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martedì 14 maggio 2019

Biciclette e machismo: viaggio a pedali nella jungla urbana

2 commenti:
Per molte persone il muoversi in bicicletta ha un valore multiforme: pedalare in città migliora la vita personale l’ambiente esterno. Va da sé che spostarsi in bicicletta modera il traffico, riduce l’inquinamento, cambia l’assetto della mobilità urbana, ma oltre a questo, ciò che rende davvero speciale lo spostamento in bicicletta è che il paesaggio circostante assume un aspetto diverso. Con quella giusta velocità intermedia fra lo spostamento a piedi e su un mezzo motorizzato, il muoversi in bici permette di avere una visione d’insieme del paesaggio circostante che non tralascia i dettagli. Abbastanza veloci per sentire il vento fra i capelli, abbastanza lenti per godere dei particolari inaspettati che la strada riserva, i ciclisti di tutto il mondo sono concordi nell’apprezzare il valore terapeutico della propria bicicletta. I ciclisti urbani spesso pedalano proprio perché pedalare li rasserena.

Vivo a Managua da tre mesi e, nonostante il mio amore incondizionato per la mobilità su due ruote, ci ho messo un po’ a prendere coraggio per ricominciare a pedalare. Il timore maggiore era dato dalle strade troppo spesso intasate da un traffico crudele e sregolato. Gli incidenti mortali in pieno giorno non sono rari, la segnaletica stradale sì, è rara; i semafori sono spesso un optional, le piste ciclabili non esistono. Non che sia schizzinosa nello scegliere dove pedalare o meno, ma tutti questi fattori, sommati, mi hanno fatto rimandare la decisione di pedalare per mesi. 
Nel frattempo mi sono spostata sempre in bus o a piedi. Mi piace molto camminare, ma devo tristemente ammettere che camminare a Managua è spesso snervante a causa di una buona parte degli uomini che vivono la strada come fossero degli animali in una squallida stagione dell’amore. Per alcuni degli uomini che vagano per le strade di Managua (per molti, oserei dire) il corteggiamento è un atto da praticare costantemente e incondizionatamente, senza la benché minima eleganza ma, anzi, sempre con un tocco di prepotenza. Gli apprezzamenti sono sempre sfacciati e svilenti, e provengono da uomini di qualsiasi età: dal ragazzino appena uscito da scuola all’anziano alla fermata del bus, non si risparmiano nemmeno i padri con figli fra le braccia che, anzi, danno sin da subito il viscido esempio agli innocenti bambini che li accompagnano. Baci e versi salivosi con lingue che cercano sempre una nuova posizione per emettere una vasta gamma di quei suoni che siamo soliti indirizzare agli animali per avvicinarli. E poi fischi, fischi e ancora fischi. Frasi delle più variegate, complimenti coloriti, riferimenti sessuali, sguardi languidi. Il tutto fatto sfacciatamente, senza accenni a nascondersi, anzi, piuttosto avvicinandosi per bene alla faccia della donna prescelta, in modo tale da farle ascoltare al meglio lo schiocco del salivoso bacio che le si sta indirizzando.
È stato anche per questo che ho deciso di riprendere in mano una bici, per provare a superare il trauma da macho-corteggiatore nascosto dietro ogni angolo mentre ci si sposta a piedi. Un amico mi ha prestato la sua bici e ho ricominciato a pedalare.



Mi sono bastate due pedalate per rendermi conto di quanto mi fosse mancato muovermi su due ruote, di quanto il fatto stesso di potermi spostare indipendentemente dai percorsi preimpostati dei bus o dei taxi, mi facesse rivivere una rinnovata autonomia per la quale avevo provato una grande nostalgia. 
Mi sono bastate un paio di pedalate in più per rendermi conto che del machismo callejero non mi ero affatto liberata, anzi. La velocità media fra lo spostamento a piedi e quello motorizzato, permette a chiunque di attuare i suoi viscidi rituali di corteggiamento, indipendentemente da come e se si sta spostando. Motociclisti, taxisti, camionisti, e chi più ne ha più ne metta, tutti mi inviano una suonata di clacson che mi fa sobbalzare sul sellino, rallentano per accostarmisi e farmi un occhiolino, indirizzarmi un bacio o uno dei loro squallidi versi: prendono la mia velocità per fissarmi bene dal finestrino. Gli uomini a piedi mi urlano dietro, in modo tale che il vento non mi impedisca di ascoltare le loro inutili parole. Tutti coloro che ne hanno voglia si sentono in diritto e in dovere di molestarmi, sono solo una donna qualsiasi che va tranquilla per la sua strada. Ho anche un aspetto sobrio e nient’affatto appariscente, ma questo poco importa.

Il machismo in Nicaragua è forte, e spesso è normalizzato sia dagli uomini che dalle donne. Gli atti di volenza sono ricorrenti ed impuniti, La Prensa, il quotidiano nicaraguense più diffuso, riporta di 21 femminicidi registrati nei primi quattro mesi del 2019: uno ogni sei giorni. Le donne in strada, ma anche dentro le proprie case, non sono al sicuro. Trovare il coraggio di denunciare spesso non porta ad altro che alla derisione di un agente che non ti prende sul serio.
Ho continuato a pedalare, e nonostante i fischi, i commenti, i versi, il vento mi passava fra i capelli, il corpo si adattava a una nuova velocità e, pedalata dopo pedalata, la serenità tipica da bicicletta è stata dilagante. Metto da parte la rabbia e mi prendo la libertà di deridere loro e le loro molestie, di ridere sola con me stessa dei loro tentativi di approccio, tanto viscidi quanto vani. Mi concentro sul respiro, sul ritmo dei pedali, su quei dettagli della strada che solo se visti da una bicicletta assumono una luce così bella. Metto da parte la rabbia e Managua mi sembra bella come non l’ho mai vista prima.

lunedì 24 ottobre 2016

La Terra vista dalla Luna

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Quando un'anima nasce in questo paese le vengono gettate delle reti per impedire che fugga. Tu mi parli di religione, lingua e nazionalità: io cercherò di fuggire da quelle reti.

[Ritratto dell'artista da giovane, J. Joyce]


Joyce era uno che diceva che per conoscere se stessi, per comprendere le proprie origini, fosse necessario osservarle dall'esterno. Andare via, conoscere il diverso, conoscere il simile ad altro. L’inspiegabile necessità di dare un perché all'esistenza stessa. C’è chi comincia a leggere e si perde in pile e pile di manuali, enciclopedie, saggi, articoli. C’è chi si fa hippy, vegetariano, medita, eremiteggia, tra tè al ginseng e benedizioni dell’utero. C’è chi LoSaGoogle, fedele compagno dal primo risveglio all'ultimo momento serale, capitano della ciurma Wikipedia/Vimeo/Facebook e chi più ne ha più ne metta. 

E poi c’è chi viaggia, generalmente una banda di scoppiati che solo la nonna incoraggia, probabilmente perché non ha ancora capito bene dov'è 'sta Cina. C’è chi viaggia perché sì. C’è chi viaggia perché "non ci ho capito niente, e allora ci provo così". C’è anche chi viaggia perché sa perfettamente dove va, chi incontrerà, cosa farà, ma ancora non ne ho conosciuto neanche uno. Direbbe James: che chi viaggia ancora non lo sa, che scriverà di elefanti, di risciò, di tajin, di giostre, di cammelli, di giganti, di gabbiani e pappagalli, ma che poi in fondo alla pagina scriverà

se stesso.

*Yilan*


venerdì 29 aprile 2016

METABLOG... il blog nel blog! LA SEMANA DEL LIBRO Y DEL PLANETA TIERRA

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Solidaridad y experiencias desde Ciudad Sandino, Nicaragua

Semana del Libro y de la Tierra en Redes de Solidaridad, con María López Vigil

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El Día de la Tierra y el Día del Libro se celebran los días 22 y 23 de abril, respectivamente, en muchos países del mundo. Y en Redes de Solidaridad hemos querido unir ambas celebraciones en una Semana llena de actividades, cultura, diversión y educación ambiental.
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A Blancanieves se le perdieron los enanos
Sopa de Cuentos” es una obra de teatro breve organizada por el personal del Centro Escolar de Redes de Solidaridad que busca sensibilizar a los niños y niñas sobre el disfrute de la lectura y la importancia de cuidar los libros. Cuando arrancamos una hoja de un cuento, los personajes se pierden, se cambian de cuento y aparecen donde no se les espera. Los personajes perdidos terminaban siendo los mismos niños o docentes que asistían como público, lo que hacía todo más divertido e interactivo. ¡Gracias a Elisa Marenco por trabajar en el imaginativo guion de esta obra!
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Cuentos proyectados
Los niños y niñas de todos los cursos (preescolar y primaria) disfrutaron de cuentos breves en formato audiovisual, siempre con temáticas relacionadas con la lectura y el medio ambiente. Esta actividad fue acogida con entusiasmo por los niños y niñas.
semana del libro 04
Festival del Libro
Durante el miércoles 20 el Club de Amigos/as de la Biblioteca (conformado ahora por unos 70 niños y niñas) organizaron recorridos por la Biblioteca y tres “Rincones” específicos: el primero, de actividades de presentación de la Biblioteca; el segundo, de exposición de libros; y el tercero, para recibir donaciones de libros, en la que participaron niños/as, madres y padres, docentes y voluntarias de Redes.
semana del libro 05
María López Vigil y su Guía del Pipián
Por tercer año consecutivo, la escritora María López Vigil nos alegró con su visita, lectura y comentarios sobre su último cuento, “La Guía del Pipián”. Su cuento nos muestra el pasado, el presente y el futuro de Nicaragua, con una visión crítica pero esperanzada, a través de los ojos de los dos niños protagonistas, Nayita y Guayo. En Redes nos encanta el libro, por lo que fue un auténtico placer tener aquí a María. ¡Gracias!
semana del libro 06

sabato 21 novembre 2015

prima che la sveglia suoni

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Mi sveglio quasi sempre prima che la sveglia suoni, questa sì che è una notizia degna di nota. Nessun gemito di disperazione, nessuna smorfia di fatica: non resto ad arrotolarmi tra le lenzuola nel tentativo di restarvi intrappolata. Ma nemmeno scatto in piedi canticchiando, certo. E' che qui il sole tramonta molto presto: la Luce giovane delle sei del mattino ha già avuto abbastanza tempo per camuffarsi in modo da sembrare un po' più vecchia di quello che è, ma per fortuna il Caldo non l'ha notata, non si pavoneggia e tarda ancora un poco. Diciamo che è un buon momento per alzarsi.
 
Arianna è già in piedi (dico in piedi, non sveglia) che traffica ai fornelli con la padella per il tè (dico padella perchè non abbiamo ancora trovato un pentolino, ma solo calderoni!) io mi avvicino, le biascico un buongiorno in quella lingua ibrida che ormai abbiamo cominciato a parlare e mentre taglio il pane mi chiedo se sia meglio mettere prima il pomodoro o il sale. Si, il pomodoro e sopra il sale, lo sanno tutti... ma guardate che non sono nemmeno le sei del mattino, che volete!?
 
Dopo aver armeggiato per un po' con i lucchetti del giardino riusciamo ad uscire: un saluto a Dolores, la vicina e uno a Josè Francisco, il guardiano dell'isolato, prima di svoltare l'angolo e trovarsi sulla strada che collega Managua a Ciudad Sandino. Gli autobus e i camion sollevano la polvere mentre alcuni cavalli brucano a bordopista e le pecore del serraglio qui vicino scampanellano mentre salgono la collina.
Nel frattempo il Caldo ha notato la sua signorina.

Arriva la ruta 133 e saliamo.
 
 
 
A destra, sul limitare di asfalto ed erba, un uomo pedala e spinge avanti una bicicletta scassata.
Alla sua sinistra lo supera un carro trainato da un cavallo grigiobianco, una moto lo affianca, gli taglia la strada e va oltre incurante d'essersi infilata nel mezzo del sorpasso di una camionetta nel cui cassone sonnecchiano sobbalzando alcuni operai.
All'estrema sinistra di questa matrioska di infrazioni passa il nostro bus: un vecchio scuolabus giallo smaltato decorato di scritte, preghiere ed adesivi. Ma lo sprint dura poco, la Cuesta del Plomo non ha mai risparmiato nessuno e non lo fa nemmeno la salita che porta fino a lì, così ci ritroviamo ad arrancare dietro al ciclista che ci eravamo lasciati alla spalle poco fa.

Raggiunta Ciudad Sandino scendiamo per cambiare con la 113, direzione Nueva Vida...la strada ora è sconnessa, devastata da buche e dossi.
Il paesaggio cambia. I muri delle case basse sono dipinti con i colori sgargianti delle pubblicità di biscotti, lubrificanti, compagnie telefoniche... alcuni bambini giocano scalzi per strada, fanno regate di sacchetti di snack vuoti nei rigagnoli di acque nere mentre altri vanno verso scuole e collegi, vestiti con le loro divise biancoblu e con i capelli raccolti in trecce e chignon o petttinati all'indietro con dosi massicce di gel, si attardano per comprare un fresco dal colore brillante e lo bevono mordicchiando un angolino del sacchettino di plastica. Dei polli razzolano legati a dei picchetti di legno, i cani randagi ciondolano da un lato all'altro della strada. Sotto l'insegna di un'officina di saldatura tre uomini forgiano barbecue e cancelli. Una signora cammina sotto una grossa cesta piena di tortillas, grida la sua merce ed elargisce sorrisi. Una giovanissima mamma spinge un'asse di legno a ruote su cui ha inchiodato una cesta, porta a spasso una bimba piccolissima che chiacchiera con un bambolotto. Alcuni ragazzi impigriscono appoggiati a un muro, probabilmente resteranno lì fino a sera.

Il complesso di Redes è un'oasi in mezzo a questa Nueva Vida, che dopo 17 anni tanto nuova non lo è più. Incontriamo Sergio che apre il cancello e spalanca un sorriso: Buenas Dìas Muchachas.
Danilo e Roger: salopette, cappellino con visiera e stivaloni di gomma, rastrellano il cortile e curano le piante: Buenas Dìas Muchachas. Dal despacho del Centro Escolar tuona la risata di Felix, il direttore: Buenas Dìas! E buongiorno a Brenda, a Catarina, a Marta, a Raquel, a Jasmina, ad Haydee e ad Armando.
Nell'ufficio di O.P.C. Marcel ed Edwjin hanno già preso posto davanti al pc: Entonces Muchachas? Que tal amaneceste hoy?
 
Come ci siamo svegliate questa mattina? Bene, prima che la sveglia suonasse, Arianna ha preparato il caffè, ma io l'ho scordato sul tavolo in cucina.
 
Elsa

mercoledì 28 ottobre 2015

9.500 km dall'Italia

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Managua, dunque.
Per l'esattezza: barrio Valle Dorado, de donde fue el restaurante Aragon, una cuadra abajo, dos al lago, dos abajo, costado sur del parque. Claro, no?!

Beh, ripetetelo ad un taxista qualunque e vedrete che saprà trovarci. Se poi una volta là doveste avere difficoltà nell'individuare la casa giusta, potete sempre chiedere informazioni al guardiano della quadra. Lo riconoscerete come l'omino sorridente che, armato di manette e seggiolina di plastica, vi sta osservando dall'ombra di un mango. Attenti che, nonostante l'aria da bimbo sperduto nel Paese delle Meraviglie, sa e vede tutto.

La mia prima regola d'orientamento è sempre stata imparare a memoria il nome della mia via e in che direzione si trova il centro rispetto ad essa. Ma, dal momento che a Managua un centro non esiste e che il mio indirizzo è lungo quasi due righe, mi trovo costretta a rivedere la mia bussola di riferimento, a riconsiderare ciò che mi è sempre risultato più facile, insomma a rimettermi in discussione. Che poi forse è ciò che stavo cercando.

Per fortuna le mappe, per quanto rare, esistono anche qui. Per fortuna forme e colori aiutano, anche quando le parole per definire sono troppe, o mancano del tutto.



giovedì 15 ottobre 2015

Nicaragua: esperando a Godot

4 commenti:
Avete presente quando vi dicono che il tempo vola? Beh, ma certo che si! A me lo hanno detto molte volte e credo di averlo ripetuto anche io ogni tanto.  Bene, il tempo, si sa, vola. Però non si può evitare di rimuginarci un po' su ... il tempo, insomma, non lascia il tempo che trova! 
Qualche anno fa ho letto una frase di Sepulveda che mi ha colpita, era più o meno così: anche gli orologi si guastano ma essi, così come i motori perdono olio, perdono tempo.  L'ho trovata geniale e da quel momento in avanti, non ho perso occasione di interrogarmi sul tempo, di giocarci, di perderlo, di rincorrerlo, di guardarlo passare, di maledirlo quando ne ho avuto poco, di cercare di trovarne un po' di più, di desiderare di riavvolgerlo o di mandarlo avanti veloce... di viverlo!

Credete che stia cercando di prenderne un po'? Lo ammetto. 

Ari ed io siamo qui da una settimana. Qui in Nicaragua, a Managua (evito di darvi coordinate più precise perchè, credetetmi, tra cuadras a lago e cuadras abajo non ci si capisce un granchè!). Da qualche giorno stiamo andando a Ciudad Sandino nel barrio di Nueva Vida per raggiungere la sede di Redes de Solidaridad dove lavoreremo per i prossimi mesi. Sono giorni stimolanti, colmi di aspettative e buone premesse, promettenti! 
… però aspettate, sto divagando! Tutto questo dilungarmi sullo spazio quando invece è stato il Tempo a sconvolgermi, a disorientarmi, a mettermi alla prova!  E dire che credevo d'essere preparata! Me lo avevano detto, l'avevo letto, in piccolissima parte mi c'ero già scontrata con tantissimi concittadini genovesi... ma, nulla da dire, il tempo qui scorre diversamente, ha un altro passo lui, il tempo qui non ha quasi mai altro da fare oltre all'essere se stesso!

Non si lascia misurare dalla fretta, mai dalla  fretta, nemmeno dalla fretta di fare niente che altrove assilla così tante persone. Le scadenze ci sono, ci sono gli appuntamenti, ci sono gli orari di apertura e di chiusura, a renderlo diverso è l'attitudine con la quale lo si affronta. Anzi, non lo si afffronta, non gli si va incontro, non si cerca di addomesticarlo. Proprio no. Il tempo qui lo si aspetta e  poi ci si cammina accanto. 

É stata dura: abbiamo trascorso un'intera giornata a casa e senza chiavi aspettando di firmare il contratto d'affitto, ci siamo svegliate distrutte dal fuso orario alle otto del mattino per aspettare l'idraulico che ci aveva dato appuntamento alle nove  per poi presentarsi alle 15.30! Siamo state due ore appoggiate allo sportello di una compagnia di internet per avere un paio di informazioni, aspettiamo da qualche giorno che vengano ad installare la linea per il wifi e continuiamo a sentirci ripetere “ahorita, ahorita! Estamos llegando!” … ora dopo ora, giorno dopo giorno. 

Abbiamo sbuffato. Siamo uscite per non restare a casa ad aspettare invano, siamo tornate speranzose, siamo uscite di nuovo per ribellarci all'impotenza: passi lunghi e ben distesi a misurare le vie del nostro barrio. Abbiamo cucinato pentole di fagioli a fuoco basso, fatto il bucato a mano, ripulito quasi ogni anfratto della casa, dato un nome ad ogni geko... ci siamo destreggiate per impegnare il tempo dell'attesa, delle attese! Siamo uscite in esplorazione, in perlustrazione, in ricognizione! La panetteria di fiducia, il banco di frutta e verdura preferito, la pulperia (la drogheria!) più simpatica, la fermata dell'autobus all'ombra, la tienda che prepara i frescos naturales e non con acqua, zucchero e coloranti, il teatro nacional Ruben Dario, le esercitazioni di marcia dell'esercito, il capolinea sbagliato, l' artesania sgargiante, l'esoscheletro della vieja catedral  e anche la primera, la segunda, la tercera, la cuarta y la quinta etapa de Nueva Vida. 

Un po' scoraggiate e anche un pochino risentite: “Ma come? Siamo a Managua, una città nuova per entrambe, ci saranno milioni di cose da fare, da vedere,  da assaggiare... e a noi tocca stare qui ad aspettare! Ad aspettare Godot!!” 


Avete presente quando vi dicono che il tempo vola? Beh, ma certo che si! A me lo hanno detto molte volte e credo di averlo ripetuto anche io ogni tanto.  Bene, il tempo, si sa, vola.
Non ho più indossato un orologio da quando ho imparato a leggere l'ora, non so cosa succeda agli orologi quando si guastano, non so se perdano o se guadagnino tempo.  

Ma oggi, in piedi alla fermata della ruta 133, tra la polvere e l'umidità, mi sono arresa. 
Mi sono consegnata a questo tempo e a questo spazio nuovi, sono pronta a camminargli accanto, ad attraversarli e a lasciarmi attraversare. 

hasta prontito
Elsa

lunedì 17 agosto 2015

Nicaragua: "Io ci credo"

1 commento:
Da una pagina del diario di viaggio...
Giorno 6
Ore 24.05 locali

Sono qui da soli 6 giorni eppure mi sembrano passati secoli dalla partenza… Le esperienze, il conoscere un contesto nuovo, con persone nuove, e il doversi adattare riempie ogni momento e lo rende denso, quasi tangibile.
Il tempo sembra ancora più solido da quando siamo arrivati a Nueva Vida.
Dopo il viaggio quasi piacevole, divertente, sul cassone del pick-up di Felix che ci ha portato qui da Managua, appena sceso, mi sono davvero reso conto che avrei avuto a che fare con la povertà estrema.
Non che Managua sia un paradiso, ma l’aria, piena di odore di "basura" e di umanità strisciante, e l’acqua nera che scivola sulla strada in una grande fogna a cielo aperto, e i rumori improvvisi della "ruta" e delle poche scassate macchine che rompono la routine quotidiana della povertà, ti colpiscono immediatamente.
Lo senti, quasi puoi toccare il dolore, l’angoscia, la mancanza di speranza che si muove come un’ombra tra le baracche improvvisate e i cani fantasma. Eppure, arrivare al centro Redes, e al contiguo centro El guis, che ti accolgono nel verde delle piante abitate da una moltitudine di uccelli, geki, insetti, ti fa chiudere di nuovo gli occhi, ti fa razionalizzare la povertà che traspira dai frequentatori del centro: bambini curiosi del colore della tua pelle, donne in attesa del consulto della dottora.


Forse per questo l’esperienza che ci ha fatto fare Teo la prima sera qui ci ha colpito così tanto. Il farsi guidare bendati da un compagno, il farsi accarezzare il volto da mani diverse da quelle a cui sei abituato, e, soprattutto, ascoltare ad occhi chiusi le testimonianze di ex civilisti, ti costringe a riaprire completamente gli occhi, ed il cuore.
Provi a contenere dentro l’angoscia, la disperazione e la rabbia che ti contagiano parola dopo parola, provi a inserirle in uno schema razionale, a controllarle per evitare che ti facciano ancora più male; provi, ma non ce la fai.
C’è chi trova uno sfogo nelle lacrime, che comunque si nascondono dietro gli occhi di tutti, chi fissa un punto vuoto davanti a sé, chi cerca il calore di un abbraccio…  Io ho provato a parlarne, a rispondere alle domande di riflessione poste da Teo, a nascondere negli artifici del linguaggio almeno un poco di quel dolore che invadeva completamente le mie membra.
Ma di fronte a tutta questa disperazione, a questo veloce susseguirsi di vite segnate dalla violenza, dagli abusi trasmessi come un virus di generazione in generazione, dalla droga in cui si rifugia chi non vuole vedere ciò che ha intorno, quale può essere la risposta, il senso la speranza?!?
Una civilista di qualche anno fa ha provato a darla, una risposta, tanto semplice quanto profonda: IO CI CREDO.

Non è, o almeno non è solamente, un credere religioso, in un paese dove la religione strasborda dai cartelloni governativi o dagli autobus scassati coperti di immagini sacre. Non è la fede sensazionalistica e risolutrice di ogni problema, ma con un prezzo, delle tante chiese evangeliche a ogni angolo delle quadre.
E’ credere che ci possa sempre essere un’alternativa, che si ha sempre uno spazio di azione, che, insieme, si possano creare delle opportunità.
Non esistono soluzioni semplici, leggi empiriche da applicare, miracoli improvvisi.
Il credere richiede l’implicarsi profondamente, il mettersi in gioco con tutti i propri limiti, l’accettare l’impossibilità di cambiare radicalmente ciò che ci fa male; ma consiste anche nello sperare di essere un piccolo tassello, anche il più infimo, di un puzzle enorme che qualcuno prima o poi finirà, di essere un filo sottile di una grande ragnatela che non possiamo tessere da soli: la necessità del contatto, della relazione, della solidarietà.

E questa consapevolezza la si tocca, anche solo per poco, quando ci si trova di fronte alla disperazione più profonda, alla povertà più estrema, alla morte. Una reazione di vita, di speranza, di amore e fiducia nell’altro che germoglia solo in queste situazioni può sembrare un paradosso, un ossimoro, come una fonte nel deserto.
Non trovando una soluzione razionale, la mia mente ha fatto riaffiorare i vecchi ricordi di una poesia di Ungaretti, Veglia, scritta dopo aver passato una notte intera in una buca fianco a fianco a un compagno morto. Di fronte alla morte, all’angoscia, alla disperazione, Ungaretti conclude così la sua poesia: NON SONO MAI STATO TANTO ATTACCATO ALLA VITA.



Un abbraccio a tutti.
Niccolò



venerdì 14 agosto 2015

Nicaragua: "MANAGUA piensa en GRANDE"

2 commenti:
Managua è bella. Davvero. Ma non di quelle bellezze lineari, che quasi irritano per l’assenza di tratti imperfetti. 
E’ una bellezza contorta, coraggiosa e in parte difficile da notare, a meno di non guardarla con il cuore. Eppure, è magnetica.
Tanto per cominciare è capitale di una terra di laghi e vulcani, bellezze naturali che portano con sé un pericoloso potenziale; inoltre il caso, il destino o chi per esso, l’ha fatta sorgere su un’enorme faglia sismica, una ferita della Terra che più volte si è riaperta, causando dolore. 

Ma per quello che ne so, Managua le sue ferite le mostra con orgoglio: nell’unica parte della città che potrebbe essere vagamente assimilata ad un centro storico sorge la vecchia cattedrale.
E’ l’unico edificio sopravvissuto al terremoto del 1972. Con le sue colonne e il timpano in stile classico, si staglia contro il cielo, orgogliosa e intatta esternamente, nonostante sia totalmente distrutta all’interno.
Le scosse l’hanno resa inagibile, disintegrandone il contenuto. Ma lei è lì, ancora in piedi, e le lancette del suo orologio ci sono ancora. Sono ferme a quelle 12.35 di 43 anni fa, non più mosse da alcun ingranaggio. 

Da allora la città è stata totalmente ricostruita, con i pochi mezzi economici disponibili e incaricando il caso di stendere un piano regolatore. Il risultato è un accozzarsi insensato di quartieri dalla forma scomposta, dove estrema povertà e benessere, tranquillità e criminalità diffusa sbattono l’una contro l’altro e a tratti si invadono reciprocamente, mischiandosi nella girandola di colori che la contraddistingue.

Per i prossimi giorni staremo a Batahola, un quartiere (anzi un barrio, per dirla alla Nicaraguense) popolare. Per lungo tempo è stato segnato da guerriglia e degrado urbano, ostaggio di criminalità e spaccio. Ancora una volta però, dalla sutura di questa ferita, è sorto un centro culturale che ha cercato di dare un’alternativa ai ragazzi che non fosse la strada, un parco giochi sicuro in cui i bambini potessero giocare e tanti colori con cui dipingere le case, perché come insegna la cattedrale, la povertà che si respira al loro interno non demolisca la speranza e la gioia della gente.



La nostra casa è come tutte quelle qui: la facciata è dipinta con un colore brillante, c’è un patio coperto da un tetto in lamiera e chiuso da un cancello.
Internamente, le tegole sono sostituite da legno e lamiera. Dalle giunture tra le lamine piove dentro, ma come ci dice con naturalezza il nostro coordinatore Matteo, basta conoscere i punti in cui è danneggiata, mettere sotto un catino e tutto si risolve. E a pensarci bene, questa massima si può estendere all’incirca ad ogni situazione della vita.
Inoltre, abbiamo un pavimento piastrellato e questo basta a rendere la nostra casa la più “linda” del quartiere, anche se è assurdo.

Le case qui sono tutte su un piano, tanto che nei rari casi in cui questo non avviene, al postino per raggiungerle basta indicare la direzione della casa e dire che quella di interesse si trova al secondo piano. E’ un dettaglio sciocco, ma mi ha colpita. 



Usciti da Batahola la città si sviluppa come vuole, ospitando case simili a quelle vicine alla nostra, alcune delle quali fungono da negozi o piccole e grandi officine.
In un patio composto da tre lamiere sbilenche, corredato da cartone informativo e sul cui sfondo si trova una piccola casa dall’intonaco brillante e scrostato, un ragazzino ripara cellulari sotto il sole cocente.
Girando per le vie si trovano molti di questi negozi arrangiati, che si alternano a supermercati e locali. Davanti ad alcuni di questi ci sono dj, armati di mixer e microfono, che fanno risuonare nell’aria musica latina, calda e coinvolgente, annunciando le offerte del giorno.

Ovunque la gente, per strada, nei patii delle case o occupata nelle sue faccende, alza gli occhi, ci guarda sorridente e saluta. Per loro siamo indistintamente “gringos”, non importa se non siamo americani, ma nonostante ciò sono amichevoli.


Managua è una città che non si arrende mai, non è arroccata nei suoi problemi. E’ una città che si è rialzata più volte e continua a farlo ogni giorno, facendo sorgere nuovi parchi, nuove zone sorvegliate e protette in cui le famiglie possano trascorrere del tempo serenamente, diffondendo la cultura con le molte piccole università che ospita e credendo che sia possibile un futuro migliore.

Tutto questo lo racconta la gente, lo raccontano gli edifici e lo raccontano i murales colorati che sono sparsi per i muri della città e delle case, anche quelle più povere. Managua “piensa en grande” e io vorrei somigliarle.

Un abbraccio e alla prossima emozione,


Cla




mercoledì 12 agosto 2015

Nicaragua: "¡Marina non cè!"

2 commenti:
06.08.15
Ore 21.00, Aeroporto di Managua

“Bienvenidos a Managua! Siete carichi?”.
“Si, ma…non noti niente di strano?!”
“Bea, Cla, Nico, Sere, Ambra…dov’è Marina?!
Il sorriso di Teo si affloscia, come le trombette da festa di compleanno quando si arrotolano.

Qualche ora prima, anzi parecchie.

I sei protagonisti di questa storia si ritrovano all’aeroporto di Malpensa, terminal 1 per i puntigliosi. L’aereo è già in ritardo. Brutto segno, ma noi siamo carichi e ignari delle disavventure che ci aspettano.
Qualche saluto a parenti e amici, incombenza burocratica e “selfie” più tardi, si decolla.
Il volo è tranquillo, ma molto lungo e accumula ancora ritardo a causa del traffico aereo. Bruttissimo segno, ma siamo ancora ottimisti.


Atterriamo alle 16.30 ad Atlanta e abbiamo un’ora scarsa per compilare il modulo per il visto, fare la coda per i controlli, lasciare le impronte digitali, fare una giravolta e farla un’altra volta.
Sei un terrorista? Sei mai stato negli USA? Il passaporto è lo stesso dell’ultima volta? Ci stordiscono con una montagna di domande in inglese e alla fine siamo confusi, così confusi da colpirci da soli, e soprattutto da separarci in tre diverse lunghissime code.
Alle 16.50 ci riuniamo finalmente all’imbarco, trafelati e con il fiatone e senza la certezza di riuscire a salire sull’aereo. Marina non c’è. Bruttissimissimo segno.
E’ rimasta bloccata in coda ai controlli e l’aereo per lei è perso, mentre noi siamo costretti a decollare e dopo altre quattro ore (diventate cinque e mezza) atterriamo a Managua.
Saliamo su un pulmino scassato guidato da Angelito, il tipico autista Nicaraguense: guida sportiva e conoscenza del codice della strada scarso. Ordinaria amministrazione, da queste parti.
Dai finestrini scorrono le prime immagini di Managua di notte, illuminata dagli alberi della vita sparsi per l’intera città e affollata di gente, che ci accompagnano fino a Batahola, il barrio in cui abiteremo per il fine settimana.
Distrutti dal viaggio e dal fuso orario, stendiamo i nostri sacchi lenzuolo su tre materassi buttati sul pavimento. L’ultimo pensiero va alla sfortuna Marina, sola ad Atlanta e costretta a dormire in aeroporto perché sprovvista di visto… .

Nel frattempo ad Atlanta...

A quanto pare Marina non è l’unica ad aver perso l’aereo. Con lei c’è un italiano conosciuto di fronte al gate sbarrato e diretto in Nicaragua per lavorare in un’ONG.
Quindi Marina non è sola. E non è nemmeno sfortunata, visto che la compagnia aerea le ha pagato una notte in hotel extralusso con piscina, letto comodo e ogni confort immaginabile.
Inoltre la sua disavventura le ha fruttato una cena e un libro con dedica, “101 cose Zen”, regalategli dal suo compagno di viaggio.

Alle 17.30 di venerdì, Marina ci raggiunge a Managua, accolta da sorrisi e un cartellone con hashtag improbabili.

A volte la felicità si presenta sotto spoglie insospettabili: un libro, uno sconosciuto, un volo perso e la meta è solo un poco più distante del previsto. Uno scalo a Miami dopo, in questo caso.

Seguimos adelante, si comincia!

Con gratitudine (cit.),

I cantieristi Nicaragua! :)

giovedì 23 luglio 2015

Nicaragua: "Sei sempre fantastica Managua!" :)

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Le 24 ore di viaggio, le 8 ore di fuso, la notte rumorosa, il forte caldo, le mie coinquiline ed amiche Stefania e Giulia, gli odori intensi della strada, le piogge improvvise e rinfrescanti, la musica alta, gli autobus sovraffollati, le grida dei bambini e dei venditori ambulanti fin dall'alba, i vecchi amici, i nuovi manifesti politici, i ricordi che ti assalgono ripercorrendo strade e luoghi già conosciuti, i ragazzi di Nueva Vida con le ferite che si portano dentro ed ahimè persino fuori visibili ed incancellabili, i sorrisi della gente, le emozioni che arrivano dritte al cuore, questo forte senso di pienezza che non sai spiegare con le parole. 
Nonostante tutto... SEI SEMPRE FANTASTICA MANAGUA! :)

Nueva Vida  - Foto di Roberto Meloni

" E ti diranno parole rosse come il sangue, 
nere come la notte; 
ma non è vero, ragazzo, 
che la ragione sta sempre col più forte 
io conosco poeti 
che spostano i fiumi con il pensiero, 
e naviganti infiniti 
che sanno parlare con il cielo. 
Chiudi gli occhi, ragazzo, 
e credi solo a quel che vedi dentro 
stringi i pugni, ragazzo, 
non lasciargliela vinta neanche un momento 
copri l'amore, ragazzo, 
ma non nasconderlo sotto il mantello 
a volte passa qualcuno, 
a volte c'è qualcuno che deve vederlo. 

Sogna, ragazzo sogna 
quando sale il vento 
nelle vie del cuore, 
quando un uomo vive 
per le sue parole 
o non vive più; 
sogna, ragazzo sogna, 
non lasciarlo solo contro questo mondo 
non lasciarlo andare sogna fino in fondo, 
fallo pure te.. 
Sogna, ragazzo sogna 
quando cade il vento ma non è finita 
quando muore un uomo per la stessa vita 
che sognavi tu 
Sogna, ragazzo sogna 
non cambiare un verso della tua canzone, 
non lasciare un treno fermo alla stazione, 
non fermarti tu... 


Lasciali dire che al mondo 
quelli come te perderanno sempre 
perché hai già vinto, lo giuro, 
e non ti possono fare più niente 
passa ogni tanto la mano 
su un viso di donna, passaci le dita 
nessun regno è più grande 
di questa piccola cosa che è la vita 

E la vita è così forte 
che attraversa i muri per farsi vedere 
la vita è così vera 
che sembra impossibile doverla lasciare 
la vita è così grande 
che quando sarai sul punto di morire, 
pianterai un ulivo, 
convinto ancora di vederlo fiorire 

Sogna, ragazzo sogna, 
quando lei si volta, 
quando lei non torna, 
quando il solo passo 
che fermava il cuore 
non lo senti più 
sogna, ragazzo, sogna, 
passeranno i giorni, 
passerà l'amore, 
passeran le notti, 
finirà il dolore, 
sarai sempre tu... 

Sogna, ragazzo sogna, 
piccolo ragazzo 
nella mia memoria, 
tante volte tanti 
dentro questa storia: 
non vi conto più; 
sogna, ragazzo, sogna, 
ti ho lasciato un foglio 
sulla scrivania,  
manca solo un verso 
a quella poesia, 
puoi finirla tu." 

( https://www.youtube.com/watch?v=wUcgidDj1-I )

Un abbraccio fortissimo,


Teo! :)

venerdì 19 dicembre 2014

Nicaragua: " Sono sempre i sogni a dare forma al mondo... Andiamo avanti Cuore, senza mollare! " :)

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Quando non si definisce lavoro, ma servizio.

Quando non si tratta di un dovere o di un obbligo, ma di vocazione e passione.

Quando non si puó parlare "semplicemente" di persone, ma di affetti.

Quando tutti questi volti sorridenti ti sfondano il cuore con le loro storie, problematiche e gioie.

Quando prendi coscienza di aver vissuto un 2014 incredibilmente emozionante e ti accorgi che lo devi 
totalmente ad ogni ragazzo, bambino, adulto e amico incontrato in questa terra di "laghi e vulcani"! :)


BUON NATALE E FELICE 2015 A TUTTI VOI,
UN ABBRACCIO FORTE FORTE FORTE,


Stefy e Teo! :)



giovedì 28 agosto 2014

CDS NICA 2014: ¿Qué te gusta màs de Nicaragua?

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Una domanda semplice, in teoria, ma nel momento in cui te la pongono ti vengono in mente mille immagini, suoni, odori, colori e la semplicità del dover rispondere si trasforma nella difficoltà di non poter scegliere una cosa specifica da dire.


Vediamo… mi piace svegliarmi ogni giorno pensando alla giornata che mi attende con tutte le cose da fare programmate o non che tanto con gli orari nicaraguensi vengono sempre stravolte e perciò escono eventi sempre più belli, entrare nel Guis che ti accoglie con un pugno di colori, come una ventata di aria fresca e aspettare i ragazzi che arrivano già con le braccia aperte e con un sorriso a trentadue denti, la bellezza di tornare a dormire alla sera sapendo di aver fatto un passo in più ricco di sorrisi, abbracci, carezze che hai ricevuto durante la giornata e che ormai fanno parte di te.




Qui il tempo scorre in due modi diversi: uno lento, che ti permette di assaporare a pieno quegli istanti di vita che passi insieme a tutti gli altri, quello fatto di tanti momenti da riempire di mille cose e che per quanto siano pieno sembra non bastino mai. Invece l’altro più veloce, che alla sera vai a letto e ti domandi: “ ma come è già passato un altro giorno?!” ciò non significa che sia meno bello, anzi ti permette di vivere al meglio tutto quello che deve ancora venire.




Bè che dire, tutto sommato la risposta a questa domanda potrebbe essere… questo Nicaragua è proprio Tuani!

Stefania

NICA CDS 2014: Una porta sempre aperta

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Un paese straniero, un gruppo di persone che si conoscono appena, poco meno di un mese di tempo da trascorrere insieme… un’unica parola… CANTIERE.

Cantiere è lavoro di squadra, è condivisione, è incontro, è scambio, è fatica, è sostegno, è rinuncia, è affetto, è creatività, è emozione, è … FAMIGLIA!




CANTIERE e FAMIGLIA, due parole che in un dizionario avrebbero definizioni differenti, ma non qui, in Nicaragua!

Perché quello che si percepisce quando arrivi e che ti accompagna per tutto il viaggio è proprio questo… un’aria di casa e l’affetto di una famiglia.











Una famiglia dove i componenti hanno storie diverse, provenienze diverse, personalità diverse, modi di pensare diversi, ma dove la diversità unisce tutti in un legame, che non è quello di sangue, ma quello dell’esperienze e delle emozioni vissute insieme...




Una famiglia dove i sorrisi e gli abbracci non mancano mai e dove, puoi star certo, la porta di casa è sempre aperta!



Francesca 

NICA CDS 2014: Ma per noi il Nicaragua che cos’è?

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Nicaragua per noi è colore: il colore del mercato e delle bancarelle, è il colore delle case che non seguono un ordine ben preciso.
… è musica, che ti dà una spinta in più durante il giorno.
… è essere chiamati “Gringos” mentre si cammina per le strade (termine usato per descrivere gli americani).
… è cercare di farsi intendere con gesti e parole italianizzate a causa del precario spagnolo (Ma sempre ci siamo riusciti!!).
… è il sorriso di Gabriela e di tutti i ragazzi del Guis che trasmettono una vitalità e un’ allegria infinita.

… è lottare con le mosche durante i pasti.
… è il contagio dei MEGA della Chiara “Mega Bellllo!!”.
… è la comida tipica nicaraguense, gallo pinto, tajada, pollo fritto ecc..
… è sentire Lorenzo canticchiare improvvisamente “Notte, che notte quella notte” durante la mattina.
… è diventare dipendenti dalla Fresca e berne litri in quantità.
… è la gioia di farsi una doccia la sera e sciacquare via il sudore e la polvere.





… è orientarsi per il barrio seguendo le indicazioni “ desde el Ranchon media cuadra arriba y dos cuadras a lago
… è vedere la Ste chiudere OGNI sera gli armadi a chiave e spostare qualsiasi cosa appesa @_@
… è vedere TeoSce addormentarsi su ogni superficie e mezzo di trasporto non importa come sia in viaggio.
… è assistere agli spettacolari tuffi sulle persone di SteSce che potrebbero competere con una campionessa olimpionica di tuffi.
… è ascoltare le lezioni di vita di Lele che ogni volta ti fanno comprendere qualcosa di più sul mondo, mentre cerca una pepita.
… è sentire la voce allarmati di Fede di notte per paura di ladri immaginari e gatti malvagi.




Ma Nicaragua non è solo questo, è il semplice abbraccio di un bambino che forse è tutto quello che ha per ringraziarti.
… è la forza di mettercela tutta ogni giorno, dare il meglio di se per gli altri e trasmettere qualcosa.
è la voglia di alzarsi e spaccare il mondo ogni mattina.
… è l’emozione che trasmettono i giovani promotori di Rèdes, il loro impegno e la loro voglia di fare per cambiare e migliorare il barrio.
… è vedere volti di innocenti bambini già segnati dal tempo e dalla fatica




...è credere e sperare in un futuro migliore per tutti gli abitanti di Nueva Vida.

… è svegliarsi con il sorriso essendo felici e soddisfatti del lavoro che si svolge e di tutte le esperienze e persone che ti ricaricano di ottimismo e di vita.





E ricordatevi che alla fine per tutto in Nicaragua è … DONATELLA1

NicaCantieristi