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martedì 13 gennaio 2015

Il BALONDOR

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Nelle ultime settimane Haiti si divide tra il ricordo del terribile terremoto del 2010 e le proteste per le elezioni mancate contro un governo che rischia di operare senza controllo. 

Il panorama per chi legge gli aggiornamenti su questo Paese appare (ed è) drammatico e inesorabile.

Ma difficilmente si potrebbe immaginare che in questa giornata una grande preoccupazione che accomuna grandi e piccini è il ‘BALONDOR’. 
A chi andrà il balondor? Lui lo merita, ma non lo vince. Lui lo vince ma non lo merita. Urla si alternano ad apologie del perfetto calciatore.

Ebbene sì, stormi di uomini si annidano davanti a piccolissimi televisori sparsi qui e lì in posti improbabili (dalle capannine dei barbieri ai saloni parrocchiali) sintonizzati sul canale sportivo di una tv satellitare le cui immagini sono zittite in favore del fantastico commento radiofonico in creolo.   
Da giorni litigano per difendere la sicura pole position del proprio giocatore favorito.

Poco importa che adesso si sa che il Pallone d’oro sia stato assegnato a Cristiano Ronaldo: le stesse interminabili discussioni e liti per sostenere le ragioni del giocatore del cuore continueranno nei prossimi mesi, così com'è accaduto per i mondiali.

Superficiale per quanto possa sembrare, è bello constatare che le passioni distraggano le menti e risveglino gli animi anche laddove la fatica del quotidiano sembra tale da non lasciare spazio ad altro.

Chiara Briguglio, 
operatrice Caritas Ambrosiana ad Haiti

giovedì 11 settembre 2014

DJIBOUTI - ITALIA: la partita di pallone

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Il mio racconto parte dall'immagine che mi si prospetta affacciandomi alla finestra della mia stanza, nella nostra casa gibutina.
Non è il luogo cardine della nostra esperienza: non è il Centro Caritas con i suoi (e un pochino anche nostri) amati bimbi; non è il villaggio di Ripta con i suoi mille colori nel deserto, né la cittadina di Ali Sabieh con le sue indimenticabili Sisters.
         

                                   
In queste tre settimane molte volte mi fermo davanti a quella finestra.
Un primo momento è all'arrivo. Il primo pensiero, ammirando la vista, è sicuramente di stupore: una spiaggia lunghissima, un mare grigio-azzurro, assolutamente piatto.
Ma ciò che mi colpisce non sono né il colore del mare né l’ampiezza della spiaggia.
Seduti, sdraiati, in piedi, si notano centinaia di ragazzi, intenti a trascorrere il loro tempo tra chiacchiere, capriole, tuffi e partite di pallone.
E così, mentre i nostri giorni trascorrono tra giochi, danze e qualche piccola medicazione al Centro Caritas, io il pomeriggio mi ritaglio qualche minuto per ammirare quella “vista”.
Mi affascina “sbirciare” la vita quotidiana dei ragazzi, che giorno dopo giorno mi dà occasione per nuove riflessioni.
Loro non mi vedono, non mi notano minimamente e questo fa sì che quella finestra diventi per me una sorta di “macchina da presa”, che crea però un distacco dalla realtà, che in qualche modo mi tiene lontano da quei ragazzi.
Non passa molto tempo e finalmente, decidiamo di trascorrere anche noi un pomeriggio sulla spiaggia, organizzando una partita di calcio (abbastanza improvvisata) con i pochi ragazzi che siamo riusciti ad avvisare.
Porte fatte con le samaras (infradito), centrocampo immaginario e regole di gioco alla “Jean Vajean”!
Da una partita “7 contro 7”, in men che non si dica si arriva ad un “tutti contro tutti” (ottanta contro ottanta!).
Corse da una parte all’altra del campo, calci agli stinchi e palloni mancati.
Per loro io sono Silva (logicamente solo per la somiglianza nel nome!), in campo abbiamo Pirlo, Buffon e persino Ozil.
Ma che emozione! Finalmente abbiamo i piedi sporchi, neri. Neri, proprio come i loro!
E quelle partite si ripetono “tutti” i giorni (ormai la voce si è sparsa: i bianchi sono sulla spiaggia a giocare! Le partite cominciano già senza formazioni, impossibile dividere in squadre le decine di ragazzi).
Più passano i giorni, più ci avviciniamo al giorno del rientro in Italia e i momenti passati alla finestra evocano in me emozioni sempre più forti.
Non guardo più dall’esterno, da “dietro le quinte”: ci siamo messi in gioco, ci siamo sporcati mani e piedi!
E i ragazzi che prima guardavo da lontano, nascosta dietro la mia finestra, ora sono lì al mio fianco, ora corro con loro dietro quel pallone.
Qualcuno ha definito spiaggia di Djibouti “il più bel campo da calcio del mondo”. Lo confermo, ed io, fiera, posso dire di aver avuto l’onore di giocare su quel campo, con i nostri ragazzi e con i miei fantastici compagni di avventura.



Cosa di tutto questo sia un racconto dettagliato della realtà o una semplice metafora dei miei 21 giorni gibutini non è dato sapersi. Lo custodisco gelosamente nel mio cuore!

Silvia

martedì 18 settembre 2012

Un grande grazie dall’Etiopia

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Tratto da un articolo che Luca ha scritto per l'Inter Club di Merate:

Stretching prepartita


Innanzitutto un grande saluto a tutto il popolo nerazzurro!

Sono Luca Ravasi, interista di nascita e di cuore.

Nel mese di Agosto ho fatto parte del gruppo di Wolisso, una città dell'Etiopia. La nostra attività quotidiana consisteva nel fare animazione ai bambini dell'Ospedale St. Luke e ai bambini del quartiere in cui eravamo ospitati, presso la missione delle Figlie della Misericordia e della Croce.

Le suore di questa congregazione si dedicano con ammirevole impegno alla popolazione locale e gestiscono la St. Gabriel School, un istituto facente funzione di asilo e scuola elementare, fonte di istruzione per centinaia di piccoli alunni.

L'Inter Club di Merate mi ha generosamente affidato numerosi gadget e tre palloni da calcio, un dono prezioso per i bambini e i ragazzi Etiopi. I palloni e gli altri regali sono stati consegnati alle suore, che si premureranno di distribuirli in maniera equa e di metterli a disposizione di tutti i giovani campioni Etiopi del futuro.
 
La consegna dei doni
Ringrazio l’Inter Club di Merate per l'interesse e l'impegno. 

Luca Ravasi
 
 
L'entusiasmo dei bambini di Wolisso
 

martedì 15 febbraio 2011

La Giordania nel pallone

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Come ogni Paese arabo che si rispetti, anche qui in Giordania il calcio è seguito con una passione quasi religiosa. Il campionato giordano certo, ma sono seguitissimi anche i campionati europei pieni delle stelle più famose della pedata.

Appena dico di essere italiano in un taxi o parlando con qualcuno per strada, subito scatta la prima domanda: "Per quale squadra tifi?". Ognuno di loro ha una squadra preferita in italia, e tutti ti parlano dei calciatori italiani da cui sono più affascinati. I nomi? I soliti, Del piero, Totti, Baggio. Gli arabi sono molto amanti della fantasia, i difensori come me non li attirano troppo :(

E cosi la sera quando si va nei bar, mentre si fuma il narghilè e si beve il tè c'è sempre la televisione sintonizzata su aljazeera sport. A dire il vero il campionato che li affascina di più è quello spagnolo, e anche qui si dividono tra le grandi rivali di sempre, Barcellona e Real Madrid. Già ho notato per strada vari ragazzini con le maglie di Messi e Cristiano Ronaldo, e credo che aumenteranno con l'arrivo dei primi caldi quando i maglioni e le giacche saranno riposte.

Per chiudere, un caro saluto a tutti i nerazzurri di Caritas Ambrosiana, come da tradizione sconfitti a Torino, stavolta dal giovanotto che ammirate in foto. :)

mercoledì 16 giugno 2010

Storie di ordinaria follia (calcistica) anche dalla Bolivia

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La follia calcistica da mondiale sembra propagarsi in tutto il mondo... Le reti televisive sud americane non parlano d'altro, gli speciali calcistici non finiscono mai.

Tutti seguono il mondiale con un entusiasmo adolescenziale anche se la Bolivia non è stata qualificata. In occasione dell'inaugurazione, Sud Africa-Messico, alcune scuole statali e private hanno concesso il permesso di assentarsi dal lavoro senza doversi giustificare o chiedere ferie, la così detta "tolerancia" boliviana.

Noi in Caritas ci siamo organizzati posticipando alle 14.30 la pausa pranzo e allungato di 45 minuti l'uscita dal lavoro per poter vedere la partita proiettata nella sala riunioni. Fantastico.

Domani Sud Africa Vs. Uruguay... è tutto un fermento.

martedì 15 giugno 2010

Storie di ordinaria follia (calcistica)

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Sabato 12 giugno. Un mio collega giordano entra in ufficio con un foglio stampato formato lenzuolo.

- Vedrai che ci tornerà utile per le prossime settimane. Attaccalo in bella vista.

Comincio a leggere. Sabato 12, ore 14.30 Argentina-Nigeria. Ore 17.30, Corea del Sud- Grecia. Ore 21.30, Inghilterra-Stati Uniti. Domenica 13, ore 14.30 Algeria-Slovenia.. C’è pure l’aggiustamento all’ora locale.

Continuo a non capire.

- Vedi, giovedì scorso abbiamo chiamato una parrocchia per organizzare un incontro per oggi, ma non c’è stato verso. Ci son troppi tifosi dell’Argentina. Idem per mercoledì, abbiamo dovuto rimandare la riunione perché i comitati non si vogliono perdere la partita della Spagna.
- ?
- In una parrocchia di Zarqa hanno allestito un mega schermo per poter vedere le partite. Per l’Italia stai sicuro che ci sarà un bel po’ di gente.
***

Pomeriggio dello stesso giorno. Rainbow Street, Jabal Amman. Questa via, coi suoi cafè e coi suoi locali sfavillanti è uno dei luoghi della movida ammanita. Tornando dall’ufficio mi fermo in un fast-food per prendere uno shawarma (una specie di piadina con kebab di pollo). Lo schermo è sintonizzato su Argentina-Nigeria. Esco col mio panino e mi accorgo che TUTTI i bar e i café che mi circondano sono sintonizzati sulla partita, con volumi in alcuni casi davvero imbarazzanti. Mi mancano i video delle discinte cantanti libanesi che parlano di amore eterno e di buoni sentimenti.

Passo oltre i ragazzini che vendono i gagliardetti delle squadre (ma avranno anche quello della Corea del Nord? Ammetto che non mi fermo a controllare..), ma non posso fare a meno di constatare che i Suv che tentano di schiacciarmi i piedi tifano chiaramente Brasile - le bandierine che escono dai finestrini non mentono.

E’ tutto molto folcloristico. Almeno fino a quando non mi imbatto in due giordani con la parrucca, la maglia dell’Argentina e la faccia pitturata con strisce bianco-azzurre-blu. Questo è già più inquietante.

La partita volge al termine. Non sono ancora a casa quando degli improbabili caroselli stanno già festeggiando la vittoria di Maradona e soci in giro per la città.
***

Domenica 13 giugno. Entro in una cartoleria per cercare del materiale di cancelleria. Il commesso è letteralmente sdraiato sulla sua sedia girevole, non mi guarda nemmeno. Una gracchiante telecronaca in arabo sta catturando tutta la sua attenzione. Serbia – Ghana.

- Ancora 0-0?
- Già, non è una gran partita.
- Ma per quale tieni delle due?
- No per nessuna, io son per il Brasile.

Faccio per incamminarmi verso casa, ma ho dimenticato di prendere la frutta. Dal baracchino del fruttivendolo, non più grande di 4m per 4, mi arriva di nuovo la familiare voce del telecronista di Al-jazeera Sport. Sto scegliendo delle fragole quando tutto si ferma. Rigore per il Ghana. Ragazzini del quartiere, anziani sheykh che non capiscono che sta succedendo, signore coi bambini che sono lì per comprare pomodori e mulukhye si ammassano a portata di televisore. Quasi mi emoziono quando l’attaccante ghanese la butta dentro, anche se mi sorge il dubbio che gli altri spettatori non stravedano per gli africani.
***

Oggi, martedì 15 giugno. Questa mattina vado in prigione a visitare un detenuto. Le guardie fanno i loro controlli di rito e mi chiedono documenti.
- Francese?
- No, italiano.
- Ma che è successo ieri?

Per un attimo mi si gela il sangue. Oddio, cosa abbiamo combinato ieri? Ma è solo un attimo e gli rispondo.

- Guarda, non me ne parlare. Anche a me girano le scatole per questo pareggio!

lunedì 19 aprile 2010

Inter-Barça: 4 a 0

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La scorse settimane sono venuti a trovarci alcuni un pò spaesati amici dall'Italia..

.. e al Guis sono stati giorni piuttosto movimentati!

EL GUIS: centro di attenzione speciale per bambini e ragazzi diversamente abili.
Il centro si trova a Nueva Vida, questa strana realtà collocata alla periferia di Managua dove da ormai sette mesi svolgiamo il nostro servizio civile.
Nonostante le condizioni di vita siano piuttosto arretrate e ancora non ci sia l'abitudine delle strade asfaltate o della luce e dell'acqua in casa, il calcio italiano e spagnolo sono superconosciuti e amati da tutti! Real Madrid, Barcellona e Inter, parole che pervadono la quotidianità, animando conversazioni, litigi e pezzi di giornate.
Per questo ha avuto un super successo la sfida Barcellona Inter organizzata dai ribattezzati Pedro, Salvador, e David.
E' bastato tirar fuori un pallone e nel giro di pochi minuti si sono formate le squadre e gli alieni italiani sono diventati amici di tutti!
Tutt'ora mi chiedono di loro e quando sarà la prossima partita..

E' che all'inizio vai per conoscere una realtà,
non te lo aspetti che ti possano piacere così questi personaggi dalla corsa scordinata, la danza sgraziata, l'abbraccio fuori luogo, le risposte due ore dopo, il canto stonato e i versi incomprensibili che sono racconti.
Poi Accade,
anche a chi di sociale, disabili e volontariato non ha mai saputo niente.

INTER












BARCELLONA












Naturalmente ha vinto l'Inter...
















Però il barcellona ha saputo essere sportivo..

Un ringraziamento ai nostri caposquadra!

domenica 6 settembre 2009

Maffi in Georgia..

2 commenti:
5 settembre

Poche righe prima di provare a prendere un po’ di sonno per dirvi che:
Italia-Georgia è stata una partita noiosissima.


Stamattina (lunedì per chi legge) alle 4.40 si parte.

Elisa ha mangiato una quantità industriale di semi di girasole, il signore seduto accanto a me ha attaccato bottone dal 20’ al fischio finale (il bignami del luogo comune), Ettore (che ringraziamo per aver retto un ambrosiano e mezzo per una settimana) era ko per una probabile intossicazione alimentare, la giovane tifosa della fila di sotto non ha smesso un attimo di applaudire, urlare, ballare, suonare la trombetta e incitare la squadra di casa. Questo fino al gol di Kaladze. Poi è stato il delirio. Lo stadio ha iniziato a maledire in ordine: l’autore della doppietta italiana, il milan, l’arbitro, Lippi, le mamme di tutti,… Ma insomma! E noi che c’eravamo preparati con un inconfondibile segnale di riconoscimento per amici e parenti da mostrare alla telecamera in ogni occasione?



Alla fine è finita, indovinate un po’, con una gran bevuta finale mentre i tifosi (50.000) tornavano a casa ancora un po’ sospettosi per gli insperati regali del capitano georgiano.

Bene. Il bilancio è positivo e quindi, chiudo il racconto con un bel DIDI MADLOBA SAKARTVELO. Penso che ci rivedremo presto!

Sergio

lunedì 22 giugno 2009

il viaggio non e' l'emozione..

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una canzone dei mercanti di liquore dice cosi'..il viaggio non e` l`emozione di attimi pericolosi..hanno proprio ragione, o forse non lo e' piu`. nl giro di 12 ore sei dall'altra parte del mondo, parli una lingua diversa, e vedi gente di un altro colore.

nel giro di 12 ore ti ritrovi a tifare Kenya per le qualificazioni ai mondiali contro il Mozambico (vittoria per 2 a 1, con gol del nostro Mariga che milita nel Parma!), ti ritrovi a tifare Sud Africa contro la Spagna e vedi la tua Nazionale senza la telecronaca di Marco Civoli, ma in un inglese distante..

insomma con l'aereo non gusti piu' il viaggio, non vedi piu' i cambiamenti fuori dal finestrino di colori, paesaggi, ma senti solo l'aria condizionata di un posto come un altro..

la prossima volta potremmo viaggiare in treno??

martedì 24 febbraio 2009

La partita a calcio del sabato pomeriggio....

5 commenti:

"Aiahahhahahiiiii!! Che male alla sera togliersi le scarpe da ginnastica e accorgersi di avere il polliccione tutto nero!! Che è successo???
Ah si, è vero. Oggi ho giocato tutto il giorno a calcetto e non mi sono neanche accorto di essermi preso una botta o chissà cos'altro al piede......"


Ma perchè avrei dovuto accorgermene?? E' stata una giornata così divertente che era impossibile accorgersi che il mio piede chiedeva pietà.

Le premesse c'erano tutte: campo ghiacciato (si giocava su lastre di ghiaccio e su neve fresca), ragazzi spensierati e frati! E poi la mia squadra era proprio un bel mix: 1 italiano (io), un frate rumeno, un frate spagnolo (che parla peggio di me il rumeno) e due ragazzetti scatenati rumeni. Ci siamo dati appuntamento alle 3.00 del sabato pomeriggio assieme agli altri ragazzi rumeni che compongono l'altra squadra e che fanno parte di un colleggio gestito dai frati.

Ci salutiamo, scambiamo due battute prima di cominciare, segliamo le squadre e poi via. Il frate spagnolo si è presentato con scarponi da montagna per fare aderenza sul ghiaccio, ma è lui il primo a fare un capitombolo sedere a terra!! La palla sguscia via sul ghiaccio appena la tocchi. Ogni tiro è un terno al lotto perchè non saprai mai se finirai col sedere a terra oppure se farai gol! Io che sono alto e magro cado ad ogni occasione. I ragazzetti scatenati invece sembrano che abbiano la colla ai piedi. Il frate rumeno si rivela un campione. Ogni gol fatto è entusiasmante perchè avviene dopo rocambolesche avventure.......Dopo 2 ore circa di gioco non c'è la facciamo più e finalmente torniamo in casa insieme!!

Perchè non fanno vedere le nostre partite di calcetto in tv?
Non saremo dei campioni come Marco Van Basten o come Pelè ma di sicuro oltre al divertimento è stato un bellissimo esempio di aggregazione, di condivisione, di gioco, di comunità....insomma quando lo sport è fatto per bene ne vale proprio la pena di farlo.....anche se poi alla sera ti ritrovi con il polliccione tutto nero!!

venerdì 23 gennaio 2009

Kakà for Kenya..

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Il Manchester City, squadra di calcio della serie A inglese, ha fatto un'offerta plurimilionaria per acquistare il brasiliano Kakà dal Milan... ma non è di questo che voglio parlare.. anche se sono molto contento che alla fine abbia rifiutato..
Quello di cui vorrei parlare è cosa potrebbe fare Kakà per il Kenya con i soldi che guadagnerebbe se cambiasse squadra, secondo il quotidiano Daily Nation: la somma che il Manchester City darebbe al Milan, è un terzo di quello che il presidente Mwai Kibaki ha chiesto per risolvere il problema della crisi alimentare fino al prossimo raccolto di settembre; questa somma risulta essere più della metà del profitto della Safaricom, azienda leader della telefonia mobile qui in Kenya, nell'ultimo anno finanziario. La Safaricom è la più grande azienda di questo tipo di tutta l'Africa dell'est.
Con lo stipendio di una settimana Kakà potrebbe pagare il responsabile dell'anti-corruzione in Kenya, tale Aaron Ringera, per due anni. Questo Ringera è il politico più pagato di tutto il governo kenyano, con i suoi 2,5 milioni di scellini kenyani al mese: guadagna addirittura più del presidente stesso.
Ancora: lo stesso stipendio di una settimana di Kakà potrebbe pagare lo stipendio mensile di un membro del parlamento del Kenya per sei anni, pagando probabilmente pure le tasse!
 
L'assurdità del calcio..

venerdì 13 giugno 2008

Italia e/o Romania

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Ho 3 indumenti azzurri.

    Il 1° sarebbe il + adatto: una felpa con cappuccio d fabbricazione orientale, comprata alla festa di liberazione dun paio d anni fa a 5 €: la indossavo luned sera, andando a vedere l’Olanda, ma siccome Sara rimase a dormire in makkina, gliela la lascia cavallerescamente, rivelando una maglia Noguru completamente orange. Da cui l’attenzione ke mi è stata rikiesta dai miei compagni sull’abbigliamento odierno.

    Purtroppo quella felpa è da lavare e rimarrà a casa. Il 2° sarebbero dei pantaloncini della nazionale italiana d basket, ke m’han regalato x il mio comple gli amici. Senza volere rivangare le ultime apparizioni cestistike (ke non ci han fatto neanke approdare alle Olimpiadi, dove saremmo arrivati da vicecampioni), la difficoltà nell’indossarli stase è collegata alle condizioni atmosferike, un po’ rigide.

    Il 3° è quello con cui vi sto scrivendo: la maglietta del Deportivo la Carogna, ultima formazione ke mi skierò in un torneo, #8, nome da battaglia BarbaRossa, capitano Frà. La controindicazione d questa divisa è collegata ai risultati ke il Depo (come d’altronde il predecessore Parkeja Camelo Bèlo, capitano Nk) ha riscosso: tanta benevolenza del pubblico e delle squadre avversarie.

2003 da sx nk, ?, funky, nikolas, dax, io, ?, silvia. ero sicuro d avere quella dei PCB, ma devessere nello svenuto harDisk
Ma vi scrivo, prima di entrare nella tensione prepartita (qdo non ci sarà + spazio x la testa), ke lo scontro d oggi sarebbe davvero da tifare Romania. Non sono il 1° a scriverlo (prima di me sicuramente Don Renato Sacco su peacereporter), e non sono il 1° a kiedermi come si skiereranno i leghisti (prima di me Emanuele preparandoci per la capoeira). E non è Van Basten il loro allenatore..

Raccolgo l’articolo del mio direttore, dedicato anke a noi SCE, lo incrocio un po’ con altri: la Caritas definisce «pesantemente fuorviante» il ritratto dei Rom disegnato dai mass-media. La politica della paura, che ha avuto un peso tanto grande sui risultati elettorali, sventola statistiche false, 2° Ettore Masina.

Mi piace fare casino e quindi tra Don Roberto e NK c’infilo DJax (per cui tra l’altro Nicolò da giovane veniva scambiato): leggete qua la sua previsione avverantesi “Ci si spara nella metropolitana, tra il nord e il sud c'è la dogana, però tutti si veste Dolce&Gabbana. E la mia mente indietro vola, veloce fila, a prima del 2000 -tanti anni fa!- quando si era in tempo, adesso no, e oltre i contro c'è la riprò, perciò: ho tanta nostalgia degli anni 90, quando il mondo era l'arca e noi eravamo Noè; era difficile, ma possibile, non si sapeva dove e come, ma si sapeva ancora perché. C'era chi aveva voglia, c'era chi stava insieme, c'era chi amava ancora nonostante il male. La musica, c'era la musica, ricordo, la musica, la musica, c'era la musica, la musica!

Siamo nell'anno 2030: loro controllano televisione e radio, c'è un comitato di censura audio; valutano, decidono quello che sì, quello che no, ci danno musica innocua dopo il collaudo, ci danno Sanremo, presenta ancora Baudo con i fiori e la scenografia spettacolare; quest'anno ha vinto Bossi, che è tornato a cantare. Corre l'anno 2030: l'Italia ha venduto il Colosseo alla Francia, Venezia affonda. 2030, e un giorno sì ed uno sì scoppia una bomba. 2030, e siamo senza aria, ma odio ce ne abbiamo in abbondanza: prima divisero nord e sud, poi città città e pensa adesso ognuno è chiuso nella propria stanza. L'intolleranza danza, non c'è speranza, no. Ho tanta nostalgia degli anni 90 (…). Questo è l'anno 2030, qui chi pensa è in minoranza ma non ha importanza: non serve più. 2030, l'indifferenza è una virtù; i cyber-nazi fanno uno show in tivù. I liberatori picchiano barboni in nome di Gesù
”.


coppia scoppiata
A cosa fa riferimento l’articolo 31? Alla famigerata Section 31 del Broadcasting act del 1960, una legge emanata dal parlamento irlandese che costituiva una vera minaccia alla libertà di espressione, poiché affermava che solo i partiti politici espressamente autorizzati dal governo irlandese avrebbero potuto parlare in TV, radio e altri mezzi di comunicazione. Dax nel suo pezzo contestualizza la tabella di visibilità televisiva (lì linkata) d ki è stato congedato da quella porcata del nostro sistema elettorale.

12 anni fa un cantante hip hop, 6 anni fa gli stessi ragionamenti sono portati da un “comico impegnato” (?!). Nelle torri d’avorio dell’arte vivono vedette profetiche o ultimi baluardi di una coscienza in coma? Purtroppo Bossi non ha vinto il festival di Sanremo, e settimana scorsa il direttore di Radio Padania, uno degli organi del nuovo governo, ha detto che è più facile derattizzare una zona che liberarsi dai Rom.

Zanotelli in Korogocho (la citazione va un po’ a memoria, qcsa bisognava lasciare a Milano) esplicita kei poveri non sono + buoni dei rikki. La povertà rende spietati, spingendo a commettere efferatezze, scempi, innominabilità. Così come essere destinatari di atti d generosità quando il soggetto ke la compie è un senza niente, è commovente, t lascia secco ma non gli okki. Dall’altra le parte azioni criminose commesse da ki vive nel benessere sono coperte da una patina orripilante, egoistica, xenofoba, d ki ha, vuole tenere, sfoga sue frustrazioni su minoranze. Riprendo Masina: Leggo che alcuni commercianti del rione Ponte Milvio, a Roma, hanno fondato un'associazione che finanzierà un gruppo di ex poliziotti addetti alla sorveglianza del rione. Lo fecero (e lo fanno) anche molti commercianti di Rio de Janeiro e di Sâo Paulo. Da queste polizie mercenarie, incaricate di "ripulire le strade" e dare una lezione ai piccoli criminali, sono nati un po' alla volta, gli squadroni della morte. Garantivano rapidità operativa e certezza della pena. Il fatto è che vogliamo vivere tranquillamente, a qualunque costo.

Come allora non richiamare alla testa il film La Zona, su cui Ema ha speso fior d post (2 fior), opera di fantascienza sociale prossima ad avverarsi, come Peppe scrive in sentireascoltare; l’idea ke se i film (l’arte, ci risiamo) imita la realtà, tra un po’ sarà la realtà ad imitare (e non + ad essere semplicemente anticipata da!) l’arte, come menziona in un trafiletto Repubblica del 20 aprile 2008: LONDRA – Torture a Guantanamo. A rivelare nuovi particolari è un libro, Torture team, di Philippe Sands. Secondo gli autori gli avvocati che conducevano gli interrogatori si ispiravano a un serial tv Usa, 24, in cui l’attore Kiefer Sutherland (figlio di Donald) fa la parte di un agente antiterrorismo senza scrupoli.

kiefer in 25
Fabrizio Gatti è stato attaccato febbricitante ad un camion ke percorreva la rotta nel deserto tra Agadez e Dirkou, sotto interrogatorio a Lampedusa è stato minacciato di torture per conoscere la sua identità (ke lui diceva curda), si è buttato nelle acque ghiacciate del Mediterraneo x fingersi immigrato clandestino; ma confida all’amico fotografo Rocco: «Ieri pomeriggio, nel campo di pomodori, io non ho mai avuto così paura. Non solo paura. Quello era terrore.» Rocco si volta ad ascoltare. «Non era paura per la situazione in cui mi trovavo. Ne ho passate di peggio. Era il terrore di me stesso. Era ciò che stavo pensando a spaventarmi. Era l’odio che provavo. Non avevo mai messo in discussione il valore della parola sull’agire.» «Cioè?» taglia corto lui sottovoce.

La risposta si ferma per qualche istante tra le labbra. « Ieri quando ho visto picchiare il bracciante romeno, l’uomo anziano, io quel caporale l’avrei ammazzato.» Rocco sospira. Torna a guardare avanti, oltre il parabrezza. L’aurora sta dipingendo di rosa il cielo sopra l’immenso uliveto. Ecco cos’è il vero fondo del baratro. È l’abisso. Scoprirsi come loro. Come i caporali. Come i padroni. Come gli scafisti. Come i mercanti di schiavi. Essere sopraffatti dalla violenza. Cominciare il viaggio con i propri ideali e ritrovarsi nel bagaglio soltanto l’idea di uccidere un uomo. Feroce, cinico , criminale. Ma sempre un uomo.


È la deriva dell’umanità, come la violenza faccia appello ad istinti belluini, innegabili ma conoscibili e quindi controllabili, come sia importante tenere sempre fisso l’orizzonte manikeo bene-male, giusto-sbagliato, per non perdere se stessi. Di recente, però, ho letto di violenza dove non avrei creduto, sempre Alex, alla pagina 32 di Korogocho: che lo si voglia o no, la teologia della liberazione nasce nel contesto in cui nasce anche la Populorum Progressio. Pur condannando “l’insurrezione rivoluzionaria”, l’enciclica di Paolo VI nel 1967 dice che in casi determinati (“una tirannia evidente e prolungata che attenta gravemente ai diritti della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene del Paese”, IV.31) si può fare uso di violenza.

È complesso (e non solo complicato), andrebbe contestualizzata, e indagato il significato di “tirannia lunga e prolungata” calandosi nelle vite degli oppressi. Ryszard Kapuscinski, in Autoritratto di un reporter, aggiunge ke all’esasperazione andrebbe affiancata una componente + cerebrale: “I poveri, di solito, stanno zitti. La miseria non piange, non ha voce. La miseria soffre, ma soffre in silenzio. La miseria non si ribella. Infatti, i poveri insorgono solo quando pensano di poter cambiare qualcosa.”. Successo poki mesi fa in Kenya, e chissà quando accadrà in Etiopia, e non è + facile, se mai lo è stato, capire neanke cosa augurarsi.

Una tesi interessante sulla meschinità (in amarico questo termine non ha accezione negativa, come nell’italiano letterario: si limita ad essere sinonimo di povertà) arriva da Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia 1998: “Nella spaventosa storia delle carestie non ce n’è mai stata una grave che abbia colpito un Paese indipendente e democratico, con una stampa relativamente libera”.

Questa vela farò rileggere, + avanti; anke x’ quell’avverbio interroga anke il Belpaese. Il formaggino. Men3 vengo al mio pub ufficio 2 o 3 etiopi mediamente mi kiedono come sto, da dove vengo. Rispondo, ma tiro diritto: l’aumento della povertà provoca l’aumento della criminalità, la maggioranza d qesti incontri avrebbe come obbiettivo la rikiesta + o meno esplicita d soldi. Forse. Intanto vengo colpito da una domanda: se a Milano i milanesi fermassero tutti gli africani ke incontrassero kiedendogli come stanno, cosa succederebbe? Si aprirebbero con + facilità conversazioni di qto non succeda qua..

13/06/08 12:07 Ciao paolo come vai? About to day mach where you will see the mach? If u donot have plan we can see together. Bella

Ok, mi sono distratto abbastanza, dovesse succedere qcsa d brutto stasera questo pezzo potrò rileggerlo tra 3 giorni. Non prima. Bella

BarbaRossa

martedì 10 giugno 2008

Ethiopia vs Rwanda e [paren)tesi

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Seduto al mio posto di lavoro. Fuori c’è l’aria di "quando piove col sole ke guarda", ma adesso non piove. Cosa si guarda il sole?

cordone militare a ostruire la visuale
Weekend calcistico qello trascorso e non solo x le vicende d Frei (capitano svizzero dolorosamente uscito d scena nel momento in cui il suo Paese lo voleva protagonista) o x’ sabato all’alba dopo 5 ore bone d sonno, dopo una nottata all’Harlem Jazz, ke si balla finkè ce né…

    [Ah, qsta è una parentesi bellissima, spezza il discorso ma mene frego, tanto l’unico lettore ke è rimasto parla kiswahili. Va ke bella parentesi []. Mi succedeva anke in Sud Africa di impattare col pensiero ke quando agisco, agli occhi di alcuni Etiopi ke raramente incappano in ferengi (uomini bianki), non sono Paolo, bensì un uomo bianco ke agisce: uno dei poki ke loro hanno visto. Quindi m’immagino che, senza esagerare, le mie azioni influenzeranno + del normale l’idea ke loro hanno non tanto di me, quanto della grande categoria ke rappresento, quella degli Uomini Bianki (rosa). Quindi i miei vicini dell’inginokkiamento pasquale ke hanno scorto le mie calze d colore diverso l'una dall'altra, possono pensare ke una buona percentuale d bianki sia solita indossare calzini spaiati. Fai 2 conti: magari uno di loro ha visto le calze di 6 ferengi, tra cui le mie; questo lo indurrà a credere ke il 17% d noi indossa calze spaiate. E magari per avvallare la moda occidentale decide di emularlo.

    Dall’altra parte invece, questo ragionamento mi affranca dalla skiavitù del giudizio altrui. I mean: posso ballare come voglio, poiché ai loro occhi non ballerò mai strano, ballerò diverso da loro, ma essendo io “strano” a priori, il mio status mi concede una libertà espressiva da vertigini].

Recupero: weekend calcistico qello trascorso e non solo x le vicende d Frei o x’ sabato mattina all’alba dopo 5 ore buone d sonno, dopo una nottata all’Harlem Jazz, ke si balla finkè ce né, mi sono fatto 2 km x jocare ore a calcio con i Saint Joseph Youth, ke mi fa male tutto, e poi a pingpong..

    [anke qua: qdo joco a pingpong, skiaccio appena vedo la pallina e danzo scalmanato perché non ho il rovescio. Facile ke molti dei miei avversari autoctoni abbiano visto solo me come bianco jocatore d pingpong e quindi assolutizzino: i bianki non usano il rovescio e qdo jocano come dei posseduti. Oppure: x assegnare la prima serie d battute della partita gli ho insegnato il joketto di mia sorella Lele, appoggi la rakketta sul tavolo e, lanciando la pallina colla mano, cerki d colpire la paletta dell’avversario. Da cui, senza ke io lo abbia mai detto: “In Europa si fa così”. Come quando, a Srebrenica, la gente non credeva ke io potessi veramente non conoscere la canzone “Lasciatemi cantare”: “è la canzone italiana + famosa, noi la conosciamo tutti”. E anke lì, mi sa ke ero piuttosto io l’eccezione ke non la loro aspettativa errata. Il meccanismo è tutto sommato ininfluente, ma identico ad un altro, verificabile però in Italia, in noi. La criminalità dei messaggi televisivi e giornalistici, ke per criteri di notiziabilità spalmano la cronaca nera –la pornografia dell’informazione- di efferatezze commesse da immigrati. Mela vedo la scena: “Omicidi oggi?” “47” “Ad opera di immigrati?” “4” “Ne abbiamo uno con tentativo d stupro?” “Ma, forse uno” “Splendido: togli il forse e cerca di saperne il + possibile, prima pagina”. Pensare ke tutti i bianki indossino calze spaiate e ke tutti i romeni siano pluriomicidi per dna sono esiti dello stesso ragionamento, esiti ke provocano però conseguenze diverse. Mentre, -m’allungo la palla, lo so, se vuoi portarmela via smetti d leggere, ma io provo la fuga- il ragionamento del credere ke l’Italia sia il Paese della Cuccagna è un altro, mosso dalla speranza di una vita migliore, dalla fede ke non sia giusto vedere la mia famiglia morire d fame x’ una cicogna aprì il becco sorvolando l’emisfero sbagliato].
prove della banda etiope, prove della corsa ruandese
Recupero vero, parola d marinaio: weekend calcistico soprattutto x’ ieri si è svolta la seconda partita dell’8° girone; non siamo nella Divina Commedia, bensì in Coppa d’Africa, valente anke per la qualificazione della Coppa del Mondo. L’Etiopia ha già affrontato il Marocco settimana scorsa prendendone 3 (…), e ieri è toccato al Rwanda, ke le aveva date alla Mauritania. È già semidecisiva: il 2° posto nel girone bisogna strapparlo ai Rwandesi, meglio classificati nel ranking FIFA, ma punibili fuori casa. Arrivo allo stadio sotto una familiare pioggerella, opto per i posti in tribuna coperta. Saliamo le scalette dello stadio, è quell’emozione lì, di quando ti si apre il verde davanti, ti fermi sulle tue gambe ke certi spettacoli van vissuti da fermi e lo stupore ti spalanca il sorriso.

Il seggiolino assegnatoci è in prima fila, appena fuori dalla tettoia, e, xfortuna o purtroppo, a 8 corsie d pista d atletica dall’erba. Uno sguardo parallelo al campo da joco. Gli inni nazionali eseguiti dalla banda cittadina, su quello etiope mi chiama Francesca al telefonino. (da cui “Tutti i ferengi non rispettano l’esecuzione degli inni”.. no, ragazzi, sugli inni è religioso silenzio, come sui titoli d coda, trust me. Poco convincente, eh?).

Le squadre cisi skierano davanti, Zed si gira e mi dice “Orca, si vede ke la nostra gente soffre la fame”. E dopo 10’ decreta “Vince il Rwanda”; come molti connazionali disprezza la sua nazionale d calcio figlia di una federazione corrotta a tal punto da pilotare anke le convocazioni, con risultati sportivi tremendi. Invece verso la fine del 1° tempo uno stopper ruandese (nro 5) esce con problemi muscolari: l’allenatore (“un ferengi, non vale”, si dice in amarico) accetta d finire il tempo in 10 e aspettare d comprendere se il difensore si ristabilisce. Ma lui piange dal dolore, sdraiato appena fuori dal campo, il personale medico sta facendo di tutto per alleviarne la sofferenza, ma è un tutto ke non basta. E l’Etiopia segna. Contropiede svelto e stadio ke deflagra. I capi della polizia corrono affannati indossando il cappello da cerimonia sotto la curva, in parata, come tanti portieri; anticipano (…) la banda ke parte x un giro di pista con tanto di volteggiatore di bastone, e pure i tifosi rwandesi ballano un po’ scontenti ma anke contenti ke finalmente c’è festa non è la loro però è sempre una festa; ma soprattutto i medici ke stavano occupandosi del difensore ruandese lo abbandonano a bordo campo e zompano anke loro a gioire abbracciandosi, accrescendo lo sconforto di Numero Cinque, faccia nell’erba e cuore sottoterra, paracadutista caduto. Il bambino ke prima faceva il giullare sulla pista d’atletica, figlio forse del commentatore, è spaventato dall’esultazione e non fa + la ruota, ma si nasconde sotto la tettoia del 4° uomo invocando la mamma. Io sono contento: la mia paura qdo tiro fuori soldi x andare allo stadio è lo 0 a 0, e sono anke propenso a tifare Ethiopia.

tifosi ruandesi (sì, avevo anke una foto della partita, ma cera dentro un militare, allora avrei dovuto kiedere a Sara e non passava+)
Ma Zed vede lontano e il 2° tempo è pessimo per le antilopi di Walya. Disorganizzate, con qualche elemento intimorito dalla preponderanza fisica ruandese: e ne ha ben donde, il match è piuttosto rude. Arriva il pareggio dei bianki magliati, un tiro ravvicinato ma parabilissimo, la bolgia ruandese proprio al mio fianco. Uno smilzo con okkiali d sole con tempo coperto, ke tenevo d’okkio come personaggio ke trai rwandesi avrebbe potuto regalarmi qke scenetta accontenta il mio spionaggio: nel delirio danzereccio si gira verso la curva etiope e si alza gli okkiali scoprendo un okkio kiuso. Faccio appena in tempo a recuperare racconti e fotografie mentali dell’eccidio ruandese quando apre la bocca. In italiano lo sappiamo tutti cos’avrebbe urlato, accompagnato da espliciti gesti. In inglese grida altro: “Fairplayyyyyyy”. Forse termine capace di irritare ancora d + un etiope: pioggia di bottigliette di plastica e militari ke sgomberano lo spazio ruandese per spostarli esattamente davanti a me, imbandierati e saltellanti. La mia mente insegue la possibilità ke “fairplay” in kiswahili abbia significati ipotesi d particolari abitudini sessuali, ma l’inseguimento è interrotto dal raddoppio del Rwanda, una punizione premia l’inserimento di un ruandese ke insacca facile d testa. Delirium, assolutamente contagiante per me e non per i miei vicini d seggiolino, ke avranno modo d rinfazzarmelo garbatamente la sera seguente, intorno al 3° gol orange. A quel punto la disillusione etiope è totale: lo stadio parte in cori quali “Rwanda, Rwanda” o “andate a lavorare”, e uscendo dal tempio del calcio perduto trenini di etiopi cantano: “I campi di thè ci danno da vivere quelli d calcio no”. Ke in un’annata più pioggiosa avrebbe fatto ridere, oggi fa sorridere.

Ma io sono contento: la mia paura qdo tiro fuori soldi x andare allo stadio è lo 0 a 0, e sono anke propenso a tifare Rwanda. Lasciando il campo in direzione di una messa, penso a quanti Rwandesi portino dietro gli okkiali da sole i segni d quello ke è successo, penso a come gli animi bosniaci ke ho conosciuto cicatrizzino faticosamente e, con un brivido, penso ke tra 5, 10, ics anni potrebbe essere un etiope, magari uno dei miei amici ke qdo c’è l’aria di "qdo piove senza sole" scelga cmqe d uscire colle lenti scure..

curva parabolica ethiope
Wellea ha volia d parlare un po’ + del solito, sarà ke in ufficio non c’è quasi + nessuno, sarà ke tante volte ho risposto diffusamente al suo “How are you” e forse un gradino di confidenza melo sono guadagnato.

“Nessuno d quelli ke conosco tifa all’Etiopia, e alcuni sono andati allo stadio a tifare Rwanda”.

“È vero, degli amici italiani melo dicevano, anke se a dire la verità li hanno sentiti solo dopo il raddoppio ruandese”.

“Il problema è ke il calcio è pieno di corruzione e droga e alcool. L’allenatore kiama jocatori vekki, termini di un sistema di favori”.

“Il problema non è il calcio, Wellea”.

Wellea non capisce o fa finta di non, dikiara: “God knows everything”. Dio conosce tutto.

Provo a capire fino a dove lei, da subito dikiaratasi fervente cattolica, arrivi, lanciandole uno slogan: “E quindi pian piano le cose si possono cambiare..”.

Mi guarda, gira la testa fuori dalla porta, un’ombra bagnata sulle pupille: “Non lo so, è dura”, sussurra.

Qualcuno la kiama, ed esce; non senza avermi ringraziato x la kiakkierata.

giovedì 1 maggio 2008

non siamo abbastanza aperti per te

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2 aprile 2008, Addis Ababa

Un utente del forum della gazzetta, un milanista, digita: “Hanno pienamente ragione i romanisti a sottolineare la presunzione e l'arroganza di questo giocatore, sicuramente numero 1 come giocatore ma non come uomo”. Martedì, serata Champions. L’alieno Cristiano Ronaldo impila una serie di finte, che oltre ad eludere la difesa romanista la offendono (!).

cronaldo
E x’? Avercene di funamboli, invece ke d taglialegna. Io ero contento anke soltanto qdo Cristal, estone mi pare (Frà?), batteva la rimessa laterale con rincorsa e verticale sulla palla, per prendere lo slancio. O i rigori col cukkiaio. Ma anke senza un processo alla Roma, togli la maglia e il cognome a Zidane e a Materazzi e dimmi ki… vabbeh, rimettigliele, quella è un’altra storia. Zinedine, Marco, andate, grazie. Quando eravamo regazzini giocare a pallone era soprattutto questo. Ed era divertente, e quando tela prendevi tu la finta, te la tenevi.

In prima media la reputazione di un alunno salesiano dipendeva da 3 fattori: umorismo, ragazze e pallone. La + grande di tutte era il pallone. Credo lo dica anke una lettera di San Paolo ai napoletani, quella per cui gli hanno intitolato lo stadio. Era così: se sapevi punire con ambo i piedi, non dovevi fare ridere per avere successo e le ragazze potevano aspettare il liceo. Qualcuno era figo solo x’ era un mago colla sfera. La riscrivo: qualcuno era figo x’ era un mago colla sfera.

E poi era il 1° anno ke in qella scuola potevano iscriversi le ragazze. Per intenderci, in una classe d 35 noi ne avevamo 5. E una era mia cugina. Rimanevano quella intelligente, quella rock, quella modaiola e quella buona. Mediamente tutte + sveglie di noi. Quindi non è ke… ma… Beh, anke qsta storia continua, non sul blog d caritas, cari. Tas. Mània.

La + importante di tutte era il pallone. All’intervallo per giocare serviva un tomtom: sullo stesso pavimento in porfido (e x farti capire qto è entrato nelle nos3 vite fai conto ke un mattoncino d quel porfido dorme adesso in camera mia, ad Addis Ababa. Non fate rumore…, soprattutto lei, Mascazzini) sfrecciavano 6 partite simultaneamente. 6 palloni arancioni e 12 squadre, 2 x sezione. Un po’ a tutti cè toccato rinvenire da terra colla faccia d Cristalbol (telo ricordi? Skifezza impiastriccata e tubicino, ci si facevano i palloncini ed il jingle della pubblicità era penetrante… con Cristalbol ci puoi giocare –seconda voce: cristalbòl!- hai tante cose da inventare –seconda v… dov’eravamo?). Ah, per terra, centrati dalla cannonata al volo tirata dal Marcocombi d turno, e poi correre in bagno a rimirarsi allo spekkio la nuova fisionomia ke Don Bosco ci aveva regalato.

cristalbòl's packaging
Silvestri rideva sempre, era un cuorcontento. Anke quando non sapeva rispondere alle domande dell’Ardizzone. Nk era imbalsamato, Skiavolin creava, LoZio (all’epoca ancora Bochicchio) cercava suggerimenti. Silvestri rideva. La vita sarebbe arrivata, ma non ora, grazie.

Silvestri, quando faceva qualcosa, voleva farla al meglio. Per farvi un’idea: un giorno decise che voleva ca(r)pirne di musica, prese la carta di credito e andò alle messaggeriemusicali, dove comprò tutti i cd d cui aveva sentito parlare. Ci raccontò ke la cassiera, vedendo le colonne sonore d cd ke aveva accatastato sul bancone, credeva skerzasse. Lui rideva. Non skerzava.

Silvestri era quel tipo lì, un ragazzo gioviale e buono. Alle medie, lui era un anno + avanti e, non ricordo x’, ma qdo io ero in prima, lui disertava la sua classe e jocava sempre con noi. Con la sua classe avanzava palla adesa al piede ed arrivò pressappoco al punto in cui quella suora è stata fotografata men3 batteva la punizione sulla copertina del CD Oratorium d Elio e le Storie Tese. L’avete presente, quella con Faso in porta in tuffo precoce? Ecco, quella è la mia scuola. E dove c’era la suora io stavo aspettando Silvestri, nei pressi dell’area, lì.

il luogo del
Silvestri alle medie aveva il pallino dei joketti. Col pallone, ovviamente. Aveva acquisito un controllo di palla formidabile. Lo avrei accostato proprio a Zidane se nel 93 avessi conosciuto Zidane. Rui Costa era qualcosa d +, ma non c’è neanke da scriverlo. Gli riusciva tutto quello ke gli facevi vedere: se lo studiava e poi, oplà, il trucco veniva. Gli invidiavo quella perizia, io ke+kealtro correvo (recuperai così l’anno di differenza con lui).

La + importante d tutte è il pallone. Io li aspettavo in area. Lui, il pallone. Io, lui, il pallone. Io, lui, il pallone. Io, lui. Il pallone? Sparito. Devi avere quella faccia lì quando ti svegli e sei uno scimpanzé e tutti intorno a te parlano georgiano. Silvestri prosegue la sua corsa e io mi guardo intorno, con l’aria del cercatore di ossidiana alla sagra della caldarrosta. Eppure era qua, l’avete vista? Rotonda, rimbalza… Se qsta cosa fosse successa 5 anni + tardi si poteva solo uscire dal campo e levarsi le scarpe. Non ho mai + visto fare un numero così. Non ke allora l’abbia vista, eh. Era un jokino ke provavamo tutti, il + difficile. E quei pokissimi nella scuola ke ci riuscivano avevano nome, cognome e le nike. Ma mai nessuno in un dribbling. Fino a quel giorno.

Lo potevi fare in corsa, solitamente ci provavamo camminando: palla trai 2 piedi, la punta di uno la appoggia sul tacco dell’altro ke la tira su da dietro. E la palla ti passa sopra, scendendoti davanti. Recuperai collo sguardo Silvestri – ke rideva – e vidi ke aveva riaddomesticato la palla teletrasportata. E - dannazione! - sembrava la stessa boccia di prima, con scritto IC in blu grosso. Lui, il pallone. Io… non ricordo il proseguio dell’azione, solo il mio spaesamento: a quei tempi fare gol valeva ovviamente molto ma molto di meno.

Anke Nigist l’altroieri era dalle parti della mia porta, all’ingresso del bungalow ufficio; era venuta a salutarmi, ke andava a casa. M’ha guardato un po’ rammaricata e sorridente m’ha detto: “Non siamo abbastanza aperti per te, Paolo”. Uh. Cercai la palla. Presto, spero, dimentikerò lo scialbo proseguio dell’azione da parte mia. Ero spaesato. Eppure era qua, l’avete vista? Rotonda, rimbalza. Maledizione, non è questo un punto d’arrivo. Sono io che devo essere abbastanza aperto per l’Etiopia, non il contrario.

Una settimana fa, ultimo flashback parola d lupetto, Jess (ricordate ke qua siamo indietro d un mukkio d anni) ha replicato a muso duro a un Luke ke c’è rimasto secco: “È questo il tuo problema: tu aiuti le persone che lo vogliano o no: tu devi sistemare tutto quanto, devi sistemare tutti quanti. Pensi di essere indispensabile e invece vuoi solo pesare sulle nostre vite.

Fai in modo che quando la gente sbaglia tu per quello diventi un martire; e loro non solo devono capire di avere sbagliato, ma di averti deluso, soprattutto. Tu interferisci e peggiori soltanto le cose. Nessuno chiede il tuo aiuto, nessuno vuole il tuo aiuto, concentrati su d te e lascia in pace gli altri!”.

luke&jess
Non è uno scambio, Luke è allibito, come quando vede Yoda parlare con l’ectoplasma d Obi Uan, come me. È una questione di posizione in cui mi ho messo l’Etiopia, l’affinità con le battute dalle GilmoreGirls sopraccitate è quella e finisce lì. Gli impieghi ke l’ufficio suggeriva erano la stesura di progetti e un’attività interna alle carceri; la scrittura del libro l’avevo proposta io (tra altre) declinando in forma cartacea l’idea di documentario: era stato alla fine del 1° mese qdo mostrai all’ufficio una lista di potenziali miei impieghi, ke tenevano conto delle loro proposte, ma ne aggiungevano anke altre. Essendo io in servizio civile, forse sarebbe ora di mettersi al servizio, accidenti. E per mettersi al servizio intendo lasciare la battuta all’avversario, andare a ricevere. Pago i miei doppi falli, le palle morbide non sono state sufficienti. Lo sono mai state?

Troppe volte faccio riferimento al ribaltamento dei tavoli dei mercanti nel tempio, accantonando il resto del Vangelo. “Sacrificio” deriva da “fare sacro”, e la partita si può ancora ribaltare.

Un bell’intervento da dietro farà passare a CRonaldo la voglia d fare i joketti…

Paolo

domenica 27 gennaio 2008

one week half HoMe

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“Sono tornato a casa”, disse.

Lo disse il protagonista di molti romanzi, lui k’era partito acerbo ed era tornato maturo. Non lo dissi io. No, io non lo direi. Però ogni ritorno permette di ritarare cosa rappresenta un luogo. E quindi è piacevole planare ad addis e riconoscerla. E qdo sara mi kiede cosa trovo cambiato, non trovo niente, mi spiace, kissà cosa mè sfuggito. Le kiedo se sé tagliata i capelli, ma precisa ke in effetti non è cambiato niente, voleva vedere cosa dicevo, e mi fa piacere ke qcsa rimanga fermo dopo ke oggi paghiamo la bolletta, puccio le dita in rete e, ad una settimana dal mio arrivo, in italia è caduto il governo.

(…)


torvo bambino
(…)

È gratificante rientrare in casa e riscoprire i propri posti, un proprio posto, scriverei. E poi quando si rincontrano le persone è interessante capire qual è l’emozione predominante. Mh. E cos’altro? L’uomo non vola. Non è umano volare. È come un videogioco, io non emetto bolle di energia blu se unisco i polsi e apro le mani: non ha senso ke un giorno sono a milano, fa freddo, la gente parla italiano e mi stanno intorno certe persone e l’indomani sono in gita suna strada terrosa per andare a vedere le iene, discorrendo in inglese con Megdie e Fifì, la testa pulsante x la calura; e qsta s’appresta a diventare normalità. Mi sento un po’ tartaruga, forse per skermarmi dalla skizofrenìa: non rientro istantaneo nell’inglese, ripasso alcune relazioni. Ma tanta Etiopia in qsti giorni.

Tanta. Nell’acqua ke si assenta per una settantina d ore da casa e allora diventa obbligo sociale recarci nei ristoranti non tanto x rifocillarci quanto per adoperare i bagni, entrarci non colla carta d credito, ma con la carta igienica. Molta Etiopia nel riuscire finalmente a jocare a pallone, facilissimo, un 3vs3 fuori da una parrokkia, 4 scatti e scoprirmi in affanno piegato mani sulle ginokkia; kissà quanto l’altitudine e quanto l’allenamento. E ritrovare 1 stile africano pokissimo finalizzatore, ke mixxa tecnica e ritmo a livelli di partita d basket; l’italiano d turno può salvarsi con qualke passaggio d prima e tenendo bene in testa dove si trovano le porte; anke se questa è la salvezza, non certo la zona champions.

Un po’ d Etiopia nel perdere soldi, ritrovarne alcuni. Un sacco d roba etiope nel decidere d presenziare ad una conferenza sulle prigioni, certamente in amarico, vabbeh, scatto qke foto coll’elegante makkinetta d stefania e mi porto da leggere quegli articoli; tranne poi essere invitato a sorpresa a testimoniare sulle prigioni italiane. E una settimana prima ero a Bollate a raccontare ai detenuti dei carceri d addis e fa un effetto stranino e lo dico. Qualcuno sorride, kiedo l’aiuto del pubblico sulle parole inglesi ke non conosco, mi tengo la telefonata a casa per + avanti, cerco cogli okki qke feedback da volti familiari, male ke va joco un po’ d comunicazione o si prendono un break nella tenuta della loro attenzione. Va bene, this is all. E riprendono gli interventi in scaletta in amarico, e un tot d volte sento le parole “Mr Paolo”, citato kissà perché, arrivato alla fine mi riguarderò questa vita con i sottotitoli. Sempre ke non vada riconsegnata subito al videoshock. Non vorrei pagare anke la penale per il ritardo, non so se Caritas la copre.

Una settimana in cui cisi ripete ke ora viene il bello, enne mesi d fila, Stè. Ci siamo, la marmellata d mirtilli e la nutella, tanto x iniziare. Magari si finisce con la ‘njera. Un’amaca, due diski fissi, un canestrino, kili d salame (non è prosciutto, è salame), in parte ammuffito, in parte. Il libro “Una notte inquieta”, oggi poi dovrebbe essere ancora giornata della memoria, a interrogarmi se sopravvivere per me sarebbe stato giusto sotto Ato Hitler; senza eroismi, ma essere vivo&tedesco era acido da coscientizzare. E raffica filmica: Frankestein jr, Borat, Comizi d’amore, Terkel in trouble, Dead man. Comizi d’amore.

Debiti d sonno ke da qke parte bisogna estinguere, pure suna panca durante un inneggiante rosario amarico o sull’annosa jeep d abba girma ke corre verso il carcere d addis alem x il tin kat; ke pure ora le ciglia vogliono scendere, è la loro fermata. Come quando, ancora preda del jetlag, ho incontrato Vermulinguo, insieme ai ragazzi, descrivendo con kiarezza e cordialità cosa penso del progetto con lei. E intuire ke loro si battono in amarico x me, ma sono disilluso. Un buon esito in qsto round è riuscire ad uscire accostando la porta, senza sbatterla (la porta) con la rabbia nelle membra, un po’ jedi, un po’ zen, un po’ zed. Difficilmente (impossibilmente) rimarremo entrambi nella stessa stanza, e i ragazzi li riprendo. Col corso d’italiano o colle carceri, ma li riprendo.

E il resto è anacleto, il bianco gatto ke viene puntualmente preso a pallonate, ma lui insiste a miagolarsela -rigorosamente fuori dall’uscio- e mi sa ke una breccia il vuncissimo felino la sta scavikkiando. E non è il solo, ma mica si può digitare tutto, oh. Ho.

Me, Mr Paolo

una casetta 2 etiopi
ps le foto sono scattate&scelte per noi da Stefania Cardinale