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mercoledì 25 novembre 2015

Indonesia: Never Say Less

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MIcaSCEmi si arricchisce della voce di Francesca, volontaria milanese in servizio civile all'estero inviata da Caritas Italiana in Indonesia attraverso il progetto "Caschi Bianchi".
La nostra è una comunità aperta e curiosa di conoscere nuovi contesti, quindi:

Benvenuta Siska!
[la redazione di Micascemi]


"Un luogo non è mai solo quel luogo: quel luogo siamo un pò anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati". A.T.

Quel luogo, per me, è l'Indonesia. È Pulau Nias, una piccola isola a largo di Nord Sumatra. È un luogo di cui non conoscevo nemmeno l'esistenza prima di partire o chissà,  forse dentro di me qualche invisibile collegamento già esisteva. 

Mi chiamo Francesca ma qui tra uno storpiamento ed un diminutivo mi hanno trasformata in Siska.
Arrivo un pochino in ritardo perché due mesi sono già trascorsi da quando sono partita. Riguardando indietro vedo quel turbinio di emozioni che ti invade, risento la paura di lasciare casa, gli amici, la famiglia. Risento il dubbio di lasciare indietro qualcosa di certo e sicuro per qualcosa che non conosco. Ma riesco anche a riprovare la stessa emozione, la stessa voglia e lo stesso entusiasmo nel dover affrontare qualcosa di nuovo, qualcosa che non so dove mi porterà e come mi cambierà. 

Ora sono già qui e il peggio è passato, potrei forse dire. Ora sono già qui e ogni mattina mi sveglio e mi sento ormai quasi a casa. 

Per spiegarvi che tipo di persone sono gli Indonesiani voglio raccontarvi una delle prime cose che ho imparato studiando la lingua: nella grammatica indonesiana non viene mai usato un termine di paragone negativo.

Jakarta lebih panas daripada Medan - Jakarta è più calda di Medan

Al contrario, non diranno mai, come invece noi facciamo:


Medan è meno calda di Jakarta ma
Medan lebih dingin daripada Jakarta - Medan è più fredda di Jakarta

La lingua che rispecchia la cultura, eccone un esempio perfetto. Never Say Less - mai pensare in negativo. 







martedì 25 gennaio 2011

Non a noi

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È che suonava bene anche come editoriale della newsletter, e quindi poi ho lasciato la missione a mezz'aria, ma ora è giusto che sto post torni a ricoprire il posto per cui era stato concepito, pur se in ritardo.



“Come se ogni pensiero che immaginavi nella mente fosse così intelligente che ti sembrava un crimine non condividerlo”.

Il New Yorker definisce i dialoghi di Aaron Sorkin per “Social network” “i migliori ascoltati dai tempi di Ben Hect e Preston Sturges”. In questi giorni ho trovato anche molto bellini i dialoghini de “La prima cosa bella”, ma riconosco che la frase che il babbo di fb si sente sparare dalla ex folgora.

Isole Andamane, ragazzi. Tappa breve, umida e sedentaria. Breve, umida e sedentaria. Aggettivi che non fanno onore a Port Blair e neanche ai nostri partner in loco. Ma tiro dritto, perché altrove voglio andare.

Una delle sensazioni più marcate è stata quella di sentirsi disegnati addosso i panni dei benefattori. Però è quello che è successo. Nella stanza di un'abitazione costruita dopo lo tsunami. Noi seduti su sedie. 50 donne indiane a terra, a raccontarci delle loro esperienze nei gruppi di mutuo auto aiuto cui appartengono.

Quand'ecco che una di loro prende la parola e noi non capiamo nulla delle sue accorate frasi fino a quando la traduttrice non ci sintetizza in inglese: "Vuole ringraziarvi personalmente per il bene che state facendo arrivando qua da così lontano a supportarle. Lei non avrebbe mai immaginato che potesse capitarle una cosa simile nella sua vita e non capisce perché voi lo facciate, ma vuole ringraziarvi".

Capisco che necessito di corsi di formazione per potere accogliere ringraziamenti affini senza desiderare di smaterializzarmi. Forse dovrebbe esistere una controfigura, agli antipodi del sempre buon Benjamin Malaussene (professione: capro espiatorio), qualcuno capace di rimanere lì, impassibile e sorridente, salvatore servitore e quelle cose lì. No perché, non faccio per dire, quando la ragazza del collegio c’indirizza un ringraziamento che sa di: “Prima di venire qui non sapevo che le donne avessero dei diritti, grazie a voi l’ho imparato”, a me viene da pensare ai coriandoli, ai paguri e a Houdini. Troppo imbarazzato e a disagio per accogliere dei grazie che mi spettano fino ad un certo punto.

Invece, a sorpresa, rimango lì serio e compiaciuto. Perché so cosa dire. In India, come in Nicaragua, come in Moldova o in Congo. Sappiamo cosa dire.

"Non siamo noi. Chi ha deciso di aiutarti sono loro, gli abitanti della nostra Diocesi".

Sarebbe stato un crimine non condividerlo?

mercoledì 8 dicembre 2010

A Chennai farai

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Lista dei supposti professionismi incrociati all’aeroporto di Chennai, in India

Il salutatore

Lo spostafile

L’apritore di passaporti

La controllora di passaporti

L’indicatore di valigie

Il porgitore di valigie

Il portatore di valigie, portante anche un cartello metallico lungo 2 metri con sovrascritto “portatore di valigie”

L’estirpatore di bigliettino nel passaporto

Il guardatore di viaggiatori

I guardatori di sé nel riflesso del vetro

L’ammiraglio controllore di biglietti aerei e riprenditore di addetti a qualcosa cercanti di bigiare il lavoro

Gli addetti a qualcosa

Lo scivolista

La scrutatrice di valigie

La supervisor del transfer di valigie che si dimentica di timbrare i biglietti

La militare cercante i timbri sui biglietti

Il militare non parlante

Alberto&Paolo


Virtuosismi da parabrezza

domenica 28 novembre 2010

Sriligioni

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Lo Sri Lanka ospita numerose confessioni. Non spontanee rivelazioni rispetto a misfatti passati, bensì religioni con verità e riti relativi.


Mi reco in un tempio buddhista, e a piedi nudi mi acciambello a fianco degli oranti (o tecnicamente forse solo recitanti). Da cattolico so non essere presente il Santissimo, ma da uomo vi percepisco una sacralità. Se vivessi in un Paese senza chiese, preferirei pregare in templi di altre religioni o in luoghi non dichiaratamente religiosi? E se un fedele di un’altra religione, che so, un induista, sentisse parimenti il desiderio di pregare i suoi dei in una chiesa cattolica, che effetto mi farebbe?

Beppe ci racconta come la bestemmia esista solo in Italia, e Alberto si chiede quante preghiere ogni secondo vengano pronunciate sulla Terra. E verrà un secondo in cui, invece, la linea sarà libera? E un primo?

Un monaco dagli occhi truccati c’invita ad entrare a casa sua, il sacerdote che ci accompagna è suo amico e lui vuole fare la nostra conoscenza. Il sacerdote ci spiega come in ogni chiesa ci sia chi cerca più appassionatamente il dialogo e chi guarda ad esso come una deviazione dalla propria missione.

Scopriamo che “Dagoba” non è solo il nome del pianeta in cui Luke ha conosciuto il maestro Yoda, ma anche di alcuni cupole buddhiste dalla guglia prominente, di cui abbiamo visto un gran bell’esempio ad Anuradhapura.


2° me contengono qualche arma segreta che l’ONU sfodererà qdo gli alieni proveranno a sottometterci nel 2012 m.d.C. Qua c’è chi dice rappresentino il corpo del Buddha (…) chi crede rappresentino i 5 elementi.

- 5 elementi?
- Cosa ho scritto?
- Troppo cinema.. Quale sarebbe il 5°?
- Il nulla
- Il nulla non vale
- Quanto tempo mediti?
- Bella domanda. Vale tutto? Un’ora.
- Al giorno?
- Alla vita

Accendiamo un lumino che un solerte cacciatore di turisti ci offre. Il mio non prende fuoco, allora provo ad appizzarlo da quello di Alberto. Ottengo il risultato di spegnerlo. Il cacciatore ci soccorre e, riaccesi entrambi, sentiamo uno scroscio nel cielo. Sperando che la cupola non si divida (non siamo pronti per l’invasione), capiamo che ad Anuradhapura abbiam dato tutto.


Paolo

ps. A Badulla, prima di iniziare le lezioni, gli studenti meditano per un’ora in piedi, immobili ed eleganti nel portamento e nella loro divisa scolastica “so Brit”

Foto di Alberto Minoia

Su al Nord

2 commenti:
Anuradhapura, 23 novembre 2010

Un po’ x scrivere un post ad “Anuradhapura” (che il correttore ortografico di Word2007 già conosceva), un po’ x scrivere che del lembo di missione al nord, a Jaffna e a Kilinochchi (che il correttore ortografico di word2007, a qsto punto con l’iniziale minuscola, non conosceva, con mio sentimento di rivalsa), non se ne potrà scrivere. Perché è meglio di no, ci viene spiegato. E noi, dalla zona militarizzata dello Sri Lanka, non si può che obbedire. L’unica nazione che ha sconfitto il terrorismo, vien detto da una parte.

Tra le cose che non si possono scrivere ci sarebbe sincero apprezzamento per alcuni, non perché a loro cambi qcsa (beh, purtroppo sì, ma forse in peggio), ma x la dedizione ammirevole alla propria missione. Con un pezzo di bomba nella testa e cicatrici nel cuore.

E poi i bambini, che sono coloro che le guerre meno le possono capire e più se le portano addosso, svuotati di anni di sorrisi e di corse alla porta di casa. Giocare con loro non era richiesto dalla missione, ma l’ha spruzzata di un senso, emotivo, che non vorrei smarrire.


Sempre lodato sia il cicicicià.

Un’immagine memorizzata in qste giornate è una ragazza con una maglietta nera di google che passa sotto un arco artigianale creato con il corpo ferro che sostiene le catene due altalene, con le stesse ormai inestricabilmente arrotolate sopra, gingilli che guerra e tecnologia, dove autonome, dove compresenti, rendono decadenti ornamenti delle odierne cittadine.

Salendo al nord si avvistano con frequenza cartelloni pubblicitari volti verso i mezzi che arrivano. Spot di assicurazioni e telefonini e shampoo. Nel nulla delle brughiere bruciate dagli scontri e delle paludi abbandonate ad antiche solitudini, la vita riprende a rilucere dai cartelloni rappresentanti occidentali sorridenti.

Beppe ci ha omaggiato di un quaderno fatto al 50% di sterco riciclato di elefante: in Sri Lanka i 2800 elefanti rimasti sono considerati animali nobili e cortesi, meno che dai contadini, che ne invocano il trasferimento. Si dice che questo sia l’unico posto del pianeta dove puoi avere le balene davanti e gli elefanti dietro. Non una posizione esattamente comoda.


Badulla, 24 novembre 2010

I pachidermi sembra che portino fortuna perché vicini alle nuvole, e quindi alla pioggia. Certo è che forse ne portano troppa, considerati gli allagamenti a Colombo di oggi e la nostra traversata a sud in macchina fino a Badulla, contro muri d’acqua e banchi di nebbia. Ha smesso di piovere solo nelle occasioni di visite in cui dovevamo avanzare a piedi scalzi, per poi riprendere burlone quando ci trovavamo troppo distanti dalle nostre scarpe sportive.

Talvolta una statua gigante del Buddha inframezza il panorama. Altrimenti tutto verde. Alberto ipotizza che il verde nasca da qua e poi venga esportato. Certamente questo succede con il tè. Quello verde e quello nero.


Paolo

Foto di Alberto Minoia

domenica 21 novembre 2010

Oh, Kandy!

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Poi andiamo a Kandy, nel bel mezzo dell’isola, all’altitudine di mezzo km, resistita alle occupazioni straniere 3 secoli + del resto del Paese.

Giusto per: la nostra visita a Kandy non ha niente a che vedere con il pullulìo di cartoni animati vintage sulle immagini di profili facebook; quella è Candy. Ci dà invece da vedere un pullulìo di animali: elefanti, similiguana, scimmie, scoiattoli. Niente draghi o lupi, ma qsta è la fine.

Qsto è l’inizio: ci rechiamo in treno, ed è un bel recarsi: la nostra carrozza di seconda classe è confortevole e ci dà modo di osservare il panorama alla comoda velocità media di 28 kmh. L’unico mezzo di trasporto, 2° Alberto, sul quale è possibile fare girare l’hula hop da fermi.

Dettaglio della cucina del Seminario cattolico di Kandy, di Alberto Minoia

A Kandy vi è il seminario nazionale srilankese, dove siamo ospitati dal premuroso Father Raveen, e il Tempio del Sacro Dente, per la precisione il canino sx del Buddha. Lo Sri Lanka è (ancor di + dopo il conflitto interno concluso nell’aprile del 2009) un Paese a maggioranza buddhista, ed abbiamo occasione di visitare tale reliquia. Questa è conservata, piccola matrioska, dentro 7 scrigni dorati e quindi non visibile.

Lo spettacolo più interessante è costituito dalla situazione sociale che si crea nell'ambiente adiacente: si tratta di uno spazio poco più ampio di un corridoio ad un lato lungo del quale stanno i fedeli, in contemplazione, mentre al centro dell’altro lato lungo lo spazio con il venerato dente, dietro una coperta di fiori. E fin qua, nulla di rilevante. Ma in mezzo al corridoio ci stanno i turisti (“occidentali” e asiatici) meno toccati dalla sacralità della (circo)stanza che, armati fino ai ***** di tecnologia, fotografano gli scrigni. E anche qua: può indispettire, ma è un classico dell’arte religiosa: se esposta in luoghi di culto si presta, quando non è proibito, ad essere contemporaneamente oggetto di preghiere e flash. La mia sorpresa sta nel fatto che il mirino degli apparecchi era sovente puntato sulle scimmie aggrappate fuori, nell’apparente indifferenza verso il raccoglimento dei credenti (perché in Sri Lanka il Buddhismo è considerato “religione”), davanti ai quali si sostava rumorosamente.

Dettaglio della camera del Sacro Dente, di Alberto Minoia

Scritta temo non renda, ma non c'è tempo per perfezionare; e c’è anche da dire che parevamo gli unici stupiti da tutto ciò e forse dovrei meditare a riguardo. Intanto, dopo avere filmato la scena (...), l’ho scritto qua. A fianco di 1 avvertimento maschile: ricordatevi di portare mutande quando andate in Sri Lanka. E se doveste accidentalmente –capita- dimenticarle e non aveste raggiunto –capita- considerevoli picchi di sobrietà nello stile di vita, acquistatele di misure enormi, a prescindere dalla vostra –capita- virilità. Pare che il bacino srilankese sia insospettabilmente stretto. Un bacinino. O che il negozio vendesse abbigliamento per minori, ma preferisco non pensarci.

Siam certi che il nostro inglese risulta incomprensibile ai più: le mie battute migliori ieri sono state accolte con incorrotti silenzi dall’assemblea di seminaristi (e la buona sorte vuole che io non rida delle mie battute); c’è da registrare, però, lodevoli tentativi di italiano da parte di 1 aitante studente che ci ha raccontato di conoscere un lupo che aveva a che fare con un drago e per questo era spesso fuori di testa. Agli strabuzzamenti miei e di Alberto ci ha tradotto in inglese che conosceva un gruppo di tossicodipendenti.

Ci siamo divertiti: un po’ di interreligiosità qua a Kandy che quella si può scrivere (rimangono rispettosamente nella tastiera le centinaia di freddure con "denti"), ma ne servirebbe di più. E di trasversalità mediatiche. E quelle, invece, bastano così.

Kandy, oh Kandy, nella vita sola non sei,
anche nella neve più bianca, più alta che mai
Kandy, oh Kandy, che sorrisi grandi che fai,
che sapore dolce, che occhi puliti che hai...


Paolo

sabato 20 novembre 2010

E fu Sri Lanka

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E fu sera e fu mattina. Quasi niente notte. Funziona così qdo voli ad est di sera.

E fu Milano e fu Colombo. Quasi niente Dubai. Funziona così qdo il volo è in ritardo e lo scalo è uno scalino.

Voli subito di nuovo. Inciampi. Nel sonno.

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Ad accoglierci con una rosa il buon Beppe, cauntrirèp di Caritas Italiana, ed una capitale srilankese in festa, che il suo presidente e capo delle forze armate (e da domani anche ministro delle finanze e ministro dei trasporti) Mahinda Rajapaksa inaugura un nuovo porto. Ma non è politica l'unica festa in cui incappiamo, dal momento che ci assediano simil-abeti decorati e slitte agganciate ad improbabili alci di cartapesta e canzoni cantate da rugosi afroamericani. Babbonatale è buddhista? Sverna in Sri Lanka?

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Il pomeriggio piove e al ritorno in guest house una banda di squatter ci attende in camera, a tenderci un agguato. Scarafaggi squatter. Grossa veloce scarpa da ginnastica. Pupille spalancate. Palpebre abbassate. Pupille spalancate. E fu notte e fu mattina.

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Ha così inizio la missione di Alberto e Paolo in Sri Lanka, isola dove si parla singalese; lo straniero non asiatico si chiama “suda” e risponde “sì” (c'è tanta umidità che i libri di notte si aprono a ventaglio, a favore degli squatter lettori), “signora” si dice “nohna” e non si può scrivere cosa rispondono le giovani italiane così appellate.

È il blog d Caritas Ambrosiana, fratelli. Non un tg italiano. Mica si può scrivere tutto, ci spiega Beppe.


Questa non è una foto significativa. E' l'unica che ho scattato prima che si esaurisse la batteria. Particolare della stazione ferroviaria di Colombo. Meglio una foto insignificante che niente.

Paolo

venerdì 20 agosto 2010

Phuket

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Sawadee!

Dopo una settimana tra pesce, pioggia e grigiume siamo stati catapultati nella spumeggiante Phuket. A causa di uno sfortunato bucato, che ad oggi non è ancora asciutto, abbiamo indossato gli stessi vestiti per ogni situazione: dal raccogliere ammassi di pattume ormai stratificati da decenni e pennellare pareti di legno di una “scuola” birmana al passeggiare nelle fashionissime strade di Patong e scatenandoci in sfrenate danze proibite nella peccaminosa Tiger discoteque.


Nell’isola, caratterizzata da profonde contraddizioni, guidati da Sister Làcana, abbiamo conosciuto i progetti delle Suore del Buon Pastore che offrono alle ragazze coinvolte nel turismo sessuale una seconda possibilità. La giornata che più ci ha coinvolti è stata quella trascorsa al Vocational Skills Centre, tra massaggi, acconciature ottocentesche e lezioni di inglese. Nel centro si cerca di far emergere le attitudini delle ragazze perché abbiano qualche strumento in più per poter riscattare la propria dignità e per poter migliorare le proprie condizioni di vita.


Vince il premio per il momento imbarazzo il seminarista che, sfoggiando i suoi morbidini fisherpants, resta in mutande per le strade di Patong.

Al secondo posto per il premio BayWatch la Deda che, dopo i primi tre metri di corsa alla Pamela Anderson, cade di faccia nell’acqua profonda dieci centimetri.

Ora andiamo a preparare la serata finale con i nostri amici thai.

Buoni ultimi giorni a tutti.

martedì 17 agosto 2010

I cantieristi thailandesi a Ranong

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Mingalabà!!!

Arrivando dal paradiso di Takuapà l'incontro-scontro con Ranong non potrebbe essere più disorientante. La pioggia incessante e il caldo esagerato rendono ogni cosa più faticosa e il grigio e l'umido sembrano penetrare sotto la pelle.

Città contesa tra 100.000 birmani e 30.000 thailandesi, Ranong sorge ai margini del fiume che segna il confine con il Myanmar, e riassume in sè il fascino della città di confine con l'essenza della conflittualità birmano-thailandese.

Schiacciati da una dittatura che si prolunga ormai dagli anni Sessanta i birmani sono emigrati in massa nella così vicina Thailandia, un paese con cui hanno storicamente un rapporto teso.

Il filo conduttore della nostra esperienza sono stati i progetti sulla salute dei Camilliani, della Nation Catholic Commission for Migrants e della comunità marista di father John.

Grazie a quest'ultimo - crocodile dandee in tonaca- abbiamo potuto ascoltare dalla viva voce di alcuni ragazzi birmani cosa significhi la condizione di migrante, diviso tra l'oppressione della patria e l'incertezza del futuro in una terra straniera non pronta a riconoscerli e tanto meno ad accettarli.

Camminando per le strade di Ranong, seguendo le orme dei volontari, abbiamo potuto percepire la speranza che nasce dal lavoro di ogni giorno di chi combatte perchè tantissimi bambini un giorno abbiano almeno l'arma dell'istruzione per garantirsi una propria dignità.

Le organizzazioni che lavorano su questo territorio hanno avuto la capacità di focalizzare il loro operare sull'educazione e la salute; ciò ha permesso la nascita dei learning centre, centri dove i bimbi birmani possono imparare il thailandese, l'inglese, la matematica e costruirsi così una via di uscita da una vita spesa sulle fatiscenti barche da pesca che affollano le acque del fiume.


La sensazione che ci lasciano pochi giorni a Ranong è quella di un susseguirsi incessante di odori, immagini, gusti, frastuono. E' l'entrare in una baracca, piccola e sporca, e guardando un uomo negli occhi sentirsi sommergere da una cascata di domande su cosa sia quella ricchezza che in fondo riusciamo a percepire in loro.

Forse che siano state fatte vibrare le corde delle nostre povertà.


Ed ecco a voi per concludere il sorriso di un bambino per la sua mamma nell'adoratissimo e festeggiatissimo Mother's day.

venerdì 6 agosto 2010

Canthaiere

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Sawadee a tutti!!

Eccoci di nuovo a raccontarvi le nostre avventure thailandesi.

Ieri, secondo programma, abbiamo passato la giornata al villaggio dei pescatori. Fuorviati da mendaci coordinatori, ci eravamo tutti illusi di andare a raccogliere splendide conchiglie su ancor più splendide spiagge; in realtà ci siamo trovati immersi fino al busto in una palude a raccogliere vongole!

La delusione, però, si è immediatamente trasformata in entusiasmo: nessuno di noi avrebbe mai immaginato fosse così divertente!! :)


In più le nostre fatiche sono state ripagate la sera, quando abbiamo cucinato e mangiato un italianissimo piatto di spaghetti alle vongole...delizioso!! Anche i nostri amici thai l’hanno apprezzato, facendo addirittura il bis.

Oggi invece è stata una giornata interreligiosa. Stamattina abbiamo incontrato i monaci buddisti, mentre nel pomeriggio (in realtà era ancora mattina, ma avendo pranzato alle 11.30...) abbiamo ascoltato l’imam di un villaggio muslim. Sono state entrambe esperienze intense, la prima per l’apertura mentale del monaco che ci ha illustrato il buddismo, la seconda per la semplicità dell’imam: un ometto in abiti da lavoro che guida la comunità da più di 18 anni.


Più tardi, quando era davvero pomeriggio, siamo andati a visitare la comunità dei morgan, i gipsy della thailandia. La loro vita è drasticamente cambiata con lo tsunami, ma era incredibile vedere come riuscissero a parlarne col sorriso.

Tornando al centro ci siamo fermati in spiaggia, questa volta davvero splendida! Momenti di puro delirio...guardare la foto per credere! :P


Stasera, invece, siamo andati a visitare il mercato di Takuapa, dedicandoci –stranamente- all’assaggio delle delizie locali.

Per ora è tutto, un saluto dai vostri cantieristi sempre più thai e sempre più grassi! :)

‘Sbella!

PS: se vi state chiedendo quale sia il mito locale, la risposta è: Doraemon!!

mercoledì 4 agosto 2010

Sawadee

1 commento:

Sawadee a tutti i cantieristi!!

Qui, sotto una pioggia monsonica, va tutto alla grande!

Ci stiamo divertendo un sacco e abbiamo già imparato un po' di vocaboli thai; il nostro preferito è YIM: sorriso :).

L'approccio con questa terra è stato prettamente culinario: il primo giorno non abbiamo fatto altro che mangiare! Maratona gastronomica!


Oggi invece abbiamo cominciato le attività con i bambini disabili del Camillian Centre, uno dei soli due centri per disabili della Thailandia.

Siamo andati a pranzare sul mare, poi abbiamo fatto una passeggiata drenante sulla spiaggia (la quale è costata parecchi pantaloni bagnati!).

Ora abbiamo un momento free alla base, più tardi andremo ad animare i ragazzi della Casa Don Bosco.

Per ora è tutto, 'BELLA!!

I cantieristi thai

domenica 28 febbraio 2010

1. ONE

3 commenti:
2010 02 11, Milano.

Mi giro e mi trovo di fronte una donna completamente blu. Non ho ancora visto Avatar, ma ora è lui che guarda me. Conseguenza del ritrovarmi in mezzo ad un raduno di cosplayer. Quando Ken il guerriero sfida la realtà dall’alto di un metro di passerella capisco che 2 parole sulla fine della missione dovrò scriverle. Due parole vorrei scriverle. Poi Julia lo raggiunge, i due si baciano, ed io mi dico che non è ancora ora. Ora. Mi giro intorno, sono l’unico “in borghese” e, in quanto tale, diverso.
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Lui è Douihg, un giovane Morgan: “Zingaro dei mari”. Un mese fa aveva tutte le dita, ma poi è successo che nella palafitta in cui vive con altri 2 ragazzi sono scomparsi dei soldi. Nessuno era stato. In questi casi la prova del fuoco rivelerà il colpevole. E così i tre cacciano la mano destra nelle braci: il 1° a levarla sarà il colpevole, lo sanno tutti. Ma nessuno ritira l’arto per un bel po’, fin quando non iniziano ad avvampare. Douigh perde l’anulare. I soldi saltano fuori, erano semplicemente sotto a dei panni, nessuno li aveva nascosti. Il fuoco non mente.


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Non è facile uscire dalle caselline. Quando una letterina è scritta in una casellina non ne esce più. Non è così semplice. Alcune persone non si rassegnano all’idea che io viva in Italia. Ogni volta che m’incrociano si sorprendono:
“Cosa ci fai tu a Milano?”
“Ci vivo”
“Beh, ma sei qua di passaggio, vero?”
“Siamo tutti qua di passaggio”
“Ma quando riparti?”
“Non saprei, non ho viaggi in programma”
“Non me lo vuoi dire?”
“No, è che davvero… ok, riparto ad aprile”
“Per dove?”
“Vado nel Combala”
“Ah, ecco, appunto, non ci sei mai!”
“Già”

Credo rassicuri sapere che io sia a spasso per il mondo: non so se x’ questo lo renda un posto migliore ai loro occhi, o forse x’ rende me una persona migliore, o forse ancora rende loro stesse persone migliori. Non credo si tratti soltanto di un economizzatore cognitivo: certo, è + facile non modificare il file nella loro testa “Paolo fuori dall’Italia”, ma non è solo quello. Percepisco in loro una sorta di delusione quando temono che io abbia deciso di fermarmi.

Ciò messo anni a capire che il logo della Feltrinelli rappresenta una F rovesciata. Era un logo che non avevo mai interpretato. Non mi era mai messo a cercare di capire da dove venisse. E dove andasse. Non mi era mai interessato farlo: la casellina in cui si trovava mi andava benissimo.
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Dov’erano finiti i Morgan ai tempi dello tsunami? Erano sulle colline: gli antenati li avevano tramandato che quando il mare si ritira poi ritorna. Più si ritira, più ritorna. Se si ritira un casino, poi è un casino. E mentre i turisti occidentali facevano foto ricordo sull’inaspettato bagnasciuga e i thailandesi raccoglievano pesci e ostriche scoperti dal rientro delle acque, loro salirono spaventati sulle colline. Per salvarsi.

Scelta identica la presero i Jarawa, sulle Andamane: loro sapevano che in questi casi bisognava seguire gli animali, e allora si misero dietro ai cani che fuggivano nell’entroterra. Per salvarsi.
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L’aereo che ci porta a casa sta sospeso per una notte lunghissima, viaggiamo colla luna, che cammina con noi. Avere la luna dalla propria parte è diverso da avere la luna e basta: è il sogno di un vampiro, non l’incubo di un lunatico. Quando atterro soffice sul manto innevato di Malpensa appena illuminato dall’alba, mi chiedo se mai Natale è passato. Sensazione che si prova quando non si chiude bene qualcosa, questa si sbrodola su parte della vita che segue. In fondo questo scritto svolge proprio la funzione del bavagliolo pulitore.
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Un bambino che nasce in ospedale, a Patong, e nel letto adiacente una mamma che muore. Dove sono finiti i Birmani? Quelli che ce la fanno emigrano massicciamente in Thailandia. Qua li attendono i destini più diversi. Questa donna ha 31 anni, è sposata da 4 mesi ad un suo connazionale venticinquenne; è il suo terzo marito e la donna ha un primogenito di 5 anni ed un secondogenito di 2 anni e mezzo. E poi ha l’aids. Sonima è l’operatrice Caritas che, tra le migliaia di altri compiti, va in ospedale a tradurle le domande dei medici, e ci racconta questa storia.  A mia volta traduco pezzetto dopo pezzetto ad Alberto, fino a quando non trovo più la voce, siamo alla fine della missione. Volto la testa ed Alberto ha inforcato gli occhiali da sole. Arrivano i due bambini, corrono dalla smunta mamma, che gli sorride: le parlocchiano un po’, ridendo. Non sanno che sta morendo, non sanno cos’è la morte, non sanno che il nuovo papà ha il visto in scadenza e a breve sarà rimpatriato; rimarranno da soli, a meno che Sonima non riesca in qualche miracolo burocratico, dice che ogni tanto gli viene, è un lavoro di diplomazia, reti, contatti. Come giocare a Shangai, salvare le bacchette senza smuoverne altre che potrebbero infastidirsi. Ed anche noi siamo diventati bastoncini di Shangai, la nostra missione rientra nel gioco della diplomazia. Lo sa fin troppo bene Mr. T, quando ci spiega come ha ricavato dalla nostra prima cena informazioni rispetto ai cibi che preferiamo, a quelli che ci fanno stare meno male ed agli ambienti serali di nostro maggiore gradimento. Mr. T, che persona.
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Portai i bagagli della Mangusta fino allo scompartimento giusto, poi andai a una bancarella a comprargli un dosa avvolto nella carta. Era il suo spuntino preferito, quando prendeva il treno. Ma prima di darglielo lo aprii e rimossi le patate buttandole in mezzo alle rotaie, perché le patate lo facevano scoreggiare, e la cosa lo metteva di cattivo umore. Un servo deve conoscere l’apparato digerente del suo padrone da cima a fondo, dalle labbra all’ano.
Aravind Adiga, La tigre bianca, Einaudi, 2008, Torino, pgg.101-102
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Come se il caporalato non fosse un fenomeno italiano. In Thailandia, largo del Mare delle Andamane, ci sono barconi con birmani clandestini a bordo, e i datori di lavoro li raggiungono e si scelgono i pezzi forti. Se uno (o una) rimane troppo sulla nave, non scelto, vien buttato in acqua. Ma è solo una delle storie che abbiam sentito. Ed in Italia ce ne sono altrettante.
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La teresina raccontava: “Mi chiedono perché io pensi solo ai lebbrosi, se gli altri non siano poveri. Beh, rispondo, io penso a questi, voi pensate a quelli!”.

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Max è un centrocampista dal piede educato e il passo saggio, se gli appoggi dietro la palla sai che questa tornerà su, ed è un bel sapere. Uscendo dal campo mi chiede com’è la Thailandia. Gli spiego che ci sono andato per lavoro, ma lo sapeva. Provo a formulare una risposta sensata, e accatasto lì qualcosa. Rincasando in concomitanza col concerto di Vasco, la missione asiatica non rientra nell’ordine del giorno, ma è giusto così: poche persone me ne hanno chiesto, oltre al taxista. È arrivata l’ora: se non la racconto a me, non riesco a raccontarla a nessuno.
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Frodo: Vorrei che non fosse accaduto nulla.
Gandalf: Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, ma non spetta a loro decidere; possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso.
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Lungi dal sentirci inseguiti dai Nazgul, riprendiamo ugualmente a correre appena scesi dalla scaletta. Il tempo che ci viene concesso è liminale e butto giù qualche riga (c’è chi la tira su, per reggere il ritmo). La missione è finita, vedremo cosa farne. Per intanto saluto i compagni di viaggio.
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Ciao. Dimenticavo: le prime due foto sono di Alberto Minoia.
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1 orizzontale: La fine della missione.

mercoledì 3 febbraio 2010

Ti piace vincere facile?

1 commento:

Scuola calcio Bang-dong. Iscrizione gratuita aperta a Mr. Pao Loo e a uomini birmani di età non superiore ai 12 anni. Ogni allenamento durerà 12 minuti. Per info rivolgersi a Mr. Alber Too.

domenica 31 gennaio 2010

Diapoghi Thai

3 commenti:
Scrivo mail lavorative, mentre il nostro fuoristrada sfreccia a 107kmh da Ranong a Takuapa, alzo la testa e in direzione opposta viene un bimbetto. Non ha più anni della dita di una mano e pedala faticosamente, levato sui pedali. In brevissimo lo superiamo, i miei occhi lo seguono e osservano che da dietro gli cinge la vita la minuscola sorella seduta sul sellino della bicicletta.



Non è una foto, ma guardateveli anche voi. Questi sono solo i primi, ve ne mostro un po’, qualcuno velo faccio ascoltare. Stavolta mi faccio da parte. Inizio con il disegno di un bambino che visse lo tsunami da vicino.


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Dopo 5 anni di studi di filosofia a Bangkok, Benjamin ritorna a casa dai suoi, nel centro sud thailandese.


- Bentornato Ben, puoi dirmi come faccio ad aumentare la resa delle piante di ananas?


- Mm.. Non lo so, mamma.


- Fantastico. Hai studiato per 5 anni e torni più inutile di prima.


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Un operatore di Caritas Belgium osserva che un problema della lingua Thai è che alcune parole hanno un significato che dipende dal tono d voce. Quindi la prima volta che senti parlare qualcuno e non ne conosci il tono è complesso capire quei termini, soprattutto se sei “farang”, straniero (simile al “ferengi” etiope..).


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- Tutto il mondo dovrebbe parlare Thai


- E perché?


- Perché da qua passano tutti: tedeschi, italiani, belgi, statunitensi. Non sono mai andato da nessuna parte, devo impararla io la vostra lingua?


Ahivoi, triste metafora. Non solo avete da imparare la nostra lingua, ma per accedere ai fondi della cooperazione internazionale vi servirà imparare a scrivere e-mail, stendere progetti con analisi swot, allenarvi a capire a quali povertà siamo più sensibili e come compiacerci quando arriviamo in missione. I più sgamati tra voi impareranno a distinguere donors che apprezzeranno le vostre attività con la parte musulmana della popolazione e quelli invece da tenere all’oscuro di queste compromissioni.


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Risposta thai a domanda mirata: “Gli italiani sono come i cinesi: amano le feste, parlano molto e lavorano un sacco. I tedeschi sono come i giapponesi: rigidi, parlano poco e lavorano un sacco”.

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E la nostra barchetta arriva vicino alla costa opposta. Io indosso un cappello alla Brokebak Mountain che farà la felicità dei commentatori di sti post, Alberto appeso alla sua borsa fotografica (cui d'altronde dobbiamo qste foto) di sei chili sei. Credo che comprendere i sarcasmi che si scambiano i nostri accompagnatori da altre scialuppe varrebbe il prezzo della missione. Abbiamo appena camminato, equilibristi storti, su sottili tronchetti che circondavano le reti da pesca in mare, e siamo stati bravi, come l’operatore Caritas locale ci ha rivelato in seguito: “È molto facile camminare lì senza volare in acqua. Per me”. Poi siam montati al contrario sull'imbarcazioncina che ci avrebbe dovuto portare a visitare i raccoglitori di conchiglie. Ma vediamo nessun raccoglitore di conchiglie.



Fino a quando un uomo emerge dal mare. Abitante di Atlantide, saluta colle mani giunte davanti alla bocca (più alte le tieni più esprimi rispetto per il salutato) e dietro lui buca la superficie acquosa un ragazzo, con 3 ostriche in pugno. Ci sorride e lancia il bottino in una barca lì di fianco. A lato di questa si rivela una sirenetta che vistoci si reimmerge con un sorriso timido. Ma la sorpresa è dietro: l’ennesimo uomo completamente vestito si alza e tiene un bambino piccolo sulle spalle ed erano entrambi sott’acqua. Persone anfibie. Se fossi in voi non mi crederei.