Visualizzazione post con etichetta Indonesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Indonesia. Mostra tutti i post

martedì 17 settembre 2019

Indonesia. Prendersi cura.

Nessun commento:

Ricordo ancora i mille pensieri, mentre all'incontro informativo nella sede di Caritas ascoltavo testimonianze e spiegazioni sull'esperienza di condivisione e servizio per i giovani della Diocesi di Milano, che da 23 edizioni permette a tantissimi ragazzi di vivere ogni estate i Cantieri della Solidarietà, in tutto il mondo. Occasione di conoscenza e dialogo interculturale e interreligioso, bellezza dell'incontro con gli altri, impegno, mettersi in gioco: tutto questo era già dentro di me. 
Scelgo di starci, in tutto questo.

“Wow, che bello!”, “Hai deciso quindi?”, “Hai fatto bene!”, “Sei coraggiosa!”... ma anche “Non era meglio mandare i soldi?” o “Perché non due settimane al mare?”: tentazione “diabolica”, l'avrebbe definita don Mario Antonelli al Mandato missionario nella Basilica di Sant'Eustorgio, di rinchiudersi, la paura che si insinua, ‘Cosa ci vai a fare in Indonesia tre settimane?, Cosa pensi di fare?'. Prevale invece l'energia buona, positiva e contagiosa, e il desiderio che si rifletta nei nostri occhi, nei nostri sorrisi, nei nostri abbracci, nella cura e nella tenerezza che rivolgeremo ad ogni 'piccolo' o grande che incontreremo. 

Mai avrei pensato all'Indonesia, probabilmente... a quell'isola, Nias, ai margini, mai sentita prima, che fa parte (leggo nel dossier) di un arcipelago composto da più di 17mila isole (!!!): ma, si sa, il destino a volte ha più fantasia di noi. E allora qualunque posto in cui sei chiamato a metterti al servizio va bene, qualunque posto del mondo può essere casa, se lo si vuole. 

Dubbi, preparativi, si parte: e se con una ragazza casualmente ci si conosce da una precedente esperienza estiva che ci ha viste in cammino lungo la Via Francigena, è bello aprirsi e incontrare anche altri giovani che, forse, altrimenti non avrei avuto la fortuna di conoscere. 


Mi preparo a vivere pienamente ogni cosa: tutto, che sia un incontro o un'attività! 23 giorni sembrano tanti ma trascorrono veloci, soprattutto se vissuti come veniamo accolti noi: bambini pieni di gioia che ci attorniano appena arriviamo nella nostra comunità, desiderosi di conoscerci e di farsi conoscere. Da lì in poi è un susseguirsi di giochi, conoscenze, novità. 

Le differenze rispetto alla nostra quotidianità sono abissali ma mi accorgo che, seppure costi fatica e un notevole spirito di adattamento, riusciamo ad abituarci persino all'acqua gelata del mandi sulla schiena, a camminare scalzi su terra e fango o a mangiare con le mani riso e verdure piccanti… Riusciamo a non demotivarci se l’attività programmata non funziona pienamente, viste anche le numerose e diverse problematiche dei bambini e dei ragazzi con cui ci entriamo in contatto, e, con un po’ di elasticità, valutando il contesto, i problemi si risolvono. Soprattutto le cose assumono un senso diverso, se si è capaci di guardare “davvero” chi si ha di fronte, a mettersi empaticamente nei suoi panni, ad abbassarsi alla sua altezza, ad ascoltare, capire, e da lì inventare, con creatività, e sperimentare… e a vivere con meno ansie, nonostante i problemi siano maggiori, a Nias, una delle zone più povere e arretrate dell’Indonesia.


Le parole indonesiane necessarie per comunicare le annotiamo su blocchi e cellulari, cercando di memorizzarle, ma sono soprattutto il guardarsi negli occhi, il prendersi per mano, il sorridersi, le carezze, gli abbracci e perché no, il solletico, il rincorrersi, i colori, che ci permettono di comprenderci, giocare, dimostrare quanto ci teniamo e quanto vogliamo loro bene.


Feni, vivacissima, imbronciata con poco ma pronta a ridere con nulla; Herman che guarda il cielo e, con la sua voce inconfondibile, dice “Monson” e di lì a poco, ecco il diluvio universale; Mawar che non parla ma gli ultimi giorni rigava il viso con le dita a segnare le lacrime perché stavamo per partire; la dolce Rena... ho ancora negli occhi la cura con cui modellava con l’unica mano la pasta di sale; Sepi che giocava a cucù con la sedia durante il pranzo; Peter, sfuggente a ogni tipo di gioco ma, quando con fatica ci riuscivi, che bello vederlo davvero coinvolto in qualcosa; Tasya che mi stringeva fortissimo… e tutti gli altri, che ci hanno regalato momenti unici che rimangono nel cuore


Poi, non si sa come, sembra che il tempo acceleri di colpo e dalla malinconia dell’ultimo giorno ti ritrovi a casa, a riprendere le redini della frenetica vita milanese. Le domande, allora, iniziano a prendere forma, insieme alla gratitudine profonda. Quesiti che spesso non hanno risposta, come il fatto che, a seconda del luogo, la tua vita ne sia inevitabilmente condizionata: le possibilità, così differenti dalle nostre, dei ragazzi incontrati, che devono fare i conti con medicine costose, povertà energetica, formazione ridotta, consuetudini radicate. E, allora, quello che abbiamo fatto in tre settimane forse non avrà cambiato le loro vite, o forse in una piccola parte sì, chi lo sa, ma sicuramente ha cambiato la mia. Mi ha permesso di tornare a stupirmi per tutto ciò che ancora c’è di bello da scoprire, di vivere la bellezza della semplicità, nella condivisione essenziale e vera con altre persone, e di ricordarmi di non permettere a nessuna paura di bloccarci, rinchiudere porte, braccia, cuori: quello che puoi fare tu è molto, e se tutti facciamo qualcosa, il mondo sarà davvero migliore

Letizia Gualdoni


lunedì 2 settembre 2019

Indonesia. Ogni partenza porta sempre con sé un ritorno.

Nessun commento:

Ogni partenza porta sempre con sé un ritorno e questo è il momento di tornare a casa. Vestiti sporchi, abbronzatura da pantaloncini e maglietta, bagagli che rientrano nei limiti. Per fortuna l’unico bagaglio di cui non controllano il peso per l’aereo è il cuore, altrimenti avrei dovuto pagare il supplemento.
Avrei potuto decidere di andare a Capri, a Formentera o all'isola d’Elba. E invece ho deciso di partire per una piccolissima isola dell’Indonesia, Nias, che fin da subito ho percepito come casa.
What is home? In queste settimane spesso risuonava in me questa domanda. 

Casa è quando hai qualcuno che ti aspetta. 
Casa a Gunungsitoli sono i bambini che ti aspettano alla porta e ciascuno a modo suo vuole farti vedere che è contento di vederti.

Casa è quando hai una mamma che ti chiede “dove vai e quando torni”. 
Casa a Gunungsitoli sono Natalia, suster Sinta e tutte le altre che, come delle mamme, hanno sempre pronta la domanda “dari mana?” per paura di lasciarci andare soli. 


Casa è quando hai dei fratelli con cui crescere. 
Casa a Gunungsitoli sono Davide, Luca, Andrea, Marianna e Letizia che, come fratelli, sono riusciti a farmi sentire e vivere la baraonda che, solo chi ha fratelli, conosce.



Casa è fatta di suoni, voci, rumori.
Casa a Gunungsitoli sono le risate di Lestari, il clacson dei motorini, la prepotenza delle onde dell’oceano e, aime, anche l’incessante miagolio di big red boy.


Casa, quando viene vissuta, è impregnata di odori. 
Casa a Gunungsitoli è il profumo di caffè la mattina (perché riso e pesce l’abbiamo sopportato solo una volta), i vestiti sudati e il profumo di borotalco dei bambini dopo il mandi. 

In ogni casa si incrociano sguardi e a volta bastano solo questi per intendersi. 
Casa a Gunungsitoli sono tutte le persone che chiedevano “foto all’uomo bianco” come se fossimo reperti di un museo, gli occhi di Endy che guarda con meraviglia le sue mani colorate di tempere e quelli di Mauar che parlano da soli.

Ogni casa ha sempre una porta d’ingresso: di legno, blindata o semplicemente una foglia di palma. 
Casa a Gunungsitoli è una porta aperta, pronta ad accogliere ma anche a lasciar andare via, perché prendersi cura significa anche questo. 

“Si corre il rischio di piangere un poco quando ci si lascia addomesticare”. 
Grazie Gunungsitoli per tutto questo. 
Grazie Gunungsitoli per avermi ricordato, ancora una volta, che se hai il cuore pronto a ricevere, qualsiasi luogo può diventare casa.

Marta



lunedì 26 agosto 2019

Indonesia. Tante note, una sola melodia.

Nessun commento:

Emozioni e Sensazioni di un Cantiere della Solidarietà in Indonesia

Attesa, entusiasmo, gioia, stupore… incoscienza o coraggio? Cinque persone praticamente sconosciute, una casa da lasciare, la propria, seppure per poche settimane. Ci siamo! Ci vediamo, ci parliamo, ci scambiamo le prime impressioni e ansie “Quali vaccini hai fatto?” e ancora “La mia valigia pesa troppo: sono 23 kg, lasciamo qualcosa”. Lasciare per partire o ripartire, lasciare indietro qualcosa e fare posto ad altro. Ci fidiamo, ci affidiamo uno all'altro.
Si parte! Ricordi indelebili… Sguardi tra passeggeri, domande: “Dove andate?” “Bali. Svago, relax, vita mondana, turismo. E voi?” “Nias!” “Dove??!” Posto dimenticato, sperduto (o quasi), per il primo Cantiere della solidarietà in Indonesia. Il tempo in aereo porta con sé il nostro carico di pensieri: una sconosciuta terra tutta da scoprire.

Al nostro arrivo ecco Andrea, la “boss”, la nostra coordinatrice: pantaloni corti e felpa (farà mica freddo? Dove staremo? Dai, forse e’ solo un suo modo di vestire…). Carichiamo i bagagli nel nostro pulmino e via.
Nias ci accoglie con l’odore di salsedine e di smog, con le folate acri dei rifiuti bruciati e l’olezzo nauseante del durian che si vende a bordo strada (e che qui, per qualche strana ragione, trovano gustoso). Il paesaggio verde della foresta, il sole sul mare agitato, Gunung Sitoli con il suo caotico ritmo. Distese di palme, banani, alberi di cacao, papaya e molte altre varietà, cemento, asfalto e sterrato che si districa nella giungla, qua e la’ squarci nel terreno, sali e scendi, buchi, crateri, qualche rattoppo provvisorio con pietre e tronchi, poche decine di km comportano diverse ore di strada.



Eccoci a Wisma Alma, la casa delle suore Alma. Titubanze, incertezze, e timidezza frenano: entriamo in punta di piedi! Ma siamo pronti a cambiare, adattarci, gustare cio’ che e’ nuovo, diverso, vivere questa esperienza con tutti noi stessi. Affrontare ogni esperienza, attività’, incontro, con totale intensità, sperimentare attraverso il nostro corpo, i sensi, il cuore e la mente.Sguardi, saluti, sorrisi… Mani che ti sfiorano e portano la tua alla fronte e poi al cuore, in un gesto di rispetto, mani che, nei giorni successivi, sciolti i timori, diventano strumenti per giocare e comunicare, mani per prendersi per mano, per ballare insieme o unirsi in preghiera.
“What is home?”
In queste settimane spesso risuonava in noi questa domanda. Ce lo siamo chiesti qui, in una realtà totalmente diversa dalla nostra, in Indonesia, su un`isoletta di cui, fino a pochi mesi fa, ignoravamo l'esistenza e che ora, in qualche modo, ha cambiato per sempre la nostra.Casa e’ quando hai qualcuno che ti aspetta. Per noi, casa sono i bambini che ci aspettano e ci dimostrano, nonostante le loro problematiche, quanto sono contenti di vederci.


Casa e’ quando hai qualcuno con cui crescere. E noi siamo cresciuti come amici e come fratelli, in queste settimane.

Casa sono i suoni, le voci e i rumori: le risate di Lestari che ci saltella intorno in maniera sconclusionata, il clacson dei motorini della becak, la sveglia della mattina con un`improbabile canzone indonesiana, il suono delle onde del mare (e l’incessante miagolio di Big Red Boy).
Casa e’  qualcuno che ti vuole bene, ti protegge, ti aiuta. E’ dove puoi essere te stesso, migliorando ogni giorno di più. Difficile sperimentarla qui, nella comunità in cui ci siamo inseriti per poche settimane (qualcuno potrebbe pensare…) eppure una sensazione così naturale, percepita sin dai primi giorni.
Casa sono i profumi e gli odori che accompagnano chi ci vive. Il profumo di caffè (il nasi goreng alle 8 del mattino e lo abbiamo azzardato solo un giorno), l'odore dei vestiti da lavare, il profumo di borotalco dei bambini dopo il mandi, gli insetticidi spruzzati generosamente per proteggersi dalla malaria. Il nostro quotidiano profuma di pioggia e terra bagnata, di aglio e di fritto (e quando assaggi qualsiasi cosa, come dimenticare il peperoncino che ti esplode in bocca a poco a poco?).
In ogni casa si incrociano sguardi e a volte bastano solo questi per intendersi. Come quelli di Endy che guarda con meraviglia le nostre mani colorate di tempera e quelli di Mawar che parlano da soli. Casa, qui, e’ una porta aperta, pronta ad accogliere ma anche a lasciar andare via, perché prendersi cura significa anche questo.



Le case che abbiamo visto sono semplicissime, non rispecchiano proprio la nostra idea di stabilità e comfort: spesso sono strutture di legno e lamiera (o foglie di palma), dove a volte mancano luce e acqua corrente, che si affacciano sulle pochissime strade che collegano l'Isola, la bandiera bianca e rossa che sventola vicina, le tombe dei propri cari e un sorriso gentile e curioso sulla soglia sempre pronto a salutarti. Eppure per queste persone e’ casa. E’ tutto ciò che hanno, e’ il loro mondo.

E allora che cosa si può chiamare casa? Sicuramente casa e’ un tetto sopra la testa, un letto in cui riposare, un tavolo attorno a cui riunirsi per condividere il cibo, una porta da lasciare aperta per accogliere chi sta fuori, una finestra da cui affacciarsi per cominciare a guardare il mondo. Ma casa e` soprattutto il luogo degli affetti e dei ricordi, dove si impara a conoscere e crescere.Casa e’ famiglia: se ci siamo sentiti subito a casa o se siamo stati capaci di fare questo posto casa nostra in così` breve tempo, e’ stato grazie alle dolci premure delle suore, ai bambini che ci cercavano per giocare in ogni momento incuranti della nostra stanchezza chiamandoci con Abang e Kakak, fratello e sorella. E' stato grazie a Tule che passeggiava, quasi ballando, sempre davanti alla veranda, a Iggo e a tutti gli altri che, curiosi, ci chiedevano “Ke mana?”, a Erman che e’ un tuttofare sempre pronto a risolvere ogni problema, a Riski che per una settimana intera ogni giorno ha tentato di mangiare a tavola con noi a colazione, pranzo e cena. Gli occhi scuri dei bimbi, che sembrano scrutarti nell’anima e non potremo mai dimenticare. Sguardi profondi, intensi, di chi sembra aver già vissuto una vita intera anche se ha solo pochi anni. I più forti che si prendono cura dei più deboli, sempre, senza che questi debbano chiedere aiuto. Si aiutano anche tra sconosciuti, senza chiedere nulla in cambio. Dove abbiamo sbagliato noi occidentali per diventare indifferenti come siamo?
I bambini non fanno altro che chiedere qual è  il giorno del rientro e l'espressione che utilizzano più spesso e’ “tidak usah pulag”, non e` necessario tornare in Italia, e’  inutile, “Di sini saja”, state qui. Sara’  durissima salutare tutti, al termine della nostra esperienza.
Abbiamo imparato a parlare attraverso gli ultrasuoni, con le mani, con la mente. Gli odori e le abitudini insolite sono diventate la norma e ci si chiede come potremo farne a meno. Abbiamo fatto tante cose e diverse (il tempo e’ volato inesorabilmente) senza dimenticarci di farle con calma e cura, ascoltando, osservando, mettendoci in gioco. Il nostro metterci a servizio lo abbiamo tradotto soprattutto con la presenza con cui siamo stati insieme, prima di tutto.
Abbiamo dormito poco, il sole ha bruciato la nostra pelle, la pioggia ci ha colti spesso di sorpresa e abbiamo ricevuto tanti abbracci inaspettati. In poco tempo noi, i bambini, le educatrici, le Suster, siamo stati in grado di raggiungere un`affiatamento e una vicinanza che mai ci saremmo neppure immaginati. Questo amore è stato un dono per ciascuno di noi. Abbiamo provato a donare qualcosa in più e abbiamo ricevuto molto di più di quello che abbiamo dato. Siamo stati nutriti, aiutati nel momento del bisogno, coccolati, accolti e tra noi abbiamo fatto altrettanto.
Ci siamo scoperti diversi e insieme così simili. Come tante note colorate di un pentagramma che crea una musica bellissima: Banyak not-not, satu lagu. Tutti con lo stesso inesauribile bisogno di amore. E se ti senti a casa, sei capace di esprimerlo, nella cura, nei sorrisi, nei piccoli gesti. Riesci così a sentire tutto l’amore, pienamente, nella gratitudine profonda per tutto quanto hai ricevuto in dono, e a regalare agli altri tutto quello che sei.


Sei teste, sei cuori, questi sono i nostri pensieri, una sola melodia.





giovedì 28 marzo 2019

Keluarga Besar, la mia nuova grande famiglia

Nessun commento:
Oramai sono passati due mesi dal mio arrivo a Gunung Sitoli. Finalmente mi ritrovo su questa pagina bianca a condividere i miei pensieri, il mio ruolo, le mie impressioni e a ricordare il primo giorno in cui sono arrivata qui, alla Wisma Alma, la casa delle sorelle Alma.
Il primo giorno Rena mi ha presa per mano e mi ha portata a conoscere i bambini. Tutti parlavano, chiedevano, cercavano un contatto fisico, di tenermi una mano, mi prendevano in giro. Successivamente, dopo essermi seduta accanto a Nenek (nonna), che parla solo la lingua locale, Li Niha, (ancora adesso non mi spiego come abbiamo fatto a parlare per cosi tanto tempo), sono arrivati i bambini. Samson ha appoggiato la sua testa sulle mie gambe, Lestari mi ha chiesto sette volte se avevo mangiato il tofu che mi avevano preparato, Rena mi guardava e sorrideva dolcemente. Lestari mi spiegava, perdipiù che problema ha, Rena invece si definiva semplicemente stupida, bodoh. Alcuni erano cosi svelti nello spiegarsi, veloci e si autodefinivano intelligenti. Mattias, ricordo, mi aveva chiesto se avevo l'abitudine di pregare e sopratutto se prego per i cari che non ci sono più. I bambini, sin da subito, hanno voluto dirmi qualcosa di loro, ma non di personale, volevano farsi conoscere. Lanciavano piccoli messaggi per farlo, volevano anche conoscermi, ma sopratutto volevano farsi conoscere.
Nessuno Selamat Datang ufficiale ed entrare in punta di piedi mi ha permesso di scivolare con delicatezza in questa piccola comunità cosi libera, fluida e caotica, una comunità che mi piace pensare come alla mia nuova grande famiglia.
Ognuno, qui, ha il suo ruolo. A ogni bambino ne viene affidato un altro, in modo tale che tutti crescano proteggendosi e prendendosi cura l'uno dell'altro. Il ritmo giornaliero e' quello di una qualsiasi famiglia. Ci si sveglia, si fa colazione, si va a scuola, si rientra, si pranza, si fa il sonnellino pomeridiano, si gioca o si fanno i compiti. Ognuno ha il suo ruolo, i suoi tempi, i suoi spazi, ma si condivide tutto. Per fortuna riesco a parlare, riesco a comunicare con facilita', per cui sin da subito ho sentito l’esigenza di avere anche io un ruolo, ma non come volontaria, non come lavoratrice o educatrice, ma come sorella. E’ questo quello che penso ora di questa comunità nella quale svolgo parte del mio servizio civile e vivo, penso sia la mia famiglia a Gunung Sitoli. In fondo qui siamo tutti diversi l’uno dall'altro, ognuno con le proprie diversità in un certo senso, ma insieme ci conosciamo e ci sentiamo una famiglia normale e ognuno di noi fa quello che può quotidianamente per farci stare bene tutti. Io con loro studio inglese, impariamo a usare il computer, cuciniamo, parliamo, giochiamo, alle volte in modo improvvisato, alle volte in modo più strutturato. Il sabato due volte al mese andiamo al mare e questo sabato, dato che ci sono le giostre sul lungo mare, andremo a divertirci. Il tempo scorre, giornate scandite dai doveri quotidiani e dai piaceri che riusciamo a ritagliarci tra una lezione d'inglese, I compiti, il doposcuola e le attività in giardino.
In tutto, qui, abitano 37 bambini, di un eta’ compresa tra i 4 e i 19 anni. C’e’ chi va all'asilo, chi alle medie e chi alle scuole superiori. C’e’ chi già’ lavora, perché non ha potuto frequentare la scuola, chi frequenta un corso professionale per diventare estetista; c’e’, poi, chi proprio vive su un piano diverso del nostro stesso mondo e con cui e’ sempre bello interagire, giocare e conoscersi in qualche modo. Inoltre vi sono 3 educatrici, Risna, Lyn e Linda e tre suore, Sintha, Vero e Lys. Qualche aiutante esterno e poi ci sono io, che mi sento parte di tutto questo, accolta e protetta. E’ cosi che lavoro qui, come una sorella, e cosi che ci si sente, in questa Keluarga Besar.

A presto!

Andrea




 



venerdì 26 agosto 2016

Indonesia: le lacrime, i sorrisi e i ritorni

Nessun commento:
Tornare. Ritornare dopo un anno a Nias. Mancano ormai un paio di giorni alla partenza e inesorabilmente, in questi ultima settimana, ho dovuto fare i conti con tutto quello che significa tornare in Italia e lasciare l'isola di Nias. Questo anno è stato difficile, non posso negarlo. Ripenso alle aspettative che avevo prima di partire, a Settembre, a quello che avrei trovato, alle persone che avrei incontrato ma le aspettative raramente coincidono con quello che la realtà ci mette di fronte. "Lo rifaresti? Se potessi tornare indietro sapendo cosa ti aspetta, partiresti di nuovo?" E la risposta è sì, è sempre sì, nonostante le difficoltà, le mancanze, la malinconia di casa e la distanza, la diversità. Lo rifarei perché è stato un anno bellissimo, pieno di persone, di cose da imparare, di attese, di confronti, di amore e di riflessioni. Lo rifarei perché adesso che sto per tornare a casa la valigia che mi porto dietro è più carica di quando sono arrivata qui. Non di cose materiali, non di oggetti ma di pensieri e di curiosità. Negli ultimi tempi mi è capitato di discutere spesso a proposito della difficoltà di raccontare questa esperienza, di parlare di quello che ho trovato qui con le persone che sono in Italia. Spesso non è semplice trasmettere il vero significato delle cose di questo paese. 
Dopo un anno mi capita ancora di rimanere basita o stupefatta di fronte a determinate azioni o tradizioni. 
Sono felice di tornare a casa e sono triste di dover lasciare queste persone. È un sentimento strano a cui non riesco a dare dei tratti precisi, che non riesco a definire con esattezza. E allora mi lascio trasportare dagli ultimi giorni, dai saluti, dai sorrisi, dalle lacrime e dagli abbracci. In questo anno ho imparato ad apprezzare la pioggia battente. Dopo giorni di caldo intenso guardare e ascoltare e annusare la pioggia che cade mi da una sensazione di completezza. Forse è solo questione di attese, forse queste persone mi hanno insegnato che andare piano è meglio che andare veloce e che restare fermi a guardare non vuol dire perdere tempo ma conservare il tempo, per noi stessi e per gli altri. 



domenica 19 giugno 2016

Indonesia: la pratica del pasung

Nessun commento:
Questa è una storia di quelle che non vengono raccontate. Una storia sbagliata, come direbbe de Andrè. Tante sono qui a Nias le storie simili a questa anche se la gente si vergogna a raccontarle. Tace.  
In Indonesia la condizione dei disabili è molto complicata. Da parte delle istituzioni non vi è alcun tipo di aiuto e se parliamo di coloro che vivono nei villaggi la situazione si complica ulteriormente a causa del forte isolamento.
Ancora oggi, infatti, in alcune zone dell'Indonesia si ripete una pratica che è stata bandita nel 1977. 
Si chiama PASUNG.
I Pasung sono molto diffusi e ve ne sono di vario tipo. Una cella, una stanza o l'ovile. Il pasung è un luogo in cui si viene rinchiusi e dove la persona è costretta a dormire, mangiare, urinare e defecare nello stesso spazio.
Possiamo pensare che queste storie non esistano perché tale condizione viola i diritti fondamentali dell'essere umano e invece sono reali e non sono poi così lontane da noi.

Il mese scorso, durante una chiacchierata con Suster Shinta, le ho posto questa domanda: "Suster, c'è un bambino del programma CBR che nel corso degli anni lei non ha dimenticato? Un bambino che ancora ricorda con particolare affetto?"
Non ci ha pensato nemmeno per un attimo, mi ha guardata e mi ha detto: "Oktavianus Zebua".
La sua sicurezza mi ha spiazzata. È stata diretta, forse per la prima volta da quando ci conosciamo.

Suster Shinta e Oktavianus

Suster Shinta è arrivata a Nias il 10 Maggio 2006. Sono passati dieci anni ormai e di bambini con disabilità ne ha visti moltissimi ma Oktavianus le è rimasto in mente. 

Quando lo ha incontrato per la prima volta, nel villaggio di Namohalu, aveva 17 anni ed aveva una disabilità motoria e psichica molto grave. Oktavianus non poteva vivere nella casa dei suoi genitori. Dormiva con i polli, in una piccola costruzione di legno, senza pavimento e senza alcun tipo di comfort. Il suo letto era un'asse appoggiata a terra.
Non era in grado di camminare o di parlare e per questa ragione i suoi genitori desideravano che vivesse nascosto.
La volontà del padre di tenerlo lontano era molto più forte di quella della madre che avrebbe voluto occuparsi di lui ma aveva paura della reazione di suo marito.
Una volta al mese Suster Shinta si recava in visita a casa Zebua, per fare il bagno ad Oktavianus. Mi racconta che quando la vedeva arrivare affermava: "Ibu, aku lapar" - "Signora, ho fame".
Forse lo facevano mangiare una volta al giorno ma mai in famiglia, mai in casa tutti insieme.

mercoledì 1 giugno 2016

Indonesia: Micro credito a Mandrehe

Nessun commento:
I colleghi di Caritas Sibolga hanno voluto raccontarci come funziona il programma di micro credito attivo a Nias e nel corso di una visita a Mandrehe hanno raccolto alcune interviste ai beneficiari del programma.


Che Cos’è?

Il programma di micro credito attivato da Caritas Sibolga e finanziato da Caritas Italiana ha preso avvio a Marzo 2013 e prosegue tutt’oggi. L’obiettivo principale è quello di aiutare le famiglie più povere di Gunungsitoli e di Mandrehe a migliorare le proprie condizioni di vita.
Ad oggi, il programma conta in totale 111 beneficiari  (il numero aumenta di anno in anno), di cui 70 nella città di Gunungsitoli e 41 nei dintorni di Mandrehe. Ciò che differenzia le due aree è la diversa domanda di occupazione: a Gunungsitoli molti dei beneficiari sono piccoli venditori, sarti o barbieri mentre a Mandrehe, coltivatori di gomma.
Caritas Italiana ha finanziato il programma negli anni, per un totale versato di 580.500.000 rupie. L’investimento iniziale è stato di 150.000.000 di rupie, a cui nel Novembre 2014 ne sono stati aggiunti 225.000.000. Nel Giugno 2015, Caritas Italiana ha donato poi altri 200.000.000 di rupie. Il programma prevede anche l’utilizzo di un fondo di rotazione, grazie al quale si è arrivati a reinvestire 712.500.000 rupie, per un totale di 1.293.000.000 rupie.

A Nias sono diffuse le cooperative di credito ma i criteri per poter accedere ai prestiti non permettono alle categorie più povere di usufruire di questa possibilità. Molto frequente è l’accesso a fondi attraverso prestiti ad alto interesse. Questo è diventato un problema sociale rilevante per le famiglie che devono ripagare i debiti per molti anni e che non sono in possesso di un lavoro stabile.
Tre le famiglie di contadini, di artigiani o venditori che sopravvivono con un budget limitato e insicuro è molto difficile riuscire a risparmiare o affrontare le spese impreviste, così come è molto difficile avere dei fondi iniziali per la microimprenditorialità.
Inoltre in Indonesia, ed anche a Nias, esistono molti gruppi di persone che si auto organizzano in gruppi di risparmio/prestito autogestito, secondo delle regole conosciute come “arisan”, che permettono ai membri di mettere una quota mensile e di poter prendere in prestito a turno le quote degli altri su base annuale. Queste iniziative sono molto diffuse perché quello che manca è la possibilità di avere delle quote in contanti, grandi abbastanza da fare acquisti particolari o affrontare spese impreviste. Il problema dell’ “arisan” è che non è istituzionalizzato e che i partecipanti o il tesoriere del gruppo potrebbero non essere persone oneste  o potrebbero non riuscire ripagare il debito contratto. 


Come funziona il programma?

Entrare a far parte del programma è semplice: è richiesta la partecipazione ad una giornata di formazione, durante la quale vengono organizzate lezioni per poter conoscere la contabilità di base e vengono fornite le prime nozioni per la stesura di un semplice business plan. A questo punto Caritas Sibolga inizia ad erogare il denaro in prestito, partendo da una cifra base di 2.500.000 rupie. La soglia del prestito si alza poi a 5.000.000 di rupie, 7.000.000 di rupie, per arrivare infine a 10.000.000 di rupie, previa valutazione della gestione del prestito precedente.
Il denaro dovrà essere restituito mensilmente, con un interesse dell’ 1,5%, da cui lo 0,25% sarà trattenuto dai singoli beneficiari come guadagno. In questo modo Caritas vuole motivare coloro che partecipano al programma a risparmiare e a farlo continuativamente.


Visita ai beneficiari del programma di micro credito a Mandrehe

Siamo partiti molto presto da Gunungsitoli per arrivare a Mandrehe, nella parte occidentale dell’isola di Nias, a pochi chilometri da Sirombu. Abbiamo attraversato l’isola da Est ad Ovest, tra la vegetazione lussureggiante e le piccole case di legno, accompagnati da Irene e Pak Ely.
Irene è la responsabile del programma di micro credito in Caritas Sibolga: due volte al mese si reca sul posto per riscuotere il denaro e per incontrare i beneficiari del programma.  Durante i due incontri programmati tutti i 41 beneficiari devono presentarsi per restituire la loro quota mensile. Nel caso in cui non siano in grado di farlo, potranno posticipare al mese successivo, pagando però una penale pari a 1.000 rupie al giorno, dalla data del 16 del mese corrente fino al giorno in cui restituiranno il denaro.  Irene ci racconta che non sempre coloro che partecipano al programma sono buoni pagatori. Alcune volte è capitato che non saldassero il proprio debito ed in questo caso veniva chiesto loro di restituire il denaro prestatogli, esonerandoli poi dal programma. Altre volte è successo che scomparissero senza saldare il proprio debito.
Il luogo in cui incontriamo i partecipanti è il Resource Center. Questo centro è stato avviato nel 2008 e la gestione è stata affidata alla parrocchia di Nias Ovest nel Luglio 2014. Intorno a noi un ampio terreno agricolo dedicato alla produzione di frutta e verdura ed altri prodotti agricoli destinati alla vendita nel mercato interno dell’isola. Il RC di Mandrehe è nato proprio con lo scopo di sensibilizzare la popolazione locale ai temi della sicurezza alimentare: a Nias vi è una forte affezione alla coltivazione della gomma che però lega il guadagno alle oscillazioni della domanda sul mercato internazionale. La coltivazione di generi alimentari permetterebbe invece di soddisfare le proprie necessità alimentari e di vendere l’eccesso.
Il nucleo dei lavoratori è composto da studenti della scuola locale di formazione agricola che qui svolgono il loro tirocinio.

La maggior parte dei beneficiari del programma sono donne che parlano solo la lingua Nias. Pochissime di loro conosco la lingua ufficiale, l’Indonesiano.  Alcune, soprattutto quelle che sembrano più anziane, non sanno con esattezza la loro età.

Durante la visita alcune di loro ci hanno raccontato le loro storie e le loro vite. Ci hanno spiegato che tipo di attività hanno intrapreso e cosa pensano di questo programma.

Nome: Ina Liri
Età: 44 anni
                                          
Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Ho investito i soldi per prendere in affitto alcuni terreni per la coltivazione della pianta della gomma e per pagare le tasse scolastiche ai miei figli”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Ho già ricevuto i soldi quattro volte. Il primo investimento che ho fatto è stato appunto per pagare i terreni destinati alla coltivazione della gomma, mentre con i prestiti successivi ho avviato l’attività e pagato le tasse scolastiche”.

Quanti figli ha?
“Ho sei figli: tre maschi e tre femmine che hanno dai dieci ai vent’anni”.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma? 
“Sì sono molto soddisfatta. Per poter partecipare non ho dovuto presentare il certificato di proprietà della casa, come garanzia, cosa di cui invece le altre cooperative di credito necessitano. Entrare a far parte del programma è stato molto più semplice”.

Nome: Ina Ove
Età: 42 anni

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Ho deciso di investire il denaro per l’allevamento di maiali e per la coltivazione di riso e gomma”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Tre volte. Il primo investimento è stato l’acquisto di quattro maiali e delle sementi”.

È sposata? Quanti figli ha?
“Ho un compagno, attualmente. Mi occupo dei sei bambini che lui ha avuto dalla moglie precedente e di una bimba di due anni frutto della nostra relazione.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sono contenta perché avevo già partecipato ad un precedente programma attivato da una cooperativa di credito ma il procedimento per aderirvi era stato molto macchinoso. Il programma di Caritas richiede invece meno garanzie ai beneficiari. Mi trovo bene anche perché casa mia è molto vicina al luogo in cui mensilmente ci incontriamo con Irene".

Nome: Mawar
Età: 50 anni circa

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Io non so scrivere e non so leggere – è la prima cosa che questa signora ci dice.
Ho investito il denaro per l’acquisto di alcuni polli e maiali e per potermi dedicare alla coltivazione del riso e della gomma”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Ho preso il denaro già tre volte. L’ho utilizzato per acquistare fertilizzanti, antiparassitari e concime e per pagare le tasse scolastiche ai miei figli”.

È sposata e ha figli? 
“Sono sposata e ho nove figli ma due di loro sono già morti. Ho tre femmine e quattro maschi, di cui tre già sposati”.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sì, sono contenta perché il tasso di interesse richiesto da questo programma è minore rispetto a quello richiesto da altri enti. Avevo già provato a partecipare ad un programma attivato dalle cooperative di credito ma avevo deciso di rinunciare perché le procedure per l’adesione erano troppo complicate.  Vorrei che il programma attivato da Caritas proseguisse e andasse avanti negli anni a venire, perché ho bisogno di questi soldi per mandare i miei figli a scuola”.

Nome: Ina Muliana
Età: 42 anni

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Ho acquistato alcuni maiali e mi sono dedicata alla coltivazione della pianta di gomma. Ho anche un piccolo ristorante che però gestivo già prima di entrare a far parte del programma”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Due volte ma ora ho già ripagato tutto e sto cominciando a risparmiare mettendo via il denaro”.

Quanti figli ha?
“Ho quattro figli: tre femmine e un maschio già sposato con tre bambini”.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sì. La procedura per aderirvi è molto più semplice poiché non sono necessarie particolari garanzie”.

Come è venuta a conoscenza del programma?
“Questo è sempre stato un luogo di ritrovo per le persone che abitano nei dintorni ed uno dei ragazzi che vi lavora mi aveva parlato dell’esistenza di questo tipo di programma”.

Nome: Ina Ferda

Età: 33 anni

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
Ho un allevamento di maiali e mi dedico alla coltivazione del riso e della pianta di gomma. L’acquisto della scrofa è stato molto fruttuoso perché ha già dato alla luce ventisette maialini, partorendo tre volte. Sono riuscita a vendere i piccoli a 230.000 rupie l’uno, ricavando circa sei milioni di rupie”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Tre volte. Il mio primo investimento, con i 2.500.000 di rupie ricevuti dal programma, è stato proprio l’acquisto di una scrofa per 400.000 rupie”.

Quanti figli ha?
“Ho due figli, un maschio di cinque anni ed una femmina di tre anni che frequentano la TK - che corrisponde alla nostra scuola materna.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sì, certo, perché in questo modo posso ricevere i soldi quando ne ho bisogno, anche in caso di necessità e posso pagare le tasse scolastiche per i miei figli. Grazie a questo programma ora ho ottenuto un guadagno sicuro tramite la vendita dei maiali”.

Come è venuta a conoscenza del programma?
“Anche io ne sono venuta a conoscenza tramite il passaparola da parte di uno dei membri dello staff del Resource Center.

Nome: Ina Teti
Età: 32 anni

Ina Teti non è originaria dell’isola di Nias ma proviene da Jambi (Sumatra). È qui ormai da dieci anni quindi parla molto bene anche la lingua Nias. Si è trasferita qui dopo aver conosciuto quello che è il suo attuale marito.

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Mi sono dedicata alla coltivazione della pianta di gomma. Mio marito invece lavora come carpentiere”.

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Tre volte”.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sì, sono contenta. È stato sicuramente un grosso aiuto”.

Come è venuta a conoscenza del programma?
“Anche io come le altre ne sono venuta a conoscenza tramite un membro del personale del Resource Center”.

 Nome: Ina Sani
Età: 61 anni circa  non conosce l’età esatta

Ina Sani si presenta con un sacchetto di plastica trasparente con dentro del tabacco, un accendino e dei pezzi di nipah, un tipo di palma tipico delle zone tropicali del Sud-Est Asiatico (che utilizza per avvolgere il tabacco). 

Che tipo di attività ha deciso di intraprendere partecipando al programma di micro finanza di Caritas?
“Ho una piantagione di alberi da gomma e vendo sandali al mercato tradizionale”

Quante volte ha già ricevuto il prestito?
“Quattro volte. Oggi ho preso circa 3 milioni di rupie. Ho utilizzato il denaro del primo prestito per acquistare i sandali da rivendere al mercato”.

Quanti figli ha?
“Ho sei figli. Uno è già sposato. Due si sono laureati in Teologia ed ora uno di loro insegna in una scuola a Gunungsitoli. Altri due invece vivono fuori Nias, per lavoro. L’ultimo abita con me.

È contenta di aver potuto prendere parte al programma?
“Sì. Questo programma è migliore degli altri offerti dalle cooperative di credito così riesco a gestire meglio i soldi che entrano ogni mese”.