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martedì 29 novembre 2016

#Ni Una Menos# Le donne del Nicaragua scendono in piazza contro il femminicidio!

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"Un gobierno que no castiga la violencia contra las Mujeres...Es cómplice de los delitos", "No son arrebatos, son asesinados" questi alcuni dei cori gridati dalle donne, dalle/dai trans, dalle lesbiche. dai gay e dagli uomini scesi in piazza il 25 di Novembre a Managua, in occasione della giornata internazionale del No alla violenza contro le donne. In Nicaragua nel 2016 sono state registrate dagli osservatori delle donne 50 casi di femminicidio che per la statische della polizia nazionale sono invece solo 8, dato che è indice di un altissimo livello di impunità.
La data del 25 Novembre fu stabilita nel 1881, quando a Bogotà si tenne il primo incontro femminista LatinoAmericano e fu scelta in memoria delle tre sorelle Mirabal, assassinate quello stesso giorno del 1960 a causa della loro strenua lotta contro la dittatura di Trujillo nella Repubblica Domenicana.
 La violenza di genere e la sua espressione più tragica, il femminicidio, non sono e non devono essere intese come una mera questione domestica, privata.
Per questa ragione le femministe nicaraguensi in vista del 25 Novembre hanno scritto un comunicato dal titolo " per un posizionamento femminista difronte alla situazione nazionale", che va ben oltre la denuncia della violenza privata e allarga lo sguardo, da tematiche prettamente di genere, a problematiche economiche, politiche e sociali più ampie che non sono e non devono essere sconnesse dalle prime.
 Le questioni chiave sono la penalizzazione dell'aborto terapeutico e lo smantellamento della "Ley 779", legge integrale contro la violenza di genere, misure che colpiscono maggiormante le donne povere, le indigene, le afrodiscendenti, le contadine, le donne con handicap, le sex workers, le migranti, le lesbiche e le trans. Poi, a partire da qui, il ragionamento si amplia arrivando a comprendere nell'analisi molte altre tematiche come l'alto tasso di disoccupazione, di lavoro precario e informale; la tendenza del governo a privilegiare l'investimento di grandi capitali, a scapito dello sfruttamento della mano d'opera; la corruzione e il rafforzamento di una logica autoritaria; la farsa elettorale; la tendenza ad un riarmo e ad una militarizzazione, in un Paese dove ancora sono aperte le ferite della guerra degli anni 70/80 e il ricordo di una lunga dittatura.
Il movimento femminista nicaraguense così, oggi come per i trent'anni passati, prende parola, schierandosi contro ogni forma di dominio e autoritarismo, a partire da quello dell'uomo sulla donna, in un Paese, come il Nicaragua, dove un machismo esasperato è dominante in tutte le sfere della societá.
Il 25 e il 26 Novembre sono scese in piazza le donne di molte città dell'America Latina al grido di "Ni una menos", richiamandosi al movimento iniziato in Argentina tempo fa contro il femminicidio.
 Ispirate dalle donne latinoamericane anche in Italia una piattaforma ampia ed eterogenea ha costruito una grande manifestazione per questa data.
Da Roma a Managua un'unica lotta, per la libertà e l'autodeterminazione della donna contro ogni forma di patriarcato...e soprattutto perchè: "ni una màs, ni una màs, ni una asesinadas màs."



https://lamericalatina.net/2016/11/25/niunamenos-dal-nicaragua-lallarme-contro-il-governo-reazionario-della-dinastia-ortega/



mercoledì 27 agosto 2014

Il profumo di una terra da scoprire...Bolivia!

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La prima cosa con cui mi sono scontrata atterrando in Bolivia è stato l’odore.

Un odore forte, pungente, un po’ dolciastro e sicuramente a primo impatto fastidioso.
E’ stato così che mi sono effettivamente resa conto di essere stata catapultata dall’altra parte del mondo, in un posto effettivamente diverso dalla mia quotidianità. Un posto ricco di diversità in cui io ho deciso di impegnarmi “non per riordinare il mondo, non per rifarlo su misura, ma per amarlo. Per amare anche quello che non possiamo accettare, anche quello che non è amabile”.
E così ogni mattina quando la sveglia delle 6.15 suonava mi alzavo, pronta per scoprire quello che la giornata mi avrebbe regalato.

In Bolivia siamo riusciti a godere delle meraviglie della natura ritrovandoci in posti estremamente interessanti, tutti da scoprire.

Il candido salar della comunità di Vacas,
                                              
                                   

il forte Inca che con i suoi 4000 metri di altitudine mi ha letteralmente tolto il fiato,


l’afa della foresta amazzonica, resa più leggera dalle risate dei bambini nel Rio del Chapare,
                                      
                             
 
la città di Cochabamba con le vedute mozzafiato, l’esplosione di colori della cancha e dei suoi abitanti.

                                      
                                 
Ma tutto questo non sarebbe stato niente se non fosse per le persone che ci hanno aiutato a capire un po’ di più questo paese pieno di paradossi. Le tante “Hermane” e i Padri che abbiamo avuto la fortuna di incontrare mi hanno aperto gli occhi sul cosa vuol dire donare veramente la vita per gli altri, per i più piccoli e i bisognosi. Mi hanno fatto capire che pur essendo consci di non cambiare il mondo e le dinamiche che lo governano, sanno che il loro lavoro è indispensabile e la loro perseveranza è davvero ammirevole. Venendo qui mi sono resa conto che per aiutare gli altri bisogna essere consapevoli che quello che si fa lo si fa prima di tutto per se stessi, perché è così che si riesce a dare di più. Ma fare cosa?
Mi sono ritrovata di fronte i lavori più diversi: aiutare i bambini e giocarci insieme, fare il pane, aiutare in cucina, stendere i panni, zappare la terra, dipingere una casa e persino abbattere un muretto di pietre che pesavano quanto me per costruire una cappella!

                                        
                                                                                                                                                                                                                 

La gratitudine mescolata ai pensieri più diversi era dipinta sui volti delle persone che ho aiutato, o forse che ho creduto di aiutare e ciò mi ha sempre riempito di gioia: l’espressione divertita dei campesinos che mi guardavano lanciare pietre…a due centimetri dai miei piedi, il sorriso di Fernando nel vedere che le pagnotte che impastavo più che cerchi sembravano macchie di colore!
Gli occhi più espressivi sicuramente li ho trovati nei bambini: quando mi prendevano in giro perché con il mio spagnolo risicato cercavo di fargli capire quale fosse la differenza tra + e x, quando tutti concentrati mi fissavano mentre cantavo “girogirotondo”, quando ridevano per il solletico o quando scappavano arrabbiati perché erano stati “pescati”, orgogliosi nel mostrarmi i loro orti o il dormitorio pulito, curiosi, pieni di forze e sempre pronti ad aiutarsi.





Questo viaggio è stato un riscoprire la felicità ogni giorno sempre di più; di sorriso in sorriso, di gracias in gracias, di stretta di mano in abbraccio, l’odore che mi ha accolto è penetrato dentro di me, impregnando i vestiti e soprattutto il mio corazon e sono sicura che mille docce non riusciranno a cancellarlo anche da lì.



Grazie BOLIVIA!

Paola

domenica 13 ottobre 2013

isole.

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Lampedusa è un'isola in mezzo al Mar Mediterraneo.

Haiti è un pezzo di isola in mezzo al Mar dei Caraibi.

Lampedusa è la destinazione di centinaia di migranti che dall'Africa cercano di entrare in Europa.

Haiti è la partenza di centinaia di Migranti che dall'America cercano di entrare in America.

Il Mar Mediterraneo è la tomba di migliaia di migranti.

Il Mar dei Caraibi è infestato dagli squali, quindi più che tomba è un banchetto.

Un detto siciliano dice: A megghiu parola è chidda ca nun si dici. 

Un detto haitiano dice: "Pito mouri anba nan reken pase mouri grangou", meglio essere mangiati dagli squali che morire di fame.

In Italia c'è ancora la legge Bossi-Fini.

Da Haiti moltissimi scappano nella vicina Repubblica Dominicana dove ci sono leggi severissime per gli immigrati, specialmente se haitiani. 

A Lampedusa c'è il CIE.

In Repubblica Dominicana ti discriminano e ti riempiono di botte appena possono se sei haitiano.

L'Italia è un Paese "unito" dal 1861.

L'America è stata "scoperta" oggi di 521 anni fa e Cristoforo Colombo è sbarcato ad Haiti. 

L'immigrazione clandestina è nata quel 12 ottobre 1492.

Oggi combattiamo l'immigrazione clandestina.

Conosco italiani che sono emigrati in America per cercare lavoro.

Conosco un haitiano che è andato da Haiti alle Bahamas su un barcone senza motore. per cercare lavoro.

Conosco storie di migranti.


Conosco migranti. 

Sono migrante.

sabato 7 settembre 2013

Bolivia: ci presentiamo...la coordinatrice!

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Piera G., anni non pervenuti, non si capisce come abbia fatto a coordinare 8 persone per un mese quando fa fatica a coordinare se stessa.
Vera Boliviana D.O.C. (tutte le certificazioni sono a posto, assicura l'armadillo!) è infatti riuscita a mangiare una saltena senza sporcare il piattino.
Si ricorda un memorabile volo con atterraggio sullo zaino all'aeroporto di Madrid, una targa davanti al gate n.7 commemora l'evento per le generazioni a venire.
C'è chi sussurra ai cavalli, lei...balla con le scimmie, per distrarle quando queste infuriate si scagliano contro i poveri cantieristi.
Ha provato in tutti i modi ad attentare alla nostra salute facendoci mangiare le peggio porcherie, per fortuna ci ha riportati a casa tutti.

Ma in fondo...quando ne avevamo bisogno ci ha sventagliato per due ore su un viaggio della speranza, ci ha ascoltato quando alle 5 di mattina volevamo parlare dei campesinos, ci ha portato su altalene alte 20 metri, ci ha sopportato quando ci lamentavamo della scalinata inca a 4000 m (in realtà non aveva fiato per proferire parola...), quindi...
Ti vogliamo bene pie! Grazie :)



Piera Piera Piera ci teneva le formazioni
Piera Piera Piera che cadeva a ruzzoloni
Piera Piera Piera che rompeva un po' i ...
Piera Piera Piera ci imponeva le riflessioni
Ma la notte la festa è finita, evviva la vita, comincia un mondo, un mondo diverso ma fatto di sesso un Boliviano avrà!

Copyright coro-da-stadio gruppo bolivia 2013 :)

Camilla, Anna, Lorenzo, Marco, Chiara, Luca, Chiara, Vittoria

Bolivia 2013: Visita al carcere San Antonio

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Siamo a Cochabamba da neanche 48 ore quando per cinque di noi avviene il primo incontro con una realtà diversa e tipicamente boliviana: il carcere San Antonio.
La visita è prevista per domenica, ore 9. Sabato pomeriggio, durante la prima esplorazione della cancha (l’immenso e labirintico mercato coperto di Cochabamba), ci fermiamo a comprare enormi pacchi di pasta e confezioni formato famiglia di biscotti e caramelle per i bambini. 
Alt. Un attimo.
Bambini? In Carcere?!
Ebbene sì, in Bolivia tutta la famiglia entra in carcere. Mogli e figli, di qualunque età, seguono l’uomo di casa e restano a vivere in prigione con lui per tutta la durata della pena,  possono uscire per andare a scuola e svolgere le commissioni quotidiane ma scontano sostanzialmente una pena uguale a quella del padre-marito-carcerato. 
La cosa mi lascia non poco sorpresa, per non dire sconvolta. 
Cresce l’attesa per la visita.
Domenica mattina ci avviamo finalmente verso il carcere con David, volontario veronese che vive con noi alla Casa del Volontario, e Nicola, missionario laico ex bergamasco, ormai cochabambino. Fuori dal carcere ci recupera l’hermana Maria de Los Angeles, uragano di donna che si occupa dei carcerati e delle loro esigenze, spirituali e non.
Dividono ragazze e ragazzi per una perquisizione personale: niente telefoni, niente macchine fotografiche, niente di niente a parte le fotocopie dei nostri passaporti.
Perquisiti e timbrati, entriamo. 
All’inizio la sensazione è un po’ quella di essere un pesce in una boccia di vetro, migliaia di occhi ti scrutano, incuriositi dal tuo essere bianco ed occidentale. Se poi sei una ragazza, gli sguardi intensi aumentano e ti mettono anche un po' in imbarazzo.
Assistiamo tutti insieme alla messa nel cortile del carcere e al termine passiamo alla distribuzione di caramelle e biscotti, con i quali ci “compriamo” la simpatia dei bambini che, abbandonata ogni remora, si avvicinano sorridenti. 
Il delegato, cioè il rappresentante dei detenuti, si offre per una visita guidata. Visitiamo, in rapida successione: le cucine, sudice e maltenute, la sala comune, dove un centinaio di persone guardano rapite il magico strumento, cioè la televisione, i bagni, per i quali vi risparmio ogni descrizione. 
Qui ogni cosa è un piccolo mondo a sé: c’è calle del commercio, dove la sera è meglio non passare perchè si spaccia droga, il cortile del carcere dove ogni giorno si svolgono le varie attività lavorative che permettono ai carcerati di mantenersi, le celle. Queste ultime mi hanno particolarmente stupito: dei minuscoli loculi di compensato costruiti uno sopra l’altro in ordine sparso dove tutta la famiglia vive, cucina, dorme e fa i compiti. 
La nostra guida ci spiega che in Bolivia la giustizia, se così la si può chiamare, ha un funzionamento tutto suo: intanto ti portano in carcere, poi se e quando capiterà l’occasione verrai giudicato. Ci sono persone che sono in carcere da anni in attesa di processo per aver rubato un telefonino, altre che devono pagare i poliziotti per poter uscire e assistere alle udienze. Quando entri in carcere devi mantenerti, lo stato ti passa una minima diaria ma il resto è a tuo carico, per questo i detenuti lavorano e portano in carcere mogli e figli, non avrebbero altro modo di mantenerli all’esterno.
San Antonio è stato costruito per ospitare 150 persone, attualmente sono 600. 
Chiamiamolo sovraffollamento...
Caritas, con i suoi volontari, si occupa delle esigenze di tutte queste persone: promuove gli incontri con i componenti della famiglia che non sono entrati in carcere, in modo che i legami non si spezzino e sia più facile ricostruirsi una vita una volta fuori; quando è possibile cerca di offrire un minimo di assistenza legale; compra medicinali e va a fare la spesa (a David è toccato peregrinare un giorno per tutti i macelli di Cocha per cercare due teste di mucca...) per organizzare estemporanee feste; recupera i materiali necessari alla falegnameria e agli artigiani-detenuti, i cui prodotti saranno poi venduti grazie sempre all'aiuto di Caritas.
Ci sono tante cose da fare e, anche se l'entusiasmo non manca, ogni tanto è difficile star dietro a tutto. 
Vsita terminata, il delegato ci congeda, usciamo ammutoliti e sconcertati.
Una boccata d'aria, non dimenticheremo molto presto quello che abbiamo visto.

Camilla

martedì 27 agosto 2013

NICARAGUA- El Güis, tan diferentes como vos

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Un’isola felice e’ un luogo in cui il disabile non e’ il sordo, ma sei tu, ben udente,  che non conosci il linguaggio dei segni

Un’isola felice e’ un luogo in cui il disabile non e’ il ragazzo in sedia a rotelle, ma sei tu che pensi non possa ballare

Un’isola felice e’ un luogo in cui il disabile non e’ il ragazzo che non sa dove andare, ma sei tu che non sai dove vuole andare

Un’isola felice e’ un luogo in cui il disabile non e’ il ragazzo che devi far felice, ma sei tu che non ti sei ancora  accorta che e’ lui a far felice te

Beh, questa isola felice non e’ Utopia, esiste davvero, si chiama El Güis!




El Güis e’ un centro di attenzione specifica in Nueva Vida, un punto di riferimento per le tante persone che lo frequentano quali bambini, ragazzi, famiglie e giovani adulti.


Le attivita’ dedicate a persone affette da disturbi psicomotori comprendono la fisioterapia per i piccolissimi e sostegno alle loro mamme; uno spazio dedicato all’esplorazione dei 5 sensi con i ragazzi piu’ gravi; un laboratorio di tecniche artigianali e uno di psicomotricita’ per giovani adulti. Inoltre svolge il ruolo di centro scolastico per bambini e ragazzi sordo-muti o con déficit cognitivi, che altrimenti non avrebbero la possibilita’ di mettere a frutto le loro potenzialita’ in una scuola Nica, dato che qui le classi sono sempre molto numerose (fino a 50 alunni cada insegnante!!!!!).


Provate ad immaginare la difficolta’ di essere disabile in Italia. Ok, ora provate a pensarlo in luogo in cui le strade sono sterrate e parte integrante della fognatura, i marciapiedi sono in mezzo alle piante, i pulman sfrecciano per la calle… Capite bene che e’ impossibile muoversi con una sedia a rotelle! Inoltre l’importante poverta’ costringe le madri (spesso sole) a lavorare tutto il giorno, costringendo il figlio disabile in casa o addirittura al letto, con conseguenze inimmaginabili per la sua salute.  El Güis e’ l’alternativa, l’unica alternativa qui a Nueva Vida, nonostante  accolga anche persone di Ciudad Sandino e Managua, che possono raggiungere il centro grazie al servizio del recorrido, una navetta che accompagna i ragazzi negli spostamenti da casa al centro. 


Per noi  tre e’ stata una grande sorpresa! Abbiamo potuto immergerci nel mondo della disabilta’ e sperimentare come si possa affrontare con allegria e naturalezza anche in un contesto cosi’ difficile.

E noi…

Io, futura fisioterapista, ho avuto la fortuna di affiancare e poi sostituire Elda, la mitica fisio, che qualche giorno fa ha dato alla luce il suo secondo bambino.

Giulia

Noi ci siamo dedicate alla raccolta di dati sullo stato di nutrizione e crescita dei ragazzi del centro e inoltre abbiamo potuto affiancare i profe in alcune attivita nelle diverse classi.
Eleonora e Laura

Ci sarebbe un mondo da raccontare e questo e’ solo un piccolissimo assaggio! A presto!

lunedì 26 agosto 2013

una ciambella e tornare a casa

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Se è vero che l'anima arriva camminando, la mia si fermerà qui ancora un po', dopo il primo di settembre...

Questo pensavo, di ritorno da un'estenuante giornata a Nueva Vida. Accantono per un momento il Cantiere, i progetti, i problemi del lavoro, Nueva Vida, il senso di impotenza, l'abbiocco sulla 'trece' e cerco di regalarmi un momento per concentrarmi su di me, su come sto in questo momento così confuso, ma anche così importante... 9 giorni al rientro...
In quella, l'autobus si ferma e salgono nell'ordine: una bambina bionda, di 4 anni circa, tenuta per il braccio da una ragazza bellissima, che ipotizzo avere intorno ai 16 anni e una signora sulla sessantina, bella 'hermosa' come le donne di qui, rossetto rosso brillante, il grembiule tipico delle venditrici e in testa un enorme vassoio di plastica. Le prime due si siedono nel sedile davanti a me. La signora abbassa il vassoio, si siede accanto a me e lo appoggia sulle ginocchia, invadendo lo stretto corridoio dell'autobus. Mi guarda, sorride, le restituisco il sorriso. Nel vassoio, coperte da un cellophane, delle belle file di 'donuts' (pronuncia nica, dona), le ciambelle fritte ricoperte di zucchero. Quelle di Homer Simpson, per capirci. Una botta di burro e zucchero da resuscitare un morto, anche se queste non sono ricoperte di cioccolato o glassa colorata, come spesso capita.
Le osservo un attimo parlare tra loro, poi il sedile della ragazza si libera e fa cenno alla signora di spostarsi lì, accanto a lei. La signora però ormai si è sistemata, trovando un incastro (e io con lei) negli stretti sedili del bus, pensati più per dei nani anoressici che per i corpulenti nica o il mio metro e rotti di gambe...
Così le dice di far sedere la bambina e che lei sta bene lì, a fianco a me. 'Vero?'. Certo, le rispondo, ci si accomoda sempre.
Iniziano quindi le domande di rito, cosa faccio in nica, dove lavoro, da quanto sono qui.
Poi la fatidica domanda, 'sei sposata?'. Quando le dico di no mi aspetto la solita faccia perplessa, e invece stavolta la risposta mi sorprende, da una donna nica di quell'età. 'Brava, c'è tempo. Lo dico sempre alle mie figlie, di studiare e non pensare a sposarsi, che poi arrivano i figli ed è troppo tardi'.
Allora comincio io con le domande, quanti figli ha, quanti nipoti. Scopro che la ragazza è l'ultima dei suoi 6 figli, che di anni ne ha 12 (alla faccia dello sviluppo precoce) e la bimba è sua nipote, di un'altra figlia che lavora, perciò loro due la curano. Ora va a vendere le ciambelle a Managua e se la porta dietro, perché si sa, se non ci pensano le donne a mandare avanti la casa...
La signora già mi piace, oltrettutto le ciambelle sono calde e hanno un profumo meraviglioso. Sicuro che ne comprerò una, prima di scendere.
Mi chiede dell'Italia, se è bello, se siamo poveri, se c'è lavoro, quanto costa il biglietto dell'aereo e se ci si può arrivare in bus. Le spiego di no e si corregge, un po' imbarazzata. Certo, è vero, c'è il canale di Panama... Allora le propongo di andare insieme a vendere ciambelle in Italia. Si mette a ridere, dice che prima dovrà venderne tante per mettere insieme i soldi del biglietto!
Poi mi chiede quanto mi fermo ancora in Nicaragua... 'La sua famiglia dev'essere contenta che torna presto'. Sì, e anche io, tanto. Ma è anche difficile, dopo un anno e mezzo. 'Doveva sposarsi un nica, così restava qui!'. Rido, e lei con me.
A questo punto mi chiede come mi chiamo e la mia risposta la lascia a bocca aperta. Io non capisco e da davanti la ragazza esclama 'mamma, si chiama come te!'. Le coincidenze della vita...(?)
E così siamo quasi alla mia fermata, le compro una ciambella a 7 C$ (meno di 25 centesimi di €). Sceglie la più grande, piena di zucchero, sfila un sacchetto di plastica dal grembiule, un nodo e me la passa. Poi il classico balletto per farmi uscire dal posto senza doversi alzare né far cadere il vassoio.

Ci salutiamo, mi benedice e mi augura 'che mi vada bene', alla nica.
È stato un piacere, doña Hélena, e grazie della ciambella.

È quello che mi ci vuole, prima di tornare a casa...

domenica 23 giugno 2013

Nicaragua come Turchia?

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Dopo OccupyGezi, OcupaINSS

cronaca da Managua


Tutto comincia lunedì, quando alcune decine di anziani iniziano una protesta pacifica davanti all'INSS, equivalente nica del nostro istituto per la previdenza sociale, per richiedere al goveno l'istituzione della pensione minima di anzianità.

Pensione minima ADESSO! oggi noi, domani voi
La protesta cresce nei tre giorni successivi, gli anziani diventano alcune centinaia occupando l'istituto pubblico.

Il governo riconosce la legittimità della richiesta che ormai da anni porta avanti l'UNAM, Unidad Nacional del Adulto Mayor, ma spiega che le condizioni economiche in cui versa l'istituto di previdenza sociale non permettono di affrontare tale spesa.
Attraverso le fonti di comunicazione istituzionali afferma inoltre che la protesta degli anziani è manipolata dalla destra all'opposizione e chiude il dialogo con i manifestanti.

Fin da subito, gli anziani denunciano aggressioni fisiche da parte degli addetti alla sicurezza dell'istituto e in seguito da parte della stessa polizia nazionale.

Vengono bloccate le strade d'accesso alla zona, impedito l'avvicinamento ai mezzi di comunicazione, tagliata l'acqua potabile all'edificio.

Attraverso facebook e twitter si mobilitano altre fasce della popolazione, soprattutto giovani, in appoggio alla rivendicazione degli anziani e soprattutto contro le violenze della polizia, nasce OCUPA INSS.

Diversi studenti si organizzano per portare assistenza medica e medicinali agli anziani in protesta e ci si mobilita per la raccolta di viveri, acqua, materassi ma il cordone della polizia impedisce l'approvigionamento dei manifestanti.
La tensione aumenta così come gli scontri tra polizia e manifestanti, con alcuni feriti e arresti.


 
poliziotto sono tuo padre, non mi picchiare

Giovedì mattina un gruppo di manifestanti e alcuni rappresentanti del Cenidh (Centro nicaraguense per i diritti umani) riescono a superare il blocco e si ritorna ad un relativo stato di calma. I manifestanti annunciano comunque che la protesta, totalmente apartitica, seguirà ad oltranza. Ci si organizza per la presenza continuativa anche notturna e c'è anche il sostegno di diversi artisti che venerdì sera improvvisano un concerto in appoggio alla manifestazione, ormai diventata una protesta sociale contro le violenze della polizia e la tacita repressione del governo.

I fatti più gravi si verificano nella notte tra venerdì e sabato. I manifestanti che passavano la notte presso l'INSS denunciano alle 4 del mattino l'attacco di un gruppo di circa 200 di persone, con i volti coperti e le magliette della Gioventù Sandinista, sezione giovanile del partito di governo. Gli assaltatori, trasportati da quattro camion del Comune di Managua, e appoggiati dalla polizia intimano ai manifestanti di buttarsi a terra, allontanano i manifestanti giovani e anziani con la forza, malmenandoli e minacciandoli, derubandoli di tutto, dai telefoni cellulari, alle scarpe, ai pantaloni, distruggendo l'accampamento, il punto medico allestito e le auto nei dintorni. La gente si disperde o si nasconde nei dintorni

Nella giornata di oggi, sabato, la notizia dell'accaduto si diffonde pian piano attraverso la rete e i social network, con le testimonianze e le denunce dei presenti, poche foto e video dell'accaduto, molta rabbia. Diversi anziani rimangono presidiando l'INSS , durante la giornata non si ripetono incidenti, ma la zona rimane controllata dalla polizia e dai sostenitori del governo.

Per chi come me è spettatore di tutto questo la giornata passa alla ricerca di notizie certe e non strumentalizzate tra gli amici e su internet. La rete chiama alla mobilitazione, ci si raduna alla Cattedrale vista l'impossibilità di arrivare all'INSS. Anche la Chiesa Cattolica appoggia la protesta, visitando i manifestanti e afferma che si è vissuto un episodio di terrorismo di stato. La notizia si diffonde anche fuori dal Paese: EL PAIS; BBC;

Poco fa la UNAM ha sospeso la protesta per la notte per evitare altri incidenti, annunciando che si proseguirà domattina. Mosignor Silvio Báez, vescovo ausiliario di Managua, ha aperto le porte della Cattedrale ai manifestanti per evitare incidenti nella piazza. È stata anche sospesa la messa delle 8:00 invitando tutti a partecipare a quella delle 11:00, in appoggio ai manifestanti.

E domani, vedremo.
Buonanotte Italia.

giovedì 6 giugno 2013

A 3 anni dal terremoto, 2 mesi dopo la consegna delle case agli sfollati, 1 persona ricomincia a vivere

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A 2 mesi dalla consegna chiavi delle ultime abitazioni costruite per gli sfollati del terremoto giunti nella regione haitiana del Nord-Ovest, siamo andati a trovare Madame Carouliot nella sua nuova casa e le abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza del terremoto: di seguito un breve sunto delle sue parole.
 
Madame Carouliot mentre riempie uno dei contenitori con
l'acqua con cui verrà fatto il calcestruzzo per la sua casa

Il 12 gennaio 2010, sono rientrata a casa ed ero con mia figlia quando tutto è cominciato a caderci addosso: dopo la scossa le ho detto di inginocchiarsi con me per chiedere perdono a Dio per ciò che avevamo fatto e che aveva causato la punizione che ci aveva inviato. Poi però mi sono accorta che tutti erano nella nostra stessa situazione e che era accaduto qualcosa di diverso, di generalizzato.

Moltissimi americani ci hanno aiutato in quei giorni: io avevo una gamba dolorante a causa dei colpi presi da ciò che mi era caduto addosso nella mia casa prima di riuscire ad uscire. Una ragazza straniera si è presa cura di me trasportandomi all’ospedale e trovandomi un tavolo su cui sdraiarmi visto che non c’erano letti liberi disponibili. Ha anche pagato le cure di cui necessitavo visto che non essendo grave avrei dovuto farvi fronte di persona. In ogni caso la gamba mi fa male tuttora.

Sono tornata nel mio paese natale dove mio nipote mi ha permesso di abitare nella vecchia casetta di sua madre (un edificio in pietra piuttosto fatiscente) ed ora cerco di mantenermi coltivando di persona la terra intorno alla casa che mi è stata donata od allevando pochi capretti o galline che poi rivendo.

martedì 23 aprile 2013

Storie e parole del terremoto

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Il 19 aprile 2013, con la consegna delle chiavi delle case, si è concluso il progetto di costruzione delle abitazioni per gli sfollati del terremoto del 2010. Ecco 2 storie di quella tragedia!
 
 
Una delle case costruite

Wilner davanti alla porta della sua nuova casa
Beauchamp Wilner, sfollato nella cittadina natale di Môle St. Nicola a più di 200 km dalla capitale: “La sera, quando ripenso a quello che è successo mi accorgo di aver dimenticato dei pezzi. Ricordo […] che l’edificio ha cominciato ad oscillare e che mia sorella mi ha detto: “questa è la casa che sta crollando!” Quando ho cominciato a correre per uscire, la porta (aperta per beneficiare dell’effetto del fumo) si è chiusa e dopo la chiusura c’è stata un’altra oscillazione: correvo perché non avevo mai sentito un rumore così. Siamo usciti e mi sono accorto di avere le gambe molli. […] Il problema che avevo era che la casa era crollata completamente ed avevo perso tutto. Avevo studiato a Port-au-Prince, avevo deciso di restarci e vi avevo lavorato: facevo il meccanico e sollevavo cose pesantissime, poi avevo sostenuto una prova (d’esame), ero diventato operatore (meccanico) e poi è passato il terremoto. Sono tornato a Môle ma sfortunatamente qui non c’è possibilità di fare il mio lavoro. Questo che abbiamo concluso è un bel progetto, dico grazie a Caritas e non riesco ancora a credere che adesso ho una casa.”
 
Jacques durante la consegna delle chiavi
Jacques Illiener, è l’ingegnere della Caritas diocesana di Port-de-Paix (con cui Caritas Ambrosiana collabora) che ha diretto e supervisionato tutti i cantieri. Lui stesso è uno sfollato che ha cercato riparo dopo il terremoto nella principale città della regione del Nord-Ovest a 220 km da Port-au-Prince: qui ha trovato lavoro presso la Caritas locale reinventandosi una vita e diventando il responsabile diocesano unico del settore “costruzioni”e di quello “rischi e disastri” che cerca di dare risposte e di fare prevenzione, con i pochi mezzi a disposizione, proprio in merito a quelle catastrofi che hanno segnato così profondamente la sua stessa vita. Il 12 gennaio 2010, si trovava in capitale: il terremoto lo ha sepolto sotto la sua abitazione dalla quale è stato estratto vivo dopo più di un giorno di attesa, speranze e chissà quali pensieri.

Speranza da questo lato del mondo

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ovvero, un mucchio di sensazioni da ritorno. Ma soprattutto una.

Tornare dall'altro lato del mondo ti dà la sensazione di essere tornata da una vacanza, un vacanza a casa tua.
La sensazione di ritrovare qualcosa che non ti appartiene e non ti apparterà mai al 100%, ma che ormai è un pezzo di te. E tu sei un pezzo di lei.
La sensazione di eterno caldo, innaturale per una cresciuta nell'estremo nord italico; un caldo opprimente, ma familiare. Familiare come i gusti, gli odori, i colori. Familiare come una città, una 'pericolosa capitale del centroamerica', idea che ti fa sorridere come si sorride quando si sente parlare di qualcosa che tu conosci e gli altri no. Familiare come una casa e tutti i suoi ben noti problemi (primi topi compresi...). Familiare come i vicini, gli amici 'di qui', le persone che rincontri e ti dicono 'bentornata'.

Tornare dall'altro lato del mondo e sentirti chiedere come va nel tuo ti conferma poi un'altra sensazione, già intuita e masticata prima e adesso pienamente confermata. Quella di riuscire ancora a vedere la 'luce alla fine del tunnel'. Sì, nonostante tutti gli enormi problemi, qui si pensa ad un domani, si progetta il futuro, si lavora per costruire qualcosa. Si immagina qualcosa di nuovo e diverso, con la sensazione che abbia senso farlo. Che davvero sia possibile. Non facile, ma possibile.

Questo spirito si respira invece troppo poco nel tuo lato del mondo. Quella luce lì è spenta o coperta da qualcosa che ti viene da chiamare, come farebbero qui, desesperanza. Che non è proprio disperazione, ma più assenza di speranza, sconforto. Quella sorta di vaga depressione diffusa che ti si è inevitabilmente un po' appiccicata addosso, nella 'vacanza a casa' degli ultimi due mesi. Perché è dovunque, nella maledetta televisione, nelle conversazioni con gli amici che non trovano lavoro o che cercano di sopravvivere accontentandosi, perché è tutto quello che ti viene offerto, nella crisi di sistemi economici e politici miopi e vecchi.

Poi tutto questo te lo conferma anche un amico di quel lato del mondo che è venuto in questo, solo un po' più a sud, a cercare un lavoro. E l'ha trovato. E ti dice che respira la stessa cosa: possibilità di sperimentare, apertura al nuovo. È come se ti sollevassero di dosso un peso.
Ti sembra allora di capire cosa si respirava anche nel tuo lato del mondo solo qualche decina d'anni fa, quello spirito che tua nonna ti trasmette quando racconta l'Italia nel dopoguerra. Ecco, quello. Siamo messi male, ma miglioreremo, guardiamo avanti.
Il tuo lato del mondo, che oggi sulla carta è sicuramente messo meno male, continua invece a guardarsi l'ombelico e perciò non vede vie d'uscita.

Tornare dall'altro lato del mondo ti fa sperare che il tuo, di lato del mondo, si lasci un po' 'infettare' da questo spirito di possibilità, di immaginazione. È un po' quello che ci sta già poco a poco insegnando quell'uomo vestito di bianco che, non a caso direi, proprio da questo lato del mondo ha fatto arrivare una ventata di possibilità di cambiamento, di novità, in uno degli ambienti che ne avevano più bisogno.

Tornare dall'altro lato del mondo ti ricorda quanto ami il tuo, di lato del mondo, per un sacco di motivi stupidi e altrettanti motivi seri.
Soprattutto ti ricorda che da qui è più facile amarlo, come tutte le cose viste da lontano.

domenica 22 maggio 2005

Guarire con le erbe della selva

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A Tziscao, Edupaz sta costruendo una casa di salute che riprenda la medicina tradizionale naturale e che dia anche supporto psicologico alle persone delle trenta comunità presenti nella zona dei Laghi di Montebello. Mi chiedo perché sia così importante, ma poi andando con Baldemar a Nuevo Tenejapa capisco che cosa ci spinga a fare conoscere alla gente le risorse delle piante che hanno nella selva che circonda la loro comunità.
In casa di don Alonso vivono ventuno persone di cui quindici sono bambini. Rimango a casa loro tre giorni e riesco ad osservare un poco le loro abitudini e la loro vita quotidiana per me sconosciuta ed affascinante.
Non hanno acqua in casa e quindi la loro vita dipende dal fiume che scorre lì vicino. La casa è di legno ed i topi sono all’ordine del giorno.
Al mattino faccio compagnia alle donne  e mentre mi insegnano a preparare le tortillas, parliamo del più e del meno, scopro così che non sanno la loro età, difatti nella comunità tutti i giorni sono uguali, non c’è scuola, il prete arriva raramente, e non esiste né medico, né infermiere e neppure un promotore di salute che si occupi di loro quando stanno male. La clinica di riferimento si trova a più di un’ora di cammino e l’ospedale a due ore di macchina.
L’ultimo giorno di permanenza chiamano Baldemar perché una bambina della casa non sta bene; è lì seminuda coperta di pustole infette, da qualche giorno aveva mal di testa ma non si lamentava, forse aveva anche un  po’ di febbre, ma nessuno ci ha fatto caso e poi si è accorta che le sono uscite delle pustole pruriginose, chiaramente è varicella ma lei non lo sapeva, si è grattata ed ora ha molte parti del corpo infette che lasceranno cicatrici. La madre della bambina invece ha una piaga sul piede che ha provato a curare con i farmaci che arrivano sporadicamente in comunità ma a niente le è servito…Baldemar allora spiega loro quali erbe possono utilizzare e come preparare impacchi e decotti.
Esistono cliniche o case di salute nella zona, ma le competenze dei sanitari sono molto scarse ed i farmaci non sono facilmente reperibili per tutti anche a causa dei costi elevati, così le persone cercano prima di automedicarsi e solo quando il problema diventa grave ricorrono al medico o all’ospedale e se neanche il personale medico li riesce a guarire allora ricorrono ai “curanderos” che però spesso sono solo dei ciarlatani che sfruttano la fiducia della gente per farsi pagare somme di denaro ingenti per coloro che sopravvivono dei frutti del loro campo.
Prima di lavorare direttamente nelle comunità, Edupaz ha avuto la possibilità di costruire una casa di salute in cui svolgere diverse attività attraverso la formazione di un gruppo di promotori locali; i servizi previsti sono: elaborazione delle erbe medicinali per trarne pomate, tinture, microdosi, etc.; agopuntura, massaggi, diagnosi bioenergetica, urinoterapia .Nel terreno della  casa di salute una parte è destinata alla semina delle erbe medicinali, mentre altre vengono raccolte direttamente nella foresta. Una psicoterapeuta, che fa già parte dell’associazione civile, si occupa dell’assistenza psicologica delle persone che in questa zona hanno vissuto le tensioni della guerriglia del 1994 e dei guatemaltechi che fino al ’97 sono scappati dalla loro terra a causa della guerra civile; offre inoltre corsi specifici di salute olistica e giornate per rigenerarsi, con permanenza durante la notte negli spazi della clinica, per gruppi o per singoli, messicani e stranieri.
Lo scopo di questo progetto è creare un centro a cui gli abitanti della zona possano arrivare sapendo di trovare la giusta assistenza e professionalità oltre ad una maniera alternativa, ma non sconosciuta, di curarsi, con la visione che un giorno questa clinica venga gestita autonomamente dalle comunità.

martedì 26 aprile 2005

Il Chiapas e lo sviluppo

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Strategicamente parlando:
- emigrare conviene;
- il governo ci aiuta ad andare via;
- domani finalmente saremo attori e non spettatori del mercato;
- nel frattempo abbelliscono la nostra terra.

Secondo l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) negli Stati Uniti ci sono circa 600.000 immigrati messicani e il governo statunitense stima circa 10 milioni di indocumentati sul suo territorio (immigrati illegali provenienti da tutta l’America Centrale).

Per la
Banca Mondiale “è chiaro che la migrazione e le rimesse in valuta pregiata hanno un ruolo importante nella riduzione della povertà degli stati del sud del Messico”.
Secondo gli esperti, infatti, i vantaggi delle rimesse sono molteplici:
* capitali freschi per chi non ha accesso al credito,
* via d’uscita da periodi di crisi dovuti a siccità e crollo del raccolto,
* oscillazione dei prezzi dei mercati,
* eccetera...

Questo, insieme agli interventi del governo messicano (
PROCAMPO, PROGRESA, FISM), permetterà di alleviare “i costi sociali” sostenuti dalle famiglie quali la separazione dei coniugi, i bambini che abbandonano le scuole per i campi, ecc.

Si dice che ogni scelta comporti un’attenta valutazione dei costi e dei benefici. La scelta di emigrare è certamente razionale dal punto di vista economico: “sono povero perché vivo con meno di un dollaro al giorno, quindi vado dove me ne danno almeno otto”. Improvvisamente non sono più povero perché con i soldi non si può essere poveri.
Abbandonare la propria casa conviene.
Le statistiche insieme ai policymaker sorridono.

La BM ha ragione: bisogna andare via.


A rendere più difficile la mia scelta c’è la famiglia, il figlio piccolo, la moglie che dovrà curare il campo al posto mio.
Ci vorrà un po’ di tempo perché io riesca a mandare soldi a casa. Fortunatamente per ogni ettaro di terreno il governo mi da un po’ di pesos ogni anno (sussidio all’agricoltura per migliorare i livelli di produzione in barba a tutte le regole sul libero commercio), in più alle donne con figli garantisce una paga mensile e visite ginecologiche gratuite.
La scelta è più facile.

Il governo rassicura: si può andare via.


I soldi generano un circolo virtuoso e, poco a poco, un ”inserimento” di fasce disagiate della popolazione all’interno del mercato produttivo.
“Inserimento” è, da un lato, capacità di produzione di altri soldi e, dall’altro, capacità di spesa. In altre parole significa apprendere il funzionamento del mercato o anche apprenderne la bellezza.

Il vicino è stato negli Stati Uniti. Ora ha una casa di mattoni e una macchina.
Ci provo anche io.

Mercato significa anche capacità di consumo per aumentare la percezione (sociale) del proprio benessere.

La BM, nello stesso testo, avanza alcuni consigli al governo messicano per migliorare gli effetti benefici del processo (tutti i + nel sistema decisionale).
Perché il mercato funzioni occorrono “diritti di proprietà” ben definiti e un sistema giudiziario che li garantisca.
La struttura ejidal delle comunità messicane (un incomprensibile miscuglio di proprietà privata e comunitaria) non aiuta ad agilizzare il processo. Il governo messicano interviene con un nuovo programma, il PROSEDE. Improvvisamente si diventa proprietari della terra che la comunità aveva affidato in gestione.
Ora un documento certifica in modo indubitabile il diritto di proprietà. L’alienazione o l’alterazione del bene in questione (la terra) è una scelta che spetta al singolo individuo e non più alla comunità. Certamente il singolo valuterà la profittabilità economica della sua scelta [+ o -] ma la comunità (in senso ejidal) non esiterà più.

Nel frattempo il governo del Chiapas firma un accordo diretto con la Unione Europea (primo caso in cui la UE firma un accordo con un governo locale) per lo sviluppo sostenibile della
Selva Lacandona ricca di petrolio e uranio e casa di quelli che non tanto sono d’accordo.
Vivere la selva è la missione del progetto, scoprire al mondo le incredibili bellezze che possiede è lo scopo.
Riassumendo.
I giovani chiapanechi si vanno a formare alla bellezza del mercato negli Stati Uniti, nel frattempo il governo prepara il loro ritorno. La terra è loro e non più della comunità cosicché, pieni di “iniziativa imprenditoriale”, potranno lanciarsi in attività economiche individuali o familiari. La comunità non esiste più quindi non esistono più tutti i diritti che i contadini possono ancora vantare sul governo nazionale.

Nel frattempo c’è da controllare l’annosa questione zapatista.
I militari sono già intorno alla selva ma non possono più entrarci (ufficialmente), così entrano i progetti dell’UE di sviluppo sostenibile. Con i soldi arrivati ci diranno che la povertà si è ridotta mentre la gente si è abituata a ricevere denaro: il governo non è più così male. I giovani rientrando non saranno più disposti a fomentare un gruppetto di gente che si oppone alle politiche centrali; hanno visto con i loro occhi che si può vivere bene con la televisione via cavo e i fast food.
Così gli zapatisti non esisteranno più per insufficienza di zapatisti e il Chiapas sarà il motore dell’economia messicana nel terzo millennio.
 
Rocco
dal sud del Chiapas

sabato 22 novembre 2003

Così nacque Nueva Tenejapa

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La comunità si chiama Nueva Tenejapa. Arrivandoci dopo un’ora di cammino mi chiedo perché si chiami Nueva, se ne esiste una vecchia, e subito vorrei saperne la storia. Sono accolto da grandi sorrisi: bambini curiosi, porte e braccia aperte mi fanno da subito uno della comunità, composta da nove capofamiglia. È giorno e gli uomini non ci sono: lavorano nei campi dalle sei del mattino alle quattro del pomeriggio per poter guadagnare l’equivalente di tre dollari scarsi al giorno, con i quali mantengono una famiglia con nove figli

Ci riuniamo in una stanza adibita a tempio e sala per discutere. Si inizia con una orazione in tzeltal, la lingua indigena che riescono a mantenere e a insegnare ai figli oltre al castigliano. Mi presento e su loro richiesta riferisco alcune informazioni sulla guerra in Iraq, sulla situazione italiana ed europea e alcuni dati sui Trattati di libero commercio tra le Americhe. Samuel traduce in tzeltal per i più anziani che non comprendono lo spagnolo. Finalmente mi parlano della loro storia: nel 1994 tra le comunità del Chiapas si aggiravano le voci più disparate su cambiamenti politici, stravolgimenti nelle comunità, violenze, eserciti, morti. Alcuni della loro comunità originaria, Maravilla Tenejapa, decisero di andare a cercare informazioni dal governo locale. Samuel, Alonso e altre famiglie non si mossero dalle loro case, evitarono contatti con gruppi militari e paramilitari, zapatisti o di altri colori. Quando i compagni rientrarono, portarono con loro gruppi militari del governo che si stanziarono nella comunità senza rispetto per le tradizioni culturali e religiose delle famiglie.

Alcuni amici comunicarono in segreto a Samuel che alcune famiglie erano accusate di attività sovversiva e di appartenere all’Esercito zapatista di liberazione nazionale e che rischiavano l’incarcerazione, violenze e morte. Nella notte, verso l’una, i genitori presero i bambini e lasciarono le case; con i soli vestiti che avevano indosso si rifugiarono tra le montagne e lì trascorsero diversi mesi, ricevendo continue notizie sulla propria situazione di ricercati.

Decisero di scappare più lontano, di comprare (indebitandosi) un terreno e di ricominciare a vivere: così nacque Nueva Tenejapa. Erano e sono desplazados, persone obbligate a lasciare la propria comunità. Esistono tre tipi di desplazados: i primi, “prodotti” dai grandi progetti transnazionali di sfruttamento delle risorse ambientali del Chiapas; i secondi, dal tentativo del governo di recuperare i municipi e i territori dichiaratisi autonomi a causa della rivolta dell’Ezln; i terzi, dallo schema paramilitare, che ottiene i propri guadagni economici e politici in funzione del controllo dei territori.

La comunità di Nueva Tenejapa ha cinque anni di vita. Samuel, Alonso e le loro famiglie fanno parte di un gruppo di diecimila persone che chiedono giustizia al governo: fanno incontri mensili per rivendicare le proprie terre, i propri diritti, giustizia e fine delle persecuzioni. Tutto ciò, mentre il governo ribadisce in continuazione che il problema dei desplazados non esiste. Samuel mi regala ancora un sorriso: a loro importa soprattutto l’armonia che sono riusciti a creare nella loro comunità, l’istruzione che vogliono garantire ai loro figli e il fatto che nessuno sia morto a causa di queste assurde e infondate accuse. Nel raccontarmi la loro storia si percepisce dolore e sofferenza, ma nella profondità degli occhi forte é la serenità e la voglia di vivere in armonia e pace.

Comitán de Dominguez, novembre 2003

testimonianza di Stefano Lucini, obiettore di coscienza in Servizio Civile all’Estero