Dopo esserci salutati coi puntini
ce la siam presa con calma, da veri gibutini
Adesso ci tocca davvero raccontare
tutte le cose che abbiam voluto fare.
Di strada tanta se ne è fatta
siam passati pure ad Arta
una missione di suore congolesi
che nelle proporzioni ci han sorpresi
ma ci ha sorpreso anche il loro lavoro
che lassù vale più dell'oro
perchè del lec e dell'istruzione
ne hanno fatto una vera passione.
Di suore altre ne abbiamo incontrate
di tutti i gusti, di tutte le annate:
Ad Ali Sabiè
ce ne son ben tre
Celia, Marzia e Anna
che son per il villaggio una manna
“Scuola per tutti” han sempre nella mente
anche per il bimbo abile diversamente
Perchè lì le strutture si son modificate
e tutte le barriere son crollate.
Lì, ma anche in città
c'è un esempio di questa rarità
e nuove suore abbiam incontrato
burundesi, dall'abito colorato.
Infine a Djibouti una costante
suor Bau scalpitante
che in pareo e magliettina
scaglia bimbi come in piscina
e se in infermeria devi esser curato
vai da Bau e verrai agghindato.
Ma le suore non son tutto
qua ci si diverte di brutto
a ferragosto una grigliata
coi soldati una magnata,
una cena da Samatar
samboussa, mimi e au revoir,
e se di lusso ti vuoi sfondare
al Kempiski ti puoi svaccare
piscine e arredi sontuosi
e shampoo a sgamo per noi curiosi.
E se proprio vuoi esagerare
con un pescatore ti devi accordare
Kokobeach non son drinks ghiacciati
ma una barca da pirati
pochi minuti e sull'isola potrai attraccare
unica accortezza, la crema solare
al gestore fasullo
risponderai da bullo,
ma se a lui parte la maledizione
alla polizia non fai obiezione
e una multa è la punizione.
Tante altre cose potremmo raccontare
ma c'è una festa da animare
papillon e fiori son preparati
aspettan solo di esser indossati
addobbi e nastri tutto è pronto
anguria e banane a volontà
ok, forse non è molto
ma domani grande festa sarà.
Il Cantiere tante cose ci ha lasciato
il bagaglio è aumentato
non di peso ma di significato
e questa Solidarietà
stretta stretta, con noi verrà.
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venerdì 21 agosto 2015
lunedì 17 agosto 2015
LIBANO: Mare Nostrum
Alcuni
lo raggiungono in aereo, altri in barca, altri col camion: dipende sempre da
dove si parte.
Il Paese non è molto grande. Arrivando, la prima cosa che ti
colpisce sono sicuramente i paesaggi naturali: mare, montagne e colline si
susseguono rendendo lo spettacolo molto vario e interessante. Se poi si pensa
alla grande civiltà che abitò qui più di 2000 anni fa…
Poi
ci sono le città, riversamenti di cemento pazzeschi: palazzi a più piani
situati uno vicino all’altro che ti sembra di soffocare, moltissimi dei quali
sono ancora in costruzione, cartelloni pubblicitari enormi e colorati, spesso
con modelle in bikini, che attirano lo sguardo e invogliano a comprare.
Il
tutto sormontato da un’aureola di smog.
Alcuni punti sono pieni di rifiuti e
sporcizia: il riciclo non sempre funziona e i netturbini a volte scioperano.
Davanti agli edifici istituzionali ci sono sempre uomini in divisa che fanno la
guardia.
Una
lunga autostrada taglia il Paese da nord a sud e nei periodi dell’anno più movimentati
c’è un traffico indescrivibile, con autisti spesso maleducati impegnati in
folli corse di velocità.
Molti di loro hanno perfino comprato la patente. In
alcune regioni si va in giro in due in motorino senza casco improvvisando
impennate da paura!
Al
patrimonio naturale e culturale non è dato il giusto valore, a volte non si
pensa a che ricchezza e bellezza si possiede! Le spiagge, ad esempio, in alcuni
tratti sono costellate di rifiuti abbandonati da persone incivili e gli antichi
resti sono lasciati allo scorrere della storia.
Il
sabato sera è sacro per i giovani, come in tutto il mondo: disco-pub e beach
party sono le mete preferite, soprattutto nelle calorose sere d’estate. Le
ragazze qui sfoggiano i loro vestitini più alla moda, mentre i ragazzi mostrano
il risultato di un anno di duro lavoro in palestra.
Non ci si ferma a
riflettere sul fatto che dietro l’angolo qualcuno sta dormendo avvolto in una
sola coperta, perché non ha più una casa dove andare. Ma la movida non si ferma
e sembra non accorgersi di nulla, indifferente: quello che conta è solo ballare
come se non ci fosse un domani.
Una
delle cose interessanti di questo Paese è che ci vivono persone di diverse
religioni, soprattutto cristiani e musulmani. L’integrazione è molto difficile:
i pregiudizi sono all’ordine del giorno, sia verso gli stranieri che migrano
qui per trovare lavoro e migliori condizioni di vita, sia verso le persone con
un credo differente, sia (ma in modo inferiore) verso i connazionali
provenienti da altre zone del Paese. Il diverso lo si identifica subito: pelle un
po’ più scura, vestiti che saltano all’occhio, dialetto differente.
Non
avremmo saputo descriverla meglio, L'ITALIA.
3000
chilometri ci separano, ma in fondo non siamo poi così lontani!
#Milano
#Beirut #Findthedifferences
Nicaragua: "Io ci credo"
Da una pagina del diario di viaggio...
Giorno 6
Ore 24.05 locali
Giorno 6
Ore 24.05 locali
Sono qui da soli 6 giorni eppure mi sembrano passati secoli dalla partenza… Le esperienze, il conoscere un contesto nuovo, con persone nuove, e il doversi adattare riempie ogni momento e lo rende denso, quasi tangibile.
Il tempo sembra ancora più solido da quando siamo arrivati a Nueva Vida.
Dopo il viaggio quasi piacevole, divertente, sul cassone del pick-up di Felix che ci ha portato qui da Managua, appena sceso, mi sono davvero reso conto che avrei avuto a che fare con la povertà estrema.
Non che Managua sia un paradiso, ma l’aria, piena di odore di "basura" e di umanità strisciante, e l’acqua nera che scivola sulla strada in una grande fogna a cielo aperto, e i rumori improvvisi della "ruta" e delle poche scassate macchine che rompono la routine quotidiana della povertà, ti colpiscono immediatamente.
Lo senti, quasi puoi toccare il dolore, l’angoscia, la mancanza di speranza che si muove come un’ombra tra le baracche improvvisate e i cani fantasma. Eppure, arrivare al centro Redes, e al contiguo centro El guis, che ti accolgono nel verde delle piante abitate da una moltitudine di uccelli, geki, insetti, ti fa chiudere di nuovo gli occhi, ti fa razionalizzare la povertà che traspira dai frequentatori del centro: bambini curiosi del colore della tua pelle, donne in attesa del consulto della dottora.
Forse per questo l’esperienza che ci ha fatto fare Teo la prima sera qui ci ha colpito così tanto. Il farsi guidare bendati da un compagno, il farsi accarezzare il volto da mani diverse da quelle a cui sei abituato, e, soprattutto, ascoltare ad occhi chiusi le testimonianze di ex civilisti, ti costringe a riaprire completamente gli occhi, ed il cuore.
Provi a contenere dentro l’angoscia, la disperazione e la rabbia che ti contagiano parola dopo parola, provi a inserirle in uno schema razionale, a controllarle per evitare che ti facciano ancora più male; provi, ma non ce la fai.
C’è chi trova uno sfogo nelle lacrime, che comunque si nascondono dietro gli occhi di tutti, chi fissa un punto vuoto davanti a sé, chi cerca il calore di un abbraccio… Io ho provato a parlarne, a rispondere alle domande di riflessione poste da Teo, a nascondere negli artifici del linguaggio almeno un poco di quel dolore che invadeva completamente le mie membra.
Ma di fronte a tutta questa disperazione, a questo veloce susseguirsi di vite segnate dalla violenza, dagli abusi trasmessi come un virus di generazione in generazione, dalla droga in cui si rifugia chi non vuole vedere ciò che ha intorno, quale può essere la risposta, il senso la speranza?!?
Una civilista di qualche anno fa ha provato a darla, una risposta, tanto semplice quanto profonda: IO CI CREDO.
Non è, o almeno non è solamente, un credere religioso, in un paese dove la religione strasborda dai cartelloni governativi o dagli autobus scassati coperti di immagini sacre. Non è la fede sensazionalistica e risolutrice di ogni problema, ma con un prezzo, delle tante chiese evangeliche a ogni angolo delle quadre.
E’ credere che ci possa sempre essere un’alternativa, che si ha sempre uno spazio di azione, che, insieme, si possano creare delle opportunità.
Non esistono soluzioni semplici, leggi empiriche da applicare, miracoli improvvisi.
Il credere richiede l’implicarsi profondamente, il mettersi in gioco con tutti i propri limiti, l’accettare l’impossibilità di cambiare radicalmente ciò che ci fa male; ma consiste anche nello sperare di essere un piccolo tassello, anche il più infimo, di un puzzle enorme che qualcuno prima o poi finirà, di essere un filo sottile di una grande ragnatela che non possiamo tessere da soli: la necessità del contatto, della relazione, della solidarietà.
E questa consapevolezza la si tocca, anche solo per poco, quando ci si trova di fronte alla disperazione più profonda, alla povertà più estrema, alla morte. Una reazione di vita, di speranza, di amore e fiducia nell’altro che germoglia solo in queste situazioni può sembrare un paradosso, un ossimoro, come una fonte nel deserto.
Non trovando una soluzione razionale, la mia mente ha fatto riaffiorare i vecchi ricordi di una poesia di Ungaretti, Veglia, scritta dopo aver passato una notte intera in una buca fianco a fianco a un compagno morto. Di fronte alla morte, all’angoscia, alla disperazione, Ungaretti conclude così la sua poesia: NON SONO MAI STATO TANTO ATTACCATO ALLA VITA.
Un abbraccio a tutti.
Niccolò
Dopo il viaggio quasi piacevole, divertente, sul cassone del pick-up di Felix che ci ha portato qui da Managua, appena sceso, mi sono davvero reso conto che avrei avuto a che fare con la povertà estrema.
Non che Managua sia un paradiso, ma l’aria, piena di odore di "basura" e di umanità strisciante, e l’acqua nera che scivola sulla strada in una grande fogna a cielo aperto, e i rumori improvvisi della "ruta" e delle poche scassate macchine che rompono la routine quotidiana della povertà, ti colpiscono immediatamente.
Lo senti, quasi puoi toccare il dolore, l’angoscia, la mancanza di speranza che si muove come un’ombra tra le baracche improvvisate e i cani fantasma. Eppure, arrivare al centro Redes, e al contiguo centro El guis, che ti accolgono nel verde delle piante abitate da una moltitudine di uccelli, geki, insetti, ti fa chiudere di nuovo gli occhi, ti fa razionalizzare la povertà che traspira dai frequentatori del centro: bambini curiosi del colore della tua pelle, donne in attesa del consulto della dottora.
Forse per questo l’esperienza che ci ha fatto fare Teo la prima sera qui ci ha colpito così tanto. Il farsi guidare bendati da un compagno, il farsi accarezzare il volto da mani diverse da quelle a cui sei abituato, e, soprattutto, ascoltare ad occhi chiusi le testimonianze di ex civilisti, ti costringe a riaprire completamente gli occhi, ed il cuore.
Provi a contenere dentro l’angoscia, la disperazione e la rabbia che ti contagiano parola dopo parola, provi a inserirle in uno schema razionale, a controllarle per evitare che ti facciano ancora più male; provi, ma non ce la fai.
C’è chi trova uno sfogo nelle lacrime, che comunque si nascondono dietro gli occhi di tutti, chi fissa un punto vuoto davanti a sé, chi cerca il calore di un abbraccio… Io ho provato a parlarne, a rispondere alle domande di riflessione poste da Teo, a nascondere negli artifici del linguaggio almeno un poco di quel dolore che invadeva completamente le mie membra.
Ma di fronte a tutta questa disperazione, a questo veloce susseguirsi di vite segnate dalla violenza, dagli abusi trasmessi come un virus di generazione in generazione, dalla droga in cui si rifugia chi non vuole vedere ciò che ha intorno, quale può essere la risposta, il senso la speranza?!?
Una civilista di qualche anno fa ha provato a darla, una risposta, tanto semplice quanto profonda: IO CI CREDO.
E’ credere che ci possa sempre essere un’alternativa, che si ha sempre uno spazio di azione, che, insieme, si possano creare delle opportunità.
Non esistono soluzioni semplici, leggi empiriche da applicare, miracoli improvvisi.
Il credere richiede l’implicarsi profondamente, il mettersi in gioco con tutti i propri limiti, l’accettare l’impossibilità di cambiare radicalmente ciò che ci fa male; ma consiste anche nello sperare di essere un piccolo tassello, anche il più infimo, di un puzzle enorme che qualcuno prima o poi finirà, di essere un filo sottile di una grande ragnatela che non possiamo tessere da soli: la necessità del contatto, della relazione, della solidarietà.
E questa consapevolezza la si tocca, anche solo per poco, quando ci si trova di fronte alla disperazione più profonda, alla povertà più estrema, alla morte. Una reazione di vita, di speranza, di amore e fiducia nell’altro che germoglia solo in queste situazioni può sembrare un paradosso, un ossimoro, come una fonte nel deserto.
Non trovando una soluzione razionale, la mia mente ha fatto riaffiorare i vecchi ricordi di una poesia di Ungaretti, Veglia, scritta dopo aver passato una notte intera in una buca fianco a fianco a un compagno morto. Di fronte alla morte, all’angoscia, alla disperazione, Ungaretti conclude così la sua poesia: NON SONO MAI STATO TANTO ATTACCATO ALLA VITA.
Niccolò
alle
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venerdì 14 agosto 2015
Nicaragua: "MANAGUA piensa en GRANDE"
Managua è bella. Davvero. Ma non di quelle bellezze lineari, che quasi irritano per l’assenza di tratti imperfetti.
E’ una bellezza contorta, coraggiosa e in parte difficile da notare, a meno di non guardarla con il cuore. Eppure, è magnetica.
Tanto per cominciare è capitale di una terra di laghi e vulcani, bellezze naturali che portano con sé un pericoloso potenziale; inoltre il caso, il destino o chi per esso, l’ha fatta sorgere su un’enorme faglia sismica, una ferita della Terra che più volte si è riaperta, causando dolore.
Ma per quello che ne so, Managua le sue ferite le mostra con orgoglio: nell’unica parte della città che potrebbe essere vagamente assimilata ad un centro storico sorge la vecchia cattedrale.
E’ l’unico edificio sopravvissuto al terremoto del 1972. Con le sue colonne e il timpano in stile classico, si staglia contro il cielo, orgogliosa e intatta esternamente, nonostante sia totalmente distrutta all’interno.
Le scosse l’hanno resa inagibile, disintegrandone il contenuto. Ma lei è lì, ancora in piedi, e le lancette del suo orologio ci sono ancora. Sono ferme a quelle 12.35 di 43 anni fa, non più mosse da alcun ingranaggio.
Da allora la città è stata totalmente ricostruita, con i pochi mezzi economici disponibili e incaricando il caso di stendere un piano regolatore. Il risultato è un accozzarsi insensato di quartieri dalla forma scomposta, dove estrema povertà e benessere, tranquillità e criminalità diffusa sbattono l’una contro l’altro e a tratti si invadono reciprocamente, mischiandosi nella girandola di colori che la contraddistingue.
Per i prossimi giorni staremo a Batahola, un quartiere (anzi un barrio, per dirla alla Nicaraguense) popolare. Per lungo tempo è stato segnato da guerriglia e degrado urbano, ostaggio di criminalità e spaccio. Ancora una volta però, dalla sutura di questa ferita, è sorto un centro culturale che ha cercato di dare un’alternativa ai ragazzi che non fosse la strada, un parco giochi sicuro in cui i bambini potessero giocare e tanti colori con cui dipingere le case, perché come insegna la cattedrale, la povertà che si respira al loro interno non demolisca la speranza e la gioia della gente.
La nostra casa è come tutte quelle qui: la facciata è dipinta con un colore brillante, c’è un patio coperto da un tetto in lamiera e chiuso da un cancello.
Internamente, le tegole sono sostituite da legno e lamiera. Dalle giunture tra le lamine piove dentro, ma come ci dice con naturalezza il nostro coordinatore Matteo, basta conoscere i punti in cui è danneggiata, mettere sotto un catino e tutto si risolve. E a pensarci bene, questa massima si può estendere all’incirca ad ogni situazione della vita.
Inoltre, abbiamo un pavimento piastrellato e questo basta a rendere la nostra casa la più “linda” del quartiere, anche se è assurdo.
Le case qui sono tutte su un piano, tanto che nei rari casi in cui questo non avviene, al postino per raggiungerle basta indicare la direzione della casa e dire che quella di interesse si trova al secondo piano. E’ un dettaglio sciocco, ma mi ha colpita.
Usciti da Batahola la città si sviluppa come vuole, ospitando case simili a quelle vicine alla nostra, alcune delle quali fungono da negozi o piccole e grandi officine.
In un patio composto da tre lamiere sbilenche, corredato da cartone informativo e sul cui sfondo si trova una piccola casa dall’intonaco brillante e scrostato, un ragazzino ripara cellulari sotto il sole cocente.
Girando per le vie si trovano molti di questi negozi arrangiati, che si alternano a supermercati e locali. Davanti ad alcuni di questi ci sono dj, armati di mixer e microfono, che fanno risuonare nell’aria musica latina, calda e coinvolgente, annunciando le offerte del giorno.
Ovunque la gente, per strada, nei patii delle case o occupata nelle sue faccende, alza gli occhi, ci guarda sorridente e saluta. Per loro siamo indistintamente “gringos”, non importa se non siamo americani, ma nonostante ciò sono amichevoli.
Managua è una città che non si arrende mai, non è arroccata nei suoi problemi. E’ una città che si è rialzata più volte e continua a farlo ogni giorno, facendo sorgere nuovi parchi, nuove zone sorvegliate e protette in cui le famiglie possano trascorrere del tempo serenamente, diffondendo la cultura con le molte piccole università che ospita e credendo che sia possibile un futuro migliore.
Tutto questo lo racconta la gente, lo raccontano gli edifici e lo raccontano i murales colorati che sono sparsi per i muri della città e delle case, anche quelle più povere. Managua “piensa en grande” e io vorrei somigliarle.
Cla
alle
19:15
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giovedì 13 agosto 2015
LIBANO: Un, due, tre... Guerra!!
Siete
tutti capaci di giocare a NASCONDINO? No?!?
Ecco le regole: una persona conta e
tutti gli altri si nascondono; quando la persona che sta alla toppa finisce di
contare, va a cercare tutte le altre persone. L’obiettivo di queste ultime è
ritornare alla toppa e dire “Per tutti!”, per salvare i propri compagni
beccati. In questo modo vincono tutti.
Immaginate
ora una partita a nascondino mondiale, dove i partecipanti sono le persone di
ogni paese. Facciamo una manche di “Miscela
numerata” per decidere chi conta ed esce la Siria. È marzo 2011.
Si
comincia.
La
Siria conta fino a 2015. Giocano circa 4 milioni di persone.
Tutti iniziano a
scappare per cercare un nascondiglio perfetto, in modo da non essere beccati.
C’è che si sposta a sud, dove i parenti conoscono un posto infallibile per
nascondersi.
Alcuni più a nord, verso la Turchia, altri, i più coraggiosi,
corrono verso l’Europa (corre voce che ci siano dei posti adatti al gioco e che
le persone siano disponibili a concedere qualche aiuto nella ricerca del
nascondiglio), altri ancora scappano momentaneamente verso il Libano, sperando
di trovare una sistemazione migliore nelle ore successive.
È
qui che si sbagliano.
Quello
che li aspetta è un gioco infinito, fatto di estenuanti attese e di
indifferenza generale. Alcuni decidono di abbandonare il gioco, sono sfiniti.
Altri proseguono da soli, senza le proprie famiglie. Tutti aspettano che
qualcuno corra alla toppa a gridare “Liberi tutti!”, ma per ora, ancora nulla.
Ad
essere in Libano, sentire la parola “Siria” fa venire la pelle d’oca.
Tutto è
così reale. La parola “guerra” prende corpo: sono gli occhi dei bimbi e delle
mamme siriane rifugiate nello shelter di
Caritas a Bhersaf; sono le catapecchie di lamiera o cemento del campo profughi
di Dbayeh dove qualche famiglia cerca di sopravvivere; è il racconto di un
amico di Damasco durante una cena in riva al mare.
Il
cuore trema mentre tutto tace.
TU sei fermo di fronte a ragazzi ventenni
che passano in prigione un mese e mezzo della loro vita, solo per il fatto di
abitare in una certa regione della Siria considerata fulcro di rivoluzionari.
TU
taci guardando una donna siriana di 79 anni che, sola, dopo essere stata
rispedita a casa dalla Germania e dalla Svezia, attende (cosa?) da più di un
anno in un rifugio di Caritas.
TU
continui per la sua strada mentre con la forza e il sacrificio alcune mamme
siriane cercano di mettere in salvo i propri figli da un orrore ingiusto che ha
travolto le loro vite.
TU
non fai niente di fronte ad un gruppo di bambine che, giocando
tranquillamente tra loro, al sentire il rumore di un aereo che passa (fortunato chi sta andando in Grecia a farsi
una vacanza!) si abbassano e si coprono le orecchie spaventate.
Il
mondo alza barriere, crea muri, delimita i perimetri con militari e filo
spinato.
Ma non
c’è muro né filo spinato che regga quando si tratta di libertà.
Caro
Mondo, come puoi andare a dormire la sera ed essere indifferente?!?
Cantieristi
Lebanon
alle
21:05
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mercoledì 12 agosto 2015
Nicaragua: "¡Marina non cè!"
06.08.15
Ore 21.00, Aeroporto di Managua
“Bienvenidos a Managua! Siete carichi?”.
“Si, ma…non noti niente di strano?!”
“Bea, Cla, Nico, Sere, Ambra…dov’è Marina?!”
Il sorriso di Teo si affloscia, come le trombette da festa di compleanno quando si arrotolano.
Qualche ora prima, anzi parecchie.
I sei protagonisti di questa storia si ritrovano all’aeroporto di Malpensa, terminal 1 per i puntigliosi. L’aereo è già in ritardo. Brutto segno, ma noi siamo carichi e ignari delle disavventure che ci aspettano.
Qualche saluto a parenti e amici, incombenza burocratica e “selfie” più tardi, si decolla.
Il volo è tranquillo, ma molto lungo e accumula ancora ritardo a causa del traffico aereo. Bruttissimo segno, ma siamo ancora ottimisti.
Atterriamo alle 16.30 ad Atlanta e abbiamo un’ora scarsa per compilare il modulo per il visto, fare la coda per i controlli, lasciare le impronte digitali, fare una giravolta e farla un’altra volta.
Sei un terrorista? Sei mai stato negli USA? Il passaporto è lo stesso dell’ultima volta? Ci stordiscono con una montagna di domande in inglese e alla fine siamo confusi, così confusi da colpirci da soli, e soprattutto da separarci in tre diverse lunghissime code.
Alle 16.50 ci riuniamo finalmente all’imbarco, trafelati e con il fiatone e senza la certezza di riuscire a salire sull’aereo. Marina non c’è. Bruttissimissimo segno.
E’ rimasta bloccata in coda ai controlli e l’aereo per lei è perso, mentre noi siamo costretti a decollare e dopo altre quattro ore (diventate cinque e mezza) atterriamo a Managua.
Saliamo su un pulmino scassato guidato da Angelito, il tipico autista Nicaraguense: guida sportiva e conoscenza del codice della strada scarso. Ordinaria amministrazione, da queste parti.
Dai finestrini scorrono le prime immagini di Managua di notte, illuminata dagli alberi della vita sparsi per l’intera città e affollata di gente, che ci accompagnano fino a Batahola, il barrio in cui abiteremo per il fine settimana.
Distrutti dal viaggio e dal fuso orario, stendiamo i nostri sacchi lenzuolo su tre materassi buttati sul pavimento. L’ultimo pensiero va alla sfortuna Marina, sola ad Atlanta e costretta a dormire in aeroporto perché sprovvista di visto… .
Nel frattempo ad Atlanta...
A quanto pare Marina non è l’unica ad aver perso l’aereo. Con lei c’è un italiano conosciuto di fronte al gate sbarrato e diretto in Nicaragua per lavorare in un’ONG.
Quindi Marina non è sola. E non è nemmeno sfortunata, visto che la compagnia aerea le ha pagato una notte in hotel extralusso con piscina, letto comodo e ogni confort immaginabile.
Inoltre la sua disavventura le ha fruttato una cena e un libro con dedica, “101 cose Zen”, regalategli dal suo compagno di viaggio.
Alle 17.30 di venerdì, Marina ci raggiunge a Managua, accolta da sorrisi e un cartellone con hashtag improbabili.
A volte la felicità si presenta sotto spoglie insospettabili: un libro, uno sconosciuto, un volo perso e la meta è solo un poco più distante del previsto. Uno scalo a Miami dopo, in questo caso.
Seguimos adelante, si comincia!
Con gratitudine (cit.),
I cantieristi Nicaragua! :)
alle
07:59
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sabato 8 agosto 2015
LIBANO: Le cronache di Rayfoun: il leone, la strega e l'armadio
Arrivati alla fine di questi 5 giorni a Rayfoun, lo shelter di Caritas Libano che si occupa dell’accoglienza di (attualmente 100) donne migranti situato a circa 30 km da Beirut, ecco cos’hanno visto i nostri occhi, ascoltato le nostre orecchie e provato i nostri cuori.
Siamo arrivati solo pochi giorni fa, ma ci sembra di essere qui da un secolo.
Il primo impatto è stata la presentazione del centro come se fosse una visita guidata, una vetrina: qui ci sono le camere delle ragazze, qui gli uffici, qui l’aula computer, qui la famiglia irachena, qui la palestra, qui la chiesa (ma la usiamo come deposito).
Passando per i vari spazi, sguardi interrogativi, curiosi, persi, soli incrociavano i nostri occhi già sovraccarichi di novità. Occhi neri e grandi, pelle bianca, olivastra, nera, fucsia, verde, azzurra (ha importanza??).
L’equilibrio è mancato per qualche ora: in che universo siamo capitati? Un gruppo di 7 italiani piombato in un mondo di pochi metri quadri vissuto, SOPRAVVISSUTO, odiato, sopportato da giovani provenienti da Etiopia, Kenya, Filippine, Bangladesh, Togo, Iraq, Siria…Per alcuni potranno essere solo nomi di paesi (chissà dove si trovano sulla cartina geografica?), ma qui, ora, per noi sono diventati volti, storie, abbracci, sorrisi, pezzi di cuore. Un cuore la cui crepa si allarga sempre più ogni volta che una ragazza si lascia trapelare qualche frammento della sua storia. E il puzzle nella nostra immaginazione inizia a prendere forma.
Partiamo dall’ A B C. A Beirut Caritas, oltre a supportare svariate emergenze locali, ci si occupa di aiutare le Domestic Workers, ovvero quelle persone che lasciano il proprio paese per lavorare in un paese straniero, sperando di trovare un salario più alto e delle condizioni migliori. Per le donne, in alcuni casi, questi sogni si trasformano in case-prigioni di libanesi benestanti, in cui sono costrette a lavorare come donne delle pulizie e vengono trattate come prigioniere e schiave (con tutte le ciliegine sulla torta che potete ben immaginare).
Quando alcune di loro riescono a scappare cercano appiglio tramite le ambasciate che le inviano agli shelter. Qui rimangono fino a che non riescono ad ottenere i documenti per il rimpatrio (da poche settimane fino ad un anno).
Provate a immedesimarvi. Immaginate di dover stare chiusi nello stesso posto per un tempo x, lontano da casa, senza mai uscire, senza avere contatti con l’esterno e con unico pensiero: tornare a casa.
Torniamo a noi: in punta di piedi ci siamo inseriti nella quotidianità di questo piccolo universo. Gli operatori dello shelter ci hanno invitati ad organizzare delle attività di svago. Tirando fuori un milione di idee, ognuno con i propri talenti (5 pani e 2 pesci, 7 come noi! ;P ), partendo da braccialetti, cornici, ventagli e collane floreali, siamo passati a murales, canti, balli tradizionali, aerobica, per concludere in bellezza con cucina etnica e sfilata di moda, con tanto di elezione di Miss Shelter 2015.
Siamo stati per loro una sorpresa, una ventata di novità e di aria fresca nella monotonia e solitudine della quotidianità del rifugio. E pensare che sono bastati tre fili colorati e due bolle di sapone per accantonare, anche se per poco, i tristi pensieri.
"E' la prima volta che sono felice qui a Rayfoun”, ci ha confidato commossa Marylin.
Perché siamo partiti per il Libano? Ancora non lo sappiamo, ma per il momento siamo qui. Il tempo per pensare ad una risposta a questa grande domanda ora non ce l’abbiamo; i giorni scorrono, ci sono tante attività da preparare, nuove realtà, nuove storie da scoprire. Siamo sovraccarichi di emozioni, di novità.
Zaino in spalla, domani è un altro giorno.
Cantieristi Lebanon
alle
09:35
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venerdì 5 settembre 2014
Moldavia: Un'estate in un post!
Settembre è iniziato e la mia quotidianità moldava felicemente riprende… ma agli amici che mi chiedono “com’è andata quest’estate?”… un sorriso si apre e la voglia di raccontare scalpita!
Le cose da dire sarebbero tante e le parole a volte vuote.
Ci provo in qualche modo, cercherò di non essere banale o scontata e so già che finirò per essere un po’ sconclusionata!.. tanti nomi o momenti diranno poco a chi non c’era ma mi sembra bello e giusto così… al Cantieri ci si deve venire!
Proverò a riassumervi quella che è stata la mia estate, cercando di dare un respiro più ampio a quelle che sono state due settimane intense e vive ma che si inseriscono in un percorso avviato!
Riparto allora da quando l’estate è iniziata.. ovvero con il nostro rientro di Giugno.

E così Giugno è stato un mese INTENSO.
È stato il mese del "sei qui in vacanza?", "in realtà no!sono sempre in servizio ma in formazione", "ah va beh quindi sei in vacanza!" (che problemi hai?)
del “dai dicci qualcosa in rumeno!” (ma anche no!),
del "ah ma sei stata via? sembra ieri che ci siamo visti!" (se lo dici tu!)
del "l'ultima cena prima che riparti" (che ansia!)
ma anche dei saluti, quelli in aeroporto, quelli autentici, quelli di chi si vuole bene e prende la propria strada!
Giugno è stato NECESSARIO!
E così si ritorna in Moldavia! Con quella carica di chi sa dov’è il proprio posto almeno fino a Gennaio 2015, di chi il rumeno continuo a non saperlo, di chi è pronto ad andare in Cantiere!
Giusto il tempo di preparare il materiale ed ecco che arriva… il Moldova 1!
Luglio è stato un mese di PASSAGGIO e di CONOSCENZA.
Con il Moldova 1 non eravamo propriamente coordinatrici e non eravamo propriamente cantieriste, così abbiamo potuto osservare e scoprire un po’ di questo e un po’ di quello.. tutta fortuna!
Luglio è stato uno zaino che continuamente si riempiva (sempre un po’ a caso) e si svuotava…
Le cose da dire sarebbero tante e le parole a volte vuote.
Ci provo in qualche modo, cercherò di non essere banale o scontata e so già che finirò per essere un po’ sconclusionata!.. tanti nomi o momenti diranno poco a chi non c’era ma mi sembra bello e giusto così… al Cantieri ci si deve venire!
Proverò a riassumervi quella che è stata la mia estate, cercando di dare un respiro più ampio a quelle che sono state due settimane intense e vive ma che si inseriscono in un percorso avviato!
Riparto allora da quando l’estate è iniziata.. ovvero con il nostro rientro di Giugno.

Come Progetto di Servizio Civile all’Estero dopo 3 mesi di servizio è previsto un rientro intermedio.
Grande scelta di Caritas che ha l’occhio lungo e che sa quanto: fermarsi, darsi tempo, guardare indietro e riprogettare possa fare bene per ripartire con ancora più slancio! Fortunatamente in casa Caritas c’è gente seria e professionale :)
E così Giugno è stato un mese INTENSO.
È stato il mese del "sei qui in vacanza?", "in realtà no!sono sempre in servizio ma in formazione", "ah va beh quindi sei in vacanza!" (che problemi hai?)
del “dai dicci qualcosa in rumeno!” (ma anche no!),
del "ah ma sei stata via? sembra ieri che ci siamo visti!" (se lo dici tu!)
del "l'ultima cena prima che riparti" (che ansia!)
ma anche dei saluti, quelli in aeroporto, quelli autentici, quelli di chi si vuole bene e prende la propria strada!
Giugno è stato NECESSARIO!
E così si ritorna in Moldavia! Con quella carica di chi sa dov’è il proprio posto almeno fino a Gennaio 2015, di chi il rumeno continuo a non saperlo, di chi è pronto ad andare in Cantiere!
Giusto il tempo di preparare il materiale ed ecco che arriva… il Moldova 1!
Luglio è stato un mese di PASSAGGIO e di CONOSCENZA.
Con il Moldova 1 non eravamo propriamente coordinatrici e non eravamo propriamente cantieriste, così abbiamo potuto osservare e scoprire un po’ di questo e un po’ di quello.. tutta fortuna!
Luglio è stato uno zaino che continuamente si riempiva (sempre un po’ a caso) e si svuotava…
Cantieri, campeggi, formazioni..
Torni a casa e disfa, lava, centrifuga, stendi, asciuga, prepara, zaino in spalla e via ancora!
Torni a casa e disfa, lava, centrifuga, stendi, asciuga, prepara, zaino in spalla e via ancora!
Luglio è segnare sul giornale presenza solo due giorni di riposo! assurdo!
E veloce arriva Agosto e il Moldova 2!
Agosto è TANTO!
Agosto è l’inizio del Cantiere nel villaggio di Bogheni.
È il brivido di non poter gestire tutto, perché molto spesso ti devi affidare (davvero perchè non puoi fare altrimenti!) e poi finisce ancora meglio di ciò che speravi!
È “speriamo che i bambini vengano”, è una passeggiata impervia tra le colline moldave, è un arsenale sovietico spiegato da un frate ortodosso, è il figlio del prete… che personaggio!, è un panda, è una medaglia al collo, è la magia di sentire che gli altri hanno la capacità di farti brillare!
Allora Bogheni è la gioia del semplice stare insieme, è allegria, è giovani volontari moldavi capaci di trascinare, di mettersi in gioco, desiderosi di condividere e di fare gruppo!, è vedere Chiara e Marina commosse nel lasciare quel villaggio, è ripartire… una settimana passa veloce ed è subito tempo di cambiare!
Si ricomincia : persone del posto, prete, volontari, bambini, tutto nuovo e da scoprire ad Ucrainca!
Siamo in tanti: 2 coordinatrici, 7 volontari italiani, 8 volontari moldavi di Diaconia e 3 volontari del posto…
Aiut! Ogni programmazione e ogni “evaluare” (valutazione) eravamo al tavolo in 20!.. mica pizza e fichi! O meglio mica placinte e vino!
Ucrainca è stata l’ALTRA FACCIA del Cantiere.
E così la seconda settimana è stata la fatica di essere in tanti, la fatica di essere diversi, la fatica di accettare l’altro per com’è e non per come lo vorremmo noi, magari più dinamico, più estroverso, più simpatico.. sempre qualcosa in più di quello che è in realtà!, è stato capire quanto sia facile giudicare e cosa vuol dire impegnarsi per non farlo o almeno rendersi conto di farlo, è stato tirarsi fuori più di quello che si è…
Ma è stato anche scoprire che se accetti il primo bicchiere poi…, è stato fare giardinaggio pesante, è stato un bagno nell’acqua santa, è stata la polizia di frontiera, è stato Vlad il Terribile, è stato “una principessa e il suo amico buffone”, è stato perdersi nelle bolle di sapone.
Ucrainca è stato per me l’esempio più vero di cosa voglia dire fare il cantiere in Moldova.
Il cantiere finisce e si arrivano le vacanza.
In Turchia tra un cammello, una moschea e un po’ di mare, mi ritrovo a pensare che il Cantiere resterà DENTRO ancora per un po', arrivando alla conclusione che prima di tutto il Cantiere è QUALCUNO!
In Turchia tra un cammello, una moschea e un po’ di mare, mi ritrovo a pensare che il Cantiere resterà DENTRO ancora per un po', arrivando alla conclusione che prima di tutto il Cantiere è QUALCUNO!
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| Matteo |
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| Chiara |
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| Andrea |
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| Marina |
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| Gloria |
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| Stefano |
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| Simone |
È quel qualcuno che ha deciso di partire (con o senza aspettative, con o senza paure), di metterci del suo (a proprio modo), che ha reso ogni momento insieme un possibile momento di crescita e di confronto.
e a chi mi chiedeva "com'è andata l'estate?" rivedendo tutto rispondo "una bomba!"
A presto
Patty
ps: ovviamente si ringrazia per il co-cordinamento Maria Angela Agazzi e per il sostegno a distanza Sergio Malacrida!
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