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sabato 7 settembre 2013

Bolivia 2013: Visita al carcere San Antonio

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Siamo a Cochabamba da neanche 48 ore quando per cinque di noi avviene il primo incontro con una realtà diversa e tipicamente boliviana: il carcere San Antonio.
La visita è prevista per domenica, ore 9. Sabato pomeriggio, durante la prima esplorazione della cancha (l’immenso e labirintico mercato coperto di Cochabamba), ci fermiamo a comprare enormi pacchi di pasta e confezioni formato famiglia di biscotti e caramelle per i bambini. 
Alt. Un attimo.
Bambini? In Carcere?!
Ebbene sì, in Bolivia tutta la famiglia entra in carcere. Mogli e figli, di qualunque età, seguono l’uomo di casa e restano a vivere in prigione con lui per tutta la durata della pena,  possono uscire per andare a scuola e svolgere le commissioni quotidiane ma scontano sostanzialmente una pena uguale a quella del padre-marito-carcerato. 
La cosa mi lascia non poco sorpresa, per non dire sconvolta. 
Cresce l’attesa per la visita.
Domenica mattina ci avviamo finalmente verso il carcere con David, volontario veronese che vive con noi alla Casa del Volontario, e Nicola, missionario laico ex bergamasco, ormai cochabambino. Fuori dal carcere ci recupera l’hermana Maria de Los Angeles, uragano di donna che si occupa dei carcerati e delle loro esigenze, spirituali e non.
Dividono ragazze e ragazzi per una perquisizione personale: niente telefoni, niente macchine fotografiche, niente di niente a parte le fotocopie dei nostri passaporti.
Perquisiti e timbrati, entriamo. 
All’inizio la sensazione è un po’ quella di essere un pesce in una boccia di vetro, migliaia di occhi ti scrutano, incuriositi dal tuo essere bianco ed occidentale. Se poi sei una ragazza, gli sguardi intensi aumentano e ti mettono anche un po' in imbarazzo.
Assistiamo tutti insieme alla messa nel cortile del carcere e al termine passiamo alla distribuzione di caramelle e biscotti, con i quali ci “compriamo” la simpatia dei bambini che, abbandonata ogni remora, si avvicinano sorridenti. 
Il delegato, cioè il rappresentante dei detenuti, si offre per una visita guidata. Visitiamo, in rapida successione: le cucine, sudice e maltenute, la sala comune, dove un centinaio di persone guardano rapite il magico strumento, cioè la televisione, i bagni, per i quali vi risparmio ogni descrizione. 
Qui ogni cosa è un piccolo mondo a sé: c’è calle del commercio, dove la sera è meglio non passare perchè si spaccia droga, il cortile del carcere dove ogni giorno si svolgono le varie attività lavorative che permettono ai carcerati di mantenersi, le celle. Queste ultime mi hanno particolarmente stupito: dei minuscoli loculi di compensato costruiti uno sopra l’altro in ordine sparso dove tutta la famiglia vive, cucina, dorme e fa i compiti. 
La nostra guida ci spiega che in Bolivia la giustizia, se così la si può chiamare, ha un funzionamento tutto suo: intanto ti portano in carcere, poi se e quando capiterà l’occasione verrai giudicato. Ci sono persone che sono in carcere da anni in attesa di processo per aver rubato un telefonino, altre che devono pagare i poliziotti per poter uscire e assistere alle udienze. Quando entri in carcere devi mantenerti, lo stato ti passa una minima diaria ma il resto è a tuo carico, per questo i detenuti lavorano e portano in carcere mogli e figli, non avrebbero altro modo di mantenerli all’esterno.
San Antonio è stato costruito per ospitare 150 persone, attualmente sono 600. 
Chiamiamolo sovraffollamento...
Caritas, con i suoi volontari, si occupa delle esigenze di tutte queste persone: promuove gli incontri con i componenti della famiglia che non sono entrati in carcere, in modo che i legami non si spezzino e sia più facile ricostruirsi una vita una volta fuori; quando è possibile cerca di offrire un minimo di assistenza legale; compra medicinali e va a fare la spesa (a David è toccato peregrinare un giorno per tutti i macelli di Cocha per cercare due teste di mucca...) per organizzare estemporanee feste; recupera i materiali necessari alla falegnameria e agli artigiani-detenuti, i cui prodotti saranno poi venduti grazie sempre all'aiuto di Caritas.
Ci sono tante cose da fare e, anche se l'entusiasmo non manca, ogni tanto è difficile star dietro a tutto. 
Vsita terminata, il delegato ci congeda, usciamo ammutoliti e sconcertati.
Una boccata d'aria, non dimenticheremo molto presto quello che abbiamo visto.

Camilla

mercoledì 14 agosto 2013

Libano - Abbraccio di nuvole

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Tra le immagini che affollavano la mente prima della partenza sicuramente c'era quella di un'estate torrida qua in Libano, e anche il terrorismo psicologico dei nostri coordinatori aveva contribuito all'ansia di mettere in valigia i vestiti più leggeri e di munirci di crema solare protezione 50.
Del resto, siamo in Libano,  questo ci si aspettava….
Ma, tra le tante cose che appaiono diverse qui rispetto a quello che la nostra mente ci aveva suggerito, anche i colori e il clima vogliono stupirci. 

Oggi allo shelter siamo avvolti da un'atmosfera molto suggestiva che ci isola, ci abbraccia, quasi a proteggerci.
Tutto è circondato da nuvole grigie, che nascondo il versante opposto della montagna, coprono i paesi arroccati sotto a Rayfoun e chiudono il cielo sopra di noi. È strano guardarsi intorno e non scorgere nulla, girarsi e toccare l'umidità, sentire le nuvole qui accanto a noi, è come se le nuvole chiudessero la protezione dei cancelli e lasciassero spazio solo a noi qua dentro.
Forse a rendere lo spettacolo più suggestivo è l'idea di isolamento che lo accompagna. Qui le donne non possono assolutamente uscire dai cancelli. Sono protette, trovano un rifugio che riesca a restituire loro una piccola parte di quella serenità che hanno perso, provano a ricercare la forza e la determinazione al di fuori da tutto quello che di orribile la società libanese ha loro mostrato, ma sono anche prigioniere.
Tale reclusione sembra una questione molto difficile da accettare e da condividere: tenere "prigioniere" delle donne che hanno come unica colpa quella di aver provato a cercare fortuna in un paese forse non pronto ad accoglierle; anche noi abbiamo faticato a renderci conto di cosa possa significare il lavoro del Migrant Center di Caritas, a dargli una giusta dimensione nella vita di queste ragazze.

La desolazione è uno degli stati d'animo che maggiormente emerge dai loro racconti. Si sentono sospese, trattenute qui a causa anche di tempistiche delle pratiche burocratiche dispersive e lunghe, che si oppongono alla possibilità di soddisfare il motivo per cui hanno raggiunto questo paese.
Stare nello shelter fa sentire queste donne inutili per la loro famiglia lontana, preoccupate dall'idea del fallimento del loro progetto migratorio e bloccate nelle loro aspettative.

Tanta la delusione, che ormai ha preso il posto della rabbia, tanto il dolore che accompagna la malinconia, ma ancora di più è la speranza di tornare a vedere cosa ci sia al di là di queste nuvole e la determinazione che anche nei loro giorni, così come nelle estati libanesi, tornerà la luce, quella limpida della felicità! E proprio alla loro forza, che sembra provenire da una caparbietà che non pensavo potesse davvero esistere,  la sera libanese regala i suoi tramonti…





giovedì 8 agosto 2013

Libano - ...e a volte il tempo si ferma

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Eccoci qui!!
Davanti a questa pagina bianca, è difficile mettere in ordine l’enorme quantità di emozioni che questi due giorni ci hanno portato.
Qui allo Shelter il tempo sembra non passare mai, se non fosse per il suono della campana che annuncia l’arrivo delle “succulente” piadine.
Ci capita spesso di riflettere proprio sul senso del tempo qui.
Tutti sono in attesa…in attesa del cibo, in attesa delle attività, o, più importante, in attesa dei documenti, di capire dove sarà il loro futuro e di riabbracciare i loro figli in patria.

In Libano infatti, se non hai i documenti, vieni messo in prigione, motivo per cui i datori di lavoro si premurano di sequestrare il passaporto di queste donne al loro arrivo. Il passato e il futuro delle storie che ci sentiamo raccontare assumono sfumature spesso difficili da capire. I ricordi delle loro esperienze qui in Libano, da una partenza alla ricerca di fortuna e con la speranza di guadagni da mandare in patria allo scontro con realtà di sfruttamento e violenza, emergono  in modo molto spontaneo, contrastando con l’apparente serenità con cui hanno saputo accoglierci, la semplicità con cui sanno regalarci sorrisi davanti alle parole più banali e ai gesti più comuni.

Il loro è un passato che sicuramente le ha duramente cambiate, profondamente segnate, a volte anche fisicamente, ma che spesso non ha tolto loro la speranza o la forza e il coraggio di guardare avanti. Molte sono le giovani donne con  progetti che ancora suonano raggiungibili, con desideri che le rendono fiduciose e determinate, con la fermezza di ritrovare la forza in nome del loro essere donne e madri. Insomma, qui il passato si mischia al futuro in modo molto strano, condizionando e al tempo stesso arricchendolo della giusta sfumatura di determinazione nell’attesa di quel che verrà.  Attesa…

Riempire il tempo è quindi il giusto modo per avvicinare il passato da dimenticare al futuro da costruire.
Oggi il tempo è volato costruendo delle deliziose maschere alla Veneziana con cartoncini, perline, gessetti e strass. I talenti più nascosti hanno prodotto oggetti originali di cui ogni donna andava molto orgogliosa, indossandoli per lo shelter come se si trovassero improvvisamente in un raffinato salone alla moda.
Attesa…



Eppure le cose cambiano fuori dal centro di Rayfoun, in modo anche incontrollabile e determinante. Poco lontano, la guerra in Siria spinge sempre più civili a varcare il confine di quel paese che fine a poco tempo fa era l’ "occupato". Lunedì abbiamo avuto modo di collaborare alla distribuzione di aiuti a 25 famiglie di rifugiati siriani, ospitati in un convento qui vicino. L'incontro è stato molto commuovente, tristemente toccante pensare alla loro fuga, alla loro necessità di chiedere aiuto in terra straniera, immaginare quanto possa essere stato straziante abbandonare case, persone care, interrompere le proprie vite. Questa situazione estrema non cancellava però la fierezza, che ancora si leggeva nei loro volti, e l’orgoglio che guidava i loro gesti. La responsabile del centro, Nancy, ci ha comunicato che queste non sono le uniche famiglie che hanno trovato ospitalità presso la comunità locale e che presto ne incontreremo altre. La possibilità di poter contribuire anche in questo piccolo modo ci rende molto fiere, e ci spinge ad agire affinché la sensibilità nei confronti di questa emergenza quasi invisibile possa diventare l’emergenza di tutti.


venerdì 17 giugno 2011

Alla Ricerca del Senso

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Mi sveglio ogni mattina a Kahawa West, dove abito quest'anno, periferia medio borghese di Nairobi, la capitale. Non è zona turistica, ma è il posto più ricco del paese (forse di tutto il sud-est africano), e contemporaneamente più povero, ma procediamo un passo per volta. Colazione: cavolo manca l'acqua! La stagione delle piogge non arriva e le persone aspettano la benedizione dal cielo: mentre qui in città è solo una questione “di rubinetto”, nel nord del paese i raccolti stanno letteralmente bruciando (% persone senza accesso diretto all'acqua: Italia O – Kenya 41%). Posso comunque ritenermi fortunato, ho due taniche da 15 litri sotto il lavandino per ogni evenienza. Verso le 8 esco di casa, il sole è già a picco ma il mercato lungo la strada è ancora vuoto, ci sono solo i matatu, cioè il servizio di trasporto pubblico...più o meno: i matatu sono dei malmessi pulmini con 15 posti, “estendibili”a 20 per casi di necessità, che con la musica irrimediabilmente a palla sfrecciano per le strade, salgono sui marciapiedi e vanno contromano più spesso che in un telefilm americano, e nessuno gli dice niente perchè il giro di affari dei matatu è gestito dai Mugiki, la mafia locale: ebbene si, anche noi abbiamo qualcosa in comune col Kenya... inizialmente associazione legale di cui facevano parte le persone che avevano lottato per l'indipendenza del paese dal Regno Unito senza riceverne alcun profitto, oggi setta clandestina infiltrata in tutta la società, politica inclusa (% persone vittime di corruzione nell'ultimo anno: Italia 6% - Kenya 32%). Torniamo a noi, dov'eravamo rimasti? Già, il mercato...puoi trovare i pomodori e le melanzane, le patate e la papaya, e non mancano i quotidiani, tutti concentrati sulle elezioni dell'anno prossimo, nella speranza che non si ripetano le violenze etnico-politiche del 2008 (circa 600 morti per cui sono indagati dall' Aja per crimini contro l'umanità alcuni dei maggiori esponenti politici): le etnie sono più di 40 ma le più potenti sono 3 o 4, ognuna con il suo candidato di riferimento, perchè se vince il tuo candidato, speri di avere una fetta della torta.
 
Finalmente arrivo in comunità! “Habari Yako! Mzuri Sana!”: i ragazzi mi salutano calorosamente, loro sono arrivati qui dopo essere usciti dal carcere minorile dove passano 4 mesi per aver commesso reati di poco conto. Dimenticate violenza e bullismo, in Kenya si ruba per mangiare, si litiga con la madre perchè il patrigno di etnia diversa ti picchia e ti sbatte fuori di casa, si sniffa la colla per non sentire la fame. Chi finisce in carcere è segnato a vita: la famiglia non ti rivuole indietro, e trovare lavoro è quasi impossibile. Oltre il danno, anche la beffa: è la storia di questi Chokora (ragazzi di strada) della Cafasso House, accolti da questo progetto in quanto impossibilitati a tornare nelle loro famiglie.
 
E' ora di pranzo finalmente, a tavola parlo un po' con “S”. Mi dice che vuole lasciare la comunità, prendere un pullman per Mombasa, e diventare un beach boy, mi dice che si guadagna bene. Già, perchè dovete sapere che la bellissima costa del Kenya è piena di aitanti ragazzi africani che parlano un italiano fluente e “lavorano” per migliorare la qualità delle vacanze delle donne italiane di mezza età. Il fenomeno è talmente diffuso che tutte le persone che incontro credono che in Italia le donne scelgono l'uomo da sposare, senza possibilità di appello per il malcapitato. Lo convinco sia a restare, sia che nel belpaese funziona come nel resto del mondo...
 
Siamo alla parte più dura della giornata, i colloqui nel carcere minorile per decidere chi sarà il prossimo ragazzo ospitato nella nostra comunità.”J” ci racconta di quando si è trasferito qui, con i suoi genitori. Lavorare nei campi al loro villaggio era duro, e così speravano di trovare qualche impiego a Nairobi, in Town, lo slum doveva essere una collocazione temporanea, ma più passava il tempo meno erano i soldi e lui ha iniziato a frequentare brutti giri per tirar su qualche scellino, finchè non è stato beccato dalla polizia. Nelle baraccopoli di Nairobi queste sono storie comuni di migliaia di ragazzi di strada (età media della popolazione: Italia 43,3 – Kenya 18,4), che non sono gli unici a soffrire: fame, prostituzione e alcolismo dilagano in questi inferni, dove la polizia si fa complice dei colpevoli, e i più piccoli sono le vittime, sì, perchè se puoi pagare la passi liscia, ma se sei un semplice chokora che non trova neanche da mangiare, ti aspetta la cella. La vita e l'affitto di una stanza costano molto poco, e sono così tante le persone che vi si trasferiscono sia dalle altre parti della città per risparmiare, sia da altre parte del Kenya per cercare lavoro, che oggi più di un milione di persone vivono sotto un tetto di lamiera (% persone che vivono con meno di 1,25$ al giorno: Italia 0 – Kenya 19,7%). Tutto questo succede a poche centinaia di metri dal centro, dove io con le mie All Star sembro un poveraccio: cravatte e iPhone dappertutto, sedi di ambasciate ed aziende di tutto il mondo mi ricordano che questo paese è uno dei più ricchi dal Sahaara in giù (indice di disuguaglianza -Gini, da 1 a 100- : Italia 36 – Kenya 47,7).
 
Si è fatto tardi e devo tornare a casa perchè non è sicuro girare col buio per un bianco come me (% persone che si ritengono sicure: Italia 61% - Kenya 35%), i ragazzi, sempre sorridenti, mi salutano: “Tuonane kesho!”, ci vediamo domani ragazzi, per un altra giornata paradossale.

Fonte: www.hdr.undp.org

giovedì 27 maggio 2010

Il sole a strisce. 5

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Febbraio. Quando incontro per la prima volta *** rimango basito. Quanti anni deve avere..settanta? Il corpo incurvato, il viso rugoso e un paio di occhialetti tondi danno a questo sudamericano un’aria quasi buffa. Non posso fare a meno di provare subito tenerezza e simpatia per lui. In Italia un signore del genere riesco ad immaginarmelo alla bocciofila, a giocare a carte davanti a un bicchiere di vino rosso.
Se non fosse che ci troviamo in un carcere giordano. E che lui, sudamericano, è dentro per droga e si trova a oltre 10mila chilometri di distanza dal suo Paese. Un solo viaggio, ma gli hanno trovato addosso parecchi chili di cocaina.
Gli mancano i vestiti, la maglietta che ha su gliel’ha data il sacerdote che lo visita da un po’ di tempo. Non ha abbastanza soldi per comprarsi le cose all’interno della prigione (la lametta da barba o le sigarette). Non parla una parola di arabo, e non riesce nemmeno a comunicare col medico del carcere per raccontargli dei suoi problemi di salute. L’unico che gli da’ una mano è un ragazzo peruviano di 19 anni, anch’egli dentro per droga, che gli fa da traduttore.
Ha lasciato sette figlie in Bolivia, l’ha fatto per loro. Tutte ragazze, mi dice orgoglioso, e che hanno bisogno di lui. Ora mi chiede di aiutarlo, di aiutarle, mi strattona la giacca e mi chiede di aiutarlo. Mi prende molta pena per lui. E’ qua solo da cinque mesi, e se davvero sarà condannato per droga non uscirà di prigione prima di 10-15 anni. Gli dico che ne parlerò con i miei colleghi, che cercheremo di aiutarlo. Che faremo il possibile. Ma cosa faremo esattamente? Non ne ho idea.

- ***** -
Maggio. In questi mesi sono tornato più volte a trovare ***. E’ sempre lì. Gli abbiamo portato dei vestiti, delle carte telefoniche, dei soldi per comprarsi le sigarette. Abbiamo cercato di trovargli una tutela legale ma non ci siamo ancora riusciti. Quando mi vede si illumina, e mi rendo conto che per lui questi quindici minuti sono importanti. Passa due, tre, anche quattro settimane ad aspettare il mio ritorno. Saluti, sorrisi, conversazioni tra due (quasi) perfetti sconosciuti. 15 minuti.

sabato 13 marzo 2010

Il sole a strisce.4

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Ci sono cose che spesso sottovalutiamo, o addirittura non consideriamo.
Riusciamo a concentrarci così tanto su quello che stiamo facendo, da tralasciare i particolari, non accorgerci di tutto il resto. Ci facciamo prendere dal ruolo che ricopriamo che tutto passa in secondo piano.

Io visito prigioni e prigionieri.
Io so tutto di prigioni e prigionieri.
Il mio lavoro è visitare prigioni e prigionieri.

Ho visto sua madre, suo padre, i suoi zii piangere per lui e cercare conforto presso il prete giordano che era venuto con noi. Ho provato pena per quella famiglia divisa dal vetro del parlatoio. Ho detto a quella donna vecchia e stanca, in italiano, che tutto si sarebbe sistemato. Credevo che fosse importante dirglielo. Anche se non capiva le mie parole.

Ho finito di tradurre la relazione che il prete ci ha mandato su di lui.
Ha ucciso la sorella perchè l'ha trovata con un uomo che non era il marito.
Lavare l'onta nel sangue, per cosa? Per le sorelle nubili. Per un nome.
Con l'intera famiglia dalla sua.

No, non credo più che tutto si sistemerà.
Non so più cosa sia importante dire. O fare.
In un paese dove l'onore della famiglia vale più del sangue di una figlia.



martedì 23 febbraio 2010

Il sole a strisce.2

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Primavera



Le loro vesti lunghe strisciano a terra, nella polvere. Sono più alta di loro di una spanna buona. La mia testa scoperta si nota, là in mezzo. E parecchio. Mi guardano. Io nel dubbio sorrido. Mi guardo attorno. Loro mi guardano da tutto intorno. I bambini ridono, piangono, si stufano. Nessuno fa la fila. Una di loro, con il viso coperto, mi fa passare. Sono straniera.

Nome. Marta.
Marta e poi. Ghezzi.
Come. Ghezzi.
Chi visiti. ***
Chi è. Un amico.
Da dove viene. Da ***
E tu no. No
E come fai ad essere sua amica. Lavoro per Caritas.
Da dove vieni. Dall'Italia.
E lui no. No.
Amici. Sì.
Entra e chiudi la porta. Va bene.
Perchè sei sua amica. Come perchè?
Parli arabo. Un po'.
Mi capisci. Sì.
Perchè sei sua amica. Lavoro per Caritas.
Di dov'è lui? Di ***
Mmmm. Già.
Glielo chiedi in inglese.
Perchè sei sua amica. Ma cosa vuol dire 'perchè'?
Come si chiama lui. ***
Amica. Sì.
Tieni.

Prendo permesso di visita e passaporto. Io esco.

Il clima dentro è diverso. La gente sorride, le guardie chiamano per nome i parenti dei detenuti. Tutti assieme in uno stanzone, di qua dal vetro i liberi, di là i prigionieri.
Lui l'ho perso. Non so nemmeno che faccia abbia, ma l'ho perso. Forse è al bar, mi dicono.

Sei la moglie. Come?
Lui è tuo marito. No.
Amici. Sì.

Poi arriva. Si scusa. Era a lezione di arabo e non si aspettava una visita. Pensava si fossero sbagliati.
Quasi dieci anni meno di me. Si ride, si scherza. Tra amici si fa così.

Io esco.
Mentre rispondevo a domande senza il punto interrogativo, perchè tanto le risposte le sapevano già, deve essere arrivata la primavera e io ero distratta.
Le colline sono verdi, il cielo è azzurro, l'aria fredda.

lunedì 15 febbraio 2010

Il sole a strisce.1

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Martedì mattina


Sono sempre le stesse facce, il martedì. È come darsi appuntamento. C’è il venerabile anziano che arriva sempre e solo fino alla porta del parlatoio ma non entra. C’è un ragazzo giovane, con la barba, che passa tutto il tempo a guardarsi la punta delle scarpe a punta. Ci sono quei due genitori distrutti dal dolore, che si tengono su a vicenda, che si sorreggono anche fisicamente.

Poi ci siamo noi. E sempre la stessa scena. Chi siete venuti a visitare? Come si chiama di cognome? Perché venite? Siete amici? Perché intanto che ci siete non visitate tutta la prigione, eh? Domande inutili, urlate dall’altra parte del bancone, risatine. E i documenti, e la trascrizione in arabo dei nostri assurdi nomi europei, e la trascrizione degli assurdi nomi delle nostre ‘amiche’ latine, e c’è sempre un problema, sempre un errore, poi le discussioni, la perquisizione fisica, le guardie che ci squadrano perché ancora non hanno capito cosa ci andiamo a fare, in un posto del genere.

Faceva freddo. Solita attesa, sotto la solita tettoia, in un solito martedì di febbraio.

Sono scesi tutti dallo stesso taxi. I due più piccoli ridevano, si spintonavano, correvano in giro. La grande, dall’alto dei suoi forse 14 anni, ha pagato il tassista, ha recuperato tutti e tre i fratelli, li ha fatti sedere sulle panchine di metallo, gelide, fuori dalla prigione di Juweideh, Amman, Giordania.

Glielo si leggeva in viso, quel viso non più da bambina ma non ancora da donna, il peso di quel martedì mattina. I piccoli continuavano a fare rumore, a scappare rincorrendosi. Quella un po’ più grande, la seconda del gruppetto, avrà avuto una decina d’anni, mi spiava. Quando incrociavo il suo sguardo, mi sorrideva. Non poteva farci nulla. Mi trovava buffa, forse. Dovevamo essere ben strani, quattro personaggi che parlano lingue diverse e che aspettano, di martedì mattina, al freddo, sotto la tettoia, davanti all’unico carcere femminile del paese.

Finalmente ci hanno chiamati per il controllo dei documenti. Le guardie, per farsi volere bene, ci hanno fatto passare avanti tutti i giordani della fila, tutti tranne loro. Li abbiamo fatti passare avanti noi.

La più grande neanche ci arrivava al banco. Stava in punta di piedi, allungata verso la guardia, con dei fogli in mano. Chi siete? Chi siete venuti a visitare? Come si chiama di cognome? Perché venite?

Veniamo a trovare la mamma.

Mi sono passati davanti, i piccoli correndo, quella un po’ più grandina sorridendomi. Sono entrati nello sgabuzzino della perquisizione. Le guardie hanno perquisito quattro bambini soli.

Al parlatoio erano affianco a me. Io tentavo disperatamente di capire cosa la mia ‘amica’ mi dicesse, di là dal vetro, sopra le urla delle guardie e i pianti dei parenti. I piccolini si rincorrevano, su e giù per il corridoio. Una guardia li ha presi su e in malo modo li ha riportati alla sorella grande. Lei ha passato la cornetta a tutti e tre. A turno hanno salutato la mamma.

Fuori aspettavo che i colleghi finissero, fumando una sigaretta. I quattro fratelli sono usciti. I piccoli sempre correndo. Quella un po’ più grandina mi ha sorriso. Devo essere proprio buffa, qui. La grande camminava guardando a terra e strattonando la sorella che restava indietro. All’incrocio ha fatto un gesto. Un taxi si è fermato e si è portato via i quattro bambini. Soli.

sabato 16 gennaio 2010

Il sole a strisce.0

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Le ragazze escono dalle celle a piccoli gruppi e si allineano nel cortile interno. Filippine cingalesi, indonesiane: ne contiamo circa quaranta, ma probabilmente ce ne sono almeno altrettante rimaste dentro. Basta volgere lo sguardo alle porte di ferro ormai chiuse, dove decine di volti incuriositi si alternano febbrilmente dietro gli spioncini. Devono avere tra i venti e i trent’anni, forse di più. Alcune ci salutano con un sorriso, incredule di ricevere finalmente una visita.

Siamo nella sezione femminile del carcere di Juweideh, periferia meridionale di Amman. Qui si trova l’unico carcere femminile della Giordania, con tanto di sezione per le cosiddette detenute temporanee. Qui vengono condotte le donne immigrate clandestine con permesso di soggiorno scaduto.

Riesco a parlare con una ragazza filippina. Con la voce rotta dal pianto mi racconta di esser venuta in Giordania per lavorare come collaboratrice domestica, e di esser stata trovata dalla polizia sprovvista di permesso di soggiorno. Non si può permettere di pagare la multa, così le autorità la trattengono in carcere. Un’altra ragazza mi dice di aver già pronti i soldi per potersi “comprare” l’uscita dal Paese, e di aver ancora abbastanza denaro per il viaggio di ritorno nelle Filippine, ma per qualche ragione è ancora in carcere. Qualcosa deve essersi inceppato ed è ancora qui, da più di due mesi.

Sono partito da questa piccola esperienza per raccontare il dramma delle lavoratrici domestiche straniere in Giordania. La stragrande maggioranza di queste provengono dall’Asia Meridionale e Orientale, soprattutto da Indonesia, Filippine e Sri Lanka. Lasciano il Paese di origine sperando di trovare qui un lavoro dignitoso, contribuendo così a sostenere la famiglia rimasta in patria, ma finiscono spesso in una spirale interminabile di sfruttamento: sono vittime di abusi e maltrattamenti – se non di veri e propri pestaggi - da parte dei propri datori di lavoro; lavorano dalle 16 alle 19 ore giornaliere, spesso dovendo aspettare mesi per ricevere lo stipendio o parte di esso (a volte sono le agenzie di reclutamento a trattenere parte dei soldi); vengono tenute segregate nella casa dove lavorano per impedirne la fuga.

A volte, anche quando le ragazze riescono a fuggire, l’amara sorpresa è dietro l’angolo. Impossibile lasciare il paese: il datore di lavoro, responsabile per legge dell’adempimento, non ha mai provveduto all’estensione del loro permesso di soggiorno. Non potendo pagare la multa – ogni giorno di presenza irregolare in Giordania costa alla persona un dinaro e mezzo – le ragazze finiscono così in carcere, senza sapere se e quando riusciranno a uscire. In alcuni casi la situazione è ancora peggiore: non volendo rischiare conseguenze penali o amministrative per l’irregolarità, alcune famiglie cercano di liberarsi delle lavoratrici denunciandole alla polizia per maltrattamenti o per furto (è recente la notizia di una collaboratrice cingalese imprigionata, e poi rilasciata per mancanza di prove, in seguito all’accusa di aver rubato alcuni gioielli e aver abusato della bambina della famiglia presso cui lavorava).

Del resto, come mi dice una terza ragazza a Juweideh, la fuga può anche essere sorprendentemente breve. Una volta raggiunto il miraggio del rimpatrio, molte sue connazionali hanno ripreso subito la strada della Giordania, finendo nuovamente in carcere. Lei però non ci potrà riprovare: sul passaporto le hanno messo un timbro recante la scritta “Denied Entry”, che verosimilmente le impedirà di rivedere le colline di Amman per almeno cinque anni.

Secondo Amnesty International sarebbero oltre 70.000 le collaboratrici domestiche presenti in Giordania, di cui circa 30.000 non registrate. Diverse organizzazioni, tra cui Human Rights Watch, hanno denunciato questa pratica, in contrasto con le stesse leggi giordane. Lo stesso governo si sarebbe impegnato a emendare la propria legislazione del lavoro, promettendo di dedicare un’attenzione specifica ai diritti delle lavoratrici domestiche.


Per chi volesse ulteriormente approfondire la questione:
Report di Amnesty International;

Analisi di Human Rights Watch sulla nuova legislazione del lavoro in Giordania;

Articolo del Jordan Times a proposito di un recente caso di maltrattamento.

martedì 17 novembre 2009

Vite nell'acquario

1 commento:
Sette anni e mezzo. Più cinquemila dinari di multa.

Leggevo le labbra, senza sentire cosa dicessero.
Sara parlava con loro, urlando nella cornetta per farsi sentire al di sopra delle urla delle guardie.
Pesci nell'acquario. Gli occhi vivi, i sorrisi aperti di chi è DAVVERO contento di vederti. Perchè non ha nient'altro da fare che aspettare te. Tutto il giorno, per sette anni e mezzo.

Non ci sono foto in questo post, perchè per andare a fare visita alle detenute non puoi portare nulla con te. Lasci lì quindici minuti della tua vita. Hai in cambio tutta la loro.

domenica 27 settembre 2009

Scatta… il Cantiere 2009: SCENARI DI GRUPPO

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1° CLASSIFICATO
Simone Roberti – KENYA – Trova l’intruso

2° CLASSIFICATO
 

Daniele Grizzi – BOLIVIA – Dall’altra parte del mondo
3° CLASSIFICATA
Emanuela Buffa – MONTENEGRO – Caritas…siamo noi!

4° CLASSIFICATO

Matteo Fanzago – MONTENEGRO – Il gruppo
 

martedì 23 giugno 2009

Mirella Lopez

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...ed anche oggi ad Amman fa un bel caldino!
Saltiamo in macchina io Sara e Jeries in direzione sud a visitare la prigione femminile di
al-Jueyda. E' la seconda volta che ci introduciamo nei ridenti ambienti di questa prigione.

Mirella Lopez ha 24 anni, e da 4 vive nelle celle al femminile. Ha pensato bene di ingerire un quantitativo di cocaina e partirsene dal Perù per portarlo in Giordania. Il fato ha voluto che la seconda volta l'ovetto di cocaina le esplodesse in pancia. La morte non l'ha richiamata a sè, e dopo due interventi è stata imprigionata in quel di Amman.

Mirella Lopez ha degli occhi bellissimi, che attraverso il vetro di separazione tra il mondo "libero" e il mondo "imprigionato", non mollano un attimo i miei.

La cocaina se l'è inghiottita per salvare i suoi da una preannunciata bancarotta. L'investimento fatto dal padre alcuni anni prima, utilizzando i risparmi di una vita, non ha portato i frutti sperati. Gli aguzzini si facevano sempre più vicini. Il suo coraggio l'ha spinta ad imbarcarsi in un'avventura più grande di lei, mossa dalla volontà di aiutare la famiglia a risollevarsi da sorti che non lasciavano presagire nulla di buono.

E' scomparsa nel nulla, la famiglia all' oscuro di tutto!

Dopo tre anni di prigione le hanno permesso di chiamare casa...

Quando siamo insieme, separati dal vetro i nostri mondi si incontrano. Lei mi racconta il suo, io ascolto il suo, lei vede il mio.

Fra due anni sarà nuovamente libera.

domenica 28 settembre 2008

voglio che tutti conoscano la mia storia

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Mi chiamo Teddy Ghiòn, ho 47 anni. Sono nato a Gocha, in Etiopia.

Da bambino lavoravo come contadino, poi ho fatto il soldato per 9 anni sotto il Derg [regime socialista durato dal 1974 al 1991 sotto il colonnello Menghistu].

Quando ero giovane mia mamma è morta.

Mio padre fu impiccato dal Derg; non accettava quel regime e si era rifiutato di diventarne membro.

Io ero il suo unico figlio e dovevo servire il Derg come militare.

Ebbi un’educazione tradizionale, ortodossa, imparai le fidel [unità minima dell’alfabeto amarico]; ho frequentato le scuole fino alla settima classe [corrispondente alla nostra seconda media]. Quando mio padre fu ucciso due soldati mi presero per l’arruolamento forzato.

Col governo attuale, lo Eiadik, feci ritorno alla mia area natale, dove lavorai come contadino: avevo manzi, mucche, pecore e altri animali. Lavorai con lo Eiadik: la comunità di Dagada Amot Farasbat mi scelse perché il Derg aveva ucciso mio padre. Avevo un ufficio mio.

Poi me ne andai in Uellega Nekhmet perché dov’ero prima non stavo bene, non guadagnavo molto.

Ma là venne a cercarmi un uomo di quelli che avevano ucciso mio padre; lo tenni sotto controllo e lo uccisi. Lo stesso giorno arrivarono 6 persone tra suoi fratelli e suoi amici. Avevo un kalashnikov ed ero un bravo soldato: li ammazzai tutti.

Quando i poliziotti mi arrestarono non tentai di scappare: non volevo farlo poiché ritenevo giusto che fossi punito.

Fui condannato all’impiccagione.

Fui detenuto in Nekhallamtega, dove non c’era democrazia e le stanze erano fredde.

Per anni giacqui accovacciato: mi tenevano la mano destra legata ai due piedi.

Secondo me questo è un buon governo: ora c’è una democrazia in Etiopia, anche se non in questa prigione! Durante il Derg potevi uccidere chi volevi come volevi. Quando accusai il Derg dell’omicidio di mio padre, mi commutarono la sentenza in prigione a vita.

Rimasi in Nekhallamtega per 14 anni: lì ero straniero perché io ero originario di Gocha. Per tre anni e mezzo costruii edifici, poi imparai a lavorare il metallo. Realizzai porte e sedie. I dieci anni successivi fui il panettiere della prigione: facevo il pane e lo vendevo. Diventai il leader interno al carcere della Chiesa Ortodossa, ho ottenuto il certificato di insegnamento.

Chiesi di potere essere rilasciato: gli altri prigionieri con la mia identica pena dopo avere domandato perdono furono liberati. Io no. L’unica spiegazione che mi do del loro rifiuto ad una consuetudine legale simile è che le famiglie delle persone uccise pagarono il governo affinché io fossi tenuto in carcere.

Un giorno mi sentii male e in ospedale mi riscontrarono il diabete.

Siccome voglio uscire di prigione ho chiesto di cambiare carcere: i parenti dei miei nemici non vivono qua [nel carcere in cui si trova ora] e non possono influenzare l’amministrazione. Qua ci si aiuta tra prigionieri. Io faccio il pane.



________________________________________

La religione è fondamentale per la vita, per tutti. Senza la religione non potrei vivere. Se conosci Dio, Lui ti aiuta a distinguere le cose buone da quelle cattive. Prima conoscevo Dio, ma l’ho incontrato davvero in prigione.

Non ho visitatori, ho una famiglia, ma non so più niente di loro. Per sopravvivere alle vendette han dovuto trasferirsi. Dove, non so. Ho provato a scrivergli, a telefonargli, ma non ho mai avuto risposta.

Io appartengo all’etnia Amhara. Le mie vittime all’etnia Amhara e a quella Oromo.

In questa prigione gli amministratori e le guardie vogliono i soldi che guadagno dalla vendita del pane. Tra i prigionieri ho conosciuto molte persone innocenti. La mia speranza è che in settembre il capo amministratore accetti le mie scuse e mi faccia uscire. Se Dio vuole lavorerò in qualsiasi modo; farò qualunque lavoro, senza chiedermi se sia un buon lavoro o no. Non ho bisogno di scegliere un lavoro, mi basta essere libero. Ma tornerò a visitare gli amici che mi sono fatto in prigione: sono miei fratelli.

Se Dio vuole troverò qualcuno che mi darà una mano, come te che vieni qua in prigione ad aiutarci.

Sono pentito di quello che ho fatto e quando uscirò racconterò a tutti del mio crimine e della mia detenzione: ormai sono un esperto di prigioni, so tutto, potrei insegnare la materia “galera”. Per sopravvivere io ho venduto pane. Qua c’è bisogno di vestiti e di scarpe; ma in primo luogo, a tutti, serve la pace. Anche la scuola è importante: la gente deve essere istruita.



È meglio in generale non commettere reati e non esser così incriminati, ma l’istituzione penitenziaria è necessaria in uno Stato perché le persone vivano in pace; ma anche perché il reo stesso trovi la pace.

mercoledì 27 agosto 2008

27agosto2008

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Cavoli, già il 27 agosto

Cavoli, già le 13ed59

Trapoco è Italia

Trapokissimo è Sara ke mi passa a prendere

Devo scrivere in fretta

Stamattina seconda giornata del 1° meeting cattolico nazionale degli amministratori delle prigioni

Lo ha organizzato AbbaGirma

Ke giustamente ne è molto fiero

Altrettanto giustamente è tutto in amarico

Ma la mia presenza è rikiesta

Pranzo anke con loro

La mia conversazione in amarico è: “Come stai? Io sto bene. Oggi c’è il sole. Buon appetito. Non mangio solo questo. Faccio tanti giri a prendere minestra e pesce”

Poi mi alzo. So che il mio amarico non mi consente tanto, né in virtuosismi né in ironia

Cammino. Leggo qualche avviso di offerte di lavoro

C’è anche quello che abbiamo scritto noi. Per l’ufficio del cappellano. Mi kiedo se il nostro candidato abbia mandato il curriculum vitae. Forse andrebbe sollecitato. Ne parlerò con Abba.

Cammino verso la Chiesa. Sarebbe la mia parrokkia, ma solitamente vado a San Salvatore. Messa in italiano.

Non riesco a parlare a Dio in inglese, figurati in amarico. Non sono così semplice.

Talvolta passo di qua a pregare. Certe volte sono + ispirato, altre volte giusto un saluto. Per non perdere l’abitudine. Poi c’era stata la Pasqua

Inizio a pensare ke alcuni luoghi potrebbe essere l’ultima volta ke. Kissenefrega, allontano il pensiero, e cerco cogli okki Sami

Prima era qua ad incidere un cd cogli amici. È l’una, ora saranno a mangiare a casa

Incrocio uno zebegna, uno dei 4 guardiani; non l’avevo ancora incontrato da quando son tornato dal Kenya. Mi saluta, come stai, come sto. Indica in alto. Whoa. Acqua. Pioverà

Non è una previsione azzardatissima, piove tutti i giorni

Mi siedo di fronte alla Chiesa. Appoggio la skiena ad un vaso di fiori lillà

Guardo il cielo, sembra quasi africano. Penso

Dalla chiesa escono uno, due, tre bimbi. Devo avere ancora addosso l’odore di bambini e giochi e balli. 700 bambini non vengono via facilmente, e questi 3 se ne sono accorti, perché mi siedono intorno

Una bimba + grandicella, e 2 più piccoli. Discreti

Chiedo i nomi, mi kiedono il mio. Si kiama come mio fratello. Mi kiamo come il loro nonno. Mi kiedono come si kiama mio nonno e se i miei genitori sono cattolici

E quanti fratelli avete? Siamo solo noi 3, ma lei è sorella, non fratello

Già

Tu?

Una conversazione facile, si esaurisce brevemente

Pazientano, in silenzio. Al mio fianco. Aspettano ke faccia sparire 1 fazzoletto?

Mi kiedono cosa faccia qua. Ho appena mangiato, lavoro qua

Noi non abbiamo mangiato, che casa nostra è lontana

Ah

Tu vivi qua? In Bole? Pensano subito alla ricca via

No, nella via somala, qui vicino

Ma lontano dall’Italia, osserva la quindicenne

Sì, lontano

Pioviggina

Il + piccolo ha la faccia simpaticissima. Vuole sapere Italia dove

Milan

Ahh, Milano, corregge lui. Sorrido

Questa è la vostra parrocchia? La chiesa è di tutti, mi risponde gentile la sorella maggiore

Il 2°, timido, mi indica un animale fare capolino dal cespuglio

un po' alla Paolo Sormani
Il Maestro Tartaruga! La mia sesta volta ke lo vedo. Non si faceva vivo dal 23 giugno

Oggi si lancia nello scendere una 3 gradini di pietra! Grande Maestro, tifo per te, ma da lontano, ke sei ultrariservato

Io so ke è un anzianissimo prete italiofono, ke ogni tanto si trasforma, non so come ne perché

Zampa dopo zampa trasporta la sua corazza giù. Slitta un po’ sull’ultimo gradino, ma l’impresa è da annoverare tra gli eventi etiopi del millennio

I bambini lo guardano con me, m’invitano a toccarlo

No, non lo faccio: non gli piace. La mia non è attenzione per l’animale, ma per il mutaforme sacerdote

Quando succede l’imprevedibile. Il vetusto sacerdote confuta la mia teoria comparendo. Il mio sguardo può ora abbracciare l’animale e l’uomo. Improbabile pensare ke siano gemelli

Forse quale magia a me sconosciuta. Incredibile, però adesso devo andare a parlare con Abba

I tempi del booklet, i finanziamenti della scuola, la applicancy d Shaleka

Saluto i bambini, gli dico ke lavoro qua, magari ci rivediamo

La maggiore mi dice ke ha fame

Grazie a Dio la realtà fa capolino nella finzione mentale più spesso della tartaruga

paul

giovedì 8 maggio 2008

dall'ufficio del direttore della prigione

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Oggi mi svelio all’ora degli uomini. È una giornata impegnativa, bene.

La strada per la prigione di Sheno è in terra scura e divide prati appena appena dissetati dalla pioggia d ieri. Paesaggio campagnolo piacevole, ma precario: la strada (originariamente costruita dagli italiani) è stata dissestata x essere riasfaltata dai cinesi, è giusto ke sia così, si kiama sviluppo e non fa l’amore con la bellezza. Intanto oggi mela godo, dopo ke mi sono sveliato dalla pennica mattutina al posto del copilota. Il Direttore ha dato una linea..

Autista nuovo in macchina nuova
Nella prigione d Sheno c’è da discutere d progetti: loro vogliono fortissimamente una sqola, evidentemente non sono convincente come Maurizio a spiegargli ke d soldi x l’Etiopia non cenè +.

Poi c’è la parte + Caritas, ke nessuno vuole mai fare: la distribuzione concreta dei giocattoli ai bambini. Oggi mi tocca, giakkè c siamo solo io e Marta. Il tesoro del giorno è una bambola. La diamo ad una bimba grandicella, avrà 5 anni x’ se ne avesse d + non potrebbe trovarsi qua colla mamma. Ma si prende paura, è spaventata, non la vuole. La cosa ke somiglia d + ad una bambola, se non hai mai visto una bambola x’ 6 nata in prigione, è una bambina morta.

Nel pome appuntamento cogli avvocati. è 5 mesi ke devo fare sto incontro x discutere del booklet. E proprio oggi dissestano le strade. Se arriviamo in ritardo Abba mi mastica.

Paolo

Ps x la cronaca (e forse anke x altri motivi) è stato Abba ad arrivare in ritardo poi. Lo sto ancora digerendo.

sabato 15 marzo 2008

Tenastellen Ethiopia

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Tempo effettivo etiope 4 mesi. Una stagione è una buona quantità di ore per fare la conoscenza. Fai in tempo a superare un sufficiente numero di step tipo scegliere come salutarla, guardarla negli occhi la prima volta, quasi di sfuggita, rincontrarla verificando la prima impressione, pensare a lei da lontano, ipotizzare come si comporterà in una certa situazione, entrarci in confidenza amicale toccandole il braccio quando le parli, vedere come si veste per la festa, starle vicino in un momento poco felice, stancarti di lei, allontanarti senza motivo, e poi tornare con una consapevolezza appena più profonda. In una stagione vissuta a pieno succede questo con uno dei personaggi delle mie storie, un personaggio importante, portante, la cui voce funge da colonna sonora di tutti i racconti fino ad oggi postati. Era giusto che ve la presentassi. Lettrici&lettori: l’Etiopia.


siccome il pezzo è un po’ pacco, spalmiamo almeno una foto un po’ frikkettona. ma poi il titolo della foto lo mostra tutto anke se è lunghissimo? cioè mi stai facendo credere ke po3i celare delle bonus track a mò d didascalie? eh, eh.. qsta era una cosa ke forse era meglio ke non scoprissi.. po3i anke mettere tutti i miei prossimi post come titoli d foto? ma avrà un limite? iniziamo così, poi si vede. ecco, così. ancora un po’… basta.
Lei è enorme: spaziosa come Francia, Germania, Polonia messe insieme[1]; via, mettici anche San Marino. Sta molto male, incontrarne la sofferenza (cosa ke io non ho fatto, se non superficialmente) è drammatico. Snocciolati, grani di un rosario laico (mistero del dolore), i dati recitano: Etiopia 169° su 177[2] per indice di sviluppo umano ma ULTIMA tra gli Stati popolosi (ne conta + d 74, forse 80, ness1 lo sa, ma pare cresca d DUE MILIONI all’anno[3]). Per quanto altro vi scriverò, questa appena riportata è secondo me l’indicazione più grave: ultima tra gli Stati popolati da + d 20 mln d persone, per indice di sviluppo umano, dato che incrocia attesa di vita, istruzione&alfabetizzazione E PIL procapite (a parità di potere d’acquisto), quest’ultimo il + basso del mondo[4]; l’81,9% della popolazione vive con meno di 1 dollaro al giorno. Molto meno: una famiglia povera d Addis, diciamo appartenente al 22% più basso (che però è rappresentativo del Paese fuori dalla capitale) si sfama con 20 centesimi d € a testa, non ha acqua corrente né servizi igienici[5]; ciò significa che una mia cena al ristorante la pago facciamo 60birr (meno d 4€), come il costo dell’alimentazione di 24 giorni di una persona etiope. Le buone cose? La crescita del PIL al 9.6% (ma si tratta di dati governativi, ridimensionabili al 5/6%, in piena media sub sahariana), gli investimenti diretti dall’estero, e, questo sì, il crescente numero di università (21, comprese le 8 in costruzione[6]).

Ovviamente c'è un sacco d altro, un sacco d'immondizia per la precisione: sostegni governativi nulli per le iniziative imprenditoriali dei privati; precipitazione libera della moneta locale[7]: l'inflazione sela sbrazza sul 20%, ma grano mais e sesamo --> 30 150 e 100%[8]. La prostituzione è talmente diffusa che al gradino + basso dell'offerta è possibile attirare le attenzioni di una ragazza a 5 birr. 30 centesimi d €. Aids all'8% 2° il ministro della sanità etiope[9]. E leggiti qsta: un governo ke pur d negare ufficialmente la presenza dell'epidemia di colera costringe i medici a denominarla epidemia di "acute water diarrhoea"[10].

Dai 3 ai 5 mln di malnutriti cronici[11]; una tesi interessante arriva da Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia 1998: “Nella spaventosa storia delle carestie non ce n’è mai stata una grave che abbia colpito un Paese indipendente e democratico, con una stampa relativamente libera”[12].

In Etiopia gli aiuti internazionali rappresentano 1\3 del bilancio dello Stato ed erano stati interrotti x le violenze governative (torture, pestaggi alla morte, strangolamenti, spari alla testa) con cui il 1° Ministro Meles Zenawi[13] azzittì le manifestazioni contro i brogli del 2005[14]; ripresero con l’impegno etiope a Mogadiscio. Corruzione interna, gestione del potere in mano a Zenawi e ai suoi amichetti (qdo ha proposto il cambio di alcuni ministri, questi l’hanno affettuosamente ricattato. Cosa sapevano?). Aspetta, lo riscrivo, ke anke qsto è decisivo, e tu te lo rileggi: M-E-L-E-S Z-E-N-A-W-I della stirpe di quelli che il potere politico gli rimane appiccicato come l’Unico Anello, ke gli permette d farla franca, ma ogni volta che lo USA corrompe un po’ d + il suo mondo. E ke sicuramente, mentre la fa  franca, ha dietro qcno (..) ke non compare mai, forse tale Svat, d cui però so moltopoco.

martedì 26 febbraio 2008

santo gabriele in valentino

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Il giovedì 14 febbraio era san valentino, ma io non lo sapevo: da sostenitore accanito d codesta festività al dio del consumismo, credevo ke sanvalendino fosse il 13 febbraio. Quindi ho dovuto trovare altri motivi x rendere memorabile quella giornata.

Giovedì 14 febbraio mi sveglio alle 7. Alle 7e25 ho appuntamento con Sami davanti casa, alle 7e30 col driver dell’ACS (Segretariato dell’Arcidiocesi cattolica), il quale ci avrebbe portato nella prigione di *****.

Giovedì 14 febbraio alle 7e22 apro il cancello di casa mia. A circa 5m, Sami m’attende, braccia incrociate e trai piedi un cucciolo di cane. Io non amo gli animali, mi piacciono; li ritengo un gran sbattimento, ma fanno compagnia. Lì non c’era molto da decidere: il puppy mi stava kiedendo d prenderlo con sé o di lasciarlo andare a morire. Nelle scelte istintive talvolta sono terribilmente buonista, ma le 2 alternative non si escludevano. Non lo sapevo e, forse, avrei fatto meglio a non necessitare di ulteriori motivi per dare senso al 14 febbraio. Ma in quel momento presi il cucciolo di cane e lo misi in uno scatolone, dove ci buttai anke un paio d miei pantaloni per fargli + tana.

Giovedì 14 febbraio avevo dormito male (evento eccezionale x me), non respiravo benissimo, e alle 10e36 i responsabili di un carcere etiope erano in apprensione x la mia salute. Caldissimo&freddissimo, ma soprattutto difficoltà a portare avanti frasi con almeno una subordinata senza interrompermi per rifiatare. Per tranquillizzarli ridevo, ma non li tranquillizzava affatto accorgersi ke insieme ad una sanità fisica stavo smarrendo anke una sanità mentale. Smisi di ridere, e mi diedi un po’ d contegno. Non tanto.

Giovedì 14 febbraio chiacchierai molto con Sami, ci raccontammo abbastanza; il direttore del carcere fece qke foto colla mia makkinetta, Sami me ne kiese il prezzo (azzardai 120 €, ma non appartenendomi sparai) e concluse saggiamente kei ragazzi etiopi non hanno un reale bisogno duna makkinetta fotografica. Mica come quelli italiani.


photo by ato director
Giovedì 14 febbraio il direttore del carcere c’invitò a pranzo a casa sua, e non l’aveva mai fatto. Lui abita vicino alla prigione ed è una bella casetta, con dei suoi ritratti militari da giovane molto elegante, con sfondi multicolori kitch; c’era da mangiare anche cibo occidentale e il mio malessere non gl’impedì di riempirmi nuovamente il piatto che tanto faticosamente avevo svuotato. Le regole dell’ospitalità si scontravano contro la penuria d’appetito del malato, rischiando di farmi mancare di buona creanza. Alla televisione scorrevano dei filmati sugli infortuni calcistici e scorsi Ronaldo colla maglia dell’Inter. Un binomio bruttissimo, che non fece che peggiorare la mia situazione.

Giovedì 14 febbraio il viaggio di ritorno da quel carcere fu lunghissimo e come mai ho sprezzato i lavori stradali dei cinesi decorati di buke kel nostro driver provava a skivare con differenti esiti.

Giovedì 14 febbraio si portarono molte ipotesi sull’identità del morbo ke m’affliggeva. Malaria, menopausa, tifo, tubercolosi, malattia della montagna; questo prima di andare in ospedale, dove dottori preparati (il meglio dei diplomati etiopi ha accesso alla carriera medica) si preparavano a offrirmi il meglio delle loro conoscenze e dove finalmente avrei scoperto come nella mia biografia avrei menzionato quel giorno malato.


sofferenza documentata
Alla reception del Saint Gabriel Hospital ci sono due impiegate, e dietro di loro cataste di faldoni ad anelli e un ombrellone da spiaggia chiuso. Il dottore #1 è simile ad un presbitero etiope d mia conoscenza d cui non apprezzo la nulla kiarezza: mi misura la pressione mentre parla con un’infermiera con infradito&calze, quindi mela rimisura (120) e poi estrae un attrezzo ke mi punta alla tempia.

venerdì 1 febbraio 2008

2 incontri in carcere d un'infermiera

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INCONTRO IN CARCERE DI UN’INFERMIERA (in seguito a consultazioni con chi di dovere è stato deciso che è + sicuro tacere nomi ed indicazioni precise)

Un prigioniero di 31 anni venne per essere visitato. I suoi sintomi erano nausea, notti insonni e emicrania. Di fatto questi segni indicano vari tipi di disturbi psicosomatici che sono causati da ansietà e stress. Fisicamente il prigioniero non era in buone condizioni. I suoi vestiti erano molto sporchi e appariva molto emaciato.

Gli chiesi cosa lo preoccupasse che gli causava un continuo mal di testa. Improvvisamente scoppiò in lacrime. Disse: “Perché non mi uccidi, Dio? Non posso più credere in te”. Gli chiesi perché lo dicesse. “Guardami. Guarda il mio stato. Indosso degli stracci. Non mi sento bene perché da due anni nessuno mi viene a trovare. Mettiti nei miei panni e giudica tu. Non ho soldi neanche per comprarmi un sapone e lavare il mio vestito per metterlo pulito”.

Pianse almeno per 20 minuti. L’ho ascoltato attentamente. Gli dissi che sarebbe stato davvero benvenuto se la nostra prossima visita avesse desiderato venire a raccontarci come stava. All’istante gli occhi gli brillarono di speranza. Le sue lacrime si asciugarono immediatamente.

Lo rifornii di abiti puliti e di alcune medicine essenziali. Sorprendentemente, alla nostra visita successiva, lui corse da noi per ringraziarci. Mi disse: “Con la tua presenza hai allungato la mia vita di un pollice. Ho riguadagnato la mia dignità. Non sono più solo”.

N.B. Ci sono molti carcerati che condividono la stessa storia. In uno di questi carceri su 630 prigionieri ce ne sono più di 106 che, per molte ragioni, non ricevono visite.

N.M.B. Nessun detenuto –nessuno- ha mai chiesto a me o alle infermiere volontarie un soldo. Sono ben consapevoli della qualità del loro bisogno.

interno d un carcere

STORIA RACCONTATALE IL 24 GENNAIO 2008

Un ragazzo di 15 anni, imprigionato insieme a molti altri più vecchi di lui, venne per un consulto medico. I suoi occhi erano rosso fuoco. Lui si lamentava per la sua salute; disse che si sentiva stordito e che aveva la nausea. Era molto giovane per dei problemi del genere e anche per essere tenuto in carcere. La sua situazione era struggente. Mi disse che era stato condannato all’ergastolo. Confidandomi ciò gli occhi gli si fecero rossastri. Dei suoi parenti avevano testimoniato falsamente contro di lui per l’omicidio di una donna. Mi disse che non la conosceva e che lui non si trovava sul luogo dell’omicidio quando era avvenuto il crimine.

Si sentiva male dicendo che era affamato e allo stesso tempo impotente perché si trovava in prigione mentre quelli che avevano commesso l’omicidio erano fuori.

Visita dopo visita ho conosciuto spesso le lacrime dei prigionieri. Lui era emotivo, piangeva profondamente. Cercavo di comportarmi come mi sembrava meglio, con medicine, parole, ascolto.

N.B. Le false testimonianze sono retribuite profumatamente. È la storia di molti di questi detenuti: secondo il direttore di uno dei carceri di Addis, quasi più del 75% di loro sono imprigionati per false accuse. Un efficace meccanismo di corruzione a discapito dei poveri.

Ci sono dati che dimostrano come la maggioranza dei giudici non sia qualificata per esercitare la professione legale. Questo comporta che l’ignoranza e la negligenza dilagano come mai nella storia dell’Etiopia.

N.M.B. In Etiopia non esistono carceri minorili.

N.D.M.B. A causa dell’instabilità della nostra situazione politica, noi rimaniamo zitti (che vita!).

ragazzo al lavoro

AN ENCOUNTER BY A NURSE
A 31 years old male prisoner at one of the prisons came seeking medical attention. His complaints were nausea, sleepless nights and headache. Actually these signs indicate many sorts of psychosomatic illness which are caused by anxiety and stress. This prisoner’s physical appearance was not in good condition. His clothes were very dirty and looked very emaciated.
I asked Him what was bothering him that caused him a continuous headache. Suddenly he burst in to tears. He said “God why do not you kill me? I cannot put my trust in you any more”. I asked why he said. “Look at me and the state of my life. I put on rugged clothes. I do not feel good because I had no visitor for almost two years. Put yourself in my shoes and judge it for yourself. I have no money even to buy soap and wash my clothes and change clean one”.
He wept almost for 20 minutes. I listened to him attentively. I affirmed to him that he was most welcome to come to us and share his feelings at our visiting time. Instantly, his eyes lit up with hope. His tears dried immediately.
I supplied him with cleaning materials and some essential medicines. Surprisingly, on our next visit, he run to us to express his gratitude. He said to me, “You have lengthened my life an inch because of your presence. I have regained my dignity. I am no more alone”.
N.B. There are many prisoners who have got the same story. In a prison out of 630 prisoners there are over 106 prisoners who have no visitors due to many reasons.

STORY TOLD ON 24 JANUARY, 2008
A 15 year old boy who has put into prison with many others very older than him came to seek medical case. His eyes were red like a fire flame. He complained about his health. He said that he was feeling dizzy and having nausea. He was so young for such health problems and to be kept in the prison. His was heart breaking. He told me that he was sentenced for life long. Those eyes of his have turned turbulent when he expressed. It was witnessed falsely against him by his own relatives for murdering a lady. He said he never knew her and that he was not there on the spot during the crime.
He was extremely hurt saying he felt hungry and helpless at the same time because he was in prison and those who have committed the murder were outside the prison.
Visits after visits, I encountered prisoners expressed their emotions with tears. He was also emotional, wept bitterly. I took measures accordingly.

N.B. False witnesses are performed after gaining some amount of money. This is a story of many of these prisoners; almost over 75% of the prisoners are imprisoned falsely. It indicates that these are routine corruption against the poor.
There was an information that most of the judges were not qualified for such a profession. It implies also that ignorance and negligence erupted greater than ever in the history of Ethiopia.
N.M.B. There is no such prison for young prisoners.
N.D.M.B. Due to the instability of our political condition, we keep silent (what a life!).