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mercoledì 6 giugno 2018

Taka taka everywhere

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Takataka” non è il nome di un nuovo ballo, o di una nuova hit, né di un nuovo programma televisivo. “Takataka” è ciò che in Kenya, come in altri paesi dell’Africa e del mondo in intero, dà da mangiare e dà lavorare a molti, così come molti ne fa morire. “Takataka” in kiswahili significa spazzatura. 



Qui, l’immondizia è ovunque

Sono giorni che questo pezzo è pronto, sono giorni che mi dico “domani trovo un momento e pubblico …”. Avrei voluto pubblicarlo ieri, giornata mondiale dell’ambiente. Lo faccio oggi, così, anche se non è la giornata mondiale, possiamo ricordarci insieme che abbiamo molto da fare per il nostro ambiente, per la nostra Terra. 
Quel che vi racconto è quello che accade in tanti posti, anche nei nostri mari italiani, nelle campagne della bassa milanese, ovunque. Qui, a Mombasa, forse colpisce di più … ciò non può che farci venire il desiderio di imparare un nuovo modo di vivere nel nostro ambiente e prenderci cura della Terra e delle nostre vite

Quando si parla di Kenya e rifiuti viene in mente subito Nairobi, con la sua Dandora e il più noto Korogocho, ben raccontato dall’esperienza missionaria di Alex Zanotelli. È Dandora, però, la più grande discarica della capitale, dove ogni giorno arrivano più di 850 tonnellate di rifiuti solidi prodotti dai 3,5 milioni di abitanti della città. Qui lavorano circa 10.000 persone (di cui il 55% sono bambini o minori): purtroppo non sono impiegati netturbini, né addetti ufficialmente incaricati dello stoccaggio dei rifiuti; sono i poveri della terra che negli scarti cercano un guadagno. Certo il riciclaggio dei rifiuti fa guadagnare pochissimo, ma per molti è comunque qualcosa, ben più di niente. 



A Nairobi come a Mombasa il problema dei rifiuti e della loro gestione non è certo nuovo. Sebbene la costa del Kenya sia sempre sotto i riflettori per motivi turistici, chi ha l’opportunità di camminare per le strade di Mombasa non può che constatare che i rifiuti sono disseminati da tutte le parti, a beneficio delle capre e degli altri animali che possono sgranocchiare il tutto. A Mombasa le discariche principali sono tre: Mwakirungue, Kibarani e Shoda (a Likoni). Fra questa la più vasta è Kibarani, situata sull’autostrada che collega la città portuale a Nairobi, esattamente lungo il tragitto che i turisti compiono per raggiungere l’aeroporto. Queste discariche, che nascono come “città intorno alla città”, ospitano circa 750 tonnellate di immondizia prodotta nella contea di Mombasa quotidianamente. 

Ad aprile 2018 il governatore Hassan Joho ha annunciato di voler chiudere Kibarani entro fine giugno, indirizzando tutti i carichi di spazzatura a Mwakirungue, attraverso l’uso dei nuovi 12 camion messi a disposizione. La scelta, gradita dalla Kenya Tourism Federation, è stata messa in dubbio dalla Kenya Civil Aviation Authority (KCAA), poiché il sito si trova sulla traiettoria di volo. Ovviamente gli oltre 1.000 giovani, donne e bambini che ogni giorno rovistano tra i cumuli di Kibarani sono pronti a spostarsi. Ciò a dimostrare che non è chiudendo la più velenosa e puzzolente discarica a cielo aperto della città che si risolve il problema. Qui la crisi sulla gestione dei rifiuti perdura da anni e i danni, soprattutto per la salute degli esseri umani, si fanno sentire. Lo sa bene Phyllis Omido, attivista impegnata a denunciare la tossicità dei siti e dei rifiuti di Mombasa; così come lo sanno tutti coloro che ogni giorno smistano a mani nude, senza guanti, in mezzo a bicchieri rotti, barattoli arrugginiti, aghi e bisturi per trovare bottiglie di plastica, scatole, piccoli accessori, rottami metallici e gomma da riciclare, mentre maiali, uccelli, mucche e capre, rovistano cibo tra gli stessi mucchi di spazzatura. Il mix di tutti questi rifiuti industriali, domestici, agricoli e medici – cui si aggiungono i rifiuti tossici che gli autocarri senza insegne scaricano in piena notte – è ovviamente letale. Malattie respiratorie, cancro, anemia, ipertensione, debolezza, aborti spontanei e problemi al sistema nervoso sono solo alcune delle complicanze provocate dal proliferarsi di discariche. Colera, salmonella, gastriti, chikungugna e altri tipi di febbre, come la dengue, sono ancora altre patologie provocate da tutti i cumuli di immondizia, compresi quelli situati negli angoli delle strade in giro per la città.



Nel 2017 il Kenya ha messo al bando i sacchetti di plastica, vietandone produzione, uso e importazione: è l’undicesimo Paese a livello mondiale a promuovere il bando dei sacchetti. Tuttavia girando per le strade di Mombasa ci si stupisce della quantità di bottiglie di plastica abbandonate e accumulate ... Quindi viene da chiedersi quale influenza abbia la scelta di eliminare i sacchetti se poi continuano a circolare prodotti dello stesso materiale. Inoltre sembra proprio che gli sforzi del governo (compresa la nuova tassa sui rifiuti introdotta a Mombasa dal governatore) siano insufficienti se slegati da campagne di sensibilizzazione volte ad educare i tanti, forse troppi, cittadini keniani che con disinvoltura lanciano fuori dal finestrino del matatu su cui viaggiano la bottiglietta d’acqua finita o abbandonano sulla spiaggia la carta dei biscotti appena mangiati. La popolazione se la prende con i vertici governativi quando scoppiano epidemie varie (come è stato per la Chikungugna a Mombasa nel 2017-2018), accusandoli di essere i diretti e soli responsabili del problema di gestione e smaltimento dei rifiuti, ma il bene comune si può costruire solo insieme! 

Un giorno mi sono proprio arrabbiata con i ragazzi con cui eravamo in spiaggia! Hanno mangiato i biscotti e hanno lasciato la carta in giro. La spiaggia era disseminata di involucri blu. Ho chiesto “perché?”, ho suggerito di fare diversamente … un secondo dopo qualcuno buttava un altro pacchettino a terra. Lol! La cosa peggiore è che lo sforzo di due di loro che si sono messi d’impegno a raccattare tutto è stato vano. La carta dei biscotti l’hanno messa nel cartone dei biscotti. Provate ad immaginare dove è rimasto il cartone?! Si … ahimè … in spiaggia. Ma che importa? Tanto nella stagione turistica c’è sempre chi pulisce: niente alghe, niente immondizia. Così i turisti si godono le magnifiche spiagge bianche. Poi, quando tutti se ne vanno, il panorama resta questo: 



Ho scattato questa foto a Watamu, rinomata meta turistica di molti italiani (Watamu sembra più che una colonia a tratti, parlano tutti italiano!!!), l’altro giorno. Ho anche fatto un video, mentre camminavo (si, scusate, non è il massimo da guardare!) incredula della situazione: 



Non credo di dover aggiungere altro … forse solamente chiedervi di pensare al bene comune! L’ambiente è il dono più bello che ci è fatto, per vivere. Il rispetto dell’ambiente inizia dalle nostre case, dalle nostre scelte di stile, dalla nostra responsabilità sociale. Non sprechiamo le meraviglie del mondo! 

Ps. Comunque a Nyali (quartiere benestante di Mombasa) sono spuntati da qualche mese i cestini lungo le strade, appesi agli alberi, come questi:



Chissà come sarebbe se ce ne fossero così in tutti quartieri di Mombasa ... Chissà come sarebbe bello se l'impegno dell'amministrazione governativa e gli sforzi dei privati cittadini provassero a trovare soluzioni adatte! Resto speranzosa, che qui, come in Italia, l'intelligenza degli uomini e il desiderio del bene possa prevalere e trasformare il mondo! 


“Tratta bene la Terra! Non è un’eredità dei nostri padri ma un prestito dei nostri figli”. 
(Antico detto Masai, Kenya)

venerdì 18 maggio 2018

Piccola lettera a Rafael

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Caro Rafael, sei arrivato al Centro di Nutrizione Infantile “Albina Patiño” pochi giorni dopo di me. Ovviamente siamo al Centro per motivi diversi: io svolgo qualche ora del mio Servizio Civile e tu sei stato portato dopo che ti sei stabilizzato in ospedale, come tutti i bambini che stanno qui.
Qualcuno potrebbe pensare che sei nato sotto una cattiva stella perché sei arrivato su questa Terra molto prematuro, troppo: avevi sei mesi. E la tua mamma ha compiuto un gesto che solo le persone più disperate possono fare: ti ha tirado a la basura, gettato nella spazzatura. Così ti hanno ritrovato, quasi in fin di vita, in uno stato di denutrizione gravissimo, motivo per cui ancora oggi, dopo cinque mesi, il tuo piccolo corpo ancora ne patisce le conseguenze. Purtroppo la denutrizione se non curata può portare a gravi danni neurologici, epatici, renali, polmonari e tanto altro ancora. 

Quando ti ho visto la prima volta al centro eri uno scricciolo, ti ho sollevato dalla tua culla per darti il biberon e pesavi quanto un batuffolo di cotone, ed eri altrettanto morbido e tenero. Ci siamo guardati negli occhi e dopo aver bevuto avidamente il tuo latte, ti sei placidamente addormentato tra le mie braccia. Dopo un po’ quasi non eri più un batuffolo di cotone ma un piccolo piombino. Da quel giorno sei diventato il mio preferito (shhhhh! Non dirlo a nessuno!) e mi sono sempre ritagliata dei momenti per stare con te, per cullarti e darti il biberon. Da allora sei cresciuto un sacco e sei pure un po’ ingrassato, hai delle guanciotte che chiunque se le magnerebbe se ti incontrasse!

Poi un giorno non hai voluto mangiare. “Che strano”- ho pensato- “Tu che sei sempre così vorace”, ma niente, giravi la testa dall’altra parte quindi è proprio un “no!”. Ho chiamato l’infermiera Patty per avvisarla e lei ha immediatamente avvertito le due dottoresse perché decisamente qualcosa non andava: “non senti che respiro affannato?”. “No Rafa, per favore, non ti ammalare! Proprio adesso che avevi iniziato a prendere peso…”. E invece di corsa all’ospedale. Diagnosticata polmonite. Domando a doñ
a Patty: “quando tornerà Rafael?” “Non tornerà, dall’ospedale lo mandano direttamente in orfanotrofio”. BAM. Un colpo. Non ti avevo nemmeno salutato! Perché Rafael? Perché ti sei ammalato?!

Una decina di giorni dopo, entro nella stanza 5 perché un bebè piange a squarciagola e chi vedo nella culla di fianco alla porta? RAFAEL! Sei proprio tu! Sono così felice che continuo a domandare retoricamente a tutte le infermiere: “ma allora Rafa è tornato?!”. L’illusione però dura poco, basta prenderti un attimo in braccio per capire che qualcosa nei tuoi polmoni non va… di nuovo arrivano le dottoresse, ti pinchano, ti bucano le manine con piccoli aghi per farti degli esami, ti auscultano e… niente, bisogna nuovamente portarti in ospedale, la polmonite non è guarita, anzi sembra si sia aggravata. “No, Rafael! Di nuovo, perché?”.
Ti voglio dire che, per fortuna, prima che ti ricoverassero abbiamo avuto un po’ di tempo per stare insieme. Eri ancora spaventato per tutte le punture e gli esami pre-ricovero che ti avevano fatto, così ti ho cullato per calmarti un po’.  Ti ho tenuto in braccio a lungo, così a lungo che alle fine ci siamo addormentati entrambi. Poi ti ho delicatamente passato nelle braccia del dottore e ti ho visto uscire dalla porta avvolto nella tua copertina celeste.


Caro Rafael, oggi ti ho salutato perché non so se ti rivedrò ancora. 
Se qualcuno nella tua vita dovesse mai dirti che sei nato sotto una cattiva stella, io spero che in fondo in fondo, nella memoria più inconscia e ancestrale che ha ognuno di noi, tu invece sappia che qui al Centro tutti ti hanno coccolato, cullato, nutrito. E soprattutto ricorda: anche tu sei stato un bambino amato.





Con tutto il mio affetto,
Mari


martedì 8 maggio 2018

Viaggio all'interno del campo di Tal Abbas

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Incontro con i volontari di Operazione Colomba, presente dal 2014 in un campo profughi nel nord del Libano. 


Tal Abbas, novembre 2017. Al nostro arrivo un folto gruppi di bambini e bambine di diverse età, incuriositi dai volti nuovi, ci corre subito incontro, alcuni si avvinghiano alle nostre gambe chiedendo “shu ismak??”, poi ognuno di loro prende uno di noi per mano e ci accompagna all'interno del campo. Insieme a loro c’è Alessandro, che ci accoglie calorosamente e ci presenta alle varie persone che ci stanno aspettando. Il loro benvenuto è altrettanto caloroso, diverse famiglie ci invitano a mangiare o a bere un tè nella propria tenda mentre i bambini ci corrono attorno reclamando attenzioni.

Siamo a Tel Abbas, un piccolo paesino libanese situato nella regione settentrionale dell’Akkar, in uno dei tanti campi profughi sorti in Libano con l'arrivo di centinaia di migliaia di persone siriane, in fuga dalla guerra che dal 2011 strazia il loro paese. Da dove ci troviamo, la Siria dista infatti pochi chilometri e le sue terre si vedono nitide all'orizzonte. Siamo vicinissimi al confine, quel confine da cui, dall'inizio della guerra ad oggi, più di 1 milione e mezzo di uomini, donne e bambini è passato per cercare salvezza dagli orrori della guerra. Lo stesso confine che negli ultimi anni, ed in particolare dal 2015, è sempre più chiuso ed uccide al pari di bombe e proiettili (di questo inverno è la notizia di diverse persone trovate morte congelate mentre tentavano di attraversare il confine).

Il campo è formato da una dozzina di tende rettangolari coperte da teli di plastica, una struttura in legno utilizzata per varie attività, uno spazio per bambini malmesso, alcune stanze in muratura di un edificio trasandato. Le famiglie sono numerose ed i bambini tanti – anche dieci per famiglia – ma lo spazio è poco ed ognuna di esse deve vivere in tende di pochi metri quadrati. Anche lo spazio esterno è ristretto, una striscia di terreno ghiaiato delimitato da una parte dalle tende stesse e dall'altra da alcuni edifici in muratura. Dietro alla prima fila sorgono altre due file di tende adiacente ad essa che però, come ci verrà poi spiegato, fanno parte di un campo distinto.  









Edificio in legno usato come scuola e per altre attività, prima che un incendio doloso ne distruggesse una parte. 

Il campo di Tal Abbas è simile a tanti altri insediamenti informali sorti in Libano dall'inizio del conflitto in Siria (informali, perché fin dall'inizio della guerra il governo libanese si è opposto alla creazione di campi formalmente riconosciuti sullo stampo di quelli palestinesi, esistenti nel paese da più di sessant'anni).  Eppure, esso possiede al tempo stesso una peculiarità che lo rende differente dagli altri: a fianco delle varie famiglie siriane che lo popolano, in una tenda del tutto uguale alle altre vivono, condividendo con le persone del campo una quotidianità faticosa e piena di ostacoli, alcune ragazze e ragazzi italiani. Essi fanno parte di Operazione Colomba, organizzazione nata come corpo non violento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII e presente da più di vent'anni in zone di conflitto. Tra loro, alcuni sono volontari e volontarie di corto periodo e si fermeranno solo alcuni mesi, mentre Alessandro è il volontario di lungo periodo e vive nel campo da quasi due anni.


Alessandro, al centro, insieme a due dei ragazzi del campo. 

Poco dopo il nostro arrivo, una delle famiglie insiste per averci ospiti a pranzo e ci accoglie nella propria abitazione. Essi sono tra i pochi del campo a vivere in una struttura in muratura, una stanza buia di pochi metri quadrati ricavata in un edificio di blocchi grigi, sicuramente più simile ad una cantina o a un magazzino per gli attrezzi che a una casa. A Tel Abbas come nel resto del Libano, le famiglie siriane che non possono permettersi l'affitto di un appartamento – la stragrande maggioranza - non hanno grandi alternative, una parte di esse vive in vecchi garage e magazzini convertiti in abitazioni di fortuna, in edifici abbandonati o incompleti situati nelle zone e nei quartieri più poveri delle città (spesso pagandone comunque l'affitto ai padroni di casa), i rimanenti nelle tende dei campi profughi sorti con l'inizio della guerra. La stanza, che funge da sala da pranzo durante il giorno e diventa camera da letto durante la notte – ospitando coricati l'uno accanto all'altro sui materassi stesi al suolo padre, madre ed i numerosi figli – è spoglia e fornita di pochissime cose: alcuni materassi ed un tappeto sul pavimento di cemento, una vecchia tv di pochi pollici in un angolo, una caldaia arrugginita al centro della stanza. Separato da una tenda un secondo spazio usato come cucina, vicino ad essa uno stanzino con una turca per i bisogni corporali. Nonostante la situazione di estrema vulnerabilità e povertà, l'accoglienza di Abu Mohammed, Umm Mohammed ed i loro figli è sorprendente: dopo esserci seduti lungo le pareti della stanza, ci viene portato un largo vassoio di ferro pieno di cibo squisito, tra cui falafel, hummus, laban, melanzane grigliate e ripiene, zatar, olive. Finito lo spuntino, Umm Mohammed ci offre prima tè zuccheratissimo e poi caffè turco, mentre Abu Mohammed insiste affinché fumiamo una delle sue sigarette. Malgrado le barriere linguistiche e l'imbarazzo del primo incontro, l'atmosfera è rilassata ed accogliente, alcune di noi giocano con i bambini e le bambine più piccole mentre altri chiacchierano con gli adulti ed i ragazzi più grandi.   








Dopo pranzo, Alessandro ci porta sul tetto di uno degli edifici in muratura delimitanti il campo e lì ci parla a lungo di come esso è organizzato, della vita al suo interno, delle difficoltà e dei pericoli quotidiani, e di ciò che Operazione Colomba fa per stare accanto ed aiutare  - quando possibile - le persone del campo e delle zone limitrofi. Ci viene così spiegato che le tre file di tende che vediamo dall'alto fanno in realtà parte di due campi distinti. Nel primo, quello dove ci troviamo, le varie famiglie pagano l’affitto della terra – tra le 30’000 e le 40'000 lire al mese per tenda – al proprietario terriero libanese. Le due file posteriori invece costituiscono un campo distinto, dove vivono famiglie ancora più povere e dove l’affitto della terra è pagato dalla carità di un saudita. Alessandro ci spiega come questo comporti però la presenza di regole molto più rigide e di un clima di tensione e di costante minaccia per le oltre 300 persone che vivono al suo interno.


I due campi visti dall'alto: le due file di tende più lontane costituiscono un campo distinto. 

Anche se la situazione del campo dove ci troviamo è relativamente migliore, essa è comunque precaria e piena di problemi. Le persone del campo, come la maggior parte dei siriani presenti in Libano, vivono in una situazione di vulnerabilità estrema e devono affrontare una quotidianità ricca di difficoltà e rischi. Le condizioni abitative sono inadeguate e le persone sono esposte alle intemperie ed al freddo durante l’inverno ed al caldo durante l’estate, in una regione dove le temperature sono molto alte durante i mesi estivi e molto basse durante i mesi invernali. Anche la gestione di servizi minimi come l'acqua – prelevata da alcuni pozzi presenti nel campo o acquistata e stoccata in cisterne – e l'elettricità è problematica, ed aggiunge ulteriori rischi alla già fragile situazione del campo. Gli impianti elettrici sono scoperti ed i fili vengono collegati e tirati da una parte all'altra come possibile, aumentando il rischio di cortocircuiti e di incidenti, soprattutto per i più piccoli. I bambini, numerosissimi, vivono infatti in un ambiente poco sicuro e pieno di pericoli, dove a volte si muore per un passo falso o per un eccesso di curiosità.  “I campi profughi non dovrebbero esistere, tolgono la dignità alla persona,” ci dice Alessandro mentre parla di due dei bambini che hanno perso la vita nel campo, una cadendo in uno dei pozzi d’acqua e l’altro rimanendo fulminato al contatto di un cavo elettrico. 






Ai problemi abitativi si aggiunge poi la sfida quotidiana della sussistenza. Secondo le stime ufficiali dell’UNHCR, la situazione economica dei siriani in Libano ha continuato a peggiorare negli ultimi anni: stando alle stime del 2017, 76% delle famiglie vive oggi sotto la soglia di povertà, mentre il 58% vive in una condizione di povertà estrema. A Tel Abbas come nel resto del Libano, alcune delle famiglie più vulnerabili ricevono su carta di credito un’assistenza monetaria minima da parte dell’UNHCR, che negli ultimi anni ha però ridotto il numero di famiglie assistite per mancanza di fondi. Inoltre, chi riesce lavora in maniera irregolare nelle zone limitrofe al campo, soprattutto nell'agricoltura e nelle costruzioni, ma è esposto allo sfruttamento e ad una totale mancanza di tutele e diritti per la sua condizione di irregolarità. La mancanza di risorse economiche si ripercuote sulla difficoltà d’accesso alle cure sanitarie, in un paese dove i servizi pubblici sono praticamente inesistenti ed il sistema sanitario risulta caro anche per la popolazione locale. Esempio della criticità della situazione è la storia di Ahmed, bambino siriano di un villaggio vicino che ha avuto un incidente ed è rimasto parecchi giorni con una gamba rotta, perché gli ospedali si rifiutavano di operarlo in mancanza di 1000 dollari, e solo dopo aver fatto una colletta e aver racimolato la cifra richiesta i ragazzi di Operazione Colomba sono riusciti a garantire l’operazione. Alle difficoltà di accesso al sistema sanitario si sommano le difficoltà nel garantire ai bambini un’educazione continuativa: malgrado gli aiuti internazionali, barriere economiche, logistiche e linguistiche continuano a impedire a buona parte dei bambini di ricevere un’educazione continuativa e completa. 




Le sfide quotidiane sono accompagnate ed amplificate dai problemi legati alla situazione legale delle persone residenti nel campo e alla difficile relazione tra esse e la popolazione libanese locale. La stragrande maggioranza dei siriani di Tal Abbas, come nel resto del Libano, non è in possesso di un permesso di soggiorno e risulta quindi illegale, anche se in possesso della registrazione con l’UNHCR. Questa situazione pone i siriani in una condizione di estrema vulnerabilità nei confronti delle autorità, che possono arrestarli ed incarcerarli in qualsiasi momento – spesso usando metodi violenti –  e ne limita notevolmente la libertà di spostamento, visti i numerosi check point e controlli disseminati lungo le strade libanesi, limitando la vita di molti adulti e bambini agli spazi ristretti che il campo offre. Un secondo problema riguarda la relazione tra gli ospiti del campo e la comunità locale libanese, una relazione che, come nel resto del Libano, è spesso tesa e conflittuale. Alessandro ci racconta come, nel caso di Tel Abbas, la presenza di Operazione Colomba sia iniziata proprio poiché gli abitanti del campo avevano ricevuto minacce dall'esterno. Alessandro non usa mezze parole e definisce come “mafiosi” i metodi utilizzati da alcune famiglie libanesi nei confronti delle persone siriane del campo, metodi fatti di minacce, intimidazioni e violenza. Per farci un esempio, Alessandro ci spiega come le persone del campo fossero costrette ad acquistare cibo e prodotti dal negozio di proprietà della famiglia che possiede i terreni dove le tende sorgono. Altra manifestazione palese della situazione conflittuale con l’esterno e dell’estrema vulnerabilità delle famiglie siriane è l’incendio che pochi mesi fa è scoppiato all'interno del campo bruciando parte della scuola, incendio che probabilmente ha avuto origine dolosa ed avrebbe potuto trasformarsi in una tragedia se solo ci fosse stato vento o se le persone del campo non se ne fossero accorte in tempo. 




Fronte a tutte queste difficoltà, la presenza ed il lavoro di Operazione Colomba risultano di fondamentale importanza per tutelare quanto possibile la dignità delle persone che vivono nel campo, per aiutarle ad affrontare le sfide ed i problemi quotidiani e per ridurre i rischi nel rapporto tra il campo e l’esterno.  Alessandro ci spiega come il lavoro di Operazione Colomba in Libano si articoli principalmente in tre parti. La prima consiste nella presenza diretta sul terreno, nella vicinanza alle famiglie e nella condivisione della quotidianità all'interno e all'esterno del campo. La presenza di ragazzi e ragazze italiane, che decidono volontariamente e gratuitamente di rinunciare temporaneamente ai propri privilegi per vivere temporaneamente accanto a persone che hanno perso tutto, non ha solamente un forte valore umano. In un mondo dove la nazionalità ed il colore del passaporto contano, la presenza di persone europee all'interno del campo svolge di per sé un ruolo di garanzia, protezione e deterrenza dalla violenza. I volontari di Operazione Colomba si pongono come mediatori quando sorgono situazioni di conflitto con l’esterno, sia con le autorità o con la popolazione locale. Recentemente, essi sono ad esempio riusciti ad impedire che una delle tende del campo costruita al bordo della strada fosse distrutta dall'esercito. La loro azione non è però limitata all'interno del campo. Con i cosiddetti “accompagnamenti”, essi scortano le persone negli spostamenti all'esterno del campo, a volte necessari ad esempio per ragioni mediche. Come già riportato sopra, la condizione di irregolarità della maggior parte delle persone siriane le espone ad arresti arbitrari e a violenze verbali e fisiche da parte delle autorità. La presenza di persone europee svolge anche in questo caso una funzione deterrente e di mediazione nel caso di controlli e durante il passaggio – spesso obbligato – attraverso i check point disseminati lungo le strade del Libano.

Il secondo campo d’azione di Operazione Colomba è la collaborazione con varie organizzazioni locali ed internazionali, e lo svolgimento di un ruolo di ponte e contatto tra esse e le persone del campo e delle zone limitrofi. Tra queste organizzazioni, la collaborazione con il progetto dei corridoi umanitari promosso dalle chiese valdesi e dalla comunità di Sant'Egidio merita una menzione speciale. Grazie a questo progetto varie famiglie del campo, alcune in grave necessità di cure mediche, hanno infatti potuto viaggiare verso l’Europa in maniera legale, e sono state accolte dalle varie comunità disseminate sul territorio italiano e francese. Malgrado il progetto riguardi purtroppo numeri molto limitati (anche considerando la partecipazione futura di altri stati Europei), esso rappresenta spesso l’unica speranza per le persone del campo, che hanno rinunciato da tempo all'idea – presente durante i primi anni di conflitto – di tornare in Siria nel breve periodo e vivono in uno stato che non li vuole e dove non vi è possibilità di alcun tipo di futuro.




Vista la situazione di limbo permanente in cui queste persone vivono, e visto il desiderio diffuso che esisterebbe tra i profughi siriani di tornare in Siria, se le condizioni fossero diverse da quelle attuali che rendono il ritorno impossibile, il terzo punto ancora più ambizioso sul quale Operazione Colomba lavora è la presentazione di una proposta di pace per la Siria. La proposta, scritta insieme ai profughi siriani stessi e presentata il 3 maggio al Parlamento Europeo, prevede la creazione di zone umanitarie sicure in Siria, neutrali rispetto al conflitto e sottoposte a protezione internazionale, dove i siriani scappati dalla guerra possano tornare a vivere in pace e sicurezza. Essa rimane per il momento solo una proposta e la sua realizzazione presenterebbe una serie di sfide ed ostacoli difficilmente superabili, ma rappresenterebbe al tempo stesso l’unica soluzione per centinaia di migliaia di persone, bloccate in un paese che non vuole e non può offrir loro un futuro e a cui l’accesso ad altri paesi, tra cui quelli Europei, è generalmente precluso. Secondo i volontari di Operazione Colomba è quindi necessario immaginare vie e soluzioni mai pensate prima, di cui la proposta di pace è esempio. 

Alessandro ci parla di tutto questo in piedi sul tetto di uno degli edifici delimitanti il campo, mentre la vita tra le tende continua come suo solito: i bambini giocano tra fili, tubi e cisterne, i più grandi si rincorrono, i più piccoli esplorano quella piccola porzione di mondo a loro disposizione. Alcuni adulti sono indaffarati, altri siedono su sedie di plastica, chi chiacchiera, chi fuma una sigaretta pensieroso. Abu Mohammed è sul tetto con noi ed anche lui fuma poco distante, tiene una mano appoggiata al fianco e con l’altra porta la sigaretta alla bocca ad intervalli regolari, con uno sguardo serio sorvola il campo che da lì sopra appare nella sua interezza. Per un attimo, smetto di ascoltare Alessandro e mi concentro sul suo sguardo, che mi colpisce come un pugno nello stomaco, di quelli che ti lasciano per alcuni secondi senza fiato. Vedendolo così, lo sguardo serio e pensieroso che mi appare velato di tristezza, mi chiedo cosa possa provare un padre nel vedere i propri figli crescere in un posto del genere, nel saperli in uno stato che non li vuole, mi chiedo da dove queste persone prendano la forza per continuare quotidianamente a vivere, a lottare, per sopportare una situazione che invece di migliorare di anno in anno peggiora peggiora, una situazione su cui non hanno alcun controllo, mi chiedo da dove arrivi la speranza, se ancora ce n’è. Ricomincio ad ascoltare Alessandro senza trovare risposte a queste domande che pesano come macigni, che porto a Beirut con me, quando con la gente del campo ci salutiamo con la promessa di tornare presto a trovarli. 

“I campi profughi non dovrebbero esistere, tolgono la dignità alla persona. È un posto che fa schifo, ma dove c’è tanta bellezza umana,” ci dice Alessandro, e questa è l’unica conclusione che riesco per il momento a raggiungere, mentre le stesse domande mi pesano addosso senza risposta e lo sguardo di Abu Mohammed mi rimane inciso come una cicatrice nella memoria e nel cuore. 





martedì 27 marzo 2018

LE PALME di MOMBASA

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FAITH BEFORE FEAR

Domenica anche noi a Mombasa abbiamo celebrato la Domenica delle palme; l'ufficio per la pastorale giovanile ha organizzato una processione e una messa con tutti i giovani dell'Arcidiocesi di Mombasa. Quale modo migliore per aprire la Settimana Santa, una enorme folla di giovani, qualche bambino e qualche famiglia che si sono riuniti alla Makupa Primary School in attesa del Vescovo e per la successiva benedizione delle palme.
In un passamano i ragazzi hanno iniziato a far girare le foglie di palma fino a quando ognuno ne aveva una da reggere.
C'era chi la sventolava, chi invece l'ha usata per costruirci una croce, chi semplicemente la teneva alta come una bandiera.
Dopo la preghiera del Vescovo Martin la folla si è trasformata in un lunghissimo serpente che si è fatto strada per le vie di Mombasa, passando anche dalla grande rotonda che porta alla strada per Nairobi e bloccando per una mezz'ora il traffico.

La processione attraversa la grande rotonda di Makupa

I giovani in processione che bloccano il traffico di Tudor

La processione che avanza verso il centro pastorale

Tra le macchine, i tuk tuk, i matatu, i carretti e le persone ai bordi delle strada sedute ai negozietti c'era chi ci guardava sorridente ed incuriosito, chi si lamentava perché stavamo creando disordine, chi ci scrutava con uno sguardo accigliato probabilmente chiedendosi quale fosse il senso di tutto questo.
Sì perché a Mombasa non è scontato essere cristiani, non é nemmeno scontato essere cattolici e soprattutto non è scontato che una folla di giovani blocchi il traffico di una città fondamentalmente musulmana per celebrare l'arrivo di Gesù a Gerusalemme e l'inizio della Settimana Santa.
Per me è stata un'emozione grandissima, poter essere parte di questi giovani che fieri della loro fede hanno attraversato senza paura le strade della città, cantando, quasi correndo per essere in testa alla processione e indossando maglie con i messaggi più disparati, dal "Proudly Catholic" al "Keep calm and sing", dal " Faith before fear" al " Don Bosco pray for us".


Alla fine questa folla rumorosa e accaldata (domenica c'erano 33 gradi, percepiti 50!!!) si è riunita al centro pastorale dove abbiamo celebrato la messa, completamente animata e preparata dai giovani, che hanno cantato, ballato, pregato, portato offerte all'altare, tutto con una grande gioia che era davvero palpabile e che ti coinvolgeva naturalmente.
Durante la messa, poi, il Vescovo ha parlato di pace, di accoglienza, del compito della Chiesa di accompagnare i giovani sulla giusta Via, delle tentazioni che li circondano e mi è sembrato proprio di partecipare a una delle tante messe italiane dove si parla dei giovani (e a volte non AI giovani), posto diverso, ma stesse sfide e stesse speranze...forse un po' più di giovani all'ascolto, anzi, tolgo il forse, molti ma molti più giovani!

Alcuni giovani della parrocchia di Kongowea

Ora tutti noi abbiamo raccolto e conservato le parole del Vescovo e la gioia di questa domenica per prepararci ai tre giorni di celebrazione della passione di Cristo, pronti a farla riesplodere la domenica di Pasqua!!!!




P.s. A Pasqua ci sarà il mio debutto con il coro giovanile di Kongowea, è da due settimane che ci prepariamo provando tutti i giorni della settimana..canti in kiswahili e ritmi incalzanti....Non vedo l'ora!!!!hahahahahaahahha


Chiara Galla