giro, come il carrarmato piazzato in mezzo alla rotonda di Daura. Presente anche nella sua forma simbolica: le bandiere con il cedro si vedono ovunque, alcune sventolano enormi come quella in piazza Sassine, una più piccola si muove sui faraglioni di Rauche. Ma assente nella dimensione dei servizi offerti al cittadino, visti il costo altissimo del sistema sanitario, le carenze nella fornitura di elettricità ed acqua, i limiti dei trasporti pubblici. 








Infine, i contrasti sembrano innati persino nella morfologia nel territorio in cui Beirut sorge. Essa è infatti adagiata sul mare ma circondata dalle montagne, basta poco più di mezz'ora di macchina per passare da zero a mille metri, dalle spiagge alle foreste di conifere. Montagne che, a differenza di quelle a cui i nostri occhi sono normalmente abituati, sono però fittamente costruite e popolate, di notte si accendono e migliaia di puntini gialli le illuminano.






Tutte queste sono solo alcune delle contraddizioni racchiuse in Beirut,  città che offre tanto ma pretende tanto, che tanti amano e tanti detestano. Quanto a me, per il momento mi mantengo neutrale, cerco di divincolarmi nel traffico, esploro a piedi la città per tentar di comprenderla. Tra qualche mese, saprò dire a quale dei due gruppi appartengo.