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mercoledì 6 giugno 2018

Taka taka everywhere

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Takataka” non è il nome di un nuovo ballo, o di una nuova hit, né di un nuovo programma televisivo. “Takataka” è ciò che in Kenya, come in altri paesi dell’Africa e del mondo in intero, dà da mangiare e dà lavorare a molti, così come molti ne fa morire. “Takataka” in kiswahili significa spazzatura. 



Qui, l’immondizia è ovunque

Sono giorni che questo pezzo è pronto, sono giorni che mi dico “domani trovo un momento e pubblico …”. Avrei voluto pubblicarlo ieri, giornata mondiale dell’ambiente. Lo faccio oggi, così, anche se non è la giornata mondiale, possiamo ricordarci insieme che abbiamo molto da fare per il nostro ambiente, per la nostra Terra. 
Quel che vi racconto è quello che accade in tanti posti, anche nei nostri mari italiani, nelle campagne della bassa milanese, ovunque. Qui, a Mombasa, forse colpisce di più … ciò non può che farci venire il desiderio di imparare un nuovo modo di vivere nel nostro ambiente e prenderci cura della Terra e delle nostre vite

Quando si parla di Kenya e rifiuti viene in mente subito Nairobi, con la sua Dandora e il più noto Korogocho, ben raccontato dall’esperienza missionaria di Alex Zanotelli. È Dandora, però, la più grande discarica della capitale, dove ogni giorno arrivano più di 850 tonnellate di rifiuti solidi prodotti dai 3,5 milioni di abitanti della città. Qui lavorano circa 10.000 persone (di cui il 55% sono bambini o minori): purtroppo non sono impiegati netturbini, né addetti ufficialmente incaricati dello stoccaggio dei rifiuti; sono i poveri della terra che negli scarti cercano un guadagno. Certo il riciclaggio dei rifiuti fa guadagnare pochissimo, ma per molti è comunque qualcosa, ben più di niente. 



A Nairobi come a Mombasa il problema dei rifiuti e della loro gestione non è certo nuovo. Sebbene la costa del Kenya sia sempre sotto i riflettori per motivi turistici, chi ha l’opportunità di camminare per le strade di Mombasa non può che constatare che i rifiuti sono disseminati da tutte le parti, a beneficio delle capre e degli altri animali che possono sgranocchiare il tutto. A Mombasa le discariche principali sono tre: Mwakirungue, Kibarani e Shoda (a Likoni). Fra questa la più vasta è Kibarani, situata sull’autostrada che collega la città portuale a Nairobi, esattamente lungo il tragitto che i turisti compiono per raggiungere l’aeroporto. Queste discariche, che nascono come “città intorno alla città”, ospitano circa 750 tonnellate di immondizia prodotta nella contea di Mombasa quotidianamente. 

Ad aprile 2018 il governatore Hassan Joho ha annunciato di voler chiudere Kibarani entro fine giugno, indirizzando tutti i carichi di spazzatura a Mwakirungue, attraverso l’uso dei nuovi 12 camion messi a disposizione. La scelta, gradita dalla Kenya Tourism Federation, è stata messa in dubbio dalla Kenya Civil Aviation Authority (KCAA), poiché il sito si trova sulla traiettoria di volo. Ovviamente gli oltre 1.000 giovani, donne e bambini che ogni giorno rovistano tra i cumuli di Kibarani sono pronti a spostarsi. Ciò a dimostrare che non è chiudendo la più velenosa e puzzolente discarica a cielo aperto della città che si risolve il problema. Qui la crisi sulla gestione dei rifiuti perdura da anni e i danni, soprattutto per la salute degli esseri umani, si fanno sentire. Lo sa bene Phyllis Omido, attivista impegnata a denunciare la tossicità dei siti e dei rifiuti di Mombasa; così come lo sanno tutti coloro che ogni giorno smistano a mani nude, senza guanti, in mezzo a bicchieri rotti, barattoli arrugginiti, aghi e bisturi per trovare bottiglie di plastica, scatole, piccoli accessori, rottami metallici e gomma da riciclare, mentre maiali, uccelli, mucche e capre, rovistano cibo tra gli stessi mucchi di spazzatura. Il mix di tutti questi rifiuti industriali, domestici, agricoli e medici – cui si aggiungono i rifiuti tossici che gli autocarri senza insegne scaricano in piena notte – è ovviamente letale. Malattie respiratorie, cancro, anemia, ipertensione, debolezza, aborti spontanei e problemi al sistema nervoso sono solo alcune delle complicanze provocate dal proliferarsi di discariche. Colera, salmonella, gastriti, chikungugna e altri tipi di febbre, come la dengue, sono ancora altre patologie provocate da tutti i cumuli di immondizia, compresi quelli situati negli angoli delle strade in giro per la città.



Nel 2017 il Kenya ha messo al bando i sacchetti di plastica, vietandone produzione, uso e importazione: è l’undicesimo Paese a livello mondiale a promuovere il bando dei sacchetti. Tuttavia girando per le strade di Mombasa ci si stupisce della quantità di bottiglie di plastica abbandonate e accumulate ... Quindi viene da chiedersi quale influenza abbia la scelta di eliminare i sacchetti se poi continuano a circolare prodotti dello stesso materiale. Inoltre sembra proprio che gli sforzi del governo (compresa la nuova tassa sui rifiuti introdotta a Mombasa dal governatore) siano insufficienti se slegati da campagne di sensibilizzazione volte ad educare i tanti, forse troppi, cittadini keniani che con disinvoltura lanciano fuori dal finestrino del matatu su cui viaggiano la bottiglietta d’acqua finita o abbandonano sulla spiaggia la carta dei biscotti appena mangiati. La popolazione se la prende con i vertici governativi quando scoppiano epidemie varie (come è stato per la Chikungugna a Mombasa nel 2017-2018), accusandoli di essere i diretti e soli responsabili del problema di gestione e smaltimento dei rifiuti, ma il bene comune si può costruire solo insieme! 

Un giorno mi sono proprio arrabbiata con i ragazzi con cui eravamo in spiaggia! Hanno mangiato i biscotti e hanno lasciato la carta in giro. La spiaggia era disseminata di involucri blu. Ho chiesto “perché?”, ho suggerito di fare diversamente … un secondo dopo qualcuno buttava un altro pacchettino a terra. Lol! La cosa peggiore è che lo sforzo di due di loro che si sono messi d’impegno a raccattare tutto è stato vano. La carta dei biscotti l’hanno messa nel cartone dei biscotti. Provate ad immaginare dove è rimasto il cartone?! Si … ahimè … in spiaggia. Ma che importa? Tanto nella stagione turistica c’è sempre chi pulisce: niente alghe, niente immondizia. Così i turisti si godono le magnifiche spiagge bianche. Poi, quando tutti se ne vanno, il panorama resta questo: 



Ho scattato questa foto a Watamu, rinomata meta turistica di molti italiani (Watamu sembra più che una colonia a tratti, parlano tutti italiano!!!), l’altro giorno. Ho anche fatto un video, mentre camminavo (si, scusate, non è il massimo da guardare!) incredula della situazione: 



Non credo di dover aggiungere altro … forse solamente chiedervi di pensare al bene comune! L’ambiente è il dono più bello che ci è fatto, per vivere. Il rispetto dell’ambiente inizia dalle nostre case, dalle nostre scelte di stile, dalla nostra responsabilità sociale. Non sprechiamo le meraviglie del mondo! 

Ps. Comunque a Nyali (quartiere benestante di Mombasa) sono spuntati da qualche mese i cestini lungo le strade, appesi agli alberi, come questi:



Chissà come sarebbe se ce ne fossero così in tutti quartieri di Mombasa ... Chissà come sarebbe bello se l'impegno dell'amministrazione governativa e gli sforzi dei privati cittadini provassero a trovare soluzioni adatte! Resto speranzosa, che qui, come in Italia, l'intelligenza degli uomini e il desiderio del bene possa prevalere e trasformare il mondo! 


“Tratta bene la Terra! Non è un’eredità dei nostri padri ma un prestito dei nostri figli”. 
(Antico detto Masai, Kenya)

martedì 10 aprile 2018

Una Pasaka africana

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Insieme alle tante aspettative che hanno accompagnato la mia partenza c’è stata, fin da subito, una grande curiosità: desideravo vedere, osservare e conoscere quale esperienza di fede e di cristianesimo vivono qui, a Mombasa. In modo particolare la mia curiosità era rivolta al Santo Natale e, ancor di più, alla Pasqua. 
Ora che l’ho vissuta (o almeno ho cercato di viverla) a tratti, per via del caldo sofferto (in questi giorni davvero indescrivibile per via della percentuale altissima di umidità), per le tempistiche e per l’incomprensione di tutte quelle parole in Kiswahili, mi verrebbe da dire che sono un po’ folli … che è stata una vera “passione”. 
Eppure il mio sguardo e il mio cuore oltre alla fatica hanno visto e vissuto qualcosa di grande e bello. 

Il “tour de force” è iniziato mercoledì mattina, in Town, in una Cattedrale stracolma per il Chrism day, la Chrism Holy Mass. Quella mattina nessuno è rimasto in ufficio a lavorare … tutti in Cattedrale per la messa con il vescovo e la benedizione del sacro crisma!


Poi la celebrazione del giovedì santo. Forse è il momento che mi ha “preso” più di tutti, con quel silenzio, insolito, intenso, davanti al Corpo di Cristo riposto. A Kongowea - che ormai è a tutti gli effetti la nostra parrocchia - la chiesa non è mai abbastanza grande (la domenica ci sono forse 5 diverse messe, a partire dalle 6,30 del mattino: a qualsiasi ora, è piena). Anche giovedì è stato così; ma qui sanno far posto a tutti, anche a costo di divedere mezza sedia o stare stretti stretti (o in piedi) tutto il tempo e doversi inginocchiare in 3cm per terra. Già, perché qui son sempre tutti pronti a mettersi in ginocchio, anche al contrario sull’inginocchiatoio delle panche, quando serve. La Reposizione dell’Eucaristia è avvenuta nella piccola navata laterale, in un angolo accuratamente addobbato con festoni gialli e bianchi (molto più eleganti degli addobbi tamarri di Natale, per fortuna!). Così in silenzio, rivolti all’altare della reposizione, scomodissimi, al contrario sulle panche, ci siamo messi in adorazione, con il capo chino e il cuore in preghiera. In quell’istante ho sentito la gioia dell’essere tutti figli di Dio, con lo stesso desiderio di Bene e Bello che ha annullato, per qualche minuto, il mio essere musungu in una folla di africani. Ho perso il mio colore in quel silenzio; ho sentito la natura e la forza del cuore, che non conosce razza o cultura; ho assaporato la bellezza dell’essere fratelli, fatti ad immagine e somiglianza. Sono stati davvero preziosi per me, come se d’un tratto, finalmente, fossi stata di nuovo capace di pregare e mettermi davanti a Gesù insieme e come tutti i fratelli e le sorelle intorno a me (e fidatevi è un’esperienza che a volte manca dentro un mix di Kiswahili e inglese che ha ritmi e suoni diversi dal tuo pensare e pregare italiano).


Certo venerdì quasi ho dimenticato tutta questa tenerezza in quei momenti di caldo e fatica che hanno tentato di oscurare la gioia del cammino … ma che giornata! Venerdì Santo, il giorno della “way of the cross”. Appuntamento alle 10 del mattino. Si finisce alle 15 del pomeriggio (quando inizia la celebrazione). Si parte dalla chiesa. Ci si mette in cammino per le strade del quartiere. Posti sconosciuti e nuovi, posti conosciuti e comunque nuovi. Cerco di tenere il passo di qualche amico, giusto per sapere di aver accanto qualcuno che possa segnalarmi la pagina giusta del libretto dei canti o eventualmente tradurmi qualcosa perché io possa capire (capire … che pretesa! Ancora …!!!). Poi succede che … non siamo neanche alla prima stazione (in totale ce ne sono 16, giustamente) e un bimba si mette al mio fianco. Inizia a tenere il mio passo, senza timore di accostarsi. È attenta e seria, canta, partecipa. Porta con se una borsetta di stoffa da cui spunta il tappo di una bottiglia d’acqua. Mi sorprende, continua a star con me … Penso sia perché abbia voglia di leggere le parole dei canti, così allungo il libretto, in modo tale da condividerlo. Lei, con dolcezza, sfoglia le pagine e con un dito mi indica a che punto siamo. Mi sorprende, continua a star con me … Penso sia il caso di chiederle almeno come si chiama e presentarmi. Sara. 


Sara ha camminato con me tutto il giorno. Mi sono chiesta perché mi sia stata mandata. Sara è stata il mio Simone di Cirene e la mia Veronica. Sì, in effetti, mi ha aiutato a portare la mia croce con la sua tenera e premurosa compagnia. “Mi ha asciugato le lacrime”: quando ha pulito la mia gonna sporca per la terra, quando ha soffiavano sulle mie braccia di un rosso sempre più acuto per via del sole, quando ha sistemato il fazzoletto con cui cercavo di riparare il coppino già troppo ustionato, o quando ha retto l’ombrello nel momento in cui ho avuto bisogno di liberare una mano e prendere dell’acqua. Sara mi ha tenuto per mano. Silenziosa e attenta Sara mi ha dato forza, mi ha fatto tenere lo sguardo alto e il cuore aperto, impedendomi di bloccarmi alla fatica, al caldo, al sudore, alla polvere, al tempo, alla follia, alla mia umana spossatezza e debolezza.


Poi è stata la volta della veglia pasquale. Arriviamo alle 21 di sabato sera. Il popolo di Kongowea è radunato nel grande campo della parrocchia. Sta per essere acceso il cero pasquale e tutti stringono in mano una candela. Davanti all’ingresso della chiesa la luce del cero raggiunge tutte le piccole candele: è un tripudio di fiammelle. Poi … la corsa. Incuranti del pericolo di quelle piccole fiamme tutti spingono con forza per cercare di avere un posto. Questa volta la chiesa è davvero stracolma. Decido di sedermi per terra, senza farmi troppi problemi. Evidentemente per loro è un problema … Rifiuto l’invito della sicurezza di sedermi sulla panca, al posto di due ragazzi che son stati fatti alzare (perché mai? con quale ragione dovrei prendere il posto di due ragazzi? Solo perché sono una madame bianca?). Rifiuto un secondo invito a sedermi sull’angolo di una panca togliendo la comodità ad un padre di famiglia che tiene in braccio il suo figliolo. Arriva il signore della sicurezza, di nuovo; questa volta non posso rifiutare: ha portato una sedia solo per me. Così mi siedo, nell’angolino, sulla mia sedia e ascolto. La stanchezza si fa sentire. Gli occhi si chiudono. Le candele si spengono. Fatico a seguire. Mi addormento un po’. Poi ritorno. Le lancette scorrono. Usciamo alle 2:30 passate dopo una danza di gioia e festa al ritmo del coro da stadio: “Happy easter, shalalala. Happy easter, sha…lalallala. Happy easter, shalalala. We Wish u an happy easter! Sha…la..la!”


Pensate sia finita? Eh no! Domenica mattina alle 8 ci aspettano i giovani per la messa. Ci avrebbero chiesto di arrivare alle 7:30 per provare i canti, con il coro. Arriviamo puntuali per l’inizio della messa, che per fortuna inizia con una ventina di minuti in ritardo (ogni tanto ci sguazziamo proprio in questi tempi africani). Bello sedersi e cantare nel coro con i giovani … è un po’ sentirsi a casa, è qualcosa che rende felici! E come ha detto il nostro amico Ooga alla fine della celebrazione: “quando uno è contento sente meno la fatica”.

Così si chiude questo intenso triduo africano. Si torna a casa pronti a celebrare la Pasqua con un tuffo in mare e in piscina, prima di rilassarsi all’ombra delle palme. Si torna a casa con un cuore coccolato, ancora proteso ad afferrare la gioia di questa resurrezione tenendo in mente la domanda che Father Mwashigadi ha lasciato aperta alla fine della sua animata omelia: da quale sepolcro esci? Da quale morte risorgi tu, oggi, con Cristo? Si torna a casa avendo in mente quegli angoli nascosti di Mombasa che abbiamo attraversato a piedi durante la via crucis, perché Gesù risorto viene a dire a tutti, soprattutto a loro che vivono in mezzo alla spazzatura, che lottano ogni giorno per sopravvivere e trovare un pezzo di pane, che sono amati, voluti e desiderati, ovunque! La croce è amore e messaggio di salvezza che ti dice: “tu non sei spazzatura!”


Che ogni giorno sia Pasqua, 
che ogni giorno il suo Amore 
ci aiuti a risorgere e risplendere! 
Pasaka njema a tutti 😊

martedì 13 marzo 2018

Hakuna ma ...

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- per non rimanere senza pensieri! - 


La Disney con il suo celeberrimo "Re leone" ha insegnato a tutti noi che Africa vuol dire "hakuna matata, senza pensieri". Io, nel mio piccolo, vorrei raccontarvi quello che l'Africa è davvero e ... soprattutto quello che è capace di insegnarti, senza risparmiarti a volte pugni nello stomaco. 

Ci sono persone, come te, con i tuoi stessi diritti, che abitano in case di paglia e fango e sterco, che camminano 12 ore per recuperare appena 1 barile d'acqua, pari a 20 litri. 

Vitengeni - Kilifi County
Ci sono famiglie, quindi almeno 10 persone, che consumano circa 7 jerricans al giorno, vale a dire 140 litri, per tutto: faccende domestiche, cibo, cura personale, bestiame. Facendo un rapido calcolo equivale a meno della metà di quello che in Italia consuma una sola persona


Le donne di Mtepeni
Ci sono luoghi, nell'entroterra della costa kenyana, non molto distante dalla più rinomata Malindi, dove le tubature dell'acqua non arrivano, i fiumi spariscono e ... si spera che i "water pans" non asciughino. Queste "padelle d'acqua" - letteralmente - altro non sono che stagni dove viene fatta convogliare l'acqua piovana che, finché non evapora per il caldo, rimane una risorsa preziosa. Tanto preziosa quanto sporca. 


Un grandissimo water pans 
Questo bacino sembra anche bello da lontano, ma immaginatevi di bere e usare solo quest'acqua come risorsa ...
Alle sponde di questi bacini accorrono le bestie, vacche e capre. Alle spende di questi bacini accorrono i bambini, le donne del villaggio, gli uomini. Prendono acqua, la portano a casa, la bevono. Così com'è, sporca, stagnante ...  

Immagine di Novembre 2017, quando ancora era visibile il buon effetto delle piccole piogge e la qualità dell'acqua
Ci sono anche metodi di depurazione. L'acqua si può trattare e pulire. Alcuni metodi sono davvero economici, basterebbero le foglie di Morninga, o i filtri - ma questi già son troppi costosi per qualcuno. Allora si beve così. E capita anche di trovare chi ti dice "si so come depurarla ma non lo faccio". Lo stupore e lo sconcerto allora fanno capolino. Se cerchi di capire perché, con qualche domanda in più, la risposta ti lascia di stucco: "se la depuro, non ha più sapore". Già ... il sapore della pioggia, della terra, dei batteri ... Ah, come è difficile contemplare alcune scelte tribo/culturali!

Ci sono luoghi dove l'acqua delle "pipes line" non arriva, altri dove ci sono le tubature, ma se apri il rubinetto scende qualcosina giusto per 3 ore, le successive 3 settimane: nulla. Allora l'acqua bisogna andare a comprarla. Così devi spendere soldi. Soldi per riempire i barili e soldi per pagare il trasporto; perchè più di uno sulla testa, non ci sta. 

Inizia il lungo rientro verso casa ...
E son spese, piccole ai nostri occhi, ma più urgenti dei 250 scellini (circa 2 euro) con cui potresti pagare le tasse di un trimestre scolastico di tua figlia. Allora selezioni, mandi a scuola solo uno dei tanti bambini, ovviamente il maschio; tanto le femmine non hanno bisogno di imparare, devono solo sapere gestire la casa, quindi perché farle studiare, perché insegnar loro lo swahili?!?! Ci pensano gli uomini, per "quelle" basta la lingua madre, tanto non devono parlare con gli altri. 

Donne, bambine e bambini
Ci sono posti nel mondo ... 
Dove tutta l'acqua che lasci scorrere mentre ti lavi i denti, sarebbe sufficiente a dissetare i bambini di un villaggio. 
Dove i litri d'acqua che lasci scendere mentre ti insaponi sotto la doccia, sono molti di più del fabbisogno giornaliero di una famiglia che vive in uno dei - troppi - paesi africani che devono fare i conti con la siccità. (Ah già - ma i cambiamenti climatici non esistono! #grazietrump) 
Dove l'acqua che sprechi quando azioni la lavatrice o la lavastoviglie mezza vuota farebbero la differenza nella vita delle persone a cui son negati alcuni diritti fondamentali. 

Dove una volta c'era un fiume ...

<si, grazie, belli i tuoi racconti dall'Africa, ma tanto mica posso mandare l'acqua alla povera gente> dici tu.

<Sono d'accordo, ma, sai, hai una possibilità anche lì, nella tua zona di comfort del ricco mondo occidentale. Il tuo stile di vita può cambiare. Il tuo modo di consumare può essere più responsabile. Il tuo impegno sociale può fare la differenza. Per favore, ricordatelo!>

Dimentichiamoci la Disney, con il suo motto edulcorato... Africa non è solo "hakuna matata". Africa ancora oggi, nel 2018, è soprattutto ... 
"hakuna magi" - niente acqua. 

Cin - cin!


Dopo aver scattato la foto, la donna sulla destra ha aperto il rubinetto: "hakuna magi" mi ha detto ...
... ha preso i suoi barrels ed è partita, alla ricerca dell'acqua.

mercoledì 7 febbraio 2018

"Quando ritornerai a dirmi addio ...

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ti regalerò un segreto” disse la volpe al piccolo principe.


Dobbiamo imparare a dire addio. A noi non piace dire addio. Spesso lo storpiamo in “arrivederci”. Eppure, a volte, chi può dire se davvero ci rivedremo?!

Rivedersi

Era questo il dubbio che avevo. “Chissà se rivedremo tutti i bambini e le ragazze che abbiamo conosciuto!?” pensavo nelle due settimane trascorse in Italia. Poi, siamo tornate, di nuovo a Mombasa – tutto un altro mondo! Ed è stato tutto un rivedersi. In quanti – colleghi, amici, proprietari di casa, persino le guardie – son stati contenti di rivederci. E noi con loro: è sempre bello rivedersi! Tanto quanto è bello, ora, sapere che abbiamo un po’ di tempo in più per restare. 

Restare 

Non si può restare nel centro d’accoglienza. Lo dice la parola. Così, giorno dopo giorno, è tutto un gran via-vai. Qualcuno torna a casa, in famiglia; qualcuno si trasferisce in altri centri; qualcun altro arriva, qualcuno ancora arriverà. Bisogna star pronti: non sai mai chi ritroverai, chi non incontrerai e chi conoscerai. Bisogna aver l’animo pronto, perché prima o poi ciascuno deve andare …  

Andare

Dovevamo andare! Sapevamo che ci stavano aspettando già dal giorno prima. E anche noi volevamo rivederli al più presto. Non sapevamo cosa aspettarci. I dubbi non mancavano e, tra i pensieri, uno dopo l’altro affioravano: “pensa se domani andando al centro scopriamo che S. è tornato a casa” ho detto a Chiara.


Il rescue center "Mahali Pa Usalama"

“Domani S. torna a casa. È un po’ triste. Ti va di parlarci un po'?”


<colpo>

Io con S. ci parlo, volentieri. Prima però fammi masticare, ingoiare e digerire questo misto di emozioni. 

<faccio spazio ai pensieri>

Caspita! La vita a volte è proprio sorprendente … La provvidenza è fenomenale! Che strano, da un lato sono contenta di esser qui oggi, dall'altro, per quanto avessi supposto la possibilità che si verificasse tutto ciò ... non è di certo facile ...

<ritorno nel mondo>


Attività creativa all'ombra del grande albero


“S. che succede?” dico mentre mi siedo accanto a lui. Parole e lacrime. Non riesco a capire. “Cosa dici? Non riesco a sentire bene” aggiungo mentre pian piano ci facciamo un po’ più vicini. “Se vado a casa non vedrò più i miei amici … non potrò più giocare con loro, non vi rivedrò più.” Ha ragione. È vero. Cosa posso digli io? Come posso trasformare questa tristezza perché possa tornare a casa felicemente e con il suo solito sorriso?

Sorriso

Basterebbe questa parola per descrivere S. probabilmente. Un nanerottollo paffutello, (quasi) sempre sorridente, con un volto simpatico e un culotto pronunciato che ama muovere a ritmo di musica per danzare e divertirsi. Credo si sia legato a me durante una giornata in piscina (gentilmente offerta da un misterioso donatore che, durante le vacanze di dicembre, ha scelto di rendere speciale una giornata di questi bambini). Quel giorno S. era molto felice. Tanto quanto, poi, era spaventato. Non voleva proprio saperne di entrare in acqua. Poi, la svolta. Non si sa bene come e perché, ma ad un certo punto S. mi ha detto “carry me”. Così, avvinghiato come un polpo, fin quasi a strozzarmi, si è lasciato trasportare in acqua e, pian piano, passo dopo passo, a fine giornata S. sapeva camminare in piscina, da solo, insieme a tutti i suoi amici

Un polpo in piscina!

Amici

È sorprendente sentire S. chiamare amici gli altri bambini del centro. Loro che si affezionano velocemente, tanto quanto velocemente devono salutarsi. Che bello, è sorprendente questa pura e semplice affezione. Però, ora, li deve salutare. Come posso abbracciare la sua tristezza? Cosa dire ad un bambino? Tento di mettere insieme qualche parola, prendendo spunto dalla mia esperienza, provando a dirgli che anch’io ora sono qui e i miei amici sono lontani … Poi, mi sovviene un dolce ricordo: “gli amici son come le stelle.”

Stelle

“S. hai ragione, sai, andando a casa, dovrai salutare gli amici che hai incontrato qui. Ma non esser triste, perché son certa che a casa incontrerai dei nuovi amici e anche con loro ti divertirai” annuisce. “Vedi, nella vita si incontrano sempre persone nuove. A volte, poi, bisogna salutarle. Guarda che bello, oggi ci possiamo salutare. Se fossimo venute domani, non oggi, non ci saremmo salutati” proseguo. “Non devi aver paura, incontrerai nuovi amici e poi, sai cosa puoi fare quando sarai a casa?” scuote la testa. “Ogni tanto, la sera, alza gli occhi verso il cielo. Nel cielo ci sono le stelle. Alcune sono più vicine e luminose, altre son lontane, altre qualche volta stanno dietro le nuvole e non si vedono, poi magari riappaiono. Gli amici sono proprio come le stelle!” sorride. Il suo sguardo è cambiato. “Guarda in alto S., cercando le stelle nel cielo dei tuoi amici ti potrai ricordare!” 

Ricordare

Vorrei ricordare ogni istante, ogni emozione, ogni volto incontrato e ogni storia ascoltata. Vorrei ricordarmi di S. con il suo sorriso e gli occhi luminosi come le stelle; di M. che non ho salutato e chissà ora dove è andato; di A. che mi ha stretto in un abbraccio sorridente prima di tornare a casa; di S. che è tornata a casa ed è già scappata; di B. che nient’altro chiedeva se non di esser amata. Vorrei saper ricordare quel segreto che ciascuno mi ha regalato nel momento in cui mi ha salutato. Per imparare a vedere gioia e meraviglia intorno a me, come sempre fanno gli occhi dei bambini … 


Ora, anch'io, la sera, ogni tanto, guardo le stelle. E vi sento più vicini. 
Ciao amici! Un caldo abbraccio da Mombasa, Greta

domenica 24 dicembre 2017

Le decorazioni di Natale

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Ho sempre trovato strano festeggiare il Natale con il sole, in Italia. Figuratevi qui! 
Chiudete gli occhi e provate ad immaginare di trovarvi davanti all'albero di Natale il 25 agosto. Ecco, l'effetto iniziale è un po' questo …
In realtà la cosa bella è che ... Natale è Natale dappertutto! 

A dire il vero, però, di questo natale africano vorrei raccontarvi qualcosa di più! Vorrei raccontarvi cosa vede e vive il mio cuore. E vorrei farlo a partire da una frase di Martin. 
Martin non è una persona qualunque. Mi sorprende chiamarlo per nome, amichevolmente. Perché Martin Kivuva è l'Arcivescovo di Mombasa. Un tipo senza dubbio carismatico, pragmatico, attento e intelligente. Con lui abbiamo condiviso diversi momenti pre-natalizi di festa. Eppure, non dimenticherò facilmente una sua frase, pronunciata ad un grande evento, davanti ad un folla silenziosamente attenta (non era mica così pochi minuti prima, quando uno strambo vescovo evangelico faceva il suo show sul palco). Il nostro vescovo, dopo aver pregato, ha fatto un discorso semplice, commovente e intenso. Ad un certo punto ha detto: LE DECORAZIONI DI NATALE SIETE VOI! 

Ma ci pensate?! Come cambia il Natale se al posto di curarci solo di fiocchi, palline e addobbi luccicanti, impariamo a lasciare da parte il materialismo per goderci la vera gioia del Natale. Le decorazioni di Natale siamo noi?! Come è possibile?! Perché!?

Le decorazioni di Natale siamo noi. Bianchi, neri, cattolici e non, italiani, keniani: le decorazioni sono tutte le persone che incontriamo. Perché con la nostra presenza adorniamo la vita del mondo. 
Le decorazioni di Natale sono i bambini dei rescue centers di Mombasa che cantano in coro davanti all'albero di Natale illuminato. Perché con la loro presenza testimoniano che la speranza di vivere in armonia non è vana.
Le decorazioni di Natale sono anche gli uomini che, a piedi nudi, di corsa, spingono o trascinano i caretti, colmi di sacchi o carichi di tank d’acqua, in mezzo al traffico mattutino. Perché con il loro lavoro quotidiano sono segno di forza e tenacia. 
Le decorazioni di Natale sono le mani dei bambini che ti cercano quando cammini nei quartieri più popolari, solo per stupore e curiosità di vedere un “musungu" inoltrarsi sulle loro stesse strade. Perché con la loro presenza regalano saluti e sorrisi di tenerezza che comunicano tutta l’ingenuità e la purezza dei più piccoli.
Le decorazioni di Natale sono i colleghi di Caritas Mombasa, che iniziano ad averti davvero a cuore e ti insegnano qualche parola in kiswahili così che tu possa sentirti a casa e far capire agli altri che non sei un turista qualsiasi. Perché con la loro presenza rendono il cammino più sereno e sicuro, ricordandoci che è possibile vivere da fratelli e amici veri con gli tutti gli esseri umani. 
Le decorazioni di Natale sono i bambini del Mahali Pa Usalama che saltano di gioia quando arriva il bus che li porta in piscina, per una giornata di festa eccezionale - come succede ogni volta che varchiamo il cancello del centro per trascorrere una giornata con loro. Perché con la loro presenza, ogni giorno, ad ogni istante, ti ricordano quanto il nostro cuore ha bisogno di sentirsi amato.
Le decorazioni di Natale sono i nuovi amici che ti accompagnano in Old Town per non farti andar da sola - come Virginia, (forse) l'unica donna driver di un tuk tuk, che ci porta a far shopping e a fine giornata ci regala il braccialetto del Kenya; o come Ian, un giovane cattolico, molto impegnato in parrocchia, che passa un'intera giornata con noi a Fort Jesus e poi ci accoglie in casa sua, dove sua mamma ci attende per offrirci una soda. Perché con la loro presenza sono segno di un’amicizia possibile e di un’accoglienza straordinaria e inaspettata, che non bada a spese!
Le decorazioni di Natale sono i canti durante la messa, sempre belli, partecipati e intonati. Perché con il loro ritmo fanno sempre vibrare il cuore. 
Le decorazioni di Natale, qui, sono anche i matatu colorati, ognuno con il suo stile, tutti con la musica che risuona ad alto volume, che circolano sulle strade. Perché son sempre pronti per portarti a destinazione e rendono variopinta la città.
Le decorazioni di Natale sono, senza dubbio, i nuovi cestiti spuntati sulle strade di Nyali - davanti ai quali ti sorprendi e inizi a credere che davvero la gente potrebbe imparare a non buttare in giro qualsiasi cosa, così che le strade non siano più coperte da plastica e spazzatura. Perché ti fanno respirare aria di cambiamento e speranza per il futuro. 
Le decorazioni di Natale, allora, sono anche tutte le cose che non vorresti vedere: come la strada che dalla parrocchia di Kongowea porta a casa del nostro amico (che poi è una delle tante), tutta coperta di bottiglie, sacchetti, rifiuti e immondizia di ogni genere, che ormai sembrano aver trovato il loro posto e son un tutt’uno con la polvere che ricopre le superfici. O ancora, come i bambini che spingono la mamma in carrozzina, le (troppe) persone senza arti che chiedono l’elemosina in città, i ragazzi vestiti di stracci sdraiati per strada, i bambini che ti chiedono cibo appena fuori dal supermercato e quelli che si portano in giro la tanica in cerca d’acqua. Perché semplicemente ci sono, ti interpellano, suscitano domande e ti danno l’opportunità di diventare più responsabile nel tuo stile di vita. 

Le decorazioni di Natale sono loro: uomini, donne, giovani, adulti, bambini, suore, preti, mamme, padri, orfani. Gente semplice e accogliente che è curiosa di vederti, ti chiede da dove vieni e come ti chiami, e sempre si dice disponibile e pronta a condividere con te momenti di vita quotidiana, ti invita a casa o spera di rivederti. Gente che vive con "poco", ma ne gode come fosse molto. Gente che forse non avrei mai incontrato e nemmeno immaginato, se non avessi avuto l’opportunità di esser qui. Gente che ogni giorno si impegna a vivere. Gente che ogni giorno può insegnarci a vivere. 

Spesso il Natale per noi diventa altro. È facile dimenticare che Natale in realtà è condivisione fraterna, è ritrovarsi insieme per vivere in armonia, è semplicemente gioia. È facile dimenticare che il Natale ci richiama alla povertà, perché anche Dio ha scelto di farsi piccolo e nascere in una mangiatoia, non in un gran hotel a cinque stelle. È facile dimenticare che il Natale non è frenesia, perché la fretta non è benedizione (come dicono qui: "haraka haraka hakuna baraka"): Gesù nasce e tutto si ferma, perché tutti accorrono a Lui, con il meglio che hanno. È facile dimenticare che il Natale non è sperperare, ma ritrovare l’essenziale. 

Qui, tutto quel che c'è non è scontato: per ogni cosa sempre si ringrazia e si prega, grati a Dio per tutto ciò che si ha. Qui, se dici che torni a casa, in Italia, tutti ti dicono "say hi to your parents" e ti augurano un "safe jorney": perché l'attenzione all'altro è profonda e pura. Qui a Natale l'importante non è aver regali da scartare, ma andare a messa (sempre indossando il vestito migliore) per celebrare il Natale, cioè la vita. Qui, anche l'acqua e la luce, la famiglia, i vestiti puliti, il cibo quotidiano non sono scontati: se ne puoi godere, non li sprechi, ne hai cura, ne sei profondamente grato. 

Allora, cari amici a casa, vorrei augurarvi di ritrovare il Natale. Vorrei augurarvi di far festa, a Natale, grati per tutto quel di cui potete godere. Vorrei augurarvi di far festa, a Natale, con la gioia di chi si sorprende di esser circondato di bene e amore. Vorrei augurarvi che il Natale sia festa, non un solo giorno, ma tutto l'anno, nella semplicità della vita quotidiana. Sia Natale sempre! E, voi, abbiate cura di essere le decorazioni di Natale che illuminano le giornate dei vostri cari e delle persone che incontrate. Siate decorazioni di Natale: rendete belle le vostre vite, adornate il mondo! 

Buon Natale,
Greta

sabato 2 dicembre 2017

Il destino di Nameless

1 commento:
Giovedì 30 Novembre. Ore 8:55 - stranamente super puntuali! - varchiamo il cancello del Mahali Pa Usalama (altrimenti detto MPU - in accordo all'insensato amore per le sigle dei local). 

Non facciamo in tempo a finire lo scambio di saluti con la guardia che, senza nemmeno capire da dove è spuntato, ti trovi un bimbo che ti ha preso per mano. La sua manina ha trovato velocemente la tua e ... zac! ci si è stretta accanto. Mi volto per capire chi è ... forse avrei potuto immaginarlo! Sorrido e saluto, sfoderando i due rudimenti di Kiswahili su cui ormai siam ferratissime: "Habari ya asubuhi B.". Nel frattempo ci incamminiamo insieme.

La mama e lo staff del centro ci accolgono, due parole e ci accordiamo sul programma della giornata. Niente specifiche: "just play with the kids". Sotto il sol cocente, ignare del biancore della nostra pelle, ci lanciamo tra bans e giochini. Mi sorprende scoprire che anche qui, come a Nairobi nei centri di Amani, per richiamarsi e mettersi in cerchio basta cantare "one, two make a sacco [in lingua originale sarebbe circle, ma l'aggiustamento kenyano dell'inglese fa strani effetti] ..." - l'unica differenza è che qui sono un po' pigri e non finiscono la seconda parte della canzoncina, che a me piace così tanto!

Dopo "oh-a-le-le", "sono un pollo e mi chiamo giovanni", "sul lago Tanganika-Ka" e un tentativo di "wattanciù" ... ripesco un gioco da qualcuno chiamato "bomba", da altri "atomi", con lo stile che ho imparato qui lo scorso anno: inizia "Fire on the Mountain". I bambini corrono e poi, attenti alle istruzioni, si mettono in gruppi di 2,5,7 o si trasformano in animali. Inizio a notare che B. si è buttato in mezzo e sta partecipando al gioco. Non faccio in tempo a gioire per il suo coinvolgimento, che lo vedo in difficoltà nel contatto con gli altri. In effetti non è ben chiaro il modo in cui tutti gli altri lo trattano, basta considerare che solo gli adulti lo chiamano B., per tutti rimane sempre e solo "nameless". Sì, avete letto bene, "nameless", senza nome. Probabilmente è stato presentato così inizialmente, perché non parlava, quindi non si poteva conoscere il suo nome. 

La giornata trascorre cocente e ritmata da canzoni, giochi, risate, schiamazzi e anche qualche "frignetta". Più di tutti, però, B. si dimena e piange. Mi colpisce osservare il suo rannicchiarsi, quasi in posizione fetale, intorno al mio piede - mentre comincia ad essere sempre troppo stretto a me (che invano tento di scollarlo un po'). Intuisco che è geloso, ma non voglio crederci: come è possibile che si sia già affezionato così dopo solo 2 o 3 ore!?! Solo a S. (un nanerottolo paffuto e con un sorriso super simpatico) ha permesso di starci accanto ... Nel frattempo, cercando di non dar troppo peso, abbiamo giocato; ma, poi, lo ammetto, è diventato proprio un po' "una cozza" e per me è diventato frustante sentirlo accennare, ogni volta, un pianto. Probabilmente anche qualche altro ragazzo si è stufato e - ahimè - ha iniziato a prenderlo un po' in giro probabilmente (lo scoglio linguistico mi ha impedito di capire bene la situazione), punzechiandolo inutilmente. Allora, nel tentativo di comprendere cosa stesse accadendo e come dare una svolta alla situazione (che fosse alleviare il mio peso facendo in modo che si staccasse un po' o alleviare il suo peso facendo in modo che trovasse un attimo di serenità interrompendo il pianto), ho chiesto delucidazioni all'unico adulto lì presente. La risposta ha confermato l'ipotesi di gelosia e poi ... ha spalancato un mondo nuovo!!!

La guardia ha iniziato a dirmi due cose su B., con un affetto straordinario verso questa creatura che, come ha detto lui, "stiamo aiutando a diventare grande". Nessun particolare biografico, solo la descrizione del modo in cui stanno cercando di prendersi cura di B.. 

E così, io mi ritrovo seduta, con B. sempre appiccicato e un nuovo sguardo su di lui: "chissà quale vita hai attraversato, chissà quale destino ti aspetta: per cosa sei fatto? Chi diventerai da grande?  Cosa ti aspetta?". Mi sorprende che sia la guardia a richiamare il mio sguardo, mi colpisce sentire pronunciare queste parole: "è un bambino fortunato, diventarà un grande uomo". 

Allora io mi fermo per un istante. In un mix di tenerezza e commozione, penso al destino di B. e, nell'unico modo che conosco, chiedo che sia Bello, affidando il suo cammino. 

Non so se Dio ascolterà la mia preghiera. Quel che so, per esperienza, è che Lui conosce per sino i quanti capelli abbiamo in testa [che presuppone un'attenzione particolare se calcoliamo quanti ne stiamo perdendo qui a Mombasa!]. Forte di questo Amore disinteressato, guardo Nameless, lo chiamo per nome e imparo a volere il suo Bene, con la speranza che possa, un giorno, trasformare quel pianto in lacrime di commozione quando si troverà ad abbracciare il suo destino.

giovedì 26 ottobre 2017

Appunti, ponti e partenze

2 commenti:

Anno 2009. Milano. Una mattina qualsiasi. 
L’odore di smog appena fuori dalla metropolitana si avverte subito – eh sì che non abito poi così lontano! Son proprio una piccola provinciale abituata all’aria delle campagne di Ozzero. 
Quattro passi a piedi e arrivo in via S. Bernardino. Cerco la sede di Caritas Ambrosiana. Ho un appuntamento e una voglia matta di partire. Arrivo convinta, mossa da un ingenuo entusiasmo, tipico di una diciannovenne che, nel tentativo di trovare la propria strada, inciampa nell'illusione di potersi realizzare salvando il mondo: “Ciao, sono Greta e voglio andare in Africa!”.
Di certo quello che poi udirono le mie orecchie non me lo aspettavo. Non era quel che avrei egoisticamente voluto. Mi diverto a semplificarlo con una distorsione: “Bene, grazie, ma adesso vai a studiare”. 

Anno 2016. Nairobi. Una mattina d'inverno.
Gli odori, la polvere, il fumo, i colori e i suoni si avvertono subito - e, poi, non te li stacchi più di dosso, portandoli iscritti nella memoria, sulla tua pelle bianca. 
Quattro passi a piedi e arriviamo in un campo da calcio ritagliato nel mezzo di Mlango Kubwa. Cerco di godermi ogni momento. Sono qui con gli altri volontari di Amani. Un'associazione che ho conosciuto attraverso il concorso "In un altro mondo" di CEI e Caritas Italiana, a cui ho partecipato spinta dal desiderio di allargare i miei confini e il mio sguardo.
Di certo quello che poi ho sentito nel cuore non me lo aspettavo. Non era quel che avevo precedentemente ipotizzato. Mi piace semplificarlo con queste parole: "Feel free, feel at home".

Anno 2017. Milano. Una mattina di luglio. 
Il caldo estivo in città si avverte subito – eh sì che in montagna era così fresco!
Quattro passi a piedi e arrivo in via S. Bernardino. Ricordo dove si trova la sede di Caritas Ambrosiana. Ho un appuntamento per le selezioni del Servizio Civile. Arrivo tranquilla, mossa dalla curiosità di verificare un interesse, un desiderio “antico” e a tratti anche un po’ inspiegabile: “Mi piacerebbe tornare in Kenya, per più tempo, per mettermi a servizio, per imparare, per capire…”.
Di certo quello che poi è successo non me lo aspettavo. Ed è quel che avevo desiderato e lentamente si è realizzato. Potrei semplificarlo così: “Ciao mamma, vado in Africa”.

Son passati 8 anni. Qualcuno direbbe: “Ne è passata d’acqua sotto i ponti”. 
Sì, in effetti, la vita è cambiata. Greta è cambiata: son cresciuta – forse non solo perché ora ho 27 anni. Non so di preciso quanti chilometri ha percorso il fiume; ma il tempo dell’Università, gli incontri, il discernimento, i distacchi, il lavoro, le avventure, le cadute e le ripartenze hanno intrecciato una storia, variopinta e piena d’Amore.

E oggi ... oggi son qui, all’imbocco di un ponte: si parte!


Il ponte si slancia “leggero e possente” al di sopra del fiume. Esso non solo collega due rive del fiume. Esso non solo collega due rive già esistenti. Il collegamento stabilito dal ponte – anzitutto – fa si che le due rive appaiano come rive. È il ponte che le oppone propriamente l’una all’altra. L’una riva si distacca e si contrappone all’altra in virtù del ponte. Le rive, poi, non costeggiano semplicemente il fiume come indifferenziati bordi di terra ferma. Con le rive, il ponte porta di volta in volta al fiume l’una e l’altra distesa del paesaggio retrostante. Esso porta il fiume e le rive e la terra circostante in una reciproca vicinanza. 
[Heidegger]


Ci vediamo a Mombasa, sul Nyali Bridge!