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martedì 8 agosto 2017

Khachapuri, khincali, bavshvebo...ma è solo questa la Georgia?

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Quando Giuseppe ci ha proposto di accompagnarlo a portare il pasto caldo in 18 abitazioni di Kutaisi, abbiamo accolto l'idea con entusiasmo. Il pensiero di toccare con mano una nuova realtà ha acceso da subito la nostra curiosità.




Abbiamo così caricato la jeep con pasti caldi e pane. Pronti a partire!

Quando abbiamo varcato la soglia della prima abitazione, ci siamo sentite colpite da un'ondata di sensazioni ed emozioni contrastanti: c'era la voglia di rendersi utili, ma anche il timore di entrare in quelle case; il piacere di chiacchierare con le famiglie e, allo stesso tempo, la fatica di stare in stanze così "pesanti".
Forse può sembrare forte ciò che stiamo dicendo, ma l'impatto è stato con una realtà che ci eravamo immaginata molto diversa.
Case senza bagni, buie, odori molto forti, sporcizia, cavi del gas intrecciati a cavi della corrente, scale pericolanti ed ascensori fatiscenti... Sono solo piccoli dettagli che però non bastano a descrivere quella che è la condizione di vita di una grande parte della popolazione di Kutaisi, città di circa 200.000 abitanti.




Ma ciò che ci è rimasto di questo servizio non è solo la precarietà delle condiziooni di vita in cui le famiglie vivono, ma qualcosa di più profondo. La semplicità con cui ci hanno accolto, il sorriso sui loro volto e quei "kargad tsandebodet" ("grazie per essere passati proprio da me") con cui ci hanno salutato.

L'umiltà di farsi aiutare di certo non gli manca e si tengono ben stretta la loro dignità, che nemmeno la povertà riesce a portargli via.

Graziee!!




Marta&Vale



sabato 21 novembre 2015

Mi si è riempito il cuore

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                                                                                                               MELGA, 18 NOVEMBRE 2015.



A volte si vivono delle emozioni così forti e improvvise che non si riesce neanche a capire cosa sono, perché sono arrivate e come si chiamano.
Soprattutto per la maggior parte di noi, analfabeti emotivi, non abituati a parlare di ciò che si prova.
Ma non importa, perché già viverle è qualcosa, lasciano il segno.

Oggi mi si è riempito il cuore.

Andiamo con ordine. Nelle ultime due settimane un gruppo di ragazzi dell’Università Cattolica Boliviana si è impegnata a raccogliere viveri di ogni genere da portare alla comunità di Melga e proprio oggi siamo andati a consegnare il tutto.

Melga è un vasto territorio ubicato in mezzo alle montagne, a circa un'ora dalla città di Cochabamba. Ad accoglierci il Padre Ramiro, un grande uomo boliviano, calmo e silenzioso, ma con una forza d’animo che si percepisce solo guardandolo.
Un vero grande uomo.

Dopo aver scaricato una quantità di cibo apparentemente infinita per noi “operai” fuori forma, ci siamo sentiti in dovere di accettare l'invito di una suora polacca a bere un caffè, o meglio…ad abbuffarci in una seconda colazione!
Succede sempre così: “solo un cafesito!” e invece…pane , burro, marmellata, dulce de leche, formaggio! Tante, tante chiacchiere, moltissime risate, altrettanti spunti di riflessioni.

A pancia decisamente piena, il padre ha voluto portarci a conoscere un po’ il suo pueblo.
Siamo saliti in macchina e via! Campi coltivati,boschetti, lagune, tanta polvere, qualche casa, mucche e pecore. Una scuola.


Appare come una casetta in mezzo ad un vasto prato, in cima ad una collina.
Ad accoglierci, un bimbo, poco vestito, che gioca con l’acqua, vicino ad un canale.
Cerchiamo di capire se è solo o se i suoi genitori lavorano nei paraggi, ma parla solo quechua e ci accorgiamo che è piccolissimo.

Entriamo nella scuola: un edificio modesto, in pratica un’unica aula; 18 bambini, di differenti età, sono occupati nei test di fine anno. Sono divisi in tavoli, che rappresentano i diversi “livelli” scolastici: ci sono i bambini più piccolini di circa sei anni, occupati a disegnare; quelli di 7- 8 anni impegnati nel compito di matematica; poi i ragazzini di 9- 10 anni anche essi immersi nei calcoli e infine i più grandicelli di 12 -13 anni, che controllano la scena.
C’è un solo maestro, a cui, si vede , i bambini sono molto affezionati.






Ci fermiamo a parlare un po’ con loro.
Belen impiega circa un’ora di cammino per arrivare alla scuola; all’inizio le facevano male i piedi, ma ora non più.
Il bambino là fuori è il fratellino di un suo compagno: lo porta a scuola perché a casa non c’è nessuno, sono tutti nei campi a lavorare.
A Rodrigo non piace la matematica, perché è difficile.
In realtà non piace quasi a nessuno, povera matematica, sempre poco apprezzata ,ma di notevole utilità!
I più piccolini sono i più timidi, ma i più curiosi. Vorrebbero delle foto e si mettono in posa.

Tanti volti, tante storie.
È quasi ora per loro e per noi di andare, ma prima testano le nostre abilità col pallone! Naturalmente, vengo rimandata.


Ci allontaniamo tra saluti e sorrisi.
Ripartiamo e torniamo alla base, allungando però un po’ la strada.
Passiamo per altri campi, altri boschetti, altre lagune, tanta polvere, qualche casa, mucche e pecore.
I paesaggi sono mozzafiato, ma qualcosa mi pesa sul cuore e mi rattrista.




Arriviamo alla casa del padre che ci offre di pranzare insieme.
Come spesso accade, il menù propone sopa de mani: zuppa di arachidi, con pasta, verdure, pollo, patate lesse e patatine fritte, piatto unico.

Siamo nel comedor della parrocchia, dove le suore preparano da mangiare per i bambini che escono dal collegio.
Come ci spiega il padre, nella maggior parte delle famiglie, i genitori sono a lavorare nei campi tutto il giorno e spesso per più giorni, avendo più terreni da coltivare sia qui, sia più in basso, nel Chapare. I bambini rimangono soli a casa, senza però essere in grado di badare pienamente a se stessi. I più piccoli non sanno cucinare e rischiano di rimanere senza mangiare per giorni. Altri, semplicemente, non hanno abbastanza cibo.

Il comedor è aperto dal lunedì al sabato e accoglie tra i 30 e i 60 bambini al giorno.

Dopo un’ora abbondante, lo schiamazzare di qualche ragazzino ci fa capire che forse è arrivata l’ora di lasciare libera la tavola!
Ringraziamo le suore, salutiamo i bambini, ci dirigiamo verso le macchine, ma ad un certo punto, riconosciamo in lontananza la voce della nostra cara amica suora polacca che ci chiede: ” Gradite un cafesito?!?”.
Come rifiutare? Altro giro, altra corsa!

È arrivata proprio l’ora di andare. Ringraziamo, salutiamo, scattiamo le ultime foto e ci auguriamo buona fortuna con il solito : “Que te vaya bien!”.
Ma qualcosa pesa sul cuore.







sabato 8 agosto 2015

LIBANO: Le cronache di Rayfoun: il leone, la strega e l'armadio

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Arrivati alla fine di questi 5 giorni a Rayfoun, lo shelter di Caritas Libano  che si occupa dell’accoglienza di (attualmente 100) donne migranti situato a circa 30 km da Beirut, ecco cos’hanno visto i nostri occhi, ascoltato le nostre orecchie e provato i nostri cuori.


Siamo arrivati solo pochi giorni fa, ma ci sembra di essere qui da un secolo. 
Il primo impatto è stata la presentazione del centro come se fosse una visita guidata, una vetrina: qui ci sono le camere delle ragazze, qui gli uffici, qui l’aula computer, qui la famiglia irachena, qui la palestra, qui la chiesa (ma la usiamo come deposito). 

Passando per i vari spazi, sguardi interrogativi, curiosi, persi, soli incrociavano i nostri occhi già sovraccarichi di novità. Occhi neri e grandi, pelle bianca, olivastra, nera, fucsia, verde, azzurra (ha importanza??). 
L’equilibrio è mancato per qualche ora: in che universo siamo capitati? Un gruppo di 7 italiani piombato in un mondo di pochi metri quadri vissuto, SOPRAVVISSUTO, odiato, sopportato da giovani provenienti da Etiopia, Kenya, Filippine, Bangladesh, Togo, Iraq, Siria…Per alcuni potranno essere solo nomi di paesi (chissà dove si trovano sulla cartina geografica?), ma qui, ora, per noi sono diventati volti, storie, abbracci, sorrisi, pezzi di cuore. Un cuore la cui crepa si allarga sempre più ogni volta che una ragazza si lascia trapelare qualche frammento della sua storia. E il puzzle nella nostra immaginazione inizia a prendere forma. 

Partiamo dall’ A B C. A Beirut Caritas, oltre a supportare svariate emergenze locali, ci si occupa di aiutare le Domestic Workers, ovvero quelle persone che lasciano il proprio paese per lavorare in un paese straniero, sperando di trovare un salario più alto e delle condizioni migliori. Per le donne, in alcuni casi, questi sogni si trasformano in case-prigioni di libanesi benestanti, in cui sono costrette a lavorare come donne delle pulizie e vengono trattate come prigioniere e schiave (con tutte le ciliegine sulla torta che potete ben immaginare). 
Quando alcune di loro riescono a scappare cercano appiglio tramite le ambasciate che le inviano agli shelter. Qui rimangono fino a che non riescono ad ottenere i documenti per il rimpatrio (da poche settimane fino ad un anno). 
Provate a immedesimarvi. Immaginate di dover stare chiusi nello stesso posto per un tempo x, lontano da casa, senza mai uscire, senza avere contatti con l’esterno e con unico pensiero: tornare a casa.
Torniamo a noi: in punta di piedi ci siamo inseriti nella quotidianità di questo piccolo universo. Gli operatori dello shelter ci hanno invitati ad organizzare delle attività di svago. Tirando fuori un milione di idee, ognuno con i propri talenti (5 pani e 2 pesci, 7 come noi! ;P ), partendo da braccialetti, cornici, ventagli e collane floreali, siamo passati a murales, canti, balli tradizionali, aerobica, per concludere in bellezza con cucina etnica e sfilata di moda, con tanto di elezione di Miss Shelter 2015. 



Siamo stati per loro una sorpresa, una ventata di novità e di aria fresca nella monotonia e solitudine della quotidianità del rifugio. E pensare che sono bastati tre fili colorati e due bolle di sapone per accantonare, anche se per poco, i tristi pensieri. 

"E' la prima volta che sono felice qui a Rayfoun”, ci ha confidato commossa Marylin.


Perché siamo partiti per il Libano? Ancora non lo sappiamo, ma per il momento siamo qui.  Il tempo per pensare ad una risposta a questa grande domanda ora non ce l’abbiamo; i giorni scorrono, ci sono tante attività da preparare, nuove realtà, nuove storie da scoprire. Siamo sovraccarichi di emozioni, di novità.  

Zaino in spalla, domani è un altro giorno.

Cantieristi Lebanon

giovedì 23 luglio 2015

Nicaragua: "Sei sempre fantastica Managua!" :)

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Le 24 ore di viaggio, le 8 ore di fuso, la notte rumorosa, il forte caldo, le mie coinquiline ed amiche Stefania e Giulia, gli odori intensi della strada, le piogge improvvise e rinfrescanti, la musica alta, gli autobus sovraffollati, le grida dei bambini e dei venditori ambulanti fin dall'alba, i vecchi amici, i nuovi manifesti politici, i ricordi che ti assalgono ripercorrendo strade e luoghi già conosciuti, i ragazzi di Nueva Vida con le ferite che si portano dentro ed ahimè persino fuori visibili ed incancellabili, i sorrisi della gente, le emozioni che arrivano dritte al cuore, questo forte senso di pienezza che non sai spiegare con le parole. 
Nonostante tutto... SEI SEMPRE FANTASTICA MANAGUA! :)

Nueva Vida  - Foto di Roberto Meloni

" E ti diranno parole rosse come il sangue, 
nere come la notte; 
ma non è vero, ragazzo, 
che la ragione sta sempre col più forte 
io conosco poeti 
che spostano i fiumi con il pensiero, 
e naviganti infiniti 
che sanno parlare con il cielo. 
Chiudi gli occhi, ragazzo, 
e credi solo a quel che vedi dentro 
stringi i pugni, ragazzo, 
non lasciargliela vinta neanche un momento 
copri l'amore, ragazzo, 
ma non nasconderlo sotto il mantello 
a volte passa qualcuno, 
a volte c'è qualcuno che deve vederlo. 

Sogna, ragazzo sogna 
quando sale il vento 
nelle vie del cuore, 
quando un uomo vive 
per le sue parole 
o non vive più; 
sogna, ragazzo sogna, 
non lasciarlo solo contro questo mondo 
non lasciarlo andare sogna fino in fondo, 
fallo pure te.. 
Sogna, ragazzo sogna 
quando cade il vento ma non è finita 
quando muore un uomo per la stessa vita 
che sognavi tu 
Sogna, ragazzo sogna 
non cambiare un verso della tua canzone, 
non lasciare un treno fermo alla stazione, 
non fermarti tu... 


Lasciali dire che al mondo 
quelli come te perderanno sempre 
perché hai già vinto, lo giuro, 
e non ti possono fare più niente 
passa ogni tanto la mano 
su un viso di donna, passaci le dita 
nessun regno è più grande 
di questa piccola cosa che è la vita 

E la vita è così forte 
che attraversa i muri per farsi vedere 
la vita è così vera 
che sembra impossibile doverla lasciare 
la vita è così grande 
che quando sarai sul punto di morire, 
pianterai un ulivo, 
convinto ancora di vederlo fiorire 

Sogna, ragazzo sogna, 
quando lei si volta, 
quando lei non torna, 
quando il solo passo 
che fermava il cuore 
non lo senti più 
sogna, ragazzo, sogna, 
passeranno i giorni, 
passerà l'amore, 
passeran le notti, 
finirà il dolore, 
sarai sempre tu... 

Sogna, ragazzo sogna, 
piccolo ragazzo 
nella mia memoria, 
tante volte tanti 
dentro questa storia: 
non vi conto più; 
sogna, ragazzo, sogna, 
ti ho lasciato un foglio 
sulla scrivania,  
manca solo un verso 
a quella poesia, 
puoi finirla tu." 

( https://www.youtube.com/watch?v=wUcgidDj1-I )

Un abbraccio fortissimo,


Teo! :)

giovedì 28 agosto 2014

NICA CDS 2014: Una porta sempre aperta

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Un paese straniero, un gruppo di persone che si conoscono appena, poco meno di un mese di tempo da trascorrere insieme… un’unica parola… CANTIERE.

Cantiere è lavoro di squadra, è condivisione, è incontro, è scambio, è fatica, è sostegno, è rinuncia, è affetto, è creatività, è emozione, è … FAMIGLIA!




CANTIERE e FAMIGLIA, due parole che in un dizionario avrebbero definizioni differenti, ma non qui, in Nicaragua!

Perché quello che si percepisce quando arrivi e che ti accompagna per tutto il viaggio è proprio questo… un’aria di casa e l’affetto di una famiglia.











Una famiglia dove i componenti hanno storie diverse, provenienze diverse, personalità diverse, modi di pensare diversi, ma dove la diversità unisce tutti in un legame, che non è quello di sangue, ma quello dell’esperienze e delle emozioni vissute insieme...




Una famiglia dove i sorrisi e gli abbracci non mancano mai e dove, puoi star certo, la porta di casa è sempre aperta!



Francesca 

giovedì 14 agosto 2014

Libano: "Per fare tutto ci vuole un fiooooore!"

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 12.08.2014

Rino Gaetano con Gianna Gianna Gianna (scelta da dj Stefano) e Marmellata #25 (scelta da dj Anna) ci danno il buon giorno a Rayfoun!! Oggi giornata piena.. giornata intensa :)
Doppia colazione (fortunelli), la prima a base di rotolino (we love you), la seconda a base di.. BRIOCHES offerte dalla super capa Nancy!!!




Belli ciccioni, ci dividiamo i compiti: la maggior parte di noi segue le attività di ginnastica e origami e vediamo con grande gioia che la partecipazione alle nostre attività è aumentata rispetto a settimana scorsa. Le donne del centro si stanno iniziando a fidare di noi, si creano relazioni, ci chiamiamo per nome e ci sorridiamo piene di voglia di scambiarci un pezzetto di vita a vicenda :)






Riscopro la fiducia ogni giorno e anche se viviamo in un posto circondato da terra arida, mi sembra veramente di aver piantato un seme da cui non mi aspettavo di ricevere molto e che invece sta facendo di testa sua per riempirmi di fiori.







Alcuni di noi in mattinata vanno a comprare le tempere per il nostro “progetto-pilota”: dipingere alcuni dei pannelli esterni del centro di Rayfoun per lasciare un segno della nostra presenza qui. Nel pomeriggio cominciamo i lavori, diretti dalla nostra capo-mastra Valentina: guanti professional, tempere, scala, pennelli e rullo.. scrostiamo e diamo la prima passata!! Siamo super soddisfatti :)





Portiamo alcune donne con i piccoli a fare due passi fuori dal centro.. è un bel momento di libertà per loro, prendono un gelato, sono felici quando rientrano!
Per chi invece è rimasto nello shelter organizziamo dei giochi: lo scalpo diventa un placcaggio da rugby ma sembra essere apprezzato :) sono competitive, ma anche molto sportive: si buttano giù per acchiappare una codina di carta, ma finiscono sempre per abbracciarsi con un sorriso e una pacca sulla spalla. Poi il gioco delle sedie che le fa ballare e che le coinvolge sempre numerose :)


E' un pomeriggio bello, forte, pieno di risate, di giochi insieme.. ma una ragazza si sente male, un capogiro la fa inciampare sulle scale, si riprende in fretta, ma è spaventata, tanto. Lei che di solito ha una forza da spaventare i leoni, oggi ci abbraccia piangendo e cercando conforto. La medico sulle escoriazioni causate dalla botta.. la riaccogliamo con un sorriso forte quando torna serena tra le altre ragazze, un applauso da tutte che si erano preoccupate per lei. Ci lanciamo due sguardi complici quando la rivedo qualche ora dopo.. ci sono fili colorati tra noi e sono più grata io a lei per essersi fidata e affidata a noi, nonostante tutta la paura che aveva avuto in quel momento.
Alla sera mi siedo vicino a Karim: lei è la mia bottiglia nel mare. Mi sono seduta vicino a lei settimana scorsa, doveva preparare il cartellone delle nazioni, mi ha raccontato tanto anche se era timida e non aveva voglia di aprirsi a una sconosciuta. Non lo so come è successo poi, ma giorno dopo giorno ci siamo trovate bene a cercarci, parlare, a ridere o solo giocare e apprezzarci. Ieri mi ha detto che venerdì partirà per tornare nel suo Paese, Togo. E' felice come una pasqua :) e oggi quando ci sediamo di fronte al tramonto con una tazza di thè in mano, parlando dei segni zoodiacali e della nostra stessa età, mi dice che quando partirà le mancherò e che è stato bello incontrarci. Il mio inglese già sgangherato si inceppa emozionato, la abbraccio e senza tante parole metto quel tramonto tra i più bei tramonti della mia vita. Ci incrociamo giocando a twister, incrociandoci con le vite e con i colori così come abbiamo fatto in questi 7 incredibili giorni.
Giornata da rivivere tutta ancora e ancora :)

Con un piccolo aneddoto.. Samir, un piccoletto di 5 anni tutto pepe, ci viene incontro gridando “Ana Super Maaaaaan”, tutto convinto con il suo mantello da super eroe: tempo 3 passi e super man si schianta contro un sasso :) Si sente che di lì a poco stanno per riempirsi gli occhi di lacrime ma Stefano gli dice “Samir, devi essere superman adesso” e il piccoletto tiene duro fino all'infermeria e ci segue in braccio con un sorriso gridando e prendendosi in giro come un vero supereroe “Super Man.... BOOM!! Super Man BOOM!!” e imitando la sua epic fail memorabile :)

Buonanotte a tutti i piccoli super eroi

venerdì 11 aprile 2014

Rayfoun: il mondo in quattro mura.

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 La nostra settimana libanese ci vede coinvolti in tre diverse attività. La prima realtà di cui vorrei parlarvi è lo shelter di Rayfoun, un paese sulle colline solitamente abitato in estate dalle famiglie benestanti che sfuggono dall’afa della città. A tre anni dall’inizio della guerra in Siria la popolazione è molto cambiata, anche qui infatti è difficile non incontrare donne e uomini siriani. Quelle che fino all’estate scorsa erano scheletri di nuove abitazioni non finite e disabitate ora invece ospitano le numerose famiglie.

Il centro Caritas accoglie numerose migrant workers, ossia lavoratrici provenienti da paesi molto diversi che condividono la sfortuna di storie infelici con il datore di lavoro e ora sono senza passaporto in quanto “sequestrato” dal datore. In Libano, come in altri paesi del medio oriente, per poter migrare e lavorare è necessario avere uno sponsor, ossia qualche cittadino che si prenda la responsabilità e che garantisca un impiego. Tale figura ha un’importanza vitale dal punto di vista giuridico e non solo in quanto dalla sua “benevolenza” dipende la libertà del migrante. Le collaboratrici domestiche sono in continua crescita in tutto il mondo, non di meno qui in Libano dove rappresenta fortemente una questione di status sociale. Nei centri commerciali, nelle macchine, per strada…ovunque è possibile osservare quanto sia diffusa la presenza di una donna straniera nel nucleo famigliare.

Tra le 4 mura di Rayfoun si trova il mondo intero. Filippine, Togolesi, Keniote, Nepalesi e non solo…un numero di persone estremamente variabile che varca il cancello, in modo più o meno volontario, per cercare un aiuto burocratico, ma anche psicologico e sanitario.
molte hanno la mia età, 23 anni, alcune anche più piccole, molte ancora raccontano di avere figli e non manca mai il velo di tristezza dicendoti i nomi e l’età, qualche volta mostrando anche le foto di questi bambini.




Una volta fatte le dovute presentazioni, non tardano molto a raccontare le loro storie. Qualcuna è in Libano da pochi mesi, altre, più fortunate forse, da anni.
Assunte come donne delle pulizie, troppo spesso si sono trovate davanti a famiglie che non le trattavano come esseri umani, obbligandole a pulire la casa più volte al giorno, (le metrature libanesi medie sono circa di 200 mq. Nda), senza pause, talvolta anche senza cibo, facendole dormire sul pavimento dello sgabuzzino o della cucina o, ancora, discriminandole per il colore della pelle. Scappando o venendo cacciate di casa, le lavoratrici perdono i propri documenti in quanto per legge lo sponsor può detenere il passaporto dal momento in cui arrivano in aeroporto. Inizia così per loro un vero e proprio limbo, un tempo indefinito, scandito dall’attesa delle diverse burocrazie in cui vengono ospitate nel centro Caritas, in cui per lo meno hanno accesso a pasti regolari, cure e protezione.

Forse a questo punto sorge spontaneo chiedersi perché sono partite dai loro paesi per andare incontro a tali sfortune. A dispetto di quanto qualcuno possa pensare raramente provengono da condizioni di miseria. Molto più spesso sono donne con un sogno, un’aspirazione. Il desiderio di accumulare qualche soldo in più e potersi così permettere maggiori strumenti per il proprio futuro o quello della propria famiglia, per potersi ripagare gli studi o per pagarli ai figli…insomma desideri che ciascuno di noi ha: indipendenza, autonomia, emancipazione

Un’altra domanda potrebbe essere se non sia possibile informare le persone prima che partano. Esistono agenzie che si occupano di fare da ponte tra la lavoratrice e lo sponsor e sono il primo veicolo di informazioni per queste donne. Molto spesso però tali informazioni sono parziali e non del tutto vere, oppure ciò che le donne firmano nel contratto non viene assolutamente rispettato dal datore, il quale appunto ha la possibilità di fare tutto rimanendo per lo più impunito.
loro stesse pensavano di essere le uniche con questa sfortuna invece, entrate nello shelter, si sono subito accorte di quanto sia comune questo problema.
Nel raccontare, la loro voce è arrabbiata, delusa, malinconica ma nello stesso tempo mai rassegnata. Mentre la mia mente rimane sbigottita da quello che mi pare irreale, mi sorprendo quando alcune donne cambiano tono, iniziando a scherzare, mettendoci un po’ di ironia, qualche risata, come a voler alleggerire la storia che hanno sulle spalle. Mentre tu vorresti abbracciarle e piangere,  loro sorridono e ti insegnano come affrontare le situazioni veramente difficili.


Stefano e la ginnastica mattutina :)



calcio e champagne: pt.1
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