per il momento vi linko il sito che parla di noi (chiaro per tutti, no?!). l'articolo l'ha scritto uno dei volontari locali che ha lavorato con noi in queste settimane.
poi una domandina ai miei shabab: ma quand'è che tornate, che io mi annoio?
Febbraio. Quando incontro per la prima volta *** rimango basito. Quanti anni deve avere..settanta? Il corpo incurvato, il viso rugoso e un paio di occhialetti tondi danno a questo sudamericano un’aria quasi buffa. Non posso fare a meno di provare subito tenerezza e simpatia per lui. In Italia un signore del genere riesco ad immaginarmelo alla bocciofila, a giocare a carte davanti a un bicchiere di vino rosso.
Oggi sono 62 anni. Il 15 maggio del 1948 gli eserciti di Egitto, Siria, Libano e Transgiordania entrano in Palestina invadendo il neo-proclamato Stato di Israele, dando il via a una guerra regionale che risulterà nella sconfitta delle forze arabe, nell’espansione del territorio di Israele e nella fine di ogni proposta di spartizione fatta dalle Nazioni Unite.Fayrouz* Questo dato comprende anche seconde e terze generazioni di palestinesi ma si tratta di una proporzione di massima non esistendo, com'è ovvio, statistiche precise a riguardo.
Sanarji'u (We shall return)
We shall return to our village one day
and drown in the warmth of hope
we shall return
though time passes by
and distances grow between us.
O heart don't drop wearied
on the path of our return
how it wounds our pride
that birds tomorrow will return
while we are still here.
There are hills
sleeping and waking on our pledge
and people who love
their days comprised of waiting
and nostalgic songs
places where willows fill the eye
Bending over the water
while afternoons in their shade
drink in the perfume of peace.
We shall return
the nightingale told me
when we met on a hill
that nightingales still
live there on our dreams
and that among the yearning hills
and people there is a place for us
0 heart then
how long has the wind scattered us.
Come, we shall return
let us return.
Syrian School - Part 1 from Yazan Badran on Vimeo.
Siria, deserto orientale. Sei ore di viaggio in un pullman di linea puzzolente degli anni settanta, senza spazio per le gambe e con l’intrattenimento di ben DUE film egiziani. Arriviamo a Raqqa, una polverosa cittadina che da’ il nome a tutta la provincia settentrionale sull’Eufrate. Il letto del fiume si trova appena prima della città, placido e melmoso. Un paesaggio surreale, dove un corridoio verde di campi coltivati interrompe una distesa sconfinata di sabbia.
Ath-Thaura, in arabo rivoluzione. Una città nata e cresciuta tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo, quando si è trovata ad ospitare le migliaia di operai reclutati per costruire la diga più grande del Paese, la diga Tabqa. Una città costruita sul sogno del partito Ba’ath – il partito siriano di orientamento socialista ancora oggi al potere – di poter trasformare questo pezzo di deserto nel granaio del Paese, sviluppando un’agricoltura moderna e meccanizzata (con ancora poco successo, in realtà). Una città che si è sviluppata sulle rive di uno dei più grandi laghi artificiali del mondo, alla cui creazione hanno contribuito quasi 13mila persone, tra manodopera locale e ingegneri sovietici - erano gli anni della cooperazione economica tra Mosca e Damasco.
Ad ath-Thaura non ci sono alberghi, e non sembra una città particolarmente accogliente. Sono le dieci di sera, il conducente ci da’ dei pazzi per esserci avventurati in questa zona senza avere nessun contatto. Stiamo quasi pensando di tornare a Raqqa quando Mahmud - carnagione scura, tunica blu lunga fino ai piedi e sandali – dal fondo del pulmino si offre di ospitarci a casa sua. Ospitare tre sconosciuti (io, mio fratello e un suo amico) in zaino da campeggio che balbettano due frasi in arabo. Qui pare la cosa più naturale del mondo. Facciamo i kilometrici controlli di rito, ci registriamo alla stazione di polizia dando fotocopie fronte e retro, e poi ancora fronte del nostro passaporto. Ora siamo ufficialmente sotto la responsabilità e la protezione di Mahmud, ci dice il poliziotto, si scusa per i controlli ma questa zona è sotto un controllo particolare per via della diga.
Casette bianche col tetto piatto, con un cortiletto interno pavimentato e il bagno all'esterno (così uno può sopportare i disturbi intestinali contando le stelle nel cielo); bambini e giovani che corrono scalzi per strada e che ci guardano incuriositi; donne velate che ci osservano dalle piccole finestre delle loro abitazioni. Il quartiere a un certo punto sembra quasi fermarsi al nostro passaggio. I tradizionali “Welcome, welcome!” – ormai un marchio di fabbrica in qualunque area turistica mediorientale – qui non sono ancora arrivati e lasciano spazio a uno stupore e a una curiosità sorprendenti nella loro semplicità.
La notizia del nostro arrivo deve averci preceduto, a casa del nostro ospite tutta la famiglia ci sta aspettando. Ci sono almeno altri otto fratelli (sicuramente me ne son dimenticato qualcuno), ci sono i figli di un paio di questi che ci scorrazzano attorno. C'è la capofamiglia - un personaggio che sembra uscito direttamente da qualche epopea beduina di altri tempi, se non fosse per la sigaretta che tiene tra le dita - con un vestito nero che la copre dalla testa ai piedi e che lascia intravedere solo le rughe del viso. Ci togliamo le scarpe e le calze, ci portano in cortile dove c'è una bacinella e del sapone. Sempre sotto gli occhi del quartiere, ci laviamo faccia e piedi - addirittura una donna ci porta via le calze per lavarcele a mano - e torniamo dentro.
Il pavimento della stanza è ricoperto di tappeti, la gente siede per terra. Si parla di tante cose. Di quello che facciamo noi, del loro lavoro - sono quasi tutti muratori e stuccatori che girano per lavoro, vanno e vengono da Giordania, Libano, Damasco - di religione – sono musulmani sunniti praticanti - della famiglia. Far capire che ho studiato storia mediorientale e che lavoro per una organizzazione non-profit risulta piuttosto semplice, anche se non riescono a spiegarsi cosa ci faccia un italiano così lontano da casa. Però quando dico loro che ho quasi 26 anni e non son ancora sposato non ci crede nessuno, e per rafforzare il concetto mi presentano i bambini di uno di loro, ormai sposato e padre di famiglia a 25 anni. Dell’Italia non sanno niente, se non che ha una squadra di calcio dove giocano “Totti, Del Piero, Baggio”, e che sicuramente le ragazze là sono bellissime. Non ce n'è uno che parli una parola di inglese - è molto divertente vedere i miei compagni di viaggio destreggiarsi in grandi conversazioni gestuali mentre io cerco di tradurre almeno il senso di quello della loro comunicazione. Mi sto così crogiolando nel mio terzomondismo quando uno dei fratelli più grandi, sui 35-40 anni mi allunga il suo telefono per farmi vedere un paio di foto sul cellulare: Jean-Claude Van Damme e Jackie Chan, i suoi due attori preferiti. Non mi ero proprio accorto della televisione con tanto di decoder per il satellite.
Ci preparano i letti per la notte e ci lasciano tutto il salotto, dove presumibilmente di solito deve dormire tutta la metà maschile della famiglia. Questa sera dormiranno fuori nel cortile o in corridoio, e ovviamente non possiamo farci niente. Così come non potremo rifiutare la colazione del giorno dopo a base di falafel, crema di yogurt, aglio, carne, e ceci, patate fritte, uova, olive e formaggio. E una visita al lago con il loro camioncino.
In una zona del genere, dove la popolazione è da secoli abituata a convivere col deserto e le sue durezze, l’ospitalità finisce per essere la base della vita sociale comunitaria. Ospitalità vuol dire mettere a disposizione dell’ospite tutto, vuol dire offrire le cose migliori che si hanno senza chiedere niente o quasi in cambio. Non sempre è facile per un occidentale accettare pienamente questo tipo di ospitalità, che significa anche essere completamente in balia dell’ospitante e dei suoi programmi (e al quale non ci potrà sottrarre). Significa anche condividere una socialità intensa e totalizzante al quale forse non siamo più avvezzi, abituati a una distinzione tra pubblico e privato che assume confini molto diversi. Dove i volontari italiani provano a fare le cose per bene, con metodo, informandosi prima. Dove decidono che ne sanno a sufficienza per richiedere il permesso di soggiorno, e allora ci provano davvero.
Prima tappa. Stazione di polizia di Jabal Hussein.
Poliziotti all’entrata.
- Cosa volete?
- Siamo stranieri, dobbiamo rinnovare il permesso di soggiorno. Siamo italiani. La nostra ambasciata ci ha detto di venire qui per il rinnovo del visto.
- Dove abitate?
- Jabal al-Lweibdeh.
- Di che nazionalità siete?
- Siamo italiani.
- Ok, prego. Terza porta sulla destra.
Rapidità encomiabile. Stai a vedere che la cosa si risolve in un attimo. Altro che la burocrazia italiana.
Terza porta sulla destra. Sono dentro in quattro.
- Siamo italiani, vorremmo rinnovare il permesso di soggiorno e…
Nessuno dei quattro apre bocca, solo uno muove leggermente la testa verso destra. Un movimento rapido e impercettibile – solo chi è stato nei Paesi arabi sa di cosa parlo – ma inequivocabile: abbiamo sbagliato porta, dobbiamo andare nell’ufficio a fianco.
Quarta porta sulla destra. Tre poliziotti, un uomo e due donne.
- Cosa volete?
- Vorremmo fare il rinnovo del permesso di soggiorno per tre mesi e..
- Da dove venite?
- Italia.
- Dove abitate?
- Jebel al-Lweibdeh. Ci hanno detto di venire qua e…
- Uhm, al-Lweibdeh. No, non è qua che dovete venire.
- Ma veramente.. l’ambasciata ci ha detto…
- Tsk, Tsk. Dovete andare alla stazione al-Madina.
- Ma questa stazione è più vicina a casa nostra. Davvero dobbiamo andare là?
- Si, sicuro.
Seconda tappa. Stazione di polizia al-Madina.
Wasat al-Balad, città vecchia di Amman. La parte più bassa e più inquinata della città, la più incasinata, la più affascinante. Il taxi ci mette un’ora per fare il chilometro di strada che separa il nostro ufficio dalla downtown ammanita.
Eccoci alla stazione al-Madina. Un poliziotto ventenne in tuta mimetica, la carnagione scura tipica dei giordani di origine beduina, ci accoglie.
- Cosa volete?
- Siamo italiani. Siamo qui per il permesso di soggiorno. Ci hanno mandato da Jabal Hussein e…
- Prego. Di sopra.
Mentre saliamo andiamo incontro a una nuvola di polvere. Degli operai stanno tirando giù dei calcinacci dai muri. Arriviamo al secondo piano. Due stanze sono completamente sventrate, non si riesce nemmeno a respirare per la quantità di polvere. Guardando meglio intravediamo degli agenti. La stazione di polizia è proprio su questo piano.
Entriamo in uno degli uffici appena rinnovati. L’odore di vernice è veramente fastidioso, devono aver ridipinto la stanza qualche ora prima.
- Cosa volete?
- Siamo italiani. Siamo venuti qui per fare il rinnovo del visto e..
- Dove abitate?
- Abitiamo a al-Lweibdeh.
- Ah. Ma allora non dovete venire qui.
Ecco. Lo sapevo che dovevamo insistere a Jabal Hussein. E noi che ci siamo fidati..
- Ma come? Ci hanno mandato qua da Jabal Hussein. Hanno proprio specificato di venire qua.
- Un attimo. Prego, sedetevi.
- Veramente stiamo volentieri in piedi. E’ tutto il giorno che stiamo seduti.
- Prego, sedetevi.
La stazione è un brulicare di gente in divisa. Nella stanza accanto alla nostra ci sono cinque poliziotti, forse sei. E una gabbia metallica con dentro un ragazzino. Sembra di vedere una di quelle serie americane degli anni settanta-ottanta, dove c’è sempre un borseggiatore che viene portato in centrale per “accertamenti”.
Diverse persone si avvicendano nel “nostro” ufficio. Io e Marta ci rialziamo, non ne possiamo più di stare seduti. Io faccio per appoggiarmi al muro, giusto il tempo di impiastricciarmi la giacca di vernice bianca ancora fresca. Arriva un altro agente. Confabula con quello di prima, poi si rivolge a noi.
- Cosa volete?
- Siamo italiani. Siamo qui per il permesso di soggiorno..
- Dove abitate?
- Stiamo a Jabal al-Lweibedeh..
- Sicuri che dovevate venire qua?
- Si si, ci hanno proprio detto così..
- Un attimo. Prego, sedetevi.
- No grazie, rimaniamo in piedi.
- No, per favore. Sedetevi.
Torniamo a sederci. Fuori dalla stanza gli operai stanno stuccando il corridoio sotto gli occhi di mezza centrale. Il ragazzino nell’altro ufficio è sempre nella gabbia, però ora sta sorseggiando una Mirinda (tipica bevanda giordana al gusto di zucchero).
Chissà chi tra noi uscirà prima da qua.
Ritorna il primo ufficiale che avevamo incontrato. Lavora al computer, ci chiede i passaporti, ci chiede il test dell’AIDS che abbiamo appena fatto per poter chiedere il rinnovo. Forse ci siamo. Ci fa segno di seguirlo. Bisogna incontrare il mudir, il comandante della stazione. Ripassiamo di nuovo attraverso la nebulosa di polvere e ci troviamo in una sala molto elegante. Ci accoglie un uomo sulla quarantina, con fare cordiale. Scribacchia i nostri nomi su un promemoria. Torniamo nell’ufficio di prima. Riconsegniamo il passaporto e il test dell’AIDS. L’impiegato tira fuori un timbro da una cassetta di sicurezza.
Questa volta è fatta. Oso chiedere conferma.
- Questo è il visto per i tre mesi giusto?
- Si, cioè..no.
- In che senso?
- Questa è l’attestazione di residenza. Non posso farvi il permesso di soggiorno.
- E quindi?
- Dovete andare alla stazione di polizia Filadelfia. Domani però, perchè adesso l'ufficio è chiuso.
- Ma quindi qui non avete fatto..cioè non è possibile fare…dobbiamo proprio tornare…
- Stazione Filadelfia. Bukra (domani).
Terza tappa. Stazione di polizia Filadelfia.
Questa volta ci portiamo rinforzi. C’è con noi Amin, il responsabile logistica del nostro ufficio, uno di quei personaggi che difficilmente avrebbero un senso fuori da un Paese mediorientale. Questa volta la stazione di polizia è situata dalla parte opposta del centro città, verso l’antico Teatro Romano. Ci ributtiamo nel traffico, facendo lo slalom tra i taxi clacsonanti e i camioncini del gas.
La stazione di polizia Filadelfia sta sopra un negozio di vestiti.
Mi vien da pensare che non sia un buon segno.
Al piano terra ci sono due agenti.
- Salve. Siamo qui per il permesso di soggiorno. Siamo italiani e dovremmo fare il rinnovo dei tre mesi..
- Si. Dove abitate?
- Abitiamo a Jabal al-Lweibdeh.
- Perché siete venuti qua?
- Ci hanno detto di venire qua. Siamo andati a Jabal Hussein e ci hanno detto di andare nella stazione di al-Madina. Da al-Madina ci hanno mandato qua.
- Di che nazionalità siete?
- Italiani.
- E dove avete detto che abitate?
- A al-Lweibdeh.
- Un attimo. Prego.
La guardia ritorna al suo gabbiotto. Alza la cornetta del telefono, discute animatamente col suo interlocutore. Si gira verso di me.
- Mi spiace. Oggi non si può.
Gelo.
- Perché non si può?
- Non si può. Il computer è rotto. Non si può fare niente fino a domenica prossima. Tornate settimana prossima.
- Come rotto? Ma non possiamo tornare domenica! Abbiamo bisogno di farlo ora!Ma c’è solo un computer in tutto l’ufficio?
- Mi spiace.
- Non possiamo andare da qualche altra parte?
- No.
- Non c’è nessun posto dove possiamo andare per il rinnovo del permesso di soggiorno?
- No. Però se volete potete andare alla stazione di Marka. Magari lì ve lo fanno, insh'allah.
Beato fatalismo. Ritorniamo da Amin, che ci aveva atteso in macchina. Ormai la giornata è persa, tanto vale provare anche Marka. Nel frattempo si alza il vento, trascinandosi dietro delle minacciose nuvole nere. Tutto congiura contro il nostro permesso di soggiorno. Amin chiama qualcuno per avere indicazioni su dove sia la stazione di polizia. Dal tono concitato della telefonata sembra che stia utilizzando il suo aiuto da casa, e non voglia assolutamente sprecarlo.
Quarta tappa. Stazione di polizia di Marka.
Marka, zona di periferia, una delle aree di Amman a più alta densità di popolazione palestinese, a mezz’ora di macchina dal nostro ufficio. Questa volta Amin entra con noi. Andiamo dritti al secondo piano, ci dirigiamo verso una stanza dove due ufficiali stanno amabilmente conversando. Lasciamo le presentazioni ad Amin, per cinque minuti buoni è lui a condurre il gioco. Poi uno degli agenti si gira verso di noi e sorride.
- Italiani? Conosco l’Italia.. sono stato a Vicenza, molto bello.. voi di dove siete?
- di Milano.
- Ah, bella città. E cosa volete?
- Abitiamo a Jabal al-Lweibdeh, volevamo chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno per tre mesi e..
- A Jabal al-Lweibedeh?
- Si.
- Ma non dovreste farlo qua.
- Ci hanno detto di venire qua. Siamo andati a Jabal Hussein, poi alla stazione di Madina, poi a quella di Filadelfia ma c’era il computer rotto.
Ormai è diventata una questione di principio. Sono pronto ad andare a chiedere il rinnovo anche ad Aqaba se necessario. Invece succede l'impensabile.
- Dovevate venire subito da me. Anzi, d’ora in poi venite sempre qua, ve lo faccio io. Mi piace molto il vostro Paese. Si mangia davvero bene.
- Grazie, ma..
- Datemi i passaporti, faccio in un attimo.
Dopo un minuto ci restituisce i passaporti. Non crediamo ai nostri occhi, il rinnovo effettivamente c'è.
Usciamo dalla stazione ancora rintronati, chiedendoci se tutto ciò abbia avuto un qualche senso. Forse è il caso di berci sopra del te'...
INTERVISTATORE: “In questi primi dieci anni di regno Lei ha radicalmente trasformato l’economia della Giordania. Si tratta di un Paese senza risorse naturali che è riuscito a crescere in modo costante e consistente. Come ci è riuscito? Quali sono le lezioni che Lei ha imparato da questa esperienza?”*Gli analisti politici non sono concordi nel giudicare l’azione riformatrice della monarchia, soprattutto a livello politico. In particolar modo, il recente scioglimento del Parlamento e la decisione di posticipare le elezioni alla fine del 2010 sembrano mettere in dubbio la veridicità dell'attuale processo di democratizzazione.
Il mio primo pensiero è stato di uscire dalla sala. Una bambina viene mostrata in primissimo piano, su un letto di ospedale. Viene circondata da due medici, che le praticano iniezioni, che le infilano dei tubi su per le narici del naso, che tentano disperatamente di rianimarla. La videocamera si avvicina morbosamente ancora di più, si ferma sui suoi occhi vitrei spalancati. Ma la bambina è già morta. L’inquadratura cambia, va a riprendere un padre di famiglia disperato. Davanti a lui il corpo esanime del figlio di tre anni, colpito da una bomba nei pressi del parco giochi del suo villaggio.
La ‘Id Al Adha, o “Festa del Sacrificio”, è una delle feste più sentite dai musulmani, paragonabile per importanza alla Pasqua cristiana. La famosa cerimonia dello sgozzamento del montone ricorda il medesimo sacrificio rituale che Ibrahim (Abramo) fece per adempiere alla volontà di Dio. Commemorando le gesta di Abramo, arrivato quasi a sacrificare il suo unico figlio Isma'il pur di superare le prove divine, la ‘Id vuole celebrare la fede e la totale sottomissione a Dio. Durante questi giorni (i cosiddetti “giorni della letizia”) ogni forma di digiuno è severamente proibita, le famiglie si riuniscono per mangiare i tradizionali piatti di carne di agnello, e anche i più bisognosi non vengono dimenticati (partecipano ai banchetti o ricevono direttamente dalle famiglie una parte dell'animale macellato).
La città vecchia, soprattutto a partire dal pomeriggio, è invece l’esatto contrario. Una bolgia che comincia dal suq al-Hamidyie, sfavillante galleria ottomana dove si concentrano i negozi più eleganti della città, continua oltre la moschea Ommayade, epicentro dei festeggiamenti, e finisce a Bab Tuma, il quartiere cristiano dove si condensa la movida damascena. I tradizionali ristoranti, all’interno di stupende case con cortile, registrano alla sera il tutto esaurito. Con i negozi ufficialmente chiusi, ogni metro quadrato disponibile viene preso d’assalto da banchetti e carretti ambulanti: oggettistica religiosa, giocattoli per bambini e paccottiglia d’importazione, ma anche pannocchie lessate, succhi di mora e limone, fave, falafel e caramelle gommose.
Decidiamo di partire per Damasco giovedì. Andiamo di buon passo alla stazione di ‘Abdali, in attesa di uno di quei fantastici taxi che per 11 dinari ti portano fino in Siria. Aspettiamo fiduciosi che il solito procacciatore di turisti ci abbordi con la domanda di rito: “’A-Shaam?” (per Damasco?). Invece niente. La piazza è silenziosa in una maniera inquietante; domani (venerdì) comincia la ‘Id, ci dicono, nessuno si muove dalla città.
Girando per le vie di Amman capita a volte di imbattersi in banchetti curiosi. Come quello che vende succo di canna da zucchero. Il gestore ne prende una e te la trita al momento, facendola passare nel macchinario che potete vedere qui a fianco. 
Shabab, abbiamo l'onore del primo post dall'estero!!