sabato 7 settembre 2013
Bolivia 2013: Visita al carcere San Antonio
mercoledì 14 agosto 2013
Libano - Abbraccio di nuvole
giovedì 8 agosto 2013
Libano - ...e a volte il tempo si ferma
venerdì 17 giugno 2011
Alla Ricerca del Senso
giovedì 27 maggio 2010
Il sole a strisce. 5
Febbraio. Quando incontro per la prima volta *** rimango basito. Quanti anni deve avere..settanta? Il corpo incurvato, il viso rugoso e un paio di occhialetti tondi danno a questo sudamericano un’aria quasi buffa. Non posso fare a meno di provare subito tenerezza e simpatia per lui. In Italia un signore del genere riesco ad immaginarmelo alla bocciofila, a giocare a carte davanti a un bicchiere di vino rosso.sabato 13 marzo 2010
Il sole a strisce.4
Riusciamo a concentrarci così tanto su quello che stiamo facendo, da tralasciare i particolari, non accorgerci di tutto il resto. Ci facciamo prendere dal ruolo che ricopriamo che tutto passa in secondo piano.
Io visito prigioni e prigionieri.
Io so tutto di prigioni e prigionieri.
Il mio lavoro è visitare prigioni e prigionieri.
Ho visto sua madre, suo padre, i suoi zii piangere per lui e cercare conforto presso il prete giordano che era venuto con noi. Ho provato pena per quella famiglia divisa dal vetro del parlatoio. Ho detto a quella donna vecchia e stanca, in italiano, che tutto si sarebbe sistemato. Credevo che fosse importante dirglielo. Anche se non capiva le mie parole.
Ho finito di tradurre la relazione che il prete ci ha mandato su di lui.
Ha ucciso la sorella perchè l'ha trovata con un uomo che non era il marito.
Lavare l'onta nel sangue, per cosa? Per le sorelle nubili. Per un nome.
Con l'intera famiglia dalla sua.
No, non credo più che tutto si sistemerà.
Non so più cosa sia importante dire. O fare.
In un paese dove l'onore della famiglia vale più del sangue di una figlia.
martedì 23 febbraio 2010
Il sole a strisce.2

Le loro vesti lunghe strisciano a terra, nella polvere. Sono più alta di loro di una spanna buona. La mia testa scoperta si nota, là in mezzo. E parecchio. Mi guardano. Io nel dubbio sorrido. Mi guardo attorno. Loro mi guardano da tutto intorno. I bambini ridono, piangono, si stufano. Nessuno fa la fila. Una di loro, con il viso coperto, mi fa passare. Sono straniera.
Nome. Marta.
Marta e poi. Ghezzi.
Come. Ghezzi.
Chi visiti. ***
Chi è. Un amico.
Da dove viene. Da ***
E tu no. No
E come fai ad essere sua amica. Lavoro per Caritas.
Da dove vieni. Dall'Italia.
Amici. Sì.
Entra e chiudi la porta. Va bene.
Perchè sei sua amica. Come perchè?
Parli arabo. Un po'.
Mi capisci. Sì.
Perchè sei sua amica. Lavoro per Caritas.
Di dov'è lui? Di ***
Mmmm. Già.
Glielo chiedi in inglese.
Perchè sei sua amica. Ma cosa vuol dire 'perchè'?
Come si chiama lui. ***
Amica. Sì.
Tieni.
Prendo permesso di visita e passaporto. Io esco.
Il clima dentro è diverso. La gente sorride, le guardie chiamano per nome i parenti dei detenuti. Tutti assieme in uno stanzone, di qua dal vetro i liberi, di là i prigionieri.
Lui l'ho perso. Non so nemmeno che faccia abbia, ma l'ho perso. Forse è al bar, mi dicono.
Sei la moglie. Come?
Lui è tuo marito. No.
Amici. Sì.
Poi arriva. Si scusa. Era a lezione di arabo e non si aspettava una visita. Pensava si fossero sbagliati.
Quasi dieci anni meno di me. Si ride, si scherza. Tra amici si fa così.
Io esco.
Mentre rispondevo a domande senza il punto interrogativo, perchè tanto le risposte le sapevano già, deve essere arrivata la primavera e io ero distratta.
Le colline sono verdi, il cielo è azzurro, l'aria fredda.
lunedì 15 febbraio 2010
Il sole a strisce.1
Sono sempre le stesse facce, il martedì. È come darsi appuntamento. C’è il venerabile anziano che arriva sempre e solo fino alla porta del parlatoio ma non entra. C’è un ragazzo giovane, con la barba, che passa tutto il tempo a guardarsi la punta delle scarpe a punta. Ci sono quei due genitori distrutti dal dolore, che si tengono su a vicenda, che si sorreggono anche fisicamente.
Poi ci siamo noi. E sempre la stessa scena. Chi siete venuti a visitare? Come si chiama di cognome? Perché venite? Siete amici? Perché intanto che ci siete non visitate tutta la prigione, eh? Domande inutili, urlate dall’altra parte del bancone, risatine. E i documenti, e la trascrizione in arabo dei nostri assurdi nomi europei, e la trascrizione degli assurdi nomi delle nostre ‘amiche’ latine, e c’è sempre un problema, sempre un errore, poi le discussioni, la perquisizione fisica, le guardie che ci squadrano perché ancora non hanno capito cosa ci andiamo a fare, in un posto del genere.
Faceva freddo. Solita attesa, sotto la solita tettoia, in un solito martedì di febbraio.
Sono scesi tutti dallo stesso taxi. I due più piccoli ridevano, si spintonavano, correvano in giro. La grande, dall’alto dei suoi forse 14 anni, ha pagato il tassista, ha recuperato tutti e tre i fratelli, li ha fatti sedere sulle panchine di metallo, gelide, fuori dalla prigione di Juweideh, Amman, Giordania.
Glielo si leggeva in viso, quel viso non più da bambina ma non ancora da donna, il peso di quel martedì mattina. I piccoli continuavano a fare rumore, a scappare rincorrendosi. Quella un po’ più grande, la seconda del gruppetto, avrà avuto una decina d’anni, mi spiava. Quando incrociavo il suo sguardo, mi sorrideva. Non poteva farci nulla. Mi trovava buffa, forse. Dovevamo essere ben strani, quattro personaggi che parlano lingue diverse e che aspettano, di martedì mattina, al freddo, sotto la tettoia, davanti all’unico carcere femminile del paese.
Finalmente ci hanno chiamati per il controllo dei documenti. Le guardie, per farsi volere bene, ci hanno fatto passare avanti tutti i giordani della fila, tutti tranne loro. Li abbiamo fatti passare avanti noi.
La più grande neanche ci arrivava al banco. Stava in punta di piedi, allungata verso la guardia, con dei fogli in mano. Chi siete? Chi siete venuti a visitare? Come si chiama di cognome? Perché venite?
Veniamo a trovare la mamma.
Mi sono passati davanti, i piccoli correndo, quella un po’ più grandina sorridendomi. Sono entrati nello sgabuzzino della perquisizione. Le guardie hanno perquisito quattro bambini soli.
Al parlatoio erano affianco a me. Io tentavo disperatamente di capire cosa la mia ‘amica’ mi dicesse, di là dal vetro, sopra le urla delle guardie e i pianti dei parenti. I piccolini si rincorrevano, su e giù per il corridoio. Una guardia li ha presi su e in malo modo li ha riportati alla sorella grande. Lei ha passato la cornetta a tutti e tre. A turno hanno salutato la mamma.
Fuori aspettavo che i colleghi finissero, fumando una sigaretta. I quattro fratelli sono usciti. I piccoli sempre correndo. Quella un po’ più grandina mi ha sorriso. Devo essere proprio buffa, qui. La grande camminava guardando a terra e strattonando la sorella che restava indietro. All’incrocio ha fatto un gesto. Un taxi si è fermato e si è portato via i quattro bambini. Soli.
sabato 16 gennaio 2010
Il sole a strisce.0
Siamo nella sezione femminile del carcere di Juweideh, periferia meridionale di Amman. Qui si trova l’unico carcere femminile della Giordania, con tanto di sezione per le cosiddette detenute temporanee. Qui vengono condotte le donne immigrate clandestine con permesso di soggiorno scaduto.
Riesco a parlare con una ragazza filippina. Con la voce rotta dal pianto mi racconta di esser venuta in Giordania per lavorare come collaboratrice domestica, e di esser stata trovata dalla polizia sprovvista di permesso di soggiorno. Non si può permettere di pagare la multa, così le autorità la trattengono in carcere. Un’altra ragazza mi dice di aver già pronti i soldi per potersi “comprare” l’uscita dal Paese, e di aver ancora abbastanza denaro per il viaggio di ritorno nelle Filippine, ma per qualche ragione è ancora in carcere. Qualcosa deve essersi inceppato ed è ancora qui, da più di due mesi.
Sono partito da questa piccola esperienza per raccontare il dramma delle lavoratrici domestiche straniere in Giordania. La stragrande maggioranza di queste provengono dall’Asia Meridionale e Orientale, soprattutto da Indonesia, Filippine e Sri Lanka. Lasciano il Paese di origine sperando di trovare qui un lavoro dignitoso, contribuendo così a sostenere la famiglia rimasta in patria, ma finiscono spesso in una spirale interminabile di sfruttamento: sono vittime di abusi e maltrattamenti – se non di veri e propri pestaggi - da parte dei propri datori di lavoro; lavorano dalle 16 alle 19 ore giornaliere, spesso dovendo aspettare mesi per ricevere lo stipendio o parte di esso (a volte sono le agenzie di reclutamento a trattenere parte dei soldi); vengono tenute segregate nella casa dove lavorano per impedirne la fuga.
A volte, anche quando le ragazze riescono a fuggire, l’amara sorpresa è dietro l’angolo. Impossibile lasciare il paese: il datore di lavoro, responsabile per legge dell’adempimento, non ha mai provveduto all’estensione del loro permesso di soggiorno. Non potendo pagare la multa – ogni giorno di presenza irregolare in Giordania costa alla persona un dinaro e mezzo – le ragazze finiscono così in carcere, senza sapere se e quando riusciranno a uscire. In alcuni casi la situazione è ancora peggiore: non volendo rischiare conseguenze penali o amministrative per l’irregolarità, alcune famiglie cercano di liberarsi delle lavoratrici denunciandole alla polizia per maltrattamenti o per furto (è recente la notizia di una collaboratrice cingalese imprigionata, e poi rilasciata per mancanza di prove, in seguito all’accusa di aver rubato alcuni gioielli e aver abusato della bambina della famiglia presso cui lavorava).
Del resto, come mi dice una terza ragazza a Juweideh, la fuga può anche essere sorprendentemente breve. Una volta raggiunto il miraggio del rimpatrio, molte sue connazionali hanno ripreso subito la strada della Giordania, finendo nuovamente in carcere. Lei però non ci potrà riprovare: sul passaporto le hanno messo un timbro recante la scritta “Denied Entry”, che verosimilmente le impedirà di rivedere le colline di Amman per almeno cinque anni.
Secondo Amnesty International sarebbero oltre 70.000 le collaboratrici domestiche presenti in Giordania, di cui circa 30.000 non registrate. Diverse organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, hanno denunciato questa pratica, in contrasto con le stesse leggi giordane. Lo stesso governo si sarebbe impegnato a emendare la propria legislazione del lavoro, promettendo di dedicare un’attenzione specifica ai diritti delle lavoratrici domestiche.
Per chi volesse ulteriormente approfondire la questione:
Report di Amnesty International;
Analisi di Human Rights Watch sulla nuova legislazione del lavoro in Giordania;
Articolo del Jordan Times a proposito di un recente caso di maltrattamento.
martedì 17 novembre 2009
Vite nell'acquario
Leggevo le labbra, senza sentire cosa dicessero.
Sara parlava con loro, urlando nella cornetta per farsi sentire al di sopra delle urla delle guardie.
Pesci nell'acquario. Gli occhi vivi, i sorrisi aperti di chi è DAVVERO contento di vederti. Perchè non ha nient'altro da fare che aspettare te. Tutto il giorno, per sette anni e mezzo.
Non ci sono foto in questo post, perchè per andare a fare visita alle detenute non puoi portare nulla con te. Lasci lì quindici minuti della tua vita. Hai in cambio tutta la loro.
domenica 27 settembre 2009
martedì 23 giugno 2009
Mirella Lopez
Saltiamo in macchina io Sara e Jeries in direzione sud a visitare la prigione femminile di
al-Jueyda. E' la seconda volta che ci introduciamo nei ridenti ambienti di questa prigione.
Mirella Lopez ha 24 anni, e da 4 vive nelle celle al femminile. Ha pensato bene di ingerire un quantitativo di cocaina e partirsene dal Perù per portarlo in Giordania. Il fato ha voluto che la seconda volta l'ovetto di cocaina le esplodesse in pancia. La morte non l'ha richiamata a sè, e dopo due interventi è stata imprigionata in quel di Amman.
Mirella Lopez ha degli occhi bellissimi, che attraverso il vetro di separazione tra il mondo "libero" e il mondo "imprigionato", non mollano un attimo i miei.
La cocaina se l'è inghiottita per salvare i suoi da una preannunciata bancarotta. L'investimento fatto dal padre alcuni anni prima, utilizzando i risparmi di una vita, non ha portato i frutti sperati. Gli aguzzini si facevano sempre più vicini. Il suo coraggio l'ha spinta ad imbarcarsi in un'avventura più grande di lei, mossa dalla volontà di aiutare la famiglia a risollevarsi da sorti che non lasciavano presagire nulla di buono.
E' scomparsa nel nulla, la famiglia all' oscuro di tutto!
Dopo tre anni di prigione le hanno permesso di chiamare casa...
Quando siamo insieme, separati dal vetro i nostri mondi si incontrano. Lei mi racconta il suo, io ascolto il suo, lei vede il mio.
Fra due anni sarà nuovamente libera.
domenica 28 settembre 2008
voglio che tutti conoscano la mia storia
Mi chiamo Teddy Ghiòn, ho 47 anni. Sono nato a Gocha, in Etiopia.
Da bambino lavoravo come contadino, poi ho fatto il soldato per 9 anni sotto il Derg [regime socialista durato dal 1974 al 1991 sotto il colonnello Menghistu].
Quando ero giovane mia mamma è morta.
Mio padre fu impiccato dal Derg; non accettava quel regime e si era rifiutato di diventarne membro.
Io ero il suo unico figlio e dovevo servire il Derg come militare.
Ebbi un’educazione tradizionale, ortodossa, imparai le fidel [unità minima dell’alfabeto amarico]; ho frequentato le scuole fino alla settima classe [corrispondente alla nostra seconda media]. Quando mio padre fu ucciso due soldati mi presero per l’arruolamento forzato.
Col governo attuale, lo Eiadik, feci ritorno alla mia area natale, dove lavorai come contadino: avevo manzi, mucche, pecore e altri animali. Lavorai con lo Eiadik: la comunità di Dagada Amot Farasbat mi scelse perché il Derg aveva ucciso mio padre. Avevo un ufficio mio.
Poi me ne andai in Uellega Nekhmet perché dov’ero prima non stavo bene, non guadagnavo molto.
Ma là venne a cercarmi un uomo di quelli che avevano ucciso mio padre; lo tenni sotto controllo e lo uccisi. Lo stesso giorno arrivarono 6 persone tra suoi fratelli e suoi amici. Avevo un kalashnikov ed ero un bravo soldato: li ammazzai tutti.
Quando i poliziotti mi arrestarono non tentai di scappare: non volevo farlo poiché ritenevo giusto che fossi punito.
Fui condannato all’impiccagione.
Fui detenuto in Nekhallamtega, dove non c’era democrazia e le stanze erano fredde.
Per anni giacqui accovacciato: mi tenevano la mano destra legata ai due piedi.
Secondo me questo è un buon governo: ora c’è una democrazia in Etiopia, anche se non in questa prigione! Durante il Derg potevi uccidere chi volevi come volevi. Quando accusai il Derg dell’omicidio di mio padre, mi commutarono la sentenza in prigione a vita.
Rimasi in Nekhallamtega per 14 anni: lì ero straniero perché io ero originario di Gocha. Per tre anni e mezzo costruii edifici, poi imparai a lavorare il metallo. Realizzai porte e sedie. I dieci anni successivi fui il panettiere della prigione: facevo il pane e lo vendevo. Diventai il leader interno al carcere della Chiesa Ortodossa, ho ottenuto il certificato di insegnamento.
Chiesi di potere essere rilasciato: gli altri prigionieri con la mia identica pena dopo avere domandato perdono furono liberati. Io no. L’unica spiegazione che mi do del loro rifiuto ad una consuetudine legale simile è che le famiglie delle persone uccise pagarono il governo affinché io fossi tenuto in carcere.
Un giorno mi sentii male e in ospedale mi riscontrarono il diabete.
Siccome voglio uscire di prigione ho chiesto di cambiare carcere: i parenti dei miei nemici non vivono qua [nel carcere in cui si trova ora] e non possono influenzare l’amministrazione. Qua ci si aiuta tra prigionieri. Io faccio il pane.
________________________________________
La religione è fondamentale per la vita, per tutti. Senza la religione non potrei vivere. Se conosci Dio, Lui ti aiuta a distinguere le cose buone da quelle cattive. Prima conoscevo Dio, ma l’ho incontrato davvero in prigione.
Non ho visitatori, ho una famiglia, ma non so più niente di loro. Per sopravvivere alle vendette han dovuto trasferirsi. Dove, non so. Ho provato a scrivergli, a telefonargli, ma non ho mai avuto risposta.
Io appartengo all’etnia Amhara. Le mie vittime all’etnia Amhara e a quella Oromo.
In questa prigione gli amministratori e le guardie vogliono i soldi che guadagno dalla vendita del pane. Tra i prigionieri ho conosciuto molte persone innocenti. La mia speranza è che in settembre il capo amministratore accetti le mie scuse e mi faccia uscire. Se Dio vuole lavorerò in qualsiasi modo; farò qualunque lavoro, senza chiedermi se sia un buon lavoro o no. Non ho bisogno di scegliere un lavoro, mi basta essere libero. Ma tornerò a visitare gli amici che mi sono fatto in prigione: sono miei fratelli.
Se Dio vuole troverò qualcuno che mi darà una mano, come te che vieni qua in prigione ad aiutarci.
Sono pentito di quello che ho fatto e quando uscirò racconterò a tutti del mio crimine e della mia detenzione: ormai sono un esperto di prigioni, so tutto, potrei insegnare la materia “galera”. Per sopravvivere io ho venduto pane. Qua c’è bisogno di vestiti e di scarpe; ma in primo luogo, a tutti, serve la pace. Anche la scuola è importante: la gente deve essere istruita.
È meglio in generale non commettere reati e non esser così incriminati, ma l’istituzione penitenziaria è necessaria in uno Stato perché le persone vivano in pace; ma anche perché il reo stesso trovi la pace.
mercoledì 27 agosto 2008
27agosto2008
| un po' alla Paolo Sormani |
giovedì 8 maggio 2008
dall'ufficio del direttore della prigione
La strada per la prigione di Sheno è in terra scura e divide prati appena appena dissetati dalla pioggia d ieri. Paesaggio campagnolo piacevole, ma precario: la strada (originariamente costruita dagli italiani) è stata dissestata x essere riasfaltata dai cinesi, è giusto ke sia così, si kiama sviluppo e non fa l’amore con la bellezza. Intanto oggi mela godo, dopo ke mi sono sveliato dalla pennica mattutina al posto del copilota. Il Direttore ha dato una linea..
| Autista nuovo in macchina nuova |
Poi c’è la parte + Caritas, ke nessuno vuole mai fare: la distribuzione concreta dei giocattoli ai bambini. Oggi mi tocca, giakkè c siamo solo io e Marta. Il tesoro del giorno è una bambola. La diamo ad una bimba grandicella, avrà 5 anni x’ se ne avesse d + non potrebbe trovarsi qua colla mamma. Ma si prende paura, è spaventata, non la vuole. La cosa ke somiglia d + ad una bambola, se non hai mai visto una bambola x’ 6 nata in prigione, è una bambina morta.
Nel pome appuntamento cogli avvocati. è 5 mesi ke devo fare sto incontro x discutere del booklet. E proprio oggi dissestano le strade. Se arriviamo in ritardo Abba mi mastica.
Paolo
Ps x la cronaca (e forse anke x altri motivi) è stato Abba ad arrivare in ritardo poi. Lo sto ancora digerendo.
sabato 15 marzo 2008
Tenastellen Ethiopia
Lei è enorme: spaziosa come Francia, Germania, Polonia messe insieme[1]; via, mettici anche San Marino. Sta molto male, incontrarne la sofferenza (cosa ke io non ho fatto, se non superficialmente) è drammatico. Snocciolati, grani di un rosario laico (mistero del dolore), i dati recitano: Etiopia 169° su 177[2] per indice di sviluppo umano ma ULTIMA tra gli Stati popolosi (ne conta + d 74, forse 80, ness1 lo sa, ma pare cresca d DUE MILIONI all’anno[3]). Per quanto altro vi scriverò, questa appena riportata è secondo me l’indicazione più grave: ultima tra gli Stati popolati da + d 20 mln d persone, per indice di sviluppo umano, dato che incrocia attesa di vita, istruzione&alfabetizzazione E PIL procapite (a parità di potere d’acquisto), quest’ultimo il + basso del mondo[4]; l’81,9% della popolazione vive con meno di 1 dollaro al giorno. Molto meno: una famiglia povera d Addis, diciamo appartenente al 22% più basso (che però è rappresentativo del Paese fuori dalla capitale) si sfama con 20 centesimi d € a testa, non ha acqua corrente né servizi igienici[5]; ciò significa che una mia cena al ristorante la pago facciamo 60birr (meno d 4€), come il costo dell’alimentazione di 24 giorni di una persona etiope. Le buone cose? La crescita del PIL al 9.6% (ma si tratta di dati governativi, ridimensionabili al 5/6%, in piena media sub sahariana), gli investimenti diretti dall’estero, e, questo sì, il crescente numero di università (21, comprese le 8 in costruzione[6]).
Ovviamente c'è un sacco d altro, un sacco d'immondizia per la precisione: sostegni governativi nulli per le iniziative imprenditoriali dei privati; precipitazione libera della moneta locale[7]: l'inflazione sela sbrazza sul 20%, ma grano mais e sesamo --> 30 150 e 100%[8]. La prostituzione è talmente diffusa che al gradino + basso dell'offerta è possibile attirare le attenzioni di una ragazza a 5 birr. 30 centesimi d €. Aids all'8% 2° il ministro della sanità etiope[9]. E leggiti qsta: un governo ke pur d negare ufficialmente la presenza dell'epidemia di colera costringe i medici a denominarla epidemia di "acute water diarrhoea"[10].
Dai 3 ai 5 mln di malnutriti cronici[11]; una tesi interessante arriva da Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia 1998: “Nella spaventosa storia delle carestie non ce n’è mai stata una grave che abbia colpito un Paese indipendente e democratico, con una stampa relativamente libera”[12].
In Etiopia gli aiuti internazionali rappresentano 1\3 del bilancio dello Stato ed erano stati interrotti x le violenze governative (torture, pestaggi alla morte, strangolamenti, spari alla testa) con cui il 1° Ministro Meles Zenawi[13] azzittì le manifestazioni contro i brogli del 2005[14]; ripresero con l’impegno etiope a Mogadiscio. Corruzione interna, gestione del potere in mano a Zenawi e ai suoi amichetti (qdo ha proposto il cambio di alcuni ministri, questi l’hanno affettuosamente ricattato. Cosa sapevano?). Aspetta, lo riscrivo, ke anke qsto è decisivo, e tu te lo rileggi: M-E-L-E-S Z-E-N-A-W-I della stirpe di quelli che il potere politico gli rimane appiccicato come l’Unico Anello, ke gli permette d farla franca, ma ogni volta che lo USA corrompe un po’ d + il suo mondo. E ke sicuramente, mentre la fa franca, ha dietro qcno (..) ke non compare mai, forse tale Svat, d cui però so moltopoco.
martedì 26 febbraio 2008
santo gabriele in valentino
Giovedì 14 febbraio mi sveglio alle 7. Alle 7e25 ho appuntamento con Sami davanti casa, alle 7e30 col driver dell’ACS (Segretariato dell’Arcidiocesi cattolica), il quale ci avrebbe portato nella prigione di *****.
Giovedì 14 febbraio alle 7e22 apro il cancello di casa mia. A circa 5m, Sami m’attende, braccia incrociate e trai piedi un cucciolo di cane. Io non amo gli animali, mi piacciono; li ritengo un gran sbattimento, ma fanno compagnia. Lì non c’era molto da decidere: il puppy mi stava kiedendo d prenderlo con sé o di lasciarlo andare a morire. Nelle scelte istintive talvolta sono terribilmente buonista, ma le 2 alternative non si escludevano. Non lo sapevo e, forse, avrei fatto meglio a non necessitare di ulteriori motivi per dare senso al 14 febbraio. Ma in quel momento presi il cucciolo di cane e lo misi in uno scatolone, dove ci buttai anke un paio d miei pantaloni per fargli + tana.
Giovedì 14 febbraio avevo dormito male (evento eccezionale x me), non respiravo benissimo, e alle 10e36 i responsabili di un carcere etiope erano in apprensione x la mia salute. Caldissimo&freddissimo, ma soprattutto difficoltà a portare avanti frasi con almeno una subordinata senza interrompermi per rifiatare. Per tranquillizzarli ridevo, ma non li tranquillizzava affatto accorgersi ke insieme ad una sanità fisica stavo smarrendo anke una sanità mentale. Smisi di ridere, e mi diedi un po’ d contegno. Non tanto.
Giovedì 14 febbraio chiacchierai molto con Sami, ci raccontammo abbastanza; il direttore del carcere fece qke foto colla mia makkinetta, Sami me ne kiese il prezzo (azzardai 120 €, ma non appartenendomi sparai) e concluse saggiamente kei ragazzi etiopi non hanno un reale bisogno duna makkinetta fotografica. Mica come quelli italiani.
| photo by ato director |
Giovedì 14 febbraio il viaggio di ritorno da quel carcere fu lunghissimo e come mai ho sprezzato i lavori stradali dei cinesi decorati di buke kel nostro driver provava a skivare con differenti esiti.
Giovedì 14 febbraio si portarono molte ipotesi sull’identità del morbo ke m’affliggeva. Malaria, menopausa, tifo, tubercolosi, malattia della montagna; questo prima di andare in ospedale, dove dottori preparati (il meglio dei diplomati etiopi ha accesso alla carriera medica) si preparavano a offrirmi il meglio delle loro conoscenze e dove finalmente avrei scoperto come nella mia biografia avrei menzionato quel giorno malato.
| sofferenza documentata |
venerdì 1 febbraio 2008
2 incontri in carcere d un'infermiera
Un prigioniero di 31 anni venne per essere visitato. I suoi sintomi erano nausea, notti insonni e emicrania. Di fatto questi segni indicano vari tipi di disturbi psicosomatici che sono causati da ansietà e stress. Fisicamente il prigioniero non era in buone condizioni. I suoi vestiti erano molto sporchi e appariva molto emaciato.
Gli chiesi cosa lo preoccupasse che gli causava un continuo mal di testa. Improvvisamente scoppiò in lacrime. Disse: “Perché non mi uccidi, Dio? Non posso più credere in te”. Gli chiesi perché lo dicesse. “Guardami. Guarda il mio stato. Indosso degli stracci. Non mi sento bene perché da due anni nessuno mi viene a trovare. Mettiti nei miei panni e giudica tu. Non ho soldi neanche per comprarmi un sapone e lavare il mio vestito per metterlo pulito”.
Pianse almeno per 20 minuti. L’ho ascoltato attentamente. Gli dissi che sarebbe stato davvero benvenuto se la nostra prossima visita avesse desiderato venire a raccontarci come stava. All’istante gli occhi gli brillarono di speranza. Le sue lacrime si asciugarono immediatamente.
Lo rifornii di abiti puliti e di alcune medicine essenziali. Sorprendentemente, alla nostra visita successiva, lui corse da noi per ringraziarci. Mi disse: “Con la tua presenza hai allungato la mia vita di un pollice. Ho riguadagnato la mia dignità. Non sono più solo”.
N.B. Ci sono molti carcerati che condividono la stessa storia. In uno di questi carceri su 630 prigionieri ce ne sono più di 106 che, per molte ragioni, non ricevono visite.
N.M.B. Nessun detenuto –nessuno- ha mai chiesto a me o alle infermiere volontarie un soldo. Sono ben consapevoli della qualità del loro bisogno.
| interno d un carcere |
STORIA RACCONTATALE IL 24 GENNAIO 2008
Un ragazzo di 15 anni, imprigionato insieme a molti altri più vecchi di lui, venne per un consulto medico. I suoi occhi erano rosso fuoco. Lui si lamentava per la sua salute; disse che si sentiva stordito e che aveva la nausea. Era molto giovane per dei problemi del genere e anche per essere tenuto in carcere. La sua situazione era struggente. Mi disse che era stato condannato all’ergastolo. Confidandomi ciò gli occhi gli si fecero rossastri. Dei suoi parenti avevano testimoniato falsamente contro di lui per l’omicidio di una donna. Mi disse che non la conosceva e che lui non si trovava sul luogo dell’omicidio quando era avvenuto il crimine.
Si sentiva male dicendo che era affamato e allo stesso tempo impotente perché si trovava in prigione mentre quelli che avevano commesso l’omicidio erano fuori.
Visita dopo visita ho conosciuto spesso le lacrime dei prigionieri. Lui era emotivo, piangeva profondamente. Cercavo di comportarmi come mi sembrava meglio, con medicine, parole, ascolto.
N.B. Le false testimonianze sono retribuite profumatamente. È la storia di molti di questi detenuti: secondo il direttore di uno dei carceri di Addis, quasi più del 75% di loro sono imprigionati per false accuse. Un efficace meccanismo di corruzione a discapito dei poveri.
Ci sono dati che dimostrano come la maggioranza dei giudici non sia qualificata per esercitare la professione legale. Questo comporta che l’ignoranza e la negligenza dilagano come mai nella storia dell’Etiopia.
N.M.B. In Etiopia non esistono carceri minorili.
N.D.M.B. A causa dell’instabilità della nostra situazione politica, noi rimaniamo zitti (che vita!).
| ragazzo al lavoro |
AN ENCOUNTER BY A NURSE
A 31 years old male prisoner at one of the prisons came seeking medical attention. His complaints were nausea, sleepless nights and headache. Actually these signs indicate many sorts of psychosomatic illness which are caused by anxiety and stress. This prisoner’s physical appearance was not in good condition. His clothes were very dirty and looked very emaciated.
I asked Him what was bothering him that caused him a continuous headache. Suddenly he burst in to tears. He said “God why do not you kill me? I cannot put my trust in you any more”. I asked why he said. “Look at me and the state of my life. I put on rugged clothes. I do not feel good because I had no visitor for almost two years. Put yourself in my shoes and judge it for yourself. I have no money even to buy soap and wash my clothes and change clean one”.
He wept almost for 20 minutes. I listened to him attentively. I affirmed to him that he was most welcome to come to us and share his feelings at our visiting time. Instantly, his eyes lit up with hope. His tears dried immediately.
I supplied him with cleaning materials and some essential medicines. Surprisingly, on our next visit, he run to us to express his gratitude. He said to me, “You have lengthened my life an inch because of your presence. I have regained my dignity. I am no more alone”.
N.B. There are many prisoners who have got the same story. In a prison out of 630 prisoners there are over 106 prisoners who have no visitors due to many reasons.
STORY TOLD ON 24 JANUARY, 2008
A 15 year old boy who has put into prison with many others very older than him came to seek medical case. His eyes were red like a fire flame. He complained about his health. He said that he was feeling dizzy and having nausea. He was so young for such health problems and to be kept in the prison. His was heart breaking. He told me that he was sentenced for life long. Those eyes of his have turned turbulent when he expressed. It was witnessed falsely against him by his own relatives for murdering a lady. He said he never knew her and that he was not there on the spot during the crime.
He was extremely hurt saying he felt hungry and helpless at the same time because he was in prison and those who have committed the murder were outside the prison.
Visits after visits, I encountered prisoners expressed their emotions with tears. He was also emotional, wept bitterly. I took measures accordingly.
N.B. False witnesses are performed after gaining some amount of money. This is a story of many of these prisoners; almost over 75% of the prisoners are imprisoned falsely. It indicates that these are routine corruption against the poor.
There was an information that most of the judges were not qualified for such a profession. It implies also that ignorance and negligence erupted greater than ever in the history of Ethiopia.
N.M.B. There is no such prison for young prisoners.
N.D.M.B. Due to the instability of our political condition, we keep silent (what a life!).
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