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lunedì 6 febbraio 2012

Non ci sono più le quattro stagioni

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(Quindi vado di margherita)

Nella penultima cena sul Mare delle Andamane, il discorso con i nostri commensali thailandesi prende una piega che mi piace fermare.


In autunno Bangkok ha subito un’alluvione che ha ucciso più di 500 persone. Yingluck Shinawatra, sorella minore dell’esiliato tycoon Thaksin, è l’attuale Capo di Governo. Donna d’affari più che di esperienza politica, Yingluck condivide con il fratello un cognome che in thai significa “fa bene di abitudine”: allora forse non era abituata a trovarsi in situazioni del genere, certo è che i 10 mln di thai colpiti da 10 mln di metri cubi d’acqua non dimenticheranno facilmente la sua scesa in campo (peraltro avvenuta a piogge già iniziate), quando non fece propriamente “bene”, minimizzando l’emergenza.

Purtroppo ci riferiscono come la Nasa le prospetti imminenti possibilità di riscatto nella gestione di catastrofi simili, almeno nei prossimi 3 anni, dopo i quali la stessa agenzia prevede un ritorno alla quiete tettonica e pluviale. Qualche sacerdote del nord del Paese starebbe incoraggiando i suoi fedeli ad affrettare i loro sforzi di evangelizzazione poiché, secondo le sue fonti, il sud della Thailandia sarà presto sommerso dalle acque.


In disaccordo con queste parole, il nostro commensale, anch’egli un don thailandese, si affretta a lodare la loro cucina dai sapori così vari e così piccanti a dispetto di quella italiana, monotona e limitante nel suo schema primo-secondo-contorno. Ingollando la nona zuppa allo zenzero della missione, gli chiediamo cosa pensi degli improvvisi cambiamenti meteorologici degli ultimi anni.

“Mio padre prevedeva che tempo avrebbe fatto il giorno successivo. Lo sapeva sempre, e il bello era che non capiva neanche lui come faceva a saperlo. Crescendo mi son detto che, vivendoci in mezzo per anni, lui comprendeva la lingua della natura ma non sapeva insegnarne la grammatica. Fatto sta che non sbagliava mai. Due anni fa ero in visita a trovarlo e gli chiesi se l’indomani avrebbe piovuto. Mi ha guardato, confidandomi che non era più capace di dirlo”.

“La Terra è cambiata”, aggiunge il quarto seduto al nostro desco, con un tono di voce da Dama Galadriel “le stesse formiche sono disorientate; dai loro movimenti si deduce che non sanno se pioverà o se farà bello. E quest’anno sui monti settentrionali è nevicato, ma non era neve, era un fenomeno atmosferico differente, particolare”.

Le parole aleggiano per un po’, portando la mia mente a prospettare il 2012 come un “anno segno”, forse soggettivo forse oggettivo, che sia anno del gallo o del drago, della morte del Re Rama IX o quello in cui i movimenti di persone tra i Paesi della regione dell’ASEAN (Thailandia e Myanmar compresi) saranno liberalizzati.


Quindi la missione va esaurendosi, pregna fino all'ultima tratto in macchina. Poi prendiamo l’aereo, proviamo tutti i videogiochi, fruiamo di buona parte dell’offerta cinematografica accettabile, leggiamo e ci cimentiamo in giochini enigmistici. Giochiamo a calciobalilla, guardiamo dei russi, e dormo sotto una poltrona.

Poi riprendiamo l’aereo, ci spostiamo per qualche ora a 700 km\h, passiamo dai 30°C ai meno10, quelli che ci stanno intorno riprendono a parlare italiano e nevica. Neve vera.

O è merito del re o è merito del gallo, però anche questa volta credo che la nostra missione abbia significato.

[E non è un errore di tempo grammaticale, semmai manca un complemento oggetto. Che arriverà]

sabato 28 gennaio 2012

I Morgan, alias gli zingari del mare

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Le vicende dei Morgan son difficili da scrivere. Devi pesare parole quali “semplici”, “sviluppati”, “modernità”, “primitivi”. Forse un antropologo, non un antropaologo. Ci provo, come già spezzatamente accadde in 1: ONE*.

Nel mezzo del cammino, come nel mezzo di trasporto, esiste un elemento, un aspetto transitorio, il transito di terra, la pausa materiale, nel mezzo c'e' anche il dubbio di come diventare”, cantava Marco Castoldi nel 1997, quando non cercava le x. È splendida presunzione credere di avere conosciuto i Morgan. E presuntuoso non voglio apparire (neanche essere, ma questa è un’altra storia). Il nucleo sta nel mezzo, e noi nel mezzo non ci arriviamo. Arriviamo appena alla superficie: è un pomeriggio sereno, quello in cui stiamo in una barca, ingannando il tempo dell'attesa scattando foto.


I Morgan, o Moken. Un gruppo etnico di 2000, 3000 persone che vivono in comunità sparse per il Golfo delle Andamane, tra la Thailandia e il Myanmar. Si dice che siano nomadi, ma quelli con cui abbiam parlato noi non lo sono.

Di mestiere le donne raccolgono le conchiglie. E poi fanno figli. Da quando la natura gli concede di averne, che loro siano 11enni o 13enni. Quando chiediamo ai Morgan quante mogli abbia ognuno di loro, la domanda gli viene tradotta dall’inglese al thai, dal thai al loro dialetto ed iniziano a rispondere e a ridere e a replicare e i traduttori partecipano al gioco incalzandoli e scoppiano nuovamente a ridere tutti. Tranne noi. Dopo un minuto di questa scena, la persona che ci sta facendo da mediatore si gira verso di noi e, impassibile, risponde lapidario. “Una”. Mi sento in un fumetto di Guy Delisle**.

Di mestiere gli uomini pescano con le bombe. Ma, a differenza di Super Dynamyte Fishing***, ogni tanto qualcosa va storto; quelli con cui abbiamo parlato noi parevano i pirati del Mar dei Sargassi****, uno con l’occhio di vetro, uno senza un labbro, uno senza una mano e il quarto con una scritta thai (o birmana?) tatuata da capezzolo a capezzolo. Saltano su una barca come quella qua sotto e vi trascorrono una decina di giorni al largo. Per guadagnare la bellezza di 40€ a testa, con cui comprano da mangiare. E da bere. Il progetto promosso dalla Caritas locale li vorrebbe affiancare nel crescere l’abitudine al risparmio, ma il percorso è agli inizi e le loro smarrite reazioni quando gli chiediamo cosa ne pensano sono più efficaci di molti report.


Ho letto di un esperimento che confronta 2 scenari: nel 1° possiamo scegliere di avere 100 $ oggi o 110 domani; la > parte delle persone sceglie i 100 $ oggi. Nell'altro possiamo avere 100 $ tra un mese o 110 $ tra un mese e un giorno; la maggioranza sceglie di aspettare un giorno in + e avere 110 $ tra un mese e un giorno. Ecco, senza troppa cognizione di causa, mi son fatto l’idea che i Morgan non comprenderebbero il dilemma*****.

Mentre camminiamo tra le palafitte immerse nell’immondizia, da cui bimbetti nascosti ci sbirciano attenti, Father Suwat ci mostra una radura tra gli alberi: “Quello è il loro cimitero: appoggiano su quel terreno i corpi dei loro defunti”. Un gruppo di cani ci segue e il Padre parla un po’ a me e un po’ a se stesso quando conforta decenni di cooperazione allo sviluppo: “Perché la questione non è che loro sono poveri. La questione è che loro dipendono da famiglie thai che ne sfruttano il lavoro e l’ingenuità. Nessun Thai oggi vuole pescare con gli esplosivi, ed oltre a procurargli un molo e delle trappole per pesci, è nostra volontà renderli autonomi, commercialmente e non”.


I Morgan, ricitando il loro omonimo, erano fuori dal tempo, ed ora vi stanno entrando. Un ingresso del genere raramente riesce ad essere indolore, penso, mentre la suddetta barca ci riconsegna alla costa di Ranong.

* Odio riscrivere le stesse cose, un po’ di più di quanto odio autolinkarmi

** Guy Delisle, fumettista canadese, al seguito della moglie medico senza frontiere, ha vissuto in improbabili Paesi asiatici quali il Myanmar, la Corea e la Cina meridionale, raccontandomeli in pregiatissimi graphic novel

*** App ludica di Android da cui alcuni cervelli in fuga non son più tornati

**** 4 pirati sul Mar dei Sargassi, sopra una zattera fatta di assi, stanno remando, dicono loro, alla ricerca di un grande tesoro. Però uno è alto, uno è basso e uno è zoppo, e il quarto ha una benda sull’occhio. Zac

***** E, aggiungo, alcune riflessioni che mi trovo a fare sul denaro mi ricordano passaggi del manoscritti economico-filosofici di Marx&Engels del 1844, come quelli riportati inizialmente qua

lunedì 16 gennaio 2012

Per quelli che ascepettano il 2555 (e per Mauro) (non Repetto)

2 commenti:
Da piccolo mamma tivù insegna che per andare nel futuro ti serve del plutonio ed un amico che passa del tempo in bagno. Poi in ti trovi in Thailandia, a Ranong, ed è il 2555. Senza aver mai posseduto del plutonio.

Ho pensato di scrivervi 10 cose che accadono nel 2555 così vi preparate che, non ci si crede, ma il tempo vola. Sembra ieri che attendevo trepidante il derby ed oggi non ricordo neanche più chi lo giocava.

1. Nel 2555 i titoli dei blog sono tutti esauriti (anche le sigle + improbabili, che so… sce2012 potrebbe essere per esempio “Senior Capstone Experience - 2012” o_O) e tu devi incollarne alcuni insieme se vuoi aprirne uno

2. Nel 2555 Ranong è abitata per metà da immigrati birmani, un po’ legalizzati un po’ no, e la metà della metà è abitata da thailandesi di origini cinesi. Che sarebbe come dire (per numeri) che Buccinasco è abitata per metà da svizzeri e la metà dell’altra metà son cinesi

3. Nel 2555 si vive al caldo e ci si veste leggeri e si disserta su come si faccia ad abitare in Paesi con meno di 20°, per poi entrare in macchine ed in abitazioni con l’aria condizionata che congela ogni (mio) processo digestivo in atto

4. Nel 2555 le barriere coralline saranno artificiali e fatte di plastica… no, saranno seminate nel mare… no, aspetta, saranno di cemento ed immerse a largo della costa se il governo dà l’autorizzazione. Ma tanto non lo fa, però nel 2555 sarà molto importante intendersi con l’inglese


5. Nel 2555 si diventerà spettatori professionisti: son stato davanti ad una zuppa e l’ho fotografata ma non l’ho bevuta, siamo stati in un casinò ed abbiamo osservato ma non abbiamo giocato, siamo stati in un karaoke ma ci siamo guardati intorno e non abbiamo suonato la chitarra

6. Nel 2555 non si trovano più gli oggetti che ci appartengono. Eppure erano qua

7. Nel 2555 ci si trova dei quadri viventi davanti. Oggi, in uno slum abitato da birmani, abbiamo visto una Madonna con bambino. Venerdì, nei pressi di Takuapa, ho visto “L’impero delle luci” di Magritte dall’auto. Non lo ritenevo possibile


8. Nel 2555 se farai troppe domande sulla giustizia, prima o poi qualcuno ti dirà: “Please, don’ ask me anymore <<Legal or illegal?>>”

9. Nel 2555 le zanzare dai denti a sciabola torneranno sulla Terra. E gli uomini rimpiangeranno i tirannosauri

10. Il 10° punto l'avevo scritto sul foglietto che era qua. Sergio, ce l'hai tu?

venerdì 13 gennaio 2012

mari e Monti

10 commenti:
E fu mattina e fu mattina. Primo giorno. Che qualcuno (va bene anche Monti, che è un tecnico) crei la notte così possiamo dormire invece di volare ed ingerire cibo che neanche al ristorante di Maurizio.



E fu Abu Dhabi e fu Bangkok. Prima missione. Che quando l’amico edicolante mi chiede dove vado e io gli rispondo Thailandia, lui cambia discorso imbarazzato. D'altronde non sa che lavoro faccio, ma non gliene posso fare una colpa: non lo sa quasi nessuno, neanche... Ah, no, balzo, non posso proseguire. Che morte i blog censurati... Gli basti sapere che non mi occupo di Grandi Eventi, altrimenti capisce subito perchè la Thailandia. E vabbeh.

E fu il 2011 e fu il 2012. L’anno del gallo, decreto, senza volerne all’ala di 208cm di Denver. Parto chiedendomi se mai amerò Ibra e temo di non trovare Pato ad aspettarmi al ritorno.

Che se ci avesse visto insieme al Sergio, entrambi dentro un K-way verde, rimarrebbe a Milano solo per la possibilità di rivederci vestiti così al ritorno. E gli potrei spiegare che il bello della missione non sono io, non è Sergio, ma è il cacciarsi in qualcosa di complicato, e il restarci dentro al complicato. Che però non diventa complesso perchè si rimane concentrati su una roba sola. Un lusso, oggi, fare soltanto una cosa. Nel lavoro, nella vita. È un po' come quando si è piccoli e si fa un gioco, che ne so, i soldatini: poi le regole le complichi quanto vuoi, ma tu, quel pomeriggio, hai solo da giocare ai soldatini. Non hai da telefonare all'amico, e farti la merenda, e guardare il cartone mentre leggi Topolino. Solo un livello: complicato, non complesso.



Ma Pato non ci vedrà e non saprà mai che sono qua in Thailandia a portare a spasso un puntino nero sul dito medio. Non so cosa sia sto puntino e lui non sa chi sono io. Sa però che oggi cercavamo il mare ed abbiamo trovato un incendio; e tutto perchè non abbiamo seguito il cane. Ed abbiamo trovato, tra cinghiali e mucche, un gallo. Quindi siamo tornati indietro.

Ok, qsto è il solito post da barriera all'ingresso, in cui entro, mi tolgo il cappello e mi guardo in giro per capire dove potrei andare. Di solito a questo punto la gente esce. Senza salutare. E non è salutare, fa male.

Ma chissene. Oh, benvenuti in Thailandia.

Gli occhi mi chiudono.

Qualcuno spegne la luce?

Mario?

martedì 25 gennaio 2011

Non a noi

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È che suonava bene anche come editoriale della newsletter, e quindi poi ho lasciato la missione a mezz'aria, ma ora è giusto che sto post torni a ricoprire il posto per cui era stato concepito, pur se in ritardo.



“Come se ogni pensiero che immaginavi nella mente fosse così intelligente che ti sembrava un crimine non condividerlo”.

Il New Yorker definisce i dialoghi di Aaron Sorkin per “Social network” “i migliori ascoltati dai tempi di Ben Hect e Preston Sturges”. In questi giorni ho trovato anche molto bellini i dialoghini de “La prima cosa bella”, ma riconosco che la frase che il babbo di fb si sente sparare dalla ex folgora.

Isole Andamane, ragazzi. Tappa breve, umida e sedentaria. Breve, umida e sedentaria. Aggettivi che non fanno onore a Port Blair e neanche ai nostri partner in loco. Ma tiro dritto, perché altrove voglio andare.

Una delle sensazioni più marcate è stata quella di sentirsi disegnati addosso i panni dei benefattori. Però è quello che è successo. Nella stanza di un'abitazione costruita dopo lo tsunami. Noi seduti su sedie. 50 donne indiane a terra, a raccontarci delle loro esperienze nei gruppi di mutuo auto aiuto cui appartengono.

Quand'ecco che una di loro prende la parola e noi non capiamo nulla delle sue accorate frasi fino a quando la traduttrice non ci sintetizza in inglese: "Vuole ringraziarvi personalmente per il bene che state facendo arrivando qua da così lontano a supportarle. Lei non avrebbe mai immaginato che potesse capitarle una cosa simile nella sua vita e non capisce perché voi lo facciate, ma vuole ringraziarvi".

Capisco che necessito di corsi di formazione per potere accogliere ringraziamenti affini senza desiderare di smaterializzarmi. Forse dovrebbe esistere una controfigura, agli antipodi del sempre buon Benjamin Malaussene (professione: capro espiatorio), qualcuno capace di rimanere lì, impassibile e sorridente, salvatore servitore e quelle cose lì. No perché, non faccio per dire, quando la ragazza del collegio c’indirizza un ringraziamento che sa di: “Prima di venire qui non sapevo che le donne avessero dei diritti, grazie a voi l’ho imparato”, a me viene da pensare ai coriandoli, ai paguri e a Houdini. Troppo imbarazzato e a disagio per accogliere dei grazie che mi spettano fino ad un certo punto.

Invece, a sorpresa, rimango lì serio e compiaciuto. Perché so cosa dire. In India, come in Nicaragua, come in Moldova o in Congo. Sappiamo cosa dire.

"Non siamo noi. Chi ha deciso di aiutarti sono loro, gli abitanti della nostra Diocesi".

Sarebbe stato un crimine non condividerlo?

mercoledì 8 dicembre 2010

A Chennai farai

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Lista dei supposti professionismi incrociati all’aeroporto di Chennai, in India

Il salutatore

Lo spostafile

L’apritore di passaporti

La controllora di passaporti

L’indicatore di valigie

Il porgitore di valigie

Il portatore di valigie, portante anche un cartello metallico lungo 2 metri con sovrascritto “portatore di valigie”

L’estirpatore di bigliettino nel passaporto

Il guardatore di viaggiatori

I guardatori di sé nel riflesso del vetro

L’ammiraglio controllore di biglietti aerei e riprenditore di addetti a qualcosa cercanti di bigiare il lavoro

Gli addetti a qualcosa

Lo scivolista

La scrutatrice di valigie

La supervisor del transfer di valigie che si dimentica di timbrare i biglietti

La militare cercante i timbri sui biglietti

Il militare non parlante

Alberto&Paolo


Virtuosismi da parabrezza

domenica 28 novembre 2010

Sriligioni

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Lo Sri Lanka ospita numerose confessioni. Non spontanee rivelazioni rispetto a misfatti passati, bensì religioni con verità e riti relativi.


Mi reco in un tempio buddhista, e a piedi nudi mi acciambello a fianco degli oranti (o tecnicamente forse solo recitanti). Da cattolico so non essere presente il Santissimo, ma da uomo vi percepisco una sacralità. Se vivessi in un Paese senza chiese, preferirei pregare in templi di altre religioni o in luoghi non dichiaratamente religiosi? E se un fedele di un’altra religione, che so, un induista, sentisse parimenti il desiderio di pregare i suoi dei in una chiesa cattolica, che effetto mi farebbe?

Beppe ci racconta come la bestemmia esista solo in Italia, e Alberto si chiede quante preghiere ogni secondo vengano pronunciate sulla Terra. E verrà un secondo in cui, invece, la linea sarà libera? E un primo?

Un monaco dagli occhi truccati c’invita ad entrare a casa sua, il sacerdote che ci accompagna è suo amico e lui vuole fare la nostra conoscenza. Il sacerdote ci spiega come in ogni chiesa ci sia chi cerca più appassionatamente il dialogo e chi guarda ad esso come una deviazione dalla propria missione.

Scopriamo che “Dagoba” non è solo il nome del pianeta in cui Luke ha conosciuto il maestro Yoda, ma anche di alcuni cupole buddhiste dalla guglia prominente, di cui abbiamo visto un gran bell’esempio ad Anuradhapura.


2° me contengono qualche arma segreta che l’ONU sfodererà qdo gli alieni proveranno a sottometterci nel 2012 m.d.C. Qua c’è chi dice rappresentino il corpo del Buddha (…) chi crede rappresentino i 5 elementi.

- 5 elementi?
- Cosa ho scritto?
- Troppo cinema.. Quale sarebbe il 5°?
- Il nulla
- Il nulla non vale
- Quanto tempo mediti?
- Bella domanda. Vale tutto? Un’ora.
- Al giorno?
- Alla vita

Accendiamo un lumino che un solerte cacciatore di turisti ci offre. Il mio non prende fuoco, allora provo ad appizzarlo da quello di Alberto. Ottengo il risultato di spegnerlo. Il cacciatore ci soccorre e, riaccesi entrambi, sentiamo uno scroscio nel cielo. Sperando che la cupola non si divida (non siamo pronti per l’invasione), capiamo che ad Anuradhapura abbiam dato tutto.


Paolo

ps. A Badulla, prima di iniziare le lezioni, gli studenti meditano per un’ora in piedi, immobili ed eleganti nel portamento e nella loro divisa scolastica “so Brit”

Foto di Alberto Minoia

Su al Nord

2 commenti:
Anuradhapura, 23 novembre 2010

Un po’ x scrivere un post ad “Anuradhapura” (che il correttore ortografico di Word2007 già conosceva), un po’ x scrivere che del lembo di missione al nord, a Jaffna e a Kilinochchi (che il correttore ortografico di word2007, a qsto punto con l’iniziale minuscola, non conosceva, con mio sentimento di rivalsa), non se ne potrà scrivere. Perché è meglio di no, ci viene spiegato. E noi, dalla zona militarizzata dello Sri Lanka, non si può che obbedire. L’unica nazione che ha sconfitto il terrorismo, vien detto da una parte.

Tra le cose che non si possono scrivere ci sarebbe sincero apprezzamento per alcuni, non perché a loro cambi qcsa (beh, purtroppo sì, ma forse in peggio), ma x la dedizione ammirevole alla propria missione. Con un pezzo di bomba nella testa e cicatrici nel cuore.

E poi i bambini, che sono coloro che le guerre meno le possono capire e più se le portano addosso, svuotati di anni di sorrisi e di corse alla porta di casa. Giocare con loro non era richiesto dalla missione, ma l’ha spruzzata di un senso, emotivo, che non vorrei smarrire.


Sempre lodato sia il cicicicià.

Un’immagine memorizzata in qste giornate è una ragazza con una maglietta nera di google che passa sotto un arco artigianale creato con il corpo ferro che sostiene le catene due altalene, con le stesse ormai inestricabilmente arrotolate sopra, gingilli che guerra e tecnologia, dove autonome, dove compresenti, rendono decadenti ornamenti delle odierne cittadine.

Salendo al nord si avvistano con frequenza cartelloni pubblicitari volti verso i mezzi che arrivano. Spot di assicurazioni e telefonini e shampoo. Nel nulla delle brughiere bruciate dagli scontri e delle paludi abbandonate ad antiche solitudini, la vita riprende a rilucere dai cartelloni rappresentanti occidentali sorridenti.

Beppe ci ha omaggiato di un quaderno fatto al 50% di sterco riciclato di elefante: in Sri Lanka i 2800 elefanti rimasti sono considerati animali nobili e cortesi, meno che dai contadini, che ne invocano il trasferimento. Si dice che questo sia l’unico posto del pianeta dove puoi avere le balene davanti e gli elefanti dietro. Non una posizione esattamente comoda.


Badulla, 24 novembre 2010

I pachidermi sembra che portino fortuna perché vicini alle nuvole, e quindi alla pioggia. Certo è che forse ne portano troppa, considerati gli allagamenti a Colombo di oggi e la nostra traversata a sud in macchina fino a Badulla, contro muri d’acqua e banchi di nebbia. Ha smesso di piovere solo nelle occasioni di visite in cui dovevamo avanzare a piedi scalzi, per poi riprendere burlone quando ci trovavamo troppo distanti dalle nostre scarpe sportive.

Talvolta una statua gigante del Buddha inframezza il panorama. Altrimenti tutto verde. Alberto ipotizza che il verde nasca da qua e poi venga esportato. Certamente questo succede con il tè. Quello verde e quello nero.


Paolo

Foto di Alberto Minoia

domenica 21 novembre 2010

Oh, Kandy!

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Poi andiamo a Kandy, nel bel mezzo dell’isola, all’altitudine di mezzo km, resistita alle occupazioni straniere 3 secoli + del resto del Paese.

Giusto per: la nostra visita a Kandy non ha niente a che vedere con il pullulìo di cartoni animati vintage sulle immagini di profili facebook; quella è Candy. Ci dà invece da vedere un pullulìo di animali: elefanti, similiguana, scimmie, scoiattoli. Niente draghi o lupi, ma qsta è la fine.

Qsto è l’inizio: ci rechiamo in treno, ed è un bel recarsi: la nostra carrozza di seconda classe è confortevole e ci dà modo di osservare il panorama alla comoda velocità media di 28 kmh. L’unico mezzo di trasporto, 2° Alberto, sul quale è possibile fare girare l’hula hop da fermi.

Dettaglio della cucina del Seminario cattolico di Kandy, di Alberto Minoia

A Kandy vi è il seminario nazionale srilankese, dove siamo ospitati dal premuroso Father Raveen, e il Tempio del Sacro Dente, per la precisione il canino sx del Buddha. Lo Sri Lanka è (ancor di + dopo il conflitto interno concluso nell’aprile del 2009) un Paese a maggioranza buddhista, ed abbiamo occasione di visitare tale reliquia. Questa è conservata, piccola matrioska, dentro 7 scrigni dorati e quindi non visibile.

Lo spettacolo più interessante è costituito dalla situazione sociale che si crea nell'ambiente adiacente: si tratta di uno spazio poco più ampio di un corridoio ad un lato lungo del quale stanno i fedeli, in contemplazione, mentre al centro dell’altro lato lungo lo spazio con il venerato dente, dietro una coperta di fiori. E fin qua, nulla di rilevante. Ma in mezzo al corridoio ci stanno i turisti (“occidentali” e asiatici) meno toccati dalla sacralità della (circo)stanza che, armati fino ai ***** di tecnologia, fotografano gli scrigni. E anche qua: può indispettire, ma è un classico dell’arte religiosa: se esposta in luoghi di culto si presta, quando non è proibito, ad essere contemporaneamente oggetto di preghiere e flash. La mia sorpresa sta nel fatto che il mirino degli apparecchi era sovente puntato sulle scimmie aggrappate fuori, nell’apparente indifferenza verso il raccoglimento dei credenti (perché in Sri Lanka il Buddhismo è considerato “religione”), davanti ai quali si sostava rumorosamente.

Dettaglio della camera del Sacro Dente, di Alberto Minoia

Scritta temo non renda, ma non c'è tempo per perfezionare; e c’è anche da dire che parevamo gli unici stupiti da tutto ciò e forse dovrei meditare a riguardo. Intanto, dopo avere filmato la scena (...), l’ho scritto qua. A fianco di 1 avvertimento maschile: ricordatevi di portare mutande quando andate in Sri Lanka. E se doveste accidentalmente –capita- dimenticarle e non aveste raggiunto –capita- considerevoli picchi di sobrietà nello stile di vita, acquistatele di misure enormi, a prescindere dalla vostra –capita- virilità. Pare che il bacino srilankese sia insospettabilmente stretto. Un bacinino. O che il negozio vendesse abbigliamento per minori, ma preferisco non pensarci.

Siam certi che il nostro inglese risulta incomprensibile ai più: le mie battute migliori ieri sono state accolte con incorrotti silenzi dall’assemblea di seminaristi (e la buona sorte vuole che io non rida delle mie battute); c’è da registrare, però, lodevoli tentativi di italiano da parte di 1 aitante studente che ci ha raccontato di conoscere un lupo che aveva a che fare con un drago e per questo era spesso fuori di testa. Agli strabuzzamenti miei e di Alberto ci ha tradotto in inglese che conosceva un gruppo di tossicodipendenti.

Ci siamo divertiti: un po’ di interreligiosità qua a Kandy che quella si può scrivere (rimangono rispettosamente nella tastiera le centinaia di freddure con "denti"), ma ne servirebbe di più. E di trasversalità mediatiche. E quelle, invece, bastano così.

Kandy, oh Kandy, nella vita sola non sei,
anche nella neve più bianca, più alta che mai
Kandy, oh Kandy, che sorrisi grandi che fai,
che sapore dolce, che occhi puliti che hai...


Paolo

sabato 20 novembre 2010

E fu Sri Lanka

2 commenti:
E fu sera e fu mattina. Quasi niente notte. Funziona così qdo voli ad est di sera.

E fu Milano e fu Colombo. Quasi niente Dubai. Funziona così qdo il volo è in ritardo e lo scalo è uno scalino.

Voli subito di nuovo. Inciampi. Nel sonno.

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Ad accoglierci con una rosa il buon Beppe, cauntrirèp di Caritas Italiana, ed una capitale srilankese in festa, che il suo presidente e capo delle forze armate (e da domani anche ministro delle finanze e ministro dei trasporti) Mahinda Rajapaksa inaugura un nuovo porto. Ma non è politica l'unica festa in cui incappiamo, dal momento che ci assediano simil-abeti decorati e slitte agganciate ad improbabili alci di cartapesta e canzoni cantate da rugosi afroamericani. Babbonatale è buddhista? Sverna in Sri Lanka?

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Il pomeriggio piove e al ritorno in guest house una banda di squatter ci attende in camera, a tenderci un agguato. Scarafaggi squatter. Grossa veloce scarpa da ginnastica. Pupille spalancate. Palpebre abbassate. Pupille spalancate. E fu notte e fu mattina.

-

Ha così inizio la missione di Alberto e Paolo in Sri Lanka, isola dove si parla singalese; lo straniero non asiatico si chiama “suda” e risponde “sì” (c'è tanta umidità che i libri di notte si aprono a ventaglio, a favore degli squatter lettori), “signora” si dice “nohna” e non si può scrivere cosa rispondono le giovani italiane così appellate.

È il blog d Caritas Ambrosiana, fratelli. Non un tg italiano. Mica si può scrivere tutto, ci spiega Beppe.


Questa non è una foto significativa. E' l'unica che ho scattato prima che si esaurisse la batteria. Particolare della stazione ferroviaria di Colombo. Meglio una foto insignificante che niente.

Paolo

domenica 28 febbraio 2010

1. ONE

3 commenti:
2010 02 11, Milano.

Mi giro e mi trovo di fronte una donna completamente blu. Non ho ancora visto Avatar, ma ora è lui che guarda me. Conseguenza del ritrovarmi in mezzo ad un raduno di cosplayer. Quando Ken il guerriero sfida la realtà dall’alto di un metro di passerella capisco che 2 parole sulla fine della missione dovrò scriverle. Due parole vorrei scriverle. Poi Julia lo raggiunge, i due si baciano, ed io mi dico che non è ancora ora. Ora. Mi giro intorno, sono l’unico “in borghese” e, in quanto tale, diverso.
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Lui è Douihg, un giovane Morgan: “Zingaro dei mari”. Un mese fa aveva tutte le dita, ma poi è successo che nella palafitta in cui vive con altri 2 ragazzi sono scomparsi dei soldi. Nessuno era stato. In questi casi la prova del fuoco rivelerà il colpevole. E così i tre cacciano la mano destra nelle braci: il 1° a levarla sarà il colpevole, lo sanno tutti. Ma nessuno ritira l’arto per un bel po’, fin quando non iniziano ad avvampare. Douigh perde l’anulare. I soldi saltano fuori, erano semplicemente sotto a dei panni, nessuno li aveva nascosti. Il fuoco non mente.


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Non è facile uscire dalle caselline. Quando una letterina è scritta in una casellina non ne esce più. Non è così semplice. Alcune persone non si rassegnano all’idea che io viva in Italia. Ogni volta che m’incrociano si sorprendono:
“Cosa ci fai tu a Milano?”
“Ci vivo”
“Beh, ma sei qua di passaggio, vero?”
“Siamo tutti qua di passaggio”
“Ma quando riparti?”
“Non saprei, non ho viaggi in programma”
“Non me lo vuoi dire?”
“No, è che davvero… ok, riparto ad aprile”
“Per dove?”
“Vado nel Combala”
“Ah, ecco, appunto, non ci sei mai!”
“Già”

Credo rassicuri sapere che io sia a spasso per il mondo: non so se x’ questo lo renda un posto migliore ai loro occhi, o forse x’ rende me una persona migliore, o forse ancora rende loro stesse persone migliori. Non credo si tratti soltanto di un economizzatore cognitivo: certo, è + facile non modificare il file nella loro testa “Paolo fuori dall’Italia”, ma non è solo quello. Percepisco in loro una sorta di delusione quando temono che io abbia deciso di fermarmi.

Ciò messo anni a capire che il logo della Feltrinelli rappresenta una F rovesciata. Era un logo che non avevo mai interpretato. Non mi era mai messo a cercare di capire da dove venisse. E dove andasse. Non mi era mai interessato farlo: la casellina in cui si trovava mi andava benissimo.
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Dov’erano finiti i Morgan ai tempi dello tsunami? Erano sulle colline: gli antenati li avevano tramandato che quando il mare si ritira poi ritorna. Più si ritira, più ritorna. Se si ritira un casino, poi è un casino. E mentre i turisti occidentali facevano foto ricordo sull’inaspettato bagnasciuga e i thailandesi raccoglievano pesci e ostriche scoperti dal rientro delle acque, loro salirono spaventati sulle colline. Per salvarsi.

Scelta identica la presero i Jarawa, sulle Andamane: loro sapevano che in questi casi bisognava seguire gli animali, e allora si misero dietro ai cani che fuggivano nell’entroterra. Per salvarsi.
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L’aereo che ci porta a casa sta sospeso per una notte lunghissima, viaggiamo colla luna, che cammina con noi. Avere la luna dalla propria parte è diverso da avere la luna e basta: è il sogno di un vampiro, non l’incubo di un lunatico. Quando atterro soffice sul manto innevato di Malpensa appena illuminato dall’alba, mi chiedo se mai Natale è passato. Sensazione che si prova quando non si chiude bene qualcosa, questa si sbrodola su parte della vita che segue. In fondo questo scritto svolge proprio la funzione del bavagliolo pulitore.
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Un bambino che nasce in ospedale, a Patong, e nel letto adiacente una mamma che muore. Dove sono finiti i Birmani? Quelli che ce la fanno emigrano massicciamente in Thailandia. Qua li attendono i destini più diversi. Questa donna ha 31 anni, è sposata da 4 mesi ad un suo connazionale venticinquenne; è il suo terzo marito e la donna ha un primogenito di 5 anni ed un secondogenito di 2 anni e mezzo. E poi ha l’aids. Sonima è l’operatrice Caritas che, tra le migliaia di altri compiti, va in ospedale a tradurle le domande dei medici, e ci racconta questa storia.  A mia volta traduco pezzetto dopo pezzetto ad Alberto, fino a quando non trovo più la voce, siamo alla fine della missione. Volto la testa ed Alberto ha inforcato gli occhiali da sole. Arrivano i due bambini, corrono dalla smunta mamma, che gli sorride: le parlocchiano un po’, ridendo. Non sanno che sta morendo, non sanno cos’è la morte, non sanno che il nuovo papà ha il visto in scadenza e a breve sarà rimpatriato; rimarranno da soli, a meno che Sonima non riesca in qualche miracolo burocratico, dice che ogni tanto gli viene, è un lavoro di diplomazia, reti, contatti. Come giocare a Shangai, salvare le bacchette senza smuoverne altre che potrebbero infastidirsi. Ed anche noi siamo diventati bastoncini di Shangai, la nostra missione rientra nel gioco della diplomazia. Lo sa fin troppo bene Mr. T, quando ci spiega come ha ricavato dalla nostra prima cena informazioni rispetto ai cibi che preferiamo, a quelli che ci fanno stare meno male ed agli ambienti serali di nostro maggiore gradimento. Mr. T, che persona.
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Portai i bagagli della Mangusta fino allo scompartimento giusto, poi andai a una bancarella a comprargli un dosa avvolto nella carta. Era il suo spuntino preferito, quando prendeva il treno. Ma prima di darglielo lo aprii e rimossi le patate buttandole in mezzo alle rotaie, perché le patate lo facevano scoreggiare, e la cosa lo metteva di cattivo umore. Un servo deve conoscere l’apparato digerente del suo padrone da cima a fondo, dalle labbra all’ano.
Aravind Adiga, La tigre bianca, Einaudi, 2008, Torino, pgg.101-102
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Come se il caporalato non fosse un fenomeno italiano. In Thailandia, largo del Mare delle Andamane, ci sono barconi con birmani clandestini a bordo, e i datori di lavoro li raggiungono e si scelgono i pezzi forti. Se uno (o una) rimane troppo sulla nave, non scelto, vien buttato in acqua. Ma è solo una delle storie che abbiam sentito. Ed in Italia ce ne sono altrettante.
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La teresina raccontava: “Mi chiedono perché io pensi solo ai lebbrosi, se gli altri non siano poveri. Beh, rispondo, io penso a questi, voi pensate a quelli!”.

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Max è un centrocampista dal piede educato e il passo saggio, se gli appoggi dietro la palla sai che questa tornerà su, ed è un bel sapere. Uscendo dal campo mi chiede com’è la Thailandia. Gli spiego che ci sono andato per lavoro, ma lo sapeva. Provo a formulare una risposta sensata, e accatasto lì qualcosa. Rincasando in concomitanza col concerto di Vasco, la missione asiatica non rientra nell’ordine del giorno, ma è giusto così: poche persone me ne hanno chiesto, oltre al taxista. È arrivata l’ora: se non la racconto a me, non riesco a raccontarla a nessuno.
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Frodo: Vorrei che non fosse accaduto nulla.
Gandalf: Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, ma non spetta a loro decidere; possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso.
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Lungi dal sentirci inseguiti dai Nazgul, riprendiamo ugualmente a correre appena scesi dalla scaletta. Il tempo che ci viene concesso è liminale e butto giù qualche riga (c’è chi la tira su, per reggere il ritmo). La missione è finita, vedremo cosa farne. Per intanto saluto i compagni di viaggio.
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Ciao. Dimenticavo: le prime due foto sono di Alberto Minoia.
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1 orizzontale: La fine della missione.

mercoledì 3 febbraio 2010

Ti piace vincere facile?

1 commento:

Scuola calcio Bang-dong. Iscrizione gratuita aperta a Mr. Pao Loo e a uomini birmani di età non superiore ai 12 anni. Ogni allenamento durerà 12 minuti. Per info rivolgersi a Mr. Alber Too.

domenica 31 gennaio 2010

Diapoghi Thai

3 commenti:
Scrivo mail lavorative, mentre il nostro fuoristrada sfreccia a 107kmh da Ranong a Takuapa, alzo la testa e in direzione opposta viene un bimbetto. Non ha più anni della dita di una mano e pedala faticosamente, levato sui pedali. In brevissimo lo superiamo, i miei occhi lo seguono e osservano che da dietro gli cinge la vita la minuscola sorella seduta sul sellino della bicicletta.



Non è una foto, ma guardateveli anche voi. Questi sono solo i primi, ve ne mostro un po’, qualcuno velo faccio ascoltare. Stavolta mi faccio da parte. Inizio con il disegno di un bambino che visse lo tsunami da vicino.


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Dopo 5 anni di studi di filosofia a Bangkok, Benjamin ritorna a casa dai suoi, nel centro sud thailandese.


- Bentornato Ben, puoi dirmi come faccio ad aumentare la resa delle piante di ananas?


- Mm.. Non lo so, mamma.


- Fantastico. Hai studiato per 5 anni e torni più inutile di prima.


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Un operatore di Caritas Belgium osserva che un problema della lingua Thai è che alcune parole hanno un significato che dipende dal tono d voce. Quindi la prima volta che senti parlare qualcuno e non ne conosci il tono è complesso capire quei termini, soprattutto se sei “farang”, straniero (simile al “ferengi” etiope..).


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- Tutto il mondo dovrebbe parlare Thai


- E perché?


- Perché da qua passano tutti: tedeschi, italiani, belgi, statunitensi. Non sono mai andato da nessuna parte, devo impararla io la vostra lingua?


Ahivoi, triste metafora. Non solo avete da imparare la nostra lingua, ma per accedere ai fondi della cooperazione internazionale vi servirà imparare a scrivere e-mail, stendere progetti con analisi swot, allenarvi a capire a quali povertà siamo più sensibili e come compiacerci quando arriviamo in missione. I più sgamati tra voi impareranno a distinguere donors che apprezzeranno le vostre attività con la parte musulmana della popolazione e quelli invece da tenere all’oscuro di queste compromissioni.


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Risposta thai a domanda mirata: “Gli italiani sono come i cinesi: amano le feste, parlano molto e lavorano un sacco. I tedeschi sono come i giapponesi: rigidi, parlano poco e lavorano un sacco”.

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E la nostra barchetta arriva vicino alla costa opposta. Io indosso un cappello alla Brokebak Mountain che farà la felicità dei commentatori di sti post, Alberto appeso alla sua borsa fotografica (cui d'altronde dobbiamo qste foto) di sei chili sei. Credo che comprendere i sarcasmi che si scambiano i nostri accompagnatori da altre scialuppe varrebbe il prezzo della missione. Abbiamo appena camminato, equilibristi storti, su sottili tronchetti che circondavano le reti da pesca in mare, e siamo stati bravi, come l’operatore Caritas locale ci ha rivelato in seguito: “È molto facile camminare lì senza volare in acqua. Per me”. Poi siam montati al contrario sull'imbarcazioncina che ci avrebbe dovuto portare a visitare i raccoglitori di conchiglie. Ma vediamo nessun raccoglitore di conchiglie.



Fino a quando un uomo emerge dal mare. Abitante di Atlantide, saluta colle mani giunte davanti alla bocca (più alte le tieni più esprimi rispetto per il salutato) e dietro lui buca la superficie acquosa un ragazzo, con 3 ostriche in pugno. Ci sorride e lancia il bottino in una barca lì di fianco. A lato di questa si rivela una sirenetta che vistoci si reimmerge con un sorriso timido. Ma la sorpresa è dietro: l’ennesimo uomo completamente vestito si alza e tiene un bambino piccolo sulle spalle ed erano entrambi sott’acqua. Persone anfibie. Se fossi in voi non mi crederei.

giovedì 28 gennaio 2010

2010 01 27 Hat Yai - Takapua

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We’ll need 5 hours to arrive at home.
E se le nidiamo, le nidiamo.
Io intanto digito e non disturbo colle mie domande.
Posso abbassare l’aria condizionata?


Piombiamo nella terra degli uomini liberi (wikipedia rulez) il pomeriggio di domenica 24, nel mastodontico aeroporto d Bangkok. Trascorriamo la notte semisdraiati su seggiolini aeroportuali, modello San Siro. Particolarmente scomodi, per colpa duna connessione wireless che ci ha aggiornato sull’emergenza.


Davanti a noi scorrono per tutta la notte passeggeri e passeggiatrici, e il gioco consiste nell’indovinare di ognuno il motivo della sua presenza in Thailandia.

Paolo: Sexual journey.
Alberto: Neopensionato bava rese ha scelto sul web villa e ragazza e si trasferisce qui.
Paolo: Compagnoni australiani neodiplomati diretti a Pattaya.
Alberto: Turismo sessuale.
Paolo: Spagnolo sposato giovane e divorziato al 2° figlio, in fuga per una settimana di ginnastica da camera a Phuket.
Alberto: Steward

Come dire? La trascrizione di questi dialoghi vedrà aumentare vertiginosamente il numero di contatti del blog. Davanti ai nostri occhi amori in potenza sbocciano e chi siamo noi per giudicarne l’essenza? La donna canadese stesa sulle panche a 3 metri da noi inizia discretamente a vomitare. Sguardo nel vuoto, dignitosa nel suo malessere, a tratti affascinante.

Ragazza innamorata di Fabio Volo: Scusa, scusa, scusa. Dov’è Fabio, ho visto che scendevate insieme dalla macchina..
Luciana: Ma, guarda, è dietro quell’edificio, non sta molto bene.Ragazza innamorata di Fabio Volo: Grazie, grazie, grazie..
Luciana: Non sta molto bene, dicevo..
Ragazza innamorata di Fabio Volo: Ciao Fabio, ho sempre sognato di baciarti, posso farlo?
Fabio: Scusa, sto vomitando.
Ragazza innamorata di Fabio Volo: Non importa, aspetto.

Noi e la canadese, mi diverte pensare che le nostre siano 2 reazioni differenti allo stesso spettacolo.


Hai una cicca?
Sì.


E poi voliamo giù, fino a Hat Yai, dove un conflitto dimenticato prosegue indisturbato dal 2004, 3600 morti da allora. Capiremo con Caritas Italiana se e come possiamo scriverne, giacché le informazioni che riguardano questi movimenti autonomisti sono ad oggi ridottissime: non interessa o è meglio non parlarne per non mettere a repentaglio i pochi operatori che ivi agiscono. Se ne scrivo è perché la notizia comunque è già stata data (peacereporter.net e english.aljazeera.net, tra gli altri).


Tra gli altri. Tragli altri incontriamo un gruppo di scommettitori su uccelli. Questo è interessantissimo, dico davvero. Scrivo davvero. “Davvero”. Gli uomini, un buon numero d loro insomma, accompagnano le mogli al mattino a lavorare, poi tornano a casa e si siedono davanti alle gabbie e stanno con gli uccelli: gli parlano, ci fischiettano insieme, li nutrono con attenzione. È la loro attività, il loro business; porteranno i propri volatili a competizioni canore che, se vinte, incrementeranno il valore dell’animale. Questo non toglie che dal pdv femmineo i maski passan le giornate a guardarsi gli non si può scrivere.

Vado a zonzo dove il cielo è sempre blu: odo i passeri che svolazzano sopra gli alberi e vi cinguettan di lassù. Quanta poesia… Vado a zonzo col mio cuore sognator e gironzolo per i viottoli dove olezzano sulle fronde mille fior, che parlano d'amor. Questo è invece il pdv maskile, passante ora nelle mie orekkie, mentre la macchina scende ripida un’ampia strada asfaltata. Le fronde degli alberi a mò di tetto.
Ma quello è un elefante?
Dove?
Lo è!

Non lo vedo, dove?
Ho visto un elefante a zonzo..

Manca ancora un pezzo d strada e un pezzo d post, ma l’autista s’è fatto il segno della croce prima di accendere la macchina. Cioè: le possibilità l’Uno e l’altro sono distratti contemporaneamente non dovrebbero essere molte, ma se la statistica avesse una risposta per tutto non saprei come finire la frase. Temo che la luce dello skermo disturbi il guidatore, indi kiudo, posto e riprenderò.

Ma le 5 ore non sono ancora passate?
Sì.
Sì cosa?
Pao Loo

ps. Sì, l'aneddoto d radioDJ me lero già jocato per terra2005, ma ogni tanto torna su. E' fede, qella.

domenica 24 gennaio 2010

Fant Asia

2 commenti:
2010 01 23, 23e09, Port Blair
In missione per conto di Dio. Mi giro a dx e vedo bianco, mi giro a sx e vedo bianco. Signori vestiti di bianco, 22 vescovi + un cardinale, k può fare da arbitro, la toga rossa. Han tirato una benedizione d quelle ke ho smesso d prendere il malarone. La terza edizione e mezza dell’advanced vedeva le benedizioni come magie bianche di 4° livello, azzarderei, ma temo non fossero cumulabili; controllerò in rete che magari me le gioco + avanti, al ritorno, avrei un paio d desideri per ricreare Fantàsia. C’era anke un monsignore, sebbene diritti&doveri precisi di tutti questi gradi mi sfuggano. Saltai quella lezione del catechismo e credetti per un sacco di tempo, almeno due giorni, che i sacerdoti fossero buoni e i preti fossero sacerdoti cattivi. Quando ho scoperto che era il contrario avevo già smesso di darmi retta.



Morla: Non c'interessa neppure sapere se c’interessa.
Paolo: D’oh! Capperi, garantii che l’avrei piantata colle citazioni cinematogra fike..
Morla: Ecciuùùù…
Paolo: Ekkeskifo però. Sai, Morla? Qua in India talvolta parte il rutto libero. Tra sari e bangles, anche una vecchina può emettere versi dal sapore preistorico, di quelli che mi si bagnano gli occhi. Dalla commozione. Anni&anni d occupazioni giovanili in Italia per ottenerlo, d recente si è provato a sostenere che consentirlo in luoghi pubblici sarebbe stato una legge porcata, ma neanche così è passato. Vieni guardato malissimo, peggio che se simpatizzassi per Nichi Vendola.
Bastian: Li conosco i libri io, ne ho 186 a casa mia!
Paolo&Morla: Non ci interessa.

Visto che i lettori li ho persi al 1° paragrafo, ora posso banalizzarmi. Le tappa andamana si esaurisce domani. Mi rimane una cartuccia da spremere per informarvi sulle Andamane: le Isole Andamane e Nicobar sono politicamente decisive perché
Capito? L’ho scritto in inchiostro simpatico dal momento che un esponente del settore internazionale mi aveva avvisato che questa nota non poteva essere fissata sul blog. Quindi, da Manuale di Giovanni Marmotta, dovrebbe comparire tra poco. Forse quando il processo di corrosione dello schermo sarà completato.
Mantengo dei momenti di questi giorni. Alcuni li serbo nel profondo del mio cuore, altri altrove. Vediamo quali.
Le Suore di Madre Teresa, entusiaste che siamo andate a trovarle, per statuto non possono ricevere donazioni se non dalla casa madre, quindi ci hanno trattato da persone reali. Per una mezz’ora abbiamo potuto lasciare l’etichetta di “Donors” sulla loro porta, ad aspettarci coi sandali. Qualcuno che non rideva alle nostre battute, finally. In Italia è molto meno difficile da trovare.
Nel bagno della camera il bidè era rimpiazzato da una sorta di pistola ad acqua collegata ad un tubo (praticamente ci si sparava). E sul copri water c’era la scritta di quella che ipotizzo essere una marca: “Milano”. Prosperini non ne sarebbe contento. Anche se di recente
E con questa ho finito l’inchiostro simpaticissimo.
Ed una volta eravamo così tanti sun veicolo che io ero seduto con la leva del cambio tra le gambe. Non che si usino cambiare tante marce qua, si parte in seconda e si passa alla quarta, che si mantiene per tutta la durata del tragitto, una mano sul volante, l’altra a pigiare il clacson.
Ma direi che vado a chiudere. Alex, Johnson, è stato un piacere.


Maledetto Peppe, perché non uso più i punti e virgola? Costan troppo? Ma se tanto il conto lo paga Dio..
Ps. Nico bar?

giovedì 21 gennaio 2010

2tto

6 commenti:
Lungi dal ritenerlo interessante, trattasi duno sperimento: Alberto e Paolo provano a parlare (...) trascrivendo tutto quello che si dicono sulla tratta navale port Blair – Havelock.


Pasta del capitano: data astrale di Incredible !ndie 2010 01 20, nave stellare Silver Spring.



ALBERTO: È difficile scrivere di questi giorni. I festeggiamenti hanno preso il sopravvento su tutto&tutti; e forse è giusto che sia così.

PAOLO: Per me i primi giorni di un viaggio sono quelli in cui + mi colpisce l’intorno. Sull’aereo ero ancora dentro me (in me) e sbrodolavo un post sulla “velocità”. In sti giorni scriverei tutto quello ke vedo e ke mi sorprende, x’ mi assuefaccio sveltamente e tra una settimana la fogna a cielo aperto non mi lascerà lo stesso stupore.

A: Questo duetto somiglia ad una partita a scacchi, senza né vincitori né vinti, ma solo abili giocatori che tramano colle parole altrui.

P: Le mie parole sono mie.

A: Bene. Posso dormire?

P: Sì.

A: Si percepisce in giro un’aria di omologazione, soprattutto da parte dei giovani, ma anche gli adulti fanno la loro parte. Il modello “omologo”, un po’ come il brutto anatroccolo, è l’europeo in gita.

P: Mmm.. non parlerei di “tendenza all’omologazione” qua. Penso all’omologazione quando una società propone acriticamente modelli culturali esterni nella moda, nella fruizione televisiva, nella musica, nello sport. Addis che si divide ferocemente tra tifosi dello United e dell’Arsenal, i bosniaci che accolgono gli italiani cantando “Lasciatemi cantare”, i giovani tanzani che facevano hip hop.. Qua c’è una certa reinterpretazione, mi pare.

A: Sì, però per quanto riguarda la modernità, la tecnologia..

P: Anche se forse sono più evidenti nell’India continentale che nelle Andamane..

A: Questo ci porta al tema dell’Incredible !ndia: quante Indie ci sono? La tecnologia, l’omologazione, hanno a che fare solo con una piccola parte della popolazione, la maggior parte degli indiani vivono con costumi e tradizioni propri. Tutto qua ruota intorno a Port Blair, che invece brilla di luce propria: ha una sua storia, fatta di occupazione inglese e giapponese. Mentre le altre isole sono satelliti meno importanti e distanti. Basta percorrere pochi km e allontanarsi poco dalla città per avere prospettive e panorami altri. Silenzi e rumori diversi, suoni e colori.

P: Penso al sempreverde discorso sull’Africa, al cosa vuol dire essere stato in Africa, quando gli Stati al suo interno sono numerosi e tra loro diversissimi. L’India si sviluppa su un territorio più contenuto ma la popolazione è maggiore. Molte delle riflessioni provocatemi dalle Andamane si appoggerebbero su un confronto con l’India che non conosco. Tergiverso a dire di essere stato in India senza affrettarmi a precisare che son stato nelle Andamane. Se invece che qua fossi stato solo.. che so, a Calcutta, sarei tranquillo nel rispondere affermativamente a chi mi chiedesse se son stato in India. Qua siamo a 1200 km da Chennai e 300 dalla Thailandia..


A: Sarebbe interessante conoscere meglio l’India e capire dove va: queste Incredible !ndie hanno molte chiavi di lettura e vanno prese come una terapia a piccole dosi. Mi viene in mente una battuta che abbiam sentito in questi giorni da turisti che commentavano tra loro “Guarda, anche l’indigeno viene a prendere il caffè”. L’India si presta molto a letture superficiali & banalizzanti, soprattutto se si ha la pretesa, la fretta, in qualche caso la presunzione di capire tutto subito.

P: Anche se poi le prime esclamazioni spontanee son superficiali per forza di cose: il tempo aiuta ad andare in profondità.

A: Secondo me dalla nostra cultura italiana ci approcciamo superficialmente perchè stiamo perdendo una dimensione per me essenziale della vita: lo stupore, che vuol dire la capacità di mettersi con predisposizione ed umiltà in ascolto di ciò che ti sta succedendo, di ciò che ti accade.

P: Anche Martini insiste sull’importanza del non perdere la capacità di stupirsi. Mi viene in mente l’emozione di ieri, del trovarmi di fronte alle donne dei Self Help Groups: percepivo vivamente una situazione che definirei quasi di privilegio nell’incontrare.. no, nello sfiorare, nel condividere la presenza per qualche minuto con persone portatrici tanto lontane di fatiche loro, di loro idee di bellezza. Per dire solo due cose.

A: Quello che mi fa riflettere, condividendo il tema di questa bellezza, è come in questi fugaci incontri si possa materializzare l’anonimo obolo della vedova, nel senso che un gesto di solidarietà fatto nell’anonimato ha permesso a queste donne di realizzare alcuni sogni essenziali per la loro vita. Allora il grande senso di responsabilità che ci deve accompagnare essendo testimoni privilegiati di questo scambio. E quindi il dovere, l’impegno di fare da ponte, da ripetitore, antenna, tutto ciò che può servire a trasmettere, riprodurre in modo più autentico possibile, le sensazioni di questi incontri, queste apparizioni.

P: Per cui anche il blog. Quando ero lì e loro parlavano in hindi al traduttore, una delle Babilonie in cui mi perdevo era il chiedermi come loro ci vedessero. Oltre che provare a trarre dai pochi indizi di cui disponevo elementi della loro quotidianità.

A: Magari ci vedevano come i Re Magi, visto il periodo… Ma forse non è mica tanto una battuta.

P: Poi mi chiedo..

A: ..chi si leggerà mai questo post?

P: Eh, eh, però noi scriviamo per noi stessi..

A: Scrivi: “essendo fondamentalmente egoisti”.

P: Poi mi chiedo..

A: Sono tuoi questi occhiali? Sembrano un po’ da femmina!

P: In realtà non ricordo, però confermi di essere legato ad una classica divisione in 2 generi. Mi chiedo: incontri così brevi, dove noi arriviamo armati di taccuino, macchina fotografica e telecamera, come alberi di Natale..

A: ..per rimanere in tema coi Re Magi? Forse sarebbe meglio specificare che è una battuta…

P: No, è sarcasmo, se si specifica, lo scritto perde di ritmo ed è un po’ un sottovalutare il lettore

A: Siccome non vogliamo sottovalutare il lettore d’ora in poi non lo sottolineeremo più

P: Quello che mi chiedevo è: come trasmettere una sensazione, un incontro così breve come quello dell’altro giorno?

A: Certe volte ci si deve abituare alle sensazioni brevi. Vuoi che riusciamo a prendere l’acqua? Con questo nuvolone.. Mi sa che siamo arrivati.

martedì 19 gennaio 2010

In certe situazioni non sono io, ma quello che rappresento.

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2010 01 18, 22e49, Pt Blair

 
Il giubileo argenteo che ha coinvolto le migliaia di cattolici andamani (su un totale di 36mila) che potevano raggiungere la capitale in questi giorni si è concluso e ci ha lasciati epidermicamente provati: il vescovo Alex ha organizzato oggi una tappa di chiusura su un’isola dove il sole mi pesta come certi umani europei spetasciano uno scarafaggio; solo una tale violenza può giustificare questo rossore. Al momento lo scarafaggio non sente niente, ma neanch’io. In seguito lo scarafaggio non sente più niente, io sì. Che poi, chissà cosa centro.

 



Ho la bella intuizione di spiegarlo a 50 ragazze dei 2 kishori che stiamo affiancando in questi anni. Ma prima spiego a voi cosa sono i kishori: si tratta di corsi femminili residenziali della durata di una decina di mesi finalizzati a emancipare giovani donne di villaggi, altrimenti costrette in casa con livelli di alfabetizzazione e socializzazione infimi. A me il progetto pare interessante e lo step di monitoraggio pomeridiano prevede un incontro frontale con le dirette destinatarie dei corsi. Step cui arriviamo colpevolmente in ritardo di un’ora e mezza, e nel quale vengo invitato a presentarmi in inglese per aprire l’incontro.

 

“Ciao, io sono Paolo, lavoro per Caritas Ambrosiana. Sono mortificato per il ritardo, vi chiedo scusa. Eravamo su Ross Island. “Ross” in italiano significa “rosso”, ed è questo il colore che ci vedete in volto. A noi Ross Island fa quest’effetto”.

 
In certe situazioni sono io, ma anche quello che rappresento.

 
Alberto credo abbia l’aria di chi si sta chiedendo se ho detto veramente quello che ha sentito, ma ripiglio il discorso e lo conduco verso lidi più fermi. Sedutomi, la sedia continua a dondolare, postumo dell’ondeggiante viaggio mattutino sul traghetto. Le ragazze, una alla volta, raccontano perché gli piace il kishori, cosa faranno dopo e cosa credono possa essere migliorabile; hanno già scritto i loro pensieri sul quaderno, qualcuna li sta ripassando nascostamente.

 
Una di loro spiega di avere guadagnato autostima, e che ora riesce a parlare tranquillamente a persone maggiori di lei. Le rispondo è vero: il suo discorso è proceduto spedito. A quel punto però nessuna se la sente più di prendere la parola. Arguto commento, Paolo.

 
Le ragazze maggiori sono mie coetanee, ma non è il fattore anagrafico che affatica il momento. È il ricoprire il ruolo del donor, di quello che aiuta, di chi per lavoro fa il buono. Ricordo sorridendo quando nelle prigioni etiopi cogli altri italiani, gente ben navigata, ci smarcavamo al momento della consegna ai prigionieri dei vestiti raccolti dalla cappellaneria; ma bisognava farlo. Le partnership ti vogliono protagonista anche di situazioni che magari non creeresti proprio così.

 
Ci penso un po’, un paio d’ore dopo, camminando sulla spiaggia. Lo sciabordio delle stelle, i granchi che fuggono ai miei passi tra le radici delle alte palme.

E poi arrivo in stanza, entro nel mio bagno e c’è uno.

 
Paolo: Scusi, non sapevo, non ho bussato..

 
Uno: …

 
Faccio per girarmi per uscire, ma m’avvedo che non è una persona, bensì uno scarafaggio. E ringhia al mio indirizzo.

 



In certe situazioni sono io e basta.

 

Pesto come il sole su certi italiani alla Ross Island.

 

Che poi, chissà cosa c’entra.