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lunedì 24 ottobre 2016

bolivianitas2016: perle di volontariato dalle Ande

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Eccomi! Piacere, Anna.

Ho risposto anch'io al richiamo centripeto del web per raccogliere in questo blog compartido, condiviso, un po' di impronte di vita invece che lasciarne solo qualche manata sui vetri delle case che visito, delle vite che incontro.

Questo tratto di vita che ti pubblico è ben definito, le coordinate sono Bolivia - Caritas -Volontarietà. Bolivia è la posizione, Caritas la direzione, Volontarietà il mezzo. Fra meno di una settimana trasloco a Cochabamba: la mia candidatura al SC all'estero è andata a buon fine, ha scompigliato la prospettiva del mio futuro prossimo e intendo approfittarne a pieno degli effetti.

Cochabamba è una città per me familiare, non che ne conosca nome&titoli di ogni viuzza e mendicante, ma siccome le sue Ande hanno accolto i miei primi mesi di vita, è bastata quella manciata d'anni d'infanzia perchè l'ambiente cochala-di Cochabamba- operasse il suo imprinting e me ne affezionassi. Cercavo nel mio orizzonte europeo un luogo, un lavoro dove versare la mia precaria, ma energica professionalità,la volontà di crescere e il progetto di Caritas era indovinato. Il caso o il chaos, ciò che preferisci, per me ès toda provvidenza, ha voluto che il progetto si svolgesse fuori dalle mura-non figurative- del vecchio continente, a un salto d'Oceano, proprio nell'America Andina che conoscevo. Probabilmente è solo, fra le tante, una coincidenza, ma è la mia è non l'ho persa.

Bon, da martedì, te la conterò meglio: con l'avvento di novembre, compagnie aeree permettendo, festeggerò i defunti à la boliviana.
Pst, questa è la bolivianita, gemma semipreziosa estratta unicamente in Bolivia.Ha conquistato gusto e mercato internazionale prima che la sua patria. Qualche miss di Hollywood e pure l'argentina Kirchner ora ne sfoggia una collana, dono di Morales. Può darsi, che durante quest'annata mi ostini a trovarne una.




lunedì 5 settembre 2016

Buen Viaje: che sia un andata o un ritorno...

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È già passata più di una settimana e non ci sembra vero… 
forse sarà colpa del fuso nicaraguense? o forse sarà che la nostra mente non è mai partita… perché alla fine siamo tornati solo “fisicamente” lasciando un pezzo di cuore e di noi a Nueva Vida. 
Tornati a casa, nella nostra quotidianità, nelle nostri vite… non ci sembra più lo stesso! 
E sta accadendo tutto proprio come ci era stato un’pò “predetto”… si torna diversi, cambiati, più vivi, felici ed un’pò tristi, più coraggiosi, più carichi di tutto ciò che questo viaggio ci ha insegnato, accompagnandoci giorno per giorno ed ancora oggi e domani…
Questo non è un viaggio che finisce così con un volo di ritorno… il nostro finale è come dire “la fine di un nuovo inizio!”

Ora con la mente ed i ricordi vivi di questa esperienza al quale è difficile trovare un aggettivo appropriato, perché dire “è stato bello” sembra banale perché rispondere alla domanda “com’è andata?” è più complicato di quel che ci siamo immaginate…
Ora vogliamo condividere per un tempo che possa durare il più a lungo possibile la nostra esperienzaperché possa durare per sempre, perché non venga dimenticata… perché tutti possano viverla anche se non ci sono stati… perché condividendola anche gli altri possano vivere quello che abbiamo visto, sentito, toccato, provato, ascoltato… 
E allora così vi lasciamo il “nostro ricordo felice”… perché scritto possa durare per sempre… 



Anna: Il mio "ricordo felice" ovviamente è solo una piccola parte di un "viaggio" durato ben tre settimane in Nueva Vida.. Era l'ultimo giovedì alla scuola e con tanta fatica siamo riuscite a preparare il “conta cuentas” ovvero la recita animata di un racconto tratto dal libro “Il Delfino” di S. Bambarén.
Quel giorno ero emozionata come una bambina (non recitavo forse da quando avevo 10 anni!) e dedicare questo libro ai bambini di Redes è stato davvero emozionante…  mentre recitavo in spagnolo questo piccolo racconto ho pensato quanto fossimo state brave noi ragazze nell’impegnarci a questo “piccolo spettacolo”, ho pensato a cosa stessero pensando i bimbi ed ai loro incantevoli sorrisi, ho sperato che potesse piacere questa storia, perché possa insegnare loro a inseguire i proprio sogni, a ascoltare il loro cuore e a poter vivere una vita unica y meravillosa! 
E poi a fine spettacolo, trovarsi travolti dagli abbracci di questi bambini, e stare stretti stretti a loro e non volere andarsene più via… e ricevere i loro sorrisi così veri, dolci e sinceri… beh si credo che questo sia stato uno dei momenti più emozionanti… e se chiudo gli occhi mi sembra di sentir ancora le vocine dei bimbi, il loro caldo affetto e la loro presenza… era un attimo di felicità pura tra le mura di una realtà così diversa! 

Fede: Il mio ricordo felice..Più che di un vero e proprio ricordo si tratta di un'immagine che é rimasta impressa nella mia mente, e mi sembra una delle più luminose che conservo di questo mese in Nicaragua. É giovedì, sono quasi le 13, stiamo tornando a Redes dalla spesa, abbiamo tutte le mani piene di scatoloni, sacchetti, borse. Siamo quasi arrivate al cancello quando sentiamo urlare i nostri nomi, e dal fondo della strada vediamo correre verso di noi a perdifiato i soliti sei-sette bambini che venivano per il pomeriggio di biblioteca, con quei bellissimi sorrisi che non cancellerò mai dalla memoria. In un secondo ci sono addosso e ci saltano al collo, ci abbracciano, ci danno baci, ci prendono gli scatoloni e i sacchetti per aiutarci, ci stringono per mano e ci accompagnano dentro Redes, sempre senza smettere un secondo di guardarci, sorridere e stringersi a noi. E in quel momento sparisce tutto quanto, la fame, il caldo pesante, l'odore di Nueva Vida, il senso di impotenza che provavo ogni volta che mi ritrovano davanti agli occhi la povertà del barrio. Rimangono solo quei visini sorridenti, e quell'affetto gratuito che ci donavano ogni volta che ci vedevano. Questo affetto, sono sicura, qualcosa in noi deve averlo cambiato davvero

Sara: Io non so se ho un ricordo felice specifico non saprei determinarlo forse perché la mia felicità non è stata determinata solo da un frammento...
Certe cose che vedi o senti ti rimangono impresse nel cuore e nella mente e staranno lì per sempre! Certe sono proprio difficile da accettare ...ma sicuramente i bambini, i loro sorrisi, il parlare con la gente, i miei compagni di viaggio, la gente di Redes super accogliente, il cibo, le attività preparate la sera al suon di chitarra, Ari e Eli, la stupenda natura che circonda il Nica ma allo stesso tempo i suoi grossi problemi (machismo, abusi, analfabetizzazione....) tutto questo insieme ha caratterizzato il mio momento felice durato per ben 3 settimane! Ma purtroppo come ogni cosa bella prima o poi deve finire… ma so già che questo è solo l'inizio!

Chiara: Il mio non è proprio un ricordo, ma è più una sensazione… Ora che è passata più di una settimana riesco a fare il paragone tra la prima volta che sono arrivata a Nueva Vida e a Redes e quando sono andata via. All’arrivo tutto (a partire dal furgoncino di Napoleon che ci accompagnava, le strade, le abitazioni, le persone etc..) sembrava molto esotico, quasi “pittoresco”. Poi, iniziando ad uscire per le strade del quartiere per svolgere la “encuesta” e prendendo più consapevolezza della realtà locale, tutto questo ha cominciato a diventare brutto e triste: com’è possibile che nel 2016 le persone possano vivere ancora in queste condizioni di estrema povertà, con carenza di igiene etc?
Com’è possibile che dei bambini possano non andare a scuola e passino le giornate in giro da soli (o curando bambini più piccoli) senza che i genitori se ne interessino?
Queste differenze culturali però con il tempo si ammorbidiscono e pian piano sembra tutto più familiare… gli ultimi giorni infatti l’odore di Nueva Vida non era poi più così forte, il quartiere tutto sommato aveva delle sue caratteristiche positive e la gente… I bambini… che dire?!? Credo che questa foto racchiuda meglio delle parole quello che intendo dire: si tratta di un bambino che che torna a casa dopo aver raccolto la spazzatura con i genitori nella discarica di Nueva Vida… Ed ecco che con un semplice scatto si riesce a tirar fuori quanto di positivo c’è in una situazione tragica!

Questi sono solo frangenti di un ricordo che è rimasto con noi, di sensazioni, considerazioni post-cantiere che vorremmo far durare per sempre… e così sarà! 

Ci manchi Nueva Vida!

giovedì 18 agosto 2016

Escolaridad de los niños

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Il 5 di Agosto abbiamo iniziato un’indagine nel barrio* di Nueva Vida, che é terminata oggi con la registrazione dei vari dati.


Il nostro compito é stato quello di girare per il barrio, ogni mattina dalle 9 alle 11, con lo scopo di porre alcune domande alle famiglie e raccogliere dati riguardo il livello di scolarizzazione dei bambini di Nueva Vida.

Affiancate dai volontari spagnoli e promotori nicaraguensi/locali, ci siamo incamminate per le strade di ogni etapa*, abbiamo bussato di “porta” in “porta” e domandato:
- Quanti bambini vanno a scuola in questa casa?
- Quanti anni hanno? In che livello studiano?
- In quale scuola studiano?
- Avete bambini che non vanno a scuola? Se si, quanti anni hanno e qual é l’ultimo livello approvato? e quali sono le motivazioni per le quali non vanno?
- Conoscete bambini nel vicinato che non vanno a scuola?

Dall’indagine é emerso che il 20% dei bambini di etá prescolar* o primaria* non va a scuola, contro un 80% che invece va. In particolare la maggior parte dei bambini che studia frequenta i primi anni della primaria, difatti il picco si ha esattamente tra i 9 e gli 11 anni con il 91%, vedi grafico.


E cosí questa attivitá che Redes de Solidarid ci ha incaricato di fare ha dato forma a nuovi pensieri nella nostra cabeza!
Cosí abbiamo visto con i nostri occhi e vissuto in prima persona alcuni attimi della vita quotidiana del barrio*:
stupendoci di come ogni famiglia, chi piú, chi meno abbia mostrato disponibilitá nell’accoglierci e nell’ascoltarci, qualcuno anche offrendoci una sedia ed un ventilatore come tentativo di darci un proprio benvenuto nella casa;
domandadoci come fosse possibile che in alcune famiglie non sapessereo esattamente il numero dei propri figli, l’etá e in che scuola studiassero;
soprendendoci di come pure sentendoci dire che i bambini andavano alla scuola trovassimo poi molti di essi giocare tra le strade del barrio (e non realmente tra i banchi di scuola).

Ci siamo chieste piu volte come tutto questo possa essere possibile, come quelle che a noi sembrano piccole certezze della vita, in realta per qualcuno non siano proprio cosi!

Siamo sicure che questi dati raccolti saranno molto utili a Redes per proporre nuovi progetti e coinvolgere un gran numero di bambini, anche se sappiamo bene che non rappresentano tutta la reale e complicata situazione che c’é nel barrio.


Legenda:
*barrio: quartiere
*etapa: area/isolato
*prescolar: scuola materna

* primaria: scuola elementare

domenica 19 giugno 2016

Benvenuti sulla nostra Barca, destinazione Nicaragua!

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Oggi vi presentiamo il nostro equipaggio:

Anna: con le sue spiccate competenze tecnologiche sarà l’addetta al diario di bordo  e alla segnalazione dell’avvistamento terraaaaa! 

Federica: la nostra piccola studentessa di medicina si occuperà delle scialuppe di salvataggio e del kit di sopravvivenza... se mai ci imbatteremo in un iceberg ;) 

Sara: ballerina provetta che non si stancherà di allietare la ciurma con balli latino americani (se riuscirà ad impararli per tempo)


Chiara: la fotografa ufficiale, ruberà scatti mozzafiato per ricordare ogni momento del viaggio (con mare calmo o in burrasca).

Non sappiamo se queste competenze saranno sufficienti per approdare in Nicaragua, ma sicuramente ce la metteremo tutta e scopriremo nuove parti di noi stesse che ci aiuteranno a continuare il viaggio una volta tornate.

Non dimentichiamoci delle nostre capitane: Arianna e Elisa, saranno le nostre bussole che ci guideranno nel nostro viaggio!

Avanti tutta!!! Siamo pronte a salpare!!!

sabato 5 dicembre 2015

PIU' VICINO AL CIELO

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Sono due mesi di Moldova, due mesi lontano da casa, due mesi di una nuova quotidianità che poi mi fa sentire a casa anche qui.
E, inevitabilmente, non riesco a non pensare a tutti quelli che una casa non ce l’hanno. Allora i miei pensieri si focalizzano sulle facce, ormai diventate familiari, di un gruppetto di senzatetto che tutti i pomeriggi aspettano da noi un pasto caldo; meglio se è una zuppa, che con questo freddo pungente  ti riscalda pure un po’. Nella mia testa li ho soprannominati “la famiglia dei Boschettari”, perché più che la mancanza di una casa, che anche quella è fondamentale, mi fa più paura pensarli soli, la notte, senza neanche un viso a cui pensare.
E confesso che a volte ci penso, alla classica domanda che nasce spontanea su tutti noi quando ci troviamo davanti ad una persona sporca, coi vestiti bucati e la barba troppo lunga: ma come ha fatto a finire in strada? Avrà fatto degli sbagli? Più di quanti tutti i giorni ne facciamo noi? (Che poi: chi giudica a chi giudica?)
La risposta non ce l’ho, e va bene così, magari un giorno saranno loro a raccontarmelo, ma solo perché lo vorranno. Magari non me lo diranno mai, ma per me è lo stesso. 



Nel frattempo mi fermo e mi metto a guardare i loro occhi vispi; negli occhi non c’è sporcizia, non c’è nessun abito bucato o una barba incolta. C’è solo un uomo. E mentre si avvicina con la mano tesa, non sono sicura che abbia fame solo di cibo. Mi piacerebbe mettere nel piatto anche una carezza affettuosa, un abbraccio caldo e un po’ di sogni per il futuro. E’ così bello poter permettersi il lusso di pensare al domani, chissà come se lo immaginano loro; e se provano paura o rassegnazione, non è proprio giusto: il futuro deve essere di tutti.

Mentre ha preso il suo piatto e si è seduto a mangiare, però, ho fatto un’altra scoperta: tra me e il Cielo c’è un tetto di mezzo, invece lui.. Lui è più vicino al Cielo!


lunedì 2 novembre 2015

Quando Piove Bianco

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Quante le prime sensazioni ed emozioni del primo mese di servizio civile; bellissime, belle, alcune un pochino meno belle, a volte più semplici, altre volte un po’ più difficili. Quello che è certo è che ogni settimana e ogni giornata sono sempre segnate da nuove scoperte: nuove parole rumene, nuove abitudini moldave, nuovi sapori, nuove percezioni e nuove domande; per le risposte c’è sempre tempo.

Quando ho saputo che sarei partita per un anno in Moldova, ho sentito di aver raggiunto una meta, ma mi sbagliavo: questo è tutto un inizio. Quello che è venuto prima è bellissimo, per me importante e necessario, ma non è abbastanza. E meno male.



Quante cose ci sono in questa primissima parte di.. inizio.

C’è la meraviglia, che è fatta di sei giovani ragazze con sorrisi bellissimi e una dolcezza incredibile, che hanno conosciuto quella sofferenza che proprio nel mondo non dovrebbe esistere mai; che ogni volta che le abbraccio le stringo più forte, come se così potessi trasmettergli per osmosi almeno un po’ di tutto quell’amore e quella gentilezza che a me non sono mai mancate.

È la tenerezza di un centinaio di uomini che ogni giorno si mettono in fila per aspettare con ordine e dignità un pasto caldo; quante emozioni e quante lezioni dietro quei volti che mi guardano in silenzio.

C’è anche l’arte dell’arrangiarsi, quando voglio parlare della neve, ma non so proprio come si dice; e allora improvviso con un: “quando piove bianco”, perché quello incredibilmente lo so dire.

È l’affetto di un’associazione che mi accoglie, che fuori fa freddo e la temperatura è già sotto zero, ma poi mi basta un sorriso o una parola gentile e come per magia sento che alla fine anche al ghiaccio mi ci posso pure abituare. (Spero!)

C’è il provare ad accettare il mio silenzio, quando vorrei tanto raccontare qualcosa, spiegare il mio pensiero, ma la lingua è diversa e proprio non lo posso fare. E questo mi mette con le spalle al muro, perché devo trovare un altro modo, che non sia la parola, per far capire agli altri quello che sono.

È vivere la trafila per ottenere il permesso di soggiorno, e per quanto per me non sia poi così complicato (resto comunque un’italiana), capisco quanto siano stretti gli abiti, quando provo a mettermi nei panni degli altri.

C’è la conferma della consapevolezza che mi porto dietro da sempre e che è la mia forza: la mia famiglia. Che possiamo essere lontani migliaia di chilometri, ma siamo sempre stretti stretti tra noi.

E’ tornare a casa la sera, vedere un cielo che toglie il fiato con la luna là in alto che mi accompagna in silenzio nel tragitto verso casa; allora alzo gli occhi al cielo e so che per ora bastano solo tre parole: andrà tutto bene.


martedì 29 settembre 2015

L'Isola che non C'è

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Questa canzone ha preso per me un significato tutto nuovo mentre, qualche settimana fa, da Castel Sant’Elmo, a Napoli, mi perdevo in un panorama mozzafiato che dalle colline di Posillipo arrivava fin al Vesuvio, con in mezzo tutte le isolette del golfo di Napoli.

Tra tutte queste, forse la più piccola, è Nisida; quella a cui Bennato dedica questa canzone. A Nisida è impossibile entrare, è inaccessibile (e io non lo sapevo); ma forse è per questo che mi è apparsa subito come la più affascinante. La si può vedere dai mille belvedere presenti a Napoli, eppure è vietato l’accesso. È ad un passo da uno dei posti più belli della città più allegra e pittoresca di Italia, mentre in realtà è quanto di più distante possa esserci.


E allora a me piace pensare che i luoghi (e le persone) più complicati da raggiungere siano non solo i più ricchi di speranza, ma anche i più allegri e pieni di vita.  E che abbiano sempre un passaggio segreto, una strada attraverso cui accedervi, che poi trovi da te. Ecco perché bisogna vivere con lucidità, ma non troppo, per non perdere la voglia, l’entusiasmo e il coraggio di avvicinarsi anche ai luoghi più inaccessibili. Perché i posti” vietati”, in cui è impossibile accedere, in realtà potrebbero nascondere il bello più bello.

Ad una settimana dalla partenza di noi diciotto, l’augurio per tutti noi è che possiamo vivere l’esperienza che ci aspetta alla ricerca dell’”Isola che non c’è”,  che probabilmente non troveremo mai, ma che ci farà vivere di scoperta, di emozioni  e di nuovi orizzonti, che sono la forza dell’esistenza.